Categoria: Narratori dalla terra dell’osso

ETERNI RITORNI

di Giovanna Iorio

Di freddo non si muore

 

Giovanna Iorio

Giovanna Iorio

 

Si cerca di usare espressioni meno definitive.

È venuto a mancare. Quando lo dico mi sembra che un giorno tornerai, come se fossi partito per un viaggio. Anche se tu non viaggiavi mai. L’unico viaggio è stato il servizio militare a Palermo. Due anni bellissimi, dicevi con nostalgia. Una volta a Natale una commessa suggerì di regalarti una valigia. E io ti ho comprato una sciarpa. Te la ricordi? Quella rossa che poi indossasti a Capodanno, come un pupazzo di neve.

Si è spento. Perché? Forse un giorno ti riaccenderai? Sei diventato un albero di Natale.

Non è più. Non sei più? Non sei più mio padre? Non sei più nella stanza? Non sei più dietro ai vetri? Non sei più seduto in poltrona?

La casa è vuota e noi andiamo avanti, l’illusione di quelli che restano. Per fortuna esiste l’eterno ritorno.

E ieri è tornato il freddo che tiene svegli di notte, lo stesso freddo che da bambina mi faceva gelare i piedi. Sentivo freddo. Avevamo rischiato di morire per le esalazioni del carbone della stufa e ti eri messo in testa che il freddo fa più bene del caldo. Di freddo non si muore. Ma a volte il gelo si metteva tra le coperte e me, come un lenzuolo. Io mi svegliavo battendo i denti ed ero certa che, se avessi acceso la luce, avrei visto la neve cadere nella stanza. Mi mancava il coraggio di vedere quel prodigio ma nella stanza di notte c’era la neve.

Ieri ho dormito nella vecchia casa e ho sentito quello stesso freddo. Gli altri dormivano ma io mi sono svegliata. Sono rimasta a guardare il buio e poi mi sono alzata. Sono andata nella stanza dove dormivo da bambina, l’ultima della casa, ho acceso la lampada e l’ho vista. La neve era là. Cadeva impalpabile dal soffitto, un fiocco alla volta.

Allora avevo ragione. Tutto ritorna. E avevi ragione tu. Di freddo non si muore. E se la neve c’è, forse ci sei anche tu.

Sono rimasta a guardare il prodigio per un po’ e poi ho spento la luce. Domani, alla luce del giorno ci sarà solo un velo bianco d’intonaco. Andiamo avanti. Eterni ritorni.

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La mucca e Lazzaro

eterni ritorni
Eterni ritorni di Giovanna Iorio

Certe telefonate, ne sono sicura, arrivano da un altro pianeta. Il telefono a casa non ce l’ho, ma quando vado a trovare i miei genitori squilla in continuazione. Credetemi, quando quel telefono squilla, può accadere (o è già accaduto) di tutto.
Vi racconto due telefonate dell’assurdo, entrambe di una zia che non esce mai di casa per colpa di una grave allergia. Anche suo marito, mio zio, non sta molto bene. Tempo fa, per un problema cardiaco, ha subito un intervento delicatissimo al cuore di cui io non sapevo nulla: un mini defibrillatore. Per farvela semplice, quando il cuore di mio zio si ferma, una piccola scossa lo fa ripartire. Vi risparmio i dettagli tecnici dell’operazione di cui voleva mettermi al corrente mia cugina, più o meno con queste parole…”ma come non ne sai niente! Sette anni fa… lo hanno aperto con la motosega…”
E così la zia ogni tanto telefona e annuncia:
– E’ morto.
La prima volta a mia madre è preso un colpo.
– Poi… è ripartito.
Ultimamente mio zio ha la tendenza a morire spesso. Bisognerebbe chiedergli come mai, ma lui, come me, non ama il telefono.
A Natale ho preso io la telefonata:
– Auguri! Come va, zia! Tutto bene?
– Abbiamo passato una brutta nottata…
– E’ successo qualcosa?
– Tuo zio… è morto … di nuovo.
– Morto? Di nuovo?
– So’ già tre volte.
– E poi?
– Riparte.
E così scopro di avere uno zio “alieno”, una specie di Lazzaro che muore e risorge come niente fosse. La telefonata prosegue con dettagli minori (elenchi di medicine, termini tecnici, sbadigli) e io resto con gli occhi spalancati a immaginare la scena madre…
Un’altra storia incredibile e… soprannaturale? A settembre, racconta mia madre, sempre mia zia telefona per annunciare che il genero si è rotto una gamba:
– E com’è successo?
– Era andato a cercare funghi e gli è caduta addosso… Non ci crederai!
– Cosa? Una frana?
– No…
– Un albero?
– No…
– Un meteorite?
– Eh?
– Me lo vuoi dire o no?
– Una mucca.
– Una mucca?
– Si, gli è caduta addosso una mucca.

