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Vito Teti su CasaperCasa

frontespizio casapercasa

CasaperCasa, Rubbettino editore 2018

 

 

“…tutto poteva essere pensato, pianificato e fatto meglio, lo riconosco. Ma insomma è andata proprio in questo modo. E’ finita così, ormai non si torna indietro” (Sandro Abruzzese, CasaperCasa, Rubbettino 2018).

Un romanzo bellissimo, Sandro, un libro vero e profondo. Una lettura necessaria per quanti si occupano e scrivono di luoghi, di paesi, di città, cercandone l’anima, le luci e le ombre, la storia, la memoria, il presente. Un romanzo vero e intenso, leggero e profondo, un viaggio appassionato in una Ferrara che è metafora dell’Italia e dell’Europa, con le sue fobie e le sue generosità e un generale senso di spaesamento e di una costante ricerca di senso. Tra le pagine del taccuino del protagonista prendono vita personaggi sradicati e di grande sensibilità umana e un’intera città, un microcosmo, viene ripensata attraverso una cartografia di luoghi, storie ed esistenze. Un romanzo che è anche un reportage nei luoghi della crisi di una città che non trova, nelle nobili tradizioni culturali del passato, una memoria fondante del presente. Un libro che ci porta a fare i conti con il nostro passato che non parla e con un presente che non riesce ad ascoltare le voci di chi è sempre impegnato a trovare un senso pure nei luoghi della più profonda dispersione.

Con questo romanzo, che appare dopo Mezzogiorno Padano (Manifestolibri, 2015), nella collana “Che ci faccio qui” della Rubbettino, Sandro Abruzzese supera la difficile prova del secondo libro e si conferma scrittore, etnografo, osservatore, una delle voci più originali delle “letterature” dei nostri tempi, che riesce a dare voce a tutti coloro che si sentono senza luogo e senza patria e che, come Alexander Langer, a cui dedica il libro, cerca di individuare e indicare possibili ponti tra passato e futuro, tra figure inquiete solo apparentemente lontane. E lo fa con la sensibilità di chi non dimentica un Sud che, pure da lontano, affiora e rappresenta punto di riferimento ineludibile, per poter abitare un nuovo mondo che va costruito assieme agli altri.

Le mappe e le immagini della città che ci conducono nei luoghi attraversati dai protagonisti fanno parte della storia di una città visibile e invisibile, che accoglie e respinge, si mostra e si rinchiude. Un libro come questo aiuta più di mille analisi e di elaborate riflessioni a capire quanto sta accadendo e perché accade nella vita sociale e politica di un Nord e di un’Italia che, a ragione, vogliono cambiare pagina, ma, forse, lo stanno facendo senza una direzione e una metà precise e condivise.

 

Vito Teti

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Gramsci: intellettuali e carattere italiano

 

“Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza”, scriveva l’ordinovista Antonio Gramsci nel ’19. Dietro questo motto, giustamente segnalato da Eugenio Garin in Con Gramsci, vi è l’intuizione che fa da sfondo a una delle più interessanti riflessioni del leader comunista: quella sul ruolo degli intellettuali nella società moderna. Se la borghesia rurale ha i suoi funzionari statali e liberi professionisti, argomenta Gramsci, se la borghesia cittadina fornisce i tecnici delle industrie, l’unica classe produttiva che non possiede dei rappresentanti e che anche quando li produce finisce per perderli poiché assimilati alle altre categorie, è quella contadina. A tal proposito, occorre staccare gli intellettuali dal blocco dominante per creare una nuova cultura che li saldi al popolo, generando un inedito blocco nazionale.

Tornando agli intellettuali classici, restano celebri alcune pagine in cui il sardo traccia il profilo di oratori eloquenti e sentimentali, avulsi dalla realtà effettuale, dalla vita pratica e dai problemi delle masse: si tratta di “parolai”. A questo genere di intellettuali Gramsci replica che “le idee sono grandi in quanto attuabili”, per cui occorre mostrare concretamente la strada da percorrere e, nel farlo, occorre rappresentare una volontà collettiva, essere in grado di organizzarla.

“Gramsci è nell’alveo di Lenin”, scriverà in merito a questa concezione Luciano Gruppi. Gli intellettuali sono gli organizzatori, il trait d’union tra teoria e pratica, gli educatori di un carattere nazionale e internazionale che superi la mera appartenenza a un gruppo socio-economico specifico. E a chi sottolinea un carattere italiano individualista, che vive e si affida ad espedienti piuttosto che a forme organizzative moderne, di stampo politico e sindacale, egli ribatte che il proliferare di forme criminali come le mafie o le consorterie politiche corrisponde all’incapacità delle classi dirigenti nazionali di risolvere i bisogni economici immediati dei cittadini.

Il rinnovamento dello stato, quindi, non può che avvenire attraverso la saldatura degli intellettuali agli strati “economicamente e culturalmente” più bassi della penisola. Questo rinnovamento passa per la lotta al settarismo e all’apoliticismo, i quali hanno occupato i partiti trasformandoli in un insieme di “galoppini e maneggioni elettorali”. Infatti, se carattere permanente del popolo italiano è “l’ammirazione ingenua e fanatica per l’intelligenza come tale – (…) forse unica forma di sciovinismo popolare in Italia (…) -, essere partigiano della libertà in astratto non conta nulla”. La realtà delle classi dirigenti italiane di fine ‘800, inizio ‘900, – Gramsci ne è convinto,- è fatta più di miseria culturale che di serietà politica. La stessa accademia, l’università e l’istruzione, risentono dell’apoliticismo condannando i funzionari e la burocrazia di cui sono espressione alla estraneità alle masse.

