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Frammenti bosniaci: Potocari, Srebrenica.

Testo e foto di Sandro Abruzzese

Cimitero di Potocari, Srebrenica

Cimitero di Potocari, Srebrenica

Nel momento stesso in cui ti senti diverso dai Balcani e li liquidi come qualcosa di estraneo all’Europa, essi sono già entrati in te.

Paolo Rumiz, Maschere per un massacro.

“Nermin, Nermin”, grida un uomo scheletrico e denutrito portandosi le mani alla bocca. “Nermin, Nermin, sono con i serbi, ci lasciano liberi, vieni Nermin”, echeggia nella valle il suono gutturale proveniente dalla sua bocca aperta. È una voce ferma eppure scorata e impaurita. Nermin ha diciotto anni, fugge per i boschi dopo la conquista di Srebrenica da parte dei nemici. L’uomo che lo chiama è suo padre, catturato insieme ad altri compagni. Il video viene mostrato in una sala apposita, al primo piano del museo di Potocari, a sei chilometri da Srebrenica, museo nato nella vecchia fabbrica dismessa che fu sede del quartier generale dell’Onu durante la guerra in Bosnia Erzegovina.

È primavera in mezzo ai morti di Srebrenica, qui a Potocari. È una giornata placida, assolata, in cui il passato sembra un’immane e insensata sciagura. Tutto, ancora una volta, a distanza di tempo, non riesce ad assumere una forma. È una realtà smisurata, e quindi priva di proporzioni. “Volete sopravvivere o scomparire?”, chiede il generale Mladic ai rappresentanti dei rifugiati annichiliti. Per sopravvivere si dovranno arrendere, consegnare le armi, poi ognuno sarà libero di scegliere se rimanere qui o andarsene dove vuole, assicura ridanciano, con la tronfia sicurezza dei vincitori, il generale.

Srebrenica purtroppo non è sopravvissuta. Dei trentasettemila abitanti, di cui più del settanta per cento mussulmani, ne sono rimasti circa seimila. Dopo il genocidio, il resto lo hanno fatto l’emigrazione, lo spopolamento dovuto prima all’instabilità e successivamente alla disoccupazione. Così è finita la città dell’argento, l’Argentium romana. Ora ci sono più morti che vivi a Srebrenica, e quei vivi sono divisi da inesausti rancori. Poi ci sono un campanile e un minareto che si fronteggiano. C’è un passato da ricostruire e dimenticare.

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Srebrenica

Ancora torna alla mente quella parola: “sloboda”. La pronuncia il padre di Nermin, l’uomo scarno che incita alla resa, per convincerlo a scendere a valle, “i serbi ci lasciano liberi”, dice, ma nel video è chiaro che è indotto a farlo senza alcuna convinzione. A fianco gli altri prigionieri sono demoralizzati, accasciati al suolo, lui si volta verso i soldati serbo-bosniaci, chiede se è abbastanza, se così va bene, loro acconsentono con un cenno del capo. “Sloboda”! Moriranno entrambi, padre e figlio non saranno più ritrovati.

Già! “Sloboda”. Sui muri, all’interno del quartier generale di Potocari, restano dei disegni, donne nude, auto, moto. Frasi spiritose si mescolano a ingiurie. Qualcuno ha scritto che le ragazze bosniache puzzano come animali, sono sdentate, sporche. Altri militari a distanza di anni sono tornati a salutare vecchi amici sopravvissuti, hanno portato con sé i loro figli. Intanto nell’ufficio del capo, il tenente colonnello Thom Carremans, dalla finestra entra una luce calda. È una luce venata di una maestosa indifferenza per questa vecchia valle d’argento in mezzo alle montagne, e si posa sull’impiantito, sulle pareti della stanza grigia in cui appesi al muro campeggiano i volti azzimati dei reali d’Olanda: cosa avrebbe potuto fare l’Europa per Srebrenica? E cosa possiamo fare noi, oggi, per Srebrenica e la Bosnia?

Ufficio del comandante Karremans a Potocari, Srebrenica.

Ufficio del comandante Carremans a Potocari, Srebrenica.