Una storia infame di paese

Stavano allestendo un falò abusivo in un’area pubblica, la pira gigantesca era alta e pericolosa. Ecco perché gli agenti municipali bloccarono tutto, chiamarono i vigili del fuoco che misero l’area in sicurezza. Stavano allestendo un falò, la notte dell’Immacolata, una montagna di fascine, tronchi, legname si accatastava minacciosa. Allora intervenne una pattuglia dei carabinieri, fecero sgombrare l’area e chiusero l’accesso alla zona. Stavano allestendo un falò non autorizzato al centro del paese, passò il sindaco, si fermarono gli assessori, i consiglieri e chiesero l’intervento delle forze dell’ordine. Stavano allestendo un enorme falò per la notte dell’Immacolata. Visto il pericolo, alcuni passanti allertarono le forze dell’ordine, le quali giunsero sul posto e bloccarono l’iniziativa, denunciando gli organizzatori. Stavano allestendo il falò per l’8 dicembre, giorno dell’Immacolata. Fecero una cosa grossa, per dire che erano in grado di fare cose grosse, non avendo altri mezzi per dimostrare la propria grandezza. Nonostante fosse al centro del paese, gli agenti municipali non videro nulla. I carabinieri nemmeno. Nonostante la zona sia quella più trafficata, non un cittadino, non un uomo o una donna delle istituzioni denunciò l’iniziativa. Nessuno, pur potendo, mosse un dito. La notte un tronco d’albero di quella maledetta pira cadde sul destino di Mario, gli si piegarono le ginocchia, e con esse la vita. Allora lui intese che si può essere amici da vivi, ma si è sempre soli di fronte alla morte. Forse pensò alla guerra di Piero, che la vita in questo modo non gli aveva restituito il sorriso. Che dicembre non era maggio, ma a morire così ci vuole ancora più pazienza, non essendo in guerra, ci vuole ancora più coraggio. In seguito fu un fuggi fuggi generale, chi si attaccò alla memoria, chi a qualche vecchia storia. Furono giri di telefonate a chi arrivava più in alto. Sì! Più in alto della pira. E sotterfugi, delazioni, minacce velate e manifeste. Furono astio e malcontento nel vecchio paese degli zingari. E tutti pensarono a sé, pochi si ricordarono di Mario. Mario col Manifesto sotto il braccio, o al concerto di Springsteen a San Siro nell’85. Mario da Salza Irpina, più grottese di tanta gentaglia di questo lurido, merdoso paese. Mario a Saturnia, o al concerto dei Nomadi, alle manifestazioni con l’Alfa Romeo grigia e la musica di Dylan, Neil Young, Waits. Eppure se si guardasse indietro, ora, intenderebbe qualcosa di questa piccola grande infamia di paese. Capirebbe che non tutti quelli che ti circondano e sorridono, sono in grado di stare dalla tua parte nella cattiva sorte. Che l’amicizia, se esiste, è rara, troppo rara, per illudersi di contarla anche solo sulle dita di una mano.   S. A.   In memoria di Mario Capozzi

Monteleone di Puglia

Cani pastori in mezzo a un cerchio di gregge

Cani pastori in mezzo a un cerchio di gregge

Esistono terre del grano e del vento, in mezzo al vecchio mondo.

Mentre le percorro, i falchi tracciano il  confine tra Irpinia e Daunia.

Più di ottocento metri d’altitudine per il secondo comune più alto della provincia di Foggia.

Ma Monteleone non è di nessuno, anche se è vero che da una parte si staglia la Puglia,

dall’altra, attraverso l’Irpinia, si arriva fino a Napoli.

A vista, in lontananza, le ossa verdi del Vulture su cui si appoggia la Lucania alta. La facciata della chiesa di Monteleone di Puglia

Corso Umberto I a Monteleone di Puglia

Corso Umberto I a Monteleone di Puglia

La villa comunale si affaccia sulla sella di Savignano,

più a nord una costellazione di pale eoliche, dietro ci sono Greci, Ariano, fino al Molise.