Il problema delle classi dirigenti, continua Gramsci in Passato e presente, riguarda anche i suoi capi: bisogna distinguere se siamo di fronte a “grande ambizione”, la quale è indissolubile dal bene collettivo e dalla crescita generale degli strati sociali, oppure a “piccola ambizione”, la quale, attorno a sé, crea solo il deserto. A questo punto è chiaro che i capi devono costruire partiti in grado di perseguire “fini politici organici di cui queste masse sono il necessario protagonista storico”. Ed è chiaro che per farlo è necessario superare il culto italico dell’intelligenza retorica, provinciale e sterile, per avviare quella riforma morale e intellettuale attesa fin dal Rinascimento, in grado di riavvicinare finalmente gli intellettuali italiani alle masse e l’Italia all’Europa.

Andando a ritroso, alla ricerca storica delle cause di questa arretratezza, negli Intellettuali Gramsci sottolinea che la divisione politica della penisola dalla caduta dell’Impero romano al 1870 ha prodotto intellettuali con una visione internazionale e cosmopolita legata al ruolo tradizionale dell’Impero prima e del Papato poi. La frattura tra intellettuali cosmopoliti e popolo si riverbera, soprattutto per quanto riguarda i dotti, nell’uso della lingua latina, la quale taglia il popolo dalla partecipazione per secoli. Di conseguenza, mentre gli altri stati europei costruiscono la loro coscienza collettiva sulla base di ceti intellettuali nazionali, gli intellettuali italiani restano cosmopoliti e addirittura emigrano nel resto d’Europa in qualità di tecnici. A quel punto, con l’involuzione politica rinascimentale, l’incapacità di superare la stagione municipale e quella delle signorie, non rimane che la vulgata del genio italico, il quale non è considerato dal sardo degno di nota senza la conseguente capacità di socializzarne gli approdi, di renderli universali e collettivi all’interno della nazione, ciò che è precipuo compito delle élites.

© Sandro Abruzzese

Articolo apparso su Poetarum silva

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Il mondo grande e terribile di Gramsci

*Articolo apparso su Poetarum silva
Vita di Nino 

Di quando, recluso dall’8 novembre del ’26, gli caddero uno a uno 12 denti, a Gramsci, e qualche anno di carcere dopo, in pochi mesi, aveva perso 7 chili.

Di quando, nel ’31, i medici produssero certificati, prove: male di Pott, lesioni tubercolari, febbre, ipertensione, insonnia, e non ricevette cure adeguate per altri due anni, per esser sicuri che non ce l’avrebbe fatta.

D’altronde, nella requisitoria milanese, l’accusatore Isgrò si era tradito goffamente con una frase grossolana ma di una violenza emblematica: “Per vent’anni, dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare”, aveva detto. Era evidentemente il problema del fascismo: la paura prodotta da quella grande testa, – “la testa di un rivoluzionario” – scrisse di lui Piero Gobetti, su un corpo malfermo, quasi da bambino; la paura di quella fievole voce, affinché non parlasse, non organizzasse la vita degli operai e dei contadini italiani. Fu condannato a vent’anni e passa di carcere. Avrebbe fatto in tempo a scontarne undici.

Di quando da ragazzo, al ginnasio di Santulussurgiu, vendeva pasta, olio, formaggio della sua dispensa, per acquistare i libri prediletti. Fin dalle elementari, dirà egli stesso in una lettera alla moglie Julca, aveva maturato “l’istinto della ribellione, che da bambino era contro i ricchi, perché non potevo andare a studiare, io che avevo preso 10 in tutte le materie (…) esso si allargò per tutti i ricchi che opprimevano i contadini della Sardegna, ed io pensavo allora che bisognava lottare per l’indipendenza nazionale della regione. (…) Poi ho conosciuto la classe operaia di una città industriale e ho capito ciò che realmente significavano le cose di Marx (…)”.

O di quando a Cagliari, per l’ultimo anno del liceo, non usciva per la vergogna dei vestiti lisi e scriveva al padre Francesco la sua impotenza, l’umiliazione. Cosa che avrebbe replicato a Torino, consumandosi nel freddo gelido del capoluogo sabaudo, senza possedere nemmeno un cappotto. All’epoca di Cagliari, viveva ancora con Nannaro, il fratello maggiore, un socialista. Il fratello qualche tempo dopo sarebbe poi stato scambiato per Nino e massacrato fino a perdere un dito e rischiare la morte per dissanguamento, dopodiché sarebbe fuggito in Francia.

Ma già nel ’24, a capo del Pci, Gramsci aveva compreso la natura e le difficoltà del suo compito: i compagni “Credono che io sia una sorgente inesauribile (…) Domandano troppo da me, si aspettano troppo e ciò mi impressiona sinistramente”. Risulta eletto alla Camera, in Veneto, e questo gli farà scrivere: “Quando penso a ciò che sono costati agli operai e ai contadini i voti datimi, (…) che parecchi sono stati bastonati a sangue per ciò, giudico che una volta tanto l’essere deputato ha una valore e un significato”.

