CARLO LEVI, LA TERRA CEDE E SCIVOLA

(o come dare torto e ragione a Calvino su Carlo Levi)

Paesaggio calanchivo di Aliano, foto di Sandro Abruzzese

 

“Io uso dire, in modo paradossale, che l’Italia ha due capitali e che una è Torino e l’altra è Matera”.

“Nulla è sicuro invece nel mondo contadino, il tempo non vi è segnato dagli orologi e non vi scorre, e ogni immagine scoperta può essere perduta. Esse stesse, le immagini, sono i soli punti certi e raggiunti, la sola difesa di una vita personale in continuo rischio: perciò esse tendono a fissarsi, a diventare ripetibili e quasi rituali, a trasformarsi in formule magiche o evocatorie, (…) in questo continuo sforzo del mondo contadino di esprimersi, noi vediamo, mi pare, il continuo fenomeno della creazione del linguaggio, poiché le parole non sono altro che la memoria dei nomi che rappresentano l’atto della distinzione da un oggetto, la creazione, cioè, degli oggetti dalla indifferenziazione”.
Carlo Levi, Il contadino e l’orologio.

 

Nel saggio introduttivo al Cristo, Italo Calvino sostiene che per comprendere la poetica di Levi occorre partire da Paura della libertà, libro scritto nel ’39 a La Baule, durante l’esilio in Francia. In esso infatti affiora per la prima volta la riflessione dello scrittore in merito allo Stato-idolo. Sono riflessioni molto belle, che risentono della filosofia europea, da Vico, Spengler, a Hegel, Gramsci, Gobetti. Levi al cospetto del fascismo e dei totalitarismi vi sostiene che quando si combatte per un idolo, quando gli stati sprezzano l’individuo imbrigliandolo nell’esercito, nella macchina burocratica, nell’organizzazione centralistica, la libertà lascia il posto alla crescente e continua oppressione. Per uno Stato del genere, poi, la guerra è “il sacrificio perfetto”. A uno Stato del genere occorrono nemici, schiavi, servi. E nessuno meglio degli stranieri, di estranei può fare al caso. “L’idolo statale”, scrive Levi, “può reggersi soltanto finché avrà di fronte a sé uno straniero: un nemico necessario, che dovrà essere continuamente espulso e continuamente ritrovato, una vittima provvidenziale” (p. 114). Quando si combatte per un idolo, quando si è in una guerra religiosa, lo Stato ha bisogno di una massa informe, di cui le grandi città, i sobborghi di “gente senza storia”, insieme al tecnicismo, sono il risultato. È questo Stato a generare un mondo “impoetico, anonimo, ripetitivo”.

In Paura della libertà Levi intuisce pure che l’urbanesimo, il corpo sformato del Paese, è legato a una cultura del non senso, di massa, a suo modo totalitaria, perché intrisa di propaganda, la quale serve allo Stato-idolo per produrre l’identità indistinta, confusionaria e priva di molteplice. È un’umanità informe, “sradicata da ogni determinazione”. Inoltre egli riflette sulla compresenza dei tempi e delle civiltà, individuandone lungo la penisola una militare e una contadina. La prima è statolatra, religiosa e giuridica, il cui tempo risulta lineare; la seconda anarchica, irreligiosa e poetica, fuori dalla storia poiché immobile. È quest’ultimo il mondo portato alla luce da Levi in Cristo si è fermato a Eboli. Ed è questa compresenza dei tempi che egli testimonia e per cui giustamente Calvino rimanda a Paura della libertà.

 

Tuttavia, sebbene lo scritto del ’39 sia un saggio ricco di riflessioni interessanti sull’arte, sulla lingua, sul sacro e sul religioso, quello che il Cristo aggiunge è lo sguardo, la capacità percettiva dell’esule torinese, e quella scrittura “erotica”, certo a volte venata di atteggiamenti tronfi o paternalistici, ma che nasce sempre dall’amore per la vita e l’umano, dalla passione per la libertà e la giustizia. La scrittura di Levi, avrà modo di dire Giulio Ferroni, “ha il dono (…) di saper dare il senso di una vita distesa nel tempo, di uno spazio pullulante di presenze, di speranza, di sensazioni, di delusioni”.
Non solo. In Carlo Levi il paesaggio, l’ambiente, la luce, prendono corpo. Credo che la fisicità, la corporeità lucana, nonché l’impatto che su di lui ha avuto la lunga permanenza forzata a contatto col mondo contadino sia qualcosa di simile a un’agnizione per l’intellettuale cittadino. Levi è un corpo estraneo, un intellettuale europeo, illuminista, proveniente da una Torino già industriale, ed è come se proprio in quanto corpo estraneo egli sia in grado di mettere a fuoco le contraddizioni lampanti ma aggrovigliate della società meridionale. È questa matassa che Levi dipana grazie agli intensi e precedenti studi meridionalistici e all’esperienza diretta del confino.

Se volessimo trovare qualcosa di simile, e di pari, capitale importanza nella cultura italiana, verrebbe fatto di pensare al meridionale sardo Antonio Gramsci, trapiantato dalla piccola Ghilarza alla grande città industriale sabauda grazie a una borsa di studio. Nondimeno negli stessi anni, tra Francia e Inghilterra, per altre vie del tutto originali, sarà Simone Weil ad avvicinarsi e approfondire le stesse tematiche dell’autore del Cristo.

Craco, foto di Sandro Abruzzese
(paese dove Rosi girò parte di Cristo si è fermato a Eboli)

Ma che cosa rappresenta la Lucania per Levi? Più di una volta egli stesso definisce la regione un insieme di isole. E come tante isole vede ed enumera i paesi circostanti Aliano: sospesi, accartocciati sui poggi, svettanti e divisi da chilometri tortuosi di valli malariche e monti. Ogni comune rurale è una piccola patria che risponde a regole proprie. Grazie alla massiccia emigrazione siamo di fronte a un nuovo matriarcato, paesi di donne nelle cui case fanno mostra i ritratti di Roosevelt e della Madonna di Viggiano, dirà il confinato. E nello specifico è l’isolamento della Lucania, il paesaggio vuoto e remoto del materano, sono i volti, i gesti, la cultura dei contadini di questo mondo antico a colpire profondamente Levi per la loro poeticità. Nel Cristo continui, incessanti si fanno i riferimenti al paesaggio di Grassano e Aliano. Deve essere chiaro che ciò che si presenta agli occhi dello scrittore sotto forma di calanchi argillosi e balze deserte è, dal punto di vista geografico e antropico, un disastro idrogeologico. È uno scenario biblico, ancestrale, certo fascinoso. Ma pur sempre una sciagura. Quello che Levi contempla è un paesaggio desolato, e lo stesso Don Trajella, il parroco misantropo del Cristo, avverte il confinato: “Qui ci sono continue frane. Quando piove, la terra cede e scivola, e le case precipitano. (…) Fra qualche anno questo paese non esisterà più. Sarà tutto in fondo al precipizio. (…) Non ci sono alberi né rocce, e l’argilla si scioglie, scorre in basso” (Cristo, p. 37-38). Certo Grassano è un paese più grande, meno originale risulta il paesaggio circostante, ma comunque vi era “Soltanto una distesa uniforme di terra abbandonata”. E ancora su Aliano: “Su una terra remota come la luna, bianca in quella luce silenziosa, senza una pianta né un filo d’erba, tormentata dalle acque di sempre, scavata, rigata, bucata” (C, p. 197).

Casa del confino di Levi ad Aliano. Foto di Sandro Abruzzese

La Lucania meridionale quindi è un luogo remoto che volta le spalle all’Europa ed è il luogo dove prende forma evidente il contrasto gramsciano tra campagna e città che Levi non manca di sottolineare. Il fascismo ha ignorato il problema e in generale lo Stato ha dato risposte generiche a condizioni particolarissime. È una diagnosi che in futuro abbraccerà la Sicilia e la Sardegna. Dal punto di vista economico, per esempio, “le foreste sono state tagliate, i fiumi si sono fatti torrenti, gli animali si sono diradati, invece degli alberi, dei prati e dei boschi, ci si è ostinati a coltivare il grano in terre inadatte. Non ci sono capitali, non c’è industria, non c’è risparmio, non ci sono scuole, l’emigrazione è diventata impossibile, le tasse sono insopportabili e sproporzionate: e dappertutto regna la malaria” (C, p.221).

È il corpo della Lucania, questa terra dei boschi ridotta a brandelli desertici, a far dire all’autore che “Non può essere lo Stato a risolvere la questione meridionale, per la ragione che quello che noi chiamiamo problema meridionale non è altro che il problema dello Stato”. Ed è l’incontro con quella piccola borghesia dei paesi, odiosa e feudale, che vive di soprusi e privilegi e schiaccia i contadini nella miseria, a turbare Levi e dargli conferma che solo uno Stato che parta dall’individuo, uno Stato fatto di tante comunità autonome, potrà evitare l’oppressione di una parte del Paese sull’altra. Solo la partecipazione e la cooperazione, in un mondo costituito dal basso, attraverso le autonomie delle istituzioni e delle forme di vita sociale potrebbe, secondo l’azionista, rendere possibile la coesistenza di queste due civiltà.

Dall’esperienza lucana in poi, nei suoi viaggi, Levi troverà sempre conferma della sua compresenza dei tempi, definizione coniata da Italo Calvino. Così in Tutto il miele è finito, taccuino relativo ai due viaggi in Sardegna del 1952 e del 1962, egli ritrova la coesistenza del mondo eterno dei contadini e dei pastori a fianco alle città operaie di Carbonia e Iglesias, dove invece tutto si conta in minuti e ore.
Carbonia, agli occhi dello scrittore ” (…) è il virile inferno di uomini piovuti da ogni parte d’Italia, siciliani, veneti, romagnoli, toscani, mandati qui senza preparazione, quindici anni fa, nel 1939, quando queste lande erano ancora un assoluto deserto (…)” (T., p. 26).

Probabilmente, ma è solo un’ipotesi, è il film di Vittorio De Seta, Banditi a Orgosolo, a contribuire alla scelta del secondo viaggio sardo del ’62. Questo ritorno lo porta a riflettere sul fatto che, se solo la memoria vince sulla distruzione e corrosione dovuta al tempo, ebbene anche l’uomo è fatto di memoria, di passaggi, epoche che si sedimentano e convivono: ecco che anche l’essere umano, come le società osservate, risulta costituito di compresenza e identità: “Come la realtà è molteplice… “, egli esclama a un certo punto, “… come, in ogni cosa, in ciascuno di noi, coesistono tempi diversi e lontanissimi!”.
Orgosolo è per Levi, sulla scia di De Seta, un misto di arcaico e coloniale, un circolo chiuso teso verso la tragedia, dove lo Stato finisce per inasprire i rapporti, aggravare i problemi, avvalendosi di un disinteresse e di una cecità propri del colonialismo.
Pure, dopo dieci anni dal primo viaggio sardo, Levi registra l’incedere del nuovo “medioevo speculativo” (da Cagliari a Pirri, Monserrato, Quartu), insieme all’avanzare dello spopolamento e dell’emigrazione (Nuraminis, Villagreca, Serrenti). Temi che aveva avuto modo di trattare con lungimiranza già nel lontano ’39, nell’esilio di La Baule.

Tutto il miele è finito si chiude lasciando sullo sfondo la Barbagia e l’antico contrasto tra mondo contadino e pastorale. Orune è paese di pastori e emigranti. Ma trent’anni fa lo era di contadini. In trent’anni, dal ’30 al ’60, i contadini sono scomparsi di nuovo. Venne la crisi agricola, la battaglia del grano, Già cent’anni prima, racconta un anziano cieco, i pastori di Orune si fecero contadini. Dopo la Grande guerra i boschi furono tagliati, le mucche e i maiali lasciarono il campo, “Con la distruzione dei boschi, nella grande guerra, vennero le pecore, e vennero i contadini a coltivare le terre disboscate”.