 

La letteratura come bene comune

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La foto ritrae un particolare della mostra “Ciò che ci rende umani”, organizzata dal Teatro Valdoca da 7 ottobre al 7 novembre a Cesena. Nel particolare da sinistra i ritratti di C. Bene, V. Majakovskij, A. Merini

Se dovessi usare una sola frase per definire il mio rapporto con la letteratura, direi che mette ordine nel mio cuore. E credo nel cuore di ognuno. Poi, di conseguenza, se così fosse, credo metta ordine nel mondo. Della poesia Zanzotto diceva che tesse le trame invisibili del creato fino a ricostituirlo nelle sue infinite varianti. Anche quando crediamo che crei scompiglio, quando scuote le nostre certezze, la letteratura, per usare una definizione cara a Carlo Levi, inventa la verità. Lo fa dando i nomi alle cose e all’esistenza che abbiamo sotto gli occhi ma non sappiamo pronunciare. Per inventare la verità e darle un nome, aggiungo, occorrono almeno due condizioni: la prima è essere liberi; la seconda è avere molto coraggio. Dire la verità, ce lo insegnano le dittature, può essere molto rischioso. Darle forma attraverso simboli, attraverso frammenti, trame, è un passo verso la giustizia. Verità e giustizia spesso necessitano di uno sprovveduto coraggio.

Come per la scienza, sapere o conoscere è sempre positivo. Quindi la letteratura, con la verità, ponendo agli esseri umani il problema della giustizia, diventa morale. E la morale, intesa come insieme di valori che regolano la comunità, finisce per farsi politica. Mi viene in mente Orwell quando sostiene che Non esiste letteratura genuinamente apolitica e meno che mai in un’epoca come la nostra, in cui paure, odi e convinzioni strettamente politiche sono nella coscienza di tutti. Orwell è un socialista democratico che scrive soprattutto contro il totalitarismo. Anche lui come Céline e Marx è sicuro che il mondo sia una storia di ricchi e poveri, di deboli e oppressori. Inoltre, lo scrittore inglese è convinto che quando la scrittura porta alla luce l’ineffabile, il recondito dell’uomo, con l’ausilio di audacia e tecnica, l’effetto è l’abolizione, anche se momentanea, della solitudine (…). Ed è proprio vero che leggere letteratura fa sentire meno soli. Sappiamo che Orwell, per sua stessa ammissione, quando si accinge a scrivere un libro, lo fa per combattere qualche menzogna, o per denunciare quelle che ai suoi occhi risultano palesi ingiustizie.

 

Sandro Abruzzese

 

La città di Monica

Testo e foto di Sandro Abruzzese

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… E poteva andare a studiare in America, Monica, però non ci va in America, per tanti motivi, non se la sente. Per dirne una, quando i colleghi hanno respinto a maggioranza un alunno privo di aiuti familiari e con seri problemi, lei ha scritto e fatto tutto ciò che poteva, ma poi non le è restato che piangerne impotente: con te sarebbe stato diverso, mi ha detto con voce spenta. Allora il padre del ragazzo la rincuorava dicendole tu maestra Monica, ce la fai tu l’iscrizione a Roberto per l’anno prossimo? Faccela tu, ci sei l’anno prossimo, non scherzare mica te ne vai lo lasci solo a Roberto? Se ci stai tu è tutt’appost! Allora Monica ha detto che c’era, ma non è per questo che non se ne va in America.

Comunque, per dire com’è Monica, e con questo mi fermo, ebbene quando Michele, un pittore dotato e un po’ toccato, le ha chiesto di leggere brani di Dostoevskij mentre lui disegnava lì, in libreria, ebbene, che ha fatto Monica? Siccome l’idea le è piaciuta un casino, ha passato i due giorni successivi a selezionare i brani da leggere, e quando l’ha richiamato per dire che era pronta, che, sì, aveva accuratamente selezionato soprattutto da Memorie del sottosuolo; ebbene Michele dopo due giorni del progetto non ricordava praticamente più nulla: cancellato, perso, assorbito nei meandri di quella sua meravigliosa testa, dietro quel volto dagli occhi tagliati d’azzurro e dai lineamenti simmetrici, dentro quel corpo slanciato e proporzionato, tra le spalle larghe da nuotatore e le braccia da ragazzino. Il progetto era finito da qualche parte, sprofondato tra i suoi capelli lunghi e ormai bianchi, con quel portamento regale, sempre elegante, qualsiasi capo indossi. E allora Monica me l’ha raccontato e ha riso. Ha riso tanto come fa lei quando qualcosa la diverte. Ha riso rumorosamente di leggerezza e partecipazione alla follia di Michele, e la gente al tavolino di via Mazzini si destava e voltava curiosa di quella curiosità generata dall’allegria che fa un po’ invidia e un po’ contagio. Ha riso della follia di Michele e della nostra, che poi non è dissimile da tutte le follie di cui è costituito il Cosmo, così com’è costellato di lontani pianeti e stelle e possibilità infinite. Ha riso finché non è arrivato Paolo il fotografo che spesso è lì, al tavolo del bar, e ha detto: ciò, ma si può sapere, voi due scribacchin, che c’è da ridere così tanto? E allora noi ci siamo guardati negli occhi e abbiamo risposto: niente, però abbiamo continuato a ridere tanto e capita che ancora ne ridiamo.