Era stato, dopo aver abbandonato l’università, un giornalista attivissimo al Grido del popolo, all’Ordine nuovo, il suo acume lo aveva portato all’attenzione di Lenin. Il Gramsci torinese era cresciuto e aveva sviluppato un carattere pignolo e spigoloso, fatto di una intransigente severità verso se stesso, e quindi verso gli altri. Il suo amore per il pensiero, in questi importanti anni di formazione, lo avrebbe portato a rifiutare qualsiasi settarismo, qualsiasi esteriorità o forma di vanità. Spesso non avrebbe firmato nemmeno i suoi articoli, oppure avrebbe usato pseudonimi, e questo ben prima che la sua vita fosse in pericolo per via delle persecuzioni fasciste.

Cresciuto nell’indigenza, Nino Gramsci, fin da bambino aveva condotto una vita grama, acuita dai difetti fisici, dalla povertà familiare seguita all’arresto del padre per peculato e altri capi d’accusa. Ebbene, fu in Russia, in qualità di rappresentante del Pci nell’esecutivo dell’Internazionale comunista, che la sua vita ebbe un’importante svolta. Ricoverato nel sanatorio di Sieriebriani Bor, per il consueto esaurimento nervoso, conobbe Julca, la futura moglie. Concepirono il primo figlio, Delio.

“Il tuo amore”, le scriverà nel ’24 da Roma, “mi ha rafforzato, ha veramente fatto di me un uomo”. Si vedranno ancora nella capitale, lei ripartirà nell’estate del ’26, in attesa del secondogenito Giuliano. A causa del seguente arresto, Nino non conoscerà mai, se non per foto, il suo secondo figlio, né rivedrà gli amati Julca e Delio.

*

A Roma avviene l’ultima fase della sua vita in libertà. Durante la crisi Matteotti, ha il tempo di riconoscere i tratti della “fase acuta della civiltà borghese in decomposizione galoppante (…)” ma è costretto a evidenziare che il proletariato “non ha l’organizzazione sufficiente per prendere il potere. Demoralizzazione, vigliaccheria, corruzione, assumono gradi inauditi”.

Registra poi una implacabile polarizzazione in cui i partiti intermedi svaniscono:  i riformisti non acconsentono a massicce forme di protesta unitarie, l’estrema sinistra sventola il frazionismo, i fascisti picchiano e minacciano. In questo contesto Gramsci sente una “(…) solitudine oltre ogni cosa, anche per l’organizzazione illegale del partito che costringe al lavoro individuale e indipendente”.

Nel suo unico discorso del 16 maggio 1925 alla Camera, con voce debole e sottile, a chi gli rinfacciava di non conoscere il Meridione aveva risposto:
“Io sono meridionale”! (…) “In Italia il capitalismo si è potuto sviluppare in quanto lo Stato ha premuto sulle popolazioni contadine, specialmente nel Sud. (…) per fare opera seria e concreta dovreste cominciare col restituire alla Sardegna i 100-150 milioni di imposte che ogni anno estorcete alla popolazione sarda”.

È una convinzione che aveva anticipato in numerosi articoli, che confluirà nel saggio del ’26 sulla Questione meridionale, e che aveva avuto modo di ribadire fondando il quotidiano L’Unità: “noi dobbiamo dare importanza specialmente alla questione meridionale, cioè alla questione in cui il problema dei rapporti tra operai e contadini si pone non solo come un problema di rapporto di classe, ma anche e specialmente come un problema territoriale, cioè come uno degli aspetti della questione nazionale”.

Tornando al carcere, quando fu arrestato, aveva 35 anni. Non poterono molto i tentativi del Vaticano e nemmeno le proteste internazionali capeggiate da Romain Rolland, grazie alle informazioni veicolate da Piero Sraffa.

“Il carcere è una bruttissima cosa”, scriverà alla mamma, “ma per me sarebbe ancora peggiore il disonore per debolezza morale e per vigliaccheria”. Nessuna richiesta di grazia, mai. Nessun compromesso. Bensì solo ciò che la legge prevede, e questo per rimarcare la posizione di intransigente oppositore al fascismo e sottolineare la sua condizione, come dirà Giuseppe Fiori, di “combattente irriducibile”.

Sempre alla cara mamma, dal carcere scrive: “Occorre che tu sia forte, nonostante tutto, come sono forte io, e che mi perdoni con tutta la tenerezza del tuo immenso amore e della tua bontà (…) io sono tranquillo e sereno. Moralmente ero preparato a tutto. (…) mi piange il cuore nel pensare che non sempre sono stato con voi affettuoso e buono come avrei dovuto essere e come meritavate. Vogliatemi sempre bene e ricordatevi di me”.

Dal ’28 sarà completamente isolato: pochissime le lettere di Julca, affetta da un grave esaurimento nervoso, poche quelle da Ghilarza (Peppina muore il 30 dicembre del ’32), dissente dalla linea del partito di Togliatti e dalla svolta dell’Internazionale, si allontana per dissidi e incomprensioni anche dai compagni carcerati a Turi. Pochi mesi e, – se non fosse per Tatiana, sorella di Julca, che vive in Italia e gli sarà accanto quasi costantemente dalla detenzione in poi, – in completa solitudine, avvia la stesura dei Quaderni.

