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Viaggio a Serravalle

Il paesaggio padano, quello della locomotiva economica del Belpaese, verso il limite estremo della pianura finisce per tradire quella sua aura protestante dovuta all’esasperato funzionalismo produttivo, per lasciare spazio ai resti, all’ibrido, alle deviazioni verso il particolare. E i particolari, dando luogo alle contro-condotte più esasperate, svelano i recessi e il recondito dei luoghi. Ecco perché da Francolino, da Copparo o Argenta, andare verso oriente significa varcare soglie invisibili che parlano dell’Italia tutta, non solo della parte più ricca e efficiente, di solito gremita di capannoni industriali. Qui la pianura, proprio perché molteplice, si mostra più fragile e sincera. 

La golena di Serravalle, per esempio, stretta com’è tra Santa Maria in Punta e Papozze, laddove il Po si ramifica in due tronconi, quello di Venezia e di Goro, è uno dei tratti più suggestivi del Parco del Delta. La golena è fitta di boschi e, anche qui, come a Borgo Santa Maura a Polesella, chiuso il ristorante che molti rimpiangono, a gestire i bungalow e il molo delle barche è un signore tedesco che vive sul fiume tutto l’anno. Lo cerchiamo ma stavolta siamo sfortunati.

Sul molo ci accompagnano Sergio e Elisabeth. Sergio fa cenno di guardare in alto, in cima a un palo che funge da padimetro svetta il livello spaventoso della piena del Po del 2000. 

Sergio, orafo e ceramista, uruguaiano trapiantato per amore di Elisabeth sulla riva destra del Po sedici anni fa, ci dice che i vecchi qui vivono in maniera essenziale, acquistando il poco che non sono in grado di produrre. Si accontentano di sopravvivere, a volte. Non rinunciano al lavoro. Per loro non è un problema. È vita, il lavoro. Anche la fatica, il sudore, è vita. Quello che ti restituisce qualcosa, però. C’è una cesura generazionale tra il mondo agricolo, artigianale e i ragazzi di oggi che, invece, sono simili a quelli di qualsiasi altro posto: hanno il profilo Instagram, il corpo tatuato, lo stesso taglio di capelli dei milanesi o dei romani, affollano le bacheche con i selfie e le foto delle sere passate in discoteca. È a loro che occorre rispondere, alle loro legittime aspirazioni. Così a volte viene meno la continuità, anche se il lavoro ci sarebbe, non sempre c’è chi vuole portarlo avanti, soprattutto nelle aziende agricole dei dintorni.

Ho raccontato altrove (CasaperCasa, Rubbettino 2018) la storia di Sergio, l’emigrazione dall’Uruguay all’Argentina, i difficili anni dell’Argentina, l’approdo a Bologna. Con Elisabeth, che a Serravalle è nata e cresciuta, hanno scelto di crescere qui i propri figli. Sergio ha rinunciato a fare l’orafo, la filiera della ceramica moralmente gli restituisce sonni più tranquilli, dice, e ricorda la frase di Gandhi che ama: “Dobbiamo essere noi il cambiamento”. 

Inoltre, a Serravalle ha imparato, dal padre di Elisabeth, agricoltore, a fare un po’ di tutto, e a sua volta lui ha portato i suoi valori ecologisti nella campagna ferrarese. Da qui, per ridare fiato alla terra, il progetto di un bosco di bambù, una pianta che risana l’ambiente. 

Andiamo in piazza. Marco fotografa il campanile, in cima alla guglia c’è una palla che sta per cadere, indica. Io invece mi soffermo sull’edificio in cemento armato, una sorta di architettura da socialismo ferrarese piena di pilastri. 

Riprendiamo a girare, con lo sguardo cerco uno scivolo, un parco, qualcosa di costruito e pensato per ragazzi e bambini, niente. O meglio, ci sono i bar, ne ho contati almeno cinque, i tabacchi, bed and breakfast, insomma c’è tutto ciò che si trova o che manca nei paesi di oggi. 

Ma forse più che dall’interno, è da fuori che si può dire qualcosa di più su Serravalle. Dall’esterno si nota che l’area artigianale e industriale, del cui tessuto fanno parte aziende importanti anche a livello internazionale, si sposa quasi senza soluzione di continuità con i campi coltivati. Da fuori si notano poi i ponti sui canali, ne attraversiamo uno in ristrutturazione da tempo e ad accesso limitato. 

Serravalle dunque si fa più lontana anche per via di una viabilità non sempre adeguata. A risentirne è il suo comparto industriale, sono i cittadini che percorrono strade non sempre sicure. In fondo, Serravalle mostra questo suo doppio volto: l’incontro tra una civiltà agricola e artigiana, autosufficiente; e l’industria, anche a carattere internazionale, per cui occorrerebbe competere, avere istituzioni e politiche adeguate alle continue sfide del mercato. Il paesaggio rurale poi, qui, come dappertutto, non deve ingannare: all’inquinamento dell’aria, delle acque, dei terreni, ai danni subiti dalla pianura più industrializzata d’Europa, non si sfugge. Il paradosso venuto a crearsi è che i paesi della pianura patiscono gli stessi problemi di inquinamento delle aree urbane, senza averne in cambio i servizi. 

C’è il tempo per parlare della Pro Loco, che è vivace, attiva, per una visita alla diroccata Villa Giglioli, un luogo evocativo della storia agraria padana, dove conosciamo un conte senza più contea, che subito ci corregge: “In Italia i titoli sono stati aboliti”. 

Di nuovo in cammino, ripensiamo alla giornata trascorsa: se da una parte in provincia ci sarebbe la possibilità di applicare una nuova cultura ecologista, di essere e fare altro, più liberi e autonomi, più giusti e solidali, dall’altra questo trovarsi nell’interdipendenza eterodiretta dai centri di potere la rendono inerme ingranaggio di una macchina burocratica lontana e indifferente. Anche così la provincia finisce per sognare gli stessi sogni di grandezza delle città e delle tv, dunque è nell’immaginario che si smarrisce. I paesi, senza servizi, senza lavori che rispondano alle aspirazioni giovanili, diventano località smunte. Se i giovani se ne vanno, nessuno può cambiare più nulla. All’orizzonte, nessuna emancipazione. In questo modo, la provincia italiana finisce per diventare retroguardia e Vandea, ovvero il bacino della reazione, in cui ci si aggrappa alla xenofobia, ai discorsi identitari o territoriali, se ne strumentalizzano i disagi fino ad arrivare – è il caso dei fatti della vicina Goro del 2016 – a respingere con le barricate e i sit-in un gruppo di profughi destinati all’ostello del paese.

Il fatto è che vedere che cos’è diventata la provincia oggi è molto più facile che comprenderne le cause e i vari livelli di responsabilità. Forse la domanda vera è: chi e cosa produce la provincia com’è oggi?

Il viaggio di Felicitas Hoppe con Pigafetta

*Articolo comparso in precedenza qui su Poetarum silva

Di cosa ci parla la scrittrice di Hamelin, Felicitas Hoppe, in Pigafetta, Del Vecchio editore 2021, nella traduzione di Anna Maria Curci?
Mentre scrivo ancora non ne sono certo, tuttavia la lettura mi ha dato una gran voglia di rileggere la lezione sulla leggerezza scritta da Italo Calvino per le conferenze americane che purtroppo il ligure non riuscì mai a svolgere.
Se il titolo di questo libro rimanda al vicentino Pigafetta, che nel 1519 sopravvisse alla spedizione di Magellano e la raccontò nel suo diario, sembra chiaro che Hoppe consideri il suo favoloso viaggio intorno al mondo non solo un gioco, bensì una metafora onirica per parlarci della vita. O meglio, per parlarci del rapporto tra scomparsa e presenza, tra sogni e realtà, tra dimorare e risiedere, nella vita.
La nave che parte da Amburgo e in nove giorni compie la circumnavigazione del globo assomiglia tanto al mondo intero, così come il suo carico prezioso – «Il carico ha la priorità» – assomiglia all’umanità, e via dicendo per i pericoli e le piccole gioie narrate, insieme agli strampalati personaggi e alla protagonista.
Il viaggio, dicevamo, è il vero protagonista di questa storia e non solo per il rapporto tra nostos e algos, nostalgia e ritorno, che fa capolino verso la fine del libro, ma per via di protagonisti che sono quelli che «non trovano la strada di casa e che a casa sono ospiti»: i Pinocchio, i Giona, gli Ismaele. Comparse quasi senza volto, abbozzati nei loro tratti essenziali, involontari o disperati avventurieri, oppure ignare vittime di disavventure. La scrittrice consapevolmente indugia su taluni aspetti, richiama la tradizione del romanzo d’avventura e di formazione, avendo cura di lasciare, nel doppio fondo del romanzo, il suo scrigno di enigmi.
Tuttavia, se in Pigafetta si avverte che il tutto rimanda a qualcos’altro, la sua semplicità è un velo oltre cui scorgere il proteiforme multiverso che è l’esistenza. Vi è una tensione costante nella prosa di Hoppe, un gioco continuo tra superficie e profondità, tra spazio e tempo, per cui l’io narrante è costretta ad avvertire che «qui non si fa il conto in ore e in giorni, ma in mesi e in anni». È dunque nel viaggio (e nella vita) che vediamo «tutto ciò a cui non siamo preparati». In questo perdersi e ritrovarsi, la voce narrante, ingenua scolara della navigazione, riesce pian piano a guardare per sprazzi oltre l’orizzonte e il ripetersi delle cose. Ed ecco che i frammenti di questo libro, le frasi, i pensieri, all’improvviso si uniscono in un discontinuo bagliore sotto traccia.
E allora esiste una terra che sia realmente lontana?
Occorre il remoto per tornare e raggiungere una reale vicinanza?
Il mondo è per davvero come lo vediamo e raccontiamo?
Queste e tante altre sono le domande che scaturiscono dalla lettura di Pigafetta, che ha raggiunto l’obiettivo di ogni buon libro, cioè interrogare il lettore, costringendolo a mettere in ordine il suo personale cosmo, per cercare le proprie risposte.
La scrittrice, con la sua prosa trasognata, ricorda pure che «due linee di chiglia possono incrociarsi, senza che si incrocino le rotte», e nella vita occorre manovrare e faticare per incontrarsi realmente e non deragliare o finire tra le sirene delle finte libertà, se non peggio, dei finti affetti.
Un racconto è sempre una menzogna che contiene del vero, e l’essere umano è fatto «come pesci senza branchie inventati male», per citare ancora l’autrice.
Se Pigafetta strizza l’occhio alla tradizione del romanzo di formazione, questa costruzione del sé non può che passare per la crisi dettata dalle incertezze di un mondo ostile, dalle fattezze oscillanti tra antico e moderno: «Che tempi sono questi, in cui tutto all’improvviso cambia proprietario».
In fondo, questa nave in mezzo al mare, che solca oceani e lambisce popolazioni nuove, dai tanti nobili richiami, anela alla ricerca della verità finendo per «inventare tutto onestamente», per usare cioè la menzogna razionale e coprire l’eros o il capriccio che è dietro ogni cosa che ci spinge e ravviva.
«Siamo solo ospiti su questa Terra e senza sosta vaghiamo», conclude Hoppe, e lo fa senza mai scordare il pericolo odierno e di ogni tempo: «chi è dappertutto non è da nessuna parte», occorre saper scegliere dove stare, chi e cosa essere, per questo è ancor più necessario il senso del limite. Ora risulta chiaro: laddove fossimo tutti ospiti, non ci sarebbero più forestieri, bensì un unico mondo da condividere.