È una storia minore, che si perpetua, questa che Levi apprende dal cieco, è la storia di Aliano, della Lucania, del Meridione; è la storia di “cittadini” in balìa di uno Stato sordo, estraneo e lontano. Un mondo fagocitato, in cui l’unica soluzione rimane la fuga individuale verso altri mondi remoti, lontani, dolorosi.
E non cambia il discorso nel viaggio sovietico del ’55 narrato ne Il futuro ha un cuore antico. Una delle prime annotazioni sulla città di Mosca, sui volti di chi la abita, riguarda l’impressione di una città creata da contadini: e la prima simpatia di Levi per i russi è dovuta proprio all’analogia con la Lucania, il paese dei contadini.
Col passare dei giorni poi i sovietici appaiono sempre più “i custodi dei sentimenti e dei costumi dell’Europa”, è come se Levi percepisse di trovarsi davanti a un mondo che deviando la sua storia da quella europea con la svolta del ’17, avesse “lasciati integri i valori fondamentali che il mondo contadino e operaio portava in sé”; la chiusura stessa delle relazioni aveva immobilizzato gusti, sentimenti. Nei volti dei russi lo scrittore riconosce “(…) quella semplicità, quella genuinità, quell’onestà, quella pulizia morale, quella timidezza (…)”, che il resto dell’Europa in qualche modo ha già smarrito. Un’Europa che non ha più verità ideali né sentimenti comuni, ma ha disperso, reciso radici, perduto legami. Mentre questa Europa perde il suo senso storico, i suoi limiti, per farsi simile all’America del rifiuto della storia, la Russia appare “il miraggio del paese dell’infanzia, il miraggio semplificato di un’Europa immaginaria e perduta” (Il f., p. 75).

Forse si potrebbe partire dalla fine per comprendere al meglio Carlo Levi. Sì, saltare L’orologio, questo importante romanzo-reportage sulle condizioni di disfacimento di città come Roma e Napoli nel secondo dopoguerra, un libro in grado di descrivere le fasi concitate del tentativo di cambiamento dovuto alla nascita del governo Parri e il conseguente ritorno alla carica dei Luigini italiani, pronti a svuotare dall’interno qualsiasi reale riforma progressista.
Si potrebbe saltare, dicevo, anche se davvero suggestivo, l’incontro siciliano con Danilo Dolci che racconta delle condizioni critiche di Trappeto e Partinico, una Sicilia di miseria, analfabetismo, banditismo e prostituzione; o l’incontro con la madre del sindacalista Salvatore Carnevale, assassinato dalla mafia, episodio raccontato ne Le parole sono pietre; o per contraddire Calvino potremmo partire da quel Quaderno a cancelli, pubblicato postumo nel ’79, in cui lo scrittore scrive che “(…) l’occhio vede e non possiede. Passa su tutte le cose senza toccarle, né muoverle, né urtarle, (…)”. L’occhio non possiede, tuttavia “È il potere dell’immagine che unifica e dà realtà alle cose, il potere poetico che, vedendole, le crea per la prima volta, e fa della nera natura, immagine, riconoscibile e certa”. (p. 90-91)

cimitero di aliano, tomba di carlo levi, foto di Sandro Abruzzese
Cimitero di Aliano, tomba di Carlo Levi. Foto di Sandro Abruzzese

In questo libro angosciato, malinconico, e per questo diversissimo dai libri energici, volitivi a cui lo scrittore ci ha abituati, sovente tornano le immagini di Aliano, i ricordi del cane Barone, delle argille calanchive. Il Quaderno è un flusso di memoria in cui ritornano idee e esperienze. È un libro che raccoglie la poetica di Levi e dimostra che essa, pur partendo da solide basi teoriche, è tutta nello sguardo e nel rapporto con i luoghi: “(…) questo darsi e lasciarsi prendere, questa orgogliosa e superba umiltà e santità, meravigliosa dolcezza di chi sta nelle cose e vi partecipa, e vi si dona rimanendo intatto e accrescendovisi, questa virtù suprema e divina del non difendersi, del non razzismo, del non settarismo, (…)”. Tornano in questa convalescenza le immagini e le parole del confino, al punto che l’autore cita dei versi:

Esiliato su un monte
rituale e feroce
guardo con occhi aperti un mondo antico…

e si chiede perché riaffiorino costantemente.

A distanza di quarant’anni da Paura della libertà, nel Quaderno a cancelli Levi trova che il nostro mondo sia diventato un unico luogo di emigrati per cui annota che “Tutti sanno ormai di essere in esilio; in un mondo esiliato da sé stesso” (Q, p. 81). Sono davvero tanti nel Quaderno i riferimenti al disfacimento e alla costruzione di altri mondi, c’è l’America degli emigrati a simboleggiare la violenza dell’esilio. Un luogo sconosciuto di solitudine, di incertezze e insulti.
Le parole del confinato torinese sono tristemente profetiche. Nello Stato-idolo burocratico non c’è spazio per il mondo astorico dei contadini, i quali nel frattempo sono stati sradicati e trasferiti nella Storia e nel Tempo lineare.

Giovanni Russo, in quel piccolo grande libro che è Lettera a Carlo Levi, stima in circa quattro milioni e mezzo di contadini dai quindici ai quarant’anni, l’esodo che piega definitivamente la civiltà contadina meridionale. Carlo Levi, ovviamente inascoltato, aveva avvisato per tempo: l’idolatria statale produce alienazione e sacrificio sociale, e così un mondo privo del senso di umanità, privo di rapporti umani autentici, il mondo che partorisce campi di concentramento e “un individualismo che arriva a negare nei fatti l’esistenza stessa dell’individuo”, ebbene, è già un inferno mostruoso, e ai suoi abitanti non rimane che registrare il continuo, incessante spavento.

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© Sandro Abruzzese

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Carlo Levi, Paura della libertà, Einaudi
Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli, Einaudi
Carlo Levi, L’orologio, Einaudi
Carlo Levi, Quaderno ai cancelli, Einaudi
Carlo Levi, Tutto il miele è finito, Einaudi
Carlo Levi, Il futuro ha un cuore antico, Einaudi
Giovanni Russo, Lettera a Carlo Levi, Editori Riuniti

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L’ASTROFISICO DEL SISTEMA PERIODICO CHE ACCOLSE PRIMO LEVI

DCF 1.0

Ne Il sistema periodico, e precisamente in Potassio, Primo Levi narra come nel gennaio del ’41, da studente di chimica, alla costante ricerca di verità e concretezza, avesse scelto di frequentare un corso di esercitazioni di fisica all’università di Torino. Fu così che incontrò l’assistente che dirigeva il corso: “un giovane assistente, magro, alto, un po’ curvo, gentile e straordinariamente timido, che si comportava in un modo a cui non eravamo abituati”, ricorda nel racconto.

Lo scrittore si riferisce all’insolito atteggiamento scettico e al contempo umile di un uomo che, al contrario dei suoi colleghi, sembra consapevole di trovarsi di fronte a piccole conoscenze, e non certo dinanzi alla vera sapienza inconoscibile. Fu questo giovane studioso, spiega Levi proseguendo, questo trentenne – “sposato da poco, veniva da Trieste ma era di origine greca, conosceva quattro lingue, amava la musica, Huxley, Ibsen, Conrad, ed il Thomas Mann a me caro” – , ebbene, in spregio alle leggi razziali vigenti lo accolse e gli consentì di esercitarsi e portare avanti gli studi.

In Potassio, l’assistente finirà per assurgere al ruolo di magnifico contemplatore meditabondo, a cui lo scrittore opporrà la ferma volontà, molto più terrena e concreta, di rimanere immerso nella brutale realtà politica del tempo.

A proseguire il racconto di Levi, Potassio, ci pensa Stefano Dallaporta. Oggi avrà pressappoco l’età del giovane assistente di Primo Levi. Stefano è un musicista. Ha i capelli lunghi biondi annodati alla nuca. Indossa una giacca di pelle, una maglietta nera, la barba lievemente incolta, gli occhiali da vista. È laureato in Scienza dei materiali, e diplomato al conservatorio. Tra le due strade però ha scelto la seconda, conferma. È lui a proseguire il racconto, e per farlo mescola elementi autobiografici e memoria:

All’inizio, per via del cognome, non è stato facile frequentare l’università di Padova. Il cognome Dallaporta, al dipartimento di Fisica, è sempre stato duro da portare. Il fatto è che a Padova mio nonno, per ben trent’anni, ha tenuto la cattedra di Fisica teorica, per poi passare a quella di Astrofisica teorica.

È morto nel 2003, ricorda Stefano, si chiamava Nicolò Dallaporta Xydias ed era nato a Trieste nel 1910, da genitori greci appartenenti a famiglie originarie dell’isola di Cefalonia. Fino a 16 anni è cresciuto a Marsiglia dove il padre lavorava in una compagnia di navigazione di proprietà. Si era laureato a Bologna, aveva proseguito la carriera a Torino e Padova. Negli anni ’80 fu chiamato a Trieste, sua città natale, dove istituì il settore di Astrofisica e Cosmologia dell’istituto SISSA.

Insomma, Nicolò Dallaporta Xydias, l’uomo di cui parla Stefano, suo nipote, è proprio “l’assistente”, ovvero l’indimenticabile personaggio descritto in Potassio, quell’idealista coerente che ebbe il coraggio di accogliere lo studente ebreo Primo Levi quando tanti altri professori avevano opposto leggi razziali o ragioni di opportunità. Nella sua lunga vita Dallaporta Xydias riceverà premi, onorificenze, scriverà libri. Stefano ricorda la sua compagnia:

amava Bach, Beethoven e i classici, era un frequentatore costante delle serate di musica cittadina e spesso mi portava con lui. Dopo la guerra ripetutamente incontrò Levi. Erano uniti dalla stessa onestà intellettuale e credo fossero divisi soprattutto dalla fede. Mio nonno l’aveva trovata nel tempo, passo dopo passo, per una sua via autonoma.

Le linee tracciate dai racconti di Levi e Stefano per qualche istante si incontrano, finiscono per intrecciarsi. Cerco di seguirne il corso. E seguendo le loro tracce vien fatto di dire che Dallaporta Xydias e Levi, percorrendo sentieri impervi e ambiziosi che già si profilavano in Potassio, si sono immersi con tutte le forze nella complessità del reale. Entrambi, per motivi diversi, avevano avuto modo di conoscere il dolore della separazione e dello sradicamento. Forse questo ha aiutato l’assistente a scegliere di rompere l’emarginazione di Levi. Dallaporta Xydias, confermano le parole di Stefano, fin da giovane fu costretto a rinunciare alla cultura e alla lingua madre francese, alle durature amicizie coltivate a Marsiglia; in futuro sarebbe divenuto un fisico “anomalo” perché costantemente attratto dall’integrazione delle conoscenze e infine dal bisogno di fede.

D’altra parte Levi, in quanto ebreo, si ritrovò sempre più isolato e incredulo durante quel ventennio fascista impregnato di retorica e falsità, incentrato sul disprezzo delle minoranze e la chimera della purezza. Dunque, l’intellettuale torinese nel dopoguerra indagherà le ragioni e i lati oscuri dell’essere umano. E l’astrofisico, questo greco triestino innamorato del Cosmo, si renderà protagonista di un’instancabile vita di ricerca e comunicazione nel campo scientifico e filosofico.

