Vito Teti su CasaperCasa

frontespizio casapercasa

CasaperCasa, Rubbettino editore 2018

 

 

“…tutto poteva essere pensato, pianificato e fatto meglio, lo riconosco. Ma insomma è andata proprio in questo modo. E’ finita così, ormai non si torna indietro” (Sandro Abruzzese, CasaperCasa, Rubbettino 2018).

Un romanzo bellissimo, Sandro, un libro vero e profondo. Una lettura necessaria per quanti si occupano e scrivono di luoghi, di paesi, di città, cercandone l’anima, le luci e le ombre, la storia, la memoria, il presente. Un romanzo vero e intenso, leggero e profondo, un viaggio appassionato in una Ferrara che è metafora dell’Italia e dell’Europa, con le sue fobie e le sue generosità e un generale senso di spaesamento e di una costante ricerca di senso. Tra le pagine del taccuino del protagonista prendono vita personaggi sradicati e di grande sensibilità umana e un’intera città, un microcosmo, viene ripensata attraverso una cartografia di luoghi, storie ed esistenze. Un romanzo che è anche un reportage nei luoghi della crisi di una città che non trova, nelle nobili tradizioni culturali del passato, una memoria fondante del presente. Un libro che ci porta a fare i conti con il nostro passato che non parla e con un presente che non riesce ad ascoltare le voci di chi è sempre impegnato a trovare un senso pure nei luoghi della più profonda dispersione.

Con questo romanzo, che appare dopo Mezzogiorno Padano (Manifestolibri, 2015), nella collana “Che ci faccio qui” della Rubbettino, Sandro Abruzzese supera la difficile prova del secondo libro e si conferma scrittore, etnografo, osservatore, una delle voci più originali delle “letterature” dei nostri tempi, che riesce a dare voce a tutti coloro che si sentono senza luogo e senza patria e che, come Alexander Langer, a cui dedica il libro, cerca di individuare e indicare possibili ponti tra passato e futuro, tra figure inquiete solo apparentemente lontane. E lo fa con la sensibilità di chi non dimentica un Sud che, pure da lontano, affiora e rappresenta punto di riferimento ineludibile, per poter abitare un nuovo mondo che va costruito assieme agli altri.

Le mappe e le immagini della città che ci conducono nei luoghi attraversati dai protagonisti fanno parte della storia di una città visibile e invisibile, che accoglie e respinge, si mostra e si rinchiude. Un libro come questo aiuta più di mille analisi e di elaborate riflessioni a capire quanto sta accadendo e perché accade nella vita sociale e politica di un Nord e di un’Italia che, a ragione, vogliono cambiare pagina, ma, forse, lo stanno facendo senza una direzione e una metà precise e condivise.

 

Vito Teti

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Perché il REDDITO MINIMO è NECESSARIO!

O  del come non si tratta di democrazia, senza giustizia

comunista piero

dal progetto fotografico Close your eyes, a La Courneve, il comunista Piero, foto di Daniele Domenico Delaini

Per capire l’importanza della discussione intorno al reddito minimo occorre fare un discorso articolato. Cercherò di essere il più conciso possibile.

Oggi i governi democraticamente eletti devono sottostare ai ricatti del mercato, del capitale finanziario. Ma la posta politica in gioco, la massima aspirazione per i cittadini, italiani e non, credo sia il raggiungimento del più alto grado di libertà individuale e collettiva, la posta è il progresso morale e materiale, quindi più capacità di incidere sulla propria vita, sulla realtà, più democrazia, socialità.
E tuttavia la libertà non esiste senza le condizioni materiali di libertà: occorre in primis che nessuno sia sfruttato. La libertà è prima di tutto “lavoro e istruzione”, e un sistema di mercato come il nostro è accettabile solo se non genera “dominio e sfruttamento” ma è contendibile, scalabile dai cittadini o addirittura può essere ignorato: questa è democrazia come spazio di libertà.
È chiaro che in Italia, come ovunque, sul mercato esistono realtà di predominanza, fatte di introiti anche clamorosi, ma a questo punto se non interviene una redistribuzione equa delle risorse ci ritroveremo con dei cittadini di serie A e altri di serie B. La libertà di mercato quindi deve essere un’occasione per tutti i cittadini e non deve essere l’unica strada, anzi la sovranità dei cittadini passa per la libertà di scegliere tra competizione e solidarietà, o gratuità, insomma altri stili di vita a cui partecipare col proprio lavoro o contributo cooperativo.

Prendiamo la condizione odierna: oggi chi non ha denaro è spacciato. Oggi si considera compito di uno stato moderno garantire solo sicurezza, libertà, possesso, ma poi si lascia a ognuno l’onere di trovare lavoro, beni e altro. E invece risulta importantissimo rendere conto volta per volta politicamente delle occasioni, delle possibilità offerte ai cittadini (la costituzione insegna!): la divisione del lavoro, il reddito, la costrizione a dover vendere se stessi, le proprie conoscenze, la forza-lavoro, il tempo, secondo condizioni di “mercato” può non essere una condizione democratica poiché il mercato ha tendenza colonizzatrice e totalizzante, per dirla con Stefano Petrucciani, soprattutto se l’economia è slegata dalla preminenza della politica, come accade al nostro stato oggi.