© Sandro Abruzzese

Avere un posto nel mondo

Articolo comparso in precedenza qui su Il lavoro culturale

Il seguente contributo è tratto dal volume di prossima pubblicazione “Aree interne, sperimentare per ri/abitare”, con sperimentazioni progettuali nei comuni molisani di Riccia, Jelsi e Gambatesa, a cura di Nicola Flora e Francesca Iarruso. La pubblicazione è divisa in tre parti: saggi, sperimentare col progetto, sperimentazioni e prospettive nell’Alto Fortore: Riccia, Jelsi, Gambatesa. Il contributo che segue, firmato da Sandro Abruzzese, fa parte della prima sezione del libro.

Foto di Sandro Abruzzese

Abitare e vedere

Abitare è una parola nobile, porta a quel misto di avere e tenere che rimanda al possesso, ma anche a qualcosa che ci sta a cuore e di cui abbiamo cura. Ci sono aspetti complessi e ambivalenti nell’abitare, riguardano la relazione tra spazi privati e pubblici, tra ambiente, società, individui: non si abita mai del tutto soli.

Abitare presuppone il vedere. Vedere per capire significa, secondo la lezione di Carlo Levi, avere senza possedererinunciare ad appropriarsilasciare intatto e alla portata di altri sguardi. Vedere un paesaggio, però, è qualcosa di diverso dal vedere una piazza o visitare una città. Quando guardo la natura vedo qualcosa che non presuppone per forza un soggetto. Una città, al contrario, è un artificio costruito spesso a partire dal soggetto, in cui la conquista della visibilità spinge il potere (religioso, politico, economico) ad appropriarsi dello spazio, trasformandolo in segno, effigie, simbolo, in grado di rappresentare, e gettare così le basi dell’immaginario collettivo. 

Vedere allora diventa necessario proprio per interrogare e decifrare, a questo punto si tratta di non farsi irretire e alienare, di riconoscere la realtà nei suoi tratti salienti. 

Vedere, ha scritto Merleau-Ponty, è apertura al mondo.

Paesaggio

La mia apertura al mondo è legata a un luogo, poco lontano dalla casa in cui sono cresciuto, che, aperto com’è sull’Italia interna, offre un paesaggio davvero unico. Non riuscivo ancora a definire, da ragazzo, alla vista di quel paesaggio, l’ammirato stupore e la curiosità che eliminano il disagio, né riuscivo a dare un nome al desiderio di riconoscere. Eppure dall’altura dei Limiti, a Frigento, abbracciavo la valle riuscendo a superare il mio consueto orizzonte. Bastava raggiungere le vette di Trevico o Frigento, per vedere le terre di Lucania, il Vulture, o i paesi più alti del Fortore e della Puglia dauna. Sull’altura dei Limiti, dopo i monti del Matese, il Taburno, rare volte, faceva capolino la vetta arrotondata della Maiella. Verso il tirreno invece, era uno scherzo inseguire con la mente il Sele, la discesa delle sue acque fino alle ruvide pendici dei dolomitici Alburni, o immaginare i detriti dell’Ofanto spingersi fin nell’Adriatico. Ma la sfida vera riguardava Greci, l’unico paese arbrëschë della Campania, oppure la sella in cui è riparato Savignano, con le sue casette bianche ben proporzionate, affacciate sul principio della strada per la valle del Bovino. 

A oriente, la sfida era scorgere Monteleone dai portali scolpiti, il paese più alto della Puglia, e ai suoi piedi Zungoli bianca e pendente, appesa a una parete ripida, sopra una forra. Spuntavano qua e là piccole zone industriali, intersecate dall’autostrada dei mari, dritta come la sutura di una cicatrice mai rimarginata. 

L’autostrada corre ancora lungo il margine agricolo, dove il giallo delle monocolture del grano pugliese, quasi sull’Ufita, incontra il verde della policoltura mediterranea o i castagneti, gli ulivi, i vitigni e i boschi delle montagne.

Foto di Sandro Abruzzese

In seguito, spesso mi sono chiesto cosa nascondesse questo inseguire luoghi di un mondo minore. Credo sia nel rapporto con lo spazio, la risposta. Il mondo di cui scrivo non è altro che un unico luogo in cui le persone e le cose, le parole e i gesti, si muovono come qualcosa che è già dentro di me e che ri-conosco

Guardare il mondo con gli occhi del paese, dai margini, farlo partendo da uno Stato fondato su un gravissimo e annoso squilibrio territoriale come l’Italia, in un momento storico in cui l’imporsi di un nuovo spazio, quello virtuale, in grado di abolire le distanze, ha messo in crisi le grandi conquiste del ‘900, è diventato un modo di stare al mondo e abitare

Vicinanza e lontananza

Non capisce, scrisse Mario Soldati in America primo amore, forse, non ama il proprio paese chi non l’ha abbandonato almeno una volta, e credendo fosse per sempre.

Penso spesso a questa frase di Soldati. Egli capì, nel viaggio americano, che abitare significa essere con i luoghi in rapporto di vicinanza e lontananza. Saperli vedere, secondo una linea che da Sestov e Simmel arriva fino ad Adorno e Bauman, è poi comprendere gli esiliati, gli emarginati, lo straniero, l’estraneità, la diversità, e farlo per essere successivamente in grado di costruire una patria nel rispetto del genere umano, in cui sicurezza e comunità non siano cortine di ferro né limiti invalicabili. 

È necessario per questo non solo conoscere il proprio territorio, l’ambiente, ma esserne al contempo distanti. Salvaguardare il peculiare non può darsi senza verità e giustizia, il rischio sotteso nel perdere di vista l’universale è il familismo, anticamera del baronaggio. È continuare a smarrirsi ripetendo la storia, il cui ritorno vuol dire assenza di reale progresso.

Un mondo servile e amorale si rifiuta di vedere, ha gli occhi chiusi. Per cui, essere vicino e lontano vuol dire svelare i rapporti di dominio, scorgere nei luoghi, al di là dell’utile e dell’economico, l’umano e il sacroOccorre per questo sentirsi parte del Tutto, di un tutto plasmato senza annichilire né schiacciare, poiché lo spazio è, per dirla con Kant, possibilità di essere insieme. Occorrono una cornice e dei confini, per definire i limiti dei luoghi, ma solo se si ricorderà che i confini sono sempre arbitrari e nulla valgono senza la vita affettiva e la consonanza psichica di chi li abita. Lo spazio psichico precede e forma quello geografico.

Nondimeno, adesso che lo spazio virtuale, sebbene non privo di ambivalenze, consente nuove strade, attraverso vicinanza lontananza le aree marginali possono affrancarsi dalla trappola del conservatorismo per sommare il senso di libertà al progresso, non dimenticando l’energia vitale senza cui il futuro ha i giorni contati: i figli, ha scritto Hans Jonas, sono l’unico esempio altruistico della natura.

Foto di Sandro Abruzzese

Prospettive

Per quanto mi riguarda, sono un figlio emigrato, che non è più tornato, e pure che non smette di tornare, non rinuncia a pensare all’Appennino e al Meridione come parte integrante e vitale di sé e di questo Paese. E se, come ha scritto ne L’abusivo Antonio Franchini, chi da un luogo se ne è andato non ha diritto di parlare se non del luogo che lasciò, il Sud in cui sono cresciuto sembrava, rispetto alla pienezza della metropoli napoletana che avrei scoperto all’università, espressione di una cultura minoritaria, una patria minore, cristallizzata, come di popoli superstiti o sconfitti, in cui tutto, a partire dalla lingua, attraverso l’isolamento e la distanza, si era conservato più vicino al passato. 

Ebbene, quando questa condizione viene percepita come involuzione o disvalore, e quei luoghi stessi, attraverso un’approssimativa rappresentazione mediatica, vengono banalizzati e deformati, non può che emergerne un rapporto asimmetrico col resto del Paese. Come colonie di abitanti, direbbe Gianni Celati, delle riserve.

Nel rapporto con la costa campana, per esempio, con questa conurbazione che vede il casertano unirsi attraverso una miriade di cittadine al salernitano, formando un’unica, gigantesca periferia di pochi centri privilegiati, lAppennino è più debole, disarmato e attenuato, privato di reciprocità prospettica.

Un po’ come dei nuovi albigesi, come dei berberi, da ragazzi abitavamo luoghi ancora privi di velocità e quantità, privi di frenesia; dalle impercettibili diseguaglianze sociali. Chiunque, in paese, era equidistante dal centro come nella più perfetta polis greca. E il paese intero risultava percorribile, esplorabile, in parte manipolabile, in un rapporto di esperienza in cui lo spazio circostante, la possibilità insita nello spazio, era la cifra fondante della nostra formazione. Vi erano meno povertà e indigenza, nessun contrasto sociale, meno stimoli e competizione, poche possibilità, annacquati strumenti di potere e nessuna parvenza di organizzazione criminale. Forse è questo a far sì che Meneghello si chieda, in Libera nos a Malo, Perché questo paese mi pare certe volte più vero di ogni altra parte del mondo che conosco?

In comune con le città avevamo però il disprezzo atavico per la campagna e i contadini. Quel mondo laborioso e autonomo, non veniva migliorato, bensì continuamente esecrato. E forse se ancora oggi le campagne non sono ambite, in qualche misura ciò è dovuto anche al disprezzo oppressivo e all’assenza di lealtà, all’incapacità di vedere le possibilità insite in un diverso universo morale, permeato com’era dalla vocazione al lavoro e da un alto grado di autodeterminazione.

Memoria

L’Irpinia, va detto, ha fatto parte di quella civiltà contadina in grado di esprimere una straordinaria omogeneità di valori in tutta Europa, prima di essere, in preda all’emigrazione, ai terremoti, al boom economico del Nord, definitivamente soppiantata. L’episodio che sancisce simbolicamente il tracollo porta la data del 23 novembre 1980. Quei devastanti novanta secondi, con i suoi tremila morti insabbiati, lasciati a morire sotto le macerie di un Paese privo di Protezione civile, mentre il presidente della Repubblica Pertini inveiva contro l’assenza e poi la lentezza dei soccorsi, avrebbe segnato, per molti, un punto di non ritorno. Non solo le forze materiali, ma anche quelle psicologiche furono inquinate irrimediabilmente dalla conseguente pioggia di denaro pubblico sul territorio. La maggior parte delle risorse, è noto, venne distratta dalle rapaci classi dirigenti attraverso il settore edilizio e infrastrutturale a favore di corruzione e criminalità. 

