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Dalla fine della Sinistra al Salvinismo

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È difficile rimanere ottimisti di questi tempi rispetto alla situazione politica. Sembra che l’Italia sia immersa in una febbre antica. Si risponde al problema delle migrazioni puntando il dito contro i neri. Sono i neri il problema, diciamocelo, anzi i negri. È difficile dimenticare i fatti di Macerata, Firenze, di San Calogero, l’Aquarius.

La disorganizzazione dello stato italiano produce, oltre alle mafie e ad altre forme di acceso squilibrio, anche questa deriva ignobile. Si vive di capri espiatori come in epoche tutte da dimenticare, utilizzando slogan degni dei periodi più bui della storia.

La regressione del livello politico dei partiti, dell’informazione, e di conseguenza dei cittadini, è il termometro delle condizioni attuali: si ragiona per municipi, interessi di ceto, addirittura emerge un nuovo, fantomatico, interesse nazionale.

Se solo il fascismo mascherato è più odioso dei fascismi, tuttavia i Salvini o i Berlusconi non possono essere considerati la causa, bensì il prodotto della condizione odierna. Per arrivare a questo punto è occorso abituare le persone a narrazioni illogiche, emotive, irrazionali. Occorrono decenni di complicità trasversali per cancellare la ragione, boicottare i nessi logici, ignorare costantemente le cause prime degli eventi e puntare tutto sullo sfruttamento del rancore e della paura. Solo così lo sradicamento, l’emarginazione, la solitudine, le frustrazioni, diventano il bacino d’odio a cui attingono le destre dei vari Salvini. Ma prima di ciò bisogna privare i cittadini di comunità, spaesarli, togliergli assistenza e voce, privarli di senso, per domiciliarli nell’estraniamento, farli sentire insignificanti e inutili. Per arrivare a Macerata, San Calogero e all’Europa odierna bisogna spogliare le persone della loro dignità e abituarle a un certo grado di servilismo, occorre atomizzare la gente per renderla così fragile e debole. È la messa al bando della ragione e della politica a generare la viltà di oggi. Quello che vediamo è solo il prodotto di una lontana e ignominiosa resa.

Tanto più che qualsiasi analisi seria e argomentata, anche se razionale, documentata, veritiera, ormai è destinata a essere zittita dagli schiamazzi di ringalluzziti leader politici e seguaci. Hanno la maggioranza e gli italiani sono con loro, dicono. Allora qualcuno dovrebbe ricordare che tuttavia democrazia non è sempre decidere a maggioranza, poiché non vi è democrazia se non sono assicurate le condizioni democratiche, che vengono prima della maggioranza.

E invece per il problema dei migranti la soluzione proposta da decenni è spostarli, evitarli. Si cerca solo di farli sparire alla vista. Non conta altro.

Qualcuno obietterà che i migranti non fanno parte della famiglia, non sono italiani e per di più sono neri. Ma il fatto è che una patria realmente democratica si costruisce nel rispetto del genere umano, non della famiglia. Una patria democratica, mi riferisco anche all’Europa, è reciprocità, la sua base è la giustizia. E ogni volta che il privilegio soppianta la giustizia, muore un po’ di patria, come sta morendo la nostra, verrebbe da dire.

Prendiamo l’indignazione per le spese dovute ai migranti: stranamente questa indignazione non compare per l’endemica corruzione, per lo strapotere mafioso, per l’inefficienza della giustizia, della sanità, stiamo parlando di cifre ben più cospicue che però hanno un filo in comune: queste, sì, sarebbero responsabilità della nostra classe politica e dirigente.

Dunque, si potrebbe abbozzare una risposta al fenomeno migratorio, tutti sanno che è generato dalla forza centripeta del capitalismo. È il capitalismo, la nostra forma finto-opulenta di esistenza globalizzata, invasiva e distruttiva, a metterci in rapporto di reciprocità con chiunque, una forma economica basata sull’energia e il lavoro a basso costo, per cui il tema dell’egoismo nazionale è non solo anacronistico ma anche un ulteriore svilimento del discorso. Se c’è un debito è dei paesi ricchi verso il resto del mondo, ricordava Langer, poiché sappiamo bene che questa ricchezza è fondata sull’oppressione, la distruzione e l’inquinamento di interi altri mondi possibili. La nostra è una storia di una violenza e di una vigliaccheria inaudita, ma far finta di non averne memoria è davvero il colmo.

Stiamo parlando del sistema politico-economico delle grandi potenze in cui, tra l’altro, da tempo si registra la gravissima subalternità della politica all’economia, per non parlare della dittatura della crescita: un ossimoro che ignora l’ecologia, la sostenibilità, i diritti umani. Ancora una volta siamo vittime di una realtà autodistruttiva e, anzi, tutto il mondo risulta basato sui suoi astuti feticci: quello della potenza, quello del benessere: è una colossale follia globale. La stessa follia proposta sulla pelle dei profughi che fuggono dalle nostre guerre, sulla pelle dei migranti che fuggono dai nostri dittatori. È la politica dello struzzo che pur di non ridistribuire la ricchezza farebbe di tutto.