L’amore per la conoscenza sarà la tensione costante in grado di accomunare due uomini originali e tuttavia distanti come Nicolò Dallaporta Xydias e Primo Levi.

 

 Sandro Abruzzese

*Questo articolo è uscito sul blog letterario Poetarum Silva

Carlo Levi, La terra cede e scivola

Poetarum Silva

Carlo Levi, da Biografieonline

Carlo Levi, La terra cede e scivola
(o come dare torto e ragione a Calvino su Carlo Levi)

di Sandro Abruzzese

“Io uso dire, in modo paradossale, che l’Italia ha due capitali e che una è Torino e l’altra è Matera”.

“Nulla è sicuro invece nel mondo contadino, il tempo non vi è segnato dagli orologi e non vi scorre, e ogni immagine scoperta può essere perduta. Esse stesse, le immagini, sono i soli punti certi e raggiunti, la sola difesa di una vita personale in continuo rischio: perciò esse tendono a fissarsi, a diventare ripetibili e quasi rituali, a trasformarsi in formule magiche o evocatorie, (…) in questo continuo sforzo del mondo contadino di esprimersi, noi vediamo, mi pare, il continuo fenomeno della creazione del linguaggio, poiché le parole non sono altro che la memoria dei nomi che rappresentano l’atto della distinzione da un oggetto

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Per un sillabario su Primo Levi

Esistono vari piani, diversi fili all’interno delle opere di Primo Levi. Credo che come spesso accade per i grandi scrittori, questi fili siano in grado di unire i suoi libri in un’unica grande opera. I sommersi e i salvati, l’ultimo scritto del 1986, è considerato uno dei libri più importanti del ‘900. Ciò che però mi ha colpito dell’opera leviana è notare che in questo saggio si approfondiscono riflessioni che apertamente o in nuce avevamo già avuto modo di incontrare quarant’anni prima in Se questo è un uomo e poi via via nel resto della produzione dello scrittore torinese. È significativo, dice molto sulle sue capacità, il fatto che Levi, a poco più di venticinque anni, certo grazie alla diretta conoscenza di una parte del sistema concentrazionario, – “il Lager è stata una Università; ci ha insegnato a guardarci intorno ed a misurare gli uomini” (I sommersi e i salvati, p. 114), –  ebbene, già tra il ’45 e il ’47 aveva individuato con precisione gli aspetti centrali di quell’esperienza.

LINGUA. Uno dei temi ricorrenti, uno dei fili di cui parlavo, ne I sommersi e i salvati vi è dedicato un capitolo (Comunicare), è il tema della lingua. Gli ebrei italiani, racconta Levi in Se questo è un uomo, morirono quasi tutti e prestissimo perché non comprendevano la lingua. Venivano per questo derisi (soprannominati “due mani sinistre”, cioè incapaci) e disprezzati dagli ebrei polacchi perché ignoravano l’yiddish. Comprendere gli ordini, i consigli e i suggerimenti, da qualsiasi parte essi provenissero, risultava di vitale importanza nel campo. Il Lager, apprendiamo in Se questo è un uomo con una definizione che tornerà sovente anche in La tregua, è una Babele: “La confusione delle lingue è una componente fondamentale del modo di vivere quaggiù; si è circondati da una perpetua Babele, in cui tutti urlano ordini e minacce in lingue mai prima udite (…)”. La lingua serve per capire e sopravvivere, ma serve pure, se sarà mai possibile, per raccontare ciò che è accaduto, da qui l’incubo ricorrente nel sonno dei prigionieri: quello di non essere ascoltati. Qualcosa del genere capiterà, con altri toni e le dovute differenze, al protagonista di Napoli milionaria di De Filippo, al ritorno inaspettato e quasi indesiderato del reduce Gennaro Jovine segue il disinteresse per i racconti dell’uomo portatore dell’indicibile “mala novella” della guerra.

La parola, dunque, riflette Levi nel suo primo romanzo del ’47, “la parola straniera cade come una pietra sul fondo di tutti gli animi”. Le parole della Babele tornano continuamente, lo scrittore ne utilizza una tetra e indimenticabile: Wstawać, significa alzarsi, ed è il suono della sveglia mattutina, del ritorno all’inferno della vita del Lager dopo l’evasione notturna del riposo. E di lingua si tratta, di lingua come sinonimo di umano, quando incontriamo il piccolo Hurbinek: “dimostrava tre anni circa, (…) non sapeva parlare e non aveva nome (…)”. Il bisogno della parola in Hurbinek dimostra quello che lo scrittore sosterrà più volte, che l’essere umano è tale se può esprimersi, comunicare, essere ascoltato e riconosciuto. Infatti, questo gli aguzzini tedeschi, nel tentativo di totale deprivazione, negavano ai prigionieri ebrei, l’ascolto, il riconoscimento. Ecco perché in Comunicare Levi si scaglia contro il silenzio deliberato, contro la colpa del silenzio che genera “inquietudine e sospetto”. E invece comunicare “si può sempre”, si deve, perché i contatti umani sono “bisogno primordiale”, così scrive Levi ne La tregua. Invece la lingua del Lager è infernale, abietta, perché “là dove si fa violenza all’uomo la si fa anche al linguaggio” (I sommersi e i salvati, p. 76). Tutto questo è già chiaro nel giovane Levi del ’47, quando scrive “Se i Lager fossero durati più a lungo, un nuovo aspro linguaggio sarebbe nato” (Se questo è un uomo, p. 110). Un rapporto, quello dell’ebreo torinese con la lingua, in grado di portare alla mente il celebre saggio di Walter Benjamin sul medesimo argomento.

AMICIZIA. La vita di Primo Levi è colma di questo sentimento che è l’amicizia. Nel Sistema periodico, precisamente in Ferro, ci imbattiamo nell’amicizia con Sandro. È l’incontro tra due isolati. Levi lo era appena divenuto per mezzo delle leggi razziali. Sandro lo era per via del carattere e dell’estrazione sociale, era povero, figlio di un muratore, in estate faceva il pastore. Nel racconto dedicato a Sandro Delmastro la montagna, il tempo passato insieme a misurarsi con i propri limiti e migliorarsi, assurgono a simbolo di libertà. Sulle vette, in compagnia di questo compagno deciso, caparbio, forte, che “diceva solo il nocciolo delle cose”, Levi assapora la sfida con i propri mezzi. Anche la montagna, come la chimica, nell’incubo dell’Europa del ’39, è la possibilità di pensare con la propria testa, di esperire e imparare. Sono luoghi che consentono di dimenticare i dogmi, la vita ottusa che è richiesta dal fascismo in pianura. Sandro, ci informa Levi, morirà da partigiano nell’aprile del ’44.

Nel Lager, nonostante le condizioni, ci troviamo di fronte alla tessitura di relazioni profonde e durature. Se non si può parlare di amicizia nei confronti di personaggi secondari come Steinlauf, Schlome, Null Achtzehn, già nella figura dell’orologiaio Chajim, Levi dirà di nutrire fiducia cieca. Ma il miglior amico è Alberto, il quale resiste fino alla fine, fino a che non scompare al seguito dei tedeschi in fuga per l’arrivo dei russi. Alberto torna in Cerio e viene così descritto: “(…) era un uomo di volontà buona e forte, ed era miracolosamente rimasto libero, e libere erano le sue parole ed i suoi atti: non aveva abbassato il capo, non aveva piegato la schiena”.  Levi conserverà l’amicizia di Pikolo, protagonista del bellissimo capitolo Il canto di Ulisse in Se questo è un uomo. E conserverà fino alla fine l’amicizia del muratore italiano Lorenzo Perrone (o Perone). Ne La tregua ci saranno le amicizie con Mordo Nahum e poi Cesare. Tornando al Sistema periodico, in Potassio vi è l’incontro con l’assistente, anche qui un’amicizia duratura di cui rimane traccia ne I sommersi e i salvati. L’elenco sarebbe davvero lungo. Vi è l’amicizia trentennale con Mario Rigoni Stern. Sarà lui a scrivere una lettera pubblicata sulla Stampa subito dopo la morte dello scrittore: “Ma tu, ieri, non avevi giocato all’aria di primavera e forse a farti dormire così, a farti chiudere gli occhi su questo mondo indifferente e venefico, è stata la stanchezza di quella lontana stagione del 1945”.

L’amicizia in Levi assume forme picaresche e avventurose, è l’aiuto e la spinta verso la vita e la libertà. È questo sentimento nobile ad accompagnare le opere di Levi e a dimostrare che esiste un mondo fatto di condivisione e solidarietà.

INFERNO. Si è detto che Se questo è un uomo sta all’Iliade come La tregua ricalca una moderna Odissea. Eppure è come se fossimo già stati nel luogo narrato nel ’47: Se questo è un uomo è un po’ ridiscendere nell’Inferno dantesco. È chiaro che ci sono delle capitali differenze, ne elenco qui solo due: innanzitutto stavolta, nell’inferno del Lager, il protagonista è un innocente come la maggior parte degli internati, in secondo luogo la ratio del Lager, rispetto al contrappasso dantesco, è agghiacciante. Qui non è un Dio a punire per delle colpe di vario grado, ma è l’uomo a torturare fino all’annientamento altri uomini, e senza alcuna colpa. Auschwitz è l’assenza di Dio. L’abominio imperdonabile e la morte di qualsiasi fede. E il fatto stesso che ciò accada nelle forme che conosciamo, fa dire allo scrittore “(…) se non altro per il fatto che un Auschwitz è esistito, nessuno dovrebbe ai nostri giorni parlare di Provvidenza”. Sarà lo stesso scrittore, parafrasando una frase attribuita ad Adorno, a dire in un’intervista concessa a Lucia Borgia per la Rai che dopo Auschwitz non è possibile poesia se non su Auschwitz. E contro la Provvidenza, contro la fede, ne I sommersi e i salvati chiama in causa un amico più anziano. L’amico, seguace di una religione tutta sua, molto probabilmente è l’astrofisico Nicolò Dallaporta Xydias, l’assistente protagonista di Potassio ne Il sistema periodico, che lo accolse nel suo laboratorio di Fisica consentendogli di proseguire gli studi nonostante le leggi razziali. Dunque, Dallaporta per rispondere agli assilli di Levi (Perché è sopravvissuto proprio lui?), lo investe del ruolo di testimone, sopravvissuto grazie alla Provvidenza. Ma lo scrittore, ormai sempre più privo di fede, rifiuta decisamente l’ipotesi: “Questa opinione mi parve mostruosa”. Il fatto è che sopravvivere per testimoniare è troppo poco per Levi, è un privilegio sproporzionato rispetto al compito prospettatosi.