È inaccettabile quindi che si costringa il cittadino ad accettare compensi e lavori determinati dal dominio del mercato e non dalla giustizia sociale (retribuzione, orario di lavoro, ecc). È in questi termini e per non mettere in discussione il capitalismo (il quale, è bene ricordarlo, col meccanismo dell’ereditarietà dei beni si rende antimeritocratico), né la libertà di mercato, che si pone il problema del reddito di esistenza o comunque si voglia rinominarlo. Si pone il problema, pensando a Marx, di limitare il dominio di classe e l’alienazione dell’individuo nella società.
Oggi, tra l’altro, abbiamo i mezzi tecnologici e economici per superare la visione ormai riduttiva nazionale di queste vicende e porle al centro del dibattito politico globale. In poche parole tutti devono ricevere i benefici della ricchezza e hanno il dovere di collaborare a ciò in condizioni di libertà, di opportunità uguali. Questa è la strada per la costruzione di un mondo fatto di libertà autentica.

Quello che ho scritto lo devo a tante letture che non ho il tempo di elencare, ma è frutto del mio lavoro, e produce valore perché chi lo legge impara qualcosa e questo può essere socialmente rilevante. A tal proposito sovviene ciò che scrive sul reddito d’esistenza Girolamo De Michele, e cioè che non lottando contro l’evasione, non avendo la volontà di redistribuire il reddito attraverso una tassazione più equa e produttiva, “anche senza partecipare ad attività produttive dirette, il mio intelletto è sempre al lavoro, come parte di un intelletto sociale che interagisce col sistema globale della conoscenza e della comunicazione” (La scuola è di tutti, p 61), quindi, il sapere nella nostra società è di per sé produttore di valore, è un’attività continua di elaborazione che merita un reddito minimo di esistenza.
Se l’intera vita viene messa in valore, allora è giusto che una parte di essa venga retribuita, oggi la conoscenza è la sostanza stessa del capitalismo che è diventato cognitivo. La conoscenza genera produzione e valore.

 

Sandro Abruzzese

La strada di Alexander Langer

langer foto

Sai che la tua terra / ti può far morire / non per nostalgia / (questi tempi ormai son passati) / ma per l’esperienza / che nessuno ti ama (…)

(…) crivellatemi / la faccia senza bendarmi / gli occhi / le mani dietro le spalle / tritolo sotto i testicoli / come si / conviene / al tirolo / prima però / per piacere / con passo fermo e deciso / vi darò un calcio / da far traballare tutte le vostre aquile

scriveva Norbert Kaser alla fine degli anni ’60.

Non so se i versi di Kaser siano quelli di chi, come pure ha ricordato Claudio Magris, ha “volutamente incarnato” l’impasse e la conseguente ribellione dell’intellettuale contro la gabbia della piccola patria sudtirolese. Quello che so è che potremmo ricominciare proprio dall’agosto del ’78, al cimitero di Brunico, quando un gruppo eterogeneo di militanti politici, ex studenti, sindacalisti, si ritrovò intorno alla bara del giovane Norbert Kaser e quella giornata amara, avvolta da un silenzio impotente, fece sì che un suo amico annotasse: è più facile piangere un amico comune che intraprendere una strada comune per il futuro.

Se è la piccola, angusta patria sudtirolese, a sfinire Kaser; se questa heimat multietnica, come tutti i luoghi di frontiera, risulta angosciata dai confini, dall’identità, finendo per produrre una classe politica e culturale altrettanto ambigua, conservatrice e gretta; è questo stesso ambiente a generare l’antidoto: il suo nome è Alexander Langer.

Nove anni dopo Brunico, Langer si chiedeva pubblicamente se il Pci avrebbe mai avuto il coraggio di aprirsi alla società civile, ai movimenti, di essere meno partito ed usare il suo riconosciuto e “prezioso bagaglio ideale e politico” per mettersi insieme all’ala ecologista del Paese.

“Voglio quel posto a Botteghe Oscure”, tempo dopo avrebbe titolato una lettera aperta del politico sudtirolese pubblicata su Cuore. Siamo nel ’94. Cosa sarebbe stato della storia d’Italia se invece dei Rutelli, dei Prodi, per affrontare la discesa in campo di Berlusconi, la sinistra italiana avesse accettato la sfida rappresentata da Alexander Langer?

C’era ormai da tempo in Langer la consapevolezza che democrazia vuol dire “piccolo e radicato nella quotidiana realtà dei piccoli”, difesa delle voci marginali e ascolto dei “disertori” che esistono tra le file dei conquistatori. C’erano l’antidogmatismo, lo sprezzo per i settarismi, nonché la diffidenza nei confronti delle grandi organizzazioni partitiche e dello stato centralizzato. E la diffidenza derivava direttamente dal suo essere sudtirolese di Sterzing, figlio di un medico ebreo non praticante e di una farmacista laica. Sarà appunto questo scetticismo per le grandi aggregazioni, per esempio, l’unico vero elemento di distanza dalle posizioni dell’amato e seguito Lorenzo Milani.

L’unica via percorribile per il Sudtirolo, avrebbe detto Langer, per poi ripeterlo in ex Jugoslavia, in Albania o dovunque riconoscesse muri e divisioni di carattere culturale o etnico, è “insieme o niente”. La convinzione che la democrazia prima di tutto fosse comunanza umana, la dolorosa storia di frontiera della sua piccola patria, il mondo visto da Sterzing o da Bolzano, lo avevano reso un costruttore di ponti. Aveva quindi propugnato la necessità di una nuova e allo stesso tempo antica cultura fatta di radicamento, di convinzioni etiche e religiose, senza cui la politica nulla avrebbe potuto. La sua storia personale lo aveva portato a sognare un mondo privo di “conquistati” e a credere nella forza livellatrice, radicale ed equanime dell’ecologia.