Ma come è stata possibile tale regressione? Tornando all’Italia, quel che è mancato negli ultimi trent’anni è una vera sinistra internazionalista, pacifista, che rinvigorisse l’imprescindibile critica della società di stampo marxista e con essa rinnovasse l’attenzione alla vita delle persone. E invece la distanza tra società e politica si è fatta siderale e esiziale. Non ultima, è venuta meno quella tensione culturale, il dovere morale della continua ricerca di equità e giustizia propria della sinistra. La critica politico-economica è diventata ricetta stantìa, come le forme di protesta, gli slogan, l’apporto si è fatto talmente narcisistico, egocentrico, da risultare aperto personalismo.

Ciò che rimane nell’immaginario collettivo di trent’anni di politica di sinistra italiana sono i salotti televisivi e i cashmere di Bertinotti, la barca a vela di D’Alema, i romanzi improponibili di Veltroni, l’umiliante deriva verticistica renziana.

Mentre tutti i leader politici occupavano più i talk-show che gli scranni parlamentari, veniva completamente abbandonata la rete capillare delle strutture partitiche della penisola, essenziali luoghi di condivisione, coinvolgimento e partecipazione: vera ossatura della penisola.

Nel frattempo, i luoghi, i territori periferici, abbandonati dai partiti, hanno subito i cambiamenti senza comprenderli e senza potervi partecipare, la vita privata ha preso il sopravvento un po’ ovunque. E il risultato è che i luoghi oggi non esprimono più alcuna identità, non creano cultura, ma la importano dai mass media. Si vive di un riflesso artificiale, regredendo così da comunità a mere località di spaesati. Così i residenti vivono in delle riserve, spettatori delle vite vere, urbane (sempre più artificiali), cioè quelle rappresentate mediaticamente. Nelle riserve la politica oggi arriva solo per le elezioni, a chiedere il voto. È prima di tutto uno sradicamento spirituale, quello di cui parlo, poi materiale, certo, su cui è stato facile soffiare il fuoco della paura, della frustrazione, della rabbia. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: e allora è il caso di citare Gramsci per dire: Istruitevi perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza.

Sandro Abruzzese

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Perché il REDDITO MINIMO è NECESSARIO!

O  del come non si tratta di democrazia, senza giustizia

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dal progetto fotografico Close your eyes, a La Courneve, il comunista Piero, foto di Daniele Domenico Delaini

Per capire l’importanza della discussione intorno al reddito minimo occorre fare un discorso articolato. Cercherò di essere il più conciso possibile.

Oggi i governi democraticamente eletti devono sottostare ai ricatti del mercato, del capitale finanziario. Ma la posta politica in gioco, la massima aspirazione per i cittadini, italiani e non, credo sia il raggiungimento del più alto grado di libertà individuale e collettiva, la posta è il progresso morale e materiale, quindi più capacità di incidere sulla propria vita, sulla realtà, più democrazia, socialità.
E tuttavia la libertà non esiste senza le condizioni materiali di libertà: occorre in primis che nessuno sia sfruttato. La libertà è prima di tutto “lavoro e istruzione”, e un sistema di mercato come il nostro è accettabile solo se non genera “dominio e sfruttamento” ma è contendibile, scalabile dai cittadini o addirittura può essere ignorato: questa è democrazia come spazio di libertà.
È chiaro che in Italia, come ovunque, sul mercato esistono realtà di predominanza, fatte di introiti anche clamorosi, ma a questo punto se non interviene una redistribuzione equa delle risorse ci ritroveremo con dei cittadini di serie A e altri di serie B. La libertà di mercato quindi deve essere un’occasione per tutti i cittadini e non deve essere l’unica strada, anzi la sovranità dei cittadini passa per la libertà di scegliere tra competizione e solidarietà, o gratuità, insomma altri stili di vita a cui partecipare col proprio lavoro o contributo cooperativo.

Prendiamo la condizione odierna: oggi chi non ha denaro è spacciato. Oggi si considera compito di uno stato moderno garantire solo sicurezza, libertà, possesso, ma poi si lascia a ognuno l’onere di trovare lavoro, beni e altro. E invece risulta importantissimo rendere conto volta per volta politicamente delle occasioni, delle possibilità offerte ai cittadini (la costituzione insegna!): la divisione del lavoro, il reddito, la costrizione a dover vendere se stessi, le proprie conoscenze, la forza-lavoro, il tempo, secondo condizioni di “mercato” può non essere una condizione democratica poiché il mercato ha tendenza colonizzatrice e totalizzante, per dirla con Stefano Petrucciani, soprattutto se l’economia è slegata dalla preminenza della politica, come accade al nostro stato oggi.

