Benvenuti a Sarajevo 2

Sceso giù per la dorsale, ritornato sul ponte davanti alla biblioteca. Ha fatto in tempo a piovere. L’asfalto bagnato, l’aria sferzata e inumidita. Da quando ho lasciato la collina c’è un dato che non torna, non faccio che pensare ai morti: perché sono così giovani e portano la data del 1997 se gli accordi di Dayton risalgono al 1995? Ecco che finisco a parlare di nuovo di storia. Poi un tram giallo. Anche questo tram giallo è Sarajevo, mi dico, anche la gente che c’è dentro. Sarajevo è oggi, non è solo il suo passato o una somma di avvenimenti luttuosi. È una città moderna, viva, in cui a dispetto degli stipendi (poche centinaia di euro), vi è una discreta qualità dei servizi. In cui il sabato sera i club sono pieni di giovani. Certo l’intera Bosnia-Erzegovina è afflitta da molti problemi.

Sarajevo tram

Una volta a casa riguardo la foto del tram. Dentro ci sono due ragazzi, una donna col velo, una bambina dallo sguardo assorto e dal giubbetto a pois, con gli occhi e i capelli nerissimi. Scrivo un messaggio alla giornalista Azra Nuhefendić per chiederle se sa qualcosa dei morti del ’97, mi risponde così:

nessun mistero, dopo la “nostra” guerra la gente moriva di più per lo stress, e le malattie che si erano “svegliate” dopo 4 anni . Durante la guerra anche le malattie gravi si erano fermate, e dopo, quando pensi che tutto è passato, ritornano e ti colpiscono. Ne ho tanti di  amici, e familiari, purtroppo. In BiH c’erano tanti casi, subito dopo la guerra, di cancro insoliti per i giovani, là ancora oggi si muore giovani. Una volta eravamo una nazione giovane, durante e dopo la guerra le cose sono cambiate, un po’ per i cento mila morti della guerra, un po’ perche tutti quelli che potevano se ne sono andati via, oggi la BiH è paese di vecchi genitori e di giovani che vogliono scappare. C’è il 60 percento di disoccupazione, gli invalidi, le donne stuprate, le vedove, gli orfani, tutto questo contribuisce al risultato finale: in BiH il cancro e l’infarto sono diffusi come l’influenza.

La risposta di Azra, mi fa sentire ingenuo e ridicolo. Già, che senso avrebbe parlare del dolore degli altri? Il dolore rimane nei corpi a distanza di anni, fa il suo corso. Sarebbe un inutile riflesso, parlarne. Non è la mia città, Sarajevo, non è il mio dolore. Non hanno sparato alla mia famiglia. Non hanno distrutto la mia casa. Tra l’altro ho letto Andrić e non mi è servito, allora ho letto Jergović e neanche lui mi è servito. Il dolore di Sarajevo non è il mio e non lo sarà mai. Ci sono cose che non si immaginano neppure. Questa è una di quelle. Magari occorre accettare l’assunto del poeta Handke: è solo un mondo, il nostro, “Un disinvolto mondo di criminali”, così recita il titolo di uno dei suoi taccuini jugoslavi. Un mondo, per dirla con Rumiz, in cui il bene è imbecille e il male furbo, scaltro e capace. Ecco tutto.

Intanto oltrepasso il quartiere delle botteghe musulmane, vado verso la parte asburgica. Involontariamente sono arrivato fin davanti alla “Fiamma eterna”, c’è un ragazzo con la maglietta dei Rolling stones, i capelli lunghi, la giacca di pelle. Prima ancora due donne giovani, belle, biondissime, per la verità un po’ troppo truccate, chiedono se ho voglia di un massaggio.

Alla fine del viale, sulla destra un parco divenuto cimitero, sulla sinistra un enorme centro commerciale.  Torno alla “Fiamma eterna”, che ricorda il sacrificio della resistenza jugoslava, le vittime della Seconda guerra mondiale, e inoltre è la strada in cui Mario Boccia fotografò l’indimenticabile “Ragazza che corre”, quel trenta settembre del 1993. Nella foto in bianco e nero si vede la ragazza che corre con una strana e indecifrabile smorfia di paura e consuetudine sul volto. Rivedo gli stivali alti al ginocchio, nella mano destra un sacchetto.

Ecco. Sono finito di nuovo, lo so, a parlare di storia e di guerra. Il fatto è che Sarajevo non è solo quello.

 

 

Benvenuti a Sarajevo 1

Testo e foto di Sandro Abruzzese

Sarajevo vuol dire Serraglio, ho letto da qualche parte. In effetti se ne sta lì, stretta tra le montagne, anzi le sue case si inerpicano su per balze e declivi, mentre le acque del Miljacka, il fiume che la attraversa, scorrono verso la pianura. Quindi assume mille volti Sarajevo, è asburgica, alpina, turca, mediterranea, europea, asiatica; e sarebbe banale dire che è l’incontro tra Oriente e Occidente.

In Italia, fin da bambini, quando si parla di lei è per dire di Gavrilo Princip, dell’assassinio di Francesco Ferdinando, erede al trono dell’Impero austroungarico. Per questo vado in quella strada, da buon pedante ripercorro la storia. E innanzitutto nei libri di storia andrebbe detto che non si capisce mica quanto diavolo è bella Sarajevo. Basterebbe qualche aggettivo in più, ecco tutto. E comunque una volta arrivato a due passi dal luogo, vengo rapito da alcune bambine che riposano su una panchina, e che nulla sanno della storia. Se ne stanno lì, in questa luce primaverile che va e che viene, ai loro piedi i monopattini, al guinzaglio un mezzo lupo striato con la lingua all’infuori e sul fianco un piccolo bambino sfinito e assopito.

Sarajevo 1

Sulla strada dell’attentato del 1914, Sarajevo.