L’inferno, l’innocenza e la colpa, la vergogna per ciò che l’uomo fa all’uomo, il demoniaco, riportano alla tradizione biblica, anch’essa come Omero e Manzoni, sempre presente nella visione del protagonista. È omerica per esempio l’Unione sovietica, questo “gigantesco paese” di una “vitalità primordiale, un talento pagano, incontaminato, per le manifestazioni, le sagre, le baldorie corali”. I soldati russi sono “come compagni di Ulisse dopo tirate in secco le navi”. Sono arruffoni, di indole anarchici, ma anche socievoli, coraggiosi: “forti di una disciplina interiore nata dalla concordia, dall’amore reciproco e dall’amor di patria; una disciplina più forte, appunto perché interiore, della disciplina meccanica e servile dei tedeschi” (La tregua, p. 67). Così, una volta liberato dai russi, poco prima che dal nulla incombesse Mordo Nahum, il greco, Levi registra ciò che vede davanti a sé attraversando quell’Europa disfatta, in ginocchio: è il “Caos primigenio” de La tregua. Un Caos abitato da “esemplari umani scaleni, difettivi, abnormi; e ciascuno di essi si agitava, in moti ciechi o deliberati, in ricerca affannosa della propria sede, della propria sfera (…)” (La tregua, p. 36). Ecco la liberazione, la tregua che annuncia la cortina di ferro e la futura Guerra fredda. Già, Guerra è sempre, insegna Mordo Nahum. E una Babele è Sluzk, nella Russia bianca, dove nel luglio del ’45 vi erano americani, ebrei, musulmani, ortodossi, bianchi, gialli; vi erano “(…) tedeschi che si pretendevano svizzeri, austriaci che si dichiaravano svizzeri, russi che si dichiaravano italiani, una donna travestita da uomo, e perfino, cospicuo in mezzo alla folla cenciosa, un generale magiaro in alta uniforme (…)”. Anni dopo, in un bel documentario, Marco Belpoliti e Davide Ferrario avrebbero ripercorso quel tragitto grottesco, dando vita a La strada di Levi, un reportage sulle condizioni di quella stessa Europa dopo la caduta del Muro. Ebbene quell’Europa così vicina, a distanza di cinquant’anni dalla guerra, ci apparirà molto più lontana e sconosciuta.

Un altro passaggio-chiave riporta Levi nell’inferno della realtà del Lager. Mi riferisco all’incontro con Olga, la partigiana ebrea croata, è lei a confessare l’avvenuto sterminio degli ebrei italiani che viaggiavano insieme a lui, tra cui l’amata Vanda che “era andata in gas, in piena coscienza, nel mese di ottobre (…)”. È il compimento del piano infernale. Ma d’altronde fin dall’arrivo ad Auschwitz non vi erano stati dubbi, allorquando il soldato tedesco, questo “nostro Caronte” armato di pila, nella notte, “invece di gridare Guai a voi, anime prave, ci domanda cortesemente ad uno ad uno, in tedesco e in lingua franca, se abbiamo denaro o orologi da cedergli: tanto dopo non ci servono più” (Se questo è un uomo, p. 18). Non vi erano stati dubbi al cospetto dell’aggressivo e spregiudicato Alex, dallo sguardo torvo, un personaggio malvagio “come i diavoli di Malebolge”. Memorabile la scena in cui, di ritorno dai laboratori di chimica della Buna, questo usciere tuttofare si pulisce la mano sudicia sulla spalla dello scrittore. È ancora Levi, appena arrivato ad Auschwitz, a delineare una scena degna di un romanzo di Kafka, dicendo esplicitamente: “Questo è l’inferno. Oggi, ai nostri giorni, l’inferno deve essere così, una camera grande e vuota, e noi stanchi di stare in piedi, e c’è un rubinetto che gocciola e l’acqua non si può bere, e noi aspettiamo qualcosa di certamente terribile e non succede niente e continua a non succedere niente”.

Quanto al Ka-Be, l’infermeria della Buna, viene da Levi definita, appunto in relazione all’inferno, un limbo, per via delle sue migliori condizioni di vita. È lì, in quel limbo che, fuggiti i tedeschi, lo scrittore registra il primo atto di riconoscimento, di ritorno all’umano, nel fatto che i malati offrano fette di pane agli unici uomini sani in cambio del loro lavoro. Ed è in chiusura di Se questo è un uomo che per la prima volta Levi incontra, seppur brevemente, quello che sarà uno dei protagonisti de La Tregua, quel Cesare, ebreo romano dotato di straripante furbizia e simpatia. Lo scrittore aveva avvertito che nella stanza attigua dovevano esserci dei malati italiani, Cesare e Marcello appunto, ma si era ben guardato dal farsi scoprire perché non avrebbe potuto fare molto per loro. Dopodiché, l’unica volta in cui trova la forza di recarsi nella camera a fianco, ebbene dopo quell’atto di pietà “l’intera sezione diarrea chiamò giorno e notte il mio nome, con le inflessioni di tutte le lingue d’Europa, accompagnato da preghiere incomprensibili (…)”. Ecco di nuovo l’inferno e la confusione delle lingue, le imprecazioni, le preghiere inascoltate. Un limboviene definito il soggiorno a Staryje Doroghi, dove per via dell’apparizione di Flora, vecchia conoscenza del campo, tornerà alla memoria la Buna. Al contrario del Lager però, sebbene sporco, stanco e disfatto, a Staryje Doroghi Levi sentiva di avere “un avvenire”.

ESILIO. La condizione di abbandono ed esilio poi, in cui versavano i prigionieri del Lager, fa dire allo scrittore: “chi ha provato l’esilio, in una qualsiasi delle sue tante forme, sa quanto si soffre quando questo nervo viene reciso”. Levi ha ben presente “L’addio ai monti ” manzoniano, pagine vibranti sull’esilio e lo sradicamento. Ma che cos’è il romanzo Se non ora, quando? se non un libro sulla condizione di spaesamento e sradicamento dei suoi protagonisti? Sono sradicati i polacchi di Edek, o i seguaci di Gedale, e lo è prima di tutti l’ebreo Mendel che “Si sentiva stanco e straniero”. La guerra ha rubato la patria a milioni di persone. Sarà Gedale il violinista a chiarire che “Tutti, quale più, quale meno; quale presto, quale tardi, ci siamo sentiti stranieri in patria. Tutti abbiamo desiderato una patria diversa, in cui vivere come tutti gli altri popoli senza sentirci intrusi e senza essere segnati a dito come stranieri (…)”. (p. 183)

Nel Lager i prigionieri politici ricevevano e spedivano corrispondenza, mentre gli ebrei erano completamente isolati. La sensazione di abbandono e isolamento è uno dei tanti passi di questo abominevole esperimento biologico che è il campo di concentramento, il quale conduce le sue vittime non solo alla disperazione più totale, ma, secondo le parole del protagonista, alla fuoriuscita “dal genere umano”. È un esilio in forma di spoliazione dell’identità, ovvero di perdita di dignità, affetti. Un esilio di lingua e paesaggio, quindi un cammino a ritroso fino a raggiungere la più infima e atavica bestialità. Il tema dell’esilio, di per sé fondamentale nella tradizione ebraica, attraversa tutta l’opera di Levi, e lo ritroviamo nelle serate polacche de La tregua, laddove l’autore sostiene che il frutto di essere sradicati è una continua fuoriuscita dalla realtà, è l’esilio a far sì che si sogni di continuo: “Tutti sognavano sogni passati e futuri, di schiavitù e redenzione, di paradisi inverosimili (…)” (La tregua, p. 122). Ma in esilio, sradicati non sono certo solo gli ebrei. Anzi vi è tutta un’umanità che brulica, nel Caos della tregua, confuso come formicai rimescolati, in cui trova posto una scena emblematica; mi riferisco alla visione delle donne ucraine, le quali fanno ritorno dalla Germania. Sono donne che, lasciando di proposito il loro Paese in cerca di lavoro, attirate dalla propaganda nazista, hanno scelto un esilio differente, e ora fanno ritorno “sotto il peso della vergogna (…) senza gioia e speranza”. Queste donne disprezzate non avevano chi le attendesse, ricorda Levi con pietà. Il loro passaggio assurge a simbolo, è “nuovo aspetto della pestilenza che aveva prostrato l’Europa”.

Già, resta il paesaggio. Quel continuo viaggiare, il camminare e non arrivare mai, quell’orizzonte infinito dell’opprimente pianura tra steppa e foresta, tanto diversa dal paesaggio italiano. La vista di quelle lande è in grado di ricordare a Levi l’incubo delle notti della Buna. Il fatto è che camminare rimanendo o tornando sempre nello stesso luogo è un’Odissea e un incubo non meno spaventoso che parlare senza essere ascoltati, oppure che essere finalmente liberi epperò scoprire di essere rimasti soli al mondo. Nella condizione dei deportati le paure si intrecciano informi, diventano un groviglio di tetre e angosciose possibilità di sofferenza. Quando Levi nel ’62 licenzierà La tregua, il libro si concluderà ancora una volta con un incubo: “sono di nuovo nel Lager. E nulla era vero all’infuori del Lager”. Quindi di nuovo quella parola “temuta e attesa”: Wstawać! Alzarsi.

LAVORO. Altra questione principale maturata fin dal ’47 è quella del lavoro. Arbeit macht frei, il lavoro rende liberi, è la frase derisoria in bella vista sulla porta del cancello di Auschwitz. Lo scrittore in anni delicati, il libro è del ’78, affronterà apertamente e con coraggio il tema del lavoro ne La chiave a stella. Faussone, il protagonista, ha il compito di riportare le idee dell’autore in merito all’argomento. Ma ancora una volta in Se questo è un uomo e poi ne La tregua troviamo numerosi riferimenti alle medesime posizioni leviane. Già in Chajim, il compagno di letto sconosciuto in cui finisce per avere fiducia cieca, Levi traccia il profilo di un orologiaio, in Buna meccanico però, e lo definisce dignitoso e sicuro. Sono la dignità e la sicurezza “che nascono dall’esercitare un’arte in cui si è preparati”, (Se… p. 41). Oppure dignità del lavoro è nell’operaio Lorenzo Perrone, il muratore piemontese di Fossano, l’uomo buono e semplice che per sei mesi nutre il protagonista mostrandogli il volto umano del mondo. Di lui Levi dirà nella famosa intervista a Philip Roth e poi ne I sommersi e i salvati: “(…) quando lo misero a tirar su muri di protezione contro le bombe, li faceva dritti, solidi, (…) non per ossequio agli ordini, ma per dignità professionale”.  Ma nel Lager il lavoro dei prigionieri doveva essere un tormento, doveva affliggere: come “bestie da soma, tirare, spingere, portare pesi, piegare la schiena sulla terra” (I sommersi e i salvati, p. 97). Nel Lager solo chi riusciva a esercitare il proprio mestiere recuperava un po’ di dignità umana. Certo, sarà costretto a meditare il protagonista, siamo di fronte a una “virtù fortemente ambigua”, visto che la stessa cura per il proprio lavoro di tortura e sterminio veniva adoperata dai carcerieri teutonici, con medesima diligenza e abnegazione.

Rispetto al tema dell’amore per il proprio lavoro, ancora una volta ci viene in aiuto la tradizione ebraica, e indubbiamente l’argomento ricorda le riflessioni sulla spiritualità del lavoro che la filosofa Simone Weil aveva propugnato con forza e lucidità qualche tempo prima. A tal proposito è Faussone a spiegare con semplicità bonaria: “ma io l’anima ce la metto in tutti i lavori (…)”. È questo costruttore di ponti e tralicci, magro e alto, a condensare le idee di Levi sulla tematica del lavoro. A Libertino Faussone piace chi sa fare il suo mestiere, “(…) con la chiave a stella appesa alla vita, perché quella è per noi come la spada per i cavalieri di una volta (…)”. Levi stesso, rendendosi conto di quanto sia scivoloso il terreno su cui si è addentrato, col consueto coraggio sente il bisogno di ribadire che l’amore per il proprio lavoro non solo è necessario, ma “(…) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra (…)”. Nondimeno, consapevole che non è sempre possibile, e non sempre le condizioni di lavoro consentono l’amore per le proprie mansioni, giustamente egli aggiunge: “Si può e si deve combattere perché il frutto del lavoro rimanga nelle mani di chi lo fa, e perché il lavoro stesso non sia una pena (…), anche se ribadisce che: “molto dipende dalla storia dell’individuo, e meno di quanto si creda dalle strutture produttive entro cui il lavoro si svolge” (p. 81). Siamo di fronte a un posizione isolata o quantomeno largamente minoritaria nel panorama intellettuale della fine degli anni ’70. Faussone, poi, simpatizza apertamente per la condizione di artigiano, privo di padroni, per questo lascerà la fabbrica della Lancia, così come il padre fabbro a suo tempo aveva rifiutato l’industria. Anche il padre di Faussone “(…) finito il suo lavoro, per lui era finito tutto”.

