I “pirati” di Lentiscosa

camerota

*Questo articolo è apparso in precedenza qui su Doppiozero

Nel Cilento meridionale, all’estremo limite della Campania, tra l’Alpe del monte Bulgheria e il Tirreno, è qui che si trova Lentiscosa, frazione di Camerota a circa 300 metri d’altitudine sul livello del mare. Ed è qui, nel Parco nazionale del Cilento, in un podere avito, a Santa Maria del Piano, che Nino Belluccio, insieme ad altri produttori, semina e raccoglie il maracuoccio. Sembra quasi di vederlo, Gaetano, con la sua fronte alta, le spalle inarcate e il sorriso delicato, fatto di linee che suggeriscono mestizia. In autunno prepara il terreno alla semina, e mesi dopo raccoglie i baccelli da cui germogliano i caratteristici semi irregolari, ognuno diverso dall’altro, ognuno colorato e squadrato. Certo, non è così semplice raccoglierne i frutti, perché pare che il maracuoccio cresca meglio se sotto lo strato di terra si trova della pietra calcarea e sopra l’aria asciutta della collina, quindi occorrono alture un po’ distanti dal mare, proprio come il paese di Lentiscosa, che prende il nome dal lentisco.

Nino, poi, il maracuoccio lo custodisce gelosamente, la sua produzione è limitata e la farina ricavata da questa leguminosa autoctona vicina alla famiglia della cicerchia, macinata a pietra, gli serve per il ristorante che gestisce giù alla marina di Camerota. Quanto alla preparazione: dopo aver aggiunto della farina di grano saragolla, fatto cuocere il tutto lentamente in acqua bollente e sale, e rimestato fino a fine cottura, sarà pronta la maracucciata. Una polenta a cui basta aggiungere dei tozzi di pane rosolati in olio extravergine di oliva e cipolla, questa è la maracucciata. Un cibo povero, nutriente, tramandato e ripreso dalla Comunità dei produttori del Maracuoccio di Lentiscosa e da tempo, nel solco tracciato da Carlin Petrini, presidio Slow food. Una ricetta che ricorda quanto dura e al contempo ingegnosa fosse l’alimentazione delle classi subalterne del Mediterraneo, abituate al pane nero, fatto di crusche e scarti, alla raccolta di erbe; a cui, al contrario di quanto ci portano a credere le vulgate del momento, erano preclusi alimenti oggi ritenuti fondamentali per la cosiddetta dieta mediterranea come la farina bianca e lo stesso olio extravergine d’oliva, prodotti un tempo destinati, come pure la carne, al commercio, al consumo delle classi agiate, e alle festività.

La storia di Nino la devo a Giovanni, guida e amico camerotano da decenni. Non è strano che Nino e Giovanni siano a loro volta amici e abbiano dei tratti comuni. Alla fine, insieme a tanti mestieri praticati, sono pur sempre un contadino e un pescatore. E quindi abituati a un buon grado di solitudine e silenzio. Abituati a rimestare i pensieri, a misurare i gesti, prima di incamminarsi o fare parola con qualcuno.
Giovanni, senza aver letto Pirenne, dice che Lentiscosa è figlia dei pirati, che il nucleo deve la sua esistenza alla fuga dal mare e dalle coste, quando gli ottomani dominavano il Tirreno, e furono attirati in questi profondi fondali dalla sicurezza del porto naturale degli Infreschi.
Conduce lentamente il suo racconto, Giovanni, che si intreccia a queste montagne appenniniche finite nel mare. Da sessant’anni tutti lo conoscono con un nome non suo. Se il destino ancora in fasce gli ha tolto il padre, i parenti decisero di levargli anche il nome d’anagrafe, scelto proprio dal papà pochi mesi innanzi. Dunque lo ribattezzarono Domenico, come il genitore appena trapassato e il santo patrono di Marina. È così che dalla vita egli non solo non ha avuto un padre, ma non ha potuto ricevere nemmeno il nome che questi gli aveva lasciato.

Giovanni instancabile, magro, ossuto e nero di sole, senza scuola, né licenze o diplomi, ma pescatore, muratore, bagnino, guida, contadino; insomma costantemente in fuga e affaccendato in qualcosa; che tutti chiamano Cuccio, diminutivo di Domenico e che, tra un lavoro e l’altro, sa usare la lingua per difendersi e, se necessario, affermarsi. Una lingua acuta, veloce, con cui mostra tutta la sua intelligenza e a volte dirupa, si blocca o incespica, anche se meno di un tempo. E che rimane, a dispetto degli anni, burbero e gentile compagno, declinando in questo suo modo paradossale, ironico e generoso, l’esistenza e con essa l’amicizia. È lui ad annuire insieme a Nino, a rammentare che la storia degli esseri umani è storia di semi, senza cui, dice, non ci saremmo nemmeno noi. Tutti dobbiamo in qualche modo, proprio come semi, adattarci a ciò che ci circonda.
Così il seme del maracuoccio attecchisce e cresce poco sopra la roccia e con la sua tenacia riporta a quella di Nino e Giovanni, ognuno diverso, ognuno colorato e squadrato a suo modo. Forse a Camerota o a Lentiscosa, ben difesi dai monti cilentani, qualcuno può ancora voltare le spalle al mondo, rivolgersi al mare o alle colline, come hanno fatto loro.

Tuttavia, visto da Lentiscosa, Camerota, Licusati, l’Italia è un Paese lontano, quasi come voltasse le spalle ai suoi limiti estremi, alle sue pendici, al Mediterraneo.
A ben guardare la stessa Campania sembra condensare e riprodurre in scala, con i suoi vuoti e pieni, gli squilibri territoriali e i difetti della Penisola. Al vuoto del Cilento, del Sannio e dell’Irpinia, oppone le valli massicciamente urbanizzate che da Battipaglia e Salerno portano a Napoli e Caserta, una conurbazione in cui vivono circa quattro dei cinque milioni di abitanti campani.
Resta da capire come avrebbero potuto questi luoghi di migranti, gemmazioni, sdoppiamenti, fatti di tante isole e montagne, vissuti in una continua emorragia di giovani, per giunta laureati e diplomati, diventare d’un colpo quello che si desiderava in un altrove di nome Roma, Milano, Bruxelles, o chissà chi altro. A ognuno, vien fatto di pensare, il suo mascherato nomos della terra.
Alla fine, lo sappiamo, i limiti, le pendici, hanno preso a cercare da sé altri luoghi e nuovi nomi: il Venezuela, il Belgio, l’America.
“Un alito”, scrisse Scotellaro a tal proposito in La mia bella patria, “può trapiantare il mio seme lontano”, soprattutto quando la patria non è altro che un esile filo d’erba.

Riabitare l’Italia, o della Questione italiana

*Questo articolo in precedenza è stato pubblicato qui su Osservatoriodelsud.it

riabitare l'italia

Riabitare l’Italia, Le aree interne tra abbandoni e riconquiste (Donzelli 2018), è un libro che ha diversi pregi, ne sottolineo qui, per cominciare, due: un consuntivo dettagliato di anni di studi e ricerche multidisciplinari sull’argomento; l’attenzione a un altro modo di guardare la penisola che indica delle possibilità e delle strade concrete in termini di strategia della politica nazionale sui territori e di rapporti con le istituzioni locali.

Come scrive nell’introduzione il curatore Antonio De Rossi, attraverso l’inversione dello sguardo, il libro tenta di restituire una rappresentazione dell’Italia vista dai margini molto più profonda e veritiera della versione mediatica del Paese. Una prospettiva che innanzitutto vuol dire non fermarsi alla classica dicotomia nord-sud, per fotografare, come sottolineato da Cersosimo nel primo capitolo, un’Italia dei vuoti e dei pieni, fatta di varietà incredibili ma anche di divari abnormi, in cui la dimensione demografica, per esempio, svela l’incidenza delle cosiddette risorse umane sullo sviluppo: i territori che attraggono maggiormente giovani laureati nella fascia 25-39 anni segnano un fattore determinante nella crescita e nello sviluppo di un territorio. Basti dire, per dare una cifra, che “la percentuale di cittadini laureati sotto i 40 anni nella provincia di Bologna, Firenze, Triste e Milano è più del doppio dell’analoga incidenza che si riscontra nelle province di Imperia e Barletta-Andria-Trani”.

