Perché Berlinguer non ha eredi: il gesto suicida di un idiota

*Articolo comparso in precedenza qui su Le parole e le cose

Sulla Questione comunista in Italia si potrebbe cominciare, se non altro per limitare il campo, da quell’11 giugno del ’69, a Mosca, dove il futuro segretario del Pci, Enrico Berlinguer, alla Conferenza internazionale dei partiti comunisti, non solo ribadisce la via italiana al socialismo: una via democratica, plurale, nel solco della Costituzione repubblicana; ma rivendica un internazionalismo in funzione antimperialista e antifascista fatto di piena sovranità e parità di diritti tra tutte le nazioni. È un discorso noto, in cui, a pochi anni dal Memoriale di Yalta, il Pci di Longo rifiuta ancora una volta l’ipotesi di stati guida, e condanna nuovamente l’intervento sovietico in Cecoslovacchia dell’anno precedente.

La libertà della cultura, la questione dell’indipendenza e della sovranità, ogni ampliamento democratico, sono auspicabili per la credibilità stessa del socialismo, questa la posizione italiana, che segue la linea storicistica tracciata da Gramsci e Togliatti, il quale, come ebbe a dire Renzo Liconi, per primo aveva maturato l’abbandono della statalizzazione dell’economia in virtù della socializzazione della politica.
All’Unione sovietica viene sì riconosciuto lo sforzo per la pace, per l’emancipazione dei popoli, il ruolo guida della Rivoluzione d’Ottobre, tuttavia da tempo in Italia si rivendica completa maturità e autonomia di giudizio.
È una tappa, questa del ’69, frutto di una lunga e lenta strategia: in politica estera il percorso è verso l’Europa, in politica interna riguarderà il rapporto con i cattolici e Moro, a cui dal ’75 seguono gli incontri informali con gli americani, affidati a Luciano Barca.

L’avvento di Berlinguer alla guida del Pci coincide con una fase internazionale e interna di inaudita gravità. Il ’73 è anno di crisi mondiale sancita dalla Guerra del Kippur. Per l’Italia vuol dire crisi del petrolio (da 2-3 dollari a 12), sommata alla comparsa dei competitori asiatici, ai problemi valutari. Per dare una cifra basti dire che il prezzo del petrolio nel 1979 sarà di 32 dollari a barile, mentre nel 1987 sarebbe tornato ai livelli del ’74.
Se dal punto di vista economico si rischia il collasso, non va certo meglio sotto il profilo politico, anzi dal ’69, con i fatti di Reggio Calabria e la strage di piazza Fontana, comincia la Strategia della tensione, l’attacco alle istituzioni democratiche da parte di un grumo inossidabile di poteri occulti con diramazioni nei servizi segreti e nelle istituzioni, che all’estero aveva avuto successo in Grecia con i Colonnelli e nel Cile di Allende.

In politica interna, l’iniziativa di Berlinguer prende il nome di compromesso storico, ovvero la proposta di pacificazione, dopo lo strappo del ’47 con la Democrazia cristiana di De Gasperi, da cui una rilegittimazione del Pci che lasci cadere la pregiudiziale anticomunista in qualità di forza di governo. Il piano prevede l’ingresso dei comunisti in una compagine di governo e, dopo lo sdoganamento, la possibilità dell’alternanza tra le due forze principali del paese e gli altri partiti. Il compito di Berlinguer e Moro a questo punto è operare una lenta convergenza tra i due partiti per portare a termine la normalizzazione.
In seguito al successo elettorale del Pci alle elezioni del 15 giugno ‘76, sotto molti aspetti la strada appare propizia: è Agnelli a definire la vittoria delle sinistre uno «scossone salutare» all’immobilismo governativo in vista delle riforme. Oppure sono il repubblicano Ugo La Malfa e il governatore della Banca d’Italia Guido Carli a mostrare convinte aperture alla strategia comunista.

Per tutta risposta, sempre nel ’76, Berlinguer non solo arriverà a escludere la possibilità di uscire dalla Nato ma, rischiando contraccolpi interni al partito, dirà che “si sente più sicuro da questa parte” dell’Europa. È all’apice della sua parabola: il Pci raggiunge i 12 milione e seicentomila voti. Tuttavia la strada è impervia e ricca di insidie.
Seguono, per rivoluzionare il paradigma del sistema, le riflessioni sulla qualità del consumo e sull’austerità: è la fabbrica, la società, a dover essere più umana, più vicina alle esigenze dei lavoratori. Si sposta così l’attenzione dal solo lavoro, sottolinea Luciano Barca, all’intera vita dell’essere umano.
Nel complesso è l’utopia concreta di un’Italia più razionale e giusta a farsi strada, per cui occorre un partito diverso dagli altri, che continui a fare, come in passato, dell’elaborazione teorica e politica, della lotta culturale, dell’educazione di massa, la sua temibile forza.

Emerge poi nei diari di Barca (Cronache dall’interno dei vertici del Pci, Rubbettino editore), l’influenza di Claudio Napoleoni, da cui un punto di vista originale sulle idee economiche che si fanno spazio nell’entourage del leader sardo: la distinzione tra capitalismo e mercato, tra profitto e rendita, la fine dei contributi a pioggia per l’individuazione di chiare e proficue voci di spesa, il corretto rapporto tra stato e mercato. E poi ovviamente la battaglia per la centralità del parlamento, per l’esercizio democratico del potere che investe la scuola, le forze armate, la magistratura. Sono questi alcuni dei punti che fanno del più grande partito comunista occidentale un partito dai caratteri originali e, paradossalmente, per via della pregiudiziale anticomunista, lo relegano a semplice puntello e difensore della democrazia italiana che ha contribuito a fondare. Un partito che nel definirsi rivoluzionario sembra incontrare i suoi maggiori ostacoli alla tanto agognata normalizzazione. Ecco perché a chi continua a chiedergli quale sia la differenza rispetto al riformismo socialdemocratico, Berlinguer preciserà che “la differenza tra sviluppo graduale e riformismo è nel tentativo di una concreta rottura dell’andamento evolutivo del sistema capitalistico, oltre che nella determinazione a usare qualsiasi mezzo necessario per difendere eventuali tentativi di schiacciare il movimento operaio”.

Prima e dopo l’epilogo del caso Moro, che determina il fallimento della strategia berlingueriana, il segretario torna più volte sull’argomento. Lo fa per esempio, nell’intervista del 3 maggio ’72 alla Nazione, dove è costretto a rispondere alle solite domande sull’impegno a garantire le libertà. In realtà è tutto nero su bianco dal ’56, è la dichiarazione programmatica approvata all’VIII congresso del partito, egli ricorda all’intervistatore. Il fatto è che “si vorrebbero partiti di sinistra che di fatto si accontentano di limitare la loro azione a introdurre qualche correzione marginale all’assetto sociale esistente”, commenta infine il segretario.
Se non bastasse, nel discorso del novembre ’77 a Mosca, in occasione dell’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre, Berlinguer dirà ai sovietici, la cui nomenclatura ormai lo detesta: “la democrazia è il valore storicamente universale sul quale fondare un’originale società socialista.”
E, l’anno dopo il caso Moro, la parola compromesso ricompare in un editoriale su Rinascita per un chiarimento “tra chi è solo interessato al quanto produrre e chi è interessato invece al che cosa e perché”, per evitare “un’Italietta ridimensionata e rattrappita, sempre più squilibrata nelle sue aree geografiche”. Saranno la gestione del terremoto irpino e lo scandalo petroli a convincere il segretario a lanciare la Questione morale per fermare lo scollamento tra istituzioni e paese.

Nella famosa intervista concessa a Scalfari, il 28 luglio ’81, il segretario ribadisce che “i partiti hanno occupato lo stato e tutte le sue istituzioni, (…) gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai Tv”; è una guerra per bande, e lo sfascio morale deriva dall’esclusione e dalla discriminazione dei comunisti italiani. Insomma, quello che della Questione morale si finge di non capire è che il problema della moralità dei partiti ha acuti risvolti politici, annota Luciano Barca, che porteranno dritto alla stagione di Tangentopoli.
Ma che cos’è allora la Questione comunista italiana? È un’anomalia? Riguarda l’ostracismo della Democrazia cristiana e degli americani nei confronti di una forza politica troppo radicale e ingombrante? È la paura dell’Urss? Oppure è, come ritiene Berlinguer, l’opposizione al tentativo di trasformare profondamente il paese, le sue strutture economiche, le istituzioni, con la partecipazione delle masse alla direzione della vita pubblica?
La domanda è d’obbligo se oggi, nell’anno del centenario della nascita del Pci, sulle pagine del Corriere della sera il pregiudizio contro la storia dei comunisti italiani ritorna con le stesse mistificazioni d’un tempo negli articoli dei vari Battista e Cazzullo quotidiani, e soprattutto se un’icona della lotta alla mafia come Roberto Saviano pubblica sul suo profilo social un post con la foto di Filippo Turati, gesto che in un solo colpo liquida la genesi del Pci insieme a qualsiasi sua possibile necessità storica, come un unico grande errore.

Insomma, non è da tutti esprimere il parere che fu di Paolo Sylos Labini allorquando, nell’invitare il Pci a uscire definitivamente dall’ambiguità e a ripudiare la filiazione sovietica, oltre a ricordare il contributo formidabile alla guerra civile, alla pacificazione, alla costituzione, scrisse: “è doveroso riconoscere che, in Italia, il partito comunista ha meriti straordinari per il grande contributo alla democratizzazione di ampie masse popolari, per la lotta contro la corruzione nella vita pubblica, (…) contro la criminalità (…) il terrorismo. La serietà, il coraggio civile e la capacità di sacrificio non abbondano nel nostro paese; e in un partito come quello comunista c’è sempre stato assai scarso spazio per i maneggioni e gli arrampicatori sociali”.
E non tutti possiedono l’onestà intellettuale di Lukács, che ritenne l’esperienza dei comunisti italiani, a partire dal pensiero di Gramsci, e proseguendo attraverso l’abile tatticismo di Togliatti, come la storia migliore dei comunisti europei.

Sulla vicenda, Berlinguer ritiene che questa diversità sia il vero problema dei comunisti italiani, non c’entra l’Urss: basterebbe accettare i metodi, ridursi a qualche aggiustamento, rinunciare allo stile e alla vita interna, ideali e condotta, “veti e sospetti cadrebbero, riceveremmo anzi consensi e plausi strepitosi dai nostri sollecitatori, se ci rinnovassimo nel senso apparente e fasullo da essi suggerito e auspicato (…) se abdicassimo alla nostra funzione trasformatrice, dirigente, nazionale, se decidessimo di “recidere le nostre radici pensando di fiorire meglio”, ciò che sarebbe – come ha scritto François Mitterand – “il gesto suicida di un idiota”.
Ebbene, Berlinguer rivendica la storia dei comunisti italiani e la distingue dalla socialdemocrazia europea anche per l’attenzione ai sottoproletari, agli emarginati, alle donne, ma ammetterà infine che l’errore è stato di aver creduto in una riforma della Dc.
La diversità comunista è in questa spinta a una democrazia avanzata e la ritroviamo nella battaglia per l’ordinamento regionale, nella legge e il referendum sul divorzio, nelle riforme al diritto di famiglia, nella chiusura dei manicomi, fino alla legge sull’aborto, anche se il dopo Moro risulterà sostanzialmente un vicolo cieco senza più sbocchi politici.

Nondimeno, se uno stratega con la passione per il piano internazionale come Berlinguer, come ricorda in un bel libro Silvio Pons, per via dell’arretramento del partito di ben quattro punti percentuali, è costretto a barcamenarsi in tatticismi interni, tra l’ingombrante personalità di Lama nel sindacato, l’opposizione interna nella direzione, e l’aggressiva competizione di Craxi, ormai prossimo al suo primo governo; nell’82 a Firenze, al convegno di Confindustria sullo stato e i soldi degli italiani, egli ricorderà che all’austerità lanciata sei anni prima si è risposto con l’indifferenza prima e l’irrisione poi: nel frattempo il debito pubblico è passato da 184mila a 350 mila miliardi, il contributo del lavoro dipendente al reddito imponibile è passato dal 41 al 75%, quello del lavoro autonomo dal 18 al 3%, la corruzione e le clientele, l’inflazione, hanno fatto il resto.
Il fatto è che non si può aumentare indiscriminatamente l’iva o aumentare ancora le tasse sul lavoro, argomenterà ancora il sardo, perché l’austerità è utile se diventa una proposta per l’innovazione e la produttività che però non gravi come al solito sui ceti meno abbienti e gli operai.

L’austerità – e mai come oggi il tema risulta attuale – ha senso se si propone di mettere ordine e equità nel sistema pensionistico, sanitario, del pubblico impiego, fiscale, anche perché “se si compissero solo tagli (…) non si inciderebbe sulle vere cause del dissesto finanziario e dell’inflazione”.
Ma è nell’intervista del dicembre ’83 concessa a un giovane Ferdinando Adornato, sull’Unità, che il segretario assume toni profetici e preconizza: “La lotta, la pressione di massa, saranno sempre necessarie. Certo si può immaginare un mondo nel quale la politica si riduca solo al voto e ai sondaggi; ma questo sarebbe inaccettabile perché significherebbe stravolgere l’essenza della vita democratica”.

Ben prima dell’avvento di Berlusconi, egli riflette che senza escludere il partito-immagine, non si può pensare a un tale impoverimento generale dell’essere umano, perché il socialismo è “la direzione consapevole e democratica, quindi non autoritaria, non repressiva, dei processi economici e sociali con il fine di uno sviluppo equilibrato, della giustizia sociale e di una crescita del livello culturale dell’umanità”.

La madre delle questioni

Insomma, Berlinguer non ha eredi e non solo, come è facile intuire, perché i suoi successori negli anni ’90 hanno fatto esattamente il contrario di quello che lui ha teorizzato e difeso nella sua lunga battaglia politica e culturale. Ma perché il Pci, per sua stessa natura dialettica e storicistica, per il fatto di essere un partito autenticamente nazionale e internazionalista, non poteva che essere un partito meridionalista, legato ai Sud del mondo.
Per capire meglio i termini dell’affermazione, forse conviene un passo indietro al luglio del 1962. Nei tre giorni di guerriglia degli scontri di piazza Statuto tra operai e forze dell’ordine, (291 fermati in un solo giorno, più della metà è di origine meridionale), vi sono le avvisaglie della rivolta sociale. In soli sei mesi a Torino sono arrivati 25mila giovani. Le loro condizioni sono peggiori dell’operaio medio torinese, popolano soffitte, alloggiano in stanze sovraffollate e fatiscenti.

A riguardo, la posizione dei comunisti è chiara: uno sviluppo intensivo, disordinato, produceva “l’Italia dei monopoli, dei grattacieli, delle automobili, dei televisori, dei frigoriferi, delle città impazzite, e l’Italia dove si spopolavano interi paesi, dove i raccolti agricoli e la produzione delle campagne dovevano venire distrutti, dove si mandavano alla rovina e mettevano nella disoccupazione milioni di braccianti, di mezzadri, di coltivatori, dove la montagna e parte delle campagne divenivano un deserto”.
Si ripeteva in Italia quello che su scala mondiale accadeva al rapporto tra paesi sviluppati e aree povere del globo, è la natura di un capitalismo privo di regolamentazione, il cui risultato è un mondo in fuga: la fuga della manodopera, dei capitali, dei cervelli. Da qui la rivendicazione di uno sviluppo di tipo estensivo, equilibrato, su tutto il territorio nazionale.
Il Mezzogiorno, dieci anni dopo, è per il partito di Berlinguer, insieme alla Questione femminile, il punto più importante dell’agenda politica interna.

Se il partito nuovo lanciato da Togliatti, un partito a carattere nazionale, radicato nelle comunità e capillare in tutta la penisola, negli anni ’60 aveva lavorato alla convergenza degli operai del nord e dei migranti meridionali, ora per Berlinguer “il problema più importante è quello dell’accrescimento del peso e del potere delle popolazioni meridionali come tali”.
Si tratta di una lotta per dare un futuro alle zone appenniniche, alle isole, anche perché “l’esodo ha raggiunto, negli ultimi due anni, livelli di una gravità eccezionale”. Il rischio “è una sorta di vera e propria frattura, e non solo sul piano economico, ma su quello culturale, civile, politico”.