L’etica del lavoro attraversa con costanza le opere di Primo Levi. Emerge nelle descrizioni di Mordo Nahum, il quale si rifiuta di essere mantenuto dai soldati italiani che lo ospitano. Anche per questo greco di Salonicco dalle mille abilità e dal cuore apparentemente freddo lavorare è un “sacro dovere”. Beninteso, la sua è un’etica tutta particolare, sviluppata nella sua guerra continua, nel conflitto perenne con la realtà delle cose, dotata di tratti spiccatamente amorali, a cui fa da contraltare il personaggio di Cesare, simile per capacità e intraprendenza, tuttavia loquace e aperto verso gli altri, ovvero molto più umano. C’è spazio per l’orologiaio Mendel in Se non ora, quando?, oppure ritornano le parole di Faussone là dove ribadisce che “(…) dopo che ho preso sicurezza a saldare, ho preso sicurezza a tutto, fino alla maniera di camminare (…)” (p. 128). Il lavoro non deve avvilire, bensì presupporre un contributo mentale, essere il processo per il quale si raggiunge un obiettivo desiderato. Il lavoro è soddisfazione, nutrimento, è dignità.

VERGOGNA. I sommersi e i salvati mi è parso un libro apertamente volto contro gli stereotipi prodottisi nel lasso temporale intercorso dalla Seconda guerra mondiale all”86. È un libro che oserei definire filologico poiché costantemente teso alla distinzione e soprattutto alla contestualizzazione degli eventi passati. Ed è un libro che sembra scritto quasi come ultimo tentativo di correggere alcune derive, di puntellare la memoria contro le amnesie o le semplificazioni dell’Occidente. Ne La zona grigia, per esempio, viene ampliata e definita la convinzione che Levi aveva espresso fin da subito in Se questo è un uomo: tra i padroni e i servi vi è tutto uno stuolo di “privilegiati”, dunque sono loro a rendere possibile la tenuta del sistema concentrazionario, così come è la volontà di non sapere dei tedeschi, di non parlare, a tenere in vita il sistema nazista. “Il popolo tedesco (…)”, dirà lo scrittore in una appendice di Se questo è un uomo, “(…) di resistere non ha neppure tentato. (…) chi sapeva non parlava, chi non sapeva non faceva domande, a chi faceva domande non si rispondeva”. È più o meno la stessa posizione che Franz Stangl, capo del campo di Treblinka, manifesterà in una delle sue risposte a Gitta Sereny nel libro In quelle tenebre, libro che Levi conosce e cita. Ma a tal proposito vale la pena citare ancora la Buna, e precisamente la scena in cui Mischa e il Galiziano, in virtù di una mansione meno faticosa degli altri, assumono un atteggiamento vessatorio nei confronti dei compagni chiamati a ben più duro sforzo, è allora che Levi riflette: “Questo mi riempie di sdegno, pure già so ormai che è nel normale ordine delle cose che i privilegiati opprimano i non privilegiati: su questa legge umana si regge la struttura del campo” (Se questo è un uomo, p. 39).

È una legge umana appunto, e allo scrittore che è un osservatore prodigioso questo non sfugge. Il Lager è qualcosa di inedito e Levi, come è nella sua natura di scienziato, lo scruta, cerca di comprenderne il sistema e le cause. Cercare di comprendere, perfino in quelle circostanze, rimane il suo modo di stare al mondo, ecco tutto. Se a questo sguardo sommiamo una prosa chiara, incisiva, ricca di rimandi ma priva di estetismi letterari, che si districa con precisione in una materia facile ai patetismi, facile ad anteporre il giudizio ai fatti; ecco che si fa strada la lucida intenzionalità dello scrittore con tutta la sua qualità: questo avviene fin da subito, fin dal ’47. Anzi, è già del ’47 l’abbaglio di Natalia Ginzburg e Cesare Pavese, l’errore nel rifiuto di quel manoscritto, perché in Se questo è un uomo c’è già tutto lo sguardo, c’è tutta l’attenzione e la precisa elaborazione di cui è capace Primo Levi e che mostrerà nei successivi quarant’anni.

Tornando a I sommersi e i salvati, nel capitolo La vergogna lo scrittore ritiene di dover fare chiarezza e ribadire non solo chi siano, in questa storia, le vittime e quali i carnefici, ma anche chi sono i sommersi, e chi i salvati come lui. Abbiamo già detto in precedenza della vergogna e della colpa attribuita dallo scrittore al popolo tedesco che non ha voluto vedere e sapere cosa stesse realmente accadendo. Spingendosi oltre il torinese sostiene che i sopravvissuti sono un’esigua minoranza. Noi, scrive Levi, “(…) siamo quelli che per loro prevaricazione, abilità o fortuna, non hanno toccato il fondo” (p. 64). I sopravvissuti non sono i migliori, non i più buoni, ma spesso chi è riuscito in maniera egoistica e fortunosa a schivare la morte. Come non ricordare la morte dell’amico Alberto Dalla Volta, di soli ventidue anni. Un ragazzo definito incorrotto, dotato di intelligenza e simpatia, amico di tutti. Inoltre dotato di una mitezza a cui faceva da contrappunto la forza. Come non contrapporre ai tanti Alberto, ai bambini, alle donne e agli anziani moribondi, tirati giù dal letto e costretti inutilmente a seguire la carovana nell’orrore del Lager, come non ricordare che a quella violenza derisoria e illogica, fatta di abominevoli soprusi, sopravvissero più facilmente i vari Organisator, Kombinator, Prominent, della zona grigia. Levi fin da subito attribuisce una parte della colpa a chi ha ceduto, a chi si è reso complice, beninteso distinguendolo dalla responsabilità ben più ampia dei custodi. La complicità veniva alimentata per prostrare ulteriormente gli animi e far trapelare la colpa dai carnefici fino alle vittime.

Nel Lager emergono tanti tipi di vergogna: quella per le angherie, per il proprio irriconoscibile stato di completo asservimento, e quella generata dall’impotenza, come quando i deportati assistono all’esecuzione del detenuto che, insieme a un centinaio di schiavi sfiniti come loro, ha in qualche modo collaborato al sabotaggio di un forno crematorio nel campo di Birkenau. Il pensiero della ribellione, della forza d’animo di quell’uomo, l’immagine di quella morte da “uomo”, di contro sprofonda il narratore e i suoi compagni nell’annichilimento. Prima della fine il condannato grida: “Compagni, io sono l’ultimo!”.  Levi dopo aver descritto la passiva acquiescenza degli inerti astanti, può scrivere: “I russi possono ormai venire: non vi sono più uomini forti fra noi, l’ultimo pende ora sopra i nostri capi, e per gli altri, pochi capestri sono bastati” (Se questo è un uomo, p. 133). Infine, indimenticabile rimane, all’arrivo dei russi nel campo, la descrizione di questi soldati turbati, il loro imbarazzo di fronte allo stato dei prigionieri superstiti. È un’altra scena di pudore e vergogna. Ma per quale colpa? Per non aver avuto lo stesso coraggio di andare incontro a morte certa? Per aver rubato o mentito e smarrito qualsiasi senso di solidarietà? Per essere sopravvissuti a persone più nobili e degne? La risposta, in Se non ora, quando?, arriva dall’ebrea francese Francine, la quale prima istruisce la banda dei partigiani di Gedale su Auschwitz, sulle camere a gas, quindi parla dei numerosi suicidi dei superstiti del Lager: “Qui c’è tempo, e la gente si uccide. Anche per la vergogna (…). Vergogna di non essere morti (…). È l’impressione che gli altri siano morti al tuo posto; di essere vivi gratis, per un privilegio che non hai meritato, per un sopruso che hai fatto ai morti. Essere vivi non è un colpa (…)”, dice Francine-Levi, “(…) ma noi la sentiamo come una colpa”.

Quel che è chiaro è che il Lager rende l’uomo lupo con l’uomo e trasforma in Caino ognuno. Niente prossimità, nessuna reciprocità, solo la battaglia per l’esistenza come nuda vita. In questo stato di cose ci rimangono le testimonianze dei salvati come Levi. “I sommersi” non sono sopravvissuti. Sono morti prima del loro corpo e nessuno è in grado di testimoniare a nome loro.

Per questo i soldati russi, una volta arrivati alla Buna, hanno davanti un mondo alla fine di qualsiasi civiltà, un luogo di morti e putrescenza: “Charles si tolse il berretto. A me dispiacque di non averne uno”. Rimane di fronte ad Auschwitz la vergogna del mondo. E rimane, in chiusura del capitolo La vergogna, un’ultima ottimistica previsione rispetto alle stragi di massa. Levi crede non possano ricapitare in Europa nel breve e medio termine. Invece, meno di dieci anni dopo I sommersi e i salvati, con la caduta del Muro e dell’Impero sovietico, avremmo assistito alla disgregazione violenta della Jugoslavia, e con essa al genocidio di Srebrenica, alle pulizie etniche, all’assedio più lungo della storia, quello di Sarajevo. Un nuovo focolaio di peste avrebbe fatto la sua comparsa. È l’ennesima vergogna per un mondo privo di Provvidenza e redenzione, abitato da pochi mostri e una marea di gregari e complici che non hanno alcuna intenzione di imparare dalla Storia.

TECNICA. Cosa fa perdere il senso del limite resta qui una domanda troppo grande. Se i prigionieri del Lager non sono più uomini, dalla lettura di Primo Levi si evince che i carcerieri, in quanto spietati esecutori, lo sono ancora meno. Per diventare gregari, complici e carnefici del nazismo è necessario che ogni traccia di individualità sia sradicata dall’essere umano. Restano celebri le considerazioni della Arendt su Eichmann, sul totalitarismo, sull’individuo quale ingranaggio di una macchina inarrestabile. È Levi stesso a sottolineare l’organizzazione e l’abnegazione assurda, anche a guerra persa, dei soldati tedeschi. È un mondo, quello concentrazionario, dove ognuno svolge diligentemente la sua funzione, per cui non esiste legge morale, libero arbitrio o responsabilità personale, bensì esiste la funzione del singolo che si invera nel tutto. Lo stato tedesco ha un altissimo livello di omologazione ed è una realtà dove il singolo deve riconoscersi nello scopo finale che è la grandezza della Germania, chi non partecipa a questo sogno vive nel terrore delle delazioni alla Gestapo.

Tutto questo Levi lo descrive dall’interno. Egli quindi svela una realtà in cui il carceriere è stato armato dello strumento più potente: la cieca indifferenza. Il risultato sarà l’assenza di freni, il travalicamento di qualsiasi limite. “I Kapos ci percuotono”, ricorda lo scrittore, alcuni con “bestialità e violenza”, altri “amorevolmente”, come dei carrettieri fanno per spronare i loro cavalli alla marcia. Il Lager è un punto di non ritorno.