Tra l’Italia dei pieni e dei vuoti, dunque, cambia anche la dimensione economica e sociale, motivo per cui nelle aree vuote o semivuote (spesso relative al centro-sud, ma non solo) è più rischioso fare impresa, i servizi e le infrastrutture sono assenti o scadenti, insomma lo svantaggio di partenza per il cittadino come per l’attore economico si fa addirittura schiacciante. In questa situazione l’attuazione della Costituzione e i diritti di cittadinanza restano mero proposito astratto, si vive in assenza di equità, le persone sono legate alla lotteria del luogo di nascita, ricorda Cersosimo, e il divario sociale di questa Italia mostra un’asimmetria inaccettabile.

Se poi si tiene conto della varietà italiana, ecco che, sottolineano Carrosio e Faccini, alla natura policentrica del territorio italiano dovrebbe rispondere un’implementazione dei servizi di base: un piano per incidere sulla qualità della vita attraverso un innalzamento dei livelli di inclusione sociale. L’Italia interna, per intenderci, è un’area che racchiude all’incirca il 60 per cento del territorio italiano e il 52 per cento dei comuni. Questo vuol dire che 13 milioni di abitanti, prevalentemente delle zone alpine e appenniniche, hanno meno opportunità e servizi (occupazione, reddito medio, mobilità). La conseguenza è lo spopolamento e l’abbandono del territorio, che non vuol dire solo perdita della superficie agricola, bensì dissesto idrogeologico (si veda il capitolo di Piero Bevilacqua all’interno del volume), contrazione demografica, sottoutilizzo o degrado del patrimonio edilizio pubblico e privato, e nel lungo periodo impoverimento generale della popolazione.

Occorrono, lo ribadisce da tempo il gruppo riunito da Fabrizio Barca intorno alla Strategia nazionale per le aree interne, politiche orientate ai luoghi e livelli essenziali di cittadinanza. Dopodiché occorrerà lavorare sul ruolo “scardinatore” delle istituzioni centrali, che devono aprire e emancipare le elites locali, spesso chiuse nei privilegi delle loro prerogative. Si tratta di veri e propri “soggetti propulsori” da attivare sui luoghi, per dirla con Bonomi, che vengano coadiuvati dalla rigenerazione della rappresentanza e attraverso il rapporto con le istituzioni centrali.

Riabitare l’Italia, quindi, ha l’indiscutibile merito di riportare al centro del discorso elementi di solito relegati “nella penombra del discorso mediatico”. Il fatto è che si impoverisce una popolazione non solo per via dell’inarrestabile e antico esodo rurale e poi intellettuale, ma per la perdita del patrimonio storico, del saper fare artigianale, della qualità e specificità delle risorse primarie. Insomma, se ripopolare e riabitare nella sinergia tra nuove tecnologie e vecchi saperi è una strada, l’altra parte della medaglia, di cui nessuno o quasi vuole parlare, è la decompressione delle aree massicciamente urbanizzate, per ridisegnare il territorio secondo un assetto più equilibrato e sostenibile. Il punto poi, dicono esplicitamente Lanzani e Curci, è la quasi completa assenza di una politica nazionale e regionale che abbia la capacità di guardare al tutto, e non solo a settori specifici, per altro sempre slegati e miopemente parcellizzati.

In conclusione, rimandando ai numerosi contributi interni, tra cui Clemente, Bevilacqua, Sacco, solo per citarne alcuni, è opportuno sottolineare che l’Italia fragile, dei pieni e vuoti, produce anche sradicamento, migrazioni, sdoppiamenti, gemmazioni, nostalgia (si veda il capitolo di Teti), e con esse una sostanziale continua richiesta di ri-appaesamento, e che questi stati d’animo portano parte della cittadinanza al rancore, al voto anti-sistema, al nazionalismo di stampo etnico, alla rabbia dei cosiddeti luoghi dimenticati, a cui la politica nazionale pare rispondere – prova ne è la questione degli sbarchi nel Mediterraneo – con un sostanziale populismo xenofobo più o meno bipartisan.

Allora, sebbene sia auspicabile una riterritorializzazione della politica in grado di calarsi nelle diversità e articolarsi sulla storia dei luoghi, come ricorda Clemente, questo non può passare che per una parallela politica di omogeneizzazione dei livelli socio-economici e culturali del Paese: base e ossatura della nazione. Solo la ricomposizione o almeno l’attenuazione dello squilibrio italiano, rimettendo al centro la Costituzione, potrà assopire le istanze pseudo-identitarie, gli egoismi regionali, il degrado inarrestabile del linguaggio e della proposta politica della classe dirigente nostrana, di cui è esempio lampante il tentativo di secessione mascherata dell’attuale locomotiva economica del Paese (Lombardia, Veneto, Emilia Romagna), chiamata autonomia differenziata.

In definitiva, se si è guardato all’Italia sempre dal punto di vista urbano, una maggiore reciprocità prospettica, o, come dice Clemente citando Adorno, il centro visto dalla periferia, porta alla costruzione di una rete che per natura è policentrica e plurale. Si tratta di edificare il corpo democratico di un Paese e questo non può che darsi con un New deal dell’inclusione e della partecipazione, senza più margini né dimenticanze o veri e propri deliberati abbandoni.

Sandro Abruzzese

UN PAESE CI VUOLE?

SU COME CITARE PAVESE A SPROPOSITODSCF0283

*Questo articolo è stato pubblicato in precedenza qui su Poetarum silva

Una delle pagine più citate di Pavese, nella Luna e i falò, è la parte finale del suggestivo, lungo incipit, dove l’io narrante dice: “un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.
Quante volte abbiamo letto con troppa fretta queste parole e magari travisato le intenzioni del suo autore?
Di solito vengono intese quale sorta di inno alla necessità di una comunità di appartenenza. Infatti, raramente chi le cita prosegue fino ad arrivare al resto e cogliere la parte più inquieta: “Ma non è facile starci tranquillo. Da un anno che lo tengo d’occhio […]”, confessa Anguilla, “[…] e quando posso ci scappo da Genova, mi sfugge di mano. Queste cose si capiscono col tempo e l’esperienza. Possibile che a quarant’anni, e con tutto il mondo che ho visto, non sappia ancora cos’è il mio paese?”.
Ebbene, è davvero questo che Pavese vuole dire?
È indubbio che Anguilla, quest’orfano cresciuto nelle Langhe, passato di famiglia in famiglia, e poi emigrato in America per far fortuna e poter ritornare da vincente, conservi un legame profondo col passato e con la sua terra. Sarà sempre Anguilla a giustificarsi con se stesso: “ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che un comune giro di stagione”, o ancora, qualche pagina dopo: “Così questo paese, dove non sono nato, ho creduto per molto tempo che fosse tutto il mondo. Adesso che il mondo l’ho visto davvero e so che è fatto di tanti piccoli paesi, non so se da ragazzo mi sbagliavo poi molto”.
Ma per capire fino in fondo se un paese ci vuole, e cioè per non banalizzare la riflessione di Pavese, occorre forse incrociare Anguilla con il suo doppio, ovvero Nuto, l’amico rimasto a casa. Infatti lo stesso Anguilla, al cospetto di Nuto, è costretto ad ammettere che il suo amico “voleva ancora capire il mondo, cambiare le cose, rompere le stagioni […]. Ma io, che non credevo alla luna, sapevo che tutto sommato soltanto le stagioni contano, e le stagioni sono quelle che ti hanno fatto le ossa, che hai mangiato quand’eri ragazzo. Canelli è tutto il mondo – Canelli e la valle del Belbo – e sulle colline il tempo non passa.”
Il fatto è che al Nuto politicizzato non basta che il tempo non passi. Quello di cui si compiace l’emigrante nostalgico Anguilla, a Nuto non può bastare perché egli comprende che quando il tempo non passa la storia si ripete, e che quando la storia è ingiusta un luogo può divenire qualcosa da cambiare a ogni costo oppure da abbandonare per sempre. E allora Nuto ribadisce che “superstizione è soltanto quella che fa del male, e se uno adoperasse la luna e i falò per derubare i contadini e tenerli all’oscuro, allora sarebbe lui l’ignorante e bisognerebbe fucilare in piazza”.
Se Anguilla, per sua stessa ammissione, tutto sommato ritorna al paese per un fatto personale, per vedere melanconicamente qualcosa che aveva già visto, che era dentro di lui, egli è pur sempre in grado di riconoscere che il suo amico Nuto “non è andato per il mondo, non ha fatto fortuna. Poteva succedergli come succede in questa valle a tanti – di venir su come una pianta […] ma anche a lui è toccato un destino – quella sua idea che le cose bisogna capirle, aggiustarle, che il mondo è mal fatto e che a tutti interessa cambiarlo”.
Ed è proprio la conferma che ritroviamo nel breve dialogo tra i due amici che segue:

– “In America c’è di bello che sono tutti bastardi”, dice Anguilla.