Sicché nel dopo-sisma, insieme al mio corpo bambino, un po’ dappertutto crescevano enormi caseggiati o villette geometrili bianche, con archi, veneziane, torrette merlate, cuspidi. I vecchi casolari furono abbandonati e affiancati da moderni edifici cittadini, i paesi distrutti vennero ricostruiti senza alcuna cura per la memoria e le antiche relazioni degli abitanti con i luoghi.

La descrizione potrebbe indurre a pensare solo ai paesi appenninici fatti di desolazione e spopolamento. E invece la politica urbanistica post-sisma generava anche paesi che attualmente hanno raddoppiato la propria popolazione: Grottaminarda, Lioni, Ariano Irpino, Atripalda, Solofra. Ai paesi desolati e inattuali ora fanno eco i paesi-città, sformati, bulimici, ingrossati fino a incarnare il simulacro delle città osservate alla televisione. 

È la nostra attuale compresenza dei tempi.

Il cemento e il ferro, oltre alle case, finirono per armare un invincibile sistema di potere politico-clientelare. Questo potere impose la sua facile utopia. Ma le utopie hanno sempre un prezzo alto, e di rado la lungimiranza necessaria. In questo caso si barattò la necessità col diritto, la cittadinanza con la sudditanza. Il rimedio preparava mali peggiori e tante volte, guardando al passato, mi illudo che senza di lui sarebbe stato diverso. Preferisco puerilmente dare la colpa al terremoto e dire che saremmo stati migliori, che fu il terremoto a depositare come una polvere sottile dappertutto e in ognuno: tra le case, su per ogni singola narice. E così il mondo successivo alla scossa inoculò il germe da cui è scaturita una sorta di allergia collettiva per ogni sorta di responsabilità e per qualsiasi bene comune. 

Rispetto all’Irpinia contadina e artigiana, che sapeva produrre e costruire, questo continuo dissipare ha avuto il sapore di una mutazione genetica. 

D’altra parte la stessa Italia odierna, dall’Aquila a Amatrice e Genova, sembra aver rinunciato definitivamente al suo corpo. Pare aver dimenticato che un Paese democratico si fonda su un corpo simmetrico, fatto di una miriade di centri e quasi nessun margine. Un Paese, per essere giusto, deve essere dappertutto.

Diritti

Certo, non solo l’Italia ma il mondo intero sembra avere la testa da qualche altra parte rispetto al suo corpo. Eppure abitare fa pensare inevitabilmente alla parola patria, a questo spazio di condivisione, comune e politico, in cui albergano il dono e il dovere. Hannah Arendt ha ricordato che la più grande privazione dei diritti umani è avvenuta ai danni di una popolazioni privata di un posto nel mondo: gli ebrei. 

A distanza di centocinquanta anni dall’Unità, forse per rispondere alle emergenze globali e alle esigenze dei popoli, occorrerebbe ricordare che anche le popolazioni appenniniche, insulari, alpine hanno vissuto, – schiacciate da due guerre mondiali decise sulla base di veri e propri Colpi di stato -, una perpetua e inaccettabile diaspora. I contadini derubati, spremuti, di Sardegna e Calabria, per esempio. I contadini ubriacati prima di assaltare altri contadini in trincee nemiche. Oppure accusati di vigliaccheria e diserzione per occultare le responsabilità degli Alti comandi. La gente di Lussu e Gramsci, di Levi, Scotellaro, di Cavani, Alvaro, di Jovine, Silone, scompare dalle antologie e dalla memoria collettiva. 

La mia patria, scrisse Scotellaro, è dove l’erba trema / un alito può trapiantare / il mio seme lontano.

Foto di Sandro Abruzzese

La provincia

Rispetto a quanto detto, una risposta potremmo costruirla proprio nell’altrove di cui abbiamo parlato finora. In anni recenti è toccato ad Alexander Langer ricordare che se l’inurbamento pone il problema ecologico, della diseguaglianza, dei costi della vita, della mobilità, dell’alienazione e della violenza, è la provincia il luogo dove la vita è sostenibile e al riparo dal potere; dove si può opporre alla competizione urbana, la cooperazione e la solidarietà. 

In provincia, certo in una provincia votata al dubbio, al sospetto, aiutata e migliorata nell’opposizione agli aspetti più deleteri della metropoli, – vien fatto di pensare con Bataille, – si potrebbe essere individui e comunità sovranamente

I luoghi rurali a questo proposito conservano tracce di quell’antica forma di pietas che viene dalla capacità di ridurre tutto all’Uno, fatta di necessità e semplicità, di consapevolezza, a volte tragica, del destino comune. Ecco che la vicinanza al mondo rurale può aiutare a guardare i nuovi ultimi moderni con la consapevolezza innata della comune miseria umana, poiché c’è nell’infinitamente piccolo dei luoghi marginali qualcosa che rimanda davvero all’universo e al cosmo: vedere le comunità, la lingua, i gesti svanire, assistere alla perdita di senso e significato dei valori di un mondo precedente, anche questo è il potenziale istruttivo delle aree marginali.

D’altra parte, se la subalternità ricaccia gli stessi luoghi in sacche di tribalismo, in cui lo smarrimento, la rabbia, la delusione, sfociano nell’intolleranza, divenendo strumentali alla xenofobia e ai neo-fascismi; è la tradizione stessa ad avere un ruolo principale. Posto che sia all’altezza di essere conservata e rinnovata nei suoi valori positivi e duraturi, la tradizione può, secondo De Martino, aiutare la comunità a farsi cosciente, razionalizzata, organizzata e plasmata, fino a diventare una vera società. Beninteso, la cittadinanza e la capacità di operare necessitano di luoghi che si hanno a cuore, di continuità generazionale e relazioni umane. 

Mi rendo conto che quanto detto ricorda un nuovo protestantesimo, magari capace di riscoprire la serietà e la mitezza, la responsabilità e la maturità. Ma forse è proprio nella dimensione ideale, tante volte sacrificata a criteri pragmatici ed economici, in un rapporto di tipo eretico, passionale e razionale, che diventa possibile offrire ai luoghi più indifesi alternative alla competizione e al mercato. E diventa possibile una riflessione sulla dignità di qualsiasi lavoro, di quello agricolo e materiale, rispettabili in quanto matrice da cui tutto comincia, nobili non già per la gloria o la potenza generata, ma perché nelle giuste condizioni non sfruttano nessun altro. 

Credo che la semplice quanto chimerica assenza di sfruttamento sia già riportare la propria parte di mondo nella sfera morale, per sottrarsi al male di questo globo sempre più grande e terribile. 

Si tratta ancora una volta di opporre, ha scritto una volta Fortini, la parola alla chiacchiera. E all’edonismo, sempre infantile, preferire una battaglia culturale che investa la concezione futura del tempo del lavoro e dello spazio concreto, nonché di quello dell’immaginario e dell’immaginazione. Ripartire magari dalla cura dell’intimità, della sfera privata, perché è da un mondo interiore decolonizzato, dalla solitudine che non è isolamento, ma riflessione per l’altro e con gli altri, che può nascere, anche e soprattutto in luoghi cosiddetti marginali, un nuovo senso del mondo.

La provincia, dunque, potrebbe essere il luogo dove un sapere liberato dal narcisismo, si dedichi alla salvaguardia e tutela dell’esistente, magari attraverso la modestia di piccoli passi certi, liberi e partecipati. 

L’ITALIA MOLTEPLICE DI “CASAPERCASA”

*Questo articolo di Giorgio Galetto è stato pubblicato qui su Poetarumsilva

Chiunque sia in cerca di un punto di vista originale, moderno, non retorico e documentato sulla questione meridionale dovrebbe incontrare, tra le pubblicazioni degli ultimi anni, Mezzogiorno Padano di Sandro Abruzzese, pubblicato per i tipi di Manifestolibri nel 2015, con una bella introduzione di Vito Teti.
La formula questione meridionale è assolutamente riduttiva, a ben guardare. O meglio, in sé non lo sarebbe affatto, ma nel caso di Abruzzese diventa limitante, perché per lui si può parlare più in generale di sradicamento, di identità in bilico, di desiderio di prendere il volo avendo però radici solide e profonde nel terreno, per parafrasare una sua efficace espressione.
I punti di vista dei personaggi di Mezzogiorno Padano, chiamati a raccontarci in prima persona la loro storia di emigrati, concorrono a descrivere un quadro complesso della realtà di questi apolidi, una polifonia di voci da cui traiamo sensazioni alterne, rabbia e speranza, frustrazione e desiderio di cambiamento, senza mai perdere di vista la ricerca delle responsabilità, e senza però mai cadere nell’errore di individuare un (solo) responsabile, di banalizzare una questione, appunto, difficile da comprendere senza provare a leggerne genesi e molteplicità di sfaccettature: e cita Salvemini che lamenta da una parte «la malattia dello Stato accentratore, divoratore, distruttore; […] la oppressione economica, in cui l’Italia meridionale è tenuta dall’Italia settentrionale» ma che aggiunge poi dall’altra che tutto il lavoro di analisi e ricerca di soluzioni da parte degli intellettuali «non caverà un ragno dal buco, finché nel Mezzogiorno stesso non si determinerà un movimento energico, costante, organico, che abbia lo scopo di attuare tutte queste riforme». Difficile, come difficili sono le vite degli attori che si muovono nelle storie raccontate da Abruzzese.
Lo scrittore, attivissimo su questi e altri argomenti anche sul suo blog «Raccontiviandanti», ritorna alla narrativa con Casapercasa, uscito nel 2018 per Rubbettino. Stavolta il punto di vista è circoscritto ad un solo protagonista e il punto di partenza, anzi lo spazio di partenza, è una sola città, Ferrara, che è quella dove l’autore campano risiede da anni. In realtà siamo di fronte ad una soltanto apparente riduzione dello spettro d’indagine, perché molte di più sono le storie e i personaggi raccontati, come i luoghi coinvolti nella narrazione. La suggestione che tiene insieme tutto nasce dalle stesse esigenze di Mezzogiorno Padano, ma qui chi parla è già (fisicamente) radicato da tempo in una terra che non è la sua, e finisce con l’essere il megafono di un disagio condiviso.

«C’è solo equilibrio nella tua città, voglio dire, è tutto omogeneo, anzi è tutto…così significativo […] tutto isonomico, e evocativo. Sì, nel tuo libro la città è sogno».