Alla vista delle bambine mi prende un’accesa indifferenza per tutto ciò che è stato. Quindi, per conseguenza infilo una salita, salgo col rinnovato proposito di scorgere la città dall’alto. Sulla sommità della collina la vista è molto bella. Doveva essere un parco. Come tutti i parchi cittadini, invece, è diventato un cimitero. Sono tutti mussulmani morti nel ’97. In lontananza il monte Igman. Ha una vetta alta. È pieno di boschi, ed era una delle vie impervie e tortuose per cercare di fuggire dalla trappola dell’assedio. Ci si sciava ai tempi dei giochi olimpici dell’84. Altri tempi, c’era il Muro, la Germania divisa, c’era la Jugoslavia, l’Urss. C’erano i parchi, e non c’erano i cimiteri nei parchi.

Di fronte svetta l’antenna avveniristica, il network della TV. Ovviamente furono le prime postazioni occupate dagli assedianti. Di nuovo sono finito nella storia. Sembra inevitabile. Punto lo sguardo verso i minareti e la Biblioteca nazionale. Le nuvole hanno ricoperto il cielo. Mi ricordo il rogo, è fisso nella mente anche per via di quella struggente canzone che è Cupe vampe dei C.S.I. La canticchio: Di colpo si fa sera / si incunea crudo il freddo / la città trema / livida trema. Non ricordo tutte le parole. Si alzano i roghi in cupe vampe / . La chitarra distorta, dissonante, si incrocia con un violoncello dal suono prima caldo e poi acuto e stridente. La lingua di Ferretti è precisa, pulita, il tono ieratico, sì, inconfondibile. Eccola la biblioteca di Sarajevo, l’hanno ricostruita, è messa a nuovo. Direi che non c’è che dire…

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Minareti e Biblioteca nazionale

 

Difendere ancora Sarajevo

Testo e foto di Sandro Abruzzese

Jovan Divjak. Foto di Sandro Abruzzese

Jovan Divjak sul balcone del suo studio a Sarajevo.

È primavera a Sarajevo. Un uomo cammina a passo spedito lungo la strada d’asfalto. Le immagini lo seguono, si arrampica su un carro armato, urla “non sparate, non sparate”. È una fase concitata, l’uomo si fa passare la radiotrasmittente, cerca di spiegare che l’accordo è stato raggiunto, c’è un cessate il fuoco e devono lasciar passare il convoglio senza sparare. Nell’aria una tensione vertiginosa, tanta confusione. La risposta è “Chi diavolo è questo? Vaffanculo tu e vaffanculo il Presidente”. Il crimine forse è già stato compiuto, vengono passati per le armi quattro ufficiali serbi. Sono i fatti della Dobrovoljačka Ulica, ovvero quando l’esercito di difesa bosniaco, violando gli accordi di cessate il fuoco per favorire la fuoriuscita dell’esercito jugoslavo da Sarajevo (Jna), uccise sei persone tra cui quattro ufficiali dell’esercito serbo. Era il 3 maggio del ’92.

Un mese prima, il 5 aprile, sul ponte Vrbanja, il corteo di giovani pacifisti purtroppo era finito nel sangue, la prima vittima dei cecchini serbi si chiamava Suada Dilberović, mussulmana di Dubrovnik, aveva poco più di vent’anni, poi fu la volta della croata Olga Sučić. Tutto ebbe inizio sul ponte della fratellanza, questo significa Vrbanja, che unisce le due sponde del fiume Miljaka e che ora qui a Sarajevo porta il nome delle due donne uccise.

Ma torniamo a quell’uomo. In quei fatidici giorni prima dell’inizio della guerra, gli fu chiesto di decidere da che parte stare, e di farlo in fretta. Lui, Jovan Divjak, colonnello serbo da anni addetto alla difesa territoriale bosniaca, scelse di schierarsi dalla parte del luogo attaccato, in cui erano nati e cresciuti i suoi figli, dove viveva e lavorava da decenni. Quel luogo era Sarajevo e, sia chiaro, la scelta non fu indolore. Sarebbe stato imprigionato per un mese dal suo stesso esercito e senza una spiegazione. La sua decisione avrebbe raccolto l’odio della sua etnia e la diffidenza delle altre. Quindi, ecco il rapimento di un figlio ad opera della banda criminale del temibile Caco, che imperversava in città ai tempi dell’assedio. E ancora l’accusa di crimini di guerra e il mandato di cattura internazionale voluto da Belgrado per i fatti suddetti della Dobrovoljačka Ulica, di cui, insieme ad altri ufficiali, viene ritenuto responsabile dai serbi.

Anni dopo, in segno di protesta contro alcune decisioni del presidente bosniaco Izetbegović, Divjak avrebbe addirittura restituito i suoi gradi di generale inoltrando una dura lettera di protesta all’indirizzo della presidenza, salvo poi ricucire qualche tempo dopo, andando a salutarlo per l’ultima volta, prima che questi, gravemente ammalato, morisse.

Certo Jovan Divjak a Sarajevo è considerato l’eroe della difesa cittadina. È amato e rispettato. Dopo averlo sentito parlare ho l’impressione di un vecchio tenace, innamorato della vita, forse solo un po’ affaticato dal ruolo di testimone condannato a raccontare. Il suo racconto è una lenta e giusta litanìa: le divisioni, gli odi interni alla federazione, i programmi scolastici di storia con versioni estremamente differenti, la mancanza di fiducia reciproca, i nazionalismi, la disoccupazione, i salari bassi, l’emigrazione. Per rispondere a tutto questo la sua associazione (Obrazovanje gradi Bih) da anni si occupa di offrire borse di studio a giovani bosniaci di ogni etnia.

