Etichettato: meridione

Lettera a Elda

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Cara Elda,
credo di capire e nel leggerti ricordo “La storia” di un’altra Elsa, il suo sguardo sugli indifesi, la sua filosofia della storia. Aggiungo alle tue amare parole innanzitutto che il silenzio e la menzogna di cui si nutre il potere sono legati al bisogno, oggi come ieri, poi all’assuefazione. Che “la terra” siamo noi, nominarla è solo un modo per parlare a noi stessi e di noi stessi, non altro. E le radici possono essere i nostri alibi e difetti, a cui oppongo il corpo e la mente. Perché la terra è una sola proprio come gli esseri umani sono rimasti l’unica specie e le radici siamo noi, sì, è il nostro rimanere bambini. Ma tutti i bambini desiderano prima o poi essere adulti. Allora sogno un Paese adulto, mentre vivo in un’Italia piccola e meschina, e vivo un Mezzogiorno perennemente bambino. Il silenzio e le menzogne di una volta forse non devono essere disprezzate del tutto perché restavano un modo di difendersi dal potere. Ma quelli di oggi? Cosa possiamo fare noi se non dipanare la matassa di menzogne organica e funzionale al potere? Le tradizioni, quelle poche autentiche rimaste, testimoniano appunto la capacità di quelle classi subalterne, contadine, di sopravvivere, di cercare certezze e sicurezza contro l’ingiustizia e la sopraffazione. Le tradizioni sono anche quel meraviglioso stare fuori e dentro il tempo in una volta, quel mito che ritorna alla storia, la capacità di uscire da quel mondo maledetto e nero di miseria di cui parli tu e lo stare, il ritornare nello spazio considerandolo sacro e quindi sopportabile. Perché incolpare il rimedio, la parte necessaria e in quanto tale nobile? Quello di cui diffido, insieme a te credo, è il piegare e usare le tradizioni, le terre, le identità a “strumenti del regnante”. Perché anche l’identità deve servire a capire quali sono le colpe e chi i colpevoli del “marcio”. Anche le radici, una volta indagate e conosciute ci consentono di volare, di scioglierle dalle caviglie e sentirsi liberi. Sono convinto che per volare non occorra guardare il cielo, bensì scavare a fondo. Se ciò che resta è poco, da lì si dovrà ripartire e setacciare con cura ogni singolo elemento, per distinguere nell’inferno, quello che inferno non è. Cercare di capire, comprendere, Elda, e poi tentare di esprimere ciò di cui siamo testimoni. Spero di averti ascoltata e, anche solo in parte, intesa.

Grazie

S.

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Sud: basta aspettare che ci liberino da noi stessi