– “Anche questa è una cosa da aggiustare. Perché ci deve essere chi non ha nome né casa? Non siamo tutti uomini?”, risponde Nuto.

Dunque, all’umanitarismo di Nuto è destinata la parte di contraltare della visione esistenzialista di Anguilla, il quale comunque mostra la consapevolezza che un paese a volte non solo non basta, ma forse addirittura “non sempre ci vuole”, e che ha ragione Nuto quando sostiene che “vivere in un buco o in un palazzo è lo stesso, che il sangue è rosso dappertutto, e tutti vogliono essere ricchi, innamorati, far fortuna”.
Insomma, rifugiarsi nel mito, al di fuori della storia, per dirla con Carlo Levi, non basta nemmeno ad Anguilla.
Per l’orfano Anguilla la città e l’America sono state l’occasione per uscire dall’immobilismo del paese e prendere in mano il proprio destino di bastardo, ecco perché egli pensa così intensamente a Cinto, al ragazzo storpio incontrato in collina, e vuole “mettergli voglia di andarsene via”, almeno a Genova. Perché un paese ci vuole, ma non per Cinto, e Anguilla lo sa bene. Uno zoppo in campagna, come un orfano, sarà sempre un servo, e soprattutto occorre salvarlo dal padre Valino, forse per la miseria e la rabbia, violento fino alla follia.
Anguilla e Nuto, dunque, rappresentano alcune delle diverse anime del paese e Pavese è lì, nel mezzo, a dire che se non c’è alternativa tra paese e mondo, tra unità e varietà, ebbene non c’è neppure una sola risposta possibile.
Superato il mito, il paese mostra la sua antica rete di conflittualità: il contrasto tra immobilismo e attivismo, quello tra palingenesi collettiva, privilegio, e salvezza individuale, come nella Casa in collina o in Paesi tuoi, anche stavolta emerge e si fa violento.
Come violento e tragico è il destino di Gisella in Paesi tuoi, così nessuno sembra salvarsi dall’epilogo della Luna e i falò. Tristissimi saranno i destini delle pur ricche Irene e Silvia, e d’altronde in un breve passaggio del romanzo lo stesso Anguilla era stato avvertito, quando il conte decaduto, – e per questo continuamente vilipeso dai paesani, – gli dice: “lei non sa che cos’è vivere senza un pezzo di terra in questi paesi”.
In fondo, la verità è che l’io narrante, pur desiderando un paese, capisce di esservi lontano, di essere distante dal suo stesso mondo di provenienza, anzi sente di non esser più di alcun luogo, perché vivere in molti paesi vuol dire proprio non averne alcuno, e fermare il tempo è solo un’illusione a cui cede, ovunque, solo chi cerca riparo dall’indifferenziazione nella continuità.
A ben guardare, Anguilla è tentato dalle origini, egli per un attimo cede all’idea di comunità, alla speranza che essa in qualche modo lo riconosca e lo lasci vivere, qualsiasi cosa accada. Ma quello che accade mostra la distanza e la misura del caso. Mostra la lunga strada da percorrere per emancipare e trasformare la comunità, per piccola che sia, in una società.
È questo il sogno del buon amico Nuto, che non si dà pace, e prende con sé il piccolo storpio Cinto per insegnargli un mestiere. Cinto forse si salverà grazie a Nuto, la cui vita è tutt’uno con le ingiustizie del mondo, e non c’è paese che tenga, nella sua prospettiva, senza giustizia e libertà. Nuto vuole che ogni paese sia mondo, che ognuno abbia un paese e un nome, cosicché ogni carne abbia finalmente valore umano, perché il sangue è rosso per tutti e alla fine ognuno prima o poi sogna gli stessi sogni.
In mezzo a tutto questo, c’è il mondo di Cesare Pavese, con i suoi incubi e le sue intensissime passioni. Se un paese ci vuole, sembra dire lo scrittore piemontese, avrà bisogno di tantissimi Nuto, e di tutto l’impegno e il coraggio possibile. E ancora non è detto che, in tal modo, un paese sia un luogo per tutti.

©Sandro Abruzzese

Città natale

*Questo brano fa parte del volume curato da Adelina Picone, dal titolo Cripta. Dentro le aree interne, visioni di futuro per Grottaminarda e il suo territorio (Aión edizioni 2019).

“son, take a good look around
this is your hometown,
this is your hometown…”
My hometown, Bruce Springsteen.

È inverno, il cielo attraversato da piccole nubi basse, l’aria umida e abbastanza mite, è quella delle colline tra il Calore e l’Ufita.
Passano, tra i lampioni, attraverso la lunga fila di insegne pubblicitarie, auto di seconda mano, ogni tanto qualche fuoriserie.
È già buio. Dalla finestra auto parcheggiate ovunque, sostano sui passi carrai, sui marciapiedi, gli uomini vanno a giocare a carte al bar Roxy, le donne in macelleria o alla vicina farmacia.
Dall’autostrada dei due mari, come al solito arrivano i veicoli e le merci. Per via dell’autostrada la radio nazionale conosce il paese, e così il suo nome, Grottaminarda, echeggia fino a riverberare negli abitacoli dell’intera penisola.
Dall’autostrada arrivano i carichi di droga, i camion del contrabbando, i profughi, i pendolari. Lei ha spento vecchi tragitti, seppellito usi, sostituito costumi. Come una droga, poi, ha accelerato il metabolismo cittadino, lo ha reso più veloce e dinamico, più luminoso e appariscente, finendo per rendere maggiormente scaltri e intraprendenti i suoi stessi abitanti.
Sono diventati come le strade, gli abitanti. Come le vistose insegne, anche loro hanno finito per cercare di comunicare attraverso l’involucro di bagliori e forme esteriori. Come le strade battute dai veicoli, sono divenuti, nello spazio caotico, altrettanto frenetici e disordinati.
È stata lei, l’autostrada, a calamitare il corpo cittadino e gli abitanti verso di sé. E a lei ormai si fa riferimento per arrivare dritti al cuore di ogni cosa. L’autostrada è il nuovo fiume. Le statali sono i suoi affluenti. Ecco perché è importante guardare la fila consueta, il flusso familiare.

Nel paese dell’autostrada, nella città dei servizi, d’altronde è del tutto naturale starsene sulle panchine a osservare l’incedere del traffico. È un modo come un altro per passare il tempo. Anzi, da ragazzi osservare le partenze e gli arrivi era un modo per sognare mondi lontani. I pullman per Zurigo, quelli per Milano e la Germania, portavano con sé i migranti. Noi sapevamo solo che partire era un vento, sapevamo che c’era, esisteva e spirava, questo ci bastava. Non pensavamo di certo che avrebbe mai soffiato sui nostri volti. E poi l’andirivieni era un metronomo: l’arrivo dei pullman, delle Marozzi, dei Di Maio, scandivano i tempi della giornata; e i flussi di traffico, al pari di un orologio o delle ore canoniche, dettavano il ritmo cittadino.
I nottambuli e gli insonni, per esempio, magari insieme ai matti, aspettavano, prima di rincasare, la Marozzi delle tre e mezza del mattino che, dall’Italia più profonda, da Leuca, da Bari, portava noi meridionali nel mondo sviluppato.