È a lui, a distanza di 25 anni, che chiedo cosa può fare l’Europa per la Bosnia. La risposta è “accelerare il processo di integrazione”: portare la Bosnia-Erzegovina all’interno dell’UE, e farlo il prima possibile. A lui chiedo di dirmi “istintivamente” cosa pensa e “sente” delle ragioni della guerra in Bosnia. La risposta è “l’interesse di potentati locali”, questo ha dilaniato l’ex Jugoslavia. Tuttavia emerge anche, mescolata alla gratitudine per i giornalisti italiani durante l’Assedio, l’amarezza nei confronti dell’ambivalenza dell’Onu e dell’Occidente, o di un’Europa immobile e distratta che ha mancato l’appuntamento con la Grande politica a favore di egoistiche rivalità interne all’Unione.

Osservo il generale Divjak, ascolto le sue precise parole. Si percepisce un tratto che forse riguarda ogni bosniaco o slavo del sud, nelle sue parole. Ed è una sorta di rabbia sopita, un latente rancore verso l’indifferenza europea. È la rabbia di un fratellastro incompreso, di qualcuno che si sente respinto e misconosciuto; eppure è inesorabilmente parte della stessa famiglia. L’indifferenza è un lusso che i Balcani e l’UE non possono permettersi. Anzi, oggi è chiaro che la Bosnia, da 25 anni, vive una situazione di congelamento che la asfissia al pari di un nodo scorsoio e la tiene immobile, ferma nella burocrazia e nei visti, isolata nelle sue valli. Basta rivedere il bel documentario di Daniele Gaglianone, Rata néce biti (La guerra non ci sarà, 2010) per comprendere l’impasse e le continue frizioni con la Repubblica serba di Bosnia. Oggi i Balcani hanno bisogno più che mai dell’Europa, e gli stessi europei, noi, possiamo porre rimedio, placare il senso di colpa, la vergogna che affiora appena voltiamo il capo al passato, al ruolo svolto dall’UE nella violenta disgregazione degli slavi del sud.

 

*Per approfondire:

Jovan Divjak, Sarajevo mon amour, Infinito Edizioni, 2007.

Paolo Rumiz, Maschere per un massacro, Editori Riuniti, 1996.

Daniele Gaglianone, Rata néce biti (La guerra non ci sarà) BabyDoc film, 2010.

Joze Pirjevec, Le guerre jugoslave, 1991-1999, Einaudi, 2014.

Jovan Divjak nel suo studio. Foto di Sandro Abruzzese

Jovan Divjak nel suo studio.

Frammenti bosniaci: Potocari, Srebrenica.

Testo e foto di Sandro Abruzzese

Cimitero di Potocari, Srebrenica

Cimitero di Potocari, Srebrenica

Nel momento stesso in cui ti senti diverso dai Balcani e li liquidi come qualcosa di estraneo all’Europa, essi sono già entrati in te.

Paolo Rumiz, Maschere per un massacro.

“Nermin, Nermin”, grida un uomo scheletrico e denutrito portandosi le mani alla bocca. “Nermin, Nermin, sono con i serbi, ci lasciano liberi, vieni Nermin”, echeggia nella valle il suono gutturale proveniente dalla sua bocca aperta. È una voce ferma eppure scorata e impaurita. Nermin ha diciotto anni, fugge per i boschi dopo la conquista di Srebrenica da parte dei nemici. L’uomo che lo chiama è suo padre, catturato insieme ad altri compagni. Il video viene mostrato in una sala apposita, al primo piano del museo di Potocari, a sei chilometri da Srebrenica, museo nato nella vecchia fabbrica dismessa che fu sede del quartier generale dell’Onu durante la guerra in Bosnia Erzegovina.

È primavera in mezzo ai morti di Srebrenica, qui a Potocari. È una giornata placida, assolata, in cui il passato sembra un’immane e insensata sciagura. Tutto, ancora una volta, a distanza di tempo, non riesce ad assumere una forma. È una realtà smisurata, e quindi priva di proporzioni. “Volete sopravvivere o scomparire?”, chiede il generale Mladic ai rappresentanti dei rifugiati annichiliti. Per sopravvivere si dovranno arrendere, consegnare le armi, poi ognuno sarà libero di scegliere se rimanere qui o andarsene dove vuole, assicura ridanciano, con la tronfia sicurezza dei vincitori, il generale.

Srebrenica purtroppo non è sopravvissuta. Dei trentasettemila abitanti, di cui più del settanta per cento mussulmani, ne sono rimasti circa seimila. Dopo il genocidio, il resto lo hanno fatto l’emigrazione, lo spopolamento dovuto prima all’instabilità e successivamente alla disoccupazione. Così è finita la città dell’argento, l’Argentium romana. Ora ci sono più morti che vivi a Srebrenica, e quei vivi sono divisi da inesausti rancori. Poi ci sono un campanile e un minareto che si fronteggiano. C’è un passato da ricostruire e dimenticare.

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Srebrenica

Ancora torna alla mente quella parola: “sloboda”. La pronuncia il padre di Nermin, l’uomo scarno che incita alla resa, per convincerlo a scendere a valle, “i serbi ci lasciano liberi”, dice, ma nel video è chiaro che è indotto a farlo senza alcuna convinzione. A fianco gli altri prigionieri sono demoralizzati, accasciati al suolo, lui si volta verso i soldati serbo-bosniaci, chiede se è abbastanza, se così va bene, loro acconsentono con un cenno del capo. “Sloboda”! Moriranno entrambi, padre e figlio non saranno più ritrovati.

Già! “Sloboda”. Sui muri, all’interno del quartier generale di Potocari, restano dei disegni, donne nude, auto, moto. Frasi spiritose si mescolano a ingiurie. Qualcuno ha scritto che le ragazze bosniache puzzano come animali, sono sdentate, sporche. Altri militari a distanza di anni sono tornati a salutare vecchi amici sopravvissuti, hanno portato con sé i loro figli. Intanto nell’ufficio del capo, il tenente colonnello Thom Carremans, dalla finestra entra una luce calda. È una luce venata di una maestosa indifferenza per questa vecchia valle d’argento in mezzo alle montagne, e si posa sull’impiantito, sulle pareti della stanza grigia in cui appesi al muro campeggiano i volti azzimati dei reali d’Olanda: cosa avrebbe potuto fare l’Europa per Srebrenica? E cosa possiamo fare noi, oggi, per Srebrenica e la Bosnia?