L’analisi investe le sorti del Mezzogiorno come madre di tutte le questioni italiane: “quel modo di essere e di funzionare dell’intero meccanismo capitalistico italiano”, dirà alla Conferenza regionale del partito di Palermo del ‘71, “che ha come condizione del suo sviluppo, da una parte lo sfruttamento della classe operaia, dall’altra la rapina di uomini e risorse delle regioni meridionali e quindi la creazione incessante di sottosviluppo, dell’arretratezza, del parassitismo”. La destra eversiva e quella democristiana tentano così, è l’analisi del segretario, di colmare il vuoto nel meridione, spingendolo a destra.
Tuttavia liberare il Sud dai dirigenti locali che sfruttano e speculano sul denaro pubblico è possibile solo con grandi lotte sociali e politiche di massa. Gettare questo peso nella lotta regionale può distruggere un blocco di potere, a patto che piano nazionale e locale rispondano a questa chiamata.

Nel Sud, insiste Berlinguer, dal ’51 al ’70, quasi 4 milioni di italiani hanno abbandonato l’agricoltura, “si tratta del fenomeno”, senza mezzi termini, “forse più sconvolgente di tutta la storia unitaria del nostro paese. Non si possono capire le vicende attuali – economiche, politiche, sindacali, e anche ideali e di costume – al di fuori di una riflessione sulle conseguenze prodotte da questo fenomeno”.
Ancora, in un articolo per l’Unità del 10 settembre 1972 Berlinguer, ponendo il problema dei popoli nuovi che si affacciano al mondo dopo la decolonizzazione, a cui vanno riconosciuti diritti, indipendenza, ribadisce che l’obiettivo è “irrobustire la consistenza delle associazioni democratiche di massa, particolarmente nel Mezzogiorno: dei sindacati, delle organizzazioni contadine, delle organizzazioni femminili”. Mentre a Roma, nel marzo del ’75, al XIV congresso nazionale del Pci, avverte: “Nessuna politica economica è valida in Italia (…) se non avvia a soluzione la questione meridionale”, insieme al Terzo e Quarto mondo.

Sarà poi il turno delle istanze ecologiche, della difesa dell’ambiente, del patrimonio artistico, di una proposta per il rafforzamento dell’economia e dello scambio secondo criteri di reciproco vantaggio.
Ma anche sul versante della legge elettorale e degli schieramenti, incrociare la storia degli ultimi trent’anni della sinistra italiana con le parole di Berlinguer può risultare significativo, come per esempio quando sul bipartitismo egli riflette: “a chi potrebbe convenire, in Italia, un processo di polarizzazione delle forze politiche a due soli grandi partiti? Forse alle forze progressiste che si battono per allargare la base del consenso popolare, per un rinnovamento profondo della nostra società? Il punto è lavorare per ridurre le forze di destra, non lasciargli un intero campo, questa la priorità”.

Il gesto suicida di un idiota

Beninteso, l’intento di questo scritto non vuole essere apologetico. I limiti e gli errori del Pci di Berlinguer sono stati tracciati altrove, penso al già citato libro di Pons, alle recenti critiche, a volte fin troppo sottili, di Luciano Canfora, che resta una delle voci più acute e originali sulle vicende.
Semmai qui il tentativo è di ri-tracciare le linee principali di un percorso così da fissare almeno un limite, seppur labile, una sorta di soglia, il cui attraversamento produce una rottura di metodi e di generazioni, prima che di idee e azioni. Questa soglia resta labile anche per la distanza che sempre intercorre tra le parole, gli ideali propugnati e la prassi della realtà concreta, pur tuttavia credo che molti dei temi toccati dimostrino un grado di fecondità e dei caratteri originali frutto di alte competenze nella decodificazione dei problemi dell’Italia e del mondo, dai mutamenti tecnologici a quello delle classi sociali, fino all’ecologia e alla giustizia globale.

Se gli eredi del Pci in questi trent’anni hanno deciso di attraversare quasi acriticamente questo limite, finendo per produrre una vera e propria dépense, la storia repubblicana sembra come attraversata dal filo della sostanziale impossibilità ad attuare le riforme strutturali di cui il paese necessita. Il nostro declino segue inesorabilmente questo filo, per cui emblematica a tal proposito resta la riflessione di Berlinguer sulla differenza che intercorre tra la visione di generici partiti progressisti, penso all’attuale Pd, e la concezione difesa dal segretario.
Quanto all’aspetto tragico della figura di Berlinguer, letteralmente consunto dall’attività politica, credo anch’esso dipenda dalla soglia su cui è venuta a svolgersi la sua parabola. Essa richiama alla mente la malinconia della sinistra di cui ha scritto Enzo Traverso, per ricordarci che le grandi sconfitte fanno parte del patrimonio genetico del socialismo, forse fin dai primi cospiratori democratici. Il socialismo è sì una storia di fallimenti, di utopie destinate a cadere e forse a risorgere in altre e inedite forme di lotta, nondimeno il punto non è la sconfitta né tanto meno la meta chimerica, bensì la tensione progressiva prodotta, quella capacità di muovere le energie migliori del paese a una spinta costante verso la giustizia, l’emancipazione e la libertà dei popoli.

Facendo nostra la suggestione di Traverso, dovremmo affrontarne le conseguenze e aprirci a una storia dai tratti hegeliani che molti ovviamente, nella loro strenua ricerca di cause eternamente intelligibili, tendono a escludere. Si tratta della storia che a volte si compie indipendentemente dalla volontà degli esseri umani, che vede soccombere la parabola e i tentativi della via italiana alla democrazia radicale di Berlinguer in un quadro internazionale e interno di estrema precarietà e incertezza, dalle variabili indefinibili, in cui non tutti i percorsi sono realmente percorribili contando sulla base della sola propria forza e volontà. O si tratta ancora della storia tolstojana fatta dai popoli, dalla gente senza voce, che pure sussulta e smuove, spostando improvvisamente gli argini che la politica via via edifica nel mondo.

Un giudizio storico, soprattutto su periodi vicini e concitati, corre sempre il rischio di ridimensionare la complessità e la portata degli eventi, di risentire di una foga contemporanea, che magari sostituisca con zelo un’attuale fine della storia con le precedenti, accettabile proprio perché figlia del nuovissimo tempo.
Chi avrebbe per esempio predetto il modo in cui è avvenuta la Caduta del Muro, e chi avrebbe intuito le modalità repentine dell’implosione dell’Urss? A questo punto sarebbe lecito chiedersi se altre vie avrebbero potuto produrre risultati molto diversi dal nostro epilogo. Ma così siamo fuoriusciti dall’alveo del metodo storico e scivolati nel campo della filosofia sull’argomento, la quale porta a interrogarci sul senso che volta a volta le epoche conferiscono alla Storia.
C’è ancora un ultimo punto che vorrei toccare in questa vicenda, e riguarda, una volta tanto, la gente comune, che quasi mai fa capolino nei libri della grande storia.

Nel paese del fascismo e del carismatico corpo del capo, in cui l’Istituto Luce ci ha abituato alla folla che si annulla al cospetto del taumaturgo duce; ebbene, i comunisti italiani e, nella fattispecie, Berlinguer, hanno incarnato un altro e ben più alto rapporto con le masse.
Quell’uomo mite e introverso, curvo nelle spalle, ritratto di schiena da Luigi Ghirri mentre parla all’immensa folla di Reggio Emilia, rovescia il paradigma estetico della storia totalitaria italiana e fonda una diversa legittimità basata sul coinvolgimento consapevole, per un’idea di società nel rispetto e nella dignità del genere umano. Anche questo carisma indiscusso e il rapporto instaurato con la sua gente e con gli avversari fanno parte della storia di Berlinguer.

I suoi funerali, per esempio, nelle immagini di repertorio, testimoniano qualcosa di difficilmente ripetibile nel rapporto tra politica e massa: anche questo è il margine di un’epoca al crepuscolo, almeno nei termini fin qui tracciati, e se il senso finale della storia dei comunisti italiani è risultato ancora una volta irraggiungibile, pieno di errori, abbagli, fallimenti, ciò non vuol dire che quell’esperienza non abbia in seno alcune risposte per il presente, non fosse che per l’esempio di determinazione, di ragione e passione, serietà e responsabilità, e per la prova che è possibile, a costo di enormi sacrifici, contendere l’egemonia alla democrazia demagogico-populisitica, oggi diretta dall’intreccio saldo di mass-media e partiti, e soprattutto che è possibile allontanare i pericoli sempre incombenti sulla democrazia, quella continua minaccia autoritaria dovuta al sempiterno blocco di potere reazionario – quello sì vincitore della nostra storia – a patto di coinvolgere le masse.

Forse sono questi enormi sacrifici, probabilmente è il percorso, il processo, non la meta o il campo, che le generazioni successive a Berlinguer non hanno avuto intenzione di conservare e proseguire, da cui l’oscura volontà di rimuovere e dismettere a tutti i costi la peculiare storia del Pci.

Sandro Abruzzese

@abruzzesesandro

Bibliografia

Luciano Barca, Cronache dall’interno dei vertici del Pci, 3 volumi, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2005.
Enrico Berlinguer, La questione comunista, 1969-1975, 2 volumi, a cura di A. Tatò, Editori Riuniti, Roma, 1975.
Enrico Berlinguer, Attualità e futuro, 1975-1984, a cura di A. Tatò, L’Unità, Roma, 1989.
Giuseppe Fiori, Vita di Enrico Berlinguer, Laterza, Bari, 1989.
Augusto Graziani, Lo sviluppo dell’economia italiana, Bollati Boringhieri, Torino, 2000.
Lukács parla, Interviste 1963-1971, a cura di A. Infranca, Edizioni Punto rosso, Milano, 2019.
Giorgio Napolitano, Dal Pci al socialismo europeo, Laterza, Bari, 2005.
Paolo Sylos Labini, La classi sociali negli anni ’80, Laterza, Roma, 1986.
Silvio Pons, Berlinguer e la fine del comunismo, Einaudi, Torino, 2006.
Rossana Rossanda, La ragazza del secolo scorso, Einaudi, Torino, 2005.
Enzo Traverso, Malinconia di sinistra, Feltrinelli, Milano, 2016.

PERCHÉ ‘PROPAGANDA LIVE’ HA TORTO CON RULA JEBREAL?

Articolo comparso in precedenza qui su Poetarum silva

Perché Propaganda live ha torto con Rula Jebreal?

Con la defezione del 14 maggio alla trasmissione televisiva di La7, Propaganda Live, Rula Jebreal ha voluto evidenziare lo sbilanciamento del format a favore della presenza maschile, per cui la giornalista ha declinato improvvisamente l’invito precedentemente accettato. La notizia ha destato scalpore, anche perché la trasmissione cult del pubblico di sinistra, condotta da Diego Bianchi, ha fatto nel tempo della difesa della diversità una delle sue principali battaglie.
Tuttavia il chiarimento imbarazzato di Bianchi, più che chiarire l’accaduto, ha finito per confermare che qualche ragione in fondo la Jebreal l’aveva. La difesa non funziona perché non si tratta di competenze, quanto di struttura, di ruoli, direzione, e potere decisionale, ma per altre e meglio argomentate ragioni rimando all’intervento di Giulia Blasi (l’articolo è qui).
Per quanto mi riguarda invece, intendo sottolineare qui il conflitto di prospettive: Jebreal in qualità di giornalista avrebbe dovuto informare il pubblico a casa sulla complicata e grave questione israelo-palestinese e, nel difendere la sacrosanta parità di genere, ha scelto di rinunciare a offrire la prospettiva palestinese, la quale mai come in questi giorni è stata relegata a qualche manchette da poco sui giornali. Ed è un peccato che a pagare la querelle sia stato proprio questa prospettiva.
Il secondo punto riguarda il fatto che Propaganda Live è una trasmissione intelligente, a tratti brillante, che da anni cerca di squarciare il velo di ipocrisia intorno al fare televisione per apparire il più possibile antiretorica e sincera. Non ultimo, la trasmissione applica sui temi trattati una moralità, per dirla con Fortini, scevra da moralismi, per cui non è viziata da atteggiamenti inquisitori o dallo sviluppo di tesi incalzanti e precostituite, insomma è di parte, ma antepone sempre l’umano al politico, e in questo rispetta profondamente lo spettatore.
Ora, però, nella ripetitività delle stagioni, è accaduto come uno slittamento per cui si è passati, forse inevitabilmente, dall’antiretorica, alla celebrazione autoreferenziale dell’antieretorica. Voglio dire che col tempo la cristallizzazione del format, il successo di pubblico, hanno generato una sorta di autocompiacenza stucchevole, un’indulgenza eccessiva verso se stessi, che ha preso il sopravvento sulla freschezza delle idee, finendo per soggiacere a una ritualità (lo spiegone, Memo Remigi, ecc.) che a tratti ricorda le intuizioni di Fabio Fazio ai tempi di Quelli che il calcio.
Allora qual è il punto con Propaganda live?
Di sicuro un punto è che essere di sinistra vuol dire non solo professare o mostrare contenuti fondati sull’uguaglianza e i diritti, ma darsi forme e modelli, rigore e ideali, e applicarli per quanto possibile al medium, dunque alla parità di genere, ma in qualche misura alla turnazione degli ospiti e, perché no, dei musicisti, addirittura anche della conduzione. E questo porta con sé la messa in discussione rischiosa oltre che di se stessi, del mercato televisivo, dell’audience, su cui la trasmissione e la rete vivono.
Se è indubbio che molti degli ospiti televisivi delle trasmissioni televisive vengono scelti in base alla quantità, allo share che producono, vuol dire che non sempre è la qualità l’obiettivo finale, bensì un abile dosaggio delle due componenti. Quindi il medium, per giunta in una tv privata, ha già in seno le sue forti contraddizioni, ovviamente Propaganda live non può esserne esente, e forse questo è uno dei motivi per cui anche i suoi ospiti nel corso delle stagioni si sono sempre più avvicinati per notorietà a quelli delle altre trasmissioni.
Per finire, e tralasciando la faccenda del musicista di Propaganda live Roberto Angelini, multato per lavoro nero ai danni di una rider che effettuava consegne per il suo ristorante, un altro problema della televisione da cui la trasmissione non può andare esente, è il suo spiccato urbanocentrismo. La televisione italiana in genere parla il romanesco di Diego Bianchi, di Paolo Bonolis, o il milanese di Gerry Scotti e Ezio Greggio.
Beninteso, non è una questione di dizione, ci mancherebbe.
La questione ci riporta al principio, al diniego di Rula Jebreal per la parità di genere. Nel senso che la democrazia è rappresentanza uniforme dei territori e dei luoghi, e anche qui a mancare a volte è la reciprocità prospettica. Non basta andare nei luoghi remoti o indifesi per sottoporli al  proprio cono di luce, occorre anche uno sguardo periferico che sia diretto verso il centro.
Di fondo, basterebbe comprendere che l’Italia è abitata da qualcosa come 60 milioni di persone, e invece stando alla tv e ai giornali, sembra che si tratti di un’isola dei famosi. Il fatto è che solo chi appare nella società dello spettacolo esiste per davvero.
Debord, Popper, Pasolini, McLuhan? Sappiamo bene che la storia non si tramanda alle generazioni successive, per cui il gioco riesce eccome. Il risultato, sotto gli occhi di tutti, è l’attuale democrazia demagogico-populistica.
Dopo aver sviluppato queste riflessioni, preso atto di alcune ragioni di fondo della vicenda, per non cadere nel relativismo è però necessario porre ancora un’ultima domanda: siamo così sicuri che Propaganda live sia equiparabile qualitativamente alle altre trasmissioni? Oppure, nonostante i difetti, nel panorama attuale, la trasmissione di Bianchi e compagnia, risulta ugualmente uno dei migliori programmi in onda?
Personalmente voto per …

© Sandro Abruzzese

L’epoca della frammentazione

*Articolo pubblicato in precedenza sull’inserto culturale domenicale Mimì, edizione nazionale del Quotidiano del Sud

È difficile, dopo un anno di emergenza pandemica, parlare con lucidità del tempo presente.  Troppi gli stravolgimenti quotidiani, le paure, le novità. Soprattutto è difficile elevarsi al di sopra dell’emergenza per scorgere quel che resta del paese dopo questi difficili decenni di crisi. 

L’Italia odierna la definirei il frutto dell’epoca della frammentazione. Intendo dire che se c’è un dato sconcertante nella cultura italiana degli ultimi ’30 anni, è la scomparsa di un discorso realmente nazionale-popolare, dunque fondato su una visione chiara e complessiva, seppur profondamente articolata, del paese. 