 

Sud: basta aspettare che ci liberino da noi stessi

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Chiesa di Cotronei

testo e foto di Sandro Abruzzese

Quando alla tv, sui giornali, sui social network, vedo scorrere le immagini dei luoghi più belli del Meridione, da meridionale che vive da tempo nel nord del Paese, provo una vena di rammarico mista a un lieve e indecifrabile fastidio. Dietro le cartoline, i video che mostrano le bellezze del Sud, rivedo gli alibi dei meridionali, i complessi di inferiorità, le giustificazioni. Vedo una risposta puerile ai fallimenti, false assoluzioni, assenza di colpe e colpevoli. Forse è questo fare autoassolutorio che mi ferisce. Ma non solo. C’è pure l’amarezza per il fatto che la bellezza della natura non è un nostro agire concreto e quella delle città risale a secoli addietro. Forse è l’amarezza dovuta al fatto che non c’è merito in quel che viene mostrato, che nulla è stato progettato e costruito (a volte nemmeno semplicemente custodito) da noi. Insomma, pure lei, pure la bellezza, sento che in qualche modo tradisce il Sud e finisce per fargli più male che bene. Lo fa parlando di menzogne, rifacendosi al passato che ognuno legge a suo modo, e così inganna, contribuendo alla confusione perpetua che ci attanaglia.
È difficile sentir parlare del Mezzogiorno sui giornali e le tv nazionali senza incorrere in visioni spesso superficiali e stereotipate, concordo con Di Consoli. Il Nord da cui scrivo ha un’idea vaga, indefinita del Sud, tramandata dal contatto con migranti o da fugaci vacanze estive nelle zone costiere. Questo è un aspetto fondamentale da cui partire. È qui, nelle immagini e nella narrazione dei fatti e degli accadimenti, che la Calabria e il Sud dimostrano la necessità di conquistare chiarezza e lucidità, o per citare l’articolo di Vito Teti, “verità”. L’opinione pubblica locale, – prima che quella nazionale, – i suoi giornali, gli intellettuali, hanno il dovere di descrivere ciò che realmente accade nella loro terra. E avrebbero pure il diritto di raccontarlo senza per questo mettere a repentaglio l’esistenza. Ma si sa che la Calabria è un’isola. Quei piccoli Pirenei rappresentati dal Pollino sono il suo ennesimo mare. Molti giornalisti calabresi hanno messo a rischio la loro vita per raccontare la verità. Credo fermamente che questo sia il punto cardine da cui ripartire, la prima conquista per cui lottare: essere in grado di raccontare la verità, mettere al centro del discorso pubblico i nostri limiti e i meriti, attraverso un costante esercizio razionale, significa sconfiggere “il cono d’ombra” di cui parla Di Consoli e svolgere le funzioni a cui ci richiama Teti. È una battaglia culturale chiara che si deve servire delle associazioni e della scuola e, una volta intrapresa e portata a termine, essa costringerà i mezzi di informazione nazionali a prendere atto di cosa siano realmente la Calabria e il Mezzogiorno. Solo quando noi saremo riusciti a darne la vera e complessa immagine a noi stessi, altri non potranno che prenderne atto. Perché questo momento arrivi, occorre smettere di aspettare che qualcuno ci liberi da noi stessi. Così aspettavamo Napoleone e i francesi per la repubblica, Così i sabaudi si accordarono con i gattopardi, così gli americani usarono la mafia, e Portella della Ginestra resta a imperitura memoria. Così i fascisti accolsero i notabili locali. Così rinnoviamo l’attesa passando dalla Democrazia cristiana al Berlusconismo che sembra aver trovato degni eredi e prosecutori nel fantomatico Partito della nazione. Quando si parla di Sud, mi pare si parli sempre di attesa, pazienza, rassegnazione. Se è così, almeno si mostrino i colpevoli, le connivenze, i tradimenti locali e nazionali. Se è così, almeno si dica il vero perché senza non è possibile giustizia e nemmeno orgoglio.