Ufficio del comandante Karremans a Potocari, Srebrenica.

Ufficio del comandante Carremans a Potocari, Srebrenica.

 

Lettera napoletana

Ma se ti va, se riesci, rispondimi così: fai come se fossi io stesso lì davanti, tra i tuoi libri; fai come se parlassimo di ciò che amiamo e ci rende vivi, di ciò che ci illude e fa stare bene e alleggerisce la mente dal peso di tutto il resto, magari in un pomeriggio di sole che va e che viene, lì a Santa Chiara, dove  i bambini della città antica giocano e si mescolano a suoni e rumori consueti. Quei suoni a volte si amano e altre si detestano. Ma pensa che su per San Sebastiano veramente il mare non bagna Napoli, non se ne sente il profumo e nemmeno si vede il resto di niente.

Forse ancora ci passano i sogni di tutti i giovani e vecchi aspiranti musicisti su quella salita. È una stradina che si inerpica, lastricata di basoli e vetrine. All’angolo col decumano, proprio lì una volta ho dato una bacio a una ragazza. Poi, tempo dopo, lei mi ha donato due bambini in cui i nostri stessi volti, le voci, tutto si è riunito in un nuovo bacio. Un’altra volta abbiamo assistito a uno scippo. A una rissa al Gesù nuovo. Poi a una processione affollata e lenta.

E lì, su quella strada, certi ragazzi sfrecciavano sui motorini, con la violenza propria del ventre antico, la sera prendevano a schiaffi innocenti passanti, affibbiandogli a caso delle colpe. E potrei continuare…  per esempio il lungomare ancora non era liberato, ma finirei per toglierti altro tempo, ribatteresti che siamo tutti un po’ prigionieri, anche se scrivi che il tempo non esiste. Prima o poi imparerò anch’io a sottrarre, come hai fatto tu, e lasciare alle cose il tempo o il luogo per comprendersi, forse bisogna imparare a disordinarle per poi lasciarle andare, tutte le cose, senza avere troppa paura degli occhi, di quello che possono testimoniare nella luce estrema, nella luce interna.

S. A.

L’America di Baudrillard: utopia realizzata da esiliati

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Il segreto del mito moderno nell’assenza di radici

Forse è vero, come scrive Baudrillard (L’America, Feltrinelli, 1987), che la solitudine degli americani non assomiglia a nessun altra. E che più triste di un mendicante “è l’uomo che mangia solo in pubblico”, come lui vede accadere per le strade di New York in questo suo viaggio americano. Tanto ci sarebbe ancora da dire sull’immane sofferenza individuale che ha sorretto e continua a sorreggere gli Stati Uniti. Su quel mondo di sradicati, generato da un’irresistibile forza centripeta. Sulle loro vicissitudini sapientemente narrate dalla letteratura, dal cinema, dalla musica statunitense. Ma insomma, per un europeo è possibile capire l’America? È possibile comprendere un Paese che nasce dall’emigrazione e dall’esilio, dal genocidio, dallo sterminio, per diventare la più grande potenza mondiale della storia?

Per Baudrillard l’America è il paese dell’utopia realizzata, il paese che, attraverso “un’ingenuità bruta” riesce a rendere pragmatico, a materializzare qualsiasi idea o valore approdi oltreoceano. Sebbene tutto ciò assuma forme radicali, se pure lo studioso francese sottolinea gli aspetti di incultura, di mediocrità e semplicità di linguaggio e caratteri, egli stesso invita a non giudicare l’America “moralmente” perché così essa ci sfuggirebbe, divenendo una mancata Europa.

E invece bisogna osservare le caratteristiche che la rendono il Paese del sogno e degli idoli: la capacità di cristallizzare, di materializzare desideri, di dare forma, e, non ultima, la capacità di contagio, in grado di generare quell’attrazione irresistibile che tutti conosciamo. Dunque, l’originalità americana starebbe, secondo Baudrillard, nell’assenza di giudizio per ottenere la “commistione degli effetti”: tenere insieme il silenzio, l’assenza, la durata immutabile, il sublime della Death Valley e la follia, l’istantaneità, la prostituzione, il delirio di Las Vegas, per esempio. Tenere insieme anoressia e bulimia in una società-ossimoro che aborrisce la mancanza per non sentirsi mia sazia.

L’America è un paese moderno perché la sua essenza è nell’artificio, ricorda il filosofo francese, citando Baudelaire. E se per noi europei rappresenta l’esilio e l’emigrazione, questi stessi elementi riconducono a loro volta alla leva per l’utopia del successo e dell’azione che diventano credo condiviso, legge morale. Il fatto è che, non possedendo culto delle origini, non avendo un’autenticità da difendere e ancor meno un passato, una verità fondatrice, sostiene lo studioso, l’America vive una “perenne attualità”. Di conseguenza essa si compie di continuo e il cinema, l’aura mitica o epica della narrazione a stelle e strisce a cui tanto siamo abituati e che un po’ ci fa sorridere, non ne è che la diretta conseguenza. Ma se l’europeo sorride dell’ingenuità americana, il punto principale non cambia. Il candore, la convinzione americana, si nutrono della loro utopia realizzata, si nutrono del successo come di una conferma della predestinazione. Non solo. Loro credono fermamente in se stessi, sottolinea B., ma convincono anche gli altri fino ad “affascinare le proprie vittime” con la materializzazione dei sogni.

Perché l’Europa non è l’America? Perché noi ci proponiamo gli ideali del 1789, e il progresso, la libertà o l’uguaglianza rimangono ideali irrealizzabili se non per vaga approssimazione, argomenta lo studioso. La nostra cultura, dice B., il nostro spirito critico, il giudizio continuo, non hanno l’audacia e l’anima dell’incultura americana. Noi critichiamo il capitalismo, ricorda lo studioso, ma, prima di averne comprese le forme ultime, il capitalismo ha già mutato aspetto, sarà sempre avanti, mutevole, imprendibile.