Il narratore-protagonista di Casapercasa così si esprime quando, in grande difficoltà e imbarazzo, deve pronunciarsi sul libro dell’amico Filippo, dal significativo titolo di Città perfetta.  E basterebbero queste parole a dare, per converso, senso e valore alla condizione del narratore, che sperimenta e quasi si fa ipostasi dell’idea di fallimento: infelicemente divorziato, lontano dagli affetti più cari, in anno sabbatico da scuola e in cura presso la Ausl. E anche colpito da un inspiegabile ronzio all’orecchio e da un deficit di coraggio che si manifesta con un peso quasi costante sul petto. Più che isonomia, anarchia; più che sogno, incubo.
Di lui sappiamo e non sappiamo: con i suoi occhi e le sue orecchie (col sibilo) sembra più un registratore di eventi e luoghi, un flâneur antinarcisista di cui scopriamo poco a poco quanto è parco nel racconto delle proprie, attualmente dolorose vicende personali; eppure gira con un taccuino su cui la psicologa lacaniana della ausl gli ha svevianamente consigliato di fissare idee e impressioni: così la simmetria e la magia della città perfetta dell’amico Filippo è rovesciata, già a partire dalle intenzioni con cui nasce il suo utilizzo, nel taccuino che lui porta con sé, e il cui vantaggio sta proprio nel fatto che grazie alla genericità e all’improvvisazione da cui nascono le annotazioni che vi sono riportate, il narratore può sfuggire a quella progettualità estenuata e imposta dalla serialità del quotidiano, per gettarsi in un’esplorazione disordinata della città e della pianura che la circonda.
Casapercasa diventa ben presto il viaggio dentro e fuori le mura di Ferrara, alla ricerca (mai precisata, né programmata, sempre improvvisata) di un senso che vada oltre l’immagine edulcorata della città illuminata dall’incanto della sua storia e dei suoi luoghi comuni letterari, culturali, architettonici, urbanistici.
Così le guide del narratore che annota attento ma senza prefissate didascalie tutto quello che il suo occhio registra, sono prima una cagna anarchica («se fosse stata mia l’avrei chiamata Bakunin») che ha come bussola il solo suo fiuto per situazioni grottesche e paradossali, e poi soprattutto (in un passaggio di testimone dantesco tra guide che sembrano però percorrere a lungo sempre e soltanto gironi infernali, senza poter intravedere la via d’uscita dal degrado) il carpentiere ucraino Giorgio Aggiustatutto, che lo porta con sé nei suoi viaggi di lavoro presto mutatisi in percorsi di conoscenza della realtà, soprattutto quella extra moenia. Poco alla volta, e per un lungo tratto, Aggiustatutto diventa protagonista assoluto, libera il protagonista e con lui il lettore da ogni filtro culturale e da ogni sovrastruttura, e diventa un po’ guru (sì, ma non come quelli spocchiosi che te la spiegano sempre, forti solo delle loro esperienze libresche e intontiti dai loro stessi vaneggiamenti esistenziali al punto da perdere contatto con la realtà), un po’ fratello maggiore del professore depresso, come quando raccontando la propria triste vicenda allarga lo sguardo, offre una prospettiva più universale sulla sua realtà del migrante: «guarda falimenti, Alecsandro, guarda quanti falimenti che tutti sanno, questo è paese pieno di falimenti…come Ucraina solo riccomolto, poi mafia, tantamafia, sono ani che segue questerobe e udienze per recupero tuttisoldi, mai niente spera più ormai, dodici mesistipendio, perde»; o come quando deve essere lui a spiegare all’attonito, ingenuo professore come funziona il “nero”, il pagamento furibusta: «firmi busta paga mille euro e diamo altri soldi furibusta […] Comenonsai questo Alecsandro, sanno tutti? È dapertutto, dovevivi?». Ed è con Aggiustatutto che vanno alla scoperta dei paesi del cratere del terremoto emiliano, dove lui ha lavorato per anni come edile, e in virtù di un po’ di tempo libero e di quello «spirito volitivo e tenace […] teso audacemente al domani» che lo caratterizza, Giorgio guida Alecsandro (così lo chiama lui) alla scoperta di Cento, Moglia, Camposanto, San Felice, Concordia, tra i prefabbricati che ospitano le scuole a Finale Emilia o a Mirandola. In questo viaggio l’uomo dalla testa quadrata e gli occhi da lupo siberiano alterna spiegazioni sull’onomastica e la funzione di piante e alberi che di volta in volta incontrano a racconti di vita personale, che si intrecciano con vicende poco edificanti degli usi e costumi nazionali (come la storia della compagna Blerina, suo malgrado coinvolta nella corruzione di un sindacato locale), per finire con considerazioni più generali di ordine filosofico: «comunismo lavoro mangiare no libertà. Dopo è venuta libertà e noi ucraini usata per cercafortuna, lavorofigo, lontano, casapercasa».
In una dialettica spesso assai difficoltosa tra città dentro le mura (e Bassani è più volte citato, dalla pisciata della cagna dispettosa nel cortile della sua casa di via Cisterna del follo, alle peregrinazioni che incrociano più o meno involontariamente i luoghi simbolo dell’opera, per terminare nel cimitero ebraico, dove riposano le sue spoglie e quelle dei Finzi Magrini) e pianura, l’occhio rassegnato al fallimento della voce narrante cattura immagini, raccoglie suggestioni che rimandano sensazioni tra loro contrastanti, distoniche, sempre in bilico in un dialogo, appunto, irrisolto tra la scoperta della bellezza (che c’è, non si può negare) e un degrado che sembra invece volerla negare.
«La periferia sa di riproducibilità», ci viene detto in uno dei capitoli più riusciti e intensi del libro, quando il protagonista, stavolta in perfetta e desiderata solitudine, si lancia in un viaggio in macchina che uscendo dalla cinta muraria lo condurrà alle porte di Verona e dell’area dello sviluppo, nei pressi di un grande centro commerciale, dove parcheggerà e dopo aver sentito alla radio la notizia della morte di Ingrao, si abbandonerà ad un pianto liberatorio. Ci arriva dopo aver attraversato prima l’area industriale appena fuori Ferrara, per tuffarsi poi nel mare aperto di quella pianura che tanto sa dell’ America delle belt, e poi di quella delle pompe di benzina abbandonate, solitaria e affascinante, come a dire che le suggestioni provenienti dall’immaginario letterario e soprattutto cinematografico americano possono benissimo essere ritrovate riprodotte qui, in un sussulto di anti-provincialismo cui veniamo richiamati, per sfuggire di nuovo al luogo comune.
Tutto il romanzo sembra paradossalmente, nascendo dal taccuino di un uomo che ci appare rassegnato e in bilico sul suo fallimento, richiamarci all’attenzione perduta per la realtà, al non abbandono ai luoghi comuni frusti per cui la città perfetta per antonomasia debba per forza restare quella e solo quella. La tentazione di lasciarsi andare a questo atteggiamento non è facile da allontanare, e lo scrittore ci fa capire di subire il fascino che emana dalla storia di bellezza e cultura della città attraverso ampie citazioni dal libro dell’amico Filippo, in cui tutto è isonomico, in cui tutto è progettato e stabilito e in cui in filigrana si legge un concetto di bellezza ideale. La luce, rispetto al taccuino che ci guida ad esempio nell’andito buio e fetido di uno stabile abbandonato, ce la fa vedere la Città perfetta di Filippo (nipote di una gloria locale nel mondo della cultura e della politica, impietosa immagine dell’arrivismo senza scrupoli e nella quale non facciamo fatica a riconoscere un personaggio realmente esistente e ben noto). E invece proprio quello stupore alternativo, quella fuga dalla serialità cieca va cercando Alecsandro nelle sue gite mai programmate, sempre all’insegna dell’improvvisazione e della scoperta; oltre le mappe, perché queste sono sempre un inganno, «confondono gli spazi con i luoghi». Filippo è il necessario alter ego di Alecsandro, non solo perché banalmente è il modello dell’intellettuale accademico integrato e “arrivato”, con quel tanto di atteggiamento indulgente di fronte a qualche compromesso fatto ad hoc (magari non suo, ma del celeberrimo e celebrato cugino Magni) in nome della cultura e della bellezza; ma proprio perché, ci dice invece il protagonista, «io non riesco a rinunciare a nessuna delle due, realtà e bellezza», e quella realtà è fatta inevitabilmente di imperfezione, di errori e di storture.
Dentro ma anche fuori dal «pentagono venuto male» che è la città riposano realtà particolari, eventi e solitudini che sfuggono alla riproducibilità cui ancora è costretta quella periferia che si appoggia sconsolata, impersonale, alle mura della città, cui è «attigua e staccata» allo stesso tempo, rassegnata ad essere un attraversamento verso la pianura circostante.
E ce ne sono tante di realtà fuori luogo che Alecsandro scopre e di volta in volta annota sul suo taccuino, che gli piace tanto proprio perché nasce concettualmente in modo tanto diverso dalla bellezza (pre)ordinata di Città perfetta. Le trascrive (e le leggiamo) con atteggiamento curioso ma a volte distante, come se non ne conoscesse nulla: perché forse è solo questo il modo per raccontare certe storie senza essere travolti dai fumi dell’indignazione, che si farebbe altrimenti rabbia o disperazione. Cominciando da quell’angelo con ali disegnate che in volo libero (per dirla coi Marlene Kuntz, citati insieme a tanta altra musica nel libro) attraversa e plana, senza mai atterrare definitivamente e ottenere giustizia piena, su tutto il romanzo, comparendo ogni tanto come un leitmotiv sottotraccia, senza essere mai nominato, insieme ai suoi genitori che chiedono giustizia, e nel quale riconosciamo la vicenda di Federico Aldrovrandi. Come per tutto il resto ci limitiamo ad osservare insieme a chi ci racconta, lo sdegno è talmente palese conoscendo i fatti che è inutile appesantire la lettura con un dato consolidato: la realtà, cui non si può rinunciare, parla da sola.
Ed è tutto il libro che conserva questo atteggiamento verso i fatti e le persone, e non perché non vi sia partecipazione, al contrario: il protagonista si descrive mentre preda della rabbia di fronte allo sproloquio intellettualistico di Filippo lo schiaffeggia con un ceffone simile al top spin di un tennista. Salvo pentirsi subito dopo, come sempre quando “esagera”, perché non ha voglia di farsi a sua volta guru, di andarci giù duro. E risuonano ancora le parole di Aggiustatutto, che commenta così, come annota sul taccuino Alecsandro, l’episodio: «Allora Alecsandro iu pensu che voi amicistudia studia ma per capiscecosa semplice basta che tu guarda, no? Gira e tuguarda chi sta intorno, certevolte basta che osservaaltri che circonda te, no? […] Poi tua dimocratia dici tutti uguale, ma chi ha soldi compracorpo di chi no ha soldi…no? E no è uguale, no? Galera per nigiriani, per maghreb, slavo, terrone, picchiafrocio, sempre stesso…no? Non serve semprestudia, Alecsandro, per capisce questo, no? […] tu ragazzo intilligente, Filippo pure intilligente, ma voi studiatroppo […] Meno univèrsita e parla con personanormale, che lavoradifatica, no?»
La spia linguistica di un’attitudine ben consolidata la troviamo in una formula che accompagna, variando appena ogni volta, la chiusa di tanti paragrafi o episodi raccontati: le espressioni «non c’è che dire», o «direi che su questo non c’è nulla da aggiungere», e ancora «e su questo anche non c’è altro da dire» sono in clausola a tanti degli aneddoti raccolti nel taccuino di Alecsandro. Sembra che il narratore, quasi succube di questa specie di tic linguistico, non ci/si voglia illudere che la realtà necessiti di chissà quale analisi o interpretazione. Così i fatti riportati non hanno a corollario se non questo scarno commento, che rende conto anche della semplicità della lingua e della sintassi scelte per servirli. Semplicità che non è mai superficialità, neanche formale, mentre è evidentemente l’opzione scelta, il faro stilistico che illumina tutto il romanzo e non un ostentato understatement: sulle vicende della famiglia Amorini, con cui si apre il libro, sul fallimento della banca che spinge Michela a tentare il suicidio e scioglie la lingua da varano del marito Athos, finora sigillata e improvvisamente mossa da furori reazionari o qualunquistici; sulle figura di Barbara, esempio di un atteggiamento sanamente ingenuo rispetto alla cultura, agli antipodi dall’ipercorretto, accademico approccio di Filippo; sulle vite difficili di Tenora e degli inquilini dei grattacieli della zona Gad; su tutti questi e molti altri, perché la narrazione, frammentata in tantissimi episodi in buona parte tenuti insieme dal controcanto antiretorico di Aggiustatutto, ci offre una quantità considerevole di varietà umane, Alecsandro non sembra volerci dire niente di più di quello che vede e trascrive. Il suo tic linguistico, quel «non c’è che dire», (che ricorda, per funzione e tono adeguato al registro di tutta la narrazione, l’and all dell’Holden salingeriano, reso in Italiano, nella vecchia traduzione di Adriana Monti, di volta in volta con le espressioni vattelapescae tutto quantoe via discorrendoeccetera) indica distanza partecipe, giudizio/non giudizio, empatia distaccata. Una volontà di narrare fotografica (e infatti il libro è corredato da un’appendice che racconta con delle foto i luoghi descritti, della città e della pianura) che anzi sottolinea che quanto ci racconta è già in sé pure troppo, che la realtà, cui non si può rinunciare, appunto, dice abbastanza di sé, mostrandosi. E chi la vuole raccontare fa già il suo dovere così, senza inventarsi nulla, senza arricchirla di nulla; e se in caso si dovesse incontrarne la bellezza, ce ne si accorgerebbe comunque.
Così «l’unica storia che forse vale la pena di trascrivere su questo taccuino» ci dice il narratore, dunque un’eccezione al suddetto understatement, è quella di Madame Pissi, la drag queen incontrata a Moglia nel bel mezzo di un colorato corteo arcobaleno, che metterebbe a repentaglio «il vincolo di sobrietà e decoro municipale», difeso da quegli uomini vestiti di verde e con bandiere biancoverdi con al centro una foglia (apparentemente) di marjuana. Insieme a loro, uomini rasati e vestiti di nero, con bandiere con al centro una fiamma: insieme vogliono impedire a Madame Pissi, imprenditrice che dopo il terremoto col suo locale notturno ha finanziato un parco giochi, di sfilare in paese.
La narrazione è policentrica, rapsodicamente alcuni temi e personaggi ritornano come le loro ossessioni, in alcuni casi. Sappiamo che c’è una cronologia solo perché il narratore, quelle poche volte che ci parla di sé, ci fa capire che il suo anno sabbatico sta per volgere al termine.
Il voluto distacco, portato di una lingua piana e intelligibile, non inganni: non sono solo le pagine citate da Città perfetta a mostrare, nell’espediente letterario dell’attribuzione a terzi di un proprio testo, che chi scrive è capace di spingersi con mano sicura nei territori di un lirismo che nel caso dell’alter autor Filippo è naturale compendio alla bellezza paesaggistica che descrive, una ricaduta conseguente e inevitabile dei contenuti sul significante: anche dal taccuino dell’improvvisato e nevrotico cronista del quotidiano si leggono pagine che descrivono a volte la poesia del degrado e dei suoi effetti emotivi, ben evidenti in pagine come quelle in cui con Aggiustatutto il narratore si spinge dentro l’abbandono e il degrado di uno stabile frutto delle «ambizioni edilizie della provincia», dal quale i due escono feriti nell’animo al punto di doversi ritrovare in un abbraccio; o il passo in cui Alecsandro non può che soffermarsi a guardare e raccontare stupito e con discrezione la gioia del suo compare-guida ucraino, che quasi balla in mezzo ai campi della pianura emiliana, che gli ricordano la sua terra: qui non è lo scrittore Filippo a lasciarsi andare ad un’aggettivazione più libera e all’uso di metafore suggestive, è la realtà stessa che sembra connotare necessariamente nel senso della bellezza e della meraviglia la lingua che la descrive su quel taccuino.
L’apolide nell’animo per un lungo tratto del suo viaggio conversa con l’uomo che spesso gli apre gli occhi sulla realtà quotidiana, e di conseguenza su quella socio-economica che entrambi, con prospettive diverse, vivono; fino a quando Aggiustatutto lo molla, e lui prosegue da solo, nonostante le sue difficoltà personali e nonostante la materna accoglienza della psicanalista della ausl, così piena di problemi. Fino al momento del ritorno a scuola e di un, forse, ritrovato stato di serenità. Ci restano però soprattutto queste parole che accompagnano quel momento di scoramento, al centro della narrazione, quando da solo, dopo la morte di Ingrao e il viaggio solitario che lo vede attraversare la pianura padana fino a Verona, Alecsandro si scioglie in pianto:

«Piango per me e un po’ anche per questo Paese bambino, per la sua grazia incosciente e la furba accondiscendenza su cui è costruito. E per la pianura, la periferia, l’intera città. A voler essere sinceri, non lo so nemmeno io perché piango, forse la verità è che non so stare solo, ecco. E che sono un po’ melodrammatico a volte. E anche bislacco. Su questo non deve esserci dubbio né tanto altro da dire».

© Giorgio Galetto

Mezzogiorno padano: Vincenzo Morra

Da Mezzogiorno padano (manifestolibri 2015)
VINCENZO MORRA
Sotto il cielo di Bologna, stavamo davanti a un bar verso
via Zamboni ed ero solo all’ottava birra. Non ricordo
ancora per quale motivo, attaccai un discorso sull’etica
per un figlio di Savater con due rumene sedute al
tavolino a fianco, di nome Sonia e Janina. Ora che
ricordo mi piaceva Sonia. Ma non fu quello. Piuttosto
nell’ebbrezza riconobbi al mio fianco ciò che nei corsi di
filosofia della Facoltà di Bologna chiamavano «l’Altro».
Erano anni che si faceva un gran par- lare di questo
«Altro». «Altro» nel seminario su Levinas, «Altro» nello
studio monografico su Sartre e Todorov. Sinceramente,
ero un po’ perplesso su questo concetto basi- lare che
attraversa la storia della filosofia di tutti i tempi per far
riflettere il genere umano su identità e differenza. Anche
perché i professori si riempivano la bocca dell’Altro, e
puntualmente finivano per farsela tra di loro, gli stronzi.
Diciamo che marcavano la differenza, più che l’identità.
Ed io, benché lo avessi immaginato più volte, non è che
potevo alzarmi nel bel mezzo delle lezioni e chiedere:
«Scusate, una domanda, in definitiva e con parole
semplici, sapreste chia- rire … ma c-h-i c-a-z-z’è s-t’A-l-t-
r-o?».
Allora, anche grazie al coraggio preso in prestito dall’al-
cool, salii per una notte su quel treno rappresentato da
Sonia e Janina. Vennero a casa mia pensando a come
fregar- mi, a dire il vero. A come fottere l’ennesimo
ubriaco italiano scucendogli qualche quattrino facile. Una
volta a casa bevemmo ancora e, dopo aver fumato tutta

l’erba che mi era rimasta, a corto di argomenti, giocai la
carta della sincerità: «sono italiano, d’accordo, ma non
c’ho una lira. I soldi spesi erano per le bollette e il
condominio. Mi chiamo Vincenzo Morra, per gli amici
Enzino. Vengo da Grottaminarda, provincia di Avellino.
Conoscete? No! Con Napoli non c’entra un cazzo! Non
vivo neppure da solo, se devo dirla tutta. Divido la casa
con un lavoratore precario delle Poste Italiane, originario
di Pavullo. Il fine settimana torna dalla ragazza,
commessa all’Ovviesse di Modena, quella in viale dello
Sport, a due passi dal Policlinico. Mai state? Non è male.
Comunque, ho un dottorato senza borsa di studio e da
quindici anni vado avanti con i soldi che mi manda mio
padre. Tutta la vita ha fatto l’agricoltore, papà, e sperava
prima o poi prendessi in mano l’azienda. Si sa come
sono i padri. Fratelli? Sì, ho una sorella, è qui in città, ha
due anni meno di me. Frequenta il Dams, vuole fare la
coreografa e, anche lei, di tornare a casa per zappare
insieme a nostro padre, non ne vuole sapere. Mia madre
Maria, invece, pace all’anima sua, è morta da cinque
anni. Una notte andava a sbarazzarsi del pattume in
campagna, ha attraversato la strada male illuminata e
non è più tornata, è stata investita da un’auto pirata.
Questo è tutto.
Non me ne vanto, di essere un mantenuto. D’accordo,
potrei aggiungere che ho scritto almeno tre libri di
filosofia contemporanea, primo in Italia ho tradotto
Gabriel Tarde, sviscerato tutta l’opera di Deleuze e
Foucault. Conosco a memoria Sartre, Camus. Però non
credo che il quadro, ai vostri occhi, cambierebbe colore.
Tutto ciò non mi ha mai dato da mangiare».

A volte la sincerità paga. Una puttana che ti rende dei
soldi non è evento da tutti i giorni. Dei cinquanta euro
che avevo offerto loro per seguirmi me ne resero indietro
venticinque, il resto andò in liquore all’anice e una
tremenda bottiglia di vodka alla pesca. Dicevano che ero
troppo carino e pazzo. Avrei voluto vedere loro a studiare
per decenni senza mai un riconoscimento economico né
accademico. Mai un vero stipendio. E comunque, detto
tra noi, non avrei mai creduto che ci si potesse divertire
così tanto senza nemmeno scopare.
Con Sonia ci siamo rivisti altre volte, ma non abbiamo
mai fatto sesso, credo per paura che non fosse sesso.
Per un po’ erano stati lunghi caffè ristretti in zona Sacro
Cuore, dietro la stazione, negli orari più improbabili.
Erano state passeggiate con la voglia di raccontarsi tutto
e squallidi cappuccini d’orzo, ordinati nel tentativo di
risparmiarmi l’odiosa tachicardia dovuta all’effetto della
caffeina. Però le passeggiate, i caffè, i cappuccini non
portavano da nessuna parte, anche perché non eravamo
proprio una coppia di peripatetici. Allora, da un giorno
all’altro, ognuno è tornato ad essere se stesso, a
starsene nel suo recinto, a prendere la forma dell’Altro.
Dopo l’identità, di nuovo la differenza. D’altronde
eravamo due extraterrestri incontratisi per caso a una
stazione di servizio. Due mondi separati: l’università e la
statale Adriatica tra Rimini e Riccione. Avremmo potuto
incontrarci di notte, ai margini di strade oscure, quando
per via del buio si attutiscono i confini, le linee di
demarcazione si attenuano, e pure i tratti salienti
diventano sfumature. Ma vedersi così come facevamo
noi, alla luce del giorno, è stata pura buona volontà,