Il ritmo è però diminuito da un po’ a questa parte. Una bretella viaria consentendo di aggirare il paese, ha distratto una parte consistente del traffico. Molte persone ne sono dispiaciute. Credono che il passante abbia amputato il posto. È come se il traffico viario investisse di un ruolo e conferisse un senso al paese e che ora il passante lo abbia esautorato.
Comunque, passano dei tir lungo via Valle, anche se meno di un tempo. Passano e, sul cruscotto, i camionisti mettono ancora in mostra il proprio nome: Salvatore, Pasquale, Antonio, Carmine, Vincenzo. Si intravvedono sul parabrezza, insieme ad amuleti, portafortuna, neon luccicanti, vecchie foto di Padre Pio.
È un’immagine familiare anche quella dei tir. Molti miei compagni erano figli di camionisti e i tir di via Valle in estate facevano vibrare incessantemente le finestre di alluminio dorato della mia camera da letto. Nelle notti agostane i camion, viaggiando lenti e stracarichi dalla Capitanata verso le industrie conserviere dell’agro nocerino, portavano sul dorso i cari pomodori pugliesi. Ma i camionisti a volte, per dormire in paese, si fermavano a metà strada, sicché dopo la mezzanotte era possibile avvistare, sui cigli dei rimorchi, ombre scaltre e laboriose. Erano le donne del rione Dante, svettavano furtive, tra una cesta e l’altra, occupate a raccogliere una piccola parte del carico.
La notte si possono ancora vedere, a volte, i tir parcheggiati davanti alle case di via Napoli, o al quartiere Pioppi. I camionisti hanno paura dei ladri di tir, quindi sono costretti, per dormire tranquilli, a portare le motrici fin sotto le finestre delle proprie abitazioni. I ladri si mimetizzano nei flussi, anche loro, come tutto il resto, provengono dall’autostrada e dalla sua velocità.

*
Da piccolo, ora che ci penso, mi aggiravo prevalentemente tra via Valle, una delle strade dei flussi, e il rione Dante.
È rimasto tutto sommato com’era il rione: un corpo reticolare di case popolari, manca però il campo di calcio, sostituito da nuovi edifici, bar, pizzerie, ferramenta. Il campo lo avevamo fatto noi ragazzi. O meglio, noi ragazzi avevamo comprato la benzina e cosparso il lotto di terreno col liquido infiammabile, il resto lo avevano deciso il fuoco e i pompieri. Ne eravamo fieri.
Prima del campo nuovo, al rione, solitamente giocavamo nel parcheggio delle poste, oppure, se il numero lo richiedeva, scavalcavamo il cancello del Consorzio di bonifica, attiguo alle poste, e usavamo lo slargo asfaltato sul retro. Dunque, noi, il nostro spazio sapevamo ricavarlo. Anzi il paese era un immenso spazio scavato, scavalcato, plasmato e adibito alle nostre fantasie più strambe.
Adesso tutto sommato non è che sia tanto diverso. I bambini e i ragazzi del paese tentano di perseguire i propri fini nei giardini pubblici, in cui tutto ciò che accade sarebbe vietato. È lo spazio dove gli adolescenti sfrecciano in bici e sugli skateboard, mentre i piccoli imparano a camminare, e altri ancora, tra le aiuole e gli alberi di ulivo, giocano a pallone.

È strano, dopo tanti anni, pensare di camminare nel paese. Conosco una ad una le porte e i visi, anche se non tutti i nomi. Mi capita di scrutare, nella mente, le facciate invecchiate e pensare a chi non c’è più. D’altronde, cos’altro è una comunità se non un insieme di vivi che ricordano gli assenti? Cos’altro sono i luoghi se non tramiti, ponti che uniscono e che, tenendo insieme, formano microcosmi che donano senso, attraverso il passato, alla parola futuro?
Del paese ho come l’impressione di ricomporre un’unica immagine frutto di innumerevoli episodi, anche se a dispetto del quadro, dei pezzi, della struttura, qualcosa non coincide del tutto. L’immagine interiore è quasi svanita, ma è pur vero che bastano pochi giorni per riportarla, incredibilmente, vivida e più vera di qualsiasi altro mondo mai conosciuto, alla sua condizione originaria.
Allora ecco che ricompongo una sorta di scissione tra memoria e realtà, tra ciò che è dentro e quello che se ne sta fuori. Sono rette originate dallo stesso punto che in principio tendevano ad allinearsi e che ora, al passaggio di due decenni, scavano un solco sempre più profondo e parallelo. Un solco a tratti talmente divergente da spingere a dimenticare il punto di partenza.

Pensare la città natale vuol dire rivivere e rivangare. Si finisce, prima o poi, per andare al principio, agli avi, e a quel che resta dei ruderi del borgo vecchio. E non tanto per ammirarlo, quanto per un esercizio di continua sottrazione e sostituzione di elementi.
Il borgo vecchio è fatto di assenze. Abbandonato in seguito ai terremoti del ‘900, fu via via raso al suolo e riedificato. Vi sopravvivono, tra le disparate abitazioni recenti, il castello e un paio di chiese.
Il castello aveva decine di ingressi segreti ed era, prima del suo recupero, completamente dimenticato. Vi entravamo, saltando su documenti antichi, carrozze e vasellame, dal retro della torre. Oppure andavamo nel bosco del macchio con in testa, abbastanza ridicoli, le avventure di Indiana Jones appena viste nei vhs pirata, acquistati al mercato del lunedì. Salivamo poi su per la Fratta, dove si bucavano i tossici, e facevano l’amore le coppiette, dove le spose vestite di bianco, nel giorno delle nozze domenicali, venivano immortalate dai loro improvvisati fotografi.
La Fratta è stato l’ultimo quartiere storico del paese, e per questo il più amato. Partiva dal lato orientale della collina per ruotare e affacciarsi, attraverso le sue casette di pietra bianca, semplici ma lineari e simmetriche come un alveare, sul fiume e sul bosco. Dalla graziosa piazza San Giovanni si vedevano i tre colli di Ariano e la campagna melitese fino all’Orneta.
Della Fratta, prima furono rubate le pietre, trafugati i portali, divelte le maniglie di ottone e le porte, poi un piano di edilizia distrusse quasi per intero il borgo. Così le chiese e il castello restano lontane reliquie di un passato sempre più ignoto.
Beninteso, forse un luogo ancora importante c’è, tra queste vie, che occorrerebbe ricordassimo tutti. Mi riferisco al Largo Sedile, dove vien fatto di pensare al poeta Osvaldo Sanini. In pochi ancora lo ricordano, il confinato Sanini. Era ligure, visse in un monolocale del Largo fino alla morte. Sbattuto dai fascisti in una delle valli più povere e isolate d’Italia, vessato e amareggiato, scrisse:
“Irpinia bella, in maschera / vil, uomini a’ più rei crimini pronti / volean ch’io quaggiù lasciassi l’ossa, / e ne l’inverno gelido / entro la cerchia bianca dei tuoi monti / mi gettarono come in una fossa”.
Dovette attendere una generazione, il poeta. Nell’isolamento fu ascoltato in parte dai giovani ed è proprio agli esuli come lui che dobbiamo i germi fecondi del successivo antifascismo irpino. Se i notabili del luogo, monarchici e poi fascisti, se ne fecero beffe, furono gli abitanti della campagna, i cittadini indigenti e semplici, a dargli solidarietà; oppure gli intellettuali di paesi vicini. Grazie a loro e nonostante tutto, alla fine Sanini poté scrivere: “il cuor non sa esprimerlo: / ma è grande in lui come se fosse nato / da Te, la gioia di cantarti, o Irpinia.”