Intendiamoci, dietro le spinte disgregatrici della politica, dopo un mutamento significativo del panorama internazionale, nel frattempo a scomparire non è stata solo la cultura nazionale, ma anche il popolo stesso, e questo non so se sia del tutto un male. Al netto della nostalgia per le comunità perdute, il popolo ha lasciato il posto a una variegata classe media inurbata, ma la frammentazione è stata anche il frutto di una nuova disgregazione creatrice, ovvero una condizione dovuta alla maggiore libertà odierna. Una libertà di certo basata su un esasperato individualismo, su mobilità, precarietà, solitudine, ma anche su occasioni enormi fornite da un accesso al sapere mai così aperto e diffuso. 

Da questa prospettiva generale mi pare sia più facile comprendere l’emergere, nella rappresentazione del paese, di motivi quali lo spaesamento, la finitudine, caratterizzati come sono da una continua ricerca di identità e origini, e purtroppo a volte tentati dal retro-pensiero reazionario che non si rivolge all’attuale condizione giovanile, bensì a un passato edulcorato, ripulito dalle ingiustizie e dallo sfruttamento di classe. L’altra faccia della medaglia è la ricerca e l’adesione a un modello di sviluppo incivile, di una modernità a tutti i costi, seppure barbara e acritica, tuttavia efficiente.

Insomma, tra le contraddizioni italiane, nel confuso egoismo regionale, oggi siamo orfani della realtà complessiva e delle vere questioni nazionali. Non vedo epigoni di Lampedusa, che col suo Gattopardo rappresentava il nodo della Questione italiana, o di Visconti, il cui cinema, dalla Terra trema a Rocco e i suoi fratelli, ha fornito una visione accurata e profonda del paese. Non vedo epigoni di Scola, Ottieri, Morante, ma magari anche questo è soltanto un mio limite personale, e una diversa, non meno dannosa, forma di retro-pensiero.

Beninteso, per chi, come me, si occupa di scrittura e di rappresentazione, l’impressione è che si racconti per frammenti, per generi, dunque in preda alle richieste dell’industria culturale, spesso con visioni estremamente parziali, se non irreali, frutto di una prospettiva urbanocentrica o al limite da periferia urbana.

Sono dietro l’angolo le Suburre, le Gomorra, le tante storie di città, che non lasciano spazio ad altre realtà. 

Sandro Abruzzese

Riabitare: intervista sull’Irpinia

*Intervista a cura di Maria Fioretti pubblicata qui su Orticalab

«In Irpinia lo spazio è stato violentato e la mentalità clientelare ha fatto il resto, negando ai giovani la libertà»: lo sguardo di Sandro Abruzzese sui nostri luoghi interni

foto di Marco Belli

È nato e cresciuto nella Valle dell’Ufita, Sandro Abruzzese. Narratore di talento, oggi vive a Ferrara dove insegna materie letterarie in un Istituto d’Istruzione Superiore. Su queste colonne digitali abbiamo imparato a conoscere il suo pensiero, espresso in parole: l’ultimo regalo che ci ha fatto – lo trovate QUI – è una lettura, emblematica fin dal titolo Avere un posto nel mondo .

Un contributo tratto dal volume di prossima pubblicazione  Aree interne, sperimentare per ri/abitare , con sperimentazioni progettuali nei comuni molisani di Riccia, Jelsi e Gambatesa, a cura di Nicola Flora e Francesca Iarruso. La pubblicazione è divisa in tre parti: Saggi, Sperimentare col progetto, Sperimentazioni e prospettive nell’Alto Fortore: Riccia, Jelsi, Gambatesa.

«Si tratta di un elaborato curato dalla Facoltà di Architettura dell’Università Federico II di Napoli, su impulso del Professor Nicola Flora, coadiuvato da Francesca Iarruso. Grazie a loro ha trovato spazio – in un volume tecnico – anche una riflessione di carattere più letterario-filosofico, proprio perché è stato scelto un approccio multidisciplinare. Nel mio contributo ho provato a mostrare lo spazio e i legami dell’abitare, stando su un fronte diverso rispetto ad un architetto che intende costruire, provando a mostrare l’atto del costruire come una possibile violenza».

E l’Irpinia del post terremoto questa brutalità di una nuova fondazione l’ha subita: «Uno scritto in controtendenza, opposto al modo di pensare a questi luoghi, di raccontarli. Sono passati quarant’anni ormai, è tempo di occuparsi dei giovani, di chi abiterà la nostra terra tra vent’anni. Questa è una provincia in cui lo spazio è stato particolarmente abusato e continua ad esserlo, e paradossalmente mancano infrastrutture essenziali. Così a poco a poco si è finito per alimentare l’inabitabile, si crea una frattura insanabilecon l’unica ricchezza che abbiamo negli Appennini: il paesaggio, inteso come rapporto di cura dei luoghi e dimora. Inoltre costruendo male, oltre allo scollamento con la campagna, si sono create le condizioni per cui i grandi paesi irpini come Ariano, Grottaminarda, Solofra, hanno tutti i problemi di una città, senza averne i pregi, mentre i paesi più piccoli muoiono del tutto».

Le chiamiamo aree interne, ma secondo Sandro Abruzzese questa è una definizione che toglie molto al nostro essere: «La trovo imprecisa, personalmente non la apprezzo perché attiene a un lessico tecnico, freddo, distante. La distinzione di questi tempi non è fondamentale, certo, ma anche nel lessico si avverte la tendenza verso parcellizzazioni, una visione settoriale. Intendiamoci, chi si occupa di aree interne è nel giusto, ma non deve dimenticare che sta colmando il vuoto di “cultura nazionale” del Paese. Un’Italiache ha nella conoscenza profonda della sua storica frammentarietà, della sua molteplicità, è la vera soluzione per aver cura e attuare la Costituzione. Ho paura che, col termine aree interne, si finisca per parlare il linguaggio tecnico, e lo specialismo tende a restringere il campo, a vedere una parte del tutto. Accade lo stesso quando si parla di Sud in maniera troppo unitaria e indistinta».

Il vero nodo però non sta nel linguaggio. Noi ci specchiamo nelle istituzioni che ci governano: «Quella con cui in Irpinia abbiamo modo di confrontarci è un’istituzione, lo sappiamo, spesso clientelare. Ora questo tipo di politica non è solo antipatica o ingiusta eticamente, ma è soprattutto improduttiva economicamente e socialmente lesiva. Non spinge a intraprendere, non garantisce chi vuole rischiare qualcosa e, alla lunga, finisce col danneggiare irrimediabilmente il territorio. Ancora però mi pare non ci sia questa autocoscienza, questa ammissione, per cui forse siamo ancora incapaci di riconoscere che nel lungo periodo una mentalità politico-clientelare ottiene risultati molto limitati, pregiudicando l’interesse generale e con esso il futuro che fatichiamo a costruire. Le nostre case vuote e non finite, i figli lontani, ci dicono questo».

Ma come si sostituisce qualcosa di così radicato? «Innanzitutto prendendone atto. Non cercando di trasformare in statisti i vecchi notabili della Dc (in altri luoghi saranno di altro colore politico magari), perché non è così. E poi cercando di sostituirla questa cultura clientelare. Tirando su delle classi dirigenti che magari siano disposte a perdere pur di fare la scelta giusta per la collettività. Il punto è rendersi conto di che cosa abbiamo avuto e di cosa realmente vorremmo avere avuto, e quali sono i metodi per raggiungerlo. Se vogliamo prosperare deve essere chiaro che l’interesse della politica clientelare è contrario al libero sviluppo del territorio, alla partecipazione civica, all’associazionismo, e che un’istituzione piegata a queste logiche è un esempio negativo che denota e configura la società che lo subisce. Tutte le fabbriche che riempiono le aree industriali, sono state utilissime, essenziali per generare economia e lavoro nel breve periodo, certo, solo che per qualcuno i compromessi, l’assenza di trasparenza e di possibilità, ha generato una spinta inversa. Se penso alle possibilità di riabitare per i giovani, eliminerei la dicotomia tra restare e tornare, mi soffermerei sulla loro necessità di essere liberi. Nessuno dovrebbe subire un uso improprio, parziale e dannoso delle comuni istituzioni, sacrificandovi la propria libertà».

Potremmo considerare che la SNAI – alle nostre latitudini – sia fallita in Alta Irpinia anche per questo, perché è successo di trovare un Sindaco molto più forte della stessa Strategia Nazionale per le Aree Interne, capace di tenere sotto scacco l’intero progetto e tutta l’area pilota: «Chi ha costruito il suo potere su una mentalità padronale difficilmente si dimostrerà aperto al rinnovamento, perché non lo puoi controllare il cambiamento, e quindi non sarà disposto a rinunciare al suo mondo per il nostro. Pensiamo ad esempio agli ospedali che chiudono o che non funzionano, che non riescono mai ad essere un’eccellenza, si preferisce questo, finendo per creare quel fenomeno del turismo sanitario che è umiliante per il cittadino meridionale. L’Istituzione è connotante, è un esempio, educa, ed è figlia di una mentalità. E quando è davvero capace di ricoprire il suo ruolo, riesce a togliere alle comunità, cosiddette marginali, anche qualche complesso di inferiorità, dimostra che ce la possiamo fare. Il nodo istituzionale si rivela fondamentale per l’Irpinia, per il Meridione che deve recuperare quella cittadinanza attiva soffocata dal potere politico. Ecco, si potrebbe partire da questo, dall’ammettere che fino ad ora si è generato sudditanza, che non è volano di prosperità e intraprendenza o cambiamento, ma di privilegio».

Sandro Abruzzese è uno di quei figli che se ne è andato: «Senza più tornare, o meglio per tornare ho dovuto inventarmi un mestiere. Questo mio scrivere non è altro che la voglia di restare e esserci, mi consente di stabilire delle relazioni pur mancando la presenza fisica, il pensiero ai miei luoghi è costante. Non posso rinnegare la partenza, troppe volte i giovani sono stati traditi da chi è venuto prima di loro. Nella mia esperienza l’emigrazione è stata una forma di redenzione, ha significato lasciarsi alle spalle tutto, rimettersi in discussione e non basta dirsi che lo hai fatto per un lavoro migliore e per dei servizi garantiti, perché resta un percorso doloroso, di perdita. Nessuno mi pare ricordi mai la divisione tra chi è complice e resta nel privilegio a casa, chi ha ricevuto vantaggi dall’iniquo stato di cose, e chi è dovuto o è voluto andar via, anche questa è un’ennesima frattura e rimozione collettiva. Invitare i giovani ad un ritorno, tenendo fuori questi nodi, sarebbe ingiusto e retorico».

Dopotutto è questa la nostra più grande contraddizione, un’infinita bellezza e nessuna capacità di costruire un progetto: «Viviamo dei luoghi fatti di semplicità, con vallate e colline aperte, maestose. Eppure ogni paese è ricostruito voltando le spalle a questa bellezza. Ma una volta che ci è stato tolto questo rapporto, cosa resta? Senza campagne, senza fiumi, senza boschi, e centri urbani vivi, e ragazzi, e figli. Senza lavoro, senza continuità generazionale, e per giunta con l’inquinamento, col cemento e l’incuria…Questa è la nostra compresenza dei tempi, di assenti e presenti, di nostalgia e scettico cinismo. Se non riconosciamo queste e altre contraddizioni profonde sarà difficile ri-abitare per davvero».

 

 

 

Avere un posto nel mondo

Articolo comparso in precedenza qui su Il lavoro culturale

Il seguente contributo è tratto dal volume di prossima pubblicazione “Aree interne, sperimentare per ri/abitare”, con sperimentazioni progettuali nei comuni molisani di Riccia, Jelsi e Gambatesa, a cura di Nicola Flora e Francesca Iarruso. La pubblicazione è divisa in tre parti: saggi, sperimentare col progetto, sperimentazioni e prospettive nell’Alto Fortore: Riccia, Jelsi, Gambatesa. Il contributo che segue, firmato da Sandro Abruzzese, fa parte della prima sezione del libro.

Foto di Sandro Abruzzese

Abitare e vedere

Abitare è una parola nobile, porta a quel misto di avere e tenere che rimanda al possesso, ma anche a qualcosa che ci sta a cuore e di cui abbiamo cura. Ci sono aspetti complessi e ambivalenti nell’abitare, riguardano la relazione tra spazi privati e pubblici, tra ambiente, società, individui: non si abita mai del tutto soli.

Abitare presuppone il vedere. Vedere per capire significa, secondo la lezione di Carlo Levi, avere senza possedererinunciare ad appropriarsilasciare intatto e alla portata di altri sguardi. Vedere un paesaggio, però, è qualcosa di diverso dal vedere una piazza o visitare una città. Quando guardo la natura vedo qualcosa che non presuppone per forza un soggetto. Una città, al contrario, è un artificio costruito spesso a partire dal soggetto, in cui la conquista della visibilità spinge il potere (religioso, politico, economico) ad appropriarsi dello spazio, trasformandolo in segno, effigie, simbolo, in grado di rappresentare, e gettare così le basi dell’immaginario collettivo. 

Vedere allora diventa necessario proprio per interrogare e decifrare, a questo punto si tratta di non farsi irretire e alienare, di riconoscere la realtà nei suoi tratti salienti. 

Vedere, ha scritto Merleau-Ponty, è apertura al mondo.

Paesaggio

La mia apertura al mondo è legata a un luogo, poco lontano dalla casa in cui sono cresciuto, che, aperto com’è sull’Italia interna, offre un paesaggio davvero unico. Non riuscivo ancora a definire, da ragazzo, alla vista di quel paesaggio, l’ammirato stupore e la curiosità che eliminano il disagio, né riuscivo a dare un nome al desiderio di riconoscere. Eppure dall’altura dei Limiti, a Frigento, abbracciavo la valle riuscendo a superare il mio consueto orizzonte. Bastava raggiungere le vette di Trevico o Frigento, per vedere le terre di Lucania, il Vulture, o i paesi più alti del Fortore e della Puglia dauna. Sull’altura dei Limiti, dopo i monti del Matese, il Taburno, rare volte, faceva capolino la vetta arrotondata della Maiella. Verso il tirreno invece, era uno scherzo inseguire con la mente il Sele, la discesa delle sue acque fino alle ruvide pendici dei dolomitici Alburni, o immaginare i detriti dell’Ofanto spingersi fin nell’Adriatico. Ma la sfida vera riguardava Greci, l’unico paese arbrëschë della Campania, oppure la sella in cui è riparato Savignano, con le sue casette bianche ben proporzionate, affacciate sul principio della strada per la valle del Bovino. 

A oriente, la sfida era scorgere Monteleone dai portali scolpiti, il paese più alto della Puglia, e ai suoi piedi Zungoli bianca e pendente, appesa a una parete ripida, sopra una forra. Spuntavano qua e là piccole zone industriali, intersecate dall’autostrada dei mari, dritta come la sutura di una cicatrice mai rimarginata. 

L’autostrada corre ancora lungo il margine agricolo, dove il giallo delle monocolture del grano pugliese, quasi sull’Ufita, incontra il verde della policoltura mediterranea o i castagneti, gli ulivi, i vitigni e i boschi delle montagne.

Foto di Sandro Abruzzese

In seguito, spesso mi sono chiesto cosa nascondesse questo inseguire luoghi di un mondo minore. Credo sia nel rapporto con lo spazio, la risposta. Il mondo di cui scrivo non è altro che un unico luogo in cui le persone e le cose, le parole e i gesti, si muovono come qualcosa che è già dentro di me e che ri-conosco

Guardare il mondo con gli occhi del paese, dai margini, farlo partendo da uno Stato fondato su un gravissimo e annoso squilibrio territoriale come l’Italia, in un momento storico in cui l’imporsi di un nuovo spazio, quello virtuale, in grado di abolire le distanze, ha messo in crisi le grandi conquiste del ‘900, è diventato un modo di stare al mondo e abitare

Vicinanza e lontananza

Non capisce, scrisse Mario Soldati in America primo amore, forse, non ama il proprio paese chi non l’ha abbandonato almeno una volta, e credendo fosse per sempre.

Penso spesso a questa frase di Soldati. Egli capì, nel viaggio americano, che abitare significa essere con i luoghi in rapporto di vicinanza e lontananza. Saperli vedere, secondo una linea che da Sestov e Simmel arriva fino ad Adorno e Bauman, è poi comprendere gli esiliati, gli emarginati, lo straniero, l’estraneità, la diversità, e farlo per essere successivamente in grado di costruire una patria nel rispetto del genere umano, in cui sicurezza e comunità non siano cortine di ferro né limiti invalicabili. 

È necessario per questo non solo conoscere il proprio territorio, l’ambiente, ma esserne al contempo distanti. Salvaguardare il peculiare non può darsi senza verità e giustizia, il rischio sotteso nel perdere di vista l’universale è il familismo, anticamera del baronaggio. È continuare a smarrirsi ripetendo la storia, il cui ritorno vuol dire assenza di reale progresso.