È inaccettabile quindi che si costringa il cittadino ad accettare compensi e lavori determinati dal dominio del mercato e non dalla giustizia sociale (retribuzione, orario di lavoro, ecc). È in questi termini e per non mettere in discussione il capitalismo (il quale, è bene ricordarlo, col meccanismo dell’ereditarietà dei beni si rende antimeritocratico), né la libertà di mercato, che si pone il problema del reddito di esistenza o comunque si voglia rinominarlo. Si pone il problema, pensando a Marx, di limitare il dominio di classe e l’alienazione dell’individuo nella società.
Oggi, tra l’altro, abbiamo i mezzi tecnologici e economici per superare la visione ormai riduttiva nazionale di queste vicende e porle al centro del dibattito politico globale. In poche parole tutti devono ricevere i benefici della ricchezza e hanno il dovere di collaborare a ciò in condizioni di libertà, di opportunità uguali. Questa è la strada per la costruzione di un mondo fatto di libertà autentica.

Quello che ho scritto lo devo a tante letture che non ho il tempo di elencare, ma è frutto del mio lavoro, e produce valore perché chi lo legge impara qualcosa e questo può essere socialmente rilevante. A tal proposito sovviene ciò che scrive sul reddito d’esistenza Girolamo De Michele, e cioè che non lottando contro l’evasione, non avendo la volontà di redistribuire il reddito attraverso una tassazione più equa e produttiva, “anche senza partecipare ad attività produttive dirette, il mio intelletto è sempre al lavoro, come parte di un intelletto sociale che interagisce col sistema globale della conoscenza e della comunicazione” (La scuola è di tutti, p 61), quindi, il sapere nella nostra società è di per sé produttore di valore, è un’attività continua di elaborazione che merita un reddito minimo di esistenza.
Se l’intera vita viene messa in valore, allora è giusto che una parte di essa venga retribuita, oggi la conoscenza è la sostanza stessa del capitalismo che è diventato cognitivo. La conoscenza genera produzione e valore.

 

Sandro Abruzzese

Non si vota tutti i giorni

di Martino Melchionda

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Non si vota tutti i giorni.