Negli abissi dell’uomo si nasconde questa pulsione cieca e distruttiva che la maieutica del totalitarismo porta alla luce e concentra nei campi. Ma i mostri erano pochi, ricorda lo scrittore. Non dimentichiamo di trovarci in una fabbrica, anche se con ironia l’autore ricorda che non produrrà nulla se non morti. La torre del Carburo della Buna, per esempio, è il simbolo dei propositi di grandezza teutonici: “odiamo in essa”, dice Levi, “il sogno demente di grandezza dei nostri padroni”. Siamo di fronte a un sistema che agisce solo perché ha la forza di farlo, la sua logica è ferrea, disciplinata tecnicamente, ottusa, ma possibile. È come se la meccanica fosse inarrestabile, e conducesse gli uomini, e non il contrario. Il progetto stesso di sterminio è inesorabile quanto osceno.

In qualche modo però, quel travalicamento, quell’assenza di limite di cui il Lager rappresenta il vertice, finisce per portare alla mente qualcosa dei nostri giorni. Qualcosa che è proseguito fino a noi, oggi. Poco dopo il Lager verranno Hiroshima e Nagasaki. È Levi stesso a ricordarlo: Se non ora, quando? si chiude il 7 agosto del 1945: è il giorno della nascita del primogenito del diciassettenne Isidor, ma sono anche i giorni dell’atomica sul Giappone. Ecco che un altro limite, avverte implicitamente lo scrittore, è stato superato.

Ci saranno ancora la Cambogia, il Vietnam, i desaparecidos, la Siria, l’elenco delle oscenità arriva a noi. Voglio dire che il limite, anche se non nella sistematicità e nelle proporzioni del Lager, verrà superato costantemente. Filosofi come Severino, Jaspers, ma prima ancora Adorno e Horkheimer, Weil, hanno messo l’accento sul ruolo della razionalità e della tecnica negli stati odierni. Prima ancora poeti come Leopardi, scrittori come Tolstoi, avevano evidenziato l’assenza di spirito e le illusioni dettate delle umane sorti e progressive insite nella nascente modernità.

Nessuna salvezza, nessuna redenzione. Se Dio non era ad Auschwitz nulla lascia presagire che un senso etico invece abiti il ventunesimo secolo. Intanto al terrore e all’omologazione coercitiva del totalitarismo il cosiddetto Occidente odierno sostituisce un sistema mediatico in grado di rappresentare la sua versione univoca del mondo, in cui l’individuo è integrato solo se “omologato” attraverso la funzione che svolge nella società. In una società questa volta frammentata però, di sradicati ed esclusi, dove l’essere umano non riesce a seguire né a partecipare ai processi tecnici che ci guidano; il risultato è l’indifferenza del mondo ricco per i problemi dell’umanità, e i metodi utilizzati nelle controversie internazionali, nei conflitti, il mare nostrum di morti annegati, di profughi, a cui siamo assuefatti da anni, sembrano davvero, con le dovute differenze, in debito filiale con l’indifferenza del Lager e l’omologazione del totalitarismo. Del Lager, dunque, oggi resta una crescente indifferenza per la sorte degli altri esseri umani e dell’intero pianeta. E forse è questo “mondo indifferente e venefico”, per usare ancora le parole di Rigoni Stern, insieme “alla stanchezza per quella lontana stagione del 1945”, a chiudere in anticipo gli occhi dello scrittore torinese Primo Levi.

 

Sandro Abruzzese

 

*Questo articolo è stato precedentemente pubblicato sul blog Poetarum Silva

 

Due o tre cose su Fortini e il Berluscorenzismo

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*L’ultimo brano dei due libri che contengono gli interventi di Franco Fortini su Il Manifesto (Disobbedienze I e II, Manifestolibri, 1996) nell’arco del ventennio che va dal ’72 al ’94 si intitola Cari nemici. Vale la pena riportarne l’incipit:

Cari amici, non sempre chiari compagni; cari avversari, non invisibili agenti o spie; non chiari ma visibili nemici. Sapete chi sono. Non sono mai stato né volterriano né liberista di fresca convinzione. Spero di non dover mai stringere la mano né a Sgarbi né a Ferrara né ai loro equivalenti oggi esistenti anche nelle file dei «progressisti».

Per capire le sue parole fino in fondo occorre attenzione ai tempi. È il 1994. L’anno della discesa in campo di Silvio Berlusconi e del conseguente dispiegamento dell’imponente macchina mediatica di proprietà al suo servizio. È il ’94, dicevo, e la lettera, indirizzata all’assemblea “Per la libertà di informazione” tenutasi a Milano il 7 novembre del ’94, assume i toni di un vero e proprio epitaffio, infatti venti giorni dopo verrà la morte del poeta. In essa Fortini esterna tutta la sua preoccupazione: “Ma ci sono momenti”, scrive, “in cui il solo modo di dire «noi» è dire «io». (…) Questo è uno di quei momenti. Due o tre in una vita anche lunga. Bisogna spingere la coscienza agli estremi. Dove, se c’è, c’è ancora e per poco. Quando non si spinge la coscienza agli estremi, gli estremismi inutili si mangiano lucidità e coscienza”.

Il bello degli articoli di Fortini è che non vanno interpretati. Non sono moniti da presidenza della Repubblica. I suoi interventi sono l’esempio di una coscienza lucida, rigorosa, onesta, che non risparmia, anzi direi che quasi predilige, la polemica. Di conseguenza, ancora una volta in Cari nemici egli chiarisce la sua posizione denunciando “il degrado di qualità informativa, di grammatica e perfino di tecnica giornalistica nella stampa e sui video”. Prima li paragona ai primordi del fascismo, poi si corregge “Non fascismo. Ma oscura voglia, e disperata, di dimissione e servitù; che è cosa diversa”.

A chi sta parlando il vecchio e spigoloso poeta toscano? Quando invita a non scrivere un articolo al giorno, quando invita a fottersene dell’audience e dei contratti pubblicitari, e soprattutto a essere «cattivi» e non concilianti per dare l’esempio “a quei lavoratori che dai loro capi vengono illusi di battersi attraverso le strade con antichi striscioni e poi, nel buio della Tv, ridono alle battute dei pagliaccetti di Berlusconi”; a chi sta parlando?

Se ancora non è chiaro a chi Fortini si riferisca, vale la pena fare un passo indietro al 1990. È Giorgio Agamben, il 19 gennaio 1990, sempre dalle pagine de Il Manifesto, a segnare il punto stavolta. E lo fa con un durissimo articolo in risposta a Ernesto Galli della Loggia che lo aveva definito “coltissimo e raffinatissimo saggista”, invitandolo tuttavia a occuparsi di filosofia e non certo del funzionamento di politica e società. Dunque, in risposta a Galli della Loggia, l’autore di Homo sacer prima denuncia l’incondizionata “resa al potere dei media di coloro che solo per antifrasi si dicono intellettuali”, e poi andando al nocciolo sottolinea: “fra le specie infami (…) voi siete la più stolta, ignorante e ribalda e portate l’intera responsabilità della zelante esecuzione del compito che vi è stato affidato da chi vi paga e che svolgete sempre nello stesso modo, dai tempi di Goebbels a quelli di De Benedetti e Berlusconi (…). Non mi ammorbare più”, conclude Agamben rivolto a Galli della Loggia, dopo aver accusato certo giornalismo della “(…) sistematica falsificazione della lingua, dell’opinione, del pensiero”.

Ecco, Fortini, nell’articolo della raccolta intitolato Salubre insolenza, riprendendo la posizione di Agamben, sottolinea a ritroso come dalla fine degli anni ’60 in poi esista e si sia fatto strada “tutto un personale di servizio «intellettuale»” ingaggiato “per la recitazione di alcune gags o parti in commedia” a cui egli finisce per sommare un altro elemento distruttivo per la società che è “l’ipertrofia democraticistica secondo la quale si debbono rispettare tutte le opinioni, anche le più turpi, lasciar parlare anche i mentitori pubblici (…)”.

Credo Fortini sapesse bene che in pochi avrebbero “spinto la coscienza agli estremi”. In pochi si sarebbero dimessi e avrebbero pagato di persona il dissenso. In generale è accaduto un po’ come in Marcia su Roma e dintorni di Lussu rispetto al fascismo, così si è fatta strada la nostra vecchia disinvoltura. Quell’ “oscura voglia di dimissione e servitù”, che lui tanto aveva paventato, ancora una volta ha sbaragliato qualsiasi concorrenza. E i nostri stessi figli, di cui pure Fortini parlava e si preoccupava nell’articolo, ci hanno guardato e hanno appreso l’arte delle recite, delle gags. E l’Italia non solo non è più quella di Fortini, ma tutto è divenuto audience e pubblicità. Per cui se non è più vietato da leggi fascistissime esprimere opinioni, o denunciare fatti, questi vengono annegati e confusi ad arte dall’ipertrofia democraticistica denunciata dall’autore di Traducendo Brecht, fino a ridursi a flebile eco indistinta. In questo illusorio gioco di prestigio è il totalitarismo odierno, nell’impotenza della verità, nell’aumento vertiginoso e spesso indistinto di informazioni e immagini che da una parte ci illudono di essere liberi, mentre dall’altra diminuiscono fino a compromettere irrimediabilmente le nostre residue possibilità di conoscenza.

 

Sandro Abruzzese

*Questo articolo è stato pubblicato su  Poetarum silva

Benvenuti a Sarajevo

Sarajevo vuol dire Serraglio, ho letto da qualche parte. In effetti se ne sta lì, stretta tra le montagne, anzi le sue case si inerpicano su per balze e declivi, mentre le acque del Miljacka, il fiume che la attraversa, scorrono verso la pianura. Quindi assume mille volti Sarajevo: è asburgica, alpina, turca, mediterranea, europea, asiatica; e sarebbe banale dire che è l’incontro tra Oriente e Occidente.In Italia, fin da bambini, quando si parla di lei è per dire di Gavrilo Princip, dell’assassinio di Francesco Ferdinando, erede al trono dell’Impero austroungarico. Per questo vado in quella strada, da buon pedante ripercorro la storia. E innanzitutto nei libri di storia andrebbe detto che non si capisce mica quanto diavolo è bella Sarajevo. Basterebbe qualche aggettivo in più, ecco tutto. E comunque una volta arrivato a due passi dal luogo, vengo rapito da alcune bambine che riposano su una panchina, e che nulla sanno della storia. Se ne stanno lì, in questa luce primaverile che va e che viene, ai loro piedi i monopattini, al guinzaglio un mezzo lupo striato con la lingua all’infuori e sul fianco un piccolo bambino sfinito e assopito.Sarajevo, sulle orme di Gavrilo Princip

Alla vista delle bambine mi prende un’accesa indifferenza per tutto ciò che è stato. Quindi, per conseguenza infilo una salita, salgo col rinnovato proposito di scorgere la città dall’alto. Sulla sommità della collina la vista è molto bella. Doveva essere un parco. Come tutti i parchi cittadini, invece, è diventato un cimitero. Sono tutti mussulmani morti nel ’97. In lontananza il monte Igman. Ha una vetta alta. È pieno di boschi, ed era una delle vie impervie e tortuose per cercare di fuggire dalla trappola dell’assedio. Ci si sciava ai tempi dei giochi olimpici dell’84. Altri tempi, c’era il Muro, la Germania divisa, c’era la Jugoslavia, l’Urss. C’erano i parchi, e non c’erano i cimiteri nei parchi.

Di fronte svetta l’antenna avveniristica, il network della TV. Ovviamente furono le prime postazioni occupate dagli assedianti. Di nuovo sono finito nella storia. Sembra inevitabile. Punto lo sguardo verso i minareti e la Biblioteca nazionale. Le nuvole hanno ricoperto il cielo. Mi ricordo il rogo, è fisso nella mente anche per via di quella struggente canzone che è Cupe vampe dei C.S.I.La canticchio: Di colpo si fa sera / si incunea crudo il freddo / la città trema / livida trema. Non ricordo tutte le parole. Si alzano i roghi in cupe vampe / . La chitarra distorta, dissonante, si incrocia con un violoncello dal suono prima caldo e poi acuto e stridente. La lingua di Ferretti è precisa, pulita, il tono ieratico, sì, inconfondibile. Eccola la biblioteca di Sarajevo, l’hanno ricostruita, è messa a nuovo. Direi che non c’è che dire.