Gli ultimi anni sono durissimi: “(…) per me il passato ha una grande importanza, come unica cosa certa nella mia vita (…)”. La malattia avanza e nel ’33 è a uno stadio tale che a Tania scrive: “sono mezzo abbrutito o forse completamente abbrutito per il non poter dormire e riposare la notte: in certi momenti mi pare di diventar pazzo (…)”, o ancora “non riesco più a reagire al male fisico e sento che le forze mi vengono sempre più a mancare (…)”, e infine “(…) ciò che ancora mi da un po’ di forza è il pensiero che ho delle responsabilità verso Julca e verso i bambini; altrimenti non lotterei neppure, tanto il vivere mi è diventato gravoso e odioso”.

Ormai, nel ’35, la situazione è critica. A sue spese, aiutato sempre e comunque dall’amico Piero Sraffa, fu trasferito a Formia e poi, per gli ultimi giorni, a Roma. Cerca di rincuorare Julca: “(…) Occorre resistere, tener duro, cercare di acquistare forza. D’altronde ciò che è accaduto non era del tutto imprevedibile (…) ricordi quando ti dicevo che andavo alla guerra? (…) era il vero e in realtà così sentivo. Sii forte e fa di tutto per star meglio. Ti abbraccio teneramente coi nostri ragazzi”.

Muore a Roma, il 27 aprile del 1937, all’età di 46 anni. Il padre Francesco gli sopravvive per due settimane, a volte rileggeva le cose che il figlio aveva scritto alla mamma Peppina come questa:

“Cara mamma vorrei proprio abbracciarti, perché sentissi quanto ti voglio bene, e come vorrei consolarti di questo dispiacere che ti ho dato: ma non potevo fare diversamente. La vita è così, molto dura e i figli qualche volta devono dare dei grandi dolori alle loro mamme, se vogliono conservare il loro onore e la loro dignità di uomini”.

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© Sandro Abruzzese

Frammenti bosniaci: Potocari, Srebrenica.

Testo e foto di Sandro Abruzzese

Cimitero di Potocari, Srebrenica

Cimitero di Potocari, Srebrenica

Nel momento stesso in cui ti senti diverso dai Balcani e li liquidi come qualcosa di estraneo all’Europa, essi sono già entrati in te.

Paolo Rumiz, Maschere per un massacro.

“Nermin, Nermin”, grida un uomo scheletrico e denutrito portandosi le mani alla bocca. “Nermin, Nermin, sono con i serbi, ci lasciano liberi, vieni Nermin”, echeggia nella valle il suono gutturale proveniente dalla sua bocca aperta. È una voce ferma eppure scorata e impaurita. Nermin ha diciotto anni, fugge per i boschi dopo la conquista di Srebrenica da parte dei nemici. L’uomo che lo chiama è suo padre, catturato insieme ad altri compagni. Il video viene mostrato in una sala apposita, al primo piano del museo di Potocari, a sei chilometri da Srebrenica, museo nato nella vecchia fabbrica dismessa che fu sede del quartier generale dell’Onu durante la guerra in Bosnia Erzegovina.

È primavera in mezzo ai morti di Srebrenica, qui a Potocari. È una giornata placida, assolata, in cui il passato sembra un’immane e insensata sciagura. Tutto, ancora una volta, a distanza di tempo, non riesce ad assumere una forma. È una realtà smisurata, e quindi priva di proporzioni. “Volete sopravvivere o scomparire?”, chiede il generale Mladic ai rappresentanti dei rifugiati annichiliti. Per sopravvivere si dovranno arrendere, consegnare le armi, poi ognuno sarà libero di scegliere se rimanere qui o andarsene dove vuole, assicura ridanciano, con la tronfia sicurezza dei vincitori, il generale.

Srebrenica purtroppo non è sopravvissuta. Dei trentasettemila abitanti, di cui più del settanta per cento mussulmani, ne sono rimasti circa seimila. Dopo il genocidio, il resto lo hanno fatto l’emigrazione, lo spopolamento dovuto prima all’instabilità e successivamente alla disoccupazione. Così è finita la città dell’argento, l’Argentium romana. Ora ci sono più morti che vivi a Srebrenica, e quei vivi sono divisi da inesausti rancori. Poi ci sono un campanile e un minareto che si fronteggiano. C’è un passato da ricostruire e dimenticare.

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Srebrenica

Ancora torna alla mente quella parola: “sloboda”. La pronuncia il padre di Nermin, l’uomo scarno che incita alla resa, per convincerlo a scendere a valle, “i serbi ci lasciano liberi”, dice, ma nel video è chiaro che è indotto a farlo senza alcuna convinzione. A fianco gli altri prigionieri sono demoralizzati, accasciati al suolo, lui si volta verso i soldati serbo-bosniaci, chiede se è abbastanza, se così va bene, loro acconsentono con un cenno del capo. “Sloboda”! Moriranno entrambi, padre e figlio non saranno più ritrovati.

Già! “Sloboda”. Sui muri, all’interno del quartier generale di Potocari, restano dei disegni, donne nude, auto, moto. Frasi spiritose si mescolano a ingiurie. Qualcuno ha scritto che le ragazze bosniache puzzano come animali, sono sdentate, sporche. Altri militari a distanza di anni sono tornati a salutare vecchi amici sopravvissuti, hanno portato con sé i loro figli. Intanto nell’ufficio del capo, il tenente colonnello Thom Carremans, dalla finestra entra una luce calda. È una luce venata di una maestosa indifferenza per questa vecchia valle d’argento in mezzo alle montagne, e si posa sull’impiantito, sulle pareti della stanza grigia in cui appesi al muro campeggiano i volti azzimati dei reali d’Olanda: cosa avrebbe potuto fare l’Europa per Srebrenica? E cosa possiamo fare noi, oggi, per Srebrenica e la Bosnia?