Domenica ci sono le elezioni europee e un brivido mi corre lungo la schiena, come ogni volta che si va a votare. È una sensazione mista di piacere e attesa.
Votiamo ancora una volta, come sempre, per la nostra vita. L’Europa sembra lontana, soprattutto per i miei amici e fratelli che vivono nel mezzogiorno d’Italia, la mia terra. Eppure l’Europa siamo noi. Direi, soprattutto noi. Un’Europa senza il sud d’Italia (così come senza la sorella Grecia) non esisterebbe neppure. Neppure si potrebbe chiamare “Europa”! Perderebbe il diritto e resterebbe un continente senza nome, perché non potrebbe rubare un pezzo di storia e portarselo via.
Io so di votare per la mia vita, per quella della mia compagna, per quella dei miei amici, per quella della maggior parte delle persone e per quelli che sono in condizioni di precarietà e di sofferenza, anziani, immigrati, senza casa. Ma io so di votare anche per mio figlio e per i figli che verranno e che abiteranno questo mondo, questo continente. È questa la legge interiore che mi accompagna fino all’urna. È questa legge che seguirò anche questa volta. Per questa ragione milito, senza divisa.
Io sono dovuto partire, poi ho scelto di ripartire. Ma vorrei che il partire fosse motivato solo da una scelta individuale o dal desiderio di scoperta e conoscenza. Tutte le nostre esperienze e i posti in cui siamo vissuti ci hanno lasciato qualcosa e hanno aggiunto tanti pezzi che compongono il mosaico della nostra personalità. E questo mosaico è un’opera che si è fatta da sola, ma di cui noi abbiamo determinato la forma ultima. Questo mosaico ordinato e osservato attentamente racconta tante cose e allo stesso tempo una cosa sola, che siamo figli di questo tempo, di questa Italia e di questa Europa. In Europa viviamo ed è l’Europa che dovremmo contribuire a migliorare. Con ogni mezzo a disposizione, anche con qualche parola da condividere.
In questi ultimi decenni le condizioni materiali delle persone nel mondo, soprattutto dalle nostre parti, sono di molto migliorate e questo progresso materiale e sociale sembrava dovesse continuare ancora. Purtroppo, non è stato così e negli ultimi anni questo processo si è prima rallentato e poi quasi fermato, provocando sconforto, delusione, tristezza e depressione. Provocando povertà, rabbia, umiliazione. Ci eravamo illusi. Ci avevano illusi.
Ma guardando alla storia del passato con uno sguardo un po’ più lungo della nostra vista, scorgeremmo tanti momenti di arresto e ripresa del progresso sociale dell’umanità, o almeno della nostra (piccola) parte di mondo. Nell’ultimo secolo i grandi processi di emancipazione, intervallati da guerre mostruose e carneficine dentro le nostre stesse case, sono stati condotti dalle forze politiche che meglio avevano capito e interpretato le esigenze di milioni di persone che da secoli vivevano in condizioni di subalternità. Queste forze politiche erano rappresentate dai partiti della sinistra che avevano intrapreso e portato avanti battaglie fiere perché milioni di persone ottenessero il diritto all’istruzione, il diritto al lavoro, il diritto alle cure sanitarie, il diritto ad una pensione, il diritto ad una vita dignitosa. Queste stesse forze politiche, che tanto avevano sognato un mondo diverso e che tanto avevano fatto per costruirlo, ad un certo punto si sono smarrite perdendo di vista il loro orizzonte. Più semplice accontentarsi di gestire l’esistente. Ma la storia del progresso umano non ammette stagnazioni. Il rischio è di essere travolti, prima o poi, sotto il nostro stesso peso. Il rischio del caos diviene allora alto e le conseguenze imprevedibili. Ora ci troviamo esattamente di fronte ad un rischio del genere. È la ragione per cui ho deciso di scrivere queste considerazioni. Ma è con ottimismo che provo a farlo. Non è un preciso invito a votare per qualcuno. Perché non dietro gli uomini bisogna vedere le idee. L’Europa che voglio è una comunità di Stati che condividano la loro sorte e si mettano al servizio di un processo di pace e giustizia sociale. Che coinvolga, per cominciare, tutto il Mediterraneo. Nulla si può ottenere con la bacchetta magica, né dall’oggi al domani. Per questo motivo ho deciso di sostenere la battaglia per un’altra Europa e votare a queste elezioni europee L’Altra Europa con il nostro fratello greco Tsipras candidato alla presidenza della Commissione Europea. In Grecia, il suo partito di sinistra, Syriza, è riuscito a diventare in pochissimi anni il primo partito, passando dal 4 al 25%, parlando al cuore della gente e mirando a cambiare le sorti della Grecia e il cuore stesso dell’Europa.
Tsipras è il candidato alla Commissione europea che mira a cambiare le politiche, è l’unico candidato del sud Europa. Chi ha a cuore le sorti della sinistra e del senso di giustizia sociale non dovrebbe rinviare ancora o delegare ad altri. È questo il momento di decidere e “votare per la nostra vita”, per la vita di noi Italiani e dei popoli del sud del Mediterraneo. Nel rispetto delle leggi, nel rispetto della democrazia, nel rispetto degli avversari politici. Per tutto questo, non servono battute ad effetto. La politica, come la vita di ogni individuo, è una cosa molto seria. E con serietà va presa. Non siamo di fronte ad una partita di calcio o ad una sfida a poker dove chi vince si prende i soldi e li toglie all’altro. Questa non è una partita tra Renzi, Grillo e Berlusconi.
La storia recente ci ha insegnato che dei singoli uomini al comando è molto meglio diffidare. Potremmo pentirci di aver riposto male la fiducia.
Ma potrà essere troppo tardi, perché non si vota tutti i giorni.

LETTERE SETTENTRIONALI 16

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Una volta una delle poche persone serie del paese vinse le elezioni in un comune disastrato. Prese solo due provvedimenti di cui tutti si ricordano: alzare le tasse, e dichiarare il dissesto finanziario quando le tasse non servirono. Vincere le elezioni è stato il più grande insuccesso della sua vita.

L’assessore Micheletti è patito di tennis, una volta è andato pure a Wimbledon. Coi soldi del Comune ha fatto costruire un tennis club dove si allenano quotidianamente il figlio Michele, e un nipote, Alfonso, figlio della sorella. Tengono il maestro privato che viene apposta da Benevento. Sono gli unici iscritti.

Il vicesindaco Saponaro, da quando è al Comune, ogni anno organizza un festival jazz. Lui che sognava di suonare la tromba, da tre anni invita i suoi musicisti preferiti alla manifestazione. Tutte le sere sale sul palco, parla quindici minuti e si fa fotografare con i suoi idoli, poi li costringe a ringraziare l’amministrazione. Quindi adesso facciamo tre giorni di musica e trecentosessantadue di silenzio.
Però una volta è venuto pure Billy Cobham.

Il sindaco del mio paese ogni volta che c’è un’occasione pubblica prende il microfono per dire qualcosa agli astanti. Incredibilmente ha sempre qualcosa da dire e mai niente da fare. Se lo cercate non andate al Comune, lo trovate al Bar della piazzetta.

I giornalisti italiani nei talkshow invitano sempre le stesse persone. Ma non è quello. Il disagio deriva dal fatto che il conduttore sembra l’ospite, i politici i presentatori, e le cose più serie e importanti le dicono i comici.

Una volta a un ministro, lo so, non ci crederete, qualcuno acquistò una casa “a sua insaputa”.