Una villa comunale protesa al grano e al vento

Una villa comunale protesa al grano e al vento

Verso la Campania, Montevergine e i Picentini, insieme a Chiusano,

chiudono uno degli anfiteatri dell’Italia interna.

Non si fa più qui il mondo, Federico II è morto da troppo tempo.

Se ne accorsero presto sull’altura di questa terra di briganti.

Tegole divelte, supersantos e sassi appesi ai tetti tentano

di scoraggiare l’unica forza costante di queste lande: il vento.

supersantos sui tetti ricoperti di sassi per arginare il vento

supersantos sui tetti ricoperti di sassi per arginare il vento

Negli anni ’50 Monteleone possedeva cinquemila anime di vita.

Monteleone una volta di Avellino e poi di Puglia,

un’altra madreluna degli emigranti, attualmente conserva mille testimoni,

mille abitanti, dicono che il mondo si è fatto lungo, lontano.

Tuttavia a me pare strano che tutto questo mondo non faccia

a botte per Monteleone, per Sant’Agata, per Anzano.

Mi pare sempre strano, quando vedo quello che vedo,

che non si faccia guerra e pace

per queste lande,

per questo meridione di un altro mondo.

 

 

Sandro Abruzzese

Questo brano appare anche sulla rivista online  Erodoto108

 

Eterni Ritorni. Città, paesi e in mezzo il mare.

testo e foto di Giovanna Iorio

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E amo i paesi perché cominciano e finiscono. E non ne avrebbero bisogno.

E amo le città perché quando mi sento sola ci sono le finestre. Centinaia di finestre.

E amo il mare perché le onde cancellano le orme sulla sabbia. Senza drammi.

E amo il paese perché tutte le ragazze hanno lo stesso taglio di capelli e c’è solo una parrucchiera che ogni tanto va a fare il corso di aggiornamento. E poi la parrucchiera torna con le novità. E dopo un paio di settimane tutte le ragazze del paese hanno fatto l’aggiornamento.

E amo la città perché di domenica le campane suonano e in chiesa non ci va nessuno.

E amo il paese perché quando Pasquale torna da Milano si fa chiamare Lino e parla con l’accento milanese.

E amo la città perché i condomini hanno messo un adesivo all’ingresso per i testimoni di Geova: “Siamo cattolici”. E a Pasqua ne mettono uno per il prete “Siamo testimoni di Geova”.

E amo il paese perché il sole si prende in canottiera e quando ti spogli hai il segno del sole.

E amo la città perché lassù, in alto, sui terrazzi condominiali, tra le lenzuola, i bambini imparano ad andare in bici.

E amo il paese perché fino alle quattro del pomeriggio nessuno mette il naso fuori di casa. È la controra.

E amo la città perché quando si sente una sirena il matto di turno si lega a un palo.

E amo il paese perché quando si sente una sirena tutti si affacciano al balcone come se improvvisamente ci fosse il mare.

E amo la città perché quando vai a buttare la spazzatura vedi un materasso che si allontana sulle ruote di un vecchio passeggino.

E amo il mare perché quando mi viene da piangere non devo ficcarmi sotto la doccia.

E amo il paese perché la gente conosce la tua famiglia e di te non sa niente.

E amo la città perché faccio finta di dover andare da qualche parte e invece voglio soltanto perdermi.

E amo la città perché quando si rompono gli ascensori gli inquilini si scambiano qualche parola.

E amo il paese perché le facciate delle case somigliano alle facce delle persone.

E amo la città perché quando entri nei bar è sempre tutto “diverso” e mai “il solito”.

La Santa

 

 

Testo e foto di GIOVANNA IORIO

IL LETTO

-Da grande farò la Santa- dice Lucia alla madre che la guarda con stupore come se in quel momento intorno alla testa le sia spuntata l’aureola.

Lucia ha dieci anni ed è una bambina con gli occhi neri, le ginocchia sbucciate e due trecce lunghe.

La madre, seduta alla vecchia Singer, smette di cucire per farsi il segno della croce. E dice,

– Che dio ti benedica, figlia mia. Non ti mettere in testa certe cose. Tu devi diventare ragioniera come tua zia Giovanna.

Però Lucia è una bambina determinata e ha cominciato a fare piccoli miracoli a domicilio. Tutti i cani rognosi del paese fanno la fila davanti casa sua; dopo un po’, non si sa come, se ne vanno con il pelo folto e lucente. Gli uccelli malati, li mette nella cassetta delle arance sul balcone. Anche loro dopo il miracolo se ne volavano via.