Sarajevo, Bosnia.

Sceso giù per la dorsale, ritornato sul ponte davanti alla biblioteca. Ha fatto in tempo a piovere. L’asfalto bagnato, l’aria sferzata e inumidita. Da quando ho lasciato la collina c’è un dato che non torna, non faccio che pensare ai morti: perché se gli accordi di Dayton risalgono al 1995  portano la data del 1997 ? Ecco che finisco per parlare di nuovo di storia. Poi un tram giallo. Anche questo tram giallo è Sarajevo, mi dico, anche la gente che c’è dentro. Sarajevo è oggi, non è solo il suo passato o una somma di avvenimenti luttuosi. È una città moderna, viva, in cui a dispetto degli stipendi (poche centinaia di euro), vi è una discreta qualità dei servizi, turismo, gentilezza. In cui il sabato sera i club sono pieni di giovani. Certo l’intera Bosnia-Herzegovina ha enormi problemi da affrontare.

Abruzzese foto 3

Una volta a casa riguardo la foto del tram. Dentro ci sono due ragazzi, una donna col velo, una bambina dallo sguardo assorto e dal giubbetto a pois, con gli occhi e i capelli nerissimi. Scrivo un messaggio alla giornalista Azra Nuhefendić per chiederle se sa qualcosa dei morti del ’97, mi risponde così:

nessun mistero, dopo la “nostra” guerra la gente moriva di più per lo stress, e le malattie che si erano “svegliate” dopo 4 anni . Durante la guerra anche le malattie gravi si erano fermate, e dopo, quando pensi che tutto è passato, ritornano e ti colpiscono. Ne ho tanti di  amici, e familiari, purtroppo. In BiH c’erano tanti casi, subito dopo la guerra, di cancro insoliti per i giovani, là ancora oggi si muore giovani. Una volta eravamo una nazione giovane, durante e dopo la guerra le cose sono cambiate, un po’ per i cento mila morti della guerra, un po’ perche tutti quelli che potevano se ne sono andati via, oggi la BiH è un paese di vecchi genitori e di giovani che vogliono scappare. C’è il 60 percento di disoccupazione, gli invalidi, le donne stuprate, le vedove, gli orfani, tutto questo contribuisce al risultato finale: in BiH il cancro e l’infarto sono diffusi come l’influenza.

La risposta di Azra mi fa sentire ingenuo e ridicolo. Già, che senso avrebbe parlare del dolore degli altri? Il dolore rimane nei corpi a distanza di anni, fa il suo corso. Sarebbe un inutile riflesso, parlarne. Non è la mia città, Sarajevo, non è il mio dolore. Non hanno sparato alla mia famiglia. Non hanno distrutto la mia casa. Tra l’altro ho letto Andrić e non mi è servito, allora ho letto Jergović e neanche lui mi è servito. Il dolore di Sarajevo non è il mio e non lo sarà mai. Ci sono cose che non si immaginano neppure. Questa è una di quelle. Magari occorre accettare l’assunto del poeta Handke: è solo un mondo, il nostro, “Un disinvolto mondo di criminali”, così recita il titolo di uno dei suoi taccuini jugoslavi. Un mondo, per dirla con Rumiz, in cui il bene è imbecille e il male furbo, scaltro, capace. Ecco tutto.

Intanto oltrepasso il quartiere delle botteghe musulmane, vado verso la parte asburgica. Involontariamente sono arrivato fin davanti alla “Fiamma eterna”, c’è un ragazzo con la maglietta dei Rolling stones, i capelli lunghi, la giacca di pelle. Prima ancora due donne giovani, belle, biondissime, per la verità un po’ troppo truccate, mi chiedono se ho voglia di un massaggio.

Alla fine del viale, sulla destra un altro parco divenuto cimitero, sulla sinistra un enorme centro commerciale. Torno alla “Fiamma eterna”, che ricorda il sacrificio della resistenza jugoslava, le vittime della Seconda guerra mondiale. Ora che ricordo è la strada dove il reporter Mario Boccia fotografò l’indimenticabile “Ragazza che corre”, quel trenta settembre del 1993. Nella foto in bianco e nero si vede la ragazza che corre con una strana e indecifrabile smorfia di consuetudine e paura sul volto. Rivedo gli stivali alti al ginocchio, nella mano destra un sacchetto.

Ecco. Sono finito di nuovo, lo so, a parlare di storia e di guerra. Il fatto è che Sarajevo non è solo quello. Sarajevo, per fortuna, è anche adesso.

 

*Questo reportage è stato pubblicato su Erodoto108, il reportage di viaggio.

Difendere ancora Sarajevo

Testo e foto di Sandro Abruzzese

Jovan Divjak. Foto di Sandro Abruzzese

Jovan Divjak sul balcone del suo studio a Sarajevo.

È primavera a Sarajevo. Un uomo cammina a passo spedito lungo la strada d’asfalto. Le immagini lo seguono, si arrampica su un carro armato, urla “non sparate, non sparate”. È una fase concitata, l’uomo si fa passare la radiotrasmittente, cerca di spiegare che l’accordo è stato raggiunto, c’è un cessate il fuoco e devono lasciar passare il convoglio senza sparare. Nell’aria una tensione vertiginosa, tanta confusione. La risposta è “Chi diavolo è questo? Vaffanculo tu e vaffanculo il Presidente”. Il crimine forse è già stato compiuto, vengono passati per le armi quattro ufficiali serbi. Sono i fatti della Dobrovoljačka Ulica, ovvero quando l’esercito di difesa bosniaco, violando gli accordi di cessate il fuoco per favorire la fuoriuscita dell’esercito jugoslavo da Sarajevo (Jna), uccise sei persone tra cui quattro ufficiali dell’esercito serbo. Era il 3 maggio del ’92.

Un mese prima, il 5 aprile, sul ponte Vrbanja, il corteo di giovani pacifisti purtroppo era finito nel sangue, la prima vittima dei cecchini serbi si chiamava Suada Dilberović, mussulmana di Dubrovnik, aveva poco più di vent’anni, poi fu la volta della croata Olga Sučić. Tutto ebbe inizio sul ponte della fratellanza, questo significa Vrbanja, che unisce le due sponde del fiume Miljaka e che ora qui a Sarajevo porta il nome delle due donne uccise.

Ma torniamo a quell’uomo. In quei fatidici giorni prima dell’inizio della guerra, gli fu chiesto di decidere da che parte stare, e di farlo in fretta. Lui, Jovan Divjak, colonnello serbo da anni addetto alla difesa territoriale bosniaca, scelse di schierarsi dalla parte del luogo attaccato, in cui erano nati e cresciuti i suoi figli, dove viveva e lavorava da decenni. Quel luogo era Sarajevo e, sia chiaro, la scelta non fu indolore. Sarebbe stato imprigionato per un mese dal suo stesso esercito e senza una spiegazione. La sua decisione avrebbe raccolto l’odio della sua etnia e la diffidenza delle altre. Quindi, ecco il rapimento di un figlio ad opera della banda criminale del temibile Caco, che imperversava in città ai tempi dell’assedio. E ancora l’accusa di crimini di guerra e il mandato di cattura internazionale voluto da Belgrado per i fatti suddetti della Dobrovoljačka Ulica, di cui, insieme ad altri ufficiali, viene ritenuto responsabile dai serbi.

Anni dopo, in segno di protesta contro alcune decisioni del presidente bosniaco Izetbegović, Divjak avrebbe addirittura restituito i suoi gradi di generale inoltrando una dura lettera di protesta all’indirizzo della presidenza, salvo poi ricucire qualche tempo dopo, andando a salutarlo per l’ultima volta, prima che questi, gravemente ammalato, morisse.

Certo Jovan Divjak a Sarajevo è considerato l’eroe della difesa cittadina. È amato e rispettato. Dopo averlo sentito parlare ho l’impressione di un vecchio tenace, innamorato della vita, forse solo un po’ affaticato dal ruolo di testimone condannato a raccontare. Il suo racconto è una lenta e giusta litanìa: le divisioni, gli odi interni alla federazione, i programmi scolastici di storia con versioni estremamente differenti, la mancanza di fiducia reciproca, i nazionalismi, la disoccupazione, i salari bassi, l’emigrazione. Per rispondere a tutto questo la sua associazione (Obrazovanje gradi Bih) da anni si occupa di offrire borse di studio a giovani bosniaci di ogni etnia.

È a lui, a distanza di 25 anni, che chiedo cosa può fare l’Europa per la Bosnia. La risposta è “accelerare il processo di integrazione”: portare la Bosnia-Erzegovina all’interno dell’UE, e farlo il prima possibile. A lui chiedo di dirmi “istintivamente” cosa pensa e “sente” delle ragioni della guerra in Bosnia. La risposta è “l’interesse di potentati locali”, questo ha dilaniato l’ex Jugoslavia. Tuttavia emerge anche, mescolata alla gratitudine per i giornalisti italiani durante l’Assedio, l’amarezza nei confronti dell’ambivalenza dell’Onu e dell’Occidente, o di un’Europa immobile e distratta che ha mancato l’appuntamento con la Grande politica a favore di egoistiche rivalità interne all’Unione.

Osservo il generale Divjak, ascolto le sue precise parole. Si percepisce un tratto che forse riguarda ogni bosniaco o slavo del sud, nelle sue parole. Ed è una sorta di rabbia sopita, un latente rancore verso l’indifferenza europea. È la rabbia di un fratellastro incompreso, di qualcuno che si sente respinto e misconosciuto; eppure è inesorabilmente parte della stessa famiglia. L’indifferenza è un lusso che i Balcani e l’UE non possono permettersi. Anzi, oggi è chiaro che la Bosnia, da 25 anni, vive una situazione di congelamento che la asfissia al pari di un nodo scorsoio e la tiene immobile, ferma nella burocrazia e nei visti, isolata nelle sue valli. Basta rivedere il bel documentario di Daniele Gaglianone, Rata néce biti (La guerra non ci sarà, 2010) per comprendere l’impasse e le continue frizioni con la Repubblica serba di Bosnia. Oggi i Balcani hanno bisogno più che mai dell’Europa, e gli stessi europei, noi, possiamo porre rimedio, placare il senso di colpa, la vergogna che affiora appena voltiamo il capo al passato, al ruolo svolto dall’UE nella violenta disgregazione degli slavi del sud.

 

*Per approfondire:

Jovan Divjak, Sarajevo mon amour, Infinito Edizioni, 2007.

Paolo Rumiz, Maschere per un massacro, Editori Riuniti, 1996.

Daniele Gaglianone, Rata néce biti (La guerra non ci sarà) BabyDoc film, 2010.

Joze Pirjevec, Le guerre jugoslave, 1991-1999, Einaudi, 2014.

Jovan Divjak nel suo studio. Foto di Sandro Abruzzese

Jovan Divjak nel suo studio.

Frammenti bosniaci: Potocari, Srebrenica.

Testo e foto di Sandro Abruzzese

Cimitero di Potocari, Srebrenica

Cimitero di Potocari, Srebrenica

Nel momento stesso in cui ti senti diverso dai Balcani e li liquidi come qualcosa di estraneo all’Europa, essi sono già entrati in te.

Paolo Rumiz, Maschere per un massacro.