In definitiva, per B. l’America è rottura con la Storia, è una “faglia” europea che non si avvale della sua dialettica, bensì di un dinamismo eccentrico (nel senso di privo di un centro). Anche la sua mescolanza razziale e etnica, a differenza dei propositi di integrazione europea, viene vissuta come “intensa rivalità”, come antagonismo e competizione, come sfida per il sopravvento. E quindi quest’America è velocità e verticalità, dinamismo, dismisura, immoralità. È un Paese indulgente, autoassolutorio, che maschera nel trionfalismo i suoi sensi di colpa, la sua violenza.

Questa complicità, questa forza, prosegue B., in questo caso citando Toqueville, deriva da un’uguaglianza declinata dagli americani sotto il profilo pratico, materiale, utopico, che non si avvale di ideologia sociale né politica, bensì di un patto morale. La forza sta “nella preminenza dei costumi”, nell’organizzazione pratica, che genera “un’egemonia del comportamento”, al punto che la stessa politica, o la religione, sono intese come regola, sono fissate in uno schema.

Dunque, l’America non sarebbe il Paese di chi cerca un’identità, ma quello che fonda il suo successo, che conserva il suo segreto nell’assenza di “radici”. È l’assenza di radici, lo sradicamento degli esiliati, degli emigrati, l’assenza di storia, l’organizzazione pratica tipica del settarismo insulare, questo genera l’America della tecnologia e del cinema, degli spazi sconfinati, della velocità e del mito moderno. Se è vero che tutto risulta eccessivo nello stile di vita americano, questo dimostra di continuo e quindi conferma a loro stessi la libertà di cui godono, che è libertà d’azione, pratica. Lo stile di vita conferma, nell’eccesso orgiastico e immorale, nell’artificio che crea la realtà, la riuscita di un modello che potremmo definire ottuso, acritico, e tuttavia efficace per i propositi scelti.

Tutte queste riflessioni fanno dire a Baudrillard che il futuro è dei popoli senza origine, dei popoli artificiali e inautentici in cui però, se c’è un elemento che, più di ogni altro, incute terrore, è l’indifferenza: una società ingenua e orgogliosa come quella americana conserva nell’incultura il suo senso, la sua originalità, rendendola “simulacro e riflesso parodico” della nostra stessa decadenza europea.

Sandro Abruzzese

Donnarumma all’assalto e l’eterna Questione italiana (meridionale)

donnarumma-allassalto

Donnarumma all’assalto è un libro di estremo valore per comprendere alcuni termini della Questione italiana, altrimenti denominata Questione meridionale. Il protagonista, selezionatore del personale per una grande fabbrica del Nord, nel compiere il suo mestiere finisce per dare l’idea di un innesto. Egli stesso lentamente si innesta su un corpo, su una nervatura, la percorre e vi attecchisce, fino a diventare parte di quella società, per poi staccarvisi slabbrato e ritornare a fare parte per se stesso, non prima di averla compresa.

Il protagonista-selezionatore è l’uomo razionale, moderno, fiducioso negli strumenti tecnici e culturali in grado di generare la tanto attesa palingenesi meridionale. Nondimeno è dotato della sensibilità, dell’empatia per comprendere tutte le contraddizioni a cui il suo lavoro lo espone. Santa Maria, il paese narrato da Ottieri ispirandosi alla sua esperienza autobiografica a Pozzuoli per conto della Olivetti, a volte ricorda Orano, così come il paesaggio circostante e la luce ricordano, a tratti, lo sguardo meridiano di Camus.

Ma se ne scrivo è perché dalle pagine di Ottieri emerge la convinzione che ritessere il tessuto socio-economico del Mezzogiorno o di qualsiasi altra parte del Paese, passa anche per la fabbrica. Sì, perché a dispetto delle vulgate emotive, a dispetto di prospettive suggestive ma prive di  legame con la realtà (il Sud potrebbe vivere di solo turismo?), la verità è che qualsiasi pensiero meridiano non può fare a meno di un certo, necessario, livello di industrializzazione. Detto in altri termini, è auspicabile che il Sud divenga “soggetto di pensiero” stando alle parole di Franco Cassano, ma è auspicabile pure che il reddito pro capite dei meridionali, attualmente dimezzato rispetto al centro-nord (vedi Rapporti Svimez degli ultimi tre anni), si avvicini a quello dei connazionali. E lo dico pensando alle tante proposte di decrescita (felice?), di ritorno alla natura e alla campagna. Lo dico affinché tali proposte tengano conto del fatto che, senza l’industria, si diventa poveri. E che la povertà può essere anche un valore, tuttavia espone quegli stessi territori agli esodi, alla colonizzazione culturale, all’eventualità di essere acquistati, svenduti, come spesso accade, alla stessa parte di mondo ricca e industrializzata da cui si cerca di affrancarsi.

Goffredo Parise, in un suggestivo articolo giornalistico, scrisse della necessità della povertà, del valore della povertà. Ma questo o lo si fa tutti insieme oppure diventa un autoannientamento. Lo stesso Ottieri nel romanzo, a un certo punto, difende l’esperienza della fabbrica, la coscienza che in essa vi matura; confuta la dialettica servo-padrone mostrando fiducia in un capitalismo illuminato, dal volto umano, in grado di superare le divisioni.

Cosa intende Ottieri quando da buon sociologo ricorda il rapporto demografico di quella fascia costiera campana? “Ma Torre ha sessantamila abitanti,il paesetto di Santa Maria quarantamila, in questa fascia costiera la popolazione è densa come nelle più dense province cinesi”, scrive l’autore. “Il dramma dei dintorni e della città, ricca di regge e povera in ogni suo buco, antica capitale depressa, nel dramma del Mezzogiorno”. Ricorda che il livello di vita di quella popolazione passa per la capacità di fare industria.