La foto della prima comunione di Lucia sta sul tavolo in salotto vicino alla buonanima di suo padre, Gaetano. Vestita come una suora, il giglio in mano, Lucia sembra proprio una piccola santa. Un giorno alla confessione Lucia lo aveva detto al parroco:

-Padre Francesco, da grande voglio diventare santa.

Il prete le fece il segno della croce con le dita in mezzo alla fronte e poi con l’espressione scettica disse:

– Lucia, per diventare santa devi fare un grande miracolo.

–  Ma io li faccio!

– Guarire gli animali non vale. Allora i veterinari che sono, tutti santi? No, Lucia. Devi fare un grande miracolo.

Lucia fa i miracoli piccoli: aiuta la gente a ritrovare le chiavi, gli occhiali e i documenti. In paese si è sparsa la voce e tutti i rimbambiti vanno a bussare a casa sua.

– Dove sta Lucia? Mi deve trova il libretto postale che devo andare a ritirare la pensione!

La madre di Lucia si arrabbia, smette di cucire, si fa il segno della croce e grida:

– Ma la volete lasciare stare a Lucia mia? Che vi siete messi in testa? Non li fa i miracoli! Non è una santa, Madonna!

Poi però Lucia esce di nascosto e va a casa di Michele. I documenti stanno sotto il materasso, legati con l’elastico e l’immaginetta di Padre Pio.

– Grazie Lucia, io ci avevo guardato prima. E non ci stava niente! Lucia, tu si’ ‘na Santa! Non dare retta tua madre. Quella ha paura che diventi famosa.

 

Elisabetta

La cugina di Lucia si chiama Elisabetta. È l’unica figlia di zia Giovanna. Sono amiche per tre buoni motivi: hanno la stessa età, sono vicine di casa, vanno a scuola insieme. Elisabetta è nata male, così dice la madre. Si nasce bene, e si nasce male. Lei è nata male. L’ostetrica le ha fratturato le ossa del bacino tirandola come un vitello tanto era lunga e pigra. Per questo cresce tutta storta come una vite. A scuola la prendono in giro. Meno male che vicino a lei c’è sempre Lucia. Fino a quando c’è lei non le può succedere niente.

– Io la Santa non ce l’ho in Paradiso ma in classe mia!

Vanno a scuola con l’autobus. Lucia l’aiuta a salire e a scendere. Le regge lo zaino. L’accompagna in classe.

– Un giorno ti faccio il miracolo grande. Ti raddrizzo come un cipresso, così cammini normale.

– Non ti preoccupare Lucia, non ho fretta.

– Per fare i miracoli grandi devo diventare grande.

Elisabetta le stringe forte la mano e fa di si con la testa. Si fida di Lucia, le vuole bene. È sicura che un giorno Lucia manterrà la promessa. Poi dice:

– Non c’è fretta, Lucia.  Quando mi sposo però voglio andare fino all’altare senza zoppicare, con il vestito bianco e il velo lungo. Voglio lasciare tutti a bocca aperta quando entro in Chiesa . Pure  a Padre Francesco. Ci deve rimanere di sasso, come un statua. Con la bocca aperta come a Sant’Antonio, e ci devono entrare e uscire le mosche.

 

Il caffè, la lapide e l’utero

Si chiamava Gaetano il padre di Lucia e aggiustava le cose: tostapane, cucine a gas, ombrelli, televisioni. Pure le scarpe. Riparava tutto. Un giorno la moglie gli aveva portato il caffè nel magazzino.

– Gaetano, il caffè. Te lo vuoi prendere o no? Si raffredda.

Ma Gaetano non se lo prese il caffè. Si fecero freddi tutti e due.

La lapide Anna la volle di marmo, come quelle che mettono ai signori. La sorella di Gaetano, Giovanna, ci fece mettere una bella  frase, con le lettere di ottone

 Il meglio deve ancora venire.

Aveva studiato lei, e non solo i numeri. Anna pianse e abbracciò la cognata.

– Che bella frase!

– Sta sulla tomba di Frank Sinatra, – disse Giovanna orgogliosa, con le lacrime agli occhi. In inglese fa una bella figura. Però chi la capiva se la mettevamo in inglese? Neppure Gaetano che ci sta sotto la capiva.

