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Langer e Leogrande: dialogo tra le frontiere

*Articolo uscito in precedenza qui su Le parole e le cose

La recente pubblicazione del volume Dialogo sull’Albania (Alphabeta Verlag 2019), curato dall’insegnante e scrittore Giovanni Accardo, incrocia i percorsi intellettuali di Alexander Langer e Alessandro Leogrande a cominciare dall’attenzione che entrambi hanno dedicato al paese balcanico nel corso della loro vita. Un lavoro che, riportandoci alla caduta della Cortina di ferro orientale, ci offre l’occasione per ripercorrere alcune tappe del passaggio di consegne tra i due osservatori sull’Albania, nonché di tentare di comprenderne, almeno in parte, le motivazioni. Si tratta di un intreccio di prospettive che, affrontando temi delicati quali il ruolo delle frontiere, la capacità di dialogo interetnico, l’identità, la memoria, e la tragedia del Mediterraneo, apre a una ripresa di argomenti costantemente al centro del discorso politico odierno.

Frontiere

“Le frontiere cambiano, non rimangono mai fisse. Si allarga l’Europa e mutano i punti di ingresso. Scoppiano guerre, cadono dittature, (…) e si aprono nuovi varchi. I varchi a loro volta creano un mondo”, ha scritto Alessandro Leogrande nella Frontiera, tassello imprescindibile di quello scavo alla ricerca di categorie interpretative della storia recente che è la sua produzione intellettuale.

In questo libro Leogrande, ricostruendo il mondo degli altri, e lottando contro il silenzio che avvolge le vittime del Mediterraneo, raccoglie pazientemente storie che finiscono per tratteggiare le linee di un unico sistema concentrazionario dai confini variabili. L’Eritrea di Afewerki, uno dei fili che consentono all’autore di collegare le ex colonie italiane allo sviluppo di feroci dittature, non è altro che un campo di concentramento in grado di riportare la mente ai peggiori misfatti del ‘900.

E a una sorta di sistema concentrazionario rimandano le insidie e i pericoli dei migranti. Nel viaggio di esuli, profughi e fuggiaschi, è lo stesso Leogrande a parlare di sommersi e salvati in preda a poliziotti sudanesi, trafficanti libici, campi di detenzione, tortura, e infine naufragi. La legge a cui le condizioni dei viaggi conducono i naufraghi, poi, è quella della sopravvivenza, del pensare per sé. Anche in queste storie vi è, come per i profughi seppelliti al cimitero di Agrigento, la scomparsa dei nomi, e il ritorno di semplici numeri identificativi, spesso finiti su delle croci. Per i salvati, quando va bene, non vi è che il caos dell’accoglienza italiana, con tutti i suoi limiti e umori politici.

Leogrande segue i confini europei, da Lesbo a Lampedusa, finché la vicenda del curdo Shorsh non lo conduce a Bolzano, un’altra provincia in cui il fascismo nel corso del ’900 ha generato tensioni tali che oltre settant’anni di Repubblica non sono riusciti a risolvere, e in cui la composizione plurietnica della regione continua a vivere di rispettive separazioni e diffidenze.

È in questo piccolo ginepraio italiano che emerge la figura carismatica di Alexander Langer. Ed è proprio al politico di Sterzing che Leogrande guarda quando si fa, come in questo libro, esploratore di confini, per superare ostacoli e protendersi verso gli altri. È egli stesso, quasi in chiusura del libro, a ribadirlo: “è un elogio dell’autocritica e del tradimento, quello di Langer. Un invito a tradire non questa o quella persona, ma semplicemente l’idea stessa che i gruppi etnici e linguistici debbano rimanere compatti”.

Dialogo

A questo punto non è un caso che il capitolo della Frontiera intitolato Trafficanti narri del viaggio di Francesco d’Assisi in Palestina durante la crociata del 1219. Siamo davanti a un eclatante tentativo di superare barriere, di parlare a un’altra lingua, e – ricorda lo scrittore – a un fallimento, perché Francesco rientrerà sì illeso dalle file nemiche, ma senza alcun risultato tangibile, anzi del tutto scoraggiato per il sentimento di impotenza maturato nell’attraversamento della frontiera. Il frate comprende e dimostra, a un tempo, quanto sia ardua la strada verso la conciliazione di prospettive e ragioni molto distanti.

E proprio a Francesco pensava lo stesso Langer quando, nel Convegno giovanile di Assisi del Natale del 1994, con un lessico estremamente vicino agli scritti del frate umbro, parlò agli astanti di riconciliazione con la natura e stile di vita democratico, moltiplicabile per tutta la popolazione mondiale. Un mondo fatto di reale esperienza di condivisione interetnica, in un rapporto paritario, fondato sulla dignità e la giustizia tra Nord e Sud del mondo.

L’assunto di Langer partiva dalla lezione esperita in Sudtirolo, e cioè che la diversità consente solo due strade: i muri di odio, forieri di epurazione, esclusione, fanatismo; oppure attrezzarsi alla convivenza, nel dialogo, nella cultura, nella legislazione, nella società.

Il mondo plurietnico, andrebbe ricordato più spesso, non è un’opinione, ma un fatto. Ed è diretta conseguenza, Fanon e Said insegnano, dell’interconnessione globale avvenuta in un rapporto di dominio e sfruttamento di popoli, i quali si spostano, fuggono, come documenta Leogrande in Albania e Eritrea, per via della sistematica distruzione del sostrato sociale, economico e politico dei paesi dominati da parte dei colonizzatori. O più semplicemente perché non si può negare ai giovani di qualsiasi luogo di desiderare ciò che è facilmente alla portata dei loro coetanei occidentali.

Per questo Leogrande e Langer pensano al vagabondo e pontiere Francesco, e per questo il sudtirolese, nella sua lettera a San Cristoforo, ricorda la forza e l’umiltà del santo traghettatore di viandanti: “prendere sulle spalle un bambino per portarlo dall’altra parte, un compito per cui non occorreva certo essere un gigante come te (…)”. E invece di fronte alla scoperta di interi mondi in fuga, i due intellettuali divisi da una generazione capiscono che essere nel giusto non basta, anzi si scoprono entrambi inermi, sovrastati, proprio come era accaduto a Francesco dopo la Palestina.

Se per Langer, quindi, all’origine dell’interesse per i conflitti interetnici vi è l’esperienza dolorosa della propria terra, nonché una militanza trentennale tra le maglie etniche europee, Leogrande viene da quel meridione d’Italia, terra di caporalato e migrazioni, di mafie e politicanti, che si può ben ritenere una delle più grandi occasioni perse del paese.

La Taranto da cui Leogrande parte e ritorna ogni volta è simbolo di un’idea di Meridione calata dall’alto, della grande industrializzazione nazionale, dove le acciaierie hanno decretato, al pari di un sisma, la distruzione dell’assetto sociale, urbanistico e territoriale della provincia.

Dunque, se guardiamo agli scritti del tarantino, il focus dei suoi interessi sembra estendersi e svilupparsi in cerchi concentrici dalla Puglia all’Italia e al Mediterraneo: dalla raccolta postuma su Taranto e l’epopea di Cito, alla vicenda del naufragio della Katër i Radës, dalla ricostruzione del caporalato pugliese alle sorti dell’Albania orfana di Enver Hoxha, e poi dei naufraghi del Mediterraneo. Con Leogrande, come per Langer, siamo dunque di fronte a un intellettuale a tutto campo, stavolta proveniente dalla nobile tradizione meridionalista di Salvemini e Fiore.

Verso la libertà

Tornando al paese delle Aquile, la prima parte del Dialogo sull’Albania, siamo nel dicembre del ’90, principia dalla crisi della guida politica albanese comunista vista e raccontata, nelle vesti di parlamentare europeo in missione estera, da Alex Langer.