“Nermin, Nermin”, grida un uomo scheletrico e denutrito portandosi le mani alla bocca. “Nermin, Nermin, sono con i serbi, ci lasciano liberi, vieni Nermin”, echeggia nella valle il suono gutturale proveniente dalla sua bocca aperta. È una voce ferma eppure scorata e impaurita. Nermin ha diciotto anni, fugge per i boschi dopo la conquista di Srebrenica da parte dei nemici. L’uomo che lo chiama è suo padre, catturato insieme ad altri compagni. Il video viene mostrato in una sala apposita, al primo piano del museo di Potocari, a sei chilometri da Srebrenica, museo nato nella vecchia fabbrica dismessa che fu sede del quartier generale dell’Onu durante la guerra in Bosnia Erzegovina.

È primavera in mezzo ai morti di Srebrenica, qui a Potocari. È una giornata placida, assolata, in cui il passato sembra un’immane e insensata sciagura. Tutto, ancora una volta, a distanza di tempo, non riesce ad assumere una forma. È una realtà smisurata, e quindi priva di proporzioni. “Volete sopravvivere o scomparire?”, chiede il generale Mladic ai rappresentanti dei rifugiati annichiliti. Per sopravvivere si dovranno arrendere, consegnare le armi, poi ognuno sarà libero di scegliere se rimanere qui o andarsene dove vuole, assicura ridanciano, con la tronfia sicurezza dei vincitori, il generale.

Srebrenica purtroppo non è sopravvissuta. Dei trentasettemila abitanti, di cui più del settanta per cento mussulmani, ne sono rimasti circa seimila. Dopo il genocidio, il resto lo hanno fatto l’emigrazione, lo spopolamento dovuto prima all’instabilità e successivamente alla disoccupazione. Così è finita la città dell’argento, l’Argentium romana. Ora ci sono più morti che vivi a Srebrenica, e quei vivi sono divisi da inesausti rancori. Poi ci sono un campanile e un minareto che si fronteggiano. C’è un passato da ricostruire e dimenticare.

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Srebrenica

Ancora torna alla mente quella parola: “sloboda”. La pronuncia il padre di Nermin, l’uomo scarno che incita alla resa, per convincerlo a scendere a valle, “i serbi ci lasciano liberi”, dice, ma nel video è chiaro che è indotto a farlo senza alcuna convinzione. A fianco gli altri prigionieri sono demoralizzati, accasciati al suolo, lui si volta verso i soldati serbo-bosniaci, chiede se è abbastanza, se così va bene, loro acconsentono con un cenno del capo. “Sloboda”! Moriranno entrambi, padre e figlio non saranno più ritrovati.

Già! “Sloboda”. Sui muri, all’interno del quartier generale di Potocari, restano dei disegni, donne nude, auto, moto. Frasi spiritose si mescolano a ingiurie. Qualcuno ha scritto che le ragazze bosniache puzzano come animali, sono sdentate, sporche. Altri militari a distanza di anni sono tornati a salutare vecchi amici sopravvissuti, hanno portato con sé i loro figli. Intanto nell’ufficio del capo, il tenente colonnello Thom Carremans, dalla finestra entra una luce calda. È una luce venata di una maestosa indifferenza per questa vecchia valle d’argento in mezzo alle montagne, e si posa sull’impiantito, sulle pareti della stanza grigia in cui appesi al muro campeggiano i volti azzimati dei reali d’Olanda: cosa avrebbe potuto fare l’Europa per Srebrenica? E cosa possiamo fare noi, oggi, per Srebrenica e la Bosnia?

Ufficio del comandante Karremans a Potocari, Srebrenica.

Ufficio del comandante Carremans a Potocari, Srebrenica.

 

Lettera napoletana

Ma se ti va, se riesci, rispondimi così: fai come se fossi io stesso lì davanti, tra i tuoi libri; fai come se parlassimo di ciò che amiamo e ci rende vivi, di ciò che ci illude e fa stare bene e alleggerisce la mente dal peso di tutto il resto, magari in un pomeriggio di sole che va e che viene, lì a Santa Chiara, dove  i bambini della città antica giocano e si mescolano a suoni e rumori consueti. Quei suoni a volte si amano e altre si detestano. Ma pensa che su per San Sebastiano veramente il mare non bagna Napoli, non se ne sente il profumo e nemmeno si vede il resto di niente.

Forse ancora ci passano i sogni di tutti i giovani e vecchi aspiranti musicisti su quella salita. È una stradina che si inerpica, lastricata di basoli e vetrine. All’angolo col decumano, proprio lì una volta ho dato una bacio a una ragazza. Poi, tempo dopo, lei mi ha donato due bambini in cui i nostri stessi volti, le voci, tutto si è riunito in un nuovo bacio. Un’altra volta abbiamo assistito a uno scippo. A una rissa al Gesù nuovo. Poi a una processione affollata e lenta.

E lì, su quella strada, certi ragazzi sfrecciavano sui motorini, con la violenza propria del ventre antico, la sera prendevano a schiaffi innocenti passanti, affibbiandogli a caso delle colpe. E potrei continuare…  per esempio il lungomare ancora non era liberato, ma finirei per toglierti altro tempo, ribatteresti che siamo tutti un po’ prigionieri, anche se scrivi che il tempo non esiste. Prima o poi imparerò anch’io a sottrarre, come hai fatto tu, e lasciare alle cose il tempo o il luogo per comprendersi, forse bisogna imparare a disordinarle per poi lasciarle andare, tutte le cose, senza avere troppa paura degli occhi, di quello che possono testimoniare nella luce estrema, nella luce interna.

S. A.

L’America di Baudrillard: utopia realizzata da esiliati

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Il segreto del mito moderno nell’assenza di radici

Forse è vero, come scrive Baudrillard (L’America, Feltrinelli, 1987), che la solitudine degli americani non assomiglia a nessun altra. E che più triste di un mendicante “è l’uomo che mangia solo in pubblico”, come lui vede accadere per le strade di New York in questo suo viaggio americano. Tanto ci sarebbe ancora da dire sull’immane sofferenza individuale che ha sorretto e continua a sorreggere gli Stati Uniti. Su quel mondo di sradicati, generato da un’irresistibile forza centripeta. Sulle loro vicissitudini sapientemente narrate dalla letteratura, dal cinema, dalla musica statunitense. Ma insomma, per un europeo è possibile capire l’America? È possibile comprendere un Paese che nasce dall’emigrazione e dall’esilio, dal genocidio, dallo sterminio, per diventare la più grande potenza mondiale della storia?

Per Baudrillard l’America è il paese dell’utopia realizzata, il paese che, attraverso “un’ingenuità bruta” riesce a rendere pragmatico, a materializzare qualsiasi idea o valore approdi oltreoceano. Sebbene tutto ciò assuma forme radicali, se pure lo studioso francese sottolinea gli aspetti di incultura, di mediocrità e semplicità di linguaggio e caratteri, egli stesso invita a non giudicare l’America “moralmente” perché così essa ci sfuggirebbe, divenendo una mancata Europa.

E invece bisogna osservare le caratteristiche che la rendono il Paese del sogno e degli idoli: la capacità di cristallizzare, di materializzare desideri, di dare forma, e, non ultima, la capacità di contagio, in grado di generare quell’attrazione irresistibile che tutti conosciamo. Dunque, l’originalità americana starebbe, secondo Baudrillard, nell’assenza di giudizio per ottenere la “commistione degli effetti”: tenere insieme il silenzio, l’assenza, la durata immutabile, il sublime della Death Valley e la follia, l’istantaneità, la prostituzione, il delirio di Las Vegas, per esempio. Tenere insieme anoressia e bulimia in una società-ossimoro che aborrisce la mancanza per non sentirsi mia sazia.

L’America è un paese moderno perché la sua essenza è nell’artificio, ricorda il filosofo francese, citando Baudelaire. E se per noi europei rappresenta l’esilio e l’emigrazione, questi stessi elementi riconducono a loro volta alla leva per l’utopia del successo e dell’azione che diventano credo condiviso, legge morale. Il fatto è che, non possedendo culto delle origini, non avendo un’autenticità da difendere e ancor meno un passato, una verità fondatrice, sostiene lo studioso, l’America vive una “perenne attualità”. Di conseguenza essa si compie di continuo e il cinema, l’aura mitica o epica della narrazione a stelle e strisce a cui tanto siamo abituati e che un po’ ci fa sorridere, non ne è che la diretta conseguenza. Ma se l’europeo sorride dell’ingenuità americana, il punto principale non cambia. Il candore, la convinzione americana, si nutrono della loro utopia realizzata, si nutrono del successo come di una conferma della predestinazione. Non solo. Loro credono fermamente in se stessi, sottolinea B., ma convincono anche gli altri fino ad “affascinare le proprie vittime” con la materializzazione dei sogni.

Perché l’Europa non è l’America? Perché noi ci proponiamo gli ideali del 1789, e il progresso, la libertà o l’uguaglianza rimangono ideali irrealizzabili se non per vaga approssimazione, argomenta lo studioso. La nostra cultura, dice B., il nostro spirito critico, il giudizio continuo, non hanno l’audacia e l’anima dell’incultura americana. Noi critichiamo il capitalismo, ricorda lo studioso, ma, prima di averne comprese le forme ultime, il capitalismo ha già mutato aspetto, sarà sempre avanti, mutevole, imprendibile.

In definitiva, per B. l’America è rottura con la Storia, è una “faglia” europea che non si avvale della sua dialettica, bensì di un dinamismo eccentrico (nel senso di privo di un centro). Anche la sua mescolanza razziale e etnica, a differenza dei propositi di integrazione europea, viene vissuta come “intensa rivalità”, come antagonismo e competizione, come sfida per il sopravvento. E quindi quest’America è velocità e verticalità, dinamismo, dismisura, immoralità. È un Paese indulgente, autoassolutorio, che maschera nel trionfalismo i suoi sensi di colpa, la sua violenza.

Questa complicità, questa forza, prosegue B., in questo caso citando Toqueville, deriva da un’uguaglianza declinata dagli americani sotto il profilo pratico, materiale, utopico, che non si avvale di ideologia sociale né politica, bensì di un patto morale. La forza sta “nella preminenza dei costumi”, nell’organizzazione pratica, che genera “un’egemonia del comportamento”, al punto che la stessa politica, o la religione, sono intese come regola, sono fissate in uno schema.

Dunque, l’America non sarebbe il Paese di chi cerca un’identità, ma quello che fonda il suo successo, che conserva il suo segreto nell’assenza di “radici”. È l’assenza di radici, lo sradicamento degli esiliati, degli emigrati, l’assenza di storia, l’organizzazione pratica tipica del settarismo insulare, questo genera l’America della tecnologia e del cinema, degli spazi sconfinati, della velocità e del mito moderno. Se è vero che tutto risulta eccessivo nello stile di vita americano, questo dimostra di continuo e quindi conferma a loro stessi la libertà di cui godono, che è libertà d’azione, pratica. Lo stile di vita conferma, nell’eccesso orgiastico e immorale, nell’artificio che crea la realtà, la riuscita di un modello che potremmo definire ottuso, acritico, e tuttavia efficace per i propositi scelti.

Tutte queste riflessioni fanno dire a Baudrillard che il futuro è dei popoli senza origine, dei popoli artificiali e inautentici in cui però, se c’è un elemento che, più di ogni altro, incute terrore, è l’indifferenza: una società ingenua e orgogliosa come quella americana conserva nell’incultura il suo senso, la sua originalità, rendendola “simulacro e riflesso parodico” della nostra stessa decadenza europea.

Sandro Abruzzese