*
Largo sedile, Porta aurea, Via Roma, dunque, sono i raggi che uniscono il punto più alto, la sommità del castello, aI Corso principale. Il Corso è un semicerchio che delimita la parte antica e la congiunge al paese più recente, sviluppatosi a valle.
In passato su questa arteria che porta ad Ariano e ad Avellino le case erano basse, simili a quelle di contadini, per cui il cielo era grande e la strada luminosa e soleggiata. Oggi i palazzi si stagliano fino al terzo piano e concludono la loro ascensione in vecchie mansarde o nuove terrazze ricoperte di lamiere zincate e poliuterano.
Il Corso quindi si è alzato, è cresciuto a scapito della sua luce.
La sua fontana è stata da poco restaurata, la strada pavimentata gode di una nuova illuminazione ma, nonostante la cosmesi urbana, sui marciapiedi non vi passeggia più nessuno. Le saracinesche dei negozi, su cui campeggiano i cartelli Affittasi, restano serrate. Un cantiere interminabile, aperto tra zone interdette, buche, sampietrini e basoli, in cui qualcuno ha distrutto marciapiedi intonsi per ricostruirli daccapo, ha allontanato ulteriormente le parti del paese.
È come se ogni cantiere ferisse il suo corpo. Ogni intervento, pur ripristinando la parte, debilita il tutto. Ecco quindi che la gente se ne va direttamente al centro commerciale del Passo di Mirabella, o ad Ariano, a Benevento.
Così abitiamo, nell’ambivalenza, il vuoto e il pieno della valle. Il vuoto silenzioso delle pendici, quello invernale delle strade cittadine, e il pieno della parossistica stagione estiva, infarcita di sfilate, fuochi d’artificio, star televisive e festival vari. Ai paesi-presepe inattuali e spenti dei dintorni, corrispondono i paesi-città sradicati, sformati, bulimici, come il nostro, ingrossati fino a incarnare il simulacro delle città osservate alla televisione.
È questa la nostra attuale compresenza dei tempi.

Qualcosa di simile, e forse più grave, era accaduto pure in precedenza. Anche la piazza principale è stata più volte rimaneggiata, ma gli ultimi velleitari lavori di qualche decennio fa generarono una spinta centrifuga in grado di sparpagliare i consueti luoghi di ritrovo lungo le strade più trafficate.
Il paese da allora divenne eccentrico.
Per cui ora è costituito da una rete di punti in cui la percorribilità, la visibilità, l’immediatezza, hanno preso il sopravvento sul resto. Oggi l’autostrada e i bar, le vie del commercio, assurgono a spazio in cui ci si riconosce in base a una funzione. Sono ormai gli abitanti a seguire le funzioni: frequentano i luoghi di passaggio, gli spazi commerciali, le pompe di benzina.
Se il paese vecchio, nascendo sul fiume, per accedere all’acqua e fruire dei boschi, rappresentava il tutto, oggi probabilmente le sue ragioni si rispecchiano nel fiume di merci e passaggi garantiti dall’autostrada e dalle statali, per cui non resta che accontentarsi di una parte, che è lo spazio funzionale.

Ebbene, come detto in precedenza, oggi che la variante SS 90 ha esautorato il paese, liberando la città da una parte del traffico incessante e dall’inquinamento dei decenni passati, Grotta si è ritrovata vuota e sola. D’un colpo è ritornato visibile tutto quello che le luci avevano saputo occultare: il paese si è rarefatto. È ormai discontinuo e pulviscolare. Ogni scossa ha contribuito a trasformare il corpo in una confusa località del presente. Per giunta non di un presente autentico, in cui si crede ciecamente, come quello di una città americana qualsiasi, bensì un presente meridiano, sempre un po’ scettico e fatalista per indole, in cui la stessa ironia popolare che ci pervade deve provenire dall’atavica pazienza e dall’abitudine all’attesa rassegnata.

Insomma, la fine del paese-vetrina non lascia che l’implacabile riflesso della città-specchio. L’immagine, inesorabilmente, mostra tutte le difficoltà del caso, ma non è detto che ciò sia un male. Se il passaggio alla città-specchio è doloroso, guardarsi dentro è forse il vero punto in questione.
All’orizzonte poi, grazie ai progetti riguardanti i treni ad alta velocità e capacità, per la Valle Ufita sembra si prospettino nuove possibilità. I treni veloci, come in passato l’autostrada, congiungendo immediatamente l’Irpinia a Napoli e Bari, consentirebbero al margine di diventare finalmente legittima periferia del centro.
È un rapporto che non mi convince del tutto. Tuttavia, messa da parte la radicata sensazione di dipendere da un altrove, se tutto andasse per il meglio, ancora una volta il futuro passerebbe per l’antica vocazione geografica del territorio.
Allora la paura è che la geografia urbana da sola, a meno che non si traduca in grammatica civile, non basti. E che al paese non serva soltanto comprimere lo spazio e dilatare il tempo, ma potenziare la capacità di autodeterminarsi per costruire pian piano una sua piccola idea di mondo. Altrimenti, così come in precedenza è scivolato verso l’autostrada, stavolta il rischio è che il suo corpo venga sospinto verso la nuova stazione dei treni, incarnando una replica sbiadita di vecchie e dannose vicende.

Certo, si dice che basterebbe imparare dagli errori passati per evitare che la storia si ripeta, ma se siamo a questo punto vuol dire che non deve essere così semplice.
Per quanto mi riguarda, comunque vadano le cose, a un paese bambino si vuole ugualmente bene. Anzi, la sua fragilità è forse il vero motivo per cui occorre averlo a cuore. Per questo e per tante altre ragioni non smetterò di essere, anche a distanza, dentro la sua prospettiva particolare.
I tratti del paese, le sue forme e i simboli, insomma tutto ciò che compone il suo universo e il suo immaginario, hanno contribuito a formare il mio. E la città natale è il luogo a cui si torna, soprattutto se, in un modo o nell’altro, ovunque siamo, guardiamo il mondo attraverso i suoi occhi.

Sandro Abruzzese

Grottaminarda, particolare della piazza

Grottaminarda, particolare della piazza nuova

Paesaggio (sul riabitare)

La mia apertura al mondo è legata a un luogo, poco lontano dalla casa in cui sono cresciuto, che, aperto com’è sull’Italia interna, offre un paesaggio davvero unico. Non riuscivo ancora a definire, da ragazzo, alla vista di quel paesaggio, l’ammirato stupore e la curiosità che eliminano il disagio, né riuscivo a dare un nome al desiderio di riconoscere. Eppure dall’altura dei Limiti, a Frigento, abbracciavo la valle riuscendo a superare il mio consueto orizzonte. Bastava raggiungere le vette di Trevico o Frigento, per vedere le terre di Lucania, il Vulture, o i paesi più alti del Fortore e della Puglia dauna. Sull’altura dei Limiti, dopo i monti del Matese, il Taburno, rare volte, faceva capolino la vetta arrotondata della Maiella. Verso il tirreno invece, era uno scherzo inseguire con la mente il Sele, la discesa delle sue acque fino alle ruvide pendici dei dolomitici Alburni, o immaginare i detriti dell’Ofanto spingersi fin nell’Adriatico. Ma la sfida vera riguardava Greci, l’unico paese arbrëschë della Campania, oppure la sella in cui è riparato Savignano, con le sue casette bianche ben proporzionate, affacciate sul principio della strada per la valle del Bovino.
A oriente, la sfida era scorgere Monteleone dai portali scolpiti, il paese più alto della Puglia, e ai suoi piedi Zungoli bianca e pendente, appesa a una parete ripida, sopra una forra. Spuntavano qua e là piccole zone industriali, intersecate dall’autostrada dei mari, dritta come la sutura di una cicatrice mai rimarginata.
L’autostrada corre ancora lungo il margine agricolo, dove il giallo delle monocolture del grano pugliese, quasi sull’Ufita, incontra il verde della policoltura mediterranea o i castagneti, gli ulivi, i vitigni e i boschi delle montagne.
In seguito, spesso mi sono chiesto cosa nascondesse questo inseguire luoghi di un mondo minore. Credo sia nel rapporto con lo spazio, la risposta. Il mondo di cui scrivo non è altro che un unico luogo in cui le persone e le cose, le parole e i gesti, si muovono come qualcosa che è già dentro di me e che ri-conosco.
Guardare il mondo con gli occhi del paese, dai margini, farlo partendo da uno Stato fondato su un gravissimo e annoso squilibrio territoriale come l’Italia, in un momento storico in cui l’imporsi di un nuovo spazio, quello virtuale, in grado di abolire le distanze, ha messo in crisi le grandi conquiste del ‘900, è diventato un modo di stare al mondo e abitare.

