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Casa d’altri, ovvero gli sradicati di Silvio D’Arzo

di Sandro Abruzzese             casa-daltri

Come tutte le cose del mondo anche questo libro ha una specie di storia. Forse la prima ragione per cui ogni cosa ha diritto a un po’ di rispetto è proprio quella di avere una storia.

Silvio D’Arzo, tratto da Casa d’altri, in Prefazione a «Nostro lunedì».

In Casa d’altri, di Silvio D’Arzo, c’è la figura di Zelinda che fa la vita delle bestie, con le bestie. Stessi orari, stessi tragitti, quasi la stessa alimentazione. Non basta? Non è un buon motivo per voler morire? Non è legittimo? A lei parrebbe di sì.

E c’è questo modo di guardare e vivere il mondo, da parte del narratore, che lascia sgomenti e disorientati man mano che si avanza. Silvio D’Arzo mette in scena la vita di protagonisti spaesati e nel farlo sembra agire per sottrazione, per sospiri e parole taciute che si liberano dall’assillo di fatti o di dialoghi roboanti. Casa d’altri racconta le pause, gli anfratti, senza mai scordare il peso che ci sovrasta, quel senso del ridicolo che emerge in qualità di domanda retorica e ironica al cospetto dell’esistenza: Tutto questo è un po’ ridicolo, no? Tutto questo è piuttosto monotono, no?, si chiede l’autore alla fine di ben due racconti.

È Gianni Celati a notare che D’Arzo è sì influenzato dalla linea narrativa degli americani come Henry James, tuttavia lo scrivere laconico rappresenta “il segno di una dissidenza (…) rispetto alla cultura dell’epoca, rispetto a una socialità data per scontata (…)”. Ciò finisce per rendere Casa d’altri un unicum nel panorama italiano, questo perché, -riprendendo Celati, – D’Arzo approda a una sorta di “prosa penitenziale”, muta, in cerca di riscatto, e non fattuale come quella degli americani che pure ama.

La lettura di Casa d’altri trasmette un poderoso senso del vacuo, lascia disarmati perché la sua forza è in una sorta di isolata rassegnazione dei protagonisti all’estraneità rispetto a ciò che li circonda. Lo smarrimento di D’Arzo, la sua sottrazione al vocìo, al rumore sovrastante della società contemporanea, portando in primo piano il quotidiano sommesso e semplice, appare davvero una protesta rispetto all’industria culturale, agli slogan e all’intera cultura di massa che si affaccia in Europa dirompente nel secondo dopoguerra. Inoltre in D’Arzo non c’è più un mondo conosciuto, non c’è un luogo in cui sentirsi parte del tutto. Ci sono gli individui sradicati, a disagio, e c’è l’indifferenza del mondo. Il mondo è strano, scrive l’autore, e ancor più bizzarro risulta il fatto che alcuni credono sia fatto per loro. Tuttavia rimane la scrittura: Niente al mondo è più bello che scrivere, aggiunge D’Arzo. Non si vede come dargli torto.

 

La letteratura come bene comune

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La foto ritrae un particolare della mostra “Ciò che ci rende umani”, organizzata dal Teatro Valdoca da 7 ottobre al 7 novembre a Cesena. Nel particolare da sinistra i ritratti di C. Bene, V. Majakovskij, A. Merini

Se dovessi usare una sola frase per definire il mio rapporto con la letteratura, direi che mette ordine nel mio cuore. E credo nel cuore di ognuno. Poi, di conseguenza, se così fosse, credo metta ordine nel mondo. Della poesia Zanzotto diceva che tesse le trame invisibili del creato fino a ricostituirlo nelle sue infinite varianti. Anche quando crediamo che crei scompiglio, quando scuote le nostre certezze, la letteratura, per usare una definizione cara a Carlo Levi, inventa la verità. Lo fa dando i nomi alle cose e all’esistenza che abbiamo sotto gli occhi ma non sappiamo pronunciare. Per inventare la verità e darle un nome, aggiungo, occorrono almeno due condizioni: la prima è essere liberi; la seconda è avere molto coraggio. Dire la verità, ce lo insegnano le dittature, può essere molto rischioso. Darle forma attraverso simboli, attraverso frammenti, trame, è un passo verso la giustizia. Verità e giustizia spesso necessitano di uno sprovveduto coraggio.

Come per la scienza, sapere o conoscere è sempre positivo. Quindi la letteratura, con la verità, ponendo agli esseri umani il problema della giustizia, diventa morale. E la morale, intesa come insieme di valori che regolano la comunità, finisce per farsi politica. Mi viene in mente Orwell quando sostiene che Non esiste letteratura genuinamente apolitica e meno che mai in un’epoca come la nostra, in cui paure, odi e convinzioni strettamente politiche sono nella coscienza di tutti. Orwell è un socialista democratico che scrive soprattutto contro il totalitarismo. Anche lui come Céline e Marx è sicuro che il mondo sia una storia di ricchi e poveri, di deboli e oppressori. Inoltre, lo scrittore inglese è convinto che quando la scrittura porta alla luce l’ineffabile, il recondito dell’uomo, con l’ausilio di audacia e tecnica, l’effetto è l’abolizione, anche se momentanea, della solitudine (…). Ed è proprio vero che leggere letteratura fa sentire meno soli. Sappiamo che Orwell, per sua stessa ammissione, quando si accinge a scrivere un libro, lo fa per combattere qualche menzogna, o per denunciare quelle che ai suoi occhi risultano palesi ingiustizie.