Gli studenti affollano le piazze, invocano l’Europa, in molti conoscono l’italiano e considerano l’Italia un approdo e un partner naturale. L’Albania è un paese con fortissime differenze tra città e campagna e, sebbene non si capisca come avverrà, Langer registra un inevitabile processo di cambiamento che giudica fin da subito irreversibile. Quanto ai giovani, scrive: “basta ascoltarli e ammirare la loro incredibile conoscenza delle lingue occidentali per capire che l’Europa è il loro riferimento”. In questa fase – accadrà in futuro per l’ex Jugoslavia – egli intravvede chiaramente la possibilità per l’Europa di esercitare, nell’area balcanica, dopo il lunghissimo regime di Hoxha, definito un “carcere di massa”, una leadership stabilizzatrice.

Tuttavia nel giugno del ’91 la rabbia è per l’insipienza del governo italiano, reo di pretendere, con argomenti pretestuosi quali la raggiunta libertà politica del paese, il blocco delle migrazioni verso l’Italia. Sparare su chi fugge, speronare e ricacciare indietro profughi in evidente e gravissimo stato di bisogno, farà esclamare a un esasperato Langer: “Che vergogna, tutti quei carabinieri, poliziotti e guardie di finanza mobilitati a imbarcare con l’inganno e con la forza, gli albanesi delle zattere, per rispedirli in patria!”. Un intervento inclusivo e generoso, secondo il bolzanino, avrebbe invece fermato l’escalation balcanica, mentre il progetto di una sola Europa ricca non avrebbe evitato un futuro di esodi.

Poco tempo dopo “Un popolo intero, per secoli fiero della sua austera povertà e del suo senso di indipendenza, per un certo tempo si è trasformato in una folla di mendicanti, che chiedevano aiuti all’estero e i cui giovani tentavano in massa di fuggire dal paese per cercare altrove un possibile avvenire di prosperità”, annoterà il bolzanino.

Un paese in cui risorgono problemi etnici con la minoranza greca, in cui la magistratura, come l’informazione, dipende ancora dal potere politico, ma che pian piano, dal ’92 al ‘94, mostra, anche grazie alle rimesse dei numerosi emigrati, piccoli segnali di miglioramento e apertura.

Il paese di fronte

È da qui che un giovanissimo Leogrande, allo svoltare del millennio, riprende il filo, registrando da subito la biforcazione albanese: un doppio volto che passa dalla massiccia e disordinata urbanizzazione di Tirana e Durazzo alle attività criminali del porto franco di Valona.

Ormai gli albanesi si muovono in Europa col passaporto biometrico, e all’esodo del “paese di fronte” corrisponde in Leogrande l’immagine degli immigrati meridionali di un tempo: vi è la stessa mobilità del mondo rurale, dei piccoli paesi verso le aree più sviluppate della penisola.

Nondimeno l’Italia nel marzo del ’97 è colpevole dello speronamento della motovedetta Katër i Radës, in cui muoiono 58 persone. Traspare nei resoconti e nelle analisi di Leogrande, che vanno dall’accoglienza del mercantile Vlora del ’91 alla tragedia della Katës e ai tempi recenti, il desiderio di un Sud e di un’Italia migliori. È come se la vicenda albanese riflettesse ciò che l’Italia e gli italiani sono diventati. L’Albania è in parte ciò che siamo stati, sembra dire il tarantino, e non può, proprio quell’Italia una volta contadina, terra di migranti, non capire di trovarsi al cospetto forse dell’ultima civiltà contadina europea.

Leogrande dell’Albania ama la compresenza di tempi: le tracce sedimentate del fascismo e del comunismo, le ravvicinate contraddizioni, tra nuove ostentazioni di potere, lusso, e antica miseria. Del paese più giovane d’Europa scrive: “passeggiare per Tirana vuol dire attraversare (…) vari piani sociotemporali”.

Purtroppo il mancato dialogo dell’Italia con questa regione, è giudicato un fallimento che verrà replicato dall’Europa con i popoli del Mediterraneo, e allora il punto del suo lavoro sarà cercare di capire come l’impoverimento culturale europeo riesca a ridurre l’opinione pubblica a una sostanziale “indifferenza per la morte” e per il destino altrui, nella convinzione che questa incredibile indifferenza parli ancora una volta non solo delle loro terribili vicissitudini, ma di noi.

Nel frattempo l’Albania si volge ad altri paesi. Rapidamente i suoi giovani imparano altre lingue, guardano altrove. La sua classa dirigente rimuove il passato doloroso con un linguaggio sempre più falso e vuoto.

Rimozione e memoria

Eppure, venendo ai nostri giorni, verrebbe fatto di chiedersi cosa avrebbero pensato Langer e Leogrande se avessero potuto ascoltare, solo pochi giorni fa, in piena emergenza pandemia dovuta al Covid19, le parole del presidente albanese Edi Rama mentre si accinge a spedire una squadra di trenta sanitari in aiuto dell’Italia. Data l’eloquenza, l’umiltà e la ritrovata fierezza delle parole che seguono, vale la pena riportarne qualche stralcio:

“Lo so che a qualcuno qui in Albania sembrerà strano che trenta medici e infermieri della nostra piccola armata in tenuta bianca partano oggi per la linea del fuoco in Italia. (…)”, dice il presidente Rama, “Ma so anche che laggiù è oramai casa nostra da quando l’Italia e le nostre sorelle e fratelli italiani ci hanno salvati, ospitati e adottati in casa loro quando l’Albania versava in dolori immensi. (…) È vero che tutti sono rinchiusi dentro le loro frontiere, anche Paesi ricchissimi hanno girato la schiena agli altri, ma forse perché non siamo ricchi ma neanche privi di memoria, non ci possiamo permettere di non dimostrare all’Italia che gli albanesi e l’Albania non abbandonano mai l’amico in difficoltà”.

Sono parole importanti. Oggi che Tirana non è più quell’incrocio di fatiscenza, abusivismo e disperazione, e il primo ad ammettere lo scetticismo del decennio scorso sulle possibilità di un futuro diverso per l’Albania è proprio il suo attuale presidente, le parole sopracitate mostrano a un tempo di voler rimuovere la rimozione del ’97, e di non avere complessi di inferiorità, ma gratitudine. E ancora, il fatto che circa cinquecentomila albanesi vivano stabilmente in Italia, insieme allo stretto rapporto intercorso negli anni ’90, dimostrano la produzione di relazioni e risultati positivi. È lo stesso Langer nel Dialogo sull’Albania a chiarirlo quando spiega, numeri alla mano, come l’Italia, la Grecia, la Germania, tra il ’91 e il ’93, siano stati i maggiori contributori dell’Albania. Quasi la metà delle cospicue somme elargite furono veri e propri doni, e circa il 76% del totale degli aiuti proveniva dalla Comunità europea. La proporzione degli aiuti, scrive il politico sudtirolese, chiarisce “dove cercare i migliori amici dell’Albania”. Rama con le sue parole sembra proprio riconoscerlo.

E infine, chissà se Leogrande avrebbe mai immaginato che una via del centro di Tirana, all’ingresso del Parco Grande, potesse un giorno portare il nome dell’italiano che raccontò la storia degli albanesi: Rruga Alessandro Leogrande. Una via che conduce idealmente alla piazza principale di Tuzla, in Bosnia, dove una targa color argento e un giovane tiglio, dal ’95 sono dedicati all’amico di Tuzla, Alex Langer.