Un mondo servile e amorale si rifiuta di vedere, ha gli occhi chiusi. Per cui, essere vicino e lontano vuol dire svelare i rapporti di dominio, scorgere nei luoghi, al di là dell’utile e dell’economico, l’umano e il sacroOccorre per questo sentirsi parte del Tutto, di un tutto plasmato senza annichilire né schiacciare, poiché lo spazio è, per dirla con Kant, possibilità di essere insieme. Occorrono una cornice e dei confini, per definire i limiti dei luoghi, ma solo se si ricorderà che i confini sono sempre arbitrari e nulla valgono senza la vita affettiva e la consonanza psichica di chi li abita. Lo spazio psichico precede e forma quello geografico.

Nondimeno, adesso che lo spazio virtuale, sebbene non privo di ambivalenze, consente nuove strade, attraverso vicinanza lontananza le aree marginali possono affrancarsi dalla trappola del conservatorismo per sommare il senso di libertà al progresso, non dimenticando l’energia vitale senza cui il futuro ha i giorni contati: i figli, ha scritto Hans Jonas, sono l’unico esempio altruistico della natura.

Foto di Sandro Abruzzese

Prospettive

Per quanto mi riguarda, sono un figlio emigrato, che non è più tornato, e pure che non smette di tornare, non rinuncia a pensare all’Appennino e al Meridione come parte integrante e vitale di sé e di questo Paese. E se, come ha scritto ne L’abusivo Antonio Franchini, chi da un luogo se ne è andato non ha diritto di parlare se non del luogo che lasciò, il Sud in cui sono cresciuto sembrava, rispetto alla pienezza della metropoli napoletana che avrei scoperto all’università, espressione di una cultura minoritaria, una patria minore, cristallizzata, come di popoli superstiti o sconfitti, in cui tutto, a partire dalla lingua, attraverso l’isolamento e la distanza, si era conservato più vicino al passato. 

Ebbene, quando questa condizione viene percepita come involuzione o disvalore, e quei luoghi stessi, attraverso un’approssimativa rappresentazione mediatica, vengono banalizzati e deformati, non può che emergerne un rapporto asimmetrico col resto del Paese. Come colonie di abitanti, direbbe Gianni Celati, delle riserve.

Nel rapporto con la costa campana, per esempio, con questa conurbazione che vede il casertano unirsi attraverso una miriade di cittadine al salernitano, formando un’unica, gigantesca periferia di pochi centri privilegiati, lAppennino è più debole, disarmato e attenuato, privato di reciprocità prospettica.

Un po’ come dei nuovi albigesi, come dei berberi, da ragazzi abitavamo luoghi ancora privi di velocità e quantità, privi di frenesia; dalle impercettibili diseguaglianze sociali. Chiunque, in paese, era equidistante dal centro come nella più perfetta polis greca. E il paese intero risultava percorribile, esplorabile, in parte manipolabile, in un rapporto di esperienza in cui lo spazio circostante, la possibilità insita nello spazio, era la cifra fondante della nostra formazione. Vi erano meno povertà e indigenza, nessun contrasto sociale, meno stimoli e competizione, poche possibilità, annacquati strumenti di potere e nessuna parvenza di organizzazione criminale. Forse è questo a far sì che Meneghello si chieda, in Libera nos a Malo, Perché questo paese mi pare certe volte più vero di ogni altra parte del mondo che conosco?

In comune con le città avevamo però il disprezzo atavico per la campagna e i contadini. Quel mondo laborioso e autonomo, non veniva migliorato, bensì continuamente esecrato. E forse se ancora oggi le campagne non sono ambite, in qualche misura ciò è dovuto anche al disprezzo oppressivo e all’assenza di lealtà, all’incapacità di vedere le possibilità insite in un diverso universo morale, permeato com’era dalla vocazione al lavoro e da un alto grado di autodeterminazione.

Memoria

L’Irpinia, va detto, ha fatto parte di quella civiltà contadina in grado di esprimere una straordinaria omogeneità di valori in tutta Europa, prima di essere, in preda all’emigrazione, ai terremoti, al boom economico del Nord, definitivamente soppiantata. L’episodio che sancisce simbolicamente il tracollo porta la data del 23 novembre 1980. Quei devastanti novanta secondi, con i suoi tremila morti insabbiati, lasciati a morire sotto le macerie di un Paese privo di Protezione civile, mentre il presidente della Repubblica Pertini inveiva contro l’assenza e poi la lentezza dei soccorsi, avrebbe segnato, per molti, un punto di non ritorno. Non solo le forze materiali, ma anche quelle psicologiche furono inquinate irrimediabilmente dalla conseguente pioggia di denaro pubblico sul territorio. La maggior parte delle risorse, è noto, venne distratta dalle rapaci classi dirigenti attraverso il settore edilizio e infrastrutturale a favore di corruzione e criminalità. 

Sicché nel dopo-sisma, insieme al mio corpo bambino, un po’ dappertutto crescevano enormi caseggiati o villette geometrili bianche, con archi, veneziane, torrette merlate, cuspidi. I vecchi casolari furono abbandonati e affiancati da moderni edifici cittadini, i paesi distrutti vennero ricostruiti senza alcuna cura per la memoria e le antiche relazioni degli abitanti con i luoghi.

La descrizione potrebbe indurre a pensare solo ai paesi appenninici fatti di desolazione e spopolamento. E invece la politica urbanistica post-sisma generava anche paesi che attualmente hanno raddoppiato la propria popolazione: Grottaminarda, Lioni, Ariano Irpino, Atripalda, Solofra. Ai paesi desolati e inattuali ora fanno eco i paesi-città, sformati, bulimici, ingrossati fino a incarnare il simulacro delle città osservate alla televisione. 

È la nostra attuale compresenza dei tempi.

Il cemento e il ferro, oltre alle case, finirono per armare un invincibile sistema di potere politico-clientelare. Questo potere impose la sua facile utopia. Ma le utopie hanno sempre un prezzo alto, e di rado la lungimiranza necessaria. In questo caso si barattò la necessità col diritto, la cittadinanza con la sudditanza. Il rimedio preparava mali peggiori e tante volte, guardando al passato, mi illudo che senza di lui sarebbe stato diverso. Preferisco puerilmente dare la colpa al terremoto e dire che saremmo stati migliori, che fu il terremoto a depositare come una polvere sottile dappertutto e in ognuno: tra le case, su per ogni singola narice. E così il mondo successivo alla scossa inoculò il germe da cui è scaturita una sorta di allergia collettiva per ogni sorta di responsabilità e per qualsiasi bene comune. 

Rispetto all’Irpinia contadina e artigiana, che sapeva produrre e costruire, questo continuo dissipare ha avuto il sapore di una mutazione genetica. 

D’altra parte la stessa Italia odierna, dall’Aquila a Amatrice e Genova, sembra aver rinunciato definitivamente al suo corpo. Pare aver dimenticato che un Paese democratico si fonda su un corpo simmetrico, fatto di una miriade di centri e quasi nessun margine. Un Paese, per essere giusto, deve essere dappertutto.

Diritti

Certo, non solo l’Italia ma il mondo intero sembra avere la testa da qualche altra parte rispetto al suo corpo. Eppure abitare fa pensare inevitabilmente alla parola patria, a questo spazio di condivisione, comune e politico, in cui albergano il dono e il dovere. Hannah Arendt ha ricordato che la più grande privazione dei diritti umani è avvenuta ai danni di una popolazioni privata di un posto nel mondo: gli ebrei. 

A distanza di centocinquanta anni dall’Unità, forse per rispondere alle emergenze globali e alle esigenze dei popoli, occorrerebbe ricordare che anche le popolazioni appenniniche, insulari, alpine hanno vissuto, – schiacciate da due guerre mondiali decise sulla base di veri e propri Colpi di stato -, una perpetua e inaccettabile diaspora. I contadini derubati, spremuti, di Sardegna e Calabria, per esempio. I contadini ubriacati prima di assaltare altri contadini in trincee nemiche. Oppure accusati di vigliaccheria e diserzione per occultare le responsabilità degli Alti comandi. La gente di Lussu e Gramsci, di Levi, Scotellaro, di Cavani, Alvaro, di Jovine, Silone, scompare dalle antologie e dalla memoria collettiva. 

La mia patria, scrisse Scotellaro, è dove l’erba trema / un alito può trapiantare / il mio seme lontano.

Foto di Sandro Abruzzese

La provincia

Rispetto a quanto detto, una risposta potremmo costruirla proprio nell’altrove di cui abbiamo parlato finora. In anni recenti è toccato ad Alexander Langer ricordare che se l’inurbamento pone il problema ecologico, della diseguaglianza, dei costi della vita, della mobilità, dell’alienazione e della violenza, è la provincia il luogo dove la vita è sostenibile e al riparo dal potere; dove si può opporre alla competizione urbana, la cooperazione e la solidarietà. 

In provincia, certo in una provincia votata al dubbio, al sospetto, aiutata e migliorata nell’opposizione agli aspetti più deleteri della metropoli, – vien fatto di pensare con Bataille, – si potrebbe essere individui e comunità sovranamente

I luoghi rurali a questo proposito conservano tracce di quell’antica forma di pietas che viene dalla capacità di ridurre tutto all’Uno, fatta di necessità e semplicità, di consapevolezza, a volte tragica, del destino comune. Ecco che la vicinanza al mondo rurale può aiutare a guardare i nuovi ultimi moderni con la consapevolezza innata della comune miseria umana, poiché c’è nell’infinitamente piccolo dei luoghi marginali qualcosa che rimanda davvero all’universo e al cosmo: vedere le comunità, la lingua, i gesti svanire, assistere alla perdita di senso e significato dei valori di un mondo precedente, anche questo è il potenziale istruttivo delle aree marginali.

D’altra parte, se la subalternità ricaccia gli stessi luoghi in sacche di tribalismo, in cui lo smarrimento, la rabbia, la delusione, sfociano nell’intolleranza, divenendo strumentali alla xenofobia e ai neo-fascismi; è la tradizione stessa ad avere un ruolo principale. Posto che sia all’altezza di essere conservata e rinnovata nei suoi valori positivi e duraturi, la tradizione può, secondo De Martino, aiutare la comunità a farsi cosciente, razionalizzata, organizzata e plasmata, fino a diventare una vera società. Beninteso, la cittadinanza e la capacità di operare necessitano di luoghi che si hanno a cuore, di continuità generazionale e relazioni umane. 

Mi rendo conto che quanto detto ricorda un nuovo protestantesimo, magari capace di riscoprire la serietà e la mitezza, la responsabilità e la maturità. Ma forse è proprio nella dimensione ideale, tante volte sacrificata a criteri pragmatici ed economici, in un rapporto di tipo eretico, passionale e razionale, che diventa possibile offrire ai luoghi più indifesi alternative alla competizione e al mercato. E diventa possibile una riflessione sulla dignità di qualsiasi lavoro, di quello agricolo e materiale, rispettabili in quanto matrice da cui tutto comincia, nobili non già per la gloria o la potenza generata, ma perché nelle giuste condizioni non sfruttano nessun altro. 

Credo che la semplice quanto chimerica assenza di sfruttamento sia già riportare la propria parte di mondo nella sfera morale, per sottrarsi al male di questo globo sempre più grande e terribile. 

Si tratta ancora una volta di opporre, ha scritto una volta Fortini, la parola alla chiacchiera. E all’edonismo, sempre infantile, preferire una battaglia culturale che investa la concezione futura del tempo del lavoro e dello spazio concreto, nonché di quello dell’immaginario e dell’immaginazione. Ripartire magari dalla cura dell’intimità, della sfera privata, perché è da un mondo interiore decolonizzato, dalla solitudine che non è isolamento, ma riflessione per l’altro e con gli altri, che può nascere, anche e soprattutto in luoghi cosiddetti marginali, un nuovo senso del mondo.

La provincia, dunque, potrebbe essere il luogo dove un sapere liberato dal narcisismo, si dedichi alla salvaguardia e tutela dell’esistente, magari attraverso la modestia di piccoli passi certi, liberi e partecipati. 

L’ITALIA MOLTEPLICE DI “CASAPERCASA”

*Questo articolo di Giorgio Galetto è stato pubblicato qui su Poetarumsilva

Chiunque sia in cerca di un punto di vista originale, moderno, non retorico e documentato sulla questione meridionale dovrebbe incontrare, tra le pubblicazioni degli ultimi anni, Mezzogiorno Padano di Sandro Abruzzese, pubblicato per i tipi di Manifestolibri nel 2015, con una bella introduzione di Vito Teti.
La formula questione meridionale è assolutamente riduttiva, a ben guardare. O meglio, in sé non lo sarebbe affatto, ma nel caso di Abruzzese diventa limitante, perché per lui si può parlare più in generale di sradicamento, di identità in bilico, di desiderio di prendere il volo avendo però radici solide e profonde nel terreno, per parafrasare una sua efficace espressione.
I punti di vista dei personaggi di Mezzogiorno Padano, chiamati a raccontarci in prima persona la loro storia di emigrati, concorrono a descrivere un quadro complesso della realtà di questi apolidi, una polifonia di voci da cui traiamo sensazioni alterne, rabbia e speranza, frustrazione e desiderio di cambiamento, senza mai perdere di vista la ricerca delle responsabilità, e senza però mai cadere nell’errore di individuare un (solo) responsabile, di banalizzare una questione, appunto, difficile da comprendere senza provare a leggerne genesi e molteplicità di sfaccettature: e cita Salvemini che lamenta da una parte «la malattia dello Stato accentratore, divoratore, distruttore; […] la oppressione economica, in cui l’Italia meridionale è tenuta dall’Italia settentrionale» ma che aggiunge poi dall’altra che tutto il lavoro di analisi e ricerca di soluzioni da parte degli intellettuali «non caverà un ragno dal buco, finché nel Mezzogiorno stesso non si determinerà un movimento energico, costante, organico, che abbia lo scopo di attuare tutte queste riforme». Difficile, come difficili sono le vite degli attori che si muovono nelle storie raccontate da Abruzzese.
Lo scrittore, attivissimo su questi e altri argomenti anche sul suo blog «Raccontiviandanti», ritorna alla narrativa con Casapercasa, uscito nel 2018 per Rubbettino. Stavolta il punto di vista è circoscritto ad un solo protagonista e il punto di partenza, anzi lo spazio di partenza, è una sola città, Ferrara, che è quella dove l’autore campano risiede da anni. In realtà siamo di fronte ad una soltanto apparente riduzione dello spettro d’indagine, perché molte di più sono le storie e i personaggi raccontati, come i luoghi coinvolti nella narrazione. La suggestione che tiene insieme tutto nasce dalle stesse esigenze di Mezzogiorno Padano, ma qui chi parla è già (fisicamente) radicato da tempo in una terra che non è la sua, e finisce con l’essere il megafono di un disagio condiviso.

«C’è solo equilibrio nella tua città, voglio dire, è tutto omogeneo, anzi è tutto…così significativo […] tutto isonomico, e evocativo. Sì, nel tuo libro la città è sogno».