Se il primo punto è la verità, trovo che essa sia intimamente legata a una serie di altri punti. Essa apre al problema della libertà, di un Sud libero in cui il territorio sia nelle mani salde dello Stato. Non è possibile parlare di libertà senza far fronte a necessità primarie da soddisfare. Ecco che subito il discorso, da locale, diventa di carattere nazionale. Il Sud e la Calabria hanno il problema della libertà, e la libertà, l’indipendenza vengono dalla dignità del lavoro.
Il grande tema assente e orfano di partito, oggi, in Italia e nel Meridione, è il lavoro. La condizione delle nostre terre, non dando giusta retribuzione a sforzi e rischi, fiacca gli animi, demoralizza, abitua alla partenza e alla rinuncia. L’assenza del lavoro apre alla piaga ormai endemica e insopportabile dell’emigrazione, dello sradicamento, motivo per cui oggi esistono più calabresi all’estero o nel resto d’Italia che non in Calabria. Esistono altrettanti meridionali al Nord che vanno a formare un vero e proprio Mezzogiorno padano.
A questo si aggiunga una classe politica e dirigente dalle responsabilità gravissime (anche qui concordo con Teti), specchio del debole tessuto socio-economico. Mentre esistono caratteristiche oggettive di svantaggio per il territorio calabrese nel fare impresa (penso all’orografia, alla distanza e alla viabilità), non esiste alcuna valida giustificazione per le condizioni in cui versano la sanità, la scuola, le università, i centri di ricerca, le strade, i bilanci. Ma di nuovo, inesorabilmente, i temi via via presi in rassegna riportano a problemi nazionali, perché è vero ed è stato detto spesso che ciò che accade nel resto del Paese è come se si ingigantisse nelle sue estreme propaggini. Un organismo malato mostra i propri cedimenti nella parte più debole e esposta del corpo.
Se “la linea della palma” di cui parlava Sciascia è arrivata a Milano, sono persuaso ancora delle parole di Carlo Levi, quando sostiene che non esiste una questione meridionale. Esiste il problema dello Stato italiano e oggi potremmo aggiungere dell’Unione europea. O con Gramsci, quando sostiene che esiste il problema del rapporto tra città e campagna, tra civiltà industriale e contadina, tra il Nord urbano e il Sud contadino.
Ci sarebbe ancora la questione demografica: l’Italia è un paese vecchio, dove le risorse sono nelle mani di una classe media che è avanti con l’età e in questo panorama, l’emigrazione dei giovani meridionali specializzati crea un continuo travaso di forze e anticorpi da luoghi che ne hanno estremo bisogno a luoghi costituzionalmente più sani: un lento stillicidio confermato dai rapporti Svimez degli ultimi anni.
In conclusione, guardando all’Europa e alla Storia, ho l’impressione che tutto il mondo intellettuale europeo, e italiano in particolare, abbia ricevuto un colpo letale non tanto dalla caduta del comunismo, quanto dall’abbandono tout court del marxismo. Si è finito per abbandonare lo studio e l’analisi di stampo marxista, quando era e rimane una grande fucina intellettuale (penso alla scuola di Francoforte, a Pasolini, per fare i primi due nomi che sovvengono) in grado di decodificare le imposture del nostro sistema nazionale e globale. Oggi nessuno ha più idea di che Italia occorra costruire. Niente casa comune, né idea di comunità. C’è uno smarrimento silente e assordante fatto di individui soli. Inm definitiva, non siamo riusciti a costruire il futuro, anche se quest’ultimo sembra essersi servito di noi. Di conseguenza oggi l’Italia è un Paese incompiuto, di cui rimane in eredità quello che Banfield ebbe modo di definire il suo “familismo amorale”, quello sì è ruiscito a inerpicarsi, dalla linea della palma, fino alle più remote pendici delle Alpi.
S.A.