Capita a volte, e forse questo è il caso, che la storia ritrovi le sue trame più esili, e con i suoi tempi lunghi cristallizzi, piuttosto che i grandi avvenimenti, una parte minuta di quei piccoli intervalli, riportando alla luce qualcosa di coraggioso e fragile di quel tutto inestricabile che è il suo fluire. Potremmo a questo punto fare nostro il motto che Edi Rama racconta in Kurban: “Mio padre era solito dire: «Niente vale di più che lasciare dietro di sé un buon ricordo».”

Metamorfosi delle frontiere

Dialogo sull’Albania inevitabilmente conduce ad alcune riflessioni di ordine generale sulle frontiere nell’ultimo trentennio. Se la frontiera è il nostro bisogno di circoscrivere per costruire, è limite e riparo, se è sempre ambivalente e permeabile, non è mai eterna né del tutto naturale. Basta osservare la storia d’Italia con le sue barriere geografiche: l’Italia dei bruzii, quella dei romani, spostano continuamente i confini, proprio come fa l’Europa odierna nel suo allargamento a Est. Vuol dire che la frontiera riguarda la nostra capacità di progettare, è convenzionale e arbitraria, e risponde alla necessità di delimitare il mondo per produrlo e ripensarlo nel tempo.

Tuttavia, proprio come lo Schmitt del Nomos della terra metteva in luce la ridiscussione dello spazio globale ad opera delle nuove potenze mondiali rispetto all’Europa dell’800, oggi l’economia e la finanza, i mezzi di comunicazione e tecnologici, obbligano a ridisegnare il globo secondo proiezioni inedite. Se i dati, il capitale, le guerre, i virus, non hanno frontiere, le ragioni stesse della lotta di classe, della difesa ecologica del pianeta, da tempo hanno superato qualsiasi frontiera nazionale e reso impotente ogni discorso che non implichi la coesistenza in un rapporto di reciprocità.

Langer prima, e Leogrande in seguito, grazie a una visione nitida, di lungo periodo, delle dinamiche internazionali, indicano la strada per gettare le basi di un futuro amico, laddove, sotto gli occhi di tutti, accade l’esatto contrario. Ovvero le frontiere diventano trincee e al futuro si sostituisce la creazione ad arte di continui nemici. Gli sbarchi, grazie a un’informazione compiacente, occupano ossessivamente il centro del dibattito pubblico e il freddo numero di profughi, di vite umane, finisce per spostare il gradimento dei sondaggi e guidare la cinica tattica di partiti vuoti e desueti, da cui emergono leader di carta, mossi da sfacciato opportunismo.

Insomma, le ragioni di xenofobia e nazionalismo, alimentate dalla crisi morale, socio-politica, di rappresentanza, della democrazia attuale, mettono le frontiere al centro della politica nazionale. I limiti, i confini, ricorda Etienne Balibar, non sono più all’esterno, sul ciglio, bensì nel cuore del discorso politico. Sicché il bisogno di sicurezza sociale porta dritti all’identità nazionale, ovvero a una difesa schizofrenica delle radici europee, benché condita di sentimenti antieuropeisti. Si difende cioè il particolare dell’Europa, rifiutandone l’universale, senza comprendere che l’uno dimora inscindibilmente nell’altro. Si difende il simbolo di Cristo, il crocifisso, si richiamano le radici cristiane dell’Europa, dimenticando il Vangelo. Si esaltano sovranità e libertà, calpestando qualsiasi costituzione o diritto.

Ciò che succede in Polonia, Ungheria, Turchia, o quello che Leogrande ha documentato nella Grecia di Alba dorata, è un virus ben peggiore e duraturo del Covid19: la comparsa di un odio etnico cieco, antico e inedito, da cui nessun paese europeo è immune.

Se neofascismo e xenofobia attecchiscono laddove regna l’esclusione a vari livelli, e i discorsi sull’identità emergono quando le difficoltà del caso sono già in stato avanzato, ecco che allora identità e frontiere finiscono per rappresentare il termometro della crisi.

Ciò che Langer e Leogrande portano alla mente è che, come la nazione è stato un progetto dirompente, plurietnico, che ha disintegrato vincoli di sangue e privilegi per solcare nuovi confini, così l’Europa – davanti a decenni in cui interi popoli si muovono nel tentativo disperato di raggiungerla – è chiamata a ripensare il suo ruolo.

È in questo contesto che Alexander Langer e Alessandro Leogrande si collocano in qualità di mediatori e pontieri, per un’idea umanissima di mondo. È duro e forse anche retorico, ancorché verissimo, constatare che, in un mondo così grande e terribile, avremmo avuto ancora estremo bisogno di tutta la loro intelligenza.

 

sandro abruzzese

 

Bibliografia essenziale

Alexander Langer, Il viaggiatore leggero, Palermo, Sellerio, 1996

Alessandro Leogrande, Dalle macerie, Milano, Feltrinelli, 2018

Alessandro Leogrande, La frontiera, Milano, Feltrinelli, 2015

Alessandro Leogrande, Uomini e caporali, Milano,Mondadori, 2008

Dialogo sull’Albania, a cura di Giovanni Accardo, Merano, Alphabeta Verlag, 2019

Etienne Balibar, La paura delle masse, Mimesis Eterotopia, Milano, 2001

Sandro Mezzadra, Terra e confini, Manifestolibri, Roma, 2016

Edi Rama, Kurban, Il sacrificio, Rubbettino, Soveria mannelli, 2018

*Quasi tutti gli scritti di Alexander Langer sono disponibili sul sito della Fondazione Langer:

https://www.alexanderlanger.org/it

Andrà tutto bene

*ARTICOLO USCITO IN PRECEDENZA QUI SU POETARUM SILVA
A sinistra del coronavirus

Tutto si può dire dell’emergenza che stiamo vivendo per via del coronavirus tranne che non sia un’esperienza inedita, in grado di stravolgere il nostro punto di vista sulla realtà, fornendo altre prospettive. Intanto, ridisegnando lo stile di vita delle nostre città e dei paesi, pone la questione dell’essenziale rispetto al superfluo. Mostra cioè il volto della decrescita, un mondo più sobrio e povero, in cui la società diviene nuovamente da ripensare negli spazi e nel tempo secondo un nuovo senso comune dell’umano, tutto da ricostruire, magari all’insegna del lento, profondo, soave langeriano.
Poi l’ampia diffusione del contagio ha spogliato il discorso politico della iniziale sinofobia, lo ha de-etnicizzato, rendendolo pian piano universale. E questa universalità ha a sua volta zittito i vari leader xenofobi italiani, improvvisamente orfani di monotoni argomenti a loro cari per fomentare la paura e la fobia etnica, lasciandoci solo la doppiezza tronfia dell’abborracciato Renzi alla CNN.
Ma stando alla Lega, sul piano nazionale sono disponibili le giravolte di Salvini, passato dal “non si può fermare tutto” al “si fermi chi può”, il filmato di Zaia sui topi mangiati dai cinesi, le performance surrealiste di Sgarbi, sui cui davvero non vale la pena indugiare. Questo, nel silenzio di Berlusconi, è quel che resta della destra italiana. Ma nel frattempo il virus, propagandosi velocemente, rammenta che finalmente il problema non sono più i poveri, i migranti, gli sfruttati, non gli spacciatori nigeriani, non gli zingari o gli accattoni, non i clochard o i meridionali. Non erano loro a rubare il posto all’ospedale, all’asilo, alle case popolari. Anzi, le misure restrittive si abbattono in maniera fortemente disuguale proprio su chi non gode di reti sociali, di ampi spazi e risorse personali. L’emergenza colpisce fortemente chi è più fragile: i detenuti, i centri di accoglienza, le famiglie dei ceti medio-bassi letteralmente stipate in alloggi al limite della claustrofobia.
L’universale del virus, ponendo ovunque il pericolo del contagio, finalmente libera i capri espiatori, i vecchi untori – in precedenza usati per coprire i vizi italici della corruzione, della cattiva gestione dello stato – dal fardello della colpa. Il virus mostra i tagli allo stato sociale costringendoci a scegliere tra chi salvare e chi abbandonare.
Dunque, la pandemia non solo pone la necessità di un forte stato sociale, l’importanza della coordinazione e dell’equilibrio tra le varie parti del paese nel sistema ospedaliero, nell’istruzione, ma ridicolizza trent’anni di politiche neoliberiste bipartisan, nonché buona parte della classe politica nata da Tangentopoli.
Come se non bastasse, poi, con una istantanea obsolescenza non programmata, rende irricevibile e anacronistico qualsiasi progetto di autonomia differenziata in salsa leghista o piddina; e infine riporta l’attenzione sui lavoratori (medici, poliziotti, cassieri, magazzinieri, rider, ecc.), – parola desueta, lo so, – costretti a lavorare ugualmente per non fermare i servizi e l’economia italiana, a rischio della loro salute e di quella dei familiari.
Insomma, un evento del genere invita a ripensare il mondo per una configurazione diversa. Sembra lo shock, la catastrofe messianica benjaminiana, l’accelerazione (o la brusca frenata?) della storia capace di contestare alla radice un sistema tecnocratico e un modello economico per vari e comprovati motivi criticato, ma mai realmente messo in discussione.
A questo punto, rimandando ai problemi sollevati da Agamben (qui) nell’intervento del 26 febbraio sul Manifesto, e poi alle puntuali osservazioni del collettivo Wu Ming nel loro Diario virale sulla pervasività del controllo statale sui cittadini, la creazione e l’utilizzo ad arte dello stato emergenziale (qui l’articolo), mi limito a sottolineare che il virus, parlando di questo nostro essere in comune nel mondo, mostra i limiti del pantano politico italiano-europeo: di ogni discorso di solo impianto localistico, di sola impronta occidentale, o di qualsiasi politica che non sia proiettata in una sfera internazionalista, fatta di popoli e diritti umani inclusivi e estensibili.
La pandemia pone la questione di enormi passioni sopite, di utopie concrete, per troppo tempo messe da parte per la cupezza e il livore, per l’egoismo, l’indifferenza, le menzogne ereditate da questo trentennio. Ma se, in questo processo di elaborazione e risposta globale al virus, le destre europee svelano i tratti della loro inquietante natura, di solito nascosta dalla pavidità e dalla confusione del mondo progressista, il discorso del premier britannico Johnson, per fare un esempio, non solo risulta incredibilmente primonovecentesco, fondato su una concezione dello stato quasi machiavellica, frutto di una missione di dominio del mondo che sacrifica il ruolo del popolo per la grandezza della nazione; nondimeno riesce a negare il fatto che in uno stato democratico non esiste altro destino che il popolo, verrebbe da dire con Jean-Luc Nancy.
E il destino di un popolo è il popolo stesso nella sua continuità e nella costruzione di senso dell’esistenza. In democrazia non si tratta di destini imperiali, bensì di essere insieme agli altri come popolo, e non certo come moltitudini atomizzate da lasciare a se stesse.
Ebbene, il virus dirime anche questo: smaschera e costringe a scegliere tra due strade: la potenza delle nazioni, basata su una competizione internazionale senza freni né regole, che d’altronde ha caratterizzato il ‘900; la condivisione del globo a partire dal riconoscimento degli altri, dunque una nuova produzione di senso che investa la condivisione di questo spazio comune.
Il virus ha abbattuto le frontiere che i “sovranisti”, gli etnocentristi, ma anche l’imbarazzante finto progressismo rappresentato finora dal centro-sinistra a guida Pd, inventano di continuo basandosi su una versione dello stato nazionale superata dalla realtà pluralistica odierna. Così facendo, però, la pandemia reclama un nuovo nomos della terra: la ridiscussione di limiti, misure, confini, simboli, modelli. È, come dice Marco Revelli in un articolo per il Manifesto dell’11 marzo, (qui l’articolo) “una visione del mondo da rovesciare”.
Il vero pericolo politico e sociale, deve essere chiaro, è quel mondo che nega la coesistenza all’altro e che si chiama e si è sempre chiamato, anche se larvato, truccato, rinominato, semplicemente Fascismo. Con esso, si negano non delle opinioni, ma un fatto: il diritto di co-esistere, proprio mentre l’integrazione e interconnessione globale degli esseri viventi realizzata da un modello tecnologico-economico, si riversa con violenza sul piano sociale, ecologico, e quindi di nuovo politico.
Ecco perché la versione neoliberista e sovranista di Boris Johnson, al di là del pragmatismo nichilista, non deve sorprendere: esprime sì uno stile britannico, ma anche il cortocircuito di uno stato che tutela l’interesse capitalista, sacrificando il bene comune, ovvero il suo stesso popolo.
L’auspicio finale è che lo slogan “Andrà tutto bene”, adoperato sui social come atto di resistenza e ottimismo dalla società civile italiana, non significhi che torneremo alla nostra cara disinformazione pubblica, o a distruggere ecosistemi, ad alzare muri e speronare navi gremite di disperati nel Mediterraneo per poi gioire della loro morte, che torneremo al razzismo diffuso, alle politiche di distruzione dello stato sociale, alla de-umanizzazione di poveri e diversi. Passato il virus, occorre un mondo realmente umano. Altrimenti non avremo imparato nulla dall’universale del virus. L’auspicio, insomma, è che vada e “andrà tutto bene”, per noi, ma anche per il resto del mondo.

© Sandro Abruzzese

Dalla fine della Sinistra al Salvinismo

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È difficile rimanere ottimisti di questi tempi rispetto alla situazione politica. Sembra che l’Italia sia immersa in una febbre antica. Si risponde al problema delle migrazioni puntando il dito contro i neri. Sono i neri il problema, diciamocelo, anzi i negri. È difficile dimenticare i fatti di Macerata, Firenze, di San Calogero, l’Aquarius.

La disorganizzazione dello stato italiano produce, oltre alle mafie e ad altre forme di acceso squilibrio, anche questa deriva ignobile. Si vive di capri espiatori come in epoche tutte da dimenticare, utilizzando slogan degni dei periodi più bui della storia.

La regressione del livello politico dei partiti, dell’informazione, e di conseguenza dei cittadini, è il termometro delle condizioni attuali: si ragiona per municipi, interessi di ceto, addirittura emerge un nuovo, fantomatico, interesse nazionale.

Se solo il fascismo mascherato è più odioso dei fascismi, tuttavia i Salvini o i Berlusconi non possono essere considerati la causa, bensì il prodotto della condizione odierna. Per arrivare a questo punto è occorso abituare le persone a narrazioni illogiche, emotive, irrazionali. Occorrono decenni di complicità trasversali per cancellare la ragione, boicottare i nessi logici, ignorare costantemente le cause prime degli eventi e puntare tutto sullo sfruttamento del rancore e della paura. Solo così lo sradicamento, l’emarginazione, la solitudine, le frustrazioni, diventano il bacino d’odio a cui attingono le destre dei vari Salvini. Ma prima di ciò bisogna privare i cittadini di comunità, spaesarli, togliergli assistenza e voce, privarli di senso, per domiciliarli nell’estraniamento, farli sentire insignificanti e inutili. Per arrivare a Macerata, San Calogero e all’Europa odierna bisogna spogliare le persone della loro dignità e abituarle a un certo grado di servilismo, occorre atomizzare la gente per renderla così fragile e debole. È la messa al bando della ragione e della politica a generare la viltà di oggi. Quello che vediamo è solo il prodotto di una lontana e ignominiosa resa.