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Chiesa di Cotronei

testo e foto di Sandro Abruzzese

Quando alla tv, sui giornali, sui social network, vedo scorrere le immagini dei luoghi più belli del Meridione, da meridionale che vive da tempo nel nord del Paese, provo una vena di rammarico mista a un lieve e indecifrabile fastidio. Dietro le cartoline, i video che mostrano le bellezze del Sud, rivedo gli alibi dei meridionali, i complessi di inferiorità, le giustificazioni. Vedo una risposta puerile ai fallimenti, false assoluzioni, assenza di colpe e colpevoli. Forse è questo fare autoassolutorio che mi ferisce. Ma non solo. C’è pure l’amarezza per il fatto che la bellezza della natura non è un nostro agire concreto e quella delle città risale a secoli addietro. Forse è l’amarezza dovuta al fatto che non c’è merito in quel che viene mostrato, che nulla è stato progettato e costruito (a volte nemmeno semplicemente custodito) da noi. Insomma, pure lei, pure la bellezza, sento che in qualche modo tradisce il Sud e finisce per fargli più male che bene. Lo fa parlando di menzogne, rifacendosi al passato che ognuno legge a suo modo, e così inganna, contribuendo alla confusione perpetua che ci attanaglia.
È difficile sentir parlare del Mezzogiorno sui giornali e le tv nazionali senza incorrere in visioni spesso superficiali e stereotipate, concordo con Di Consoli. Il Nord da cui scrivo ha un’idea vaga, indefinita del Sud, tramandata dal contatto con migranti o da fugaci vacanze estive nelle zone costiere. Questo è un aspetto fondamentale da cui partire. È qui, nelle immagini e nella narrazione dei fatti e degli accadimenti, che la Calabria e il Sud dimostrano la necessità di conquistare chiarezza e lucidità, o per citare l’articolo di Vito Teti, “verità”. L’opinione pubblica locale, – prima che quella nazionale, – i suoi giornali, gli intellettuali, hanno il dovere di descrivere ciò che realmente accade nella loro terra. E avrebbero pure il diritto di raccontarlo senza per questo mettere a repentaglio l’esistenza. Ma si sa che la Calabria è un’isola. Quei piccoli Pirenei rappresentati dal Pollino sono il suo ennesimo mare. Molti giornalisti calabresi hanno messo a rischio la loro vita per raccontare la verità. Credo fermamente che questo sia il punto cardine da cui ripartire, la prima conquista per cui lottare: essere in grado di raccontare la verità, mettere al centro del discorso pubblico i nostri limiti e i meriti, attraverso un costante esercizio razionale, significa sconfiggere “il cono d’ombra” di cui parla Di Consoli e svolgere le funzioni a cui ci richiama Teti. È una battaglia culturale chiara che si deve servire delle associazioni e della scuola e, una volta intrapresa e portata a termine, essa costringerà i mezzi di informazione nazionali a prendere atto di cosa siano realmente la Calabria e il Mezzogiorno. Solo quando noi saremo riusciti a darne la vera e complessa immagine a noi stessi, altri non potranno che prenderne atto. Perché questo momento arrivi, occorre smettere di aspettare che qualcuno ci liberi da noi stessi. Così aspettavamo Napoleone e i francesi per la repubblica, Così i sabaudi si accordarono con i gattopardi, così gli americani usarono la mafia, e Portella della Ginestra resta a imperitura memoria. Così i fascisti accolsero i notabili locali. Così rinnoviamo l’attesa passando dalla Democrazia cristiana al Berlusconismo che sembra aver trovato degni eredi e prosecutori nel fantomatico Partito della nazione. Quando si parla di Sud, mi pare si parli sempre di attesa, pazienza, rassegnazione. Se è così, almeno si mostrino i colpevoli, le connivenze, i tradimenti locali e nazionali. Se è così, almeno si dica il vero perché senza non è possibile giustizia e nemmeno orgoglio.
Se il primo punto è la verità, trovo che essa sia intimamente legata a una serie di altri punti. Essa apre al problema della libertà, di un Sud libero in cui il territorio sia nelle mani salde dello Stato. Non è possibile parlare di libertà senza far fronte a necessità primarie da soddisfare. Ecco che subito il discorso, da locale, diventa di carattere nazionale. Il Sud e la Calabria hanno il problema della libertà, e la libertà, l’indipendenza vengono dalla dignità del lavoro.
Il grande tema assente e orfano di partito, oggi, in Italia e nel Meridione, è il lavoro. La condizione delle nostre terre, non dando giusta retribuzione a sforzi e rischi, fiacca gli animi, demoralizza, abitua alla partenza e alla rinuncia. L’assenza del lavoro apre alla piaga ormai endemica e insopportabile dell’emigrazione, dello sradicamento, motivo per cui oggi esistono più calabresi all’estero o nel resto d’Italia che non in Calabria. Esistono altrettanti meridionali al Nord che vanno a formare un vero e proprio Mezzogiorno padano.
A questo si aggiunga una classe politica e dirigente dalle responsabilità gravissime (anche qui concordo con Teti), specchio del debole tessuto socio-economico. Mentre esistono caratteristiche oggettive di svantaggio per il territorio calabrese nel fare impresa (penso all’orografia, alla distanza e alla viabilità), non esiste alcuna valida giustificazione per le condizioni in cui versano la sanità, la scuola, le università, i centri di ricerca, le strade, i bilanci. Ma di nuovo, inesorabilmente, i temi via via presi in rassegna riportano a problemi nazionali, perché è vero ed è stato detto spesso che ciò che accade nel resto del Paese è come se si ingigantisse nelle sue estreme propaggini. Un organismo malato mostra i propri cedimenti nella parte più debole e esposta del corpo.
Se “la linea della palma” di cui parlava Sciascia è arrivata a Milano, sono persuaso ancora delle parole di Carlo Levi, quando sostiene che non esiste una questione meridionale. Esiste il problema dello Stato italiano e oggi potremmo aggiungere dell’Unione europea. O con Gramsci, quando sostiene che esiste il problema del rapporto tra città e campagna, tra civiltà industriale e contadina, tra il Nord urbano e il Sud contadino.
Ci sarebbe ancora la questione demografica: l’Italia è un paese vecchio, dove le risorse sono nelle mani di una classe media che è avanti con l’età e in questo panorama, l’emigrazione dei giovani meridionali specializzati crea un continuo travaso di forze e anticorpi da luoghi che ne hanno estremo bisogno a luoghi costituzionalmente più sani: un lento stillicidio confermato dai rapporti Svimez degli ultimi anni.
In conclusione, guardando all’Europa e alla Storia, ho l’impressione che tutto il mondo intellettuale europeo, e italiano in particolare, abbia ricevuto un colpo letale non tanto dalla caduta del comunismo, quanto dall’abbandono tout court del marxismo. Si è finito per abbandonare lo studio e l’analisi di stampo marxista, quando era e rimane una grande fucina intellettuale (penso alla scuola di Francoforte, a Pasolini, per fare i primi due nomi che sovvengono) in grado di decodificare le imposture del nostro sistema nazionale e globale. Oggi nessuno ha più idea di che Italia occorra costruire. Niente casa comune, né idea di comunità. C’è uno smarrimento silente e assordante fatto di individui soli. Inm definitiva, non siamo riusciti a costruire il futuro, anche se quest’ultimo sembra essersi servito di noi. Di conseguenza oggi l’Italia è un Paese incompiuto, di cui rimane in eredità quello che Banfield ebbe modo di definire il suo “familismo amorale”, quello sì è ruiscito a inerpicarsi, dalla linea della palma, fino alle più remote pendici delle Alpi.
S.A.