Infatti, il suo ecologismo è volano di uguaglianza, nuova organizzazione sociale che riconosca i limiti e i danni dell’accrescimento continuo. È un’ottica che, diametralmente opposta al cieco urbanocentrismo imperante, ravviserà nella presunta arretratezza regionale aspetti positivi quali la solidarietà del vicinato, la biodiversità dovuta alla policoltura, fievoli differenze economiche e sociali.

Dunque, portando alla mente Simone Weil, Langer comprende che la tracotanza del mondo globale, – armato dalla dittatura dell’economia sulla politica e dell’interesse privato su quello pubblico, – disintegra gli spazi di libertà e partecipazione, generando sradicamento. Conseguenza ne è un costante bisogno di identità, di radici, di continuità generazionale, poiché il primo passo verso un mondo integralista e disperato, è l’assenza di radicamento nei luoghi e nelle comunità. In questo senso egli avvierà un costante lavoro di attenuamento dei confini, proporrà patrie fatte di luoghi e suoni, basate su valori positivi, non esclusivi, nella convinzione che le uniche radici valide siano quelle prive di barriere verso gli altri.

Il mondo a cui aspira Alexander Langer è quello dell'”indefinitezza delle cose”, un’indefinitezza volta alla compartecipazione, fatta di autolimitazione necessaria alla condivisione, fatta di valori come la gratuità che restituisce dignità umana. Si tratta di una poderosa virata verso il futuro, in cui l’imposizione di limiti e confini è soprattutto rivolta alla civiltà industriale e urbana, alla tecnologia, ai grandi e piccoli totalitarismi che esse portano con sé.

La sfida aperta dal politico sudtirolese era volta a creare spaziotempo per accudire e coltivare, nonché maggiore capacità di azione e determinazione della propria esistenza. È la sfida del saper essere piccoli, di non cedere ai cattivi giornalismi, alle elusive e complici agende degli show mass mediatici. Langer, finché ha potuto, l’ha sostenuta.

Certo, ora magari dovrei chiedermi della sua fine a Pian de’ Giullari, poco prima di aver compiuto i cinquant’anni; “è più facile restare soli, quando si vuole essere per tutti”, ha scritto a riguardo Adriano Sofri. Credo bastino queste parole. Se non fosse così, in un indimenticabile scritto indirizzato a San Cristoforo Alex diceva: “Tu eri uno che sentiva dentro di sé tanta forza e tanta voglia di fare (…) Avevi deciso di voler servire solo un padrone che valesse la pena seguire, una Grande Causa che davvero valesse più delle altre (…) penso che oggi in molti siamo in una situazione simile alla tua, e che la traversata richieda forze impari”. In questo modo si chiedeva dove prendere le forze per “fare” ancora.

Non mi chiederò oltre, allora, del peso che ha schiacciato Alexander, ma credo che, ormai venticinque anni fa, Langer sia stato la più grande occasione persa della politica italiana.

 

Sandro Abruzzese

*articolo apparso precedentemente su Poetarum silva

 

Per saperne di più:

Fondazione Langer

Alexander Langer, Il viaggiatore leggero, Sellerio editore.

Norbert C. Kaser, Rancore mi cresce nel ventre, ab edizioni.

 

Sulla Ferrara infelice e disperata de L’Espresso

le torri gemelle

Torri gemelle alla stazione di Ferrara

Del reportage su Ferrara di Fabrizio Gatti, che ha destato scalpore e provocato la conseguente replica del sindaco, devo dire che ho trovato molto proficuo lo sforzo di raccontare “l’altra Ferrara”, cioé la parte più povera e a volte invisibile della città. Si tratta però di prenderne il buono, – la prospettiva, alcuni dati, – e lasciar perdere la retorica della disperazione e dell’infelicità. Questo a mio avviso sarebbe utile alla città per comprendersi.

Il giornalista ha infatti usato statistiche socio-economiche quali i dati sull’occupazione, la povertà, gli indici demografici, alcune cifre sull’assistenza sociale. Ha inoltre ricordato la presenza della mafia nigeriana, dello spaccio di droga e, in alcune aree della città come la Gad, della perdita del controllo del territorio da parte delle istituzioni. E per fortuna, bontà sua, ha dimenticato il tasto dolente dell’inquinamento.

La ricostruzione, dicevo, va salvata per darle un dibattito serio e anche per non lasciare l’argomento a una facile ironia o peggio relegarlo a monopolio e strumento di propaganda delle odierne e odiose destre xenofobe. I punti sollevati da Gatti esistono, sono urgenti e meritano attenzione.

La risposta del sindaco invece, soffermandosi sulla crescita del turismo, le nuove fermate dei veloci (e costosi) treni di Italo e Trenitalia, le nuove infrastrutture ecc., ha finito per ricordarmi un famoso film con Gene Wilder intitolato Non guardarmi: non ti sento. Insomma la sua mi è parsa una difesa d’ufficio dell’amministrazione piccata e tuttavia fuori fuoco poiché i treni veloci o le infrastrutture, le mostre, le piste ciclabili parlano di una Ferrara ampiamente visibile e pubblicizzata che poco ha a che fare con la parte povera e multietnica della città. Non credo fosse in discussione questo.