*L’intervento si riallaccia a due articoli dei giorni scorsi, firmati da Andrea Di Consoli prima, sull’Unità del 26/03, e da Vito Teti poi, sul Quotidiano del Sud del 31/03, che hanno aperto a una riflessione sullo stato della Calabria e del Meridione in generale.

* *L’articolo che è uscito su Il quotidiano del Sud del 3 aprile 2016

Taccuino rodigino

 

A Rovigo ci vado per la presentazione del libro. Tento di dire dell’Italia incompiuta, del Mezzogiorno padano fatto pure dai meridionali che stanno al Nord; da questa strana gente: sradicati, studenti, fuggitivi, scontenti, insomma emigrati. Viene pure Giorgio, rinuncia alla finale di Sanremo e soprattutto a Napoli-Juventus per una serata insieme, porta in dono ciò che ha di più prezioso: il tempo. Grazie alla sua presenza non percepisco ansia né distanza, di colpo il mondo si alleggerisce: è l’illusione della compagnia, – stare con chi si condividerebbe volentieri il pane, – a sorreggere il peso del mondo stasera. Gli chiederò di leggere qualche brano, ancora non lo sa ma, alla fine, non si tirerà indietro. Poco fuori Ferrara, oltrepassiamo il Po che è già notte, ma prima la visione della centrale elettrica che si staglia deforme e luminosa e un po’ ti scopre sempre bambino nello stupore.

Quaranta chilometri volano. Giorgio si chiede come abbia fatto Edoardo Nesi a vincere il premio Strega, vuole per forza farmi leggere Canale Mussolini, dice che parla della sua terra, lui che è figlio di un immigrato veneto nell’agro pontino e di una campana.

Il locale di Maura, a Rovigo, prende l’angolo della strada in via Miani, ha due o tre belle vetrate da cui si vede ogni cosa. Ci accoglie la consueta gentilezza di Marco e quella di Erika. Al tavolo, poco dopo, si uniscono Clorinda e Pino, due insegnanti meridionali al Nord, in seguito accoglieremo Vincenzo, musicista mestrino che studia al conservatorio e scrive le partiture dei pezzi suonati sui tovaglioli. Clorinda è siciliana, però la mamma è originaria di Melfi e il padre di Taurasi. Pino viene da Cosenza ed è un grande conoscitore del Cosenza Calcio. Mi chiede se ho giocato a calcio, lui sì. Ricorda quando la Cavese vinse contro il Milan, controlla chi segnò sul telefonino. Ricorda quando il Cosenza fu sconfitto a Latina. Dice che l’arbitro era venduto. Tutti si lamentano di Rovigo per svariati motivi: perché non c’è niente, perché la gente, perché il clima, perché il lavoro, la ricchezza, la mentalità, perché la vita, perché la lega…la storia… la provincia…

I musicisti che suonano sono di Lugo e Adria, Quello di Lugo vive a Bologna, si complimenta, dice che è d’accordo con me e sono stato bravo, ma alla fine non comprerà il libro. Marco, invece, mentre dialoghiamo a un certo punto cita Cioran e Salgado, concludendo con Viaggio in Italia di Ceronetti. Giorgio legge tre brani. Due ragazze di Loreo applaudono, partecipano con interesse, promettono di leggere, salvo poi andare via senza acquistare il libro. Un’altra coppia sembra più preoccupata che il loro cane non pisci nel ristorante che altro.

Alla fine arriva la notizia del gol della Juve all’88esimo. Poco dopo il locale si riempie. L’amarezza per il risultato della partita si mescola con un senso di gratitudine indecifrabile. Non so dire se sono grato per l’ospitalità, per l’accoglienza, per la compagnia: è tutto questo e qualcos’altro che ha a che fare col semplice fatto di vivere alcuni momenti in un certo modo, è qualcosa a cui non so dare un nome. Alla fine, fuori dal locale incontriamo una coppia, sono altri due studenti del conservatorio. Roberto viene da Foggia e la sua fidanzata, Zoe, dalla Sardegna. Hanno già assistito alle presentazioni di Marco e letto Vincent Zandri, scrittore statunitense da lui prodotto. Quindi acquistano pure il mio libro. Prima di ripartire, in strada, un’auto di corsa quasi ci investe, sgomma e riparte senza badare a noi. Una volta in auto, riprendiamo il discorso su Nesi e il premio Strega.