Ufficio del comandante Karremans a Potocari, Srebrenica.

Ufficio del comandante Carremans a Potocari, Srebrenica.

 

La letteratura come bene comune

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La foto ritrae un particolare della mostra “Ciò che ci rende umani”, organizzata dal Teatro Valdoca da 7 ottobre al 7 novembre a Cesena. Nel particolare da sinistra i ritratti di C. Bene, V. Majakovskij, A. Merini

Se dovessi usare una sola frase per definire il mio rapporto con la letteratura, direi che mette ordine nel mio cuore. E credo nel cuore di ognuno. Poi, di conseguenza, se così fosse, credo metta ordine nel mondo. Della poesia Zanzotto diceva che tesse le trame invisibili del creato fino a ricostituirlo nelle sue infinite varianti. Anche quando crediamo che crei scompiglio, quando scuote le nostre certezze, la letteratura, per usare una definizione cara a Carlo Levi, inventa la verità. Lo fa dando i nomi alle cose e all’esistenza che abbiamo sotto gli occhi ma non sappiamo pronunciare. Per inventare la verità e darle un nome, aggiungo, occorrono almeno due condizioni: la prima è essere liberi; la seconda è avere molto coraggio. Dire la verità, ce lo insegnano le dittature, può essere molto rischioso. Darle forma attraverso simboli, attraverso frammenti, trame, è un passo verso la giustizia. Verità e giustizia spesso necessitano di uno sprovveduto coraggio.

Come per la scienza, sapere o conoscere è sempre positivo. Quindi la letteratura, con la verità, ponendo agli esseri umani il problema della giustizia, diventa morale. E la morale, intesa come insieme di valori che regolano la comunità, finisce per farsi politica. Mi viene in mente Orwell quando sostiene che Non esiste letteratura genuinamente apolitica e meno che mai in un’epoca come la nostra, in cui paure, odi e convinzioni strettamente politiche sono nella coscienza di tutti. Orwell è un socialista democratico che scrive soprattutto contro il totalitarismo. Anche lui come Céline e Marx è sicuro che il mondo sia una storia di ricchi e poveri, di deboli e oppressori. Inoltre, lo scrittore inglese è convinto che quando la scrittura porta alla luce l’ineffabile, il recondito dell’uomo, con l’ausilio di audacia e tecnica, l’effetto è l’abolizione, anche se momentanea, della solitudine (…). Ed è proprio vero che leggere letteratura fa sentire meno soli. Sappiamo che Orwell, per sua stessa ammissione, quando si accinge a scrivere un libro, lo fa per combattere qualche menzogna, o per denunciare quelle che ai suoi occhi risultano palesi ingiustizie.

 

Sandro Abruzzese

 

La città di Monica

Testo e foto di Sandro Abruzzese

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… E poteva andare a studiare in America, Monica, però non ci va in America, per tanti motivi, non se la sente. Per dirne una, quando i colleghi hanno respinto a maggioranza un alunno privo di aiuti familiari e con seri problemi, lei ha scritto e fatto tutto ciò che poteva, ma poi non le è restato che piangerne impotente: con te sarebbe stato diverso, mi ha detto con voce spenta. Allora il padre del ragazzo la rincuorava dicendole tu maestra Monica, ce la fai tu l’iscrizione a Roberto per l’anno prossimo? Faccela tu, ci sei l’anno prossimo, non scherzare mica te ne vai lo lasci solo a Roberto? Se ci stai tu è tutt’appost! Allora Monica ha detto che c’era, ma non è per questo che non se ne va in America.

Comunque, per dire com’è Monica, e con questo mi fermo, ebbene quando Michele, un pittore dotato e un po’ toccato, le ha chiesto di leggere brani di Dostoevskij mentre lui disegnava lì, in libreria, ebbene, che ha fatto Monica? Siccome l’idea le è piaciuta un casino, ha passato i due giorni successivi a selezionare i brani da leggere, e quando l’ha richiamato per dire che era pronta, che, sì, aveva accuratamente selezionato soprattutto da Memorie del sottosuolo; ebbene Michele dopo due giorni del progetto non ricordava praticamente più nulla: cancellato, perso, assorbito nei meandri di quella sua meravigliosa testa, dietro quel volto dagli occhi tagliati d’azzurro e dai lineamenti simmetrici, dentro quel corpo slanciato e proporzionato, tra le spalle larghe da nuotatore e le braccia da ragazzino. Il progetto era finito da qualche parte, sprofondato tra i suoi capelli lunghi e ormai bianchi, con quel portamento regale, sempre elegante, qualsiasi capo indossi. E allora Monica me l’ha raccontato e ha riso. Ha riso tanto come fa lei quando qualcosa la diverte. Ha riso rumorosamente di leggerezza e partecipazione alla follia di Michele, e la gente al tavolino di via Mazzini si destava e voltava curiosa di quella curiosità generata dall’allegria che fa un po’ invidia e un po’ contagio. Ha riso della follia di Michele e della nostra, che poi non è dissimile da tutte le follie di cui è costituito il Cosmo, così com’è costellato di lontani pianeti e stelle e possibilità infinite. Ha riso finché non è arrivato Paolo il fotografo che spesso è lì, al tavolo del bar, e ha detto: ciò, ma si può sapere, voi due scribacchin, che c’è da ridere così tanto? E allora noi ci siamo guardati negli occhi e abbiamo risposto: niente, però abbiamo continuato a ridere tanto e capita che ancora ne ridiamo.