All’università studiavamo spesso insieme e puntualmente agli esami lui pigliava trenta e lode e io ventotto. Al che mi ero fatto l’idea che fosse più bravo, anche se io tutta sta differenza mica la vedevo.
Me l’ha detto dopo vent’anni che il fratello del padre dirigeva tutto l’ateneo, e aveva fatto il piano di studi apposta con le materie in cui aveva la segnalazione. Ci ha messo un po’, però almeno me l’ha detto. A suo modo è un amico.

Hanno fatto i soldi col giochetto dei cambi di destinazione d’uso: compravano terreni agricoli e li trasformavano in zone industriali, edilizie, commerciali. Ne hanno fatte talmente tante che all’assessore al bilancio lo chiamano mago Merlino.

Lui è un buon amministratore, ha esperienza quarantennale, è il comune che tiene dodici milioni di debiti.

La politica della mia regione si può riassumere con l’importazione di qualche fabbrica e poche strade incomplete, diciamo che più che allo sviluppo si è puntato alla teoria del posticipo: adesso ci sta chi se lo guarda e chi lo gioca titolare. I primi alla finestra, i secondi con le valigie piene e pedalare…ci vediamo ad agosto.

SANDRO ABRUZZESE

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Sono rimasto solo, un’altra volta. E adesso che ho più di cinquant’anni sono troppo vecchio per partire e troppo grande per sopportare la malora della mia gente, lo sfacelo di una società malata di incuria. Ora che il livore mi attanaglia e raggiunge sovente le tempie, proprio ora la rabbia risulta insopprimibile e l’esistenza si fa ancora più pesante.
Vedo la sufficienza negli occhi dell’impiegato che raccoglie il mio ennesimo esposto, la sua commiserazione per il veleno e il sangue amaro che mi procuro.

dottò, stavolta li mandate tutti in galera a quelli: protezione civile, regione, e tutto il resto -. Ride.
Se solo fossi riuscito a spiegarmi un poco prima dove sbagliavo. Come mai intorno a me si creasse sempre il vuoto. Perché anche gli amici più cari si sfilavano, facendo sottili distinguo, o si allontanavano adducendo svariate motivazioni politiche. Quando non sapevano che dire parlavano di problemi di opportunità.

Invece il Partito mi ha tolto prima la salute e poi i soldi. E a Caserta se hai solo la salute non conti molto, se hai i soldi senza salute, i primi non ti servono a niente. Se non ce l’hai entrambe, ti chiami come me: Arturo Di Girolamo! E lavori da una vita affinché una manica di disgraziati, per quattro denari, non rovini per generazioni la terra che vorresti lasciare ai tuoi figli.

Poi una notte, dopo aver fatto l’amore, mia moglie, quasi come se sentisse il male del suo corpo, mi parlò con una voce ferma e delicata allo stesso tempo. Quell’anima che stava al mondo con grazia, sempre intenta a non gravare su nulla, a non esercitare alcun peso, che mi accompagnava dai tempi dell’università con discrezione, mi disse:

Artù, fammi una promessa: da domani sii più comprensivo e ogni tanto lascia correre. Pretendi di meno da chi ti sta accanto. Ma prima di questo devi essere meno severo con te stesso. Lo vedi che sei rimasto solo, al partito non ci viene più nessuno. Non è cattiveria come dici ogni tanto, no! E’ più semplice.
E’ la tua dignità Arturo mio, che tiene lontane le persone. La tua onestà, e l’impegno disinteressato per la gente.
Questo incute timore e crea imbarazzo.
Gli amici, Artù, hanno paura del tuo giudizio severo. E quello che ti è sempre sfuggito di chi ti stava intorno, mentre eri intento a cambiare il mondo, è che oltre alla buona volontà esiste la debolezza. Che la viltà non sempre è figlia della cattiveria. E la gente quando sbaglia qualche volta preferisce essere ascoltata, compresa. E qualche volta piuttosto ha bisogno di indulgenza, di un abbraccio. Si sottovaluta spesso la forza di un abbraccio, Artù. Ma la tua intransigenza a volte allontana. La tua forza morale scoraggia chi non ha la stessa vocazione. L’impegno continuo, la dedizione mettono in evidenza le assenze, le mancanze, i limiti degli altri.

Promettimi che sarai più indulgente. Promettimelo stanotte che i ragazzi dormono e noi ci siamo amati ancora come quando avevamo vent’anni. Ti basti che tutto ciò che allontana gli altri, è il motivo per cui ti amerò sempre immensamente, per cui preferirei morire piuttosto che rinunciare alla nostra vita. Quello che sei ha nutrito il nostro amore ogni singolo giorno, ma forse, Artù, non basta per nutrire il mondo.

Sono rimasto perché è stata l’ultima cosa che mi ha chiesto.

SANDRO ABRUZZESE
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POLITICA: PIOVE in SaRdEgNa, la Cancellieri rEstA, SI BLINDA IL GOVERNO e continua a girarmi LA TESTA

di Martino Melchionda

foto Daniele Delaini

foto Daniele Delaini


Che pena, Cancellieri resta. Anzi, forse sta pensando che non sia il caso di dimettersi e che, probabilmente, per l’interesse superiore del paese (interesse misterioso e altissimo, chiuso dentro stanze inaccessibili) deve continuare a difendersi. Ineccepibile.