Tanto più che qualsiasi analisi seria e argomentata, anche se razionale, documentata, veritiera, ormai è destinata a essere zittita dagli schiamazzi di ringalluzziti leader politici e seguaci. Hanno la maggioranza e gli italiani sono con loro, dicono. Allora qualcuno dovrebbe ricordare che tuttavia democrazia non è sempre decidere a maggioranza, poiché non vi è democrazia se non sono assicurate le condizioni democratiche, che vengono prima della maggioranza.

E invece per il problema dei migranti la soluzione proposta da decenni è spostarli, evitarli. Si cerca solo di farli sparire alla vista. Non conta altro.

Qualcuno obietterà che i migranti non fanno parte della famiglia, non sono italiani e per di più sono neri. Ma il fatto è che una patria realmente democratica si costruisce nel rispetto del genere umano, non della famiglia. Una patria democratica, mi riferisco anche all’Europa, è reciprocità, la sua base è la giustizia. E ogni volta che il privilegio soppianta la giustizia, muore un po’ di patria, come sta morendo la nostra, verrebbe da dire.

Prendiamo l’indignazione per le spese dovute ai migranti: stranamente questa indignazione non compare per l’endemica corruzione, per lo strapotere mafioso, per l’inefficienza della giustizia, della sanità, stiamo parlando di cifre ben più cospicue che però hanno un filo in comune: queste, sì, sarebbero responsabilità della nostra classe politica e dirigente.

Dunque, si potrebbe abbozzare una risposta al fenomeno migratorio, tutti sanno che è generato dalla forza centripeta del capitalismo. È il capitalismo, la nostra forma finto-opulenta di esistenza globalizzata, invasiva e distruttiva, a metterci in rapporto di reciprocità con chiunque, una forma economica basata sull’energia e il lavoro a basso costo, per cui il tema dell’egoismo nazionale è non solo anacronistico ma anche un ulteriore svilimento del discorso. Se c’è un debito è dei paesi ricchi verso il resto del mondo, ricordava Langer, poiché sappiamo bene che questa ricchezza è fondata sull’oppressione, la distruzione e l’inquinamento di interi altri mondi possibili. La nostra è una storia di una violenza e di una vigliaccheria inaudita, ma far finta di non averne memoria è davvero il colmo.

Stiamo parlando del sistema politico-economico delle grandi potenze in cui, tra l’altro, da tempo si registra la gravissima subalternità della politica all’economia, per non parlare della dittatura della crescita: un ossimoro che ignora l’ecologia, la sostenibilità, i diritti umani. Ancora una volta siamo vittime di una realtà autodistruttiva e, anzi, tutto il mondo risulta basato sui suoi astuti feticci: quello della potenza, quello del benessere: è una colossale follia globale. La stessa follia proposta sulla pelle dei profughi che fuggono dalle nostre guerre, sulla pelle dei migranti che fuggono dai nostri dittatori. È la politica dello struzzo che pur di non ridistribuire la ricchezza farebbe di tutto.

Ma come è stata possibile tale regressione? Tornando all’Italia, quel che è mancato negli ultimi trent’anni è una vera sinistra internazionalista, pacifista, che rinvigorisse l’imprescindibile critica della società di stampo marxista e con essa rinnovasse l’attenzione alla vita delle persone. E invece la distanza tra società e politica si è fatta siderale e esiziale. Non ultima, è venuta meno quella tensione culturale, il dovere morale della continua ricerca di equità e giustizia propria della sinistra. La critica politico-economica è diventata ricetta stantìa, come le forme di protesta, gli slogan, l’apporto si è fatto talmente narcisistico, egocentrico, da risultare aperto personalismo.

Ciò che rimane nell’immaginario collettivo di trent’anni di politica di sinistra italiana sono i salotti televisivi e i cashmere di Bertinotti, la barca a vela di D’Alema, i romanzi improponibili di Veltroni, l’umiliante deriva verticistica renziana.

Mentre tutti i leader politici occupavano più i talk-show che gli scranni parlamentari, veniva completamente abbandonata la rete capillare delle strutture partitiche della penisola, essenziali luoghi di condivisione, coinvolgimento e partecipazione: vera ossatura della penisola.

Nel frattempo, i luoghi, i territori periferici, abbandonati dai partiti, hanno subito i cambiamenti senza comprenderli e senza potervi partecipare, la vita privata ha preso il sopravvento un po’ ovunque. E il risultato è che i luoghi oggi non esprimono più alcuna identità, non creano cultura, ma la importano dai mass media. Si vive di un riflesso artificiale, regredendo così da comunità a mere località di spaesati. Così i residenti vivono in delle riserve, spettatori delle vite vere, urbane (sempre più artificiali), cioè quelle rappresentate mediaticamente. Nelle riserve la politica oggi arriva solo per le elezioni, a chiedere il voto. È prima di tutto uno sradicamento spirituale, quello di cui parlo, poi materiale, certo, su cui è stato facile soffiare il fuoco della paura, della frustrazione, della rabbia. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: e allora è il caso di citare Gramsci per dire: Istruitevi perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza.

Sandro Abruzzese

Perché il REDDITO MINIMO è NECESSARIO!

O  del come non si tratta di democrazia, senza giustizia

comunista piero

dal progetto fotografico Close your eyes, a La Courneve, il comunista Piero, foto di Daniele Domenico Delaini

Per capire l’importanza della discussione intorno al reddito minimo occorre fare un discorso articolato. Cercherò di essere il più conciso possibile.

Oggi i governi democraticamente eletti devono sottostare ai ricatti del mercato, del capitale finanziario. Ma la posta politica in gioco, la massima aspirazione per i cittadini, italiani e non, credo sia il raggiungimento del più alto grado di libertà individuale e collettiva, la posta è il progresso morale e materiale, quindi più capacità di incidere sulla propria vita, sulla realtà, più democrazia, socialità.
E tuttavia la libertà non esiste senza le condizioni materiali di libertà: occorre in primis che nessuno sia sfruttato. La libertà è prima di tutto “lavoro e istruzione”, e un sistema di mercato come il nostro è accettabile solo se non genera “dominio e sfruttamento” ma è contendibile, scalabile dai cittadini o addirittura può essere ignorato: questa è democrazia come spazio di libertà.
È chiaro che in Italia, come ovunque, sul mercato esistono realtà di predominanza, fatte di introiti anche clamorosi, ma a questo punto se non interviene una redistribuzione equa delle risorse ci ritroveremo con dei cittadini di serie A e altri di serie B. La libertà di mercato quindi deve essere un’occasione per tutti i cittadini e non deve essere l’unica strada, anzi la sovranità dei cittadini passa per la libertà di scegliere tra competizione e solidarietà, o gratuità, insomma altri stili di vita a cui partecipare col proprio lavoro o contributo cooperativo.

Prendiamo la condizione odierna: oggi chi non ha denaro è spacciato. Oggi si considera compito di uno stato moderno garantire solo sicurezza, libertà, possesso, ma poi si lascia a ognuno l’onere di trovare lavoro, beni e altro. E invece risulta importantissimo rendere conto volta per volta politicamente delle occasioni, delle possibilità offerte ai cittadini (la costituzione insegna!): la divisione del lavoro, il reddito, la costrizione a dover vendere se stessi, le proprie conoscenze, la forza-lavoro, il tempo, secondo condizioni di “mercato” può non essere una condizione democratica poiché il mercato ha tendenza colonizzatrice e totalizzante, per dirla con Stefano Petrucciani, soprattutto se l’economia è slegata dalla preminenza della politica, come accade al nostro stato oggi.