 

Sud: basta aspettare che ci liberino da noi stessi

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Chiesa di Cotronei

testo e foto di Sandro Abruzzese

Quando alla tv, sui giornali, sui social network, vedo scorrere le immagini dei luoghi più belli del Meridione, da meridionale che vive da tempo nel nord del Paese, provo una vena di rammarico mista a un lieve e indecifrabile fastidio. Dietro le cartoline, i video che mostrano le bellezze del Sud, rivedo gli alibi dei meridionali, i complessi di inferiorità, le giustificazioni. Vedo una risposta puerile ai fallimenti, false assoluzioni, assenza di colpe e colpevoli. Forse è questo fare autoassolutorio che mi ferisce. Ma non solo. C’è pure l’amarezza per il fatto che la bellezza della natura non è un nostro agire concreto e quella delle città risale a secoli addietro. Forse è l’amarezza dovuta al fatto che non c’è merito in quel che viene mostrato, che nulla è stato progettato e costruito (a volte nemmeno semplicemente custodito) da noi. Insomma, pure lei, pure la bellezza, sento che in qualche modo tradisce il Sud e finisce per fargli più male che bene. Lo fa parlando di menzogne, rifacendosi al passato che ognuno legge a suo modo, e così inganna, contribuendo alla confusione perpetua che ci attanaglia.
È difficile sentir parlare del Mezzogiorno sui giornali e le tv nazionali senza incorrere in visioni spesso superficiali e stereotipate, concordo con Di Consoli. Il Nord da cui scrivo ha un’idea vaga, indefinita del Sud, tramandata dal contatto con migranti o da fugaci vacanze estive nelle zone costiere. Questo è un aspetto fondamentale da cui partire. È qui, nelle immagini e nella narrazione dei fatti e degli accadimenti, che la Calabria e il Sud dimostrano la necessità di conquistare chiarezza e lucidità, o per citare l’articolo di Vito Teti, “verità”. L’opinione pubblica locale, – prima che quella nazionale, – i suoi giornali, gli intellettuali, hanno il dovere di descrivere ciò che realmente accade nella loro terra. E avrebbero pure il diritto di raccontarlo senza per questo mettere a repentaglio l’esistenza. Ma si sa che la Calabria è un’isola. Quei piccoli Pirenei rappresentati dal Pollino sono il suo ennesimo mare. Molti giornalisti calabresi hanno messo a rischio la loro vita per raccontare la verità. Credo fermamente che questo sia il punto cardine da cui ripartire, la prima conquista per cui lottare: essere in grado di raccontare la verità, mettere al centro del discorso pubblico i nostri limiti e i meriti, attraverso un costante esercizio razionale, significa sconfiggere “il cono d’ombra” di cui parla Di Consoli e svolgere le funzioni a cui ci richiama Teti. È una battaglia culturale chiara che si deve servire delle associazioni e della scuola e, una volta intrapresa e portata a termine, essa costringerà i mezzi di informazione nazionali a prendere atto di cosa siano realmente la Calabria e il Mezzogiorno. Solo quando noi saremo riusciti a darne la vera e complessa immagine a noi stessi, altri non potranno che prenderne atto. Perché questo momento arrivi, occorre smettere di aspettare che qualcuno ci liberi da noi stessi. Così aspettavamo Napoleone e i francesi per la repubblica, Così i sabaudi si accordarono con i gattopardi, così gli americani usarono la mafia, e Portella della Ginestra resta a imperitura memoria. Così i fascisti accolsero i notabili locali. Così rinnoviamo l’attesa passando dalla Democrazia cristiana al Berlusconismo che sembra aver trovato degni eredi e prosecutori nel fantomatico Partito della nazione. Quando si parla di Sud, mi pare si parli sempre di attesa, pazienza, rassegnazione. Se è così, almeno si mostrino i colpevoli, le connivenze, i tradimenti locali e nazionali. Se è così, almeno si dica il vero perché senza non è possibile giustizia e nemmeno orgoglio.
Se il primo punto è la verità, trovo che essa sia intimamente legata a una serie di altri punti. Essa apre al problema della libertà, di un Sud libero in cui il territorio sia nelle mani salde dello Stato. Non è possibile parlare di libertà senza far fronte a necessità primarie da soddisfare. Ecco che subito il discorso, da locale, diventa di carattere nazionale. Il Sud e la Calabria hanno il problema della libertà, e la libertà, l’indipendenza vengono dalla dignità del lavoro.
Il grande tema assente e orfano di partito, oggi, in Italia e nel Meridione, è il lavoro. La condizione delle nostre terre, non dando giusta retribuzione a sforzi e rischi, fiacca gli animi, demoralizza, abitua alla partenza e alla rinuncia. L’assenza del lavoro apre alla piaga ormai endemica e insopportabile dell’emigrazione, dello sradicamento, motivo per cui oggi esistono più calabresi all’estero o nel resto d’Italia che non in Calabria. Esistono altrettanti meridionali al Nord che vanno a formare un vero e proprio Mezzogiorno padano.
A questo si aggiunga una classe politica e dirigente dalle responsabilità gravissime (anche qui concordo con Teti), specchio del debole tessuto socio-economico. Mentre esistono caratteristiche oggettive di svantaggio per il territorio calabrese nel fare impresa (penso all’orografia, alla distanza e alla viabilità), non esiste alcuna valida giustificazione per le condizioni in cui versano la sanità, la scuola, le università, i centri di ricerca, le strade, i bilanci. Ma di nuovo, inesorabilmente, i temi via via presi in rassegna riportano a problemi nazionali, perché è vero ed è stato detto spesso che ciò che accade nel resto del Paese è come se si ingigantisse nelle sue estreme propaggini. Un organismo malato mostra i propri cedimenti nella parte più debole e esposta del corpo.
Se “la linea della palma” di cui parlava Sciascia è arrivata a Milano, sono persuaso ancora delle parole di Carlo Levi, quando sostiene che non esiste una questione meridionale. Esiste il problema dello Stato italiano e oggi potremmo aggiungere dell’Unione europea. O con Gramsci, quando sostiene che esiste il problema del rapporto tra città e campagna, tra civiltà industriale e contadina, tra il Nord urbano e il Sud contadino.
Ci sarebbe ancora la questione demografica: l’Italia è un paese vecchio, dove le risorse sono nelle mani di una classe media che è avanti con l’età e in questo panorama, l’emigrazione dei giovani meridionali specializzati crea un continuo travaso di forze e anticorpi da luoghi che ne hanno estremo bisogno a luoghi costituzionalmente più sani: un lento stillicidio confermato dai rapporti Svimez degli ultimi anni.
In conclusione, guardando all’Europa e alla Storia, ho l’impressione che tutto il mondo intellettuale europeo, e italiano in particolare, abbia ricevuto un colpo letale non tanto dalla caduta del comunismo, quanto dall’abbandono tout court del marxismo. Si è finito per abbandonare lo studio e l’analisi di stampo marxista, quando era e rimane una grande fucina intellettuale (penso alla scuola di Francoforte, a Pasolini, per fare i primi due nomi che sovvengono) in grado di decodificare le imposture del nostro sistema nazionale e globale. Oggi nessuno ha più idea di che Italia occorra costruire. Niente casa comune, né idea di comunità. C’è uno smarrimento silente e assordante fatto di individui soli. Inm definitiva, non siamo riusciti a costruire il futuro, anche se quest’ultimo sembra essersi servito di noi. Di conseguenza oggi l’Italia è un Paese incompiuto, di cui rimane in eredità quello che Banfield ebbe modo di definire il suo “familismo amorale”, quello sì è ruiscito a inerpicarsi, dalla linea della palma, fino alle più remote pendici delle Alpi.
S.A.