– Neanche io, però, la capisco Giova’. Che vuol dire?

– Vuol dire che dove sta adesso sta meglio.

– Ah!

 

Lucia era figlia unica. Dopo la morte di Gaetano erano rimaste solo loro due a tirare avanti. Anna un lavoro non ce l’aveva, ma sapeva cucire. E così cuciva dalla mattina alla sera. Faceva vestiti, pantaloni, giacche. Riparava tutto. Era puntuale e non si lamentava nessuno. Ai clienti offriva pure una tazza di caffè mentre si provavano il vestito:

– Prendetevelo caldo che si raffredda.

Quando era nata Lucia, Anna aveva avuto una brutta emorragia. E così  per salvarla le avevano tolto l’utero.

Questa storia dell’utero non si capiva bene com’era andata. Il medico ad un certo punto aveva chiamato Gaetano:

– Se vuoi bene a tua moglie mi devi dare il permesso. Devo toglierle l’utero, subito.  Se non mi dai il permesso muore.

Gaetano aveva dato il permesso. Gli avevano dato un foglio ma le parole erano difficili e non aveva capito. Dopo qualche giorno Anna era tornata a casa con la bambina e senza utero. Aveva 26 anni e si vergognava.

– Che donna sono adesso Gaetano?

Lui rispondeva che non si doveva preoccupare, che l’importante era che avevano fatto a Lucia.

– Ma qui ora ci sta un buco, – diceva Anna. E si toccava la pancia. – Ho paura che ci entrano le formiche

La bambina dormiva nella culla come un angioletto. Anna era a letto, con la faccia bianca come un lenzuolo. Era entrata una mosca e si sentiva solo il ronzio.   Gaetano mise la mano sulla ferita di Lucia e con l’altra tentava di acchiappare il moscone tutte le volte che passava sopra Anna o sopra a Lucia.

– E secondo te io che ci sto a fare vicino a te?

Poi le raccontò una storia.  Gaetano le storie non le sapeva raccontare. Era un uomo di poche parole. Anna chiuse gli occhi mentre raccontava.

– A mio padre, quando era soldato, è successa una cosa. Me lo raccontava sempre mia madre. Tu lo sai che tipo era.  Era uno come me, non ne raccontava storie. In guerra aveva perso un dito, con una granata. Pum e gli era saltato. Lo avevano mandato a casa, poi si era curato e aveva voluto tornare in trincea. “Io ce l’ho ancora il dito”. Mia madre gli diceva di si, per non fargli dispiacere.

Anche i suoi compagni gli dicevano: si. E una mattina era tornato dentro una cassa da morto. Deceduto in battaglia. E indovina! Il dito gli era ricresciuto.

Anna aveva riaperto gli occhi. E aveva sorriso.

– Allora mi cresce l’utero?

E Gaetano faceva di si con la testa.

– Si. Giuro.

Lucia si era svegliata. E giocava ad afferrare un raggio di sole. Il moscone era sparito.

– Gaeta’… Ma dov’è finito il moscone?

 

 

 

ETERNI RITORNI (3)

Foto Giovanna Iorio

Foto Giovanna Iorio

La notte che il mio paese sparì
C’era la luna
Era novembre e il melo
Aveva foglie appuntite
morse dal gelo

Ricordo il pianto dei vecchi e il silenzio dei bambini
Il latrato del cane incatenato a un cancello vuoto
Mio padre che urlava i nostri nomi come un cieco
Tra le rovine di un paese cancellato.

La nebbia ebbe pietà di noi
Coprì la paura con un velo di stupore
E chiuse gli occhi alle case squarciate dal dolore.

La luna ci fissava senza parole
I tetti scoperchiati come pentole fumanti
Il ventre della terra ancora pulsante
La tavola sparecchiata dalla mano di un gigante

Rimase tutta la notte a vegliarci, la Luna,
Spuntava di tanto in tanto tra i sassi
La sua luce lieve priva di passi

Giunse dopo ore infinite e lente, il Sole
Insieme alla pioggia sottile invernale
il fango le ruspe le tende
una luce bianca e indifferente.