Come difesa d’ufficio, peraltro, sarebbe bastato incrociare qualche statistica nazionale per confutare i dati utilizzati da Gatti sull’impoverimento, sulla demografia, sull’immigrazione, e sottolineare come queste cifre riguardino dinamiche nazionali e internazionali contro cui nessuna amministrazione comunale ha colpe né può vantare soluzioni. Non è a Ferrara ma in Italia che ci sono pochi nati. Non è a Ferrara ma in Italia che la povertà relativa ha raddoppiato le sue percentuali. Non è a Ferrara ma in Europa e nel mondo che le migrazioni stanno cambiando la realtà di interi continenti. È quindi Ferrara il simbolo di un periodo europeo e non il contrario. Anzi la retorica della disperazione, se paragonata alla realtà e ai numeri di altre aree del Paese, o del Mezzogiorno, dove risiedono la maggior parte delle famiglie povere italiane, risulta del tutto inappropriata.

Su questo però, ripeto, sarebbe utile a tutti discutere, spiegarsi, argomentare.

Tornando al reportage, ebbene i parametri valutativi usati dal giornalista non mettono in discussione di certo la “felicità di Ferrara”, bensì il suo benessere. È il binomio “benessere-felicità” o “povertà relativa-disperazione” quello che contesto al giornalista, o meglio ai titoli sensazionalisti dell’articolo.

Allora è il caso di aggiungere altre prospettive al racconto della città e dire magari che, a dispetto di tante altre città padane, Ferrara non è infelice né disperata prima di tutto perché è ancora un luogo. È uno spazio vissuto che genera senso e relazioni umane, memoria, conoscenza e condivisione. Sono le relazioni simmetriche, la capacità di muoversi liberamente e partecipare, è la capacità di vivere la propria privatezza per poi condividerla in una sfera pubblica che fanno di una città un luogo vivo (costo di un affitto o di una casa, mobilità, gratuità di eventi e servizi, ecc.). Dunque, Ferrara è ancora un luogo e lo è proprio perché non è particolarmente ricca né industrializzata, e non è ancora soffocata né snaturata dal turismo di massa o dalla diseguaglianza. Questi fattori, insieme agli impulsi positivi legati alla sua antica università, le hanno consentito di conservare il suo corpo, la sua forma, e di attirare costantemente nella sua orbita.

Certo, stiamo parlando di un’Italia tremendamente invecchiata, e la felicità di Ferrara, va detto, non è eterna né scontata. Essa dipenderà dalle sue capacità residue di generare radicamento nei nuovi ferraresi (le statistiche demografiche restano inesorabili), di generare uguaglianza e di difendersi dal consumo del suolo, dalle speculazioni edilizie, dal proliferare di centri commerciali, dall’inquinamento, che pure ne hanno minacciato e continuano a minacciarne l’essenza.

Ebbene, vale la pena ricordare che una città che genera radicamento è l’antidoto migliore a qualsiasi tipo di fondamentalismo o fanatismo e le città della desolazione italiane sono proprio quelle industriali e postindustriali che vantano pil, cifre e dati più virtuosi. È lì che crescono i focolai d’odio, di rabbia e rancore dovuti allo sradicamento e alla fine delle comunità, ed è lì che nascono e attecchiscono le leghe e i Salvini.

In questa vicenda è chiaro che spetterà un ruolo importante alla nostra classe dirigente, la quale nel complesso, se confrontata al resto d’Italia, viene da diversi mandati positivi, e tuttavia dovrà nell’immediato futuro favorire la maggiore compartecipazione possibile tra la città dei poveri e quella dei ricchi, tra i nuovi e i vecchi ferraresi.

Insomma, Ferrara è anche l’altra città di cui il giornalista Gatti parla, e agire su di essa è un’occasione, forse l’unica, di rigenerazione, per creare nuovi, inediti equilibri.

Il fatto è che, purtroppo, – come la peste di Camus o la cecità di Saramago, – l’odio, la paura, l’isolamento degli italiani, lo stallo politico nazionale, la mancanza di idee e visioni precise del Paese, si propagano su e giù per lo stivale al pari di un morbo inarrestabile, rendendoci disperatamente inermi, soli, a volte miopi.

 

Sandro Abruzzese

*Articolo comparso in precedenza qui, su Ferraraitalia

L’Italia di Gramsci: dal Rinascimento al Cesarismo

Poetarum Silva

L’Italia di Gramsci: dal Rinascimento al Cesarismo

Nel volume dei Quaderni denominato Risorgimento, in continuità col De Sanctis, Gramsci chiarisce che il Rinascimento “disfece l’Italia e la condusse serva dello straniero”.  Al suo interno vi erano spinte progressive e regressive, ma queste ultime ebbero la meglio, mentre le prime proseguirono nell’Europa degli stati nazionali.
Bisognerà attendere il corso del ‘700, l’indebolimento papale, la rivoluzione francese, per riallacciare l’Italia alla storia d’Europa. È una soluzione nobile, coraggiosa, basata sui valori di indipendenza e unità, tuttavia spesso mossa da eccessiva astrattezza e comunque basata sul volontarismo più che sulla mobilitazione nazionale-popolare. Infatti, per Gramsci l’assenza del coinvolgimento delle masse rende il volontarismo uno strumento pericoloso, dagli sbocchi incerti. Il volontarismo è un “surrogato dell’intervento popolare”, (…) ma per costruire storia duratura non bastano i migliori, occorrono le più vaste e numerose energie nazionali-popolari”.
Ciò che il sardo auspica per l’Italia è…

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L’Italia nazionale-popolare di Gramsci

Nella foto Antonio Gramsci. Fonte Fondazione Feltrinelli

Dal fallimento politico rinascimentale ai cesarismi

Nel volume dei Quaderni denominato Risorgimento, in continuità col De Sanctis, Gramsci chiarisce che il Rinascimento “disfece l’Italia e la condusse serva dello straniero”. Al suo interno vi erano spinte progressive e regressive, ma queste ultime ebbero la meglio, mentre le prime proseguirono nell’Europa degli stati nazionali.