*L’intervento si riallaccia a due articoli dei giorni scorsi, firmati da Andrea Di Consoli prima, sull’Unità del 26/03, e da Vito Teti poi, sul Quotidiano del Sud del 31/03, che hanno aperto a una riflessione sullo stato della Calabria e del Meridione in generale.

* *L’articolo che è uscito su Il quotidiano del Sud del 3 aprile 2016

Taccuino rodigino

 

A Rovigo ci vado per la presentazione del libro. Tento di dire dell’Italia incompiuta, del Mezzogiorno padano fatto pure dai meridionali che stanno al Nord; da questa strana gente: sradicati, studenti, fuggitivi, scontenti, insomma emigrati. Viene pure Giorgio, rinuncia alla finale di Sanremo e soprattutto a Napoli-Juventus per una serata insieme, porta in dono ciò che ha di più prezioso: il tempo. Grazie alla sua presenza non percepisco ansia né distanza, di colpo il mondo si alleggerisce: è l’illusione della compagnia, – stare con chi si condividerebbe volentieri il pane, – a sorreggere il peso del mondo stasera. Gli chiederò di leggere qualche brano, ancora non lo sa ma, alla fine, non si tirerà indietro. Poco fuori Ferrara, oltrepassiamo il Po che è già notte, ma prima la visione della centrale elettrica che si staglia deforme e luminosa e un po’ ti scopre sempre bambino nello stupore.

Quaranta chilometri volano. Giorgio si chiede come abbia fatto Edoardo Nesi a vincere il premio Strega, vuole per forza farmi leggere Canale Mussolini, dice che parla della sua terra, lui che è figlio di un immigrato veneto nell’agro pontino e di una campana.

Il locale di Maura, a Rovigo, prende l’angolo della strada in via Miani, ha due o tre belle vetrate da cui si vede ogni cosa. Ci accoglie la consueta gentilezza di Marco e quella di Erika. Al tavolo, poco dopo, si uniscono Clorinda e Pino, due insegnanti meridionali al Nord, in seguito accoglieremo Vincenzo, musicista mestrino che studia al conservatorio e scrive le partiture dei pezzi suonati sui tovaglioli. Clorinda è siciliana, però la mamma è originaria di Melfi e il padre di Taurasi. Pino viene da Cosenza ed è un grande conoscitore del Cosenza Calcio. Mi chiede se ho giocato a calcio, lui sì. Ricorda quando la Cavese vinse contro il Milan, controlla chi segnò sul telefonino. Ricorda quando il Cosenza fu sconfitto a Latina. Dice che l’arbitro era venduto. Tutti si lamentano di Rovigo per svariati motivi: perché non c’è niente, perché la gente, perché il clima, perché il lavoro, la ricchezza, la mentalità, perché la vita, perché la lega…la storia… la provincia…