“E Donnarumma? Donnarumma è pazzo, dottore”, risponde un impiegato, interrogato. Donnarumma è il sottoproletario preda della sua cocciuta convinzione, per cui si rifiuta di spedire la domanda di lavoro. È il rifiuto delle regole del gioco, forse perché la disperazione non è un gioco. Ma non è il rifiuto atono con cui il Bartleby di Melville replica al proprio datore di lavoro “Avrei preferenza di no”. È pazzo, sì, Donnarumma, ma il suo rifiuto è ribelle perché alla miseria e alla disperazione, all’assenza di dignità, di giustizia sociale, oppone il suo folle e minaccioso stare al mondo, oppone quello “sguardo duro”. Così inculca la paura negli esaminatori, diviene incubo e minaccia e tuttavia la paura da lui generata ricorda che sempre, dico sempre, nella vita, siamo di fronte a fatti umani. Dunque, Donnarumma oppone il suo corpo, la sua ostinazione, il suo essere un uomo attanagliato dal bisogno, a qualsiasi regola  o ragione: “Che domanda e domanda. Io debbo lavorare, io voglio faticare, io non debbo fare nessuna domanda”, dice l’uomo al protagonista. Ecco, la sua rivolta rabbiosa, assoluta, monomaniacale.

Ancora non basta. C’è un punto su cui Ottieri si ferma, credo volontariamente, solo di passaggio. È quando il suo protagonista incontra un vecchio compagno che fa il suo stesso lavoro per un’altra fabbrica settentrionale. Dal dialogo si evince che mentre la fabbrica di Donnarumma assolve il suo compito con correttezza e buona fede, selezionando in maniera equanime e giudiziosa, altre fabbriche si preoccupano solo di non assumere dei comunisti, questa è la loro unica selezione.

È già lì è chiaro che senza la buona fede il Mezzogiorno è destinato alla cupidigia delle sue affezionate iene. È un passaggio breve, ma credo che lì dentro ci sia tutto ciò che è accaduto in seguito nelle fabbriche di questo Paese. In quel dialogo c’è, si intravede almeno, il destino prossimo (Ottieri scrive nel ’59, in pieno boom economico), la futura lottizzazione politica delle industrie di stato e non, cooptate, a volte obbligate (vedi Parmalat, Cirio, Alitalia, Telecom, Ferrovie, ecc) a installare stabilimenti o ad assumere personale solo per rispondere a logiche politico-clientelari, passando magari per il beneplacito della criminalità organizzata.

Dunque, Ottieri non affronta questa parte del discorso. Non dice delle iene, ma anche se il suo è solo un lampo, in quel frangente si fa strada, percepisco nel suo discorso che il Mezzogiorno avrebbe bisogno di onestà e verità, di giustizia e dignità, se non vorrà finire a brandelli.

Ottieri, di fronte alla messinscena quotidiana del dramma rappresentato dalla disoccupazione meridionale, risponde che è quella l’alienazione, è lì che si annida la mancanza di dignità più grande, nei vari Accettura e Donnarumma, non certo nell’esperienza di fabbrica.

E invece? Cosa accadrà di lì a poco? E invece la peggiore classe politica dell’Occidente, in combutta con un pessimo, miope ed egoista capitalismo (quanti Olivetti può vantare l’Italia), dopo settanta anni, ha prodotto un esodo biblico, un massiccio urbanesimo, lo spopolamento delle campagne e degli Appennini. Ha prostrato e fiaccato la coscienza civica, ha consentito alle mafie di farsi partito e Stato, di farsi potenza finanziaria internazionale, costringendo all’emigrazione una parte notevole della sua popolazione (*negli ultimi decenni soprattutto laureati).

Insomma, molto di tutto questo e altro, lo si trova in Donnarumma all’assalto (Garzanti, 2012) e nelle pagine lucide, attente e veritiere di Ottiero Ottieri.

 

Sandro Abruzzese

 

* Secondo il rapporto Svimez 2009 sono 700.000 i meridionali emigrati al Nord in meno di un decennio. Sottolineo la cifra datata che si ferma al principio della crisi economica avviatasi in quel periodo. Ancora qualche dato lo prendo da un libro che dovrebbe essere nella biblioteca di ogni italiano, mi riferisco a La scuola è di tutti (Minimum fax, 2010), di Girolamo De Michele. Secondo lo scrittore e insegnante, sempre ottimamente documentato, “al Sud risiedono i tre quarti delle famiglie povere italiane”.

 

 

La prima radice: sradicamento e patria in Simone Weil

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Non so se esista una bibbia dello sradicamento. Di certo La prima radice di Simone Weil, sul tema, è un libro imprescindibile.

La filosofa francese sostiene che la prima fonte del moderno sradicamento degli individui rispetto alla società sia insita nel potere del denaro. È la dominazione economica a generare sradicamento. La dominazione economica, la nostra cultura tecnologica e materialista, contribuisce a privare la società di cultura spirituale, ciò genera sradicamento.  Qualsiasi tipo di cultura che non presupponga una preparazione morale, sostiene Weil, genera problemi sociali nonché “disprezzo e repulsione” in luogo di “compassione e amore”. È incredibile quanto la studiosa sembri rispondere alla società europea odierna, intrisa di un razzismo ottuso, nutrita di cinismo e xenofobia verso l’altro.

Solo il senso morale, solo il senso morale dato da un pensiero religioso “autentico”, e quindi “universale”, sostiene Weil, può incidere positivamente su una società in preda all’odio, alla paura e alla disgregazione.