 

Sandro Abruzzese

Ogni giorno è un olocausto

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Ogni giorno è un olocausto. Forse è questo che macchia inesorabilmente le mie giornate. Tutto quello che faccio è per me e i miei figli, e anche questo rende insopportabili le mie giornate. Io critico un sistema a cui aderisco perfettamente. E quando avrò ottenuto tutto ciò che mi prefiggo, l’avrò fatto per me e i miei figli. Mentre cammino, in strada c’è qualcosa che percepisco ma a cui non riesco a dare un nome, una forma. È come sentirsi immersi in uno scandalo quotidiano, senza riuscire a delinearne i tratti principali. So soltanto che questa sensazione ha a che fare col bene e col male e con l’esistenza. Se c’è una qualità nella civiltà rurale che ci ha preceduti, essa sta nella forma necessaria del suo stare al mondo. Le case essenziali, i vestiti sobri, il matrimonio, l’accettazione del dolore e della morte, tutto ciò aveva a che fare con un destino di ineluttabile necessità e spesso di mancanza. Erano necessari i figli, il lavoro manuale e fisico, la spietatezza verso gli animali e l’ospitalità per le persone, erano necessarie le feste e le religioni.

Allora forse lo scandalo quotidiano sta nell’aver edificato una vita costituita di superfluo, dove ogni atto, ogni scelta, non essendo legata alla necessità, finisce spesso per incarnare il suo contrario. Sconfiggere la nostra povertà ci ha reso migliori, ma non più giusti. Ecco che tutto quello che compiamo continua a prendere il sapore acre del superfluo. Non c’è sobrietà nei gesti e nemmeno nelle parole, non c’è morigeratezza, pudore, orgoglio, essenza. Non è necessario il lavoro che svolgiamo, non lo sono i nostri risparmi, i lussi, le vacanze. Tutto ciò per cui lavoriamo non allevierà le nostre pene, non colmerà la solitudine. Ogni giorno è un olocausto e vivo sapendo di sfruttare il lavoro e la vita degli altri. Vivere un mondo ingiusto senza nemmeno la continua tensione verso il giusto, è forse questo lo scandalo? C’è qualcosa di insopportabile nelle mie giornate, ma non riesco a definirlo. Forse lo scandalo è nella nostra capacità razionale, che ci mette dinanzi alla tortura delle altre vite consapevolmente, anticipa la vanità del nostro attraversare il mondo e tuttavia non riesce a svelarne l’enigma, il mistero.

Si può essere spietati solo se necessario, così come fanno gli animali allo stato di natura. Ma esserlo scientemente, razionalmente, magari vivendo nell’opulenza sfacciata, questa è forse la peggiore condanna a cui siamo destinati. È la colpa imperdonabile che nemmeno un dio riuscirebbe a far espiare. Vivere una vita che non tende a riconoscersi, ad aiutarsi, che non tende al costante miglioramento delle condizioni collettive, essere belve feroci senza la loro necessità, con la colpa insopportabile dell’intelletto, della razionalità, è forse questo lo scandalo? Forse è questo il vero peccato originale, la nostra cacciata dall’Eden, non la curiosità, non la conoscenza, bensì il suo utilizzo a proprio esclusivo vantaggio e magari a scapito degli altri.

S.

Recensione a Mezzogiorno padano su Il Fatto Quotidiano

Di seguito la recensione a Mezzogiorno padano di Enrico Fierro, del 20/01/2016 , libro edito da Manifestolibri nella collana società narrata (nell’articolo c’è un refuso in merito alla casa editrice).

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Mezzogiorno padano

Mezzogiorno padano

Mezzogiorno padano, Manifestolibri 2015.

Cari viandanti, è nato!

Mezzogiorno padano è un atto d’amore per il Meridione e al contempo un’espiazione. È un modo per essere in più luoghi contemporaneamente, così da poter sognare di restare e ritornare. E come al solito si occupa di Nord e Sud, di partenze e restanza, di piccole, minute storie che compongono il viaggio della vita. È disponibile dal 3 dicembre, fa parte della collana società narrata diretta da Rino Genovese, edito per la casa editrice Manifestolibri, la prefazione è di Vito Teti, la copertina di Tania Schifano.