oppure ottimismo, ingenuità. Avrei finito col dire qualcosa
di sbagliato. Non potevo offrirle niente. Quindi dopo un
po’ ho preferito tacere. Lei, credo l’avesse sempre
saputo. Dopo di ciò il telefono ha smesso di squillare.
Nemmeno io ho più chiamato.
Dalla sera in cui conobbi Sonia e Janina, tuttavia, non ho
più abbandonato questa disarmante forma di sincerità
avviata un po’ per gioco, un po’ per disperazione. È un
tratto che ormai mi contraddistingue. Un modo per
squarciare i filtri difensivi che le persone usano per
nascondere la paura, la diffidenza verso l’Altro. Senza
grossi risultati ovviamente. Il più eclatante dei quali è
stata l’amicizia col mio spacciatore. Quando abbiamo
tempo, io e Rashid ci sdraiamo sul prato a fumare e
parlare di quanta luce si trovi nel cielo di Marrakech, di
quanto ci vorrebbe a piedi da Bologna a Tangeri, o le
centinaia di ricette con cui si può preparare il cous cous
fatto in casa, quello vero, che si mangia con le mani,
condividendo lo stesso piatto insieme ai fratelli, agli
ospiti. Col cellulare mette quella musica araba
insopportabile e, ogni volta, mi riempie della migliore
erba del Maghreb.
Nella vita non si può mai dire come andrà a finire.
Magari, grazie a Rashid lo spacciatore, prima o poi mi
arrestano mentre sogno, proprio qui, sotto il cielo di
Bologna, riverso sul prato della Montagnola. Mi invento
uno sciopero della fame. Quindi, guadagno le prime
pagine dei quotidiani quale giovane icona libertaria,
radicale, della filosofia contemporanea italiana. Già mi
vedo a discutere di antiproibizionismo con Cacciari,
Vattimo, Galimberti, Pannella durante uno di quei talk-

show dove non si capisce mai niente e ognuno parla
sull’Altro. Chi lo sa! E se finissi a condurre una rubrica
sull’Espresso? Finalmente avrei un lavoro. La tachicardia
e i tic nervosi che mi porto dietro scomparirebbero.
Riprenderei a bere i mie fottutissimi sette caffè
«guatemala» al giorno, le mie sigarette fatte di tabacco
biologico e cartine dal filtro biodegradabile. Troverei il
coraggio per comporre quel numero di telefono e Sonia,
senza esitazioni, mi chiederebbe di salvarla. Una
cerimonia sobria e dell’ottimo vino. Così ci sposeremmo.
In alto, sulla collina di San Luca, promettendoci la mezza
vita rimasta. Testimone, sotto di noi, la solita vecchia
Bologna: quella degli universitari e degli internet point,
delle Nuove brigate rosse e della Lotta continua. Quella
dei motori, della Ducati, della Lamborghini, delle torri, dei
papi, dei pizzaioli egiziani, dei cantautori. Quella delle
cooperative e dei tossici, delle vec- chie radio libere e
delle nuove commerciali, delle antiche osterie, delle
puttane sui viali, del Motor show, dei chilome- tri di
portici. Bologna etrusca, senza ombrello, di muri
imbrattati e puzza di piscio, quella delle bombe a mano a
Palazzo D’Accursio e del due agosto
millenovecentottanta, che quando arriva lo Stato tutta in
coro ancora si ricorda,
ancora fischia. Quella del Roxy bar, degli zingari ai
semafori, delle grate alla finestra, degli ex compagni, dei
centri sociali e delle Feste dell’Unità che non ci sono più.
Bologna una volta la grassa, una volta la rossa che
sprangava le strade alle camicie nere, alla destra, quella
che hasta la victoria siempre, evviva la rivoluzione e
invece oggi molto diversa, da un po’ moderna, di

mercato, scura e povera, genuflessa, realista e orfana,
sola, smarrita, dimentica, frastornata, cupa. Bologna di
potere e palazzo, che parla tante e una sola lingua, in cui
non si riconosce e che nessuno più capisce, ed è rimasta
a rammentare una vecchia storia abbandonata, una
vicenda disconosciuta, mentre imperversa il partito unico
egemone e saggio della nazione, Bologna, insomma,
dirigista, trasversale e ubiqua come il suo nuovo, giovane
e spavaldo potere, arrivista e tenace all’ombra delle torri:
Bologna mia, di Sonia e del PD.

Da Mezzogiorno padano a CasaperCasa

*articolo comparso sul Quotidiano del sud il 25 marzo del 2018

di Paolo Speranza

L’Italia smarrita di Sandro Abruzzese

Certo, Torre del Greco “non è Manhattan”, e questo lo si sapeva, vicina com’è alla “terra dei fuochi” e all’epicentro di Gomorra. La vera rivelazione, semmai, è che neanche la ricca, civile, progressista Emilia-Romagna può più accreditarsi come la “terra promessa” per i tanti che, di nuovo e silenziosamente, emigrano dal Sud per una vita migliore: “questa non è Hollywood”, sentenzia amaramente Maria, che da Torre del Greco si è trasferita con la famiglia a Parma per assicurare a sua figlia, affetta dalla nascita da una malattia rara, un’assistenza sanitaria adeguata. Senonchè, quello che doveva essere un temporaneo “pellegrinaggio della salute”, da Sud a Nord, è diventato invece un trasferimento definitivo: permanente e senza via d’uscita come la solitudine assoluta con cui Maria è costretta a convivere in quella “immensa e ricca pianura in cui, quando mi sento sola, non resta che andarsene all’iper, a fare la spesa”. Più simile alla depressione strisciante che ad una forma di sognante saudade, questa solitudine amplifica nell’animo della casalinga venuta dall’area vesuviana quel magma di nostalgia, sensi di colpa e rassegnazione di cui è irrimediabilmente prigioniera da ormai vent’anni.
No, non è davvero Hollywood, e non le somiglia neanche lontanamente, quella Padania che da oltre un decennio accoglie (ma sarebbe più corretto dire: ospita) gli attori della nuova e inarrestabile ondata migratoria dalle regioni del Sud Italia: un movimento carsico, inedito nelle sue dinamiche, che ancora oggi i più preferiscono rimuovere, pochi si sforzano di analizzare, quasi nessuno ha raccontato davvero.
Per questo è importante, ricco com’è di qualità letteraria e di coraggio civile, l’esordio narrativo di Sandro Abruzzese, che tre anni fa con Mezzogiorno padano, edito da manifestolibri con prefazione di Vito Teti (presentato in Irpinia a Grottaminarda ed allo Sponz Fest di Calitri in un’iniziativa coordinata da Franco Fiordellisi, Rita Labruna e chi scrive), ha dato vita ad una sorta di “Spoon River meridiana” dei nostri giorni, intrecciando con uno stile già coinvolgente e maturo storie personali di donne e uomini del Sud, sopravvissuti e resistenti, marginali o migranti. Storie semplici nella loro struttura eppure emblematiche, percorse da un vivo realismo e da una partecipe e a tratti vibrante caratterizzazione dei personaggi: “Queste storie apparentemente separate appaiono un unico romanzo sul dolore del nostro tempo presente. Queste storie, apparentemente fatte di scarti e di frammenti, raccontano le vicende eroiche e drammatiche della normalità, di un mondo di sradicati, di persone in fuga per arrivare in nessun luogo e per accorgersi che il luogo forse, come recitano i versi di Scotellaro, è là dove nasce l’erba nella terra e là dove il seme può spostarsi per trapiantarsi lontano”, scrive nella prefazione Teti, autorevole antropologo e meridionalista, estimatore convinto di Abruzzese (che dalla nativa Grottaminarda si è trasferito da anni a Ferrara), tanto da inserirlo fra le firme della nuova collana che dirige per Rubbettino, “Che ci faccio qui?”, per la sua seconda opera narrativa CasaperCasa – presentazione a Grottaminarda alle 19.00 del 30 marzo alla Mondadori – con la quale il giovane docente irpino, blogger e fondatore del progetto “Racconti viandanti” (attraverso cui promuove incontri sul tema dell’erranza) si conferma come una delle voci più interessanti e sincere della nuova narrativa italiana, in grado di cimentarsi con una polifonia di temi, generi e toni.
Se Mezzogiorno padano è infatti una silloge ben articolata di storie e racconti, filtrati dalle voci e dal flusso di memoria dei protagonisti, CasaperCasa è una sorta di odissea esistenziale, con echi joyciani, del protagonista (un insegnante in anno sabbatico dopo un matrimonio fallito) che si svolge tra le strade, le case e l’hinterland di Ferrara, fitta di sensazioni ed incontri a cui l’io narrante cerca di dare un ordine narrativo, costruendo così, come rileva l’estensore della scheda editoriale, “un reportage involontario, ironico e disarmante, di una ricerca di senso condotta con tenacia e leggerezza”. Il reportage foto-cartografico rappresenta una delle particolarità dell’opera seconda di Abruzzese, oltre alla tenace, progressiva conquista di uno stile sempre più personale ed interiorizzato, senza rinunciare (al contrario, esternandoli quasi con orgogliosa passione) ai richiami e agli apporti linguistici e morali di una solida teoria di buone letture e visioni d’autore.
La Ferrara narrata dal giovane scrittore meridiano non ha più l’opulenza fascinosa e dai risvolti talora torbidi del “romanzo di Ferrara” di Bassani o l’aristocratica eleganza di certi squarci dei film di Antonioni, per citare due tra i suoi figli più illustri, bensì è pienamente partecipe del grigio declino dell’Italia e d’Europa, di cui anche l’ampia e suggestiva appendice fotografica di CasaperCasa sembra restituirci, insieme all’antica bellezza, un retrogusto di spenta grandeur di provincia, di ripiegamento e di vuoto.
«Paese incridibile questo, Alecsandro, tantasorpresa, tanto riccopaese questo, o no? Anche tanto stranopaese di questi cosechecapita in riccopaese, o no? Certi volte questo che sento qui è di paesestrano, molto moltoancora più di che Ucraina sai?», commenta nel suo improbabile italiano Giorgio “Aggiustatutto”, l’immigrato ucraino che diventa compagno di viaggio ed amico del tormentato Ulisse di CasaperCasa, finendo per scoprire una città ed una Italia molto più complesse, tristi e ripiegate in se stesse di quanto lui, e come lui tanti migranti attratti dal “miraggio europeo”, avrebbe potuto mai prevedere. Ma non va meglio, peraltro, a tanti personaggi autoctoni, emigrati dal Sud o residenti “storici”, feriti e confusi da una vita privata e collettiva sempre più povera di umanità e di sorrisi, di relazioni sociali, di antidoti etici e culturali a una sorda, e sempre meno sotterranea, violenza.
Questa non è Hollywood, appunto. E non tornerà ad esserlo, se mai lo è stata. Perché se il futuro appare problematico e incerto, ancor meno senso ha il rifugio nella nostalgia di un recente passato, benchè indubbiamente migliore.
Scrive Abruzzese in una delle pagine più profonde del libro, citando uno dei suoi autori preferiti: “Portami con te, scrive in una poesia dedicata al figlio Attilio il poeta Caproni, e invece sa benissimo che il bello di questo mondo è prendere la propria strada, sperando sia la volta buona, il verso giusto, tentare di inseguirlo”. Come l’Ulisse che è in ognuno di noi, il più delle volte represso o nascosto in nome di un’esistenza più comoda e sicura. Ma di quelle certezze rassicuranti che hanno come protetto in un involucro di benessere, fino a ieri, Ferrara e l’Emilia e gran parte d’Italia, non vi è traccia nei personaggi di Mezzogiorno padano e di CasaperCasa. Ai quali non resta che affidarsi, in una vita che è sempre più resistenza quotidiana, alle residue risorse di vitalità ed ai barlumi di solidarietà umana e civile che a tratti illuminano la lunga strada, piena di foschia, che li separa dall’approdo alla loro personale e ancor sconosciuta Itaca.