Proseguendo  nell’analisi, Weil, portando alla mente Gramsci e Carlo Levi, sottolinea la mentalità coloniale della città con i contadini e la campagna. Un rapporto squilibrato, fondato sullo sfruttamento della campagna a uso e consumo della città, che genera lo sradicamento dei contadini. Laddove non c’è reciprocità, laddove la forza si impone, avviene la morte delle caratteristiche peculiari, e con esse della libertà. Dove non c’è cura del passato, e si fomenta l’ignoranza, è lì che la società si sfalda. A questo, Weil oppone una civiltà fondata sulla “spiritualità del lavoro”. E qui ritorna la lezione successiva di un altro Levi, Primo, quando nell’autunno caldo italiano degli anni ’70 ricordava l’importanza della dignità che il lavoro è in grado di donare all’essere umano. Levi in un suo racconto ricordava il muratore italiano dei lager: l’uomo odia il tedesco con tutto l’animo, ma quando lo si obbliga a tirar su un muro, ebbene questo sarà perfetto come fosse stato costruito per la propria dimora. Su questo, sulla spiritualità del lavoro, credo che Primo Levi sia dalla parte di Weil.

Oltre al denaro, l’altra fonte di sradicamento è lo Stato nazionale. Memorabili le pagine di Cristo si è fermato a Eboli, su questo aspetto. Questi due elementi sostituiscono la famiglia e la professione, secondo la filosofa. Anche lo Stato utilizza paura e speranza a cui fa seguire minacce e promesse. Anche la suggestione, ricorda Weil, è dominio. Ed è lo Stato totalitario (la Francia di Luigi XIV) a imprimere nei francesi una perdita della memoria del passato collettivo, è il totalitarismo a divorare “la sostanza morale del Paese”.  E non basta ammantare lo Stato di patriottismo. Quando la patria ha torto, e in essa sono assenti virtù, giustizia, verità, essa diventa “un’idolatria pagana”, qualcosa che risale direttamente alla venerazione che i romani avevano per se stessi, ricorda la studiosa.

Contro la xenofobia, contro il razzismo imperante, contro il narcisismo e ogni fanatismo, e con Weil, vale la pena ricordare che il patriottismo è valido solo se si concilia con i valori universali, solo se non viene nutrito di fiele e menzogna. Solo se poggia le basi su verità e giustizia. Allora forse scopriremo che questi valori non hanno nazionalità né colore o latitudine. E scopriremo che amare la patria, questo sostiene Weil, deve essere prima di tutto “compassione per la fragilità”, spinta verso la “grandezza spirituale”, perché sempre quella materiale è esclusiva.

Guardando alla situazione mondiale odierna, alla luce dalla lettura de La prima radice, sorgono spontanee alcune ingenue richieste: innanzitutto il diritto di ognuno al radicamento, la libertà di restare (non solo quella di muoversi e migrare), perché l’essere umano privo di relazioni non può vivere degnamente. La democrazia, la ricerca della libertà, passano anche per le distinzioni di Weil. La democrazia stessa è nutrimento della vita “locale”. Lo stesso cosmopolitismo, privo di memoria e passato, privo di strumenti culturali e risorse economiche (reddito minimo garantito?) che consentano il radicamento nel mondo di chi decide liberamente di partire, corre il rischio di risolversi in una truffa a buon mercato, in una svendita dell’immaginario collettivo per creduloni, il tutto ad uso e consumo, se non a favore del capitale.

Quando si perdono di vista l’importanza dei luoghi e il rapporto tra territori, quando si smarriscono le distinzioni, la necessità delle differenze e delle esigenze, per correre verso una produzione irrazionale, verso mondi di solitudine, disgregazione, emarginazione, dai costi individuali altissimi; non si capisce più dove stiamo andando e, soprattutto, non si capisce perché.

Sandro Abruzzese

Casa d’altri, ovvero gli sradicati di Silvio D’Arzo

di Sandro Abruzzese             casa-daltri

Come tutte le cose del mondo anche questo libro ha una specie di storia. Forse la prima ragione per cui ogni cosa ha diritto a un po’ di rispetto è proprio quella di avere una storia.

Silvio D’Arzo, tratto da Casa d’altri, in Prefazione a «Nostro lunedì».

In Casa d’altri, di Silvio D’Arzo, c’è la figura di Zelinda che fa la vita delle bestie, con le bestie. Stessi orari, stessi tragitti, quasi la stessa alimentazione. Non basta? Non è un buon motivo per voler morire? Non è legittimo? A lei parrebbe di sì.

E c’è questo modo di guardare e vivere il mondo, da parte del narratore, che lascia sgomenti e disorientati man mano che si avanza. Silvio D’Arzo mette in scena la vita di protagonisti spaesati e nel farlo sembra agire per sottrazione, per sospiri e parole taciute che si liberano dall’assillo di fatti o di dialoghi roboanti. Casa d’altri racconta le pause, gli anfratti, senza mai scordare il peso che ci sovrasta, quel senso del ridicolo che emerge in qualità di domanda retorica e ironica al cospetto dell’esistenza: Tutto questo è un po’ ridicolo, no? Tutto questo è piuttosto monotono, no?, si chiede l’autore alla fine di ben due racconti.

È Gianni Celati a notare che D’Arzo è sì influenzato dalla linea narrativa degli americani come Henry James, tuttavia lo scrivere laconico rappresenta “il segno di una dissidenza (…) rispetto alla cultura dell’epoca, rispetto a una socialità data per scontata (…)”. Ciò finisce per rendere Casa d’altri un unicum nel panorama italiano, questo perché, -riprendendo Celati, – D’Arzo approda a una sorta di “prosa penitenziale”, muta, in cerca di riscatto, e non fattuale come quella degli americani che pure ama.