Bisognerà attendere il corso del ‘700, l’indebolimento papale, la rivoluzione francese, per riallacciare l’Italia alla storia d’Europa. È una soluzione nobile, coraggiosa, basata sui valori di indipendenza e unità, tuttavia spesso mossa da eccessiva astrattezza e comunque basata sul volontarismo più che sulla mobilitazione nazionale-popolare. Infatti, per Gramsci l’assenza del coinvolgimento delle masse rende il volontarismo uno strumento pericoloso, dagli sbocchi incerti. Il volontarismo è un “surrogato dell’intervento popolare”, (…) ma per costruire storia duratura non bastano i migliori, occorrono le più vaste e numerose energie nazionali-popolari”.

Ciò che il sardo auspica per l’Italia è il passaggio a un cosmopolitismo di stampo moderno, dove la nazione non serva ad appropriarsi dei frutti del lavoro altrui, a dominare gli altri, bensì a “esistere e svilupparsi”. Quello che tuttavia accade dopo Cavour è che la borghesia capitalistica e i latifondisti trovano in Crispi e Giolitti degli esecutori: “il Nord concretamente era una piovra che si arricchiva alle spese del Sud”, dirà Gramsci in un celebre passaggio dei Quaderni, “e il suo incremento economico-industriale era in rapporto diretto con l’impoverimento dell’economia e dell’agricoltura meridionale”.

In Note su Machiavelli poi, si fa strada la convinzione che, grazie al partito politico, le masse di contadini hanno l’occasione di entrare nella storia, è attraverso questo “moderno principe”, propugnatore della riforma intellettuale e morale, che si potrà sviluppare una forma “superiore e totale di civiltà moderna”. Questo passa per un cambiamento dei rapporti economici all’interno della società, e allo stesso tempo occorrerà acquisire quello spirito di partito in grado di ridimensionare l’individualismo in politica, affinché l’eliminazione delle classi comporti la stessa scomparsa dei partiti.

Certo, ricorda Gramsci, “in realtà è più facile formare un esercito che formare dei capitani”, e i partiti possono svolgere funzione progressiva, attraverso meccanismi democratici, ma anche arroccarsi in funzione burocraticamente centralizzata, così come la burocrazia statale può cristallizzarsi in casta e fomentare corruzione e dissoluzione morale: a quel punto però “il suo nome di partito politico è una pura metafora mitologica”.

Dunque, per una riforma morale degli italiani, per una saldatura nazionale-popolare, bisognerà trovare la passione, perché “solo chi fortemente vuole identifica gli elementi necessari alla realizzazione della sua volontà”. E perché nei periodi di crisi organica dei partiti, cioè quando lo scollamento tra gruppi sociali e partiti si acuisce, questa crisi della classe dirigente apre il campo a soluzioni pericolose. Si tratta della comparsa del cesarismo: “una situazione in cui le forze in lotta si equilibrano in modo catastrofico”, dimodoché se la risposta è progressista, rivoluzionaria (Cesare, Napoleone I), abbiamo un passaggio evolutivo. Se, al contrario, il cesarismo è regressivo (Napoleone III, Bismarck), anche se “non esistono restaurazioni in toto”, ci troveremo davanti a una vera e propria restaurazione. È un passo importante, se si considera il periodo vissuto, le figure quali Lenin e Mussolini sullo sfondo, ed è un passo che risente, come ha notato Luciano Canfora in Su Gramsci, della entusiastica considerazione che Marx ha per la figura del condottiero romano.

Ad ogni modo, secondo il leader comunista è stato Machiavelli durante il Rinascimento a indicare la strada per sopravanzare lo stallo della penisola: un consenso attivo delle masse popolari alla monarchia assoluta avrebbe consentito all’Italia di non essere soggiogata dallo straniero, avrebbe messo fine all’anarchia feudale, al potere papale e alla sua funzione antieconomica, reazionaria, e fondato uno stato territoriale nazionale su base popolare.

Sandro Abruzzese

 

Gramsci: intellettuali e carattere italiano

 

“Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza”, scriveva l’ordinovista Antonio Gramsci nel ’19. Dietro questo motto, giustamente segnalato da Eugenio Garin in Con Gramsci, vi è l’intuizione che fa da sfondo a una delle più interessanti riflessioni del leader comunista: quella sul ruolo degli intellettuali nella società moderna. Se la borghesia rurale ha i suoi funzionari statali e liberi professionisti, argomenta Gramsci, se la borghesia cittadina fornisce i tecnici delle industrie, l’unica classe produttiva che non possiede dei rappresentanti e che anche quando li produce finisce per perderli poiché assimilati alle altre categorie, è quella contadina. A tal proposito, occorre staccare gli intellettuali dal blocco dominante per creare una nuova cultura che li saldi al popolo, generando un inedito blocco nazionale.