È inaccettabile quindi che si costringa il cittadino ad accettare compensi e lavori determinati dal dominio del mercato e non dalla giustizia sociale (retribuzione, orario di lavoro, ecc). È in questi termini e per non mettere in discussione il capitalismo (il quale, è bene ricordarlo, col meccanismo dell’ereditarietà dei beni si rende antimeritocratico), né la libertà di mercato, che si pone il problema del reddito di esistenza o comunque si voglia rinominarlo. Si pone il problema, pensando a Marx, di limitare il dominio di classe e l’alienazione dell’individuo nella società.
Oggi, tra l’altro, abbiamo i mezzi tecnologici e economici per superare la visione ormai riduttiva nazionale di queste vicende e porle al centro del dibattito politico globale. In poche parole tutti devono ricevere i benefici della ricchezza e hanno il dovere di collaborare a ciò in condizioni di libertà, di opportunità uguali. Questa è la strada per la costruzione di un mondo fatto di libertà autentica.

Quello che ho scritto lo devo a tante letture che non ho il tempo di elencare, ma è frutto del mio lavoro, e produce valore perché chi lo legge impara qualcosa e questo può essere socialmente rilevante. A tal proposito sovviene ciò che scrive sul reddito d’esistenza Girolamo De Michele, e cioè che non lottando contro l’evasione, non avendo la volontà di redistribuire il reddito attraverso una tassazione più equa e produttiva, “anche senza partecipare ad attività produttive dirette, il mio intelletto è sempre al lavoro, come parte di un intelletto sociale che interagisce col sistema globale della conoscenza e della comunicazione” (La scuola è di tutti, p 61), quindi, il sapere nella nostra società è di per sé produttore di valore, è un’attività continua di elaborazione che merita un reddito minimo di esistenza.
Se l’intera vita viene messa in valore, allora è giusto che una parte di essa venga retribuita, oggi la conoscenza è la sostanza stessa del capitalismo che è diventato cognitivo. La conoscenza genera produzione e valore.

 

Sandro Abruzzese

Non si vota tutti i giorni

di Martino Melchionda

europe

Non si vota tutti i giorni.

Domenica ci sono le elezioni europee e un brivido mi corre lungo la schiena, come ogni volta che si va a votare. È una sensazione mista di piacere e attesa.
Votiamo ancora una volta, come sempre, per la nostra vita. L’Europa sembra lontana, soprattutto per i miei amici e fratelli che vivono nel mezzogiorno d’Italia, la mia terra. Eppure l’Europa siamo noi. Direi, soprattutto noi. Un’Europa senza il sud d’Italia (così come senza la sorella Grecia) non esisterebbe neppure. Neppure si potrebbe chiamare “Europa”! Perderebbe il diritto e resterebbe un continente senza nome, perché non potrebbe rubare un pezzo di storia e portarselo via.
Io so di votare per la mia vita, per quella della mia compagna, per quella dei miei amici, per quella della maggior parte delle persone e per quelli che sono in condizioni di precarietà e di sofferenza, anziani, immigrati, senza casa. Ma io so di votare anche per mio figlio e per i figli che verranno e che abiteranno questo mondo, questo continente. È questa la legge interiore che mi accompagna fino all’urna. È questa legge che seguirò anche questa volta. Per questa ragione milito, senza divisa.
Io sono dovuto partire, poi ho scelto di ripartire. Ma vorrei che il partire fosse motivato solo da una scelta individuale o dal desiderio di scoperta e conoscenza. Tutte le nostre esperienze e i posti in cui siamo vissuti ci hanno lasciato qualcosa e hanno aggiunto tanti pezzi che compongono il mosaico della nostra personalità. E questo mosaico è un’opera che si è fatta da sola, ma di cui noi abbiamo determinato la forma ultima. Questo mosaico ordinato e osservato attentamente racconta tante cose e allo stesso tempo una cosa sola, che siamo figli di questo tempo, di questa Italia e di questa Europa. In Europa viviamo ed è l’Europa che dovremmo contribuire a migliorare. Con ogni mezzo a disposizione, anche con qualche parola da condividere.
In questi ultimi decenni le condizioni materiali delle persone nel mondo, soprattutto dalle nostre parti, sono di molto migliorate e questo progresso materiale e sociale sembrava dovesse continuare ancora. Purtroppo, non è stato così e negli ultimi anni questo processo si è prima rallentato e poi quasi fermato, provocando sconforto, delusione, tristezza e depressione. Provocando povertà, rabbia, umiliazione. Ci eravamo illusi. Ci avevano illusi.
Ma guardando alla storia del passato con uno sguardo un po’ più lungo della nostra vista, scorgeremmo tanti momenti di arresto e ripresa del progresso sociale dell’umanità, o almeno della nostra (piccola) parte di mondo. Nell’ultimo secolo i grandi processi di emancipazione, intervallati da guerre mostruose e carneficine dentro le nostre stesse case, sono stati condotti dalle forze politiche che meglio avevano capito e interpretato le esigenze di milioni di persone che da secoli vivevano in condizioni di subalternità. Queste forze politiche erano rappresentate dai partiti della sinistra che avevano intrapreso e portato avanti battaglie fiere perché milioni di persone ottenessero il diritto all’istruzione, il diritto al lavoro, il diritto alle cure sanitarie, il diritto ad una pensione, il diritto ad una vita dignitosa. Queste stesse forze politiche, che tanto avevano sognato un mondo diverso e che tanto avevano fatto per costruirlo, ad un certo punto si sono smarrite perdendo di vista il loro orizzonte. Più semplice accontentarsi di gestire l’esistente. Ma la storia del progresso umano non ammette stagnazioni. Il rischio è di essere travolti, prima o poi, sotto il nostro stesso peso. Il rischio del caos diviene allora alto e le conseguenze imprevedibili. Ora ci troviamo esattamente di fronte ad un rischio del genere. È la ragione per cui ho deciso di scrivere queste considerazioni. Ma è con ottimismo che provo a farlo. Non è un preciso invito a votare per qualcuno. Perché non dietro gli uomini bisogna vedere le idee. L’Europa che voglio è una comunità di Stati che condividano la loro sorte e si mettano al servizio di un processo di pace e giustizia sociale. Che coinvolga, per cominciare, tutto il Mediterraneo. Nulla si può ottenere con la bacchetta magica, né dall’oggi al domani. Per questo motivo ho deciso di sostenere la battaglia per un’altra Europa e votare a queste elezioni europee L’Altra Europa con il nostro fratello greco Tsipras candidato alla presidenza della Commissione Europea. In Grecia, il suo partito di sinistra, Syriza, è riuscito a diventare in pochissimi anni il primo partito, passando dal 4 al 25%, parlando al cuore della gente e mirando a cambiare le sorti della Grecia e il cuore stesso dell’Europa.
Tsipras è il candidato alla Commissione europea che mira a cambiare le politiche, è l’unico candidato del sud Europa. Chi ha a cuore le sorti della sinistra e del senso di giustizia sociale non dovrebbe rinviare ancora o delegare ad altri. È questo il momento di decidere e “votare per la nostra vita”, per la vita di noi Italiani e dei popoli del sud del Mediterraneo. Nel rispetto delle leggi, nel rispetto della democrazia, nel rispetto degli avversari politici. Per tutto questo, non servono battute ad effetto. La politica, come la vita di ogni individuo, è una cosa molto seria. E con serietà va presa. Non siamo di fronte ad una partita di calcio o ad una sfida a poker dove chi vince si prende i soldi e li toglie all’altro. Questa non è una partita tra Renzi, Grillo e Berlusconi.
La storia recente ci ha insegnato che dei singoli uomini al comando è molto meglio diffidare. Potremmo pentirci di aver riposto male la fiducia.
Ma potrà essere troppo tardi, perché non si vota tutti i giorni.