 

Sandro Abruzzese

 

La città di Monica

Testo e foto di Sandro Abruzzese

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… E poteva andare a studiare in America, Monica, però non ci va in America, per tanti motivi, non se la sente. Per dirne una, quando i colleghi hanno respinto a maggioranza un alunno privo di aiuti familiari e con seri problemi, lei ha scritto e fatto tutto ciò che poteva, ma poi non le è restato che piangerne impotente: con te sarebbe stato diverso, mi ha detto con voce spenta. Allora il padre del ragazzo la rincuorava dicendole tu maestra Monica, ce la fai tu l’iscrizione a Roberto per l’anno prossimo? Faccela tu, ci sei l’anno prossimo, non scherzare mica te ne vai lo lasci solo a Roberto? Se ci stai tu è tutt’appost! Allora Monica ha detto che c’era, ma non è per questo che non se ne va in America.

Comunque, per dire com’è Monica, e con questo mi fermo, ebbene quando Michele, un pittore dotato e un po’ toccato, le ha chiesto di leggere brani di Dostoevskij mentre lui disegnava lì, in libreria, ebbene, che ha fatto Monica? Siccome l’idea le è piaciuta un casino, ha passato i due giorni successivi a selezionare i brani da leggere, e quando l’ha richiamato per dire che era pronta, che, sì, aveva accuratamente selezionato soprattutto da Memorie del sottosuolo; ebbene Michele dopo due giorni del progetto non ricordava praticamente più nulla: cancellato, perso, assorbito nei meandri di quella sua meravigliosa testa, dietro quel volto dagli occhi tagliati d’azzurro e dai lineamenti simmetrici, dentro quel corpo slanciato e proporzionato, tra le spalle larghe da nuotatore e le braccia da ragazzino. Il progetto era finito da qualche parte, sprofondato tra i suoi capelli lunghi e ormai bianchi, con quel portamento regale, sempre elegante, qualsiasi capo indossi. E allora Monica me l’ha raccontato e ha riso. Ha riso tanto come fa lei quando qualcosa la diverte. Ha riso rumorosamente di leggerezza e partecipazione alla follia di Michele, e la gente al tavolino di via Mazzini si destava e voltava curiosa di quella curiosità generata dall’allegria che fa un po’ invidia e un po’ contagio. Ha riso della follia di Michele e della nostra, che poi non è dissimile da tutte le follie di cui è costituito il Cosmo, così com’è costellato di lontani pianeti e stelle e possibilità infinite. Ha riso finché non è arrivato Paolo il fotografo che spesso è lì, al tavolo del bar, e ha detto: ciò, ma si può sapere, voi due scribacchin, che c’è da ridere così tanto? E allora noi ci siamo guardati negli occhi e abbiamo risposto: niente, però abbiamo continuato a ridere tanto e capita che ancora ne ridiamo.

 

Primo Levi e l’elogio dell’impurezza

 

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L’altro giorno leggevo un brano di uno tra gli scrittori più lucidi e importanti del ‘900, mi riferisco a Primo Levi, il quale ne Il sistema periodico, questa raccolta di racconti ispirata agli elementi chimici che compongono la tavola del sistema periodico, parlando della purezza dello zinco, riflette sul fatto che la vita è costituita da impurezza «perché la ruota giri», scrive a un certo punto, «perché la vita viva ci vogliono le impurezze, (…) ci vuole il dissenso, il diverso, il grano di sale e senape: il fascismo non li vuole, li vieta, e per questo tu non sei fascista; vuole tutti uguali e tu non sei uguale». È un brano di potenza vertiginosa a cui Levi ci ha abituato in altre occasioni, lo è perché riflette la capacità dell’autore de Se questo è un uomo e La tregua di ragionare su aspetti anche microscopici della vita e trasformarli in granitici simboli di resistenza universale. Ed è un brano che, parafrasando Calvino, indica, nell’inferno, ciò che inferno non è.

In questo caso lo scrittore parte dalla materia, dallo zinco purissimo. Quando è puro, questo elemento solitamente debole, oppone una tenace resistenza agli acidi. Ma partendo dalla chimica, Levi ricorda che in natura la purezza è morte, è cenere, mentre per analogia lo sterco, il rifiuto, ciò che è impuro, contribuisce alla vita. L’analogia con le Leggi razziali, con i proclami mussoliniani sulla purezza della razza, promulgate e diffusi di lì a qualche tempo, fa il resto. Ecco che in Levi la letteratura diventa opposizione al pensiero dominante, rivolta pacata e intransigente: la letteratura svela una verità intima e capovolge la visione classica e edulcorata relativa alla purezza. Tuttavia Levi, proseguendo, si spinge oltre. Nel tessere la sua trama attraverso una prosa asciutta, emerge lo sguardo profondo, sempre autentico. E, in conclusione, alla luce della reazione chimica tra zinco e acido solforico, può asserire che non solo non esiste vita laddove imperi la purezza, ma nell’esistenza stessa non vi è traccia nemmeno della virtù pura. Lui usa il termine immacolata, non esiste la “virtù immacolata”, così scrive, di conseguenza tutto ciò che è umano è spurio. Levi, in quanto ebreo, quindi diverso e impuro agli occhi della società fascista dominante, attraverso il racconto e la lingua, riesce a costruire e rivendicare con fierezza la sua impurezza, che diviene l’impurezza di chiunque, di qualsiasi sorta di diversità: egli edifica una nuova base per qualsiasi diritto alla diversità e alla vita.

S. A.

 

LETTERE SETTENTRIONALI 13

Mi hai lasciato il tuo tozzo di pane come in quel racconto di Salamov, solo che