*L’intervento si riallaccia a due articoli dei giorni scorsi, firmati da Andrea Di Consoli prima, sull’Unità del 26/03, e da Vito Teti poi, sul Quotidiano del Sud del 31/03, che hanno aperto a una riflessione sullo stato della Calabria e del Meridione in generale.

* *L’articolo che è uscito su Il quotidiano del Sud del 3 aprile 2016

Per amore del Mezzogiorno alle elezioni

Un Sud di nemici e di orgoglio

Siamo le comparse alla cerimonia, una liturgia del potere che si rinnova, questa delle elezioni. Un passaggio di consegne dove il banco vince sempre. 

Voglio vedere in faccia i miei nemici! Uno a uno.

Nessuno cambierà la nostra Terra per noi! Nessuno sostituirà gli emigrati di Boston, di Zurigo o Colonia, Camberra, Torino, Milano, Modena. Nemmeno le persone oneste che se ne stanno a casa saranno sostituite, o peggio ancora chi non vota.

Il Sud, senza nemici, alle elezioni è spacciato. La campagna elettorale è fatta di crepe. Sono le scosse che avvisano della sicura frana.

Non vi è speranza per il Meridione senza l’idea che noi militiamo da una parte e chi danneggia la nostra Terra militi dall’altra.
Voglio una diga, una montagna, voglio un abisso di vergogna, di risentimento tra me, tra noi, e la politica dei delinquenti. Voglio che non si dimentichino i volti e le azioni, i risultati.

Non basterà votare per le persone giuste. Forse non ci sono persone giuste. La tecnica è di stare dall’una e dall’altra parte. Così muoiono i giusti. Muoiono o al più fanno la figura dei fessi!

Quindi una buona volta facciamoci dei nemici! Questo salva la nostra Terra. Dire da che parte stiamo con il corpo oltre che con la voce. Dirlo con la faccia, col disprezzo. Non un gesto deve confonderci, il mio nemico deve ricordare la sua colpa ogni volta che lo incontro, deve sentirsi addosso un cappotto e scorgermi nudo: capire che è la sua viltà che lo veste. Che ci separa.
E che gli onesti vadano da una parte e i vili dall’altra. Abbiamo visto De Luca che imbarca De Mita. Abbiamo visto la direzione nazionale del PD non battere ciglio. Così i sabaudi si accordarono con i gattopardi, così gli americani usarono la mafia, e Portella della Ginestra resta a imperitura memoria. Così i fascisti accolsero i notabili locali. E così noi ci siamo abituati a non avere più orgoglio, e quindi nemici. Non avere nemici significa essere privi di orgoglio!