LETTERE SETTENTRIONALI 16

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Una volta una delle poche persone serie del paese vinse le elezioni in un comune disastrato. Prese solo due provvedimenti di cui tutti si ricordano: alzare le tasse, e dichiarare il dissesto finanziario quando le tasse non servirono. Vincere le elezioni è stato il più grande insuccesso della sua vita.

L’assessore Micheletti è patito di tennis, una volta è andato pure a Wimbledon. Coi soldi del Comune ha fatto costruire un tennis club dove si allenano quotidianamente il figlio Michele, e un nipote, Alfonso, figlio della sorella. Tengono il maestro privato che viene apposta da Benevento. Sono gli unici iscritti.

Il vicesindaco Saponaro, da quando è al Comune, ogni anno organizza un festival jazz. Lui che sognava di suonare la tromba, da tre anni invita i suoi musicisti preferiti alla manifestazione. Tutte le sere sale sul palco, parla quindici minuti e si fa fotografare con i suoi idoli, poi li costringe a ringraziare l’amministrazione. Quindi adesso facciamo tre giorni di musica e trecentosessantadue di silenzio.
Però una volta è venuto pure Billy Cobham.

Il sindaco del mio paese ogni volta che c’è un’occasione pubblica prende il microfono per dire qualcosa agli astanti. Incredibilmente ha sempre qualcosa da dire e mai niente da fare. Se lo cercate non andate al Comune, lo trovate al Bar della piazzetta.

I giornalisti italiani nei talkshow invitano sempre le stesse persone. Ma non è quello. Il disagio deriva dal fatto che il conduttore sembra l’ospite, i politici i presentatori, e le cose più serie e importanti le dicono i comici.

Una volta a un ministro, lo so, non ci crederete, qualcuno acquistò una casa “a sua insaputa”.

All’università studiavamo spesso insieme e puntualmente agli esami lui pigliava trenta e lode e io ventotto. Al che mi ero fatto l’idea che fosse più bravo, anche se io tutta sta differenza mica la vedevo.
Me l’ha detto dopo vent’anni che il fratello del padre dirigeva tutto l’ateneo, e aveva fatto il piano di studi apposta con le materie in cui aveva la segnalazione. Ci ha messo un po’, però almeno me l’ha detto. A suo modo è un amico.

Hanno fatto i soldi col giochetto dei cambi di destinazione d’uso: compravano terreni agricoli e li trasformavano in zone industriali, edilizie, commerciali. Ne hanno fatte talmente tante che all’assessore al bilancio lo chiamano mago Merlino.

Lui è un buon amministratore, ha esperienza quarantennale, è il comune che tiene dodici milioni di debiti.

La politica della mia regione si può riassumere con l’importazione di qualche fabbrica e poche strade incomplete, diciamo che più che allo sviluppo si è puntato alla teoria del posticipo: adesso ci sta chi se lo guarda e chi lo gioca titolare. I primi alla finestra, i secondi con le valigie piene e pedalare…ci vediamo ad agosto.

SANDRO ABRUZZESE

LETTERE SETTENTRIONALI 9

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Sono rimasto solo, un’altra volta. E adesso che ho più di cinquant’anni sono troppo vecchio per partire e troppo grande per sopportare la malora della mia gente, lo sfacelo di una società malata di incuria. Ora che il livore mi attanaglia e raggiunge sovente le tempie, proprio ora la rabbia risulta insopprimibile e l’esistenza si fa ancora più pesante.
Vedo la sufficienza negli occhi dell’impiegato che raccoglie il mio ennesimo esposto, la sua commiserazione per il veleno e il sangue amaro che mi procuro.

dottò, stavolta li mandate tutti in galera a quelli: protezione civile, regione, e tutto il resto -. Ride.
Se solo fossi riuscito a spiegarmi un poco prima dove sbagliavo. Come mai intorno a me si creasse sempre il vuoto. Perché anche gli amici più cari si sfilavano, facendo sottili distinguo, o si allontanavano adducendo svariate motivazioni politiche. Quando non sapevano che dire parlavano di problemi di opportunità.

Invece il Partito mi ha tolto prima la salute e poi i soldi. E a Caserta se hai solo la salute non conti molto, se hai i soldi senza salute, i primi non ti servono a niente. Se non ce l’hai entrambe, ti chiami come me: Arturo Di Girolamo! E lavori da una vita affinché una manica di disgraziati, per quattro denari, non rovini per generazioni la terra che vorresti lasciare ai tuoi figli.

Poi una notte, dopo aver fatto l’amore, mia moglie, quasi come se sentisse il male del suo corpo, mi parlò con una voce ferma e delicata allo stesso tempo. Quell’anima che stava al mondo con grazia, sempre intenta a non gravare su nulla, a non esercitare alcun peso, che mi accompagnava dai tempi dell’università con discrezione, mi disse:

Artù, fammi una promessa: da domani sii più comprensivo e ogni tanto lascia correre. Pretendi di meno da chi ti sta accanto. Ma prima di questo devi essere meno severo con te stesso. Lo vedi che sei rimasto solo, al partito non ci viene più nessuno. Non è cattiveria come dici ogni tanto, no! E’ più semplice.
E’ la tua dignità Arturo mio, che tiene lontane le persone. La tua onestà, e l’impegno disinteressato per la gente.
Questo incute timore e crea imbarazzo.
Gli amici, Artù, hanno paura del tuo giudizio severo. E quello che ti è sempre sfuggito di chi ti stava intorno, mentre eri intento a cambiare il mondo, è che oltre alla buona volontà esiste la debolezza. Che la viltà non sempre è figlia della cattiveria. E la gente quando sbaglia qualche volta preferisce essere ascoltata, compresa. E qualche volta piuttosto ha bisogno di indulgenza, di un abbraccio. Si sottovaluta spesso la forza di un abbraccio, Artù. Ma la tua intransigenza a volte allontana. La tua forza morale scoraggia chi non ha la stessa vocazione. L’impegno continuo, la dedizione mettono in evidenza le assenze, le mancanze, i limiti degli altri.

Promettimi che sarai più indulgente. Promettimelo stanotte che i ragazzi dormono e noi ci siamo amati ancora come quando avevamo vent’anni. Ti basti che tutto ciò che allontana gli altri, è il motivo per cui ti amerò sempre immensamente, per cui preferirei morire piuttosto che rinunciare alla nostra vita. Quello che sei ha nutrito il nostro amore ogni singolo giorno, ma forse, Artù, non basta per nutrire il mondo.

Sono rimasto perché è stata l’ultima cosa che mi ha chiesto.

SANDRO ABRUZZESE
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POLITICA: PIOVE in SaRdEgNa, la Cancellieri rEstA, SI BLINDA IL GOVERNO e continua a girarmi LA TESTA

di Martino Melchionda

foto Daniele Delaini

foto Daniele Delaini


Che pena, Cancellieri resta. Anzi, forse sta pensando che non sia il caso di dimettersi e che, probabilmente, per l’interesse superiore del paese (interesse misterioso e altissimo, chiuso dentro stanze inaccessibili) deve continuare a difendersi. Ineccepibile.

Letta, pertanto, nel supremo sacro “interesse”, blinda il governo. Come suona bene “blinda”! Napolitano conforta tutti, rievocando un alto senso dello Stato. Alfano, intanto, spacca il partito del suo capo costruendo una seconda destra, una destra al quadrato oppure l’ombra di se stessa. Ecco, ora abbiamo una destra di governo e un’altra di lotta. La politica italiana sta alla Politica, come la collana Harmony sta alla Letteratura.

Intanto, piove in Sardegna e muoiono quasi 20 persone. Certo, è caduta una quantità di pioggia straordinaria. Perciò, per un evento straordinario, saranno utilizzati fondi straordinari che sforino il patto di stabilità, parola di Letta!