La lettura di Casa d’altri trasmette un poderoso senso del vacuo, lascia disarmati perché la sua forza è in una sorta di isolata rassegnazione dei protagonisti all’estraneità rispetto a ciò che li circonda. Lo smarrimento di D’Arzo, la sua sottrazione al vocìo, al rumore sovrastante della società contemporanea, portando in primo piano il quotidiano sommesso e semplice, appare davvero una protesta rispetto all’industria culturale, agli slogan e all’intera cultura di massa che si affaccia in Europa dirompente nel secondo dopoguerra. Inoltre in D’Arzo non c’è più un mondo conosciuto, non c’è un luogo in cui sentirsi parte del tutto. Ci sono gli individui sradicati, a disagio, e c’è l’indifferenza del mondo. Il mondo è strano, scrive l’autore, e ancor più bizzarro risulta il fatto che alcuni credono sia fatto per loro. Tuttavia rimane la scrittura: Niente al mondo è più bello che scrivere, aggiunge D’Arzo. Non si vede come dargli torto.

 

Ancora un anno

img_5975Caro Mario,

lo sappiamo per chi avresti votato, No? C’è stato il referendum e ha vinto il No. Allora ti aggiorno un po’. Innanzitutto sappi però che secondo un certo Testa (che si fa chiamare “Chicco”, o secondo  Vittorio Zucconi – ma lì è arteriosclerosi -) , è stata “colpa” del Sud, del “nostro” Sud, se la riforma è fallita. Io gli avrei risposto: la Costituzione al Sud è in vigore? L’articolo 3, per esempio, oppure il primo, sono rispettati? E Milano non è Sud? Chi c’è nelle caserme, nelle scuole, negli uffici pubblici, in fabbrica: chi c’è? Non li vedete i meridionali? I medici, i magistrati, i notai, i venditori ambulanti: ditemi, ma sono solo io a vedere un’Italia costruita sullo sradicamento costante e continuato dei meridionali prima e ora degli stranieri?  Tu forse avresti risposto:  è il capitalismo, bellezza!

Ma avrei fatto il loro gioco rispondendo così, poiché polarizza e divide pregiudizialmente chi non ha argomenti, chi vuole confusione e non chiarezza. È la contrapposizione cieca, priva di argomenti razionali (il binomio amico-nemico, non è altro che lo schema del populismo imperante).

Avrei dovuto dire: comunque il fatto è che tu puoi avere, sì, di grazia, il 40% di disoccupazione giovanile; comunque puoi avere un reddito pro-capite pari alla metà delle regioni del centro-nord; tu puoi esportare una città di medie dimensioni all’anno fatta di tuoi cittadini emigrati; ebbene, sì, puoi pure sottostare, in alcuni casi, al controllo mafioso del territorio, vivendo nel terrore e nella minaccia costante: puoi stare, si capisce, in assenza di ferrovie e strade, anche in assenza di diritti:
ma se poi voti come ti pare…, questo è davvero troppo, questo no.

Ma avrei fatto il loro gioco: un’ennesima contrapposizione: nord- sud, italiano- straniero e via dicendo… Invece l’unica contrapposizione che accetto è tra ricchi e poveri, e il potere raramente sta dalla parte dei secondi. Il razzismo imperante dell’Italia odierna, fomentato da politica e tv, giornali, per esempio, è contro i poveri, non contro gli stranieri.

Ma tu la sai la storia come è partita, dapprincipio. Negli anni ’90, a voi militanti, a voi, i vostri stessi compagni lasciarono intendere che sì, va bene impegnarsi però senza esagerare che al resto ci pensavano loro, a Napoli, a Roma, a Milano. D’accordo, la partecipazione, ma insomma, sappiamo benissimo cosa c’è da fare per cui pensate alla famiglia, al lavoro, al campionato. Non ce l’avete un palo della cuccagna lì in provincia, ebbene aggrappatevi e portatevi a casa un bel prosciutto, cosa volete di più? Perché qui ci siamo noi, non c’è alcun bisogno di tutta questa buona volontà: siete al sicuro, nelle nostre capaci mani, tornate a casa, guardatevi la tv, distraetevi, è tutto a posto.

Così finì il cambiamento, scoraggiarono qualsiasi tentativo dal basso. Così sono morti gli anni ’70 nel resto d’Italia. Quegli stessi gruppi di potere oggi ci chiedono ancora una volta di stare a casa e lasciare a loro ancora più potere. Dobbiamo solo votare, nient’altro. Non vi azzardate a discutere, a portare istanze autonome, altrimenti siete vecchi, lenti, e invece loro sono veloci, impavidi, e sanno benissimo cosa fare per il Paese.

E allora che facciamo, Mario? Io davvero non lo so. So che c’è la giustizia, la verità, e il resto so’ chiacchiere, è giusto Marié? Ho detto giusto?  So che al di sopra della morale, c’è solo l’esempio civile, è giusto Marié? Per cui qua è tutto da rifare. Non abbiamo alcun esempio. L’unica cosa, ho smesso di avere paura. È l’ultimo tassello, questo. Ti fanno paura col mercato internazionale, col fallimento dello Stato. Minacce continue, ammiccamenti e bonus, mancette. Ma chi ha bisogno delle mancette ha dignità, Mario? E poi come faccio a votare Sì a una proposta incomprensibile, che aumenta i poteri del governo, senza sapere con quale legge elettorale sarà eletto il nuovo parlamento? Allora, dico io, Marié, ma se la soluzione era una sola, facevamo il plebiscito e non il referendum. Non era meglio? Se si poteva solo acclamare, magari qualcuno che andava in piazza lo trovavamo (pensionati ovviamente).

Solo la Costituzione si ricorda che cos’era il fascismo. Ogni sua parola parla del totalitarismo e vi si oppone costantemente. La fiducia cieca è per principianti. E noi saremo pure pessimisti, tuttavia non senza ragioni, marié, è vero o no?

Un abbraccio. Prometto che non ti scrivo più. (forse)

 

P. S.

Lo vedi che qualcosa di te è rimasto negli altri? Muoiono del tutto solo le persone dimenticate. Allora svaniscono le parole, i suoni, le immagini. Invece di te, caro Mario Capozzi, qua ci sta ancora un sacco di gente che si ricorda, che ricorda il tuo stare al mondo partigiano, convulso, contraddittorio, passionale. Quel tuo stare al mondo così “vivo”.