Il Sud non lo salviamo senza orgoglio e senza nemici! Non senza ricordare ogni giorno il nostro immenso valore. Nessuno cambierà la nostra Terra per noi. Facciamoci dei nemici, facciamolo per il nostro bene.

 

Sandro Abruzzese

Gente di Aliano

foto Andrea Semplici

foto Andrea Semplici       Gente di Aliano in piazzetta Panevino

Aliano inizia dove finisce la terra e rimane soltanto l’argilla. E il vento soffia sempre alla stessa ora, in queste sere di fine agosto, senza che si capisca da dove arrivi: spira, avvolge, gira, quindi scompare. Si aspetta l’alba nel suo anfiteatro naturale, verso le piramidi e le colonne appuntite d’argilla. Don Carlo scriveva che gli unici animali allevati dai contadini erano le capre, capaci di nutrirsi col poco di quella polvere arsa. Poi un giorno arrivò lo Stato, applicò la tassa sul bestiame, allora per un anno si mangiò la carne che non si era mai vista prima. Ma i contadini erano abituati alla iattura, qualunque nome avesse. Poteva trattarsi di fame, malaria, carestia, oppure poteva essere Roma, era lo stesso.

Si aspetta l’alba ad Aliano e si celebra l’utopia di un Meridione che inverte la propria sorte con l’aiuto della musica e della poesia. Si dorme insieme nelle piazze, e ognuno ha un motivo diverso per stare qui, dove finisce la terra e inizia l’argilla. Carmen e Omar si abbracciano, lei viene da Cava dei Tirreni, studia architettura e sogna che i borghi abbandonati si ripopolino. Lui frequenta l’Accademia delle Belle Arti nel capoluogo partenopeo, il resto si vedrà.

foto Andrea Semplici

foto Andrea Semplici    Carmen e Omar

Giulio ha trent’anni, viene da Bologna, di solito gira il mondo per via della fotografia, si è stupito perché Franco Arminio lo ha ospitato una settimana a casa sua, in Irpinia, quando ha voluto fotografare la sua terra. Le parole di Giulio mi hanno portato a pensare che Franco l’avesse ospitato non in qualità di scrittore, piuttosto in qualità di irpino. Poi c’è Deborah, responsabile di una cooperativa genovese per il commercio equo e solidale. Combatte una battaglia tutta sua contro il capitalismo dello sfruttamento, contro le multinazionali sorde alla campana dei diritti. A ben guardare, ogni giorno combatte insieme a pochi altri, la battaglia che dovrebbe essere di molti.

foto Andrea Semplici Sullo sfondo Deborah, appoggiata al muro.

foto Andrea Semplici
Sullo sfondo Deborah, appoggiata al muro. A sinistra Monica e a destra Alessandra.

Sul dorso di un cavallo nero ho visto trottare Alessandra, la poetessa amazzone vestita di bianco e ornata con ossa di vacca, e il dubbio era che fossimo annegati in un libro di Calvino.  In piazzetta Panevino incontro Monica da Cuneo, sarebbe dovuta intervenire ai parlamenti, ma nessuno se n’è avveduto e a lei un po’ è dispiaciuto. A breve riprenderà a recitare, Monica, e l’idea non la trovo affatto male. E’ andata bene ugualmente, dice.

La gente si conosce, incontra, discute. Qualcosa sembra possibile, ma guai a illudersi. Siamo ad agosto. Si sa che l’estate passa e i problemi rimangono. Lo sa bene Gigi, in un angolo del borgo prepara la sua pessima sangria, tra un bicchiere e l’altro rimpiange il giorno che è tornato dalla Scozia e racconta storie dell’Europa che ha girato. Storie di donne, di sesso. Storie di chi ama raccontarsi storie.

Gigi e la sangria

Gigi e la sangria

L’ultima sera mi colpisce la musica di un ragazzo di Ponteromito, si chiama Carmine e suona la fisarmonica come se avesse in mano un contrabbasso e un piano hammond allo stesso tempo. Suona il jazz con lo strumento preferito dai contadini. Ancora ricordo, da piccoli, il disprezzo, la supponenza che mostravamo noi ragazzi di paese per i coetanei che imparavano a suonare la fisarmonica o l’organetto: “lo strumento dei cafoni”, lo chiamavamo. Avevamo fretta di emancipazione, mentre inconsapevolmente diventavamo tali e quali ai teenagers di tutto il mondo, cresciuti

a pane, america e televisione. Mi sembra che Carmine sia diverso, perciò mi piace.