(La notte che il mio paese sparì, di Giovanna Iorio in La polvere e la luna: i poeti del 23 novembre a cura di Paolo Saggese (Delta 3 edizioni, 2010)

La dentiera

Mio padre, la notte del terremoto del 1980, rischiò la vita per recuperare la dentiera a un’anziana signora. Lei piangeva, senza denti, come un neonato vecchio. Non ci pensò su neanche un minuto, mio padre entrò nella vecchia casa e trovò la tazza con la dentiera. Lo vedemmo tornare in un lampo. Lei pianse di gioia quando rivide i suoi denti. E’ ancora viva, oggi l’ho incontrata. Mi ha sorriso. Con la stessa dentiera. L’ho detto a mio padre. Non se lo ricorda.

La candela

Una sera, tanti anni fa, cominciò a nevicare forte. Mio padre era uscito con il camion, sarebbe dovuto tornare presto e invece non tornava. Lo aspettavamo alla finestra, dietro ai vetri, io e mio fratello e non parlavamo. Il vetro era freddo e la neve scendeva come se qualcuno volesse far scomparire il paese, le case. Pensai che mio padre, tornando, non avrebbe visto la casa, che sarebbe passato senza vederci. Poi mia madre accese una candela alla finestra. Allora mio padre ci vide e tornò a casa.

Il quaderno

Mio padre aveva un tavolino dove la sera si metteva a fare i conti. Apriva un cassetto e prendeva un piccolo quaderno nero. Poi con la penna scriveva a lungo. Ogni sera la stessa cosa: scriveva, scriveva, scriveva. Poi rimetteva dentro il quaderno e chiudeva a chiave il cassetto. Lo so che su quel quaderno c’erano soltanto numeri e cifre. Ma io, nei miei sogni, lo riempivo di parole. Su quel quaderno ho scritto le mie prime storie.

Il secchio

Era un secchio di plastica azzurro. Mio padre lo riempiva d’acqua. La prendeva sempre dal pozzo del giardino, l’acqua. Diceva che era più fresca. Nel secchio ci metteva una bottiglia di vino. Si metteva il secchio sotto alle gambe e beveva con piacere. Mandava giù e diceva: Bello fresco. Un giorno io e mio fratello riempimmo il secchio con l’acqua della fontana, per fare prima. Dicemmo che era del pozzo. Mio padre ci guardò tutto serio e disse: mi avete detto una bugia.

GIOVANNA IORIO

LA BAMBAGIA AND BEAUTIFUL, CRONACHE DI UN DOPO PRANZO

foto Giovanna Iorio

foto Giovanna Iorio

Sono a casa dei miei genitori. Certe cose non cambiano. Anzi, certe cose cambiano e altre no. Prima di tutto è cambiato il numero di televisori e le loro dimensioni. Ora in casa ci sono (aspettate, fatemele contare) 5 TV (per due persone). L’ultima è arrivata due giorni fa e, sebbene sia l’ultima arrivata, è gigantesca. Mio padre ha fatto l’operazione ad un occhio, ma non è andata bene. Per questo motivo ha deciso di non operare l’altro occhio, coperto dalla cataratta. In altre parole ci vede pochissimo. E’ un’ottima ragione per avere nella stanza una TV/cinema.
Mio padre prima non guardava mai la TV. Soltanto a pranzo, il TG. O la sera, di nuovo il TG. Sembrava che gli piacessero soltanto le brutte notizie: politica, cronaca, sport. Ora che mi ricordo, gli piacevano anche i film western che commentava con appassionata empatia e qualche volta un pugno sul tavolo.
Ora guarda di tutto. Persino un canale che si chiama Tele Padre Pio; tra i suoi preferiti. Non ci volevo credere quando mia madre me lo ha detto. Tele Padre Pio! Il rosario e cose simili. A volte mio padre, quando esce la Madonna chiede a mia madre: guarda, somiglia a Giovanna? E lei risponde: no, è la Madonna.
Ma parliamo delle cose che non cambiano: Beautiful. Abbiamo appena finito di pranzare, mio padre è seduto in cucina a tamponare una piccola ferita. Il barbiere viene in casa a fargli la barba e oggi ha sbagliato. Forse lo abbiamo distratto noi, o forse mio padre si è mosso. Ad ogni modo credo che mio padre abbia paura di morire dissanguato. Colpa di una malattia che non permette al sangue di coagulare, e così tutte le volte che si taglia ha una grande paura di “scorrere via” insieme al sangue. Sono salita a prendergli dell’acqua ossigenata e del cotone idrofilo: la bambagia. Così l’ha chiamata mio padre. Posso avere altra bambagia. E’ l’ovatta. Si, sembra Carducci mio padre: Su le nubi dorate e inargentate/Che paion di bambagia…
Non sentivo il suono di questa parola da una vita. Quando mio padre non ci sarà più scomparirà anche il suono morbido della bambagia.
Ma parliamo di quello che non scomparirà mai: Beautiful! Mia madre non ha mai smesso di seguire la soap opera americana, che sopravvive e si riproduce come un batterio. Ci sono ancora le stesse attrici, invecchiate, resuscitate dal botulino, tenute in vita da una serie infinita di sventure che avrebbero mandato al manicomio qualunque essere umano. Alcune novità: Ridge è scomparso, Thorn si è sposato venticinque volte, pure con sua madre, che poi è morta. Il complesso edipico alimenta questa mostruosa famiglia che si è messa più corna di un cesto di marruche (alias le lumache). Sono rimasta a guardare la puntata di oggi facendo a mia madre un miliardo di domande. Poi Brooke è svenuta! Cavolo, è di nuovo incinta! E questa volta è riuscita a farsi mettere incinta dal genero. Ho quasi urlato di rabbia. Ma insomma, non hai ancora imparato Brooke Logan? Era il 1987, io ero una bambina e tu una biondissima donna. Hai fatto solo cazzate Brooke! Perché non ti ribelli, ti devi ribellare Brooke! Poi rivolta a mia madre, ho detto: e tu non dici niente?
E lei: A chi? A Brooke? Sai, è fatta così.