Qui di seguito un breve estratto della prefazione di Teti:

“(…) queste storie apparentemente separate appaiono un unico romanzo sul dolore del nostro tempo presente. Queste storie, apparentemente fatte di scarti e di frammenti, raccontano le vicende eroiche e drammatiche della normalità, di un mondo di sradicati, di persone in fuga per arrivare in nessun luogo e per accorgersi che il luogo forse, come recitano i versi di Scotellaro, è là dove nasce l’erba nella terra e là dove il seme può spostarsi per trapiantarsi lontano. Come dice Salvatore Borriello, protagonista di uno dei racconti, la terra è di tutti e tutti i luoghi possono essere nostri. Le storie narrate da Abruzzese mi sembrano legate da un forte senso della vita come dolore e come fallimento. A tenerle unite è l’io narrante del racconto di apertura, Un filo d’erba, dove lo stesso autore narra un ritorno che non si realizza e non si compie, la visita nella casa paterna, dove tutto è uguale e tutto è diverso. Tutto è riconoscibile e inafferrabile ormai. Ed è questo che, stamattina, me li rende cari. È questo sentire che il mio algos e l’algos dei personaggi dei racconti corrono nello stesso fiume della vita e del tempo. È il dolore per incontri mancati, per occasioni perse, per pentimenti tardivi, per un’inquietudine che ti allontana da chi ami e ti fa vivere con qualcuno che non conosce quello che pensi davvero, che ti fa vivere da estraneo e sconosciuto”.

Seguo un verso del poeta Giuseppe Semeraro, lui scrive riempitevi le tasche di grazie. E allora grazie a tutti davvero!

S.

 

P. S.

Il libro lo trovate in qualsiasi libreria, basta ordinarlo. Se non volete muovervi da casa,  cliccate qui oppure su Manifestolibri.

Un fallimento annunciato

A me pare che la vita, nelle sue modalità, abbia tutte le caratteristiche di un fallimento annunciato. Mi pare che, vista dai troiani, l’Iliade sia Un fallimento annunciato ma a ben guardare nemmeno agli eroi achei poi è andata tanto bene: penso alla fine di Achille o Agamennone.
Pensate solo se Enea avesse avuto la premonizione di Mafia Capitale, della P2, dello Ior, della P3, della banda della Magliana. Mi pare chiaro che Roma oggi è Un fallimento annunciato.

Comunque Un fallimento annunciato è un certo modo inaudito e inusitato di interpretare la vita. Avere a mente il principio ma soprattutto la fine. Quindi vivere ricordando che c’è un epilogo.
Un fallimento è l’iniziativa di Antigone, quando seppellisce suo fratello sa benissimo a cosa va incontro. Ma non mi viene in mente un esempio migliore di disobbedienza civile, di lotta contro una legge ingiusta. Erano ampiamente previsti i fallimenti di Amleto, Don Chisciotte, del capitano Achab contro Moby Dick, del brigantaggio contro l’esercito regolare dei piemontesi. Era annunciato quello di Lorenzo Milani. La sua scuola, il suo Stato, sono rimasti nei nostri desideri e nelle sue preziose parole.

Fallì Annibale con la sua schiera di elefanti, non prima di aver seminato il panico per anni all’interno del più grande impero dell’antichità. Ne valse la pena.
Oppure il folle volo di Ulisse narrato da Dante, proporsi di raggiungere l’irraggiungibile, di violare le leggi divine per amor di miglioramento e conoscenza.
Un fallimento è quello di Ettore che scende in campo contro Achille, ma non mi viene in mente un esempio più eroico, più dignitoso.
O la vicenda del marinaio Billy Budd, la sua esecuzione. Ma non ricordo una persona più pura di Budd. Vogliamo parlare di Werther o di Jacopo Ortis? Vogliamo parlare di Tom Joad?
Io per esempio parlerei tutto il tempo di Cesare Pavese quando scrive “Vorrei sognare i vostri stessi sogni”, oppure “Non fate troppi pettegolezzi”. Quante volte Pavese ha annunciato il suo fallimento?