Letta, pertanto, nel supremo sacro “interesse”, blinda il governo. Come suona bene “blinda”! Napolitano conforta tutti, rievocando un alto senso dello Stato. Alfano, intanto, spacca il partito del suo capo costruendo una seconda destra, una destra al quadrato oppure l’ombra di se stessa. Ecco, ora abbiamo una destra di governo e un’altra di lotta. La politica italiana sta alla Politica, come la collana Harmony sta alla Letteratura.

Intanto, piove in Sardegna e muoiono quasi 20 persone. Certo, è caduta una quantità di pioggia straordinaria. Perciò, per un evento straordinario, saranno utilizzati fondi straordinari che sforino il patto di stabilità, parola di Letta!

Ecco, bisognerebbe che fosse ben chiaro che in conseguenza di questo patto non si può intervenire nella cura del territorio, cura che potrebbe evitare disastri, danni a cose e morti assurde. E bisognerebbe tenere bene a mente che il patto di stabilità non è calato dal cielo, ma che qualcuno lo ha sottoscritto.

Chiuderei con una constatazione.
Alla scorsa tornata elettorale, il partito che aveva tra i primi punti del suo programma la cura del territorio e interventi di manutenzione di strade e infrastrutture varie, ha raggiunto una percentuale del 3%.
Intanto, il partito azienda raggiungeva il 22%, il partito da molti considerato il principale responsabile della situazione attuale il 25, il partito di un comico il 25.
Che pena.

ULTIM’ORA! L’Imu si paga…anzi no?!?

di Martino Melchionda

ULTIM’ORA! Ma sarebbe meglio dire ULTIM’ERA!

L’Imu si paga, anzi no. Però, forse si, ma no, non la seconda rata..altrimenti si rischia di non pagare la prima. O forse si. Dipende.

Mi confondo. Per il tesseramento al PD, si chiude, anzi no. Oggi? Forse si, ma dipende. Domani? No, il 18. Ovviamente, potrebbe essere il giorno 18 di uno qualsiasi dei prossimi mesi. Ma neppure questo è detto.

Berlusconi in galera? Graziato? Si. Deve essere graziato. Non può essere. Lui ha chiesto la grazia. No, è stato l’avvocato, anzi tutti e 5 i figli (Repubblica dice che l’abbia riferito Dell’Utri). Decade? Si? No, meglio di no. Anzi, non può non decadere.. Non c’è dubbio, decade.

Voto segreto! Anzi, quasi segreto ma non troppo palese. Dopo la legge di stabilità, nonsiamai!, ma chissà anche prima. O mai. Di Renzi, se non avesse la tessera del PD, non si capirebbe il partito e neppure se stia qui, di là o in mezzo a qui e là. O in nessuno di questi 3 posti. EpifaniCuperloPittella(non pervenuti,e qualcuno comincia a dubitare della loro reale esistenza).

Per fortuna ogni tanto intervistano l’unico candidato alla segreteria del PD degno di stima,nonché dotato di dignità, coerenza e intelligenza. E di idee. Pippo Civati.. (E davvero viene da chiedergli..machitelafafare?? In bocca al lupo!) E poi dall’altra parte (MIODIO!), BondiSantanchéLarussaFormigoniRutelli(eperchéno?aggiungereiancheVeltroni)CarfagnailpoveroCicchittoLupiAlfano

DiGirolamoBarbaraMarinaBerlusconiSilvio CHESTRAZIO! Ma forse no

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RIFLESSIONI DI UN EX SUPPLENTE PER UN NUOVO ANNO SCOLASTICO

LA POLITICA
Un altro giorno di maggio in cui cade la pioggia a secchi, inesorabile questo sistema globale continua a girare, scendono i tassi d’interesse della banca centrale, tutti si occupano della bilancia commerciale, mio zio dello spread, qualcuno più furbo come al solito ruba le provviste agli altri distratti dalle partite di calcio: addirittura è notizia di oggi che le formiche rosse assaltano i granai delle cicale chiuse nei capannoni industriali, le quali stanno tutto il giorno a lavorare per una ditta dell’Estremo Oriente. Si è capovolto il mondo! Dicono che c’hanno il mutuo da pagare, si sono fatte fregare dai tossici che non sono più per strada, a minacciare con le loro siringhe, si sono evoluti in una specie di cambiali, tutto un discorso complicato che oggi nessuno ha voglia di spiegare.

Comunque l’erba del vicino e i miei capelli continuano a crescere, perfino il parrucchiere dalle mani d’oro, tra shampoo e balsamo vende bigiotteria, in sala d’attesa offre immobili imperdibili, ripara gli orologi e produce tè solubile: dice che per sopravvivere bisogna differenziare l’offerta, non solo l’immondizia! Sarà!?