Il narratore-protagonista di Casapercasa così si esprime quando, in grande difficoltà e imbarazzo, deve pronunciarsi sul libro dell’amico Filippo, dal significativo titolo di Città perfetta.  E basterebbero queste parole a dare, per converso, senso e valore alla condizione del narratore, che sperimenta e quasi si fa ipostasi dell’idea di fallimento: infelicemente divorziato, lontano dagli affetti più cari, in anno sabbatico da scuola e in cura presso la Ausl. E anche colpito da un inspiegabile ronzio all’orecchio e da un deficit di coraggio che si manifesta con un peso quasi costante sul petto. Più che isonomia, anarchia; più che sogno, incubo.
Di lui sappiamo e non sappiamo: con i suoi occhi e le sue orecchie (col sibilo) sembra più un registratore di eventi e luoghi, un flâneur antinarcisista di cui scopriamo poco a poco quanto è parco nel racconto delle proprie, attualmente dolorose vicende personali; eppure gira con un taccuino su cui la psicologa lacaniana della ausl gli ha svevianamente consigliato di fissare idee e impressioni: così la simmetria e la magia della città perfetta dell’amico Filippo è rovesciata, già a partire dalle intenzioni con cui nasce il suo utilizzo, nel taccuino che lui porta con sé, e il cui vantaggio sta proprio nel fatto che grazie alla genericità e all’improvvisazione da cui nascono le annotazioni che vi sono riportate, il narratore può sfuggire a quella progettualità estenuata e imposta dalla serialità del quotidiano, per gettarsi in un’esplorazione disordinata della città e della pianura che la circonda.
Casapercasa diventa ben presto il viaggio dentro e fuori le mura di Ferrara, alla ricerca (mai precisata, né programmata, sempre improvvisata) di un senso che vada oltre l’immagine edulcorata della città illuminata dall’incanto della sua storia e dei suoi luoghi comuni letterari, culturali, architettonici, urbanistici.
Così le guide del narratore che annota attento ma senza prefissate didascalie tutto quello che il suo occhio registra, sono prima una cagna anarchica («se fosse stata mia l’avrei chiamata Bakunin») che ha come bussola il solo suo fiuto per situazioni grottesche e paradossali, e poi soprattutto (in un passaggio di testimone dantesco tra guide che sembrano però percorrere a lungo sempre e soltanto gironi infernali, senza poter intravedere la via d’uscita dal degrado) il carpentiere ucraino Giorgio Aggiustatutto, che lo porta con sé nei suoi viaggi di lavoro presto mutatisi in percorsi di conoscenza della realtà, soprattutto quella extra moenia. Poco alla volta, e per un lungo tratto, Aggiustatutto diventa protagonista assoluto, libera il protagonista e con lui il lettore da ogni filtro culturale e da ogni sovrastruttura, e diventa un po’ guru (sì, ma non come quelli spocchiosi che te la spiegano sempre, forti solo delle loro esperienze libresche e intontiti dai loro stessi vaneggiamenti esistenziali al punto da perdere contatto con la realtà), un po’ fratello maggiore del professore depresso, come quando raccontando la propria triste vicenda allarga lo sguardo, offre una prospettiva più universale sulla sua realtà del migrante: «guarda falimenti, Alecsandro, guarda quanti falimenti che tutti sanno, questo è paese pieno di falimenti…come Ucraina solo riccomolto, poi mafia, tantamafia, sono ani che segue questerobe e udienze per recupero tuttisoldi, mai niente spera più ormai, dodici mesistipendio, perde»; o come quando deve essere lui a spiegare all’attonito, ingenuo professore come funziona il “nero”, il pagamento furibusta: «firmi busta paga mille euro e diamo altri soldi furibusta […] Comenonsai questo Alecsandro, sanno tutti? È dapertutto, dovevivi?». Ed è con Aggiustatutto che vanno alla scoperta dei paesi del cratere del terremoto emiliano, dove lui ha lavorato per anni come edile, e in virtù di un po’ di tempo libero e di quello «spirito volitivo e tenace […] teso audacemente al domani» che lo caratterizza, Giorgio guida Alecsandro (così lo chiama lui) alla scoperta di Cento, Moglia, Camposanto, San Felice, Concordia, tra i prefabbricati che ospitano le scuole a Finale Emilia o a Mirandola. In questo viaggio l’uomo dalla testa quadrata e gli occhi da lupo siberiano alterna spiegazioni sull’onomastica e la funzione di piante e alberi che di volta in volta incontrano a racconti di vita personale, che si intrecciano con vicende poco edificanti degli usi e costumi nazionali (come la storia della compagna Blerina, suo malgrado coinvolta nella corruzione di un sindacato locale), per finire con considerazioni più generali di ordine filosofico: «comunismo lavoro mangiare no libertà. Dopo è venuta libertà e noi ucraini usata per cercafortuna, lavorofigo, lontano, casapercasa».
In una dialettica spesso assai difficoltosa tra città dentro le mura (e Bassani è più volte citato, dalla pisciata della cagna dispettosa nel cortile della sua casa di via Cisterna del follo, alle peregrinazioni che incrociano più o meno involontariamente i luoghi simbolo dell’opera, per terminare nel cimitero ebraico, dove riposano le sue spoglie e quelle dei Finzi Magrini) e pianura, l’occhio rassegnato al fallimento della voce narrante cattura immagini, raccoglie suggestioni che rimandano sensazioni tra loro contrastanti, distoniche, sempre in bilico in un dialogo, appunto, irrisolto tra la scoperta della bellezza (che c’è, non si può negare) e un degrado che sembra invece volerla negare.
«La periferia sa di riproducibilità», ci viene detto in uno dei capitoli più riusciti e intensi del libro, quando il protagonista, stavolta in perfetta e desiderata solitudine, si lancia in un viaggio in macchina che uscendo dalla cinta muraria lo condurrà alle porte di Verona e dell’area dello sviluppo, nei pressi di un grande centro commerciale, dove parcheggerà e dopo aver sentito alla radio la notizia della morte di Ingrao, si abbandonerà ad un pianto liberatorio. Ci arriva dopo aver attraversato prima l’area industriale appena fuori Ferrara, per tuffarsi poi nel mare aperto di quella pianura che tanto sa dell’ America delle belt, e poi di quella delle pompe di benzina abbandonate, solitaria e affascinante, come a dire che le suggestioni provenienti dall’immaginario letterario e soprattutto cinematografico americano possono benissimo essere ritrovate riprodotte qui, in un sussulto di anti-provincialismo cui veniamo richiamati, per sfuggire di nuovo al luogo comune.
Tutto il romanzo sembra paradossalmente, nascendo dal taccuino di un uomo che ci appare rassegnato e in bilico sul suo fallimento, richiamarci all’attenzione perduta per la realtà, al non abbandono ai luoghi comuni frusti per cui la città perfetta per antonomasia debba per forza restare quella e solo quella. La tentazione di lasciarsi andare a questo atteggiamento non è facile da allontanare, e lo scrittore ci fa capire di subire il fascino che emana dalla storia di bellezza e cultura della città attraverso ampie citazioni dal libro dell’amico Filippo, in cui tutto è isonomico, in cui tutto è progettato e stabilito e in cui in filigrana si legge un concetto di bellezza ideale. La luce, rispetto al taccuino che ci guida ad esempio nell’andito buio e fetido di uno stabile abbandonato, ce la fa vedere la Città perfetta di Filippo (nipote di una gloria locale nel mondo della cultura e della politica, impietosa immagine dell’arrivismo senza scrupoli e nella quale non facciamo fatica a riconoscere un personaggio realmente esistente e ben noto). E invece proprio quello stupore alternativo, quella fuga dalla serialità cieca va cercando Alecsandro nelle sue gite mai programmate, sempre all’insegna dell’improvvisazione e della scoperta; oltre le mappe, perché queste sono sempre un inganno, «confondono gli spazi con i luoghi». Filippo è il necessario alter ego di Alecsandro, non solo perché banalmente è il modello dell’intellettuale accademico integrato e “arrivato”, con quel tanto di atteggiamento indulgente di fronte a qualche compromesso fatto ad hoc (magari non suo, ma del celeberrimo e celebrato cugino Magni) in nome della cultura e della bellezza; ma proprio perché, ci dice invece il protagonista, «io non riesco a rinunciare a nessuna delle due, realtà e bellezza», e quella realtà è fatta inevitabilmente di imperfezione, di errori e di storture.
Dentro ma anche fuori dal «pentagono venuto male» che è la città riposano realtà particolari, eventi e solitudini che sfuggono alla riproducibilità cui ancora è costretta quella periferia che si appoggia sconsolata, impersonale, alle mura della città, cui è «attigua e staccata» allo stesso tempo, rassegnata ad essere un attraversamento verso la pianura circostante.
E ce ne sono tante di realtà fuori luogo che Alecsandro scopre e di volta in volta annota sul suo taccuino, che gli piace tanto proprio perché nasce concettualmente in modo tanto diverso dalla bellezza (pre)ordinata di Città perfetta. Le trascrive (e le leggiamo) con atteggiamento curioso ma a volte distante, come se non ne conoscesse nulla: perché forse è solo questo il modo per raccontare certe storie senza essere travolti dai fumi dell’indignazione, che si farebbe altrimenti rabbia o disperazione. Cominciando da quell’angelo con ali disegnate che in volo libero (per dirla coi Marlene Kuntz, citati insieme a tanta altra musica nel libro) attraversa e plana, senza mai atterrare definitivamente e ottenere giustizia piena, su tutto il romanzo, comparendo ogni tanto come un leitmotiv sottotraccia, senza essere mai nominato, insieme ai suoi genitori che chiedono giustizia, e nel quale riconosciamo la vicenda di Federico Aldrovrandi. Come per tutto il resto ci limitiamo ad osservare insieme a chi ci racconta, lo sdegno è talmente palese conoscendo i fatti che è inutile appesantire la lettura con un dato consolidato: la realtà, cui non si può rinunciare, parla da sola.
Ed è tutto il libro che conserva questo atteggiamento verso i fatti e le persone, e non perché non vi sia partecipazione, al contrario: il protagonista si descrive mentre preda della rabbia di fronte allo sproloquio intellettualistico di Filippo lo schiaffeggia con un ceffone simile al top spin di un tennista. Salvo pentirsi subito dopo, come sempre quando “esagera”, perché non ha voglia di farsi a sua volta guru, di andarci giù duro. E risuonano ancora le parole di Aggiustatutto, che commenta così, come annota sul taccuino Alecsandro, l’episodio: «Allora Alecsandro iu pensu che voi amicistudia studia ma per capiscecosa semplice basta che tu guarda, no? Gira e tuguarda chi sta intorno, certevolte basta che osservaaltri che circonda te, no? […] Poi tua dimocratia dici tutti uguale, ma chi ha soldi compracorpo di chi no ha soldi…no? E no è uguale, no? Galera per nigiriani, per maghreb, slavo, terrone, picchiafrocio, sempre stesso…no? Non serve semprestudia, Alecsandro, per capisce questo, no? […] tu ragazzo intilligente, Filippo pure intilligente, ma voi studiatroppo […] Meno univèrsita e parla con personanormale, che lavoradifatica, no?»
La spia linguistica di un’attitudine ben consolidata la troviamo in una formula che accompagna, variando appena ogni volta, la chiusa di tanti paragrafi o episodi raccontati: le espressioni «non c’è che dire», o «direi che su questo non c’è nulla da aggiungere», e ancora «e su questo anche non c’è altro da dire» sono in clausola a tanti degli aneddoti raccolti nel taccuino di Alecsandro. Sembra che il narratore, quasi succube di questa specie di tic linguistico, non ci/si voglia illudere che la realtà necessiti di chissà quale analisi o interpretazione. Così i fatti riportati non hanno a corollario se non questo scarno commento, che rende conto anche della semplicità della lingua e della sintassi scelte per servirli. Semplicità che non è mai superficialità, neanche formale, mentre è evidentemente l’opzione scelta, il faro stilistico che illumina tutto il romanzo e non un ostentato understatement: sulle vicende della famiglia Amorini, con cui si apre il libro, sul fallimento della banca che spinge Michela a tentare il suicidio e scioglie la lingua da varano del marito Athos, finora sigillata e improvvisamente mossa da furori reazionari o qualunquistici; sulle figura di Barbara, esempio di un atteggiamento sanamente ingenuo rispetto alla cultura, agli antipodi dall’ipercorretto, accademico approccio di Filippo; sulle vite difficili di Tenora e degli inquilini dei grattacieli della zona Gad; su tutti questi e molti altri, perché la narrazione, frammentata in tantissimi episodi in buona parte tenuti insieme dal controcanto antiretorico di Aggiustatutto, ci offre una quantità considerevole di varietà umane, Alecsandro non sembra volerci dire niente di più di quello che vede e trascrive. Il suo tic linguistico, quel «non c’è che dire», (che ricorda, per funzione e tono adeguato al registro di tutta la narrazione, l’and all dell’Holden salingeriano, reso in Italiano, nella vecchia traduzione di Adriana Monti, di volta in volta con le espressioni vattelapescae tutto quantoe via discorrendoeccetera) indica distanza partecipe, giudizio/non giudizio, empatia distaccata. Una volontà di narrare fotografica (e infatti il libro è corredato da un’appendice che racconta con delle foto i luoghi descritti, della città e della pianura) che anzi sottolinea che quanto ci racconta è già in sé pure troppo, che la realtà, cui non si può rinunciare, appunto, dice abbastanza di sé, mostrandosi. E chi la vuole raccontare fa già il suo dovere così, senza inventarsi nulla, senza arricchirla di nulla; e se in caso si dovesse incontrarne la bellezza, ce ne si accorgerebbe comunque.
Così «l’unica storia che forse vale la pena di trascrivere su questo taccuino» ci dice il narratore, dunque un’eccezione al suddetto understatement, è quella di Madame Pissi, la drag queen incontrata a Moglia nel bel mezzo di un colorato corteo arcobaleno, che metterebbe a repentaglio «il vincolo di sobrietà e decoro municipale», difeso da quegli uomini vestiti di verde e con bandiere biancoverdi con al centro una foglia (apparentemente) di marjuana. Insieme a loro, uomini rasati e vestiti di nero, con bandiere con al centro una fiamma: insieme vogliono impedire a Madame Pissi, imprenditrice che dopo il terremoto col suo locale notturno ha finanziato un parco giochi, di sfilare in paese.
La narrazione è policentrica, rapsodicamente alcuni temi e personaggi ritornano come le loro ossessioni, in alcuni casi. Sappiamo che c’è una cronologia solo perché il narratore, quelle poche volte che ci parla di sé, ci fa capire che il suo anno sabbatico sta per volgere al termine.
Il voluto distacco, portato di una lingua piana e intelligibile, non inganni: non sono solo le pagine citate da Città perfetta a mostrare, nell’espediente letterario dell’attribuzione a terzi di un proprio testo, che chi scrive è capace di spingersi con mano sicura nei territori di un lirismo che nel caso dell’alter autor Filippo è naturale compendio alla bellezza paesaggistica che descrive, una ricaduta conseguente e inevitabile dei contenuti sul significante: anche dal taccuino dell’improvvisato e nevrotico cronista del quotidiano si leggono pagine che descrivono a volte la poesia del degrado e dei suoi effetti emotivi, ben evidenti in pagine come quelle in cui con Aggiustatutto il narratore si spinge dentro l’abbandono e il degrado di uno stabile frutto delle «ambizioni edilizie della provincia», dal quale i due escono feriti nell’animo al punto di doversi ritrovare in un abbraccio; o il passo in cui Alecsandro non può che soffermarsi a guardare e raccontare stupito e con discrezione la gioia del suo compare-guida ucraino, che quasi balla in mezzo ai campi della pianura emiliana, che gli ricordano la sua terra: qui non è lo scrittore Filippo a lasciarsi andare ad un’aggettivazione più libera e all’uso di metafore suggestive, è la realtà stessa che sembra connotare necessariamente nel senso della bellezza e della meraviglia la lingua che la descrive su quel taccuino.
L’apolide nell’animo per un lungo tratto del suo viaggio conversa con l’uomo che spesso gli apre gli occhi sulla realtà quotidiana, e di conseguenza su quella socio-economica che entrambi, con prospettive diverse, vivono; fino a quando Aggiustatutto lo molla, e lui prosegue da solo, nonostante le sue difficoltà personali e nonostante la materna accoglienza della psicanalista della ausl, così piena di problemi. Fino al momento del ritorno a scuola e di un, forse, ritrovato stato di serenità. Ci restano però soprattutto queste parole che accompagnano quel momento di scoramento, al centro della narrazione, quando da solo, dopo la morte di Ingrao e il viaggio solitario che lo vede attraversare la pianura padana fino a Verona, Alecsandro si scioglie in pianto:

«Piango per me e un po’ anche per questo Paese bambino, per la sua grazia incosciente e la furba accondiscendenza su cui è costruito. E per la pianura, la periferia, l’intera città. A voler essere sinceri, non lo so nemmeno io perché piango, forse la verità è che non so stare solo, ecco. E che sono un po’ melodrammatico a volte. E anche bislacco. Su questo non deve esserci dubbio né tanto altro da dire».

© Giorgio Galetto

Il senso dei luoghi nell’Italia di Bassani

*Articolo uscito in precedenza qui su Le parole e le cose

di Sandro Abruzzese

Giorgio Bassani è uno dei maggiori scrittori del Secondo novecento italiano. La sua voce inconfondibile, lo stile classico dei suoi romanzi e le grandi tematiche affrontate, hanno trovato larga fortuna all’estero oltre a celebri trasposizioni cinematografiche. Alla lunga carriera va poi aggiunto, non ultimo, l’impegno civile con Italia nostra per la difesa del patrimonio culturale del paese, associazione che egli contribuì a fondare e che accompagnò fino all’ultima parte della sua vita.