I musicisti che suonano sono di Lugo e Adria, Quello di Lugo vive a Bologna, si complimenta, dice che è d’accordo con me e sono stato bravo, ma alla fine non comprerà il libro. Marco, invece, mentre dialoghiamo a un certo punto cita Cioran e Salgado, concludendo con Viaggio in Italia di Ceronetti. Giorgio legge tre brani. Due ragazze di Loreo applaudono, partecipano con interesse, promettono di leggere, salvo poi andare via senza acquistare il libro. Un’altra coppia sembra più preoccupata che il loro cane non pisci nel ristorante che altro.

Alla fine arriva la notizia del gol della Juve all’88esimo. Poco dopo il locale si riempie. L’amarezza per il risultato della partita si mescola con un senso di gratitudine indecifrabile. Non so dire se sono grato per l’ospitalità, per l’accoglienza, per la compagnia: è tutto questo e qualcos’altro che ha a che fare col semplice fatto di vivere alcuni momenti in un certo modo, è qualcosa a cui non so dare un nome. Alla fine, fuori dal locale incontriamo una coppia, sono altri due studenti del conservatorio. Roberto viene da Foggia e la sua fidanzata, Zoe, dalla Sardegna. Hanno già assistito alle presentazioni di Marco e letto Vincent Zandri, scrittore statunitense da lui prodotto. Quindi acquistano pure il mio libro. Prima di ripartire, in strada, un’auto di corsa quasi ci investe, sgomma e riparte senza badare a noi. Una volta in auto, riprendiamo il discorso su Nesi e il premio Strega.

 

Sandro Abruzzese

Ogni giorno è un olocausto

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Ogni giorno è un olocausto. Forse è questo che macchia inesorabilmente le mie giornate. Tutto quello che faccio è per me e i miei figli, e anche questo rende insopportabili le mie giornate. Io critico un sistema a cui aderisco perfettamente. E quando avrò ottenuto tutto ciò che mi prefiggo, l’avrò fatto per me e i miei figli. Mentre cammino, in strada c’è qualcosa che percepisco ma a cui non riesco a dare un nome, una forma. È come sentirsi immersi in uno scandalo quotidiano, senza riuscire a delinearne i tratti principali. So soltanto che questa sensazione ha a che fare col bene e col male e con l’esistenza. Se c’è una qualità nella civiltà rurale che ci ha preceduti, essa sta nella forma necessaria del suo stare al mondo. Le case essenziali, i vestiti sobri, il matrimonio, l’accettazione del dolore e della morte, tutto ciò aveva a che fare con un destino di ineluttabile necessità e spesso di mancanza. Erano necessari i figli, il lavoro manuale e fisico, la spietatezza verso gli animali e l’ospitalità per le persone, erano necessarie le feste e le religioni.

Allora forse lo scandalo quotidiano sta nell’aver edificato una vita costituita di superfluo, dove ogni atto, ogni scelta, non essendo legata alla necessità, finisce spesso per incarnare il suo contrario. Sconfiggere la nostra povertà ci ha reso migliori, ma non più giusti. Ecco che tutto quello che compiamo continua a prendere il sapore acre del superfluo. Non c’è sobrietà nei gesti e nemmeno nelle parole, non c’è morigeratezza, pudore, orgoglio, essenza. Non è necessario il lavoro che svolgiamo, non lo sono i nostri risparmi, i lussi, le vacanze. Tutto ciò per cui lavoriamo non allevierà le nostre pene, non colmerà la solitudine. Ogni giorno è un olocausto e vivo sapendo di sfruttare il lavoro e la vita degli altri. Vivere un mondo ingiusto senza nemmeno la continua tensione verso il giusto, è forse questo lo scandalo? C’è qualcosa di insopportabile nelle mie giornate, ma non riesco a definirlo. Forse lo scandalo è nella nostra capacità razionale, che ci mette dinanzi alla tortura delle altre vite consapevolmente, anticipa la vanità del nostro attraversare il mondo e tuttavia non riesce a svelarne l’enigma, il mistero.

Si può essere spietati solo se necessario, così come fanno gli animali allo stato di natura. Ma esserlo scientemente, razionalmente, magari vivendo nell’opulenza sfacciata, questa è forse la peggiore condanna a cui siamo destinati. È la colpa imperdonabile che nemmeno un dio riuscirebbe a far espiare. Vivere una vita che non tende a riconoscersi, ad aiutarsi, che non tende al costante miglioramento delle condizioni collettive, essere belve feroci senza la loro necessità, con la colpa insopportabile dell’intelletto, della razionalità, è forse questo lo scandalo? Forse è questo il vero peccato originale, la nostra cacciata dall’Eden, non la curiosità, non la conoscenza, bensì il suo utilizzo a proprio esclusivo vantaggio e magari a scapito degli altri.

S.

Recensione a Mezzogiorno padano su Il Fatto Quotidiano

Di seguito la recensione a Mezzogiorno padano di Enrico Fierro, del 20/01/2016 , libro edito da Manifestolibri nella collana società narrata (nell’articolo c’è un refuso in merito alla casa editrice).

recensione il fatto del 20 :01:16