Mi chiedo se la vita sia una sola come sembra, che senso abbia riempirla di rinunce:
rinuncio al padre, rinuncio alla madre, rinuncio a satana perché dio sia lodato; rinuncio ALL’AMORE, ALLA POESIA, meglio la palestra e non bevo più il caffè; ho smesso di fumare, riverisco i capi, ormai viviamo il tempo di un condannato; non ascolto più musica, non leggo libri, non vado al cinema, tanto mi dicono che è tutta roba commerciale. Addirittura il cibo detto biologico è dittatura delle multinazionali.

Allora, dicevo, continua a piovere, a giugno mi licenziano, e a settembre se sono vivo mi si riprende come se nulla fosse, è il settimo anno. Un giorno o l’altro dico basta con la moderazione, ogni volta sta cavolo di larga coalizione per fare fessi i cattolici insieme ai laici, dilapidare i soldi pubblici facendo finta di pensare da sessanta anni alla Questione Nazionale: l’accesso al credito, le infrastrutture, la banda larga della Magliana, l’agenda rossa, e il contrasto della politica con la magistratura! Che palle!

Mo’ basta! Dico, pure se sono soltanto un animale, da qui in avanti prima di finire, mi prendo tutto quello che mi spetta: parto da cose semplici, che so, dalla pancetta! Vado alle manifestazioni e se necessario grido in faccia a questi buffoni che è ora di finirla di rompere i coglioni con gli esodati e i condonati, con le partite iva dei nullatenenti, con la flessibilità che a furia di invocarla non c’è rimasto nulla che sia ancora duro. E mandateci i vostri nipoti a fare quelle spedizioni di pace militare, lo dico prima a quelli con la bandiera rossa che a forza di lavarla gli è diventata vuota. Poi prendo la parola nel mezzo del congresso per chiedere se è normale che il tal partito con i miei voti si allei con quelli che io non avrei votato mai. In ultimo troverei essenziale che ci fosse un avvicendamento tra militanti, che uscissero con un calcio in culo tutti i senza pudore, per dare una speranza: prego che avvenga senza rancore!

LA SCUOLA
A scuola sarò sempre oltremodo polemico, interverrò a ogni collegio docenti per dire che queste riforme degli ultimi vent’anni le sostituisco ai lassativi per farmi cacare, dopo che gli ho corretto perfino le prove invalsi, sosterrò che erano verifiche che non avrei saputo superare. Quindi a quel tizio forbito che ci fa dei pipponi esagerati per dimostrare a tutti la sua prosopopea, chiederò educatamente di smetterla la prima volta, poi senza dire nulla gli foro due pneumatici, tanto possiede un’Alfa del signor Marchionne, e se non erro nemmeno la producono più in questo Stato. Mi compro un cacciavite dai cinesi di Hao-Mai, lo tengo nella giacca fino all’imbrunire, quindi esco di soppiatto osservando intorno di sottecchi fingendomi circospetto badando a non scrivere per lapsus “circonciso”! Per evitare l’errore ripeto tre volte “circonciso l’ebreo” e “circospetto io”…mmh…funziona!

Prima di lasciare la parola ai professori veri farei un ultimo appello alla gentile platea, che la piantassero di utilizzare quella specie di linguaggio che Orwell non avrebbe saputo inventare:
le competenze e le abilità, il saper essere o il saper fare, lo sbocco lavorativo dei prerequisiti che aiutano il discente in itinere e incontinente, verifiche semi-strutturate per un portfolio di tutte le stronzate, unità didattiche e di apprendimento, recupero del debito, ispettorato voluto dal provveditore che ingiunge una rettifica e sospende i fondi strutturali delle funzioni strumentali! Pornografia!

Sandro  Abruzzese

Ultimo giorno di scuola senza speranze

L'Irpinia d'Oriente vista da Michele Capobianco

L’Irpinia d’Oriente vista e fotografata da Michele Capobianco

MARISA
Quando ho chiesto da dove venisse, visto che porta il cognome di una famosa famiglia di stilisti calabresi, ha confermato senza troppo entusiasmo le sue origini di Gioia Tauro. Sembrava leggermente a disagio. Mi è parso che per lei fosse un peso, visto che ci aveva tenuto a ribadire più volte che non tornava mai dai parenti, era nata e cresciuta a Verona e non le piaceva il Meridione d’Italia. Come insegnante non è nuovo per me imbattermi in questi ragazzi che hanno vergogna delle proprie radici, del nome che portano perché connota la loro provenienza. E’ un marchio di fabbrica che apre a mille luoghi comuni. La verità è che il Nord ignora il Meridione, fratello minore e pecora nera che invece conosce benissimo il proprio Settentrione, avendo contribuito a costruirlo con i sacrifici umani della migrazione. Già vedo le litanie sui tanti soldi sprecati nella questione meridionale, ma ovviamente nessuno si preoccupa di conoscere il reale importo di queste cifre diventate leggendarie. Vista dalle pendici delle Alpi la parte meridionale dell’Italia assume contorni mitici: c’è sempre il sole e abitano tutti al mare, per giunta o evasori o addirittura senza lavorare.