Il musicista Carmine Ioanna

Il musicista Carmine Ioanna

Per adesso, non resta che prendersi quello che resta di questa parte di mondo più simile alla luna che alla terra. Mentre preparo i bagagli, ripongo il sacco a pelo, una strana amarezza mi dice che c’è qualcosa di quasi religioso nelle persone che sono venute qui, mescolandosi alla gente di Aliano. Avrebbero potuto scegliere Berlino, Londra, invece hanno preferito questa remota parte d’Italia, dove finisce la terra e inizia l’argilla. Hanno scelto un tempio, una cerimonia che ricorda una civiltà finita nelle sue valigie di cartone.

Aliano è l’altare spoglio che ricorda un tempo lontano.

Basta non illudersi che sia altro e dirsi

che siamo delle semplici,

a volte affrante,

ma sempre delle inutili,

comparse.

 

Sandro Abruzzese

Ultimo giorno di scuola senza speranze

L'Irpinia d'Oriente vista da Michele Capobianco

L’Irpinia d’Oriente vista e fotografata da Michele Capobianco

MARISA
Quando ho chiesto da dove venisse, visto che porta il cognome di una famosa famiglia di stilisti calabresi, ha confermato senza troppo entusiasmo le sue origini di Gioia Tauro. Sembrava leggermente a disagio. Mi è parso che per lei fosse un peso, visto che ci aveva tenuto a ribadire più volte che non tornava mai dai parenti, era nata e cresciuta a Verona e non le piaceva il Meridione d’Italia. Come insegnante non è nuovo per me imbattermi in questi ragazzi che hanno vergogna delle proprie radici, del nome che portano perché connota la loro provenienza. E’ un marchio di fabbrica che apre a mille luoghi comuni. La verità è che il Nord ignora il Meridione, fratello minore e pecora nera che invece conosce benissimo il proprio Settentrione, avendo contribuito a costruirlo con i sacrifici umani della migrazione. Già vedo le litanie sui tanti soldi sprecati nella questione meridionale, ma ovviamente nessuno si preoccupa di conoscere il reale importo di queste cifre diventate leggendarie. Vista dalle pendici delle Alpi la parte meridionale dell’Italia assume contorni mitici: c’è sempre il sole e abitano tutti al mare, per giunta o evasori o addirittura senza lavorare.

Le scuole di Verona, però, sono piene di figli del Sud che a malincuore portano i nomi dei nonni. Quindi da tempo non mi sorprende la vergogna dei ragazzini, mi avvilisce però quella degli adulti che hanno gli strumenti per capire e la forza per difendersi. Il Sud ha sempre arrecato danno a sé stesso e ne ha continuamente pagato le conseguenze sulla propria terra, col proprio sangue dei morti ammazzati, del sopruso perpetrato dalla politica e dalla criminalità, facce della stessa medaglia in accordo con interessi nazionali. Chi conosce la storia d’Italia sa che il Sud ha qualche responsabilità, ma non ha debiti!

Comunque Marisa non vorrebbe continuare gli studi, andrebbe volentieri a lavorare come impiegata in un’agenzia viaggi per spedire la gente intorno al mondo. Ama quei cartelloni giganti che raffigurano esotici atolli, di solito piazzati dietro alle scrivanie degli uffici che in qualche modo danno aria di finta estate. Spero solo non finisca per usare quel solito slang pieno di parole inglesi come il jetlag, il check in, l’afterhour, il board del car sharing e tutto il resto. Poi siccome è brava le affideranno coppie di sposi in luna di miele, vecchi attempati con amanti straniere, pacchi di turisti che vanno nelle belle isole greche: tutti a caso e per sentito dire, a cercare con forza all’esterno quello che evidentemente hanno proprio ben nascosto dentro. Oggi, complice questo cielo di piombo che non ha voglia di promettere niente, spero solo che Marisa comprenda a cosa hanno rinunciato i suoi genitori per venire a lavorare qui, e trovi il futuro che desidera senza rinunce, e senza assenti!