Ecco, bisognerebbe che fosse ben chiaro che in conseguenza di questo patto non si può intervenire nella cura del territorio, cura che potrebbe evitare disastri, danni a cose e morti assurde. E bisognerebbe tenere bene a mente che il patto di stabilità non è calato dal cielo, ma che qualcuno lo ha sottoscritto.

Chiuderei con una constatazione.
Alla scorsa tornata elettorale, il partito che aveva tra i primi punti del suo programma la cura del territorio e interventi di manutenzione di strade e infrastrutture varie, ha raggiunto una percentuale del 3%.
Intanto, il partito azienda raggiungeva il 22%, il partito da molti considerato il principale responsabile della situazione attuale il 25, il partito di un comico il 25.
Che pena.

ULTIM’ORA! L’Imu si paga…anzi no?!?

di Martino Melchionda

ULTIM’ORA! Ma sarebbe meglio dire ULTIM’ERA!

L’Imu si paga, anzi no. Però, forse si, ma no, non la seconda rata..altrimenti si rischia di non pagare la prima. O forse si. Dipende.

Mi confondo. Per il tesseramento al PD, si chiude, anzi no. Oggi? Forse si, ma dipende. Domani? No, il 18. Ovviamente, potrebbe essere il giorno 18 di uno qualsiasi dei prossimi mesi. Ma neppure questo è detto.

Berlusconi in galera? Graziato? Si. Deve essere graziato. Non può essere. Lui ha chiesto la grazia. No, è stato l’avvocato, anzi tutti e 5 i figli (Repubblica dice che l’abbia riferito Dell’Utri). Decade? Si? No, meglio di no. Anzi, non può non decadere.. Non c’è dubbio, decade.

Voto segreto! Anzi, quasi segreto ma non troppo palese. Dopo la legge di stabilità, nonsiamai!, ma chissà anche prima. O mai. Di Renzi, se non avesse la tessera del PD, non si capirebbe il partito e neppure se stia qui, di là o in mezzo a qui e là. O in nessuno di questi 3 posti. EpifaniCuperloPittella(non pervenuti,e qualcuno comincia a dubitare della loro reale esistenza).

Per fortuna ogni tanto intervistano l’unico candidato alla segreteria del PD degno di stima,nonché dotato di dignità, coerenza e intelligenza. E di idee. Pippo Civati.. (E davvero viene da chiedergli..machitelafafare?? In bocca al lupo!) E poi dall’altra parte (MIODIO!), BondiSantanchéLarussaFormigoniRutelli(eperchéno?aggiungereiancheVeltroni)CarfagnailpoveroCicchittoLupiAlfano

DiGirolamoBarbaraMarinaBerlusconiSilvio CHESTRAZIO! Ma forse no

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RIFLESSIONI DI UN EX SUPPLENTE PER UN NUOVO ANNO SCOLASTICO

LA POLITICA
Un altro giorno di maggio in cui cade la pioggia a secchi, inesorabile questo sistema globale continua a girare, scendono i tassi d’interesse della banca centrale, tutti si occupano della bilancia commerciale, mio zio dello spread, qualcuno più furbo come al solito ruba le provviste agli altri distratti dalle partite di calcio: addirittura è notizia di oggi che le formiche rosse assaltano i granai delle cicale chiuse nei capannoni industriali, le quali stanno tutto il giorno a lavorare per una ditta dell’Estremo Oriente. Si è capovolto il mondo! Dicono che c’hanno il mutuo da pagare, si sono fatte fregare dai tossici che non sono più per strada, a minacciare con le loro siringhe, si sono evoluti in una specie di cambiali, tutto un discorso complicato che oggi nessuno ha voglia di spiegare.

Comunque l’erba del vicino e i miei capelli continuano a crescere, perfino il parrucchiere dalle mani d’oro, tra shampoo e balsamo vende bigiotteria, in sala d’attesa offre immobili imperdibili, ripara gli orologi e produce tè solubile: dice che per sopravvivere bisogna differenziare l’offerta, non solo l’immondizia! Sarà!?

Mi chiedo se la vita sia una sola come sembra, che senso abbia riempirla di rinunce:
rinuncio al padre, rinuncio alla madre, rinuncio a satana perché dio sia lodato; rinuncio ALL’AMORE, ALLA POESIA, meglio la palestra e non bevo più il caffè; ho smesso di fumare, riverisco i capi, ormai viviamo il tempo di un condannato; non ascolto più musica, non leggo libri, non vado al cinema, tanto mi dicono che è tutta roba commerciale. Addirittura il cibo detto biologico è dittatura delle multinazionali.

Allora, dicevo, continua a piovere, a giugno mi licenziano, e a settembre se sono vivo mi si riprende come se nulla fosse, è il settimo anno. Un giorno o l’altro dico basta con la moderazione, ogni volta sta cavolo di larga coalizione per fare fessi i cattolici insieme ai laici, dilapidare i soldi pubblici facendo finta di pensare da sessanta anni alla Questione Nazionale: l’accesso al credito, le infrastrutture, la banda larga della Magliana, l’agenda rossa, e il contrasto della politica con la magistratura! Che palle!

Mo’ basta! Dico, pure se sono soltanto un animale, da qui in avanti prima di finire, mi prendo tutto quello che mi spetta: parto da cose semplici, che so, dalla pancetta! Vado alle manifestazioni e se necessario grido in faccia a questi buffoni che è ora di finirla di rompere i coglioni con gli esodati e i condonati, con le partite iva dei nullatenenti, con la flessibilità che a furia di invocarla non c’è rimasto nulla che sia ancora duro. E mandateci i vostri nipoti a fare quelle spedizioni di pace militare, lo dico prima a quelli con la bandiera rossa che a forza di lavarla gli è diventata vuota. Poi prendo la parola nel mezzo del congresso per chiedere se è normale che il tal partito con i miei voti si allei con quelli che io non avrei votato mai. In ultimo troverei essenziale che ci fosse un avvicendamento tra militanti, che uscissero con un calcio in culo tutti i senza pudore, per dare una speranza: prego che avvenga senza rancore!

LA SCUOLA
A scuola sarò sempre oltremodo polemico, interverrò a ogni collegio docenti per dire che queste riforme degli ultimi vent’anni le sostituisco ai lassativi per farmi cacare, dopo che gli ho corretto perfino le prove invalsi, sosterrò che erano verifiche che non avrei saputo superare. Quindi a quel tizio forbito che ci fa dei pipponi esagerati per dimostrare a tutti la sua prosopopea, chiederò educatamente di smetterla la prima volta, poi senza dire nulla gli foro due pneumatici, tanto possiede un’Alfa del signor Marchionne, e se non erro nemmeno la producono più in questo Stato. Mi compro un cacciavite dai cinesi di Hao-Mai, lo tengo nella giacca fino all’imbrunire, quindi esco di soppiatto osservando intorno di sottecchi fingendomi circospetto badando a non scrivere per lapsus “circonciso”! Per evitare l’errore ripeto tre volte “circonciso l’ebreo” e “circospetto io”…mmh…funziona!

Prima di lasciare la parola ai professori veri farei un ultimo appello alla gentile platea, che la piantassero di utilizzare quella specie di linguaggio che Orwell non avrebbe saputo inventare:
le competenze e le abilità, il saper essere o il saper fare, lo sbocco lavorativo dei prerequisiti che aiutano il discente in itinere e incontinente, verifiche semi-strutturate per un portfolio di tutte le stronzate, unità didattiche e di apprendimento, recupero del debito, ispettorato voluto dal provveditore che ingiunge una rettifica e sospende i fondi strutturali delle funzioni strumentali! Pornografia!

Sandro  Abruzzese