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Vito Teti su CasaperCasa

frontespizio casapercasa

CasaperCasa, Rubbettino editore 2018

 

 

“…tutto poteva essere pensato, pianificato e fatto meglio, lo riconosco. Ma insomma è andata proprio in questo modo. E’ finita così, ormai non si torna indietro” (Sandro Abruzzese, CasaperCasa, Rubbettino 2018).

Un romanzo bellissimo, Sandro, un libro vero e profondo. Una lettura necessaria per quanti si occupano e scrivono di luoghi, di paesi, di città, cercandone l’anima, le luci e le ombre, la storia, la memoria, il presente. Un romanzo vero e intenso, leggero e profondo, un viaggio appassionato in una Ferrara che è metafora dell’Italia e dell’Europa, con le sue fobie e le sue generosità e un generale senso di spaesamento e di una costante ricerca di senso. Tra le pagine del taccuino del protagonista prendono vita personaggi sradicati e di grande sensibilità umana e un’intera città, un microcosmo, viene ripensata attraverso una cartografia di luoghi, storie ed esistenze. Un romanzo che è anche un reportage nei luoghi della crisi di una città che non trova, nelle nobili tradizioni culturali del passato, una memoria fondante del presente. Un libro che ci porta a fare i conti con il nostro passato che non parla e con un presente che non riesce ad ascoltare le voci di chi è sempre impegnato a trovare un senso pure nei luoghi della più profonda dispersione.

Con questo romanzo, che appare dopo Mezzogiorno Padano (Manifestolibri, 2015), nella collana “Che ci faccio qui” della Rubbettino, Sandro Abruzzese supera la difficile prova del secondo libro e si conferma scrittore, etnografo, osservatore, una delle voci più originali delle “letterature” dei nostri tempi, che riesce a dare voce a tutti coloro che si sentono senza luogo e senza patria e che, come Alexander Langer, a cui dedica il libro, cerca di individuare e indicare possibili ponti tra passato e futuro, tra figure inquiete solo apparentemente lontane. E lo fa con la sensibilità di chi non dimentica un Sud che, pure da lontano, affiora e rappresenta punto di riferimento ineludibile, per poter abitare un nuovo mondo che va costruito assieme agli altri.

Le mappe e le immagini della città che ci conducono nei luoghi attraversati dai protagonisti fanno parte della storia di una città visibile e invisibile, che accoglie e respinge, si mostra e si rinchiude. Un libro come questo aiuta più di mille analisi e di elaborate riflessioni a capire quanto sta accadendo e perché accade nella vita sociale e politica di un Nord e di un’Italia che, a ragione, vogliono cambiare pagina, ma, forse, lo stanno facendo senza una direzione e una metà precise e condivise.

 

Vito Teti

Gramsci: intellettuali e carattere italiano

 

“Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza”, scriveva l’ordinovista Antonio Gramsci nel ’19. Dietro questo motto, giustamente segnalato da Eugenio Garin in Con Gramsci, vi è l’intuizione che fa da sfondo a una delle più interessanti riflessioni del leader comunista: quella sul ruolo degli intellettuali nella società moderna. Se la borghesia rurale ha i suoi funzionari statali e liberi professionisti, argomenta Gramsci, se la borghesia cittadina fornisce i tecnici delle industrie, l’unica classe produttiva che non possiede dei rappresentanti e che anche quando li produce finisce per perderli poiché assimilati alle altre categorie, è quella contadina. A tal proposito, occorre staccare gli intellettuali dal blocco dominante per creare una nuova cultura che li saldi al popolo, generando un inedito blocco nazionale.

Tornando agli intellettuali classici, restano celebri alcune pagine in cui il sardo traccia il profilo di oratori eloquenti e sentimentali, avulsi dalla realtà effettuale, dalla vita pratica e dai problemi delle masse: si tratta di “parolai”. A questo genere di intellettuali Gramsci replica che “le idee sono grandi in quanto attuabili”, per cui occorre mostrare concretamente la strada da percorrere e, nel farlo, occorre rappresentare una volontà collettiva, essere in grado di organizzarla.

“Gramsci è nell’alveo di Lenin”, scriverà in merito a questa concezione Luciano Gruppi. Gli intellettuali sono gli organizzatori, il trait d’union tra teoria e pratica, gli educatori di un carattere nazionale e internazionale che superi la mera appartenenza a un gruppo socio-economico specifico. E a chi sottolinea un carattere italiano individualista, che vive e si affida ad espedienti piuttosto che a forme organizzative moderne, di stampo politico e sindacale, egli ribatte che il proliferare di forme criminali come le mafie o le consorterie politiche corrisponde all’incapacità delle classi dirigenti nazionali di risolvere i bisogni economici immediati dei cittadini.

Il rinnovamento dello stato, quindi, non può che avvenire attraverso la saldatura degli intellettuali agli strati “economicamente e culturalmente” più bassi della penisola. Questo rinnovamento passa per la lotta al settarismo e all’apoliticismo, i quali hanno occupato i partiti trasformandoli in un insieme di “galoppini e maneggioni elettorali”. Infatti, se carattere permanente del popolo italiano è “l’ammirazione ingenua e fanatica per l’intelligenza come tale – (…) forse unica forma di sciovinismo popolare in Italia (…) -, essere partigiano della libertà in astratto non conta nulla”. La realtà delle classi dirigenti italiane di fine ‘800, inizio ‘900, – Gramsci ne è convinto,- è fatta più di miseria culturale che di serietà politica. La stessa accademia, l’università e l’istruzione, risentono dell’apoliticismo condannando i funzionari e la burocrazia di cui sono espressione alla estraneità alle masse.

Il problema delle classi dirigenti, continua Gramsci in Passato e presente, riguarda anche i suoi capi: bisogna distinguere se siamo di fronte a “grande ambizione”, la quale è indissolubile dal bene collettivo e dalla crescita generale degli strati sociali, oppure a “piccola ambizione”, la quale, attorno a sé, crea solo il deserto. A questo punto è chiaro che i capi devono costruire partiti in grado di perseguire “fini politici organici di cui queste masse sono il necessario protagonista storico”. Ed è chiaro che per farlo è necessario superare il culto italico dell’intelligenza retorica, provinciale e sterile, per avviare quella riforma morale e intellettuale attesa fin dal Rinascimento, in grado di riavvicinare finalmente gli intellettuali italiani alle masse e l’Italia all’Europa.

Andando a ritroso, alla ricerca storica delle cause di questa arretratezza, negli Intellettuali Gramsci sottolinea che la divisione politica della penisola dalla caduta dell’Impero romano al 1870 ha prodotto intellettuali con una visione internazionale e cosmopolita legata al ruolo tradizionale dell’Impero prima e del Papato poi. La frattura tra intellettuali cosmopoliti e popolo si riverbera, soprattutto per quanto riguarda i dotti, nell’uso della lingua latina, la quale taglia il popolo dalla partecipazione per secoli. Di conseguenza, mentre gli altri stati europei costruiscono la loro coscienza collettiva sulla base di ceti intellettuali nazionali, gli intellettuali italiani restano cosmopoliti e addirittura emigrano nel resto d’Europa in qualità di tecnici. A quel punto, con l’involuzione politica rinascimentale, l’incapacità di superare la stagione municipale e quella delle signorie, non rimane che la vulgata del genio italico, il quale non è considerato dal sardo degno di nota senza la conseguente capacità di socializzarne gli approdi, di renderli universali e collettivi all’interno della nazione, ciò che è precipuo compito delle élites.

© Sandro Abruzzese

Articolo apparso su Poetarum silva

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Il mondo grande e terribile di Gramsci

*Articolo apparso su Poetarum silva
Vita di Nino 

Di quando, recluso dall’8 novembre del ’26, gli caddero uno a uno 12 denti, a Gramsci, e qualche anno di carcere dopo, in pochi mesi, aveva perso 7 chili.

Di quando, nel ’31, i medici produssero certificati, prove: male di Pott, lesioni tubercolari, febbre, ipertensione, insonnia, e non ricevette cure adeguate per altri due anni, per esser sicuri che non ce l’avrebbe fatta.

D’altronde, nella requisitoria milanese, l’accusatore Isgrò si era tradito goffamente con una frase grossolana ma di una violenza emblematica: “Per vent’anni, dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare”, aveva detto. Era evidentemente il problema del fascismo: la paura prodotta da quella grande testa, – “la testa di un rivoluzionario” – scrisse di lui Piero Gobetti, su un corpo malfermo, quasi da bambino; la paura di quella fievole voce, affinché non parlasse, non organizzasse la vita degli operai e dei contadini italiani. Fu condannato a vent’anni e passa di carcere. Avrebbe fatto in tempo a scontarne undici.

Di quando da ragazzo, al ginnasio di Santulussurgiu, vendeva pasta, olio, formaggio della sua dispensa, per acquistare i libri prediletti. Fin dalle elementari, dirà egli stesso in una lettera alla moglie Julca, aveva maturato “l’istinto della ribellione, che da bambino era contro i ricchi, perché non potevo andare a studiare, io che avevo preso 10 in tutte le materie (…) esso si allargò per tutti i ricchi che opprimevano i contadini della Sardegna, ed io pensavo allora che bisognava lottare per l’indipendenza nazionale della regione. (…) Poi ho conosciuto la classe operaia di una città industriale e ho capito ciò che realmente significavano le cose di Marx (…)”.

O di quando a Cagliari, per l’ultimo anno del liceo, non usciva per la vergogna dei vestiti lisi e scriveva al padre Francesco la sua impotenza, l’umiliazione. Cosa che avrebbe replicato a Torino, consumandosi nel freddo gelido del capoluogo sabaudo, senza possedere nemmeno un cappotto. All’epoca di Cagliari, viveva ancora con Nannaro, il fratello maggiore, un socialista. Il fratello qualche tempo dopo sarebbe poi stato scambiato per Nino e massacrato fino a perdere un dito e rischiare la morte per dissanguamento, dopodiché sarebbe fuggito in Francia.

Ma già nel ’24, a capo del Pci, Gramsci aveva compreso la natura e le difficoltà del suo compito: i compagni “Credono che io sia una sorgente inesauribile (…) Domandano troppo da me, si aspettano troppo e ciò mi impressiona sinistramente”. Risulta eletto alla Camera, in Veneto, e questo gli farà scrivere: “Quando penso a ciò che sono costati agli operai e ai contadini i voti datimi, (…) che parecchi sono stati bastonati a sangue per ciò, giudico che una volta tanto l’essere deputato ha una valore e un significato”.