TESSA E LINDA
Quando arrivò a Verona aveva sette anni. La sua famiglia viene da un paesino vicino a Durazzo. Tessa ricorda con amore la campagna in cui è vissuta con i nonni e ha un carattere estroverso. Una volta, appena conosciuta, ci ha raccontato della sua richiesta di cittadinanza italiana, e a distanza di due anni nessuno si è ancora degnato di una risposta. Fra un po’ le sue compagne, compiuti diciotto anni, andranno a votare anche per lei. Per fortuna è una ragazza serena, sempre gentile. Per lei felicità è la presenza delle persone che ama, la condivisione, e un ragazzo che per ora la fa stare davvero bene. E’ determinata a lavorare all’estero e a tal proposito devo dire che parla molto bene l’inglese. I nostri legislatori dovrebbero passare un po’ di tempo con i ragazzi come Tessa. Ma il nostro Stato è un Leviatano che arranca, sempre in ritardo, per debolezza e paura urla, sa solo minacciare. Non farà in tempo a conoscere questa ragazza che già pensa all’Europa, dove qualcuno dice che le cose funzionino davvero, e io glielo auguro. Oggi che il vento gela dentro, e l’aria fredda non si fa respirare, spero che tutto vada come deve andare, perché Tessa ha già dato molto più di quanto le è stato restituito, e non è più disposta a fare credito!

Forse partirà insieme a Linda: media dell’otto e un carattere forte, dietro cui si nasconde alle volte un po’ inquieta, o quando è arrabbiata per chissà cosa. Poi però se ne pente. Anche i suoi genitori, come quelli di Marisa, sono calabresi, questa volta di un paesino sperduto sull’Aspromonte. E purtroppo anche lei non si cura affatto di queste origini, la sensazione è di ingombro, un peccato originale. Per fortuna qualcosa ancora se la ricorda.
Il profumo del caffè le ricorda quando i grandi di casa sua lo bevevano e lei ancora non poteva, il cartone animato che adora sono i Pokemon e il ferro da stiro che sbuffa la porta alla mamma che andava a stirare nella sua cameretta. Scrive che il blu è il colore dell’uovo gigante che il papà una volta le regalò di ritorno dal lavoro ed è rimasto il suo colore preferito. La resina, invece, la catapulta nei suoi amati boschi, quando ancora si arrampicava sugli alberi senza paura di sporcarsi o farsi male. Ama l’odore dei libri perché le piace leggere, delle volte parla di un ragazzo, dei film horror che ha iniziato a vedere da bambina e non ha più smesso, della pasta al ragù della nonna. Ciò che vedo negli occhi di Tessa e Linda è la stessa voglia di fuggire che avevo io alla loro età. Ma non è semplice rinunciare alle radici, la voglia di fuggire dopo un po’ passa, e qualche volta la solitudine resta. Occorre essere attenti a non rimanere in mezzo, si rischia di risiedere in eterno nel paese della recriminazione a oltranza.
Continua…Sandro Supplentuccio Abruzzese
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Lessico famigliare semiserio 2

Le parole sono pietre, le ombre isolane di giugno meno losche di quelle notturne, questa ombra è viva come un ciuffo d'erba o un cumulo di sassi e per questo non meno importante, non meno felice o sofferente.

Le parole sono pietre, le ombre isolane di giugno meno losche di quelle notturne, questa ombra è viva come un ciuffo d’erba o un cumulo di sassi e per questo non meno importante, non meno felice o sofferente.