Non voglio essere blasfemo ma un Fallimento annunciato è la parabola di Gesù, una lotta impari per un obiettivo grandioso: estendere la dignità a tutta l’umanità attraverso l’uguaglianza, la non-violenza. Insomma, era chiaro che avrebbe vinto il Grande Inquisitore allora come ora.
Un fallimento annunciato è quello di Marx contro il capitalismo, dei Malavoglia quando si imbarcano nella storia del commercio dei lupini. Quello di Zeno Cosini quando si propone di smettere di fumare o di Mattia Pascal quando tenta di cambiare identità. Allora permettetemi di ribadire che la vita, da qualunque punto la si osservi, non è altro che UN Fallimento annunciato di cui andare, se va bene, orgogliosi.

Un fallimento annunciato è stata l’Italia che volevano Mazzini o Garibaldi, quella di Falcone e Borsellino, quella di Pertini e Berlinguer, delle indagini sulla strage di Bologna o di Ustica, piazza della Loggia, i Georgofili, Aldo Moro come pure le imprese di Che Guevara o quelle dei repubblicani spagnoli nel ’36.
Allora cosa rimane? Rimane la possibilità di fermarci a osservare la caparbietà della ginestra, rimane la possibilità di inginocchiarsi, congiungere le mani per una piccola preghiera laica, solidale, onesta. Soprattutto di scegliere da che parte stare, da che parte valga la pena fallire: se stare con gli oppressi o gli oppressori.

In questo senso oggi reclamiamo Un Fallimento annunciato, che la vita sia, su tutto, una meravigliosa storia da raccontare.
Ecco che cos’è un fallimento annunciato: sdraiarsi al fianco di chi sta a terra, tenersi compagnia, dividersi la fatica, affrontare la paura, prestarsi il coraggio e la compassione. Mescolarsi, magari donarsi le parole migliori, uno degli ultimi miracoli è questo del linguaggio, usarlo per donarsi le parole migliori. E fare il possibile perché tutto questo diventi un fallimento felice.

Sandro Abruzzese

*Intervento introduttivo alla festa per i 2 anni di Racconti viandanti: Un fallimento annunciato

Per amore del Mezzogiorno alle elezioni

Un Sud di nemici e di orgoglio

Siamo le comparse alla cerimonia, una liturgia del potere che si rinnova, questa delle elezioni. Un passaggio di consegne dove il banco vince sempre. 

Voglio vedere in faccia i miei nemici! Uno a uno.

Nessuno cambierà la nostra Terra per noi! Nessuno sostituirà gli emigrati di Boston, di Zurigo o Colonia, Camberra, Torino, Milano, Modena. Nemmeno le persone oneste che se ne stanno a casa saranno sostituite, o peggio ancora chi non vota.

Il Sud, senza nemici, alle elezioni è spacciato. La campagna elettorale è fatta di crepe. Sono le scosse che avvisano della sicura frana.

Non vi è speranza per il Meridione senza l’idea che noi militiamo da una parte e chi danneggia la nostra Terra militi dall’altra.
Voglio una diga, una montagna, voglio un abisso di vergogna, di risentimento tra me, tra noi, e la politica dei delinquenti. Voglio che non si dimentichino i volti e le azioni, i risultati.

Non basterà votare per le persone giuste. Forse non ci sono persone giuste. La tecnica è di stare dall’una e dall’altra parte. Così muoiono i giusti. Muoiono o al più fanno la figura dei fessi!

Quindi una buona volta facciamoci dei nemici! Questo salva la nostra Terra. Dire da che parte stiamo con il corpo oltre che con la voce. Dirlo con la faccia, col disprezzo. Non un gesto deve confonderci, il mio nemico deve ricordare la sua colpa ogni volta che lo incontro, deve sentirsi addosso un cappotto e scorgermi nudo: capire che è la sua viltà che lo veste. Che ci separa.
E che gli onesti vadano da una parte e i vili dall’altra. Abbiamo visto De Luca che imbarca De Mita. Abbiamo visto la direzione nazionale del PD non battere ciglio. Così i sabaudi si accordarono con i gattopardi, così gli americani usarono la mafia, e Portella della Ginestra resta a imperitura memoria. Così i fascisti accolsero i notabili locali. E così noi ci siamo abituati a non avere più orgoglio, e quindi nemici. Non avere nemici significa essere privi di orgoglio!

Il Sud non lo salviamo senza orgoglio e senza nemici! Non senza ricordare ogni giorno il nostro immenso valore. Nessuno cambierà la nostra Terra per noi. Facciamoci dei nemici, facciamolo per il nostro bene.

 

Sandro Abruzzese