Locale e localistico

Nel rileggere Bassani, oggi, credo sull’autore sovente prevalga un giudizio astratto, ovvero la tentazione, nel benevolo proposito di universalizzarne gli approdi attraverso percorsi magari suggestivi, o insistendo sull’accostamento a modelli pregressi (James, Proust), di sminuirne lo sfondo, non restituendo fino in fondo l’originalità dell’autore. È una sensazione che ritrovo nella restituzione critica di molte rappresentazioni della provincia, troppo spesso penalizzate da una vena di estraneità, forse ritenuta sempre uguale a se stessa, priva di connotazioni di rilievo nazionale. In altre parole il canone letterario, ora ancor più che in passato, tranne che in rare occasioni, appare spinto a conformare alcune realtà marginali, fino a considerarle tutto sommato intercambiabili. Forse con la provincia si teme il provinciale perché lo si confonde col localistico, oppure perché inconsciamente si è pervasi da modelli e schemi urbano-centrici e post-industriali, quindi ben disposti al limite verso le periferie, le Tor Bella Monaca, i Quarto Oggiaro, gli Zen e le Scampia, ma ignari del resto della composizione del paese. D’altra parte ho l’impressione che l’urbanocentrismo italiano abbia prodotto una contro risposta nei sempre più numerosi specialisti della provincia, della montagna, degli Appennini o delle isole: due facce di un unico problema: la cultura nazionale.

Il senso dei luoghi

Riguardo alla provincia, Bassani è profondamente convinto che l’Italia si possa raccontare, vista la sua storica frammentarietà, solo rispettandone e indagandone le peculiarità, individuando cioè nel rigoroso particolare il germe del molteplice e variegato universo nazionale. Non è l’ambiente di riferimento il discrimine, dunque, bensì la cultura, lo sguardo, a dover essere nazionale.

Egli in tal senso si definirà urbanista, oltre che poeta (interviste p 25), e nei suoi appunti sparsi, in cui tratteggia in poche righe l’anima di Buenos Aires, di Matera, di Napoli, dimostrerà una propensione simile a quella di Alvaro, Carlo Levi, Pasolini, fino a occuparsi a più riprese della Questione meridionale di cui per esempio dirà: “Sono attratto dal Sud, è vero (…) È ancora l’Italia di trenta, quaranta anni fa. La sua gente è delicata, sensibile. Ci sono grandi problemi umani, vivi (…)”.

Per tutto il corso della sua carriera, sul suo rapporto con la provincia, il ferrarese è costretto a puntualizzare e difendersi, come quando a Giulio Nascimbeni, nel ’64, risponde: “(…) anche le viscere sono un mondo (…) anche l’infinitamente piccolo ha tutte le caratteristiche del mondo più vasto che lo contiene”. Oppure quando a Piero Bianucci, nel ’69, dice: “(…) mi considero uno scrittore nazionale, non di provincia. E nazionale è il respiro dei miei libri. Certo, sono ambientati in una provincia ben precisa, ma questo succede anche per il Manzoni”.

Non si tratta qui di scrivere per i ferraresi, ma di comprendere il contesto locale, poiché senza questa profonda comprensione non è possibile produrre uno sguardo nazionale.

Nel caso specifico di Bassani, poi, ritengo che indagare lo sfondo non induca a un giudizio eccessivamente sociologico o storicistico dell’opera. È chiaro che la sua opera è intrisa dell’eco di altri scrittori e di un approccio visionario che va oltre le aspettative stesse dell’autore, e che forma e contenuto vi si compenetrano in una sorta di risultato classico e contemporaneo, fatto di una totalità organica, frutto di nevrotica, inesausta revisione testuale. Ed è chiaro, come abbiamo detto, che il risultato finale è molto più della storia dello scrittore o di Ferrara. Tuttavia l’opera di Bassani non è pienamente comprensibile se la separiamo dalle vicende sullo sfondo.

Ce lo conferma, per esempio, l’uso insistito della toponomastica che a tratti potrà sembrare davvero eccessivo. Ferrara però grazie a essa vi assurge a simbolo concreto, nevralgico, dove transita e si rinnova la vita. La sua forma pentagona, le mura, le piazze, i vicoli, le divisioni e il dialogo tra le varie città nella città, muovono le vite all’incontro e allo scontro, sono il teatro, il fondale attivo, pieno di risonanze, in cui l’umanità si aggira, come guidata dall’anima stessa del luogo.

Di essa infatti dichiarerà lo scrittore: “Ferrara è stupenda anche perché è divisa in due parti. C’è la parte più antica, quella nata per caso lungo il Po come città di pescatori, di trafficanti, di mercanti, ecc. tutta viscerale, contorta, interna, tutta legata alla vita e a ciò che la vita significa. E c’è l’altra parte, quella dedicata alla bellezza e alla morte, nata dopo che il Po, a metà del XV secolo, ha abbandonato per sempre la città”.

Ferrara, aggiungo, è geograficamente un avamposto, ultima città chiusa verso il Delta, tra Valli e canali di acquitrini. La sua fragilità idrogeologica, le bonifiche, come racconta Crainz in Padania, vedono storicamente la presenza nel contado di un bracciantato copioso, da cui il sindacalismo rivoluzionario, il primo socialismo e la conseguente risposta dello squadrismo agrario. Bassani stesso negli Ultimi anni di Clelia Trotti e altrove ricorderà quel mondo dove nascono le prime forme sindacali, quello di Molinella, di Sant’Alberto, di Massarenti e Costa.

Dal punto di vista urbanistico ed estetico, inoltre, siamo di fronte a una città dello sguardo, Merleau-Ponty direbbe che al suo interno è la città a scrutarti, e a provocare così il nostro sguardo, e questo rapporto apre a una condizione di estraneità aggiuntiva. Le sue prospettive rinascimentali spingono a desiderare rimandando continuamente a qualcos’altro, sicché il reale, al suo interno si attutisce fino a diventare secondario. È del geografo Turri, ma si presta bene alla condizione descritta, il concetto di paesaggio-teatro. Le geometrie medievali e rinascimentali, opponendo la città entro le mura alla vasta pianura circostante, segnano il rapporto tra finito e infinito, guidando lo sguardo di chi la percorre attraverso le sue numerose prospettive. Sono luoghi che hanno influenzato De Chirico, De Pisis, Antonioni, Vancini, Visconti, Celati, solo per fare dei nomi.

Beninteso, basta attingere a qualche sequenza per cogliere molto dell’approccio poetico bassaniano: nel prologo del Giardino dei Finzi-Contini il Tirreno viene definito un deserto, per poi soffermarsi sul colore dei pianori etruschi: “Qui l’erba è più verde, più fitta, più scura di quella del pianoro sottostante, fra l’Aurelia e il Tirreno: prova questa che l’eterno scirocco, che soffia di traverso dal mare, arriva quassù avendo perduto per via gran parte del salmastro, e che l’umidità delle montagne non lontane comincia a esercitare sulla vegetazione il suo influsso benefico”.

È una propensione percettiva e visiva, degna dell’allievo di Roberto Longhi, volta a decifrare qualsiasi elemento di antropizzazione: il paesaggio, il clima, i colori, le forme.

Lo sfondo stesso dell’Airone non fa altro che mostrare il rapporto estetico e etico tra la città e il contado delle Valli, per cui, del protagonista Limentani, la voce narrante dice: “soltanto dopo Codigoro, dopo Pomposa, quando nella luce incerta del crepuscolo avesse veduto delinearsi il paesaggio di terre basse, deserte, intervallate da estensioni di acque in apparenza stagnanti, eppure vive, in realtà, congiunte come erano al mare aperto, soltanto allora gli pareva che avrebbe cominciato a sentirsi a suo agio, a respirare”.

Limentani posa gli occhi sull’immenso paesaggio, Pomposa e Volano donano “energia e fiducia”, Volano invece era lì, adagiato “con le sue basse casupole allineate da entrambe le parti lungo la strada che attraversava da un capo all’altro il paese”.

Insomma il mondo di Bassani è in costante dialogo con il paesaggio, lo interpreta, lo scruta e ascolta. E non a caso, tempo dopo, quello stesso paesaggio avrebbe per altre vie ispirato le esplorazioni di fotografi attualmente di culto come Luigi Ghirri e di intellettuali originali come Gianni Celati.

Salvare l’Italia

Per trarre conferma di questa lettura basta incrociare alcuni dei tanti discorsi tenuti dal ferrarese in qualità di Presidente o associato di Italia nostra, da cui si evince che i luoghi sono il tramite di elevazione nazionale-popolare, di valori universali, di dignità e moralità: “Siamo dei conservatori perché siamo dei progressisti. (…) vogliamo conservare (…) questo Teatro compreso, così bello e poetico, (…) Per noi l’Italia, diciamolo pure, è sacra”.

Non si tratta di astratto compiacimento artistico, bensì di conoscenza profonda dei problemi sociali, politici della nazione, per cui egli aggiunge: “E parlo soprattutto per il sud, per aiutare a risolvere il problema del sud, che è un problema drammatico, tragico (…) so cosa sono i nostri emigrati fuori dall’Italia. Bisogna evitare che continui una tragedia di questo tipo, una tragedia che sicuramente si riflette anche sulla tutela del patrimonio architettonico, storico, artistico (…)”.

È l’assenza di una “nazione” italiana a produrre la diaspora degli italiani e dei meridionali, e lo scrittore si occupa di Ferrara perché è un tassello della cultura nazionale, cultura e visione di cui gli italiani sono deficitari perché “l’Italia è passata da una civiltà agricolo-pastorale, in venti, trent’anni, a una civiltà industriale”, e, aggiungiamo, peraltro non dappertutto.

Le mille patrie italiane sono la bellezza e la dannazione del suo popolo, così come il senso della famiglia non è mai divenuto senso dello stato.

Ecco perché in Bassani il paesaggio, urbano o rurale che sia, ha una densità profonda e vischiosa, perché egli è poeta, narratore e antropologo, che parla della sua vita, del suo passato. Se ne accorge Alfred Andersch quando definisce Ferrara classica e enigmatica, intuendone il rimando alla perfezione, il silenzio, l’erotismo. O Bruno Zevi che evidenzierà il dialogo tra le due anime della città. E non basta certo appoggiarsi alla celebre trasfigurazione visionaria dell’Addizione erculea, una delle rare invenzioni della sua opera, il luogo e la casa dei Finzi-Contini, per sostenere il contrario.

Spartiacque

Quando si affronta il rapporto di Bassani con Ferrara, di solito ci si attiene allo spartiacque che ha segnato la sua vita: la promulgazione delle leggi razziali del ’38. Tuttavia ci sono degli eventi antecedenti che cominciano intorno al ’36, i quali determinano una frattura non meno importante, ovvero il suo antifascismo militante. Più volte Bassani specifica che quel mondo morale – l’incontro con i normalisti Claudio Varese e Mario Pinna, con Croce e lo storicismo – lo ha plasmato e vaccinato contro tutto ciò che sarebbe accaduto in seguito: “Non soffrii molto. A quel tempo ero già completamente politicizzato, ero nel Partito d’Azione e vedevo le persecuzioni come un fatto che non riguardava soltanto noi, ma coinvolgeva tutti gli antifascisti, e anche i contadini e gli operai”.

È la medesima prospettiva salvifica che, nel Giardino, la voce narrante attribuisce al comunista Malnate con la funzione di disegnare il quadro della città attraverso uno sguardo esterno: “(…) noi (ebrei) avevamo il torto di ritenerci membri dell’unica minoranza che in Italia fosse perseguitata. (…) Lui (Malnate) avrebbe potuto nominarcene parecchi che non soltanto non avevano mai preso la tessera, ma, socialisti o comunisti, e per questo motivo picchiati e oliati più volte, continuavano imperterriti a rimanere attaccati alle loro idee”.

Bassani scopre così gli alibi e le maschere di un’ideologia, quella borghese da cui proviene, che antepone volta a volta la religione, la natura, la scienza, per giustificare la difesa dei propri interessi e, con essi, il corso della storia. Egli vi oppone lo storicismo. Non ci sono solo le mura, sembra dire Bassani, ma la campagna circostante, fatta in maggioranza di contadini, artigiani e operai. Ed è ciò che l’autore aveva già scritto negli Ultimi anni di Clelia Trotti, quando, nell’incontro del giovane Bruno Lattes con l’onorevole Bottecchari, avvenuto per reperire notizie della maestra antifascista Clelia Trotti, la voce narrante puntualizza: “Eh già, dicevano intanto i suoi occhi azzurri, (…) per vent’anni mi avete guardato con sospetto, evitato e spregiato anche voi (ebrei) come antifascista, come sovversivo, come avversario del Regime, e ora che questo vostro Regime vi butta fuori, ora eccovi qua”.

Ecco che Bassani non è Amleto, o Oreste, e dunque non subisce lo strappo nel cielo di carta di cui parla Pirandello, come invece accadrà per esempio a suo padre e alla grande maggioranza degli ebrei ferraresi. Egli è già in una prospettiva azionista, per cui gli anni che vanno dal ’37 al ’43, egli dirà nel ’79, “furono tra i più belli e intensi dell’intera mia esistenza. Mi salvarono dalla disperazione a cui andarono incontro tanti ebrei italiani, mio padre compreso, col conforto che mi dettero d’essere totalmente dalla parte della giustizia e della verità, e persuadendomi soprattutto a non emigrare”.

Comunità e società

È una storia particolare, quella di Ferrara, che però a suo modo abbraccia l’intera Europa. Una stessa comunità italiana degli anni ’30, con tutt’altro spirito e piglio picaresco, verrà narrata nei primo anni ‘70 da Fellini in Amarcord, ma l’ironia, che pure è presente in Bassani, lascia il campo a vicende tragiche cittadine e alla sua concezione drammatica della vita.

A Ferrara gli ebrei borghesi sono parte integrante della città da secoli, sono ricchi, stimati e quasi interamente fascistizzati. Ferrara per 12 anni esprime un podestà ebreo nella figura di Renzo Ravenna, amico di Balbo. Le mura racchiudono quindi un microcosmo a cui Bassani in adolescenza ha aderito, per poi da azionista definirlo “un vuoto riempito dal fascismo”, così cinico, scettico, arido, provinciale, “come alcuni personaggi che pure non si dicono tali, ma sono relegati ai loro bisogni esistenziali”.

La prospettiva egoistica, in un crescendo di angoscia e stupore, alla fine per molti ebrei cittadini, lo sappiamo, si concluderà nei campi di sterminio. A nulla servirà nel Giardino l’opposizione silente e ritirata di Ermanno Finzi-Contini, studioso appartato, che rifiuta la tessera portatagli fin sull’uscio di casa da Geremia Tabet, che inaugura una nuova sinagoga per separarsi dagli ebrei fascisti ferraresi, e la apre, come il campo da tennis del Giardino, ai pochi ebrei non allineati.

Per questo motivo Bassani spesso investe la comunità del ruolo di coro. Così accade col perbenismo ipocrita degli Occhiali d’oro, dove la città è chiamata a giudicare l’omosessuale Fadigati, tollerato finché discreto e appartato, e ostracizzato dopo che si sarà reso colpevole dello scandalo nella relazione con il giovane profittatore senza scrupoli Deliliers.

Oppure in Una lapide in via Mazzini, dove del sopravvissuto Geo, ispirato al cugino dello scrittore Gegio Ravenna, è proprio la comunità a parlare: pettegola e prona alla rimozione, devota alla vita che vince su tutto, svetta il suo giudizio conformista.

Geo ricorda il ritorno del soldato dalla campagna di Russia in Napoli milionaria, un ritorno però armato dell’ostinazione cocciuta di un Bartleby. Egli, dopo aver vagato per Ferrara mutando costumi e pelle (dimagrisce, porta la barba lunga, diventa trasandato e molesto), decide infine di scomparire. Se Buchenwald è un inferno senza tempo, in via Mazzini, oltre ai Tupin, ai fascisti, con la primavera ricomparvero fiori e “schiere allacciate di belle ragazze che adagio pedalavano, reduci da gite suburbane, verso il centro della città”.

È la vita che, come in Resurrezione di Tolstoj, si rinnova eternamente, “indifferente alle passioni degli uomini”. E Geo la rifiuta perché lui è il mondo morale che ha subito il male radicale. La sua reazione è folle perché se “il tempo aggiusta tutte le cose”, come dice provocatoriamente Bassani, egli “preferisce di no!”.