GIOVANNA IORIO

Confessioni di un paesaggista

Foto Massimiliano Ippolito Petrilli

Foto Massimiliano Ippolito Petrilli

Oggi sono nelle mani di Giovanni. Anni prima sono stato nelle mani di Antonio, padre di Giovanni. Prima ancora ero

nelle mani di Giovanni, padre di Antonio e nonno di Giovanni. Sono passato da una mano all’altra come un testimone,

e ogni generazione è stata un giro di pista. Conosco la loro terra e quella dei loro vicini, di tutti i vicini,

palmo a palmo. Quando una zolla appena rivoltata vede la luce, tocca a me svezzarla. Accompagno ogni rivolo d’acqua,

in superficie come in profondità verso la sua fine, che non di rado è un bicchiere. Mi chiamo Nitrato Ammonico. Sono

il sale di questa terra. Un tempo c’erano uomini che mi abbracciavano con una mano. Ero chiuso in sacchi di plastica

da cinquanta chili, mi stringevano forte contro il petto. Sentivo il loro cuore battere mentre attraversavano con

falcate ampie e regolari i campi. Mi afferravano nel pugno e mi spargevano a terra. Oggi tutto è cambiato, mi fanno

girare la testa con lo spandiconcime, è come andare sulle giostre, ed io ritorno bambino. Ho una certa età. Ho visto

la luce nelle foreste del Vietnam. Ho un carattere esplosivo, ma mi considero un paesaggista. Quando a primavera

attraversate in macchina le strade tortuose dell’altopiano e ammirate la bellezza dei campi di grano, sappiate che

quel verde che brilla al sole è merito mio. Questa terra senza di me sarebbe solo una distesa di sassi e cicoria

selvatica. Quando ritornerete a casa, mi troverete a tavola. Io sono in una fetta di pane, in una foglia d’insalata,

in un piatto di pasta … buon appetito.

FABIO NIGRO

ETERNI RITORNI

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C’è un cordone ombelicale che ci tiene legati ai paesi dove siamo nati. Come un elastico che prima ci fa schizzare via e poi ci costringe a tornare. E così in eterno. Da venti anni non faccio che subire la forza dell’eterno ritorno. Ed è questa ripetizione entusiastica la caratteristica principale dei miei eterni ritorni.
Proverò a raccontarveli, per un po’, qui su Racconti Viandanti. Voi ricambiate con un sorriso circonfuso di luce, come quello che colse il pastore di Nietzsche quando, all’improvviso, un giorno s’avvide della bellezza dell’eterno ritorno.