Era stato, dopo aver abbandonato l’università, un giornalista attivissimo al Grido del popolo, all’Ordine nuovo, il suo acume lo aveva portato all’attenzione di Lenin. Il Gramsci torinese era cresciuto e aveva sviluppato un carattere pignolo e spigoloso, fatto di una intransigente severità verso se stesso, e quindi verso gli altri. Il suo amore per il pensiero, in questi importanti anni di formazione, lo avrebbe portato a rifiutare qualsiasi settarismo, qualsiasi esteriorità o forma di vanità. Spesso non avrebbe firmato nemmeno i suoi articoli, oppure avrebbe usato pseudonimi, e questo ben prima che la sua vita fosse in pericolo per via delle persecuzioni fasciste.

Cresciuto nell’indigenza, Nino Gramsci, fin da bambino aveva condotto una vita grama, acuita dai difetti fisici, dalla povertà familiare seguita all’arresto del padre per peculato e altri capi d’accusa. Ebbene, fu in Russia, in qualità di rappresentante del Pci nell’esecutivo dell’Internazionale comunista, che la sua vita ebbe un’importante svolta. Ricoverato nel sanatorio di Sieriebriani Bor, per il consueto esaurimento nervoso, conobbe Julca, la futura moglie. Concepirono il primo figlio, Delio.

“Il tuo amore”, le scriverà nel ’24 da Roma, “mi ha rafforzato, ha veramente fatto di me un uomo”. Si vedranno ancora nella capitale, lei ripartirà nell’estate del ’26, in attesa del secondogenito Giuliano. A causa del seguente arresto, Nino non conoscerà mai, se non per foto, il suo secondo figlio, né rivedrà gli amati Julca e Delio.

*

A Roma avviene l’ultima fase della sua vita in libertà. Durante la crisi Matteotti, ha il tempo di riconoscere i tratti della “fase acuta della civiltà borghese in decomposizione galoppante (…)” ma è costretto a evidenziare che il proletariato “non ha l’organizzazione sufficiente per prendere il potere. Demoralizzazione, vigliaccheria, corruzione, assumono gradi inauditi”.

Registra poi una implacabile polarizzazione in cui i partiti intermedi svaniscono:  i riformisti non acconsentono a massicce forme di protesta unitarie, l’estrema sinistra sventola il frazionismo, i fascisti picchiano e minacciano. In questo contesto Gramsci sente una “(…) solitudine oltre ogni cosa, anche per l’organizzazione illegale del partito che costringe al lavoro individuale e indipendente”.

Nel suo unico discorso del 16 maggio 1925 alla Camera, con voce debole e sottile, a chi gli rinfacciava di non conoscere il Meridione aveva risposto:
“Io sono meridionale”! (…) “In Italia il capitalismo si è potuto sviluppare in quanto lo Stato ha premuto sulle popolazioni contadine, specialmente nel Sud. (…) per fare opera seria e concreta dovreste cominciare col restituire alla Sardegna i 100-150 milioni di imposte che ogni anno estorcete alla popolazione sarda”.

È una convinzione che aveva anticipato in numerosi articoli, che confluirà nel saggio del ’26 sulla Questione meridionale, e che aveva avuto modo di ribadire fondando il quotidiano L’Unità: “noi dobbiamo dare importanza specialmente alla questione meridionale, cioè alla questione in cui il problema dei rapporti tra operai e contadini si pone non solo come un problema di rapporto di classe, ma anche e specialmente come un problema territoriale, cioè come uno degli aspetti della questione nazionale”.

Tornando al carcere, quando fu arrestato, aveva 35 anni. Non poterono molto i tentativi del Vaticano e nemmeno le proteste internazionali capeggiate da Romain Rolland, grazie alle informazioni veicolate da Piero Sraffa.

“Il carcere è una bruttissima cosa”, scriverà alla mamma, “ma per me sarebbe ancora peggiore il disonore per debolezza morale e per vigliaccheria”. Nessuna richiesta di grazia, mai. Nessun compromesso. Bensì solo ciò che la legge prevede, e questo per rimarcare la posizione di intransigente oppositore al fascismo e sottolineare la sua condizione, come dirà Giuseppe Fiori, di “combattente irriducibile”.

Sempre alla cara mamma, dal carcere scrive: “Occorre che tu sia forte, nonostante tutto, come sono forte io, e che mi perdoni con tutta la tenerezza del tuo immenso amore e della tua bontà (…) io sono tranquillo e sereno. Moralmente ero preparato a tutto. (…) mi piange il cuore nel pensare che non sempre sono stato con voi affettuoso e buono come avrei dovuto essere e come meritavate. Vogliatemi sempre bene e ricordatevi di me”.

Dal ’28 sarà completamente isolato: pochissime le lettere di Julca, affetta da un grave esaurimento nervoso, poche quelle da Ghilarza (Peppina muore il 30 dicembre del ’32), dissente dalla linea del partito di Togliatti e dalla svolta dell’Internazionale, si allontana per dissidi e incomprensioni anche dai compagni carcerati a Turi. Pochi mesi e, – se non fosse per Tatiana, sorella di Julca, che vive in Italia e gli sarà accanto quasi costantemente dalla detenzione in poi, – in completa solitudine, avvia la stesura dei Quaderni.

Gli ultimi anni sono durissimi: “(…) per me il passato ha una grande importanza, come unica cosa certa nella mia vita (…)”. La malattia avanza e nel ’33 è a uno stadio tale che a Tania scrive: “sono mezzo abbrutito o forse completamente abbrutito per il non poter dormire e riposare la notte: in certi momenti mi pare di diventar pazzo (…)”, o ancora “non riesco più a reagire al male fisico e sento che le forze mi vengono sempre più a mancare (…)”, e infine “(…) ciò che ancora mi da un po’ di forza è il pensiero che ho delle responsabilità verso Julca e verso i bambini; altrimenti non lotterei neppure, tanto il vivere mi è diventato gravoso e odioso”.

Ormai, nel ’35, la situazione è critica. A sue spese, aiutato sempre e comunque dall’amico Piero Sraffa, fu trasferito a Formia e poi, per gli ultimi giorni, a Roma. Cerca di rincuorare Julca: “(…) Occorre resistere, tener duro, cercare di acquistare forza. D’altronde ciò che è accaduto non era del tutto imprevedibile (…) ricordi quando ti dicevo che andavo alla guerra? (…) era il vero e in realtà così sentivo. Sii forte e fa di tutto per star meglio. Ti abbraccio teneramente coi nostri ragazzi”.

Muore a Roma, il 27 aprile del 1937, all’età di 46 anni. Il padre Francesco gli sopravvive per due settimane, a volte rileggeva le cose che il figlio aveva scritto alla mamma Peppina come questa:

“Cara mamma vorrei proprio abbracciarti, perché sentissi quanto ti voglio bene, e come vorrei consolarti di questo dispiacere che ti ho dato: ma non potevo fare diversamente. La vita è così, molto dura e i figli qualche volta devono dare dei grandi dolori alle loro mamme, se vogliono conservare il loro onore e la loro dignità di uomini”.

*

© Sandro Abruzzese

Frammenti bosniaci: Potocari, Srebrenica.

Testo e foto di Sandro Abruzzese

Cimitero di Potocari, Srebrenica

Cimitero di Potocari, Srebrenica

Nel momento stesso in cui ti senti diverso dai Balcani e li liquidi come qualcosa di estraneo all’Europa, essi sono già entrati in te.

Paolo Rumiz, Maschere per un massacro.

“Nermin, Nermin”, grida un uomo scheletrico e denutrito portandosi le mani alla bocca. “Nermin, Nermin, sono con i serbi, ci lasciano liberi, vieni Nermin”, echeggia nella valle il suono gutturale proveniente dalla sua bocca aperta. È una voce ferma eppure scorata e impaurita. Nermin ha diciotto anni, fugge per i boschi dopo la conquista di Srebrenica da parte dei nemici. L’uomo che lo chiama è suo padre, catturato insieme ad altri compagni. Il video viene mostrato in una sala apposita, al primo piano del museo di Potocari, a sei chilometri da Srebrenica, museo nato nella vecchia fabbrica dismessa che fu sede del quartier generale dell’Onu durante la guerra in Bosnia Erzegovina.

È primavera in mezzo ai morti di Srebrenica, qui a Potocari. È una giornata placida, assolata, in cui il passato sembra un’immane e insensata sciagura. Tutto, ancora una volta, a distanza di tempo, non riesce ad assumere una forma. È una realtà smisurata, e quindi priva di proporzioni. “Volete sopravvivere o scomparire?”, chiede il generale Mladic ai rappresentanti dei rifugiati annichiliti. Per sopravvivere si dovranno arrendere, consegnare le armi, poi ognuno sarà libero di scegliere se rimanere qui o andarsene dove vuole, assicura ridanciano, con la tronfia sicurezza dei vincitori, il generale.

Srebrenica purtroppo non è sopravvissuta. Dei trentasettemila abitanti, di cui più del settanta per cento mussulmani, ne sono rimasti circa seimila. Dopo il genocidio, il resto lo hanno fatto l’emigrazione, lo spopolamento dovuto prima all’instabilità e successivamente alla disoccupazione. Così è finita la città dell’argento, l’Argentium romana. Ora ci sono più morti che vivi a Srebrenica, e quei vivi sono divisi da inesausti rancori. Poi ci sono un campanile e un minareto che si fronteggiano. C’è un passato da ricostruire e dimenticare.

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Srebrenica

Ancora torna alla mente quella parola: “sloboda”. La pronuncia il padre di Nermin, l’uomo scarno che incita alla resa, per convincerlo a scendere a valle, “i serbi ci lasciano liberi”, dice, ma nel video è chiaro che è indotto a farlo senza alcuna convinzione. A fianco gli altri prigionieri sono demoralizzati, accasciati al suolo, lui si volta verso i soldati serbo-bosniaci, chiede se è abbastanza, se così va bene, loro acconsentono con un cenno del capo. “Sloboda”! Moriranno entrambi, padre e figlio non saranno più ritrovati.

Già! “Sloboda”. Sui muri, all’interno del quartier generale di Potocari, restano dei disegni, donne nude, auto, moto. Frasi spiritose si mescolano a ingiurie. Qualcuno ha scritto che le ragazze bosniache puzzano come animali, sono sdentate, sporche. Altri militari a distanza di anni sono tornati a salutare vecchi amici sopravvissuti, hanno portato con sé i loro figli. Intanto nell’ufficio del capo, il tenente colonnello Thom Carremans, dalla finestra entra una luce calda. È una luce venata di una maestosa indifferenza per questa vecchia valle d’argento in mezzo alle montagne, e si posa sull’impiantito, sulle pareti della stanza grigia in cui appesi al muro campeggiano i volti azzimati dei reali d’Olanda: cosa avrebbe potuto fare l’Europa per Srebrenica? E cosa possiamo fare noi, oggi, per Srebrenica e la Bosnia?

Ufficio del comandante Karremans a Potocari, Srebrenica.

Ufficio del comandante Carremans a Potocari, Srebrenica.