Benvenuti a Sarajevo 1

Testo e foto di Sandro Abruzzese

Sarajevo vuol dire Serraglio, ho letto da qualche parte. In effetti se ne sta lì, stretta tra le montagne, anzi le sue case si inerpicano su per balze e declivi, mentre le acque del Miljacka, il fiume che la attraversa, scorrono verso la pianura. Quindi assume mille volti Sarajevo, è asburgica, alpina, turca, mediterranea, europea, asiatica; e sarebbe banale dire che è l’incontro tra Oriente e Occidente.

In Italia, fin da bambini, quando si parla di lei è per dire di Gavrilo Princip, dell’assassinio di Francesco Ferdinando, erede al trono dell’Impero austroungarico. Per questo vado in quella strada, da buon pedante ripercorro la storia. E innanzitutto nei libri di storia andrebbe detto che non si capisce mica quanto diavolo è bella Sarajevo. Basterebbe qualche aggettivo in più, ecco tutto. E comunque una volta arrivato a due passi dal luogo, vengo rapito da alcune bambine che riposano su una panchina, e che nulla sanno della storia. Se ne stanno lì, in questa luce primaverile che va e che viene, ai loro piedi i monopattini, al guinzaglio un mezzo lupo striato con la lingua all’infuori e sul fianco un piccolo bambino sfinito e assopito.

Sarajevo 1

Sulla strada dell’attentato del 1914, Sarajevo.

Alla vista delle bambine mi prende un’accesa indifferenza per tutto ciò che è stato. Quindi, per conseguenza infilo una salita, salgo col rinnovato proposito di scorgere la città dall’alto. Sulla sommità della collina la vista è molto bella. Doveva essere un parco. Come tutti i parchi cittadini, invece, è diventato un cimitero. Sono tutti mussulmani morti nel ’97. In lontananza il monte Igman. Ha una vetta alta. È pieno di boschi, ed era una delle vie impervie e tortuose per cercare di fuggire dalla trappola dell’assedio. Ci si sciava ai tempi dei giochi olimpici dell’84. Altri tempi, c’era il Muro, la Germania divisa, c’era la Jugoslavia, l’Urss. C’erano i parchi, e non c’erano i cimiteri nei parchi.

Di fronte svetta l’antenna avveniristica, il network della TV. Ovviamente furono le prime postazioni occupate dagli assedianti. Di nuovo sono finito nella storia. Sembra inevitabile. Punto lo sguardo verso i minareti e la Biblioteca nazionale. Le nuvole hanno ricoperto il cielo. Mi ricordo il rogo, è fisso nella mente anche per via di quella struggente canzone che è Cupe vampe dei C.S.I. La canticchio: Di colpo si fa sera / si incunea crudo il freddo / la città trema / livida trema. Non ricordo tutte le parole. Si alzano i roghi in cupe vampe / . La chitarra distorta, dissonante, si incrocia con un violoncello dal suono prima caldo e poi acuto e stridente. La lingua di Ferretti è precisa, pulita, il tono ieratico, sì, inconfondibile. Eccola la biblioteca di Sarajevo, l’hanno ricostruita, è messa a nuovo. Direi che non c’è che dire…

Sarajevo 2

Minareti e Biblioteca nazionale

 

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