All’opposto di Geo, quasi vent’anni dopo le Cinque storie ferraresi, troviamo il protagonista di Pasqualino Settebellezze, della Wertmüller, il quale, al ritorno dalla prigionia, in una Napoli prostrata, non dissimile da quella narrata in Napoli milionaria, ritrova la sua giovane spasimante e le dice che bisogna sposarsi e fare più figli possibile, che anzi occorrerà, se si vuole sopravvivere a questo mondo, essere in tanti. È la risposta biologica di Pasqualino-Giannini, il contraltare della scomparsa di Geo.

Nel corpo di Ferrara

Con le Cinque storie ferraresi, che nel ’56 gli valgono la notorietà e il Premio Strega, lo scrittore racconta una storia di rapporti di classe, senza per questo rinunciare al punto di vista del borghese illuminato, ma anche qui la città, il suo corpo, hanno un ruolo specifico. L’autore era ben consapevole che la campagna, e soprattutto le Valli e il Delta, vedevano braccianti e contadini vivere alla stregua del Terzo mondo, per cui la storia tra Lida e David, come pure quella tra l’infermiera Gemma Brondi e il medico Elia Corcos, sotto questo aspetto è esemplare.

Lida Mantovani viene abbandonata con il proprio bambino dal rampollo David dopo soli pochi mesi di convivenza, senza mai aver ricevuto il rispetto e l’affetto dovuto. Da via Mortara, Lida ritorna in via Salinguerra, dalla madre, anch’essa a suo tempo respinta dalla comunità di Massa Fiscaglia perché incinta di un fabbro partito per Feltre, e per questo approdata tutta sola in città. Il destino ineluttabile decretato dalla comunità si ripete e la necessità stringente che piega i sentimenti porta poi Lida, dopo la prematura scomparsa della madre, dallo squallido David al buon Oreste Bonetti, legatore. Sempre senza scegliere, lasciando che le cose prendano il loro verso, Lida andrà a vivere nel villino fuori San Benedetto, i due saranno felici a loro modo, anche se lei non riuscirà a dare a Oreste il figlio che avrebbe desiderato.

Qui i luoghi, come ha intuito Monica Pavani, non sono solo lo sfondo. La città sembra rispondere con la forma, tramite lo spartiacque della Giovecca tra parte medievale e rinascimentale, alla divisione di classe: il villino di Oreste e Lida è un salto di qualità, si trova nell’Addizione erculea, ampia, ariosa, visibile; Oreste Benetti stesso “ne parlava come di un luogo molto più lontano di quanto non fosse realmente: come se si trattasse di un quartiere di un’altra città (…) infinitamente più bella e amena e ospitale”.

Invece via Salinguerra, nel cuore del Castro bizantino, parte medievale, occulta, sordida, viene descritta come “(…) una via stretta serpeggiante che comincia da un piazzale terroso, frutto di un’antica demolizione, e termina ai piedi dei bastioni comunali. Percorretela anche oggi; e l’odore di letame, di terra arata, di stalla (…) tutto contribuirà a darvi l’impressione che vi troviate ben oltre la cinta di Mura, in piena campagna”.

Questa stessa divisione di classe viene confermata nella Passeggiata prima di cena, dove la casa di via della Ghiara è borghese, ma – puntualizza lo scrittore – da lì si vede la campagna da cui vengono Gemma Brondi e la sua famiglia.

La Ferrara viziosa, borghese e scettica, microcosmo dell’universo italiano, vile anche perché sfruttatrice di rapporti di classe, dove è lecito approfittare delle donne del popolo e vantarsene, era lì, ci dice l’autore, nessuno vi è passato indenne. Le Cinque storie ferraresi sono la presa d’atto di “tutta la gente tradita e dimenticata di città e di campagna”.

Cimiteri cittadini

Per l’autore ferrarese i cimiteri cittadini sono i luoghi che, con una funzione nodale e simbolica, ritornano continuamente.

Negli Occhiali d’oro resta indimenticata la sequenza in cui lo scrittore narra il rientro a Ferrara, dopo le vacanze estive, del giovane protagonista alter-ego: “Finii verso sera sulla Mura degli Angeli, dove avevo passato tanti pomeriggi dell’infanzia e dell’adolescenza e in breve, pedalando lungo il sentiero in cima al bastione, fui all’altezza del cimitero israelitico. (…) Guardavo al campo sottostante, in cui erano sepolti i nostri morti. (…) guardando a loro e al vasto paesaggio urbano (…) mi sentii d’un tratto penetrare da una gran dolcezza”.

In Altre notizie su Bruno Lattes egli dirà: “Delimitato torno torno da un vecchio muro perimetrale alto circa tre metri, il cimitero israelitico di Ferrara è una vasta superficie erbosa, così vasta che le lapidi, raccolte in gruppi separati e distinti, appaiono assai meno numerose di quanto non siano”. E nella poesia Dai bastioni orientali recita: “Approdando alla Mura degli Angeli con perse voci di campane / i grigi morti da est, si arenano i sarcofagi d’oro (…)”.

Altra protagonista indiscussa della città è la Certosa, il Camposanto comunale cattolico, che ritorna in descrizioni pittoriche, nitide e precise: “Era un posto bellissimo, assicurò, un posto da signori. Non aveva ancora visto, Lida, quel braccio di arcate, costruito di recente, che partendo dal fianco destro della chiesa di San Cristoforo e descrivendo una grande curva, era venuto a completare anche dalla parte della Mura degli Angeli l’antico porticato della Certosa?”, si chiede la voce del racconto di Lida Mantovani nelle Cinque storie.

Con Gli ultimi anni di Clelia Trotti ritorniamo alla Certosa, ed è ancora una volta un cimitero, la tomba dei Matuta, a Cerveteri, a consentire l’analogia di una civiltà sepolta dalle altre, gli etruschi dai romani, proprio come gli ebrei soccombono nell’Europa della guerra totale.

Le nostre seconde case sono i cimiteri, dirà lo scrittore, per chiosare poi: “riandavo con la memoria agli anni della mia prima giovinezza, e a Ferrara, e al cimitero ebraico posto in fondo a via Montebello. Rivedevo i grandi prati sparsi di alberi, le lapidi e i cippi raccolti più fittamente lungo muri di cinta e di divisione, e, come se l’avessi addirittura davanti agli occhi, la tomba monumentale dei Finzi-Contini”.

Una civiltà, sembra voler dire Bassani, può essere tale solo nella sua storia, nelle storie che diventano Storia, nella poesia, di ascendenza foscoliana, che salva dal tempo attraverso la memoria della giustizia e della verità.

Passato e presente

Ferrara come società colpevole, dunque, rappresenta lo scenario di una lotta tra identità, memoria e tempo. Il tempo, ancora una volta, “il quale non risparmia proprio nulla”, della notte del ‘43 ha cancellato i fori dei proiettili, l’angoscia, il dolore. La città dal canto suo non solo accettò la violenza, ma diede in seguito all’accaduto il maggior numero di iscritti alla Repubblica di Salò.

Nel rapporto col fascismo c’è quel morire e rinascere di cui il poeta parla nel Giardino: “Nella vita se uno vuole capire, capire sul serio come stanno le cose di questo mondo, deve morire almeno una volta. E allora, dato che la legge è questa, meglio morire da giovani, quando uno ha ancora tanto tempo davanti a sé per tirarsi su e risuscitare… Capire da vecchi è brutto, molto più brutto”.

Morire per rinascere nel suo caso vuol dire acquisire una cultura democratica e antifascista, per essere liberi e contribuire a rendere liberi. Vuol dire avere pienezza morale al cospetto del genere umano, fiducia nella razionalità e nella conseguente possibilità di plasmare le vite secondo giustizia.

Ma se con Bassani non è possibile ignorare il passato, incrociando le date, altrettanto si potrebbe affermare del presente. La storia e la poesia, potremmo anzi dire parafrasando l’amato Croce, sono sempre contemporanee.

Se l’omosessualità di Fadigati, negli Occhiali d’oro (’58), è uno scavo che prende le mosse dal passato, che ha presente il Mann della Morte a Venezia, ma resta legato al presente, ispirato com’è alla grande amicizia con Pier Paolo Pasolini, basti ricordare per esempio quando, nel 1960, all’indomani dell’appoggio esterno del Msi alla Dc, nascerà il contestato Governo Tambroni. Ebbene, lo scrittore dichiarerà al quotidiano Le ore: “La Democrazia cristiana è responsabile politicamente e moralmente delle svastiche”, “(…) si decidano una buona volta gli ebrei italiani a essere, prima che borghesi ed ebrei, antifascisti”.

In seguito, col Giardino dei Finzi-Contini (’62) egli tratteggia le fattezze di un mondo al tramonto e, mentre assiste alla fine della civiltà contadina per la grande emigrazione nel triangolo industriale dovuta al boom economico dei primi anni ’60, fa altrettanto con L’airone (’68). Limentani, protagonista del libro, è uomo arido, la sua vicenda racconta come al solito di un sopravvissuto, ma non è il solo superstite, anche quello che egli vede nel Delta è un mondo superato. Un mondo in cui le macchine ridurranno gli esseri umani a spettatori privi di coscienza, dove il “domani sarà solo per i dirigenti di questi giganteschi organismi, coi loro clienti”. Per Bassani si tratta di un nuovo feudalesimo.

I luoghi dell’Airone, tra l’altro, sono in quegli anni preda di un’immensa speculazione edilizia volta alla creazione di un insediamento turistico sulla costa ferrarese: “Chi ricorda cosa erano, fino a venti anni fa le sublimi foreste costiere di Casal Borsetti (…) non può non sentirsi stringere il cuore”. Si riferisce ai “caotici, disumani insediamenti urbani che rispondono ai nomi inutilmente accattivanti di Lido degli Estensi, Lido degli Scacchi, Marina Romea, ecc.”.

Per Bassani il turismo di massa è una base deleteria per l’economia, il paesaggio non è per gli esteti ma per viverlo, la città stessa è di chi la vive, per questo ci vuole riverenza e sacralità, non turismo, ribadirà in numerosi interventi. La sua opera attinge al passato ma è in costante dialogo col presente.

Eredità bassaniana

Avendo incentrato la mia rilettura di Giorgio Bassani sui luoghi e sulla particolare comunità ferrarese, inevitabilmente vien fatto di pensare a cosa resta oggi a Ferrara del suo magistero.

A parte i tanti cultori singoli, la Fondazione Bassani, il Centro Studi Bassaniani, e un grande parco fuori mura che prende il nome dello scrittore, a giudicare dai recenti risultati amministrativi, nella memoria collettiva resta ben poco, verrebbe da dire. Ferrara non è mai diventata la città di Bassani. Anzi, ormai da due anni la città è amministrata dalla Lega, partito xenofobo che in città non ha esitato a rivolgersi in più occasioni contro le minoranze etniche, e che la sera stessa della vittoria delle elezioni municipali, provocatoriamente fece coprire lo striscione di Amnesty International in memoria Giulio Regeni con una bandiera di partito, per poi rimuoverlo definitivamente, senza alcuna spiegazione.

Tra tentativi discriminatori nella distribuzione dei beni alimentari durante la pandemia, slogan sovranisti anti immigrati, la regressione politica e istituzionale è stata forse senza precedenti. Tuttavia già da un ventennio Ferrara, come il resto d’Italia, vive un repentino e caotico cambiamento nella sua composizione sociale, frutto di immigrazione interna e straniera, insieme a una lenta gentrificazione all’insegna di ristoranti e plateatici che stravolgono i luoghi più significativi (non solo in tempi Covid) e fagocitano artigiani e piccole attività. Lentamente si formano quartieri alti e quartieri divenuti bassi, dove il turismo e le iniziative imprimono la loro nuova forma sul corpo della città pentagona. Nulla di diverso da ciò che è accaduto in precedenza altrove. Nemmeno il linguaggio è esente da questa deriva, il lessico destrorso, la triade risanamento, decoro e degrado, insieme alla proliferazione di festival e eventi continui, hanno trasformato la città in una vetrina per visitatori, da cui non si scorge il suo scollamento interno, ovvero la distanza e indifferenza della base popolare.

Che la Lega vi abbia aggiunto trenini turistici, dabbenaggine, una caotica gestione del traffico, ebbene, non fa altro che contribuire a edificare quella città stereotipata, edonistica e apolitica che Bassani in fondo temeva fin dall’inizio. Una città lontana da se stessa, dalle sue peculiarità, in cui la meravigliosa via Ercole I d’Este è ormai ridotta a parcheggio e si attuano rifacimenti patinati ispirati a rendering da archistar in previsione di futuri titoli di giornali e pubblicità varie.

A ben guardare ancora una volta Ferrara parla dell’Italia: il cambiamento non viene indirizzato, i luoghi subiscono le mode televisive e gli immaginari mutuati dall’altrove mediatico, gli interventi rendono il paesaggio urbano simile e indistinto, e ogni luogo retrocede a mera località, proprio perché privato del rapporto col passato e dimentico di quanto di più nobile abbia prodotto la cultura locale.

La vittoria della destra in città ha mostrato un frammento vivido di cosa sia un vuoto politico, di piazze vuote e idee confuse. L’Italia tutta, oltre all’atavica mancanza di una cultura realmente nazionale, soccombe a partiti ridotti a comitati elettorali, in cui svettano, culminati nella imbarazzante Riforma del titolo V, i terribili divari territoriali, e le interessate proposte di autonomia differenziata da parte delle regioni più ricche dello stato.

Eppure?

Eppure la città, sebbene distratta, è ancora estremamente viva e vissuta da una compagine sociale variegata, e la mobilità, il costo della vita, l’offerta culturale, restano accessibili e ampie. Le sfide possono essere raccolte.

Inoltre, camminando per i vicoli del Castro bizantino o lungo le mura degli Angeli, passeggiando al Cimitero israelitico di via delle Vigne oppure alla Certosa monumentale, e perché no, aggirandosi lungo i canali della campagna, verso Codifiume, Polesella o Ravalle, nel Delta di Scardovari e Boccasette, nelle Valli verso Sant’Alberto, Filo, Anita, d’improvviso si riesce ancora a percepire, proprio come una rivelazione, quel senso dei luoghi di cui Bassani è riuscito a tradurre il significato, inventandone la verità più nascosta, e, con essa, un nuovo, inedito immaginario italiano.

Nonostante tutto, a Ferrara, lungo il Po e nella campagna circostante, a Sant’Antonio in Polesine o verso le sue Prospettive infinite, i luoghi ancora resistono, anzi, quasi come per ribadire una lontana idea dimenticata, o quali custodi di un geloso segreto, caparbiamente si oppongono all’esterno.

Il disfacimento, la disgregazione, i mutamenti, qui, nella città murata e nelle terre alluvionali arginate, da sempre minacciate dall’acqua, combattono contro un’antica e arbitraria presa di posizione, del tutto ostile all’invadenza del mondo: il corpo di Ferrara e la sua antica idea di mondo.

Tutto qui avviene più lentamente, senza clamori, ma forse proprio per questo – il passato ce lo insegna – può raggiungere epiloghi profondamente morbosi e avvilenti.

Bassani, a suo modo, ha raccontato anche questo.

Bibliografia essenziale

AA.VV., Cento anni di Giorgio Bassani, a cura di Giulio Ferroni e Cinzia Gurreri, Ed. Storia e letteratura, Roma, 2019

Giorgio Bassani, Racconti, diari, cronache (1935-56), Feltrinelli, Milano, 2014

Giorgio Bassani, Opere, Mondadori, Milano 1998

Giorgio Bassani, Interviste 1955-1993, Feltrinelli, Milano 2019

Giorgio Bassani, Italia da salvare, Einaudi, Torino 2005

Guido Crainz, Padania, Donzelli, Roma, 1994

Monica Pavani, L’eco di Micòl, 2G editrice, Ferrara, 2011

Alessandro Roveri, Tra Micòl e il Partito d’Azione, Firenze Atheneum, Firenze 2009

Enzo Siciliano, Bassani, Elliot, Roma, 2016

VITO TETI, NOSTALGIA

Pubblicato in precedenza qui su poetarumsilva

Vito Teti e la nostalgia come utopia concreta

«L’unica cosa che non puoi fare», ricorda Vito Teti in Nostalgia (Marietti, 2020), «è mentire a te stesso». L’antropologo del Senso dei luoghi nell’ultimo libro licenziato ammette di avere sempre nutrito questo sentimento magmatico e informe, e però non si arrende a una declinazione unidimensionale, ma parte dal dato autobiografico per proseguire in una dettagliata disamina e proporre una declinazione attiva e partecipe dello stesso. Se la nostra civiltà è quella delle macerie e delle devastazioni del moderno, delle guerre totali e tecnologiche, del collasso climatico, allora la nostalgia per Teti diventa una risorsa per affrontare i continui mutamenti e costruire un futuro diverso. Restare, partire, tornare, sono termini lungamente sviscerati dall’antropologo lungo il corso della sua carriera, termini legati alla nostalgia, come pure ai luoghi e al tempo trascorso. In questo contesto, però, la nostalgia di Teti acquista un carattere sovversivo, proponendosi come motore di una riconfigurazione etica dell’esistenza.
Ebbene il percorso dipanato dall’autore, nel consueto stile ricco di fonti e riferimenti, principia dal viaggiatore per eccellenza Ulisse e arriva ai lontani Roth e Alvaro, in cui radicamento e legame sono gli opposti e complementari del viaggio e della fuga. Così uno scrittore apparentemente distante, come il Roth della scomparsa degli shtetl, si ritrova accanto all’enigmatico Alvaro che, a sua volta, nel rapporto tra premoderno e moderno, rivive la fine dei paesi calabresi.
Il percorso prosegue e, seguendo la storia di questo sentimento, arriva ai giorni nostri, all’angoscia del Covid-19 e alle sfide di fronte alla politica globale. Qui la nostalgia di Teti è consapevolmente stretta tra le auspicate possibilità utopiche e i rischi di retrotopie. Non c’è spazio però per localismi, leghismi, chiusure identitarie, non c’è spazio per la visione immobile e a-storica del sentimento, anzi l’interesse si rivolge alla propulsione data dal lato inclusivo della nostalgia. Dalla mobilissima cultura popolare americana, dove, l’autore ricorda con Lasch, è lo stesso progresso, la messa in discussione continua dello status quo, a implicare la presenza nostalgica, a canzoni come la My hometown di Springsteen, che assurge a elegia degli sradicati, denunciando il volto oscuro e individualistico del sogno americano, si ritorna ai versi accorati di poeti meridionali come Costabile e Bodini. Ebbene, l’errore è considerare questa presenza sentimentale nella sola accezione conservatrice: se la nostalgia è figlia del cambiamento, l’antropologo calabrese si chiede piuttosto: «quale nostalgia, per quale cambiamento?»
Dunque siamo dinanzi all’alterità e alla lontananza, agli esodi come agli stereotipi, all’indefinito e all’incompiuto. È difficile non pensare alla lenta scomparsa della civiltà contadina italiana. Teti stesso è stato, in lavori precedenti come Pietre di paneTerra inquietaQuel che resta, testimone della fine dei paesi calabresi, del loro sdoppiamento, della gemmazione e dello scivolamento dalle montagne verso le marine: Diamante, Soverato, Badolato. Oppure dei paesi abbandonati come Pentadattilo, Africo, e della Calabria americana.
L’autore, proprio grazie all’inquietudine, si è fatto viaggiatore-ricercatore, e con la malinconia si è persuaso che, con buona pace di Augé, non esistano non-luoghi, ma che anzi ogni luogo abbia un suo recondito o evidente senso, è solo questione di tempo. Un paese vuoto per Teti è dunque la prova che da qualche parte nel mondo altri luoghi si sono riempiti di vite, e questo nuovo brulicare comporterà processi di adattamento, successi e sconfitte, a cui il ricordo dell’origine fornisce inevitabilmente la consueta vertigine malinconica. Non si tratta di storia né di memoria, ricorda l’autore citando La luna e i falò di Pavese, perché nel ricordo viene meno il conflitto, viene meno l’ambivalenza del paese premoderno, il suo immobilismo, l’ingiustizia. Anguilla è nostalgico, ma il viaggio lo ha cambiato per sempre, Nuto invece è restato, entrambi rappresentano una porta scorrevole del doppio, dell’alter-ego: la fuga individuale e la lotta collettiva contro l’ingiustizia. Non ci sono sconti in Pavese e in Teti, c’è nostalgia, beninteso mai assoluzione.
E che dire di Freud, Heidegger, e del loro interesse per lo spaesamento (Unheimlich). Se abitare il mondo è per Heidegger un non essere a casa, tuttavia l’idea del ritorno sotteso alla nostalgia resta un’illusione: le condizioni della modernità non lasciano la possibilità di tornare indietro, quel che resta a sua volta è già altro e nessun ricordo combacia mai esattamente col passato. Insomma, l’emigrazione si lascia indietro catastrofi come quella che l’autore definisce, a ragione, la rivoluzione silenziosa del mondo contadino. Forse al cospetto delle migrazioni possiamo aggiungere che si tratta anche del più estremo e antico atto di auto-redenzione umana possibile. Come se non bastasse, la malinconia del migrante è poi divisiva, viene etnicizzata e disprezzata nella produzione stessa di stereotipi, si presta così al capro espiatorio e alla dialettica amico-nemico, finendo per produrre latenti complessi d’inferiorità, rimozioni inconsce, insieme a volontà di riscatto, audacia, determinazione. Anche qui siamo nel solco di quelle intuizioni precedenti dell’autore che hanno preso forma in libri ormai classici sulla Questione italiana, come La razza maledetta e Maledetto sud.
La nostalgia quindi apre non solo al destino degli esuli, degli sradicati anche celebri come per esempio Adorno, James, Arendt, Anders; esuli, migranti, espatriati, di cui l’America è la massima espressione politica, nondimeno apre anche alla condizione di chi è esule in patria. Non a caso, Teti, intervenendo nel discorso pubblico in merito al destino di spopolamento delle aree interne italiane, ha coniato e proposto il concetto di restanza, troppo volte frainteso da osservatori distratti e distanti dall’argomento. Vale la pena ribadire che la restanza è per l’antropologo di Vibo il possibile punto di arrivo di una nostalgia consapevole, ovvero una cittadinanza attiva, una pietas ritrovata nella presa in carico e nella cura dei luoghi come spazio condiviso, e in un dimorare in cui anche la solitudine abbia la propria parte attiva come elaborazione personale per poter ritornare al mondo e, nel mondo, ri-conoscersi.
La nostalgia insomma è uno dei possibili motori della storia, la quale non si avvale di un unico motore immobile ma di rotture e accelerazioni benjaminiane.
La nostalgia è nel cibo, nella sua ritualità, oppure nelle domeniche solitarie, nei giorni di festa silenti, è nella distanza dai defunti, nelle leggende folkloriche, nella figura del vampiro. La malinconia come madre del sentimento nostalgico, infine, apre a un approccio alla storia che tenga conto finalmente dei vinti, in una rilettura in grado di guardare al passato con attitudine al riscatto, per una ricostruzione finalmente positiva. Sta a noi non fermarci al rimpianto per la fine di mondi tradizionali, poiché in un mondo sempre più preda di imprevedibili e colpevoli catastrofi, è possibile, suggerisce Teti, usare la crisi nostalgica per prevedere e riparare agli errori commessi, attraverso una nuova volontà di responsabilità.

© Sandro Abruzzese

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Mezzogiorno padano: Vincenzo Morra

Da Mezzogiorno padano (manifestolibri 2015)
VINCENZO MORRA
Sotto il cielo di Bologna, stavamo davanti a un bar verso
via Zamboni ed ero solo all’ottava birra. Non ricordo
ancora per quale motivo, attaccai un discorso sull’etica
per un figlio di Savater con due rumene sedute al
tavolino a fianco, di nome Sonia e Janina. Ora che
ricordo mi piaceva Sonia. Ma non fu quello. Piuttosto
nell’ebbrezza riconobbi al mio fianco ciò che nei corsi di
filosofia della Facoltà di Bologna chiamavano «l’Altro».
Erano anni che si faceva un gran par- lare di questo
«Altro». «Altro» nel seminario su Levinas, «Altro» nello
studio monografico su Sartre e Todorov. Sinceramente,
ero un po’ perplesso su questo concetto basi- lare che
attraversa la storia della filosofia di tutti i tempi per far
riflettere il genere umano su identità e differenza. Anche
perché i professori si riempivano la bocca dell’Altro, e
puntualmente finivano per farsela tra di loro, gli stronzi.
Diciamo che marcavano la differenza, più che l’identità.
Ed io, benché lo avessi immaginato più volte, non è che
potevo alzarmi nel bel mezzo delle lezioni e chiedere:
«Scusate, una domanda, in definitiva e con parole
semplici, sapreste chia- rire … ma c-h-i c-a-z-z’è s-t’A-l-t-
r-o?».
Allora, anche grazie al coraggio preso in prestito dall’al-
cool, salii per una notte su quel treno rappresentato da
Sonia e Janina. Vennero a casa mia pensando a come
fregar- mi, a dire il vero. A come fottere l’ennesimo
ubriaco italiano scucendogli qualche quattrino facile. Una
volta a casa bevemmo ancora e, dopo aver fumato tutta

l’erba che mi era rimasta, a corto di argomenti, giocai la
carta della sincerità: «sono italiano, d’accordo, ma non
c’ho una lira. I soldi spesi erano per le bollette e il
condominio. Mi chiamo Vincenzo Morra, per gli amici
Enzino. Vengo da Grottaminarda, provincia di Avellino.
Conoscete? No! Con Napoli non c’entra un cazzo! Non
vivo neppure da solo, se devo dirla tutta. Divido la casa
con un lavoratore precario delle Poste Italiane, originario
di Pavullo. Il fine settimana torna dalla ragazza,
commessa all’Ovviesse di Modena, quella in viale dello
Sport, a due passi dal Policlinico. Mai state? Non è male.
Comunque, ho un dottorato senza borsa di studio e da
quindici anni vado avanti con i soldi che mi manda mio
padre. Tutta la vita ha fatto l’agricoltore, papà, e sperava
prima o poi prendessi in mano l’azienda. Si sa come
sono i padri. Fratelli? Sì, ho una sorella, è qui in città, ha
due anni meno di me. Frequenta il Dams, vuole fare la
coreografa e, anche lei, di tornare a casa per zappare
insieme a nostro padre, non ne vuole sapere. Mia madre
Maria, invece, pace all’anima sua, è morta da cinque
anni. Una notte andava a sbarazzarsi del pattume in
campagna, ha attraversato la strada male illuminata e
non è più tornata, è stata investita da un’auto pirata.
Questo è tutto.
Non me ne vanto, di essere un mantenuto. D’accordo,
potrei aggiungere che ho scritto almeno tre libri di
filosofia contemporanea, primo in Italia ho tradotto
Gabriel Tarde, sviscerato tutta l’opera di Deleuze e
Foucault. Conosco a memoria Sartre, Camus. Però non
credo che il quadro, ai vostri occhi, cambierebbe colore.
Tutto ciò non mi ha mai dato da mangiare».

A volte la sincerità paga. Una puttana che ti rende dei
soldi non è evento da tutti i giorni. Dei cinquanta euro
che avevo offerto loro per seguirmi me ne resero indietro
venticinque, il resto andò in liquore all’anice e una
tremenda bottiglia di vodka alla pesca. Dicevano che ero
troppo carino e pazzo. Avrei voluto vedere loro a studiare
per decenni senza mai un riconoscimento economico né
accademico. Mai un vero stipendio. E comunque, detto
tra noi, non avrei mai creduto che ci si potesse divertire
così tanto senza nemmeno scopare.
Con Sonia ci siamo rivisti altre volte, ma non abbiamo
mai fatto sesso, credo per paura che non fosse sesso.
Per un po’ erano stati lunghi caffè ristretti in zona Sacro
Cuore, dietro la stazione, negli orari più improbabili.
Erano state passeggiate con la voglia di raccontarsi tutto
e squallidi cappuccini d’orzo, ordinati nel tentativo di
risparmiarmi l’odiosa tachicardia dovuta all’effetto della
caffeina. Però le passeggiate, i caffè, i cappuccini non
portavano da nessuna parte, anche perché non eravamo
proprio una coppia di peripatetici. Allora, da un giorno
all’altro, ognuno è tornato ad essere se stesso, a
starsene nel suo recinto, a prendere la forma dell’Altro.
Dopo l’identità, di nuovo la differenza. D’altronde
eravamo due extraterrestri incontratisi per caso a una
stazione di servizio. Due mondi separati: l’università e la
statale Adriatica tra Rimini e Riccione. Avremmo potuto
incontrarci di notte, ai margini di strade oscure, quando
per via del buio si attutiscono i confini, le linee di
demarcazione si attenuano, e pure i tratti salienti
diventano sfumature. Ma vedersi così come facevamo
noi, alla luce del giorno, è stata pura buona volontà,

oppure ottimismo, ingenuità. Avrei finito col dire qualcosa
di sbagliato. Non potevo offrirle niente. Quindi dopo un
po’ ho preferito tacere. Lei, credo l’avesse sempre
saputo. Dopo di ciò il telefono ha smesso di squillare.
Nemmeno io ho più chiamato.
Dalla sera in cui conobbi Sonia e Janina, tuttavia, non ho
più abbandonato questa disarmante forma di sincerità
avviata un po’ per gioco, un po’ per disperazione. È un
tratto che ormai mi contraddistingue. Un modo per
squarciare i filtri difensivi che le persone usano per
nascondere la paura, la diffidenza verso l’Altro. Senza
grossi risultati ovviamente. Il più eclatante dei quali è
stata l’amicizia col mio spacciatore. Quando abbiamo
tempo, io e Rashid ci sdraiamo sul prato a fumare e
parlare di quanta luce si trovi nel cielo di Marrakech, di
quanto ci vorrebbe a piedi da Bologna a Tangeri, o le
centinaia di ricette con cui si può preparare il cous cous
fatto in casa, quello vero, che si mangia con le mani,
condividendo lo stesso piatto insieme ai fratelli, agli
ospiti. Col cellulare mette quella musica araba
insopportabile e, ogni volta, mi riempie della migliore
erba del Maghreb.
Nella vita non si può mai dire come andrà a finire.
Magari, grazie a Rashid lo spacciatore, prima o poi mi
arrestano mentre sogno, proprio qui, sotto il cielo di
Bologna, riverso sul prato della Montagnola. Mi invento
uno sciopero della fame. Quindi, guadagno le prime
pagine dei quotidiani quale giovane icona libertaria,
radicale, della filosofia contemporanea italiana. Già mi
vedo a discutere di antiproibizionismo con Cacciari,
Vattimo, Galimberti, Pannella durante uno di quei talk-

show dove non si capisce mai niente e ognuno parla
sull’Altro. Chi lo sa! E se finissi a condurre una rubrica
sull’Espresso? Finalmente avrei un lavoro. La tachicardia
e i tic nervosi che mi porto dietro scomparirebbero.
Riprenderei a bere i mie fottutissimi sette caffè
«guatemala» al giorno, le mie sigarette fatte di tabacco
biologico e cartine dal filtro biodegradabile. Troverei il
coraggio per comporre quel numero di telefono e Sonia,
senza esitazioni, mi chiederebbe di salvarla. Una
cerimonia sobria e dell’ottimo vino. Così ci sposeremmo.
In alto, sulla collina di San Luca, promettendoci la mezza
vita rimasta. Testimone, sotto di noi, la solita vecchia
Bologna: quella degli universitari e degli internet point,
delle Nuove brigate rosse e della Lotta continua. Quella
dei motori, della Ducati, della Lamborghini, delle torri, dei
papi, dei pizzaioli egiziani, dei cantautori. Quella delle
cooperative e dei tossici, delle vec- chie radio libere e
delle nuove commerciali, delle antiche osterie, delle
puttane sui viali, del Motor show, dei chilome- tri di
portici. Bologna etrusca, senza ombrello, di muri
imbrattati e puzza di piscio, quella delle bombe a mano a
Palazzo D’Accursio e del due agosto
millenovecentottanta, che quando arriva lo Stato tutta in
coro ancora si ricorda,
ancora fischia. Quella del Roxy bar, degli zingari ai
semafori, delle grate alla finestra, degli ex compagni, dei
centri sociali e delle Feste dell’Unità che non ci sono più.
Bologna una volta la grassa, una volta la rossa che
sprangava le strade alle camicie nere, alla destra, quella
che hasta la victoria siempre, evviva la rivoluzione e
invece oggi molto diversa, da un po’ moderna, di

mercato, scura e povera, genuflessa, realista e orfana,
sola, smarrita, dimentica, frastornata, cupa. Bologna di
potere e palazzo, che parla tante e una sola lingua, in cui
non si riconosce e che nessuno più capisce, ed è rimasta
a rammentare una vecchia storia abbandonata, una
vicenda disconosciuta, mentre imperversa il partito unico
egemone e saggio della nazione, Bologna, insomma,
dirigista, trasversale e ubiqua come il suo nuovo, giovane
e spavaldo potere, arrivista e tenace all’ombra delle torri:
Bologna mia, di Sonia e del PD.

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