GIOVANNA IORIO

Uomini con gli stivali e gatti senza stivali

C’è gente che sogna di morire dolcemente, magari nel sonno, per colpa di una silenziosa esalazione velenosa. Io credo che i miei genitori siano quel tipo di persone.
Ma la storia che voglio raccontarvi comincia tanti anni fa, in una freddissima sera d’inverno. C’era mezzo metro di neve nel mio paese. Era isolato, senza elettricità e mia madre aveva messo il braciere di carboni ardenti nella camera da letto, per riscaldarla. Quando salimmo al piano di sopra, ci preparammo a dormire tutti nella stessa stanza: io, mio fratello e i miei genitori. Ci addormentammo quasi subito, respirando anidride carbonica. Prima però mia madre ci fece recitare la preghiera dell’angelo di dio. E fuori, nel nero, nevicava.
Dopo qualche ora mio padre si svegliò: qualcuno si lamentava nel sonno. Era mia madre, e noi respiravamo a fatica. Non si sa come, ma riuscì a tirarsi su e a strisciare fino al balcone. Lo aprì, vomitò e chiamò aiuto.
Nonostante la neve, in quell’istante, sotto casa nostra passeggiavano due uomini. Videro mio padre sul balcone, capirono che stava succedendo qualcosa di grave e buttarono giù la porta a spallate. Vennero a salvarci, giusto in tempo. Io ero viola, mio fratello arancione.
Quando mio padre ci racconta questa storia, i nostri soccorritori li chiama” gli angeli “. E questo spiega perché, secondo me, gli angeli indossano grossi stivali di gomma e se ne vanno in giro di notte nelle tormente di neve.
Ricordo che mia madre indossava una vestaglia di ciniglia color glicine, anche lei sembrava un angelo. Era così giovane. Quando la presero in braccio per portarla in un’altra stanza i pon pon di piuma continuarono a oscillare per un po’. Era pallida e bellissima. Persino i due angeli rimasero a guardarla incantati fino a quando anche lei vomitò e fu fuori pericolo.

Sono passati più di trent’anni e i miei genitori ci riprovano. Questa volta con il CH4, il gas metano. Lo scorso aprile sono andata a trovarli con tutta la famiglia. Sono costretta dalla follia dei miei vicini di casa, qui a Roma, a chiedere rifugio per i nostri gatti. Si tratta di una storia penosa e incredibile: mi minacciano con una denuncia perché le nostre due gatte nere (adottate nel rifugio di randagi di Torre Argentina) disturbano la quiete condominiale.
Dopo aver tentato la mediazione, mi sono trovata di fronte a un muro; avrei voluto abbatterlo a picconate (trattandosi di muro ottuso e insensibile) ma ho dovuto aggirarlo. In altre parole: per il benessere dei nostri gatti (e anche per paura che potessero avvelenarli in nostra assenza) decidiamo di portarli al Sud, “dai nonni”!

Appena apro la porta della casa dei nonni, però, avverto un fortissimo odore di gas. La reazione dei miei genitori è di fastidio: nipoti rumorosi, due gatti neri, una gigantesca confezione di cibo in scatola (e quando mio padre la vede mi chiede: gli avanzi non li mangiano i gatti di Roma?). Avere un gas in fuga per casa non sembra essere grave quanto l’arrivo di due gatti romani.
Decido di telefonare all’Italgas; i tecnici arrivano nel giro di pochi minuti, è sabato, sono meticolosi, verificano tutto ed è subito fuga conclamata di metano. Per sicurezza mettono i sigilli al contatore. Restiamo senza gas per tutto il sabato e la domenica. Le scatolette di carne garantiscono cena e pranzo ai gatti. Panini e due maglioni per tutti gli altri.
Il tecnico, Antonio, mi promette di tornare a riparare il guasto per prima cosa il lunedì mattina. Noi ce ne torniamo a Roma domenica pomeriggio, mia madre ci saluta disorientata sulla porta di casa, con i gatti in braccio. Ho il cuore talmente scuro che comincia a piovere.
Poi tutto si aggiusta. Il bravo Antonio, di Italgas, mi telefona il giorno dopo e dice: “Fatto, i suoi genitori sono sani e salvi! E pure i gatti… Sua madre mi ha raccontato. Mi permetto di dirle che i suoi vicini di casa sono una schifezza.”
Ringrazio, riaggancio e sospiro. Rifletto sul senso di questo ennesimo “ritorno”.
Il gas, la casa dei miei genitori, i gatti neri. Mi rendo improvvisamente conto che l’odio dei miei vicini di casa per i miei gatti ha salvato i miei genitori. Per la seconda volta sono scampati all’esalazione di un gas. E anche gli angeli ritornano, se ne vanno in giro in coppia. Nella neve bianca, due uomini. Nel condominio, due gatti. Con gli stivali. Senza stivali.

GIOVANNA IORIO