*Sono stato invitato da Francesca Iarrusso, Domenico Rapuano e Nicola Flora dell’Università Federico II, Facoltà di architettura, a scrivere un capitolo per una pubblicazione di prossima uscita sul “riabitare le aree interne”.
Questo paragrafo è una piccola parte dello scritto, si intitola “Paesaggio”.

sandro abruzzese

Sandro Abruzzese, La letteratura come bene comune

Letteratura come educazione sentimentale e “luogo” comune

Poetarum Silva

La foto ritrae un particolare della mostra “Ciò che ci rende umani”, organizzata dal Teatro Valdoca dal 7 ottobre al 7 novembre 2016 a Cesena. Nel particolare da sinistra i ritratti di C. Bene, V. Majakovskij, A. Merini

La letteratura come bene comune

Se dovessi usare una sola frase per definire il mio rapporto con la letteratura, direi che mette ordine nel mio cuore. E credo nel cuore di ognuno. Poi, di conseguenza, se così fosse, credo metta ordine nel mondo. Della poesia Zanzotto diceva che tesse le trame invisibili del creato fino a ricostituirlo nelle sue infinite varianti. Anche quando crediamo che crei scompiglio, quando scuote le nostre certezze, la letteratura, per usare una definizione cara a Carlo Levi, inventa la verità. Lo fa dando i nomi alle cose e all’esistenza che abbiamo sotto gli occhi ma non sappiamo pronunciare. Per inventare la verità e darle un…

View original post 517 altre parole

Il mestiere di vivere di Pasquale Stiso

 

IMG_2015.JPG

Nella poesia Avrò un domani, Pasquale Stiso scrive Mio padre segue il lento carro / rotolante nel brecciame. / Vado verso una nuova vita / verso il sapere. / Una voce insiste nel cuore di mio padre / “io avrò un domani / un domani”.
Ebbene, Stiso riuscì effettivamente ad andare verso il sapere, divenne avvocato e poi sindaco del suo paese, Andretta. Ebbe inoltre, grazie allo studio, il suo domani, e tuttavia questo non volle mai dire dimenticare i problemi della sua gente. Non accade all’intellettuale Stiso quello che Gramsci nei Quaderni aveva rimproverato a Croce, ovvero di allontanare gli intellettuali di campagna dalle questioni dei loro borghi per urbanizzarli, proiettandoli lontano dalle loro origini.
Stiso, invece, utilizza il sapere della città, insieme alla militanza nel partito comunista, per vedere ancor più nitidamente, attraverso gli occhi del paese e della campagna, il mondo intero, e con esso la sua stessa terra.
Se non poteva essere che un mondo poverissimo, quello gramo e ventoso della pur bella terra dell’osso, in cui essere povero / è qualcosa di più / è un freddo / che ti agghiaccia le ossa /, tuttavia il dolore e il lamento di quella povertà conservano sentimenti che nell’Italia di oggi sembrano del tutto smarriti: quando si è poveri / la dignità / si gonfia in chiuso orgoglio.
Già, erano dignitosi e orgogliosi i contadini dell’Alta Irpinia, e dopo aver occupato le terre, dopo aver lottato con coraggio, nella sconfitta e nell’assenza dello Stato seppero riannodare i propri fili, partendo per andare altrove, alla ricerca di nuovi posti da costruire, fatti degli stessi laboriosi sacrifici, della medesima pazienza e rassegnazione.
Forse non li dimentica questi poveri, Stiso, proprio perché come egli stesso dice, è restato ragazzo / anche se i fili bianchi / compaiono alle tempie / e l’ombra della morte / s’insinua sottile / nel mio cuore. E i ragazzi ricordano sempre i luoghi dove sono cresciuti, ne portano dentro le vie con i volti, le fontane e i tratturi, per non dire delle violenze e degli amori.
Stiso non dimentica i migranti e scrive di loro, dei morti di Mattmark, nel ’65, dopo quelli di Marcinelle. Scrive col consueto umanissimo sguardo: maledetta è soprattutto quella politica che costringe i nostri uomini, le nostre forze migliori a mendicare un po’ di lavoro all’estero in condizioni di esistenza paragonabili a quelle degli schiavi.
Oppure, tre decenni dopo il sisma del 1930, in merito alle condizioni di Aquilonia: Lo stato che ben potrebbe e dovrebbe intervenire nel campo dell’edilizia, dell’istruzione, della sanità, continua a restare assente e la sensazione che se ne riporta è che quella terra sembra distaccata dal mondo che progredisce.
Ebbene, le sue parole di protesta non sono mai scioviniste o stupidamente identitarie, ma figlie di una pietas universale, pervase da un profondo senso comune dell’umano. Il suo cordoglio non è retorico o opportunistico. La sua visione politica dei rapporti sociali è sempre universalistica, mai angusta né locale.
Quanta distanza, verrebbe da dire, rispetto all’attuale incapacità italiana di immaginare un destino comune, che ha ridotto la stessa Penisola alla gretta somma di tante spinte disgregatrici, dai vecchi e tristi leghisti fino ai loro epigoni neo-borbonici. Penso che leggere Stiso oggi dia la misura del tracollo culturale e politico italiano avviatosi proprio con la stagione, piena di errori e contraddizioni, del ’68. Un vero e proprio principio di cedimento da cui si dipana lentamente la strada che da Craxi porta al berlusconismo e parallelamente allo smarrimento della sinistra italiana.
C’è poi nel mondo rurale di Stiso, contro la lunga tradizione culturale vandeana che ha considerato la civiltà contadina solo come paradigma di arretratezza, la convinzione che si poteva partire dall’infinitamente piccolo dei borghi, si poteva conservarne i valori positivi come punto di partenza per la conquista dell’emancipazione.
Non è necessario, sembra dire Stiso, rinunciare a quell’universo di valori, a quel rapporto spaziale e sociale, a quella vicinanza comunitaria, anzi il singolo può e deve realizzarsi compiutamente nella propria comunità, ma bisogna renderla libera da rapporti di dominio, nonché dignitosa e giusta; perché se è vero che la vita stessa è permanenza, permanere vincendo il tempo consente all’uomo di scacciare, attraverso il progresso, l’atavica angoscia.
Ho ritrovato la pietas contadina di Pasquale Stiso nella musica di Gian Maria Testa, nei versi del Tasso o in alcune pagine del Manzoni, in quelli ancor più noti di Scotellaro, Pierro e Pavese. L’elenco sarebbe infinito e credo che i problemi odierni nel campo ecologico, politico, culturale e umanitario, dimostrino quanto l’omeostasi di quel mondo meritasse maggiore attenzione e rispetto.
Beninteso, a questa consapevolezza, la parte maggioritaria della cultura e della politica europea ha corrisposto una continua prova di estraneità e ingratitudine. Di lì a qualche decennio, infatti, quella civiltà sarebbe finita del tutto, partita per andare ad affollare sobborghi cittadini, creando un mondo di periferie e nuove subalternità, privo di memoria e senso, di cui la globalizzazione ha messo in evidenza la portata e che la storia non smette di ripetere.
Nessuno, dunque, ha voluto o saputo pensare al miglioramento di quelle condizioni, di quei rapporti particolari. Restano inascoltate non solo le note posizioni di Carlo Levi e Simone Weil, di Pasolini e De Martino, ma anche quelle più semplici e nascoste della maestra di paese tanto cara al poeta di Andretta: l’antica maestra, il suo corpo anziano è così curvo e stanco, sono però gli occhi ancora pieni di ardore e di coraggio e rammentano quando fiorente di bellezza / e altera / c’insegnavi / nessun uomo è servo all’altro uomo.