Tornando agli intellettuali classici, restano celebri alcune pagine in cui il sardo traccia il profilo di oratori eloquenti e sentimentali, avulsi dalla realtà effettuale, dalla vita pratica e dai problemi delle masse: si tratta di “parolai”. A questo genere di intellettuali Gramsci replica che “le idee sono grandi in quanto attuabili”, per cui occorre mostrare concretamente la strada da percorrere e, nel farlo, occorre rappresentare una volontà collettiva, essere in grado di organizzarla.

“Gramsci è nell’alveo di Lenin”, scriverà in merito a questa concezione Luciano Gruppi. Gli intellettuali sono gli organizzatori, il trait d’union tra teoria e pratica, gli educatori di un carattere nazionale e internazionale che superi la mera appartenenza a un gruppo socio-economico specifico. E a chi sottolinea un carattere italiano individualista, che vive e si affida ad espedienti piuttosto che a forme organizzative moderne, di stampo politico e sindacale, egli ribatte che il proliferare di forme criminali come le mafie o le consorterie politiche corrisponde all’incapacità delle classi dirigenti nazionali di risolvere i bisogni economici immediati dei cittadini.

Il rinnovamento dello stato, quindi, non può che avvenire attraverso la saldatura degli intellettuali agli strati “economicamente e culturalmente” più bassi della penisola. Questo rinnovamento passa per la lotta al settarismo e all’apoliticismo, i quali hanno occupato i partiti trasformandoli in un insieme di “galoppini e maneggioni elettorali”. Infatti, se carattere permanente del popolo italiano è “l’ammirazione ingenua e fanatica per l’intelligenza come tale – (…) forse unica forma di sciovinismo popolare in Italia (…) -, essere partigiano della libertà in astratto non conta nulla”. La realtà delle classi dirigenti italiane di fine ‘800, inizio ‘900, – Gramsci ne è convinto,- è fatta più di miseria culturale che di serietà politica. La stessa accademia, l’università e l’istruzione, risentono dell’apoliticismo condannando i funzionari e la burocrazia di cui sono espressione alla estraneità alle masse.

Il problema delle classi dirigenti, continua Gramsci in Passato e presente, riguarda anche i suoi capi: bisogna distinguere se siamo di fronte a “grande ambizione”, la quale è indissolubile dal bene collettivo e dalla crescita generale degli strati sociali, oppure a “piccola ambizione”, la quale, attorno a sé, crea solo il deserto. A questo punto è chiaro che i capi devono costruire partiti in grado di perseguire “fini politici organici di cui queste masse sono il necessario protagonista storico”. Ed è chiaro che per farlo è necessario superare il culto italico dell’intelligenza retorica, provinciale e sterile, per avviare quella riforma morale e intellettuale attesa fin dal Rinascimento, in grado di riavvicinare finalmente gli intellettuali italiani alle masse e l’Italia all’Europa.

Andando a ritroso, alla ricerca storica delle cause di questa arretratezza, negli Intellettuali Gramsci sottolinea che la divisione politica della penisola dalla caduta dell’Impero romano al 1870 ha prodotto intellettuali con una visione internazionale e cosmopolita legata al ruolo tradizionale dell’Impero prima e del Papato poi. La frattura tra intellettuali cosmopoliti e popolo si riverbera, soprattutto per quanto riguarda i dotti, nell’uso della lingua latina, la quale taglia il popolo dalla partecipazione per secoli. Di conseguenza, mentre gli altri stati europei costruiscono la loro coscienza collettiva sulla base di ceti intellettuali nazionali, gli intellettuali italiani restano cosmopoliti e addirittura emigrano nel resto d’Europa in qualità di tecnici. A quel punto, con l’involuzione politica rinascimentale, l’incapacità di superare la stagione municipale e quella delle signorie, non rimane che la vulgata del genio italico, il quale non è considerato dal sardo degno di nota senza la conseguente capacità di socializzarne gli approdi, di renderli universali e collettivi all’interno della nazione, ciò che è precipuo compito delle élites.

© Sandro Abruzzese

Articolo apparso su Poetarum silva

Leggi anche Il mondo grande e terribile di Gramsci

Nessuna vergogna per Mario

mario capozzi Genova 2001

Mario Capozzi al G8 di Genova del 2001

Tempo fa, durante un incontro pubblico, chiesi al sindaco di Grottaminarda “verità” per Mario Capozzi. Oggi abbiamo una sentenza, la quale “per fortuna” non ha trovato responsabili.
Comunque oggi è l’anniversario della morte di Mario e se la verità giudiziaria è che non ci sono responsabili, la realtà è che chiunque potesse avere delle seppur minime responsabilità ha fatto di tutto per evitare di assumersele. Anche questa è una verità, sebbene senza indagini, e insegna qualcosa.
La morte di Mario misura il livello della dignità, dei valori condivisi di una comunità. Non è necessario indicare quali siano questi valori, ognuno lo capisce da solo, e non è necessario puntualizzare che si tratta di una vicenda vergognosa. E la vergogna che genera questa vicenda non deve neppure trarre troppo in inganno: la vergogna è un sentimento che alberga in animi nobili, e questa, da qualsiasi punto la si osservi, è solo una storia di viltà istituzionale e individuale.