Le scuole di Verona, però, sono piene di figli del Sud che a malincuore portano i nomi dei nonni. Quindi da tempo non mi sorprende la vergogna dei ragazzini, mi avvilisce però quella degli adulti che hanno gli strumenti per capire e la forza per difendersi. Il Sud ha sempre arrecato danno a sé stesso e ne ha continuamente pagato le conseguenze sulla propria terra, col proprio sangue dei morti ammazzati, del sopruso perpetrato dalla politica e dalla criminalità, facce della stessa medaglia in accordo con interessi nazionali. Chi conosce la storia d’Italia sa che il Sud ha qualche responsabilità, ma non ha debiti!

Comunque Marisa non vorrebbe continuare gli studi, andrebbe volentieri a lavorare come impiegata in un’agenzia viaggi per spedire la gente intorno al mondo. Ama quei cartelloni giganti che raffigurano esotici atolli, di solito piazzati dietro alle scrivanie degli uffici che in qualche modo danno aria di finta estate. Spero solo non finisca per usare quel solito slang pieno di parole inglesi come il jetlag, il check in, l’afterhour, il board del car sharing e tutto il resto. Poi siccome è brava le affideranno coppie di sposi in luna di miele, vecchi attempati con amanti straniere, pacchi di turisti che vanno nelle belle isole greche: tutti a caso e per sentito dire, a cercare con forza all’esterno quello che evidentemente hanno proprio ben nascosto dentro. Oggi, complice questo cielo di piombo che non ha voglia di promettere niente, spero solo che Marisa comprenda a cosa hanno rinunciato i suoi genitori per venire a lavorare qui, e trovi il futuro che desidera senza rinunce, e senza assenti!

TESSA E LINDA
Quando arrivò a Verona aveva sette anni. La sua famiglia viene da un paesino vicino a Durazzo. Tessa ricorda con amore la campagna in cui è vissuta con i nonni e ha un carattere estroverso. Una volta, appena conosciuta, ci ha raccontato della sua richiesta di cittadinanza italiana, e a distanza di due anni nessuno si è ancora degnato di una risposta. Fra un po’ le sue compagne, compiuti diciotto anni, andranno a votare anche per lei. Per fortuna è una ragazza serena, sempre gentile. Per lei felicità è la presenza delle persone che ama, la condivisione, e un ragazzo che per ora la fa stare davvero bene. E’ determinata a lavorare all’estero e a tal proposito devo dire che parla molto bene l’inglese. I nostri legislatori dovrebbero passare un po’ di tempo con i ragazzi come Tessa. Ma il nostro Stato è un Leviatano che arranca, sempre in ritardo, per debolezza e paura urla, sa solo minacciare. Non farà in tempo a conoscere questa ragazza che già pensa all’Europa, dove qualcuno dice che le cose funzionino davvero, e io glielo auguro. Oggi che il vento gela dentro, e l’aria fredda non si fa respirare, spero che tutto vada come deve andare, perché Tessa ha già dato molto più di quanto le è stato restituito, e non è più disposta a fare credito!

Forse partirà insieme a Linda: media dell’otto e un carattere forte, dietro cui si nasconde alle volte un po’ inquieta, o quando è arrabbiata per chissà cosa. Poi però se ne pente. Anche i suoi genitori, come quelli di Marisa, sono calabresi, questa volta di un paesino sperduto sull’Aspromonte. E purtroppo anche lei non si cura affatto di queste origini, la sensazione è di ingombro, un peccato originale. Per fortuna qualcosa ancora se la ricorda.
Il profumo del caffè le ricorda quando i grandi di casa sua lo bevevano e lei ancora non poteva, il cartone animato che adora sono i Pokemon e il ferro da stiro che sbuffa la porta alla mamma che andava a stirare nella sua cameretta. Scrive che il blu è il colore dell’uovo gigante che il papà una volta le regalò di ritorno dal lavoro ed è rimasto il suo colore preferito. La resina, invece, la catapulta nei suoi amati boschi, quando ancora si arrampicava sugli alberi senza paura di sporcarsi o farsi male. Ama l’odore dei libri perché le piace leggere, delle volte parla di un ragazzo, dei film horror che ha iniziato a vedere da bambina e non ha più smesso, della pasta al ragù della nonna. Ciò che vedo negli occhi di Tessa e Linda è la stessa voglia di fuggire che avevo io alla loro età. Ma non è semplice rinunciare alle radici, la voglia di fuggire dopo un po’ passa, e qualche volta la solitudine resta. Occorre essere attenti a non rimanere in mezzo, si rischia di risiedere in eterno nel paese della recriminazione a oltranza.
Continua…Sandro Supplentuccio Abruzzese
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