Pasquale Stiso vede la sua terra morire a poco a poco, la gente emigrare, le porte e le finestre chiuse, i vicoli dell’infanzia vuoti e silenziosi, rivedere nel tempo il suo piccolo altipiano ventoso gli fa dire che anche la gente / della mia terra / conserva l’antico volto / segnato d’amarezza. / È ancora senza speranza / la mia gente / d’Alta Irpinia (…) la mia terra / muore / oggi definitivamente / l’ho compreso.
La sua poesia è dunque costantemente attraversata dal pensiero della scomparsa dei luoghi e delle persone. Il paese vi ritorna incessantemente. L’ombra della morte poi è un’intima presenza, compagna che si insinua nel cuore: Non tornerò più nella mia casa, dirà a un certo punto, oppure Non ho abbandonato ancora la speranza / è un tenue filo che ancora mi sorregge / e mi dona un palpito di luce / agli occhi doloranti. E infine Io t’ho lasciato mio amato paese / il segno d’un amaro destino / è tradito nel fondo del mio cuore. (…) perché la vita sia bella / a volte / è necessario morire.
Al cospetto di una figura come quella di Stiso, del suo impegno politico e civile, pure vien fatto di pensare alla sua fine che rimanda la mente a vicende simili come quelle di Pavese, Primo Levi o Alexander Langer. Da Primo Levi abbiamo appreso quanto sia pericoloso tentare, in solitudine, di arginare o spiegare il male. Farlo può costituire una fatica insormontabile.
È più facile restare soli, quando si vuole essere per tutti, ha scritto Adriano Sofri, pensando a Langer. Credo bastino queste parole per riflettere su quanto una personalità aperta sul mondo e forse priva di una certa, a volte necessaria, dose di egoismo, possa assumere su se stesso il peso di mille preoccupazioni, battaglie personali, intime, oppure collettive e pubbliche.
Ritengo che su questo punto ogni tentativo di spiegazione sia superflua, perché nulla aggiungerebbe al profilo di Stiso, tanto ben delineato dal lavoro pluridecennale di Paolo Speranza, che ha affrontato anche questo aspetto col consueto garbo che lo contraddistingue.
Se però occorressero dei versi, in un bellissimo scritto indirizzato a San Cristoforo, Alex Langer recitava: Tu eri uno che sentiva dentro di sé tanta forza e tanta voglia di fare (…) Avevi deciso di voler servire solo un padrone che valesse la pena seguire, una Grande Causa che davvero valesse più delle altre (…) penso che oggi in molti siamo in una situazione simile alla tua, e che la traversata richieda forze impari.
Non mi chiederò oltre, allora, del peso, delle forze impari che hanno piegato Pasquale Stiso, mi basta capire quanto fosse dalla parte giusta e quanto, fino all’ultimo, abbia rappresentato un’occasione di riscatto per la parte più povera e sola dell’Irpinia.
E allora leggere Stiso, oggi, significa imparare che siamo stati poverissimi ma anche dignitosi e onesti, che siamo stati gli ultimi, i dannati della terra, e nonostante questo abbiamo saputo edificare intere città e fornito le nostre vite, il nostro corpo, ai sogni di dominio e sviluppo che non erano nostri, anche se poi lo sono diventati.
E significa rammentare il volto antico delle nostre donne, così come le descrive il poeta: Le donne del mio paese / voi non le conoscete / a trent’anni sono già vecchie / e il loro volto è duro / come la terra che lavorano / non c’è sorriso / sulla bocca amara / delle donne del mio paese / di domenica / quando vanno in chiesa / non vanno per incontrarsi con Dio / ma per godere di un’ora di riposo (…).
Non credevo potessimo mai dimenticarli quei volti, eppure è proprio quello che, intorno a noi, accade di continuo. Sono gli stessi volti disprezzati e dileggiati negli anni ’90 dai soldati olandesi dell’Onu in Bosnia, per esempio, le cui scritte eloquenti contro le contadine slave restano sui muri del comando di Potocari, a Srebrenica. Sono i volti di dolore degli eritrei in fuga, dei guatemaltechi e degli ispanici al cospetto dei muri di Trump o di Visegrad; sono i volti dei siriani, dei contadini cinesi o turchi.
Quanto sarebbe lungo l’elenco?
Ora che tutto il globo è scosso da incessanti e disperate migrazioni, che la perpetua diaspora interna meridionale non si è mai arrestata, e il pianeta stesso non è mai stato così ricco e disuguale, così potente e disarmato, così grande e terribile nell’annichilire l’umano per ridurlo a ingranaggio di una macchina finanziario-capitalistica onnipotente e sovranazionale, non possiamo dimenticare i volti di Stiso, perché sono ancora e sempre i nostri. E perché sulla Terra, lui ci insegna, una patria che sia veramente tale, la si costruisce nel rispetto del genere umano.
Di conseguenza, non è vero che Ora possiamo anche morire / perché abbiamo imparato a vivere / dopo secoli d’ignominia.
Questa volta dovremo contraddire il poeta di Andretta per ribadire, magari con Fortini, che l’ignominia non è mai cessata e, dopo la prematura dipartita di Stiso, anche il suo universo morale è andato quasi del tutto disperso.
Tutto rimane, in Italia, soprattutto sotto il profilo morale e civile, quasi interamente da rifare. E non vi è altro modo per farlo che lottare, attraverso la memoria collettiva e lo studio, contro l’apoliticismo; essere per il lavoro e la salvaguardia della dignità umana, alla ricerca di un rinnovato rapporto con la natura e le altre forme di vita.
All’odierno disprezzo per gli ultimi, per i poveri e gli umili, alla totale assenza di una seria riflessione politica sul tema del lavoro, nonché al razzismo manifesto, privo di vergogna, dei governi xenofobi europei e transoceanici, fanno eco i versi solidali, umanitari e pacifisti di Pasquale Stiso. Di questo ragazzo di un piccolo paese irpino, che col suo perenne dolore nel cuore inneggia fino alla fine alla giustizia e alla fratellanza scrivendo (…) A me piace che ogni bellezza / ci inondi l’animo / e che ognuno s’attristi / se un bimbo piange per fame.
E che nel suo testamento politico, Confessione, scrive che il lavoro, è la sola cosa di cui gli uomini / possano andar fieri (…) la sola cosa pulita della vita / sia se compiuto da uomini liberi / che da schiavi, perché chi lavora onestamente non sfrutta nessun altro e così facendo sottrae al mondo la propria porzione di male.
E invece la disonestà e la sete di potere portano alla guerra: imparai a maledirla (…), – scrive – quando ragazzo / vidi le ferite / bluastre / al braccio spezzato / di mio padre. (…) E imparai a maledirla / la guerra / quando vidi partire / i miei giovani amici. (…) E non solo per questo / imparai a maledirla / né per il gran numero di morti / ma per il tesoro / distrutto / di civiltà / e di gentilezza / accumulato dall’uomo / nella sua lotta / di millenni (…).
Il mio desiderio è che gli uomini vivano di giustizia / (…) nella comprensione dei diritti e dei doveri / nello sforzo quotidiano / di strappare al suolo / ogni più nascosta ricchezza.
Pasquale Stiso, grazie a Paolo Speranza, è un poeta ritrovato. La sua figura, per via di questa capacità di ricondurre il particolare all’universale e il paese all’intero universo, si colloca nell’alveo di un umanitarismo cosmopolitico che gli consente di percepirsi quale (…) fervido atomo vivo / nella luce / dell’immenso cielo, abitante di un unico cosmo e di un solo sogno, in cui l’umanità sia parte del medesimo destino di giustizia e libertà.
Rileggere Stiso, quindi, vuol dire comprendere d’un colpo non solo quanto le lancette della storia siano state riportate indietro dalla colta barbarie del nostro tempo, ma anche quale sia la strada da riprendere e con quale abnegazione affrontarla, perché oggi è sempre più chiaro che se c’è un futuro, questo avrà di certo un cuore antico e simile, molto simile a quello della civiltà perduta di Stiso.

Ferrara, gennaio 2019                                                                            Sandro Abruzzese

* Questa è la postfazione presente nel volume di saggi dello studioso Paolo Speranza sul poeta di Andretta Pasquale Stiso, la raccolta si intitolata Il poeta ritrovato (Mephite edizioni 2019).