Tornando al discorso di cui sopra, non vorrei farne un dramma, ma in tema d’istruzione, una mia simpatica amica sostiene che il figlio abbia anticipato l’ingresso a scuola con “la primetta”, e io denoto come anche mia moglie andando a scuola a cinque anni abbia fatto “la primina”. Si litiga tra diminutivo e vezzeggiativo come fratello e sorella, basti pensare al limon-cino e al limon-cello, che pur se funge da celebre digestivo nazionale, in certi casi riesce a diventare una sorta di estremismo radicale della desinenza!
A voler essere blasfemi, scurrili poi, giusto per chi ama il turpiloquio, propongo un nutrito elenco discutibile, un misto di frutta, ortaggi e animali in gran voga a livello trasversale e ortogonale sulle bocche degli studenti del giardino dell’impero: fica, passera, uccello, pesce, pisello, farfalla! Insomma, sforzatevi di collocarli nel giusto ambito, ognuno col suo italiano regionale si ritroverà in una precisa marca o contea di questo Bel Paese voluttuosamente provinciale!
Per ritornare su un terreno del civile conversare, una menzione a parte merita “la roba” in quanto tale. L’argomento è delicato, direi polisemantico per darmi il tono del pedante con una moderna aria di pallido nerd intellettuale. In pianura padana quando si parla di “roba” si dispiega un universo. D’accordo, il più dotto è già lì con la mano alzata e cita Mazzarò per alzare la media. Resta il fatto che qualsiasi “cosa” avvenga al centro-sud, in Settentrione si mette a nome “roba”! Sono nervoso perché ho le mie robe; c’è il sole e stendiamo le robe; oppure il più diffuso: “ti devo dire una roba”! Cose (o robe, fate voi) dell’altro mondo.
Comunque giusto per dire, quando nell’alta Italia incontro il mio amico Marco Avesani di Arbizzano, ma va di fretta, ha da fare delle “faccende”. Quando nell’altra Italia incrocio Marco Fabbrizio di Grotta, nuovo abitante in via Condotto, nemmeno si ferma, ha da fare dei “servizi”. Entrambi salutano affettuosamente, e questo a qualsiasi latitudine a volte basta perché sai che c’è qualcuno su cui puoi contare, è solo che uno ha da “scappare”, l’altro da “correre”!
Vabbè, se volessimo metterla sull’esortazione, i miei amici di Caprino dicono: “porta pasiensa”! A Carpignano visto che c’è la madonna: “santa pacienz”! E ce ne vuole di pazienza in qualsiasi modo la invochi per reggere la vita quando tutto sembra che butti davvero male, in fondo non è altro che la forza di gravità che spinge e capita che ci sorprenda un po’ più fiacchi! Stando decisamente su un terreno prosaico, penso alla routine settimanale, quando al supermercato come al solito dimentico la “busta”, ora nel mio italiano qualsiasi cosa (o roba) che serva a portare la spesa si chiama così! La tizia del negozio parlando dell’oggetto piuttosto spesso, ogniqualvolta si presenta l’occasione, mi rifila un sacchetto di plastica che lei chiama “borsa”. Ciò che ritengo degno di evidenza, al di là della funzione che è sempre quella, sono i dieci centesimi di costo, per un semplice sacchetto di plastica che funge sia da busta che da borsa, un tantino eccessivo.
Finalmente torno a casa ore pasti serali, sulla tromba delle scale al primo piano sento odore di “pasticcio”, al secondo è chiaramente “minestra” vegetale. A scanso di equivoci col resto del creato, rilevo per quelli meno addentro all’italiano del lago, trattasi nel primo caso delle celeberrime “lasagne”, nel secondo di un semplice “brodo”. Che pasticcio! Da qualche parte lasagna è pasticcio, quindi minestra significa brodo e non verdura come da qualche altra parte. Insomma al di là della questione lessicale, il tutto sviluppa speranze ed aspettative, e più in alto salgo più spero che il profumo venga proprio dalla mia amata dimora. Per i curiosi confesso che da tempo ho smesso illusioni sull’argomento, trovo verdura lessa, sbollentata, finisco per gradire un frullato di carote, non è per dire ma prima di andare a dormire, avverto come una voragine all’altezza dello stomaco, non lo consiglio.
Mi gira il “capo”, o forse la “testa”, finirà che non capirò più niente con tutta questa geografia dei concordi vocaboli. A questo punto qualcuno potrebbe chiedermi di smetterla: ad Ariano “finiscila”, a Bussolengo “piantala”, però al netto dello stato d’animo combaciante, sarei comunque ritenuto a ragione rispettivamente un rompicoglioni o un rompiballe, il che è tuttavia meglio di niente, meglio di lasciare perennemente indifferente.
Per fortuna il tempo passa dappertutto e si sa che la vecchiaia può arrivare anche tutta in una volta, e porta via ogni differenza, avvicina le distanze: ma ad Affi, in via Pozzo dell’Amore, il tempo che fu si dice “ai tempi de Matia Copo”; a Pagani, alla via Lamia, qualcuno ancora ricorda “i tempi di Pappagone”. Nondimeno tutti quanti siamo qui ad aspettare, talvolta prepotentemente ordinati nel caos della sostanza interiore, talaltra anarchici estremisti, folli fanatici, vittime di questa tremenda società della forma esteriore. Clemenza!

Sandro Supplentuccio Abruzzese
sandroabruzzese78@gmail.com