Gianmaria Testa, Da questa parte del mare

Poetarum Silva

Gianmaria Testa, Da questa parte del mare, Einaudi 2016; € 12,00, ebook € 6,99

Il motivo per cui ho molto amato Da questa parte del mare, libro postumo di Gianmaria Testa, curato dalla moglie Paola, innanzitutto sta nei suoi presunti “difetti”. È come se fosse sopraffatto dalla sincerità e dall’urgenza, ed è come se la sua intimità, la delicatezza, ci rendessero intrusi in un mondo nobile, ma nobile perché spurio e mescolato, semplice e umanissimo, che è il contrario della purezza sofisticata a cui vorrebbero anelare certe idee di libri e cose perfette.
Da questa parte del mare possiede una lingua altrettanto semplice e autentica. Testa mette gli occhi sulle ginocchia e guarda il mondo. Da lì vede lo spaesamento, lo smarrimento di un’epoca, percepisce la perdita dei nomi e dell’identità del prossimo, lo sradicamento di Babasunde per esempio, rassegnato a farsi chiamare in altro modo: un uomo che ha…

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Il mondo grande e terribile di Gramsci

*Articolo apparso su Poetarum silva
Vita di Nino 

Di quando, recluso dall’8 novembre del ’26, gli caddero uno a uno 12 denti, a Gramsci, e qualche anno di carcere dopo, in pochi mesi, aveva perso 7 chili.

Di quando, nel ’31, i medici produssero certificati, prove: male di Pott, lesioni tubercolari, febbre, ipertensione, insonnia, e non ricevette cure adeguate per altri due anni, per esser sicuri che non ce l’avrebbe fatta.

D’altronde, nella requisitoria milanese, l’accusatore Isgrò si era tradito goffamente con una frase grossolana ma di una violenza emblematica: “Per vent’anni, dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare”, aveva detto. Era evidentemente il problema del fascismo: la paura prodotta da quella grande testa, – “la testa di un rivoluzionario” – scrisse di lui Piero Gobetti, su un corpo malfermo, quasi da bambino; la paura di quella fievole voce, affinché non parlasse, non organizzasse la vita degli operai e dei contadini italiani. Fu condannato a vent’anni e passa di carcere. Avrebbe fatto in tempo a scontarne undici.

Di quando da ragazzo, al ginnasio di Santulussurgiu, vendeva pasta, olio, formaggio della sua dispensa, per acquistare i libri prediletti. Fin dalle elementari, dirà egli stesso in una lettera alla moglie Julca, aveva maturato “l’istinto della ribellione, che da bambino era contro i ricchi, perché non potevo andare a studiare, io che avevo preso 10 in tutte le materie (…) esso si allargò per tutti i ricchi che opprimevano i contadini della Sardegna, ed io pensavo allora che bisognava lottare per l’indipendenza nazionale della regione. (…) Poi ho conosciuto la classe operaia di una città industriale e ho capito ciò che realmente significavano le cose di Marx (…)”.

O di quando a Cagliari, per l’ultimo anno del liceo, non usciva per la vergogna dei vestiti lisi e scriveva al padre Francesco la sua impotenza, l’umiliazione. Cosa che avrebbe replicato a Torino, consumandosi nel freddo gelido del capoluogo sabaudo, senza possedere nemmeno un cappotto. All’epoca di Cagliari, viveva ancora con Nannaro, il fratello maggiore, un socialista. Il fratello qualche tempo dopo sarebbe poi stato scambiato per Nino e massacrato fino a perdere un dito e rischiare la morte per dissanguamento, dopodiché sarebbe fuggito in Francia.

Ma già nel ’24, a capo del Pci, Gramsci aveva compreso la natura e le difficoltà del suo compito: i compagni “Credono che io sia una sorgente inesauribile (…) Domandano troppo da me, si aspettano troppo e ciò mi impressiona sinistramente”. Risulta eletto alla Camera, in Veneto, e questo gli farà scrivere: “Quando penso a ciò che sono costati agli operai e ai contadini i voti datimi, (…) che parecchi sono stati bastonati a sangue per ciò, giudico che una volta tanto l’essere deputato ha una valore e un significato”.

Era stato, dopo aver abbandonato l’università, un giornalista attivissimo al Grido del popolo, all’Ordine nuovo, il suo acume lo aveva portato all’attenzione di Lenin. Il Gramsci torinese era cresciuto e aveva sviluppato un carattere pignolo e spigoloso, fatto di una intransigente severità verso se stesso, e quindi verso gli altri. Il suo amore per il pensiero, in questi importanti anni di formazione, lo avrebbe portato a rifiutare qualsiasi settarismo, qualsiasi esteriorità o forma di vanità. Spesso non avrebbe firmato nemmeno i suoi articoli, oppure avrebbe usato pseudonimi, e questo ben prima che la sua vita fosse in pericolo per via delle persecuzioni fasciste.

Cresciuto nell’indigenza, Nino Gramsci, fin da bambino aveva condotto una vita grama, acuita dai difetti fisici, dalla povertà familiare seguita all’arresto del padre per peculato e altri capi d’accusa. Ebbene, fu in Russia, in qualità di rappresentante del Pci nell’esecutivo dell’Internazionale comunista, che la sua vita ebbe un’importante svolta. Ricoverato nel sanatorio di Sieriebriani Bor, per il consueto esaurimento nervoso, conobbe Julca, la futura moglie. Concepirono il primo figlio, Delio.

“Il tuo amore”, le scriverà nel ’24 da Roma, “mi ha rafforzato, ha veramente fatto di me un uomo”. Si vedranno ancora nella capitale, lei ripartirà nell’estate del ’26, in attesa del secondogenito Giuliano. A causa del seguente arresto, Nino non conoscerà mai, se non per foto, il suo secondo figlio, né rivedrà gli amati Julca e Delio.