Paolo Speranza, Il poeta ritrovato. Il Sud universale di Pasquale Stiso

Pasquale Stiso

Poetarum Silva

Paolo Speranza, Il poeta ritrovato, Il Sud universale di Pasquale Stiso tra impegno politico e letteratura. Con un saggio introduttivo di Pasquale Verdicchio. Postfazione di Sandro Abruzzese, Edizioni Mephite 2019

Il poeta ritrovato, la prima monografia su Paquale Stiso, pubblicata a 50 anni dalla sua morte, è firmata da Paolo Speranza, l’autore che dal 1998 ne ha curato e promosso la riscoperta e la pubblicazione degli scritti letterari e giornalistici in Italia e all’estero e ricostruito, con testimonianze e collaborazioni, il profilo umano e politico. Pubblichiamo qui alcune poesie di Stiso e l’ampia prefazione di Sandro Abruzzese, che mette in risalto lo spessore culturale e politico del poeta-sindaco di Andretta.  (la redazione)

L’antico volto

Sono tornato
nella mia terra
d’alta Irpinia
e niente v’è cambiato.
La mia terra
ha ancora
l’antico volto.
È aprile
il sole
è pallido nel cielo
ed il grano novello
è sottile
nei…

View original post 2.708 altre parole

Lettera a Elda

IMG_4911
Cara Elda,
credo di capire e nel leggerti ricordo “La storia” di un’altra Elsa, il suo sguardo sugli indifesi, la sua filosofia della storia. Aggiungo alle tue amare parole innanzitutto che il silenzio e la menzogna di cui si nutre il potere sono legati al bisogno, oggi come ieri, poi all’assuefazione. Che “la terra” siamo noi, nominarla è solo un modo per parlare a noi stessi e di noi stessi, non altro. E le radici possono essere i nostri alibi e difetti, a cui oppongo il corpo e la mente. Perché la terra è una sola proprio come gli esseri umani sono rimasti l’unica specie e le radici siamo noi, sì, è il nostro rimanere bambini. Ma tutti i bambini desiderano prima o poi essere adulti. Allora sogno un Paese adulto, mentre vivo in un’Italia piccola e meschina, e vivo un Mezzogiorno perennemente bambino. Il silenzio e le menzogne di una volta forse non devono essere disprezzate del tutto perché restavano un modo di difendersi dal potere. Ma quelli di oggi? Cosa possiamo fare noi se non dipanare la matassa di menzogne organica e funzionale al potere? Le tradizioni, quelle poche autentiche rimaste, testimoniano appunto la capacità di quelle classi subalterne, contadine, di sopravvivere, di cercare certezze e sicurezza contro l’ingiustizia e la sopraffazione. Le tradizioni sono anche quel meraviglioso stare fuori e dentro il tempo in una volta, quel mito che ritorna alla storia, la capacità di uscire da quel mondo maledetto e nero di miseria di cui parli tu e lo stare, il ritornare nello spazio considerandolo sacro e quindi sopportabile. Perché incolpare il rimedio, la parte necessaria e in quanto tale nobile? Quello di cui diffido, insieme a te credo, è il piegare e usare le tradizioni, le terre, le identità a “strumenti del regnante”. Perché anche l’identità deve servire a capire quali sono le colpe e chi i colpevoli del “marcio”. Anche le radici, una volta indagate e conosciute ci consentono di volare, di scioglierle dalle caviglie e sentirsi liberi. Sono convinto che per volare non occorra guardare il cielo, bensì scavare a fondo. Se ciò che resta è poco, da lì si dovrà ripartire e setacciare con cura ogni singolo elemento, per distinguere nell’inferno, quello che inferno non è. Cercare di capire, comprendere, Elda, e poi tentare di esprimere ciò di cui siamo testimoni. Spero di averti ascoltata e, anche solo in parte, intesa.

Grazie

S.

L’unione di mondi del baccalà alla pertecaregna

Articolo apparso in precedenza qui su Doppiozero

img_2995
Il cibo costruisce mappe in grado di tracciare linee, di legare e unire punti lontanissimi nel mondo. Così consente di abitare lo spazio, di creare luoghi e relazioni, ha inoltre la capacità di divenire, da innovazione, tradizione e poi addirittura memoria.
Se c’è un piatto che amo, perché in grado di tracciare un meridiano tra l’estremo Nord del pianeta e la dorsale appenninica meridionale, questo è il baccalà alla pertecaregna. È un piatto popolare irpino e lucano, cucinato principalmente alla vigilia dei giorni di festa, Natale e Pasqua; giorni in cui, come sappiamo, per motivi religiosi ci si astiene dal mangiare carne.
Si tratta di merluzzo salato, è la salagione a consentire al merluzzo, da secoli, di vincere il tempo e la distanza, e viaggiare lontano, fino a unire i pescatori dell’Oceano atlantico settentrionale ai contadini sanniti o ai pastori delle aree interne italiane. Una volta messo in ammollo e dissalato, il baccalà viene preparato con olio, aglio, prezzemolo. Saranno i peperoni cruschi, anch’essi pazientemente essiccati, fatti di colore e fragranza, di sapore inconfondibile, a imprimere quel gusto deciso, solare e mediterraneo che contraddistingue la nostra pietanza.
Amo questo piatto per la sua povertà raffinata, per le storie che porta con sé di cose accadute e volti di un passato ricco di significati.
Ricordo tante vigilie davanti al camino ardente della vecchia masseria in pietra di via Ruvitiello. E nei ricordi il volto delle donne è lo stesso di quello cantato dal poeta e sindaco comunista di Andretta, Pasquale Stiso: “Le donne del mio paese / voi non le conoscete / a trent’anni sono già vecchie / e il loro volto è duro / come la terra che lavorano / non c’è sorriso / sulla bocca amara / delle donne del mio paese / di domenica / quando vanno in chiesa / non vanno per incontrarsi con Dio / ma per godere di un’ora di riposo (…)”.

Già! Comprare il pesce restava un lusso e un sacrificio per i contadini, ma aveva un senso nell’interruzione dell’austerità, della severa parsimonia. La domenica o i giorni di festa erano tali per il “riposo”, e perché allentavano la frugalità e i ritmi del lavoro. La festa durava poco e ancor meno da essa ci si attendeva, quasi fosse, rispetto al resto dei giorni, nient’altro che una tregua. Era la breve pausa rispetto a una continua conquista quotidiana di libertà. Nella festa si rinnovavano i rapporti umani, senza particolari regali né ostentazioni che non fossero semplici auguri o piccoli doni.

I contadini della valle dell’Ufita, pure loro erano seriosi, severi e misurati, come dicono i versi di Stiso. E senza aver mai letto un libro, solo per istinto o consuetudine, hanno però sempre intuito quello che Hans Jonas contesterà al vecchio Marx: “la libertà consiste e vive nel misurarsi con la necessità”, senza di essa “la libertà si annulla come la forza senza resistenza”. Ciò è stato, nella loro vita dura e piena, esercizio e pratica costante, anche quando non più strettamente necessario. E d’altronde la parola lavoro nel lessico meridionale non esisteva se non tradotta col termine fatica, la quale restituiva valore e dignità, soprattutto in assenza di dipendenza, o con un basso grado di coercizione.

A pensarci bene, anche i peperoni cruschi delineano le fattezze di quel vecchio mondo. Venivano, un tempo, infilati a mano in corone e collane di cotone, restando, durante la stagione, appesi sulle pertiche ad essiccare. Il dialetto nzerta porta alla mente l’idea di punte acuminate, di aghi e crune adatti a trafiggere più che legare, e tuttavia pare che in latino il termine significasse proprio legare insieme, da cui appunto ghirlanda e corona. Sono frutto della pazienza, i peperoni cruschi, del tempo giusto, del clima secco dell’Italia interna, e di un’attesa che oggi diremmo del tutto antieconomica. Forse per questo appartengono a quel mosaico variegato di sapori dato dall’antica policoltura mediterranea. Riguardano una delle mille esperienze e abilità di cui il vecchio homo faber, caro a Hannah Arendt, era capace.

È il cibo di un mondo duraturo e solido, quello di cui parlo. In cui la proliferazione dei bisogni e dei desideri degli inurbati, così come l’irrealtà del regno mediatico, erano del tutto marginali. Anche la sua lingua è quella delle cose vere e materiali, i suoi gesti sono minimi e ponderati, così come i suoi oggetti ricchi di aneddoti.
Nel cibo tradizionale è impressa come una cristallizzazione di antichi rapporti, di una cultura popolare sedimentata e stratificata in millenni di vicende umane.
Certo, dietro l’angolo vi è il pericolo misurato di una certa dose di sentimentalismo o nostalgia che dir si voglia, lo sapeva bene Meneghello, eppure riferendosi a Malo scrisse: “Perché questo paese mi pare certe volte più vero di ogni altra parte del mondo che conosco?”. Deve averlo saputo bene anche Soldati, se la lontananza americana fece sì che constatasse con amarezza e disillusione che “Il più povero contadino del più povero paese d’Italia conserverà modi umani che gli americani non hanno”.

Sandro Abruzzese