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A Roma avviene l’ultima fase della sua vita in libertà. Durante la crisi Matteotti, ha il tempo di riconoscere i tratti della “fase acuta della civiltà borghese in decomposizione galoppante (…)” ma è costretto a evidenziare che il proletariato “non ha l’organizzazione sufficiente per prendere il potere. Demoralizzazione, vigliaccheria, corruzione, assumono gradi inauditi”.

Registra poi una implacabile polarizzazione in cui i partiti intermedi svaniscono:  i riformisti non acconsentono a massicce forme di protesta unitarie, l’estrema sinistra sventola il frazionismo, i fascisti picchiano e minacciano. In questo contesto Gramsci sente una “(…) solitudine oltre ogni cosa, anche per l’organizzazione illegale del partito che costringe al lavoro individuale e indipendente”.

Nel suo unico discorso del 16 maggio 1925 alla Camera, con voce debole e sottile, a chi gli rinfacciava di non conoscere il Meridione aveva risposto:
“Io sono meridionale”! (…) “In Italia il capitalismo si è potuto sviluppare in quanto lo Stato ha premuto sulle popolazioni contadine, specialmente nel Sud. (…) per fare opera seria e concreta dovreste cominciare col restituire alla Sardegna i 100-150 milioni di imposte che ogni anno estorcete alla popolazione sarda”.

È una convinzione che aveva anticipato in numerosi articoli, che confluirà nel saggio del ’26 sulla Questione meridionale, e che aveva avuto modo di ribadire fondando il quotidiano L’Unità: “noi dobbiamo dare importanza specialmente alla questione meridionale, cioè alla questione in cui il problema dei rapporti tra operai e contadini si pone non solo come un problema di rapporto di classe, ma anche e specialmente come un problema territoriale, cioè come uno degli aspetti della questione nazionale”.

Tornando al carcere, quando fu arrestato, aveva 35 anni. Non poterono molto i tentativi del Vaticano e nemmeno le proteste internazionali capeggiate da Romain Rolland, grazie alle informazioni veicolate da Piero Sraffa.

“Il carcere è una bruttissima cosa”, scriverà alla mamma, “ma per me sarebbe ancora peggiore il disonore per debolezza morale e per vigliaccheria”. Nessuna richiesta di grazia, mai. Nessun compromesso. Bensì solo ciò che la legge prevede, e questo per rimarcare la posizione di intransigente oppositore al fascismo e sottolineare la sua condizione, come dirà Giuseppe Fiori, di “combattente irriducibile”.

Sempre alla cara mamma, dal carcere scrive: “Occorre che tu sia forte, nonostante tutto, come sono forte io, e che mi perdoni con tutta la tenerezza del tuo immenso amore e della tua bontà (…) io sono tranquillo e sereno. Moralmente ero preparato a tutto. (…) mi piange il cuore nel pensare che non sempre sono stato con voi affettuoso e buono come avrei dovuto essere e come meritavate. Vogliatemi sempre bene e ricordatevi di me”.

Dal ’28 sarà completamente isolato: pochissime le lettere di Julca, affetta da un grave esaurimento nervoso, poche quelle da Ghilarza (Peppina muore il 30 dicembre del ’32), dissente dalla linea del partito di Togliatti e dalla svolta dell’Internazionale, si allontana per dissidi e incomprensioni anche dai compagni carcerati a Turi. Pochi mesi e, – se non fosse per Tatiana, sorella di Julca, che vive in Italia e gli sarà accanto quasi costantemente dalla detenzione in poi, – in completa solitudine, avvia la stesura dei Quaderni.

Gli ultimi anni sono durissimi: “(…) per me il passato ha una grande importanza, come unica cosa certa nella mia vita (…)”. La malattia avanza e nel ’33 è a uno stadio tale che a Tania scrive: “sono mezzo abbrutito o forse completamente abbrutito per il non poter dormire e riposare la notte: in certi momenti mi pare di diventar pazzo (…)”, o ancora “non riesco più a reagire al male fisico e sento che le forze mi vengono sempre più a mancare (…)”, e infine “(…) ciò che ancora mi da un po’ di forza è il pensiero che ho delle responsabilità verso Julca e verso i bambini; altrimenti non lotterei neppure, tanto il vivere mi è diventato gravoso e odioso”.

Ormai, nel ’35, la situazione è critica. A sue spese, aiutato sempre e comunque dall’amico Piero Sraffa, fu trasferito a Formia e poi, per gli ultimi giorni, a Roma. Cerca di rincuorare Julca: “(…) Occorre resistere, tener duro, cercare di acquistare forza. D’altronde ciò che è accaduto non era del tutto imprevedibile (…) ricordi quando ti dicevo che andavo alla guerra? (…) era il vero e in realtà così sentivo. Sii forte e fa di tutto per star meglio. Ti abbraccio teneramente coi nostri ragazzi”.

Muore a Roma, il 27 aprile del 1937, all’età di 46 anni. Il padre Francesco gli sopravvive per due settimane, a volte rileggeva le cose che il figlio aveva scritto alla mamma Peppina come questa:

“Cara mamma vorrei proprio abbracciarti, perché sentissi quanto ti voglio bene, e come vorrei consolarti di questo dispiacere che ti ho dato: ma non potevo fare diversamente. La vita è così, molto dura e i figli qualche volta devono dare dei grandi dolori alle loro mamme, se vogliono conservare il loro onore e la loro dignità di uomini”.

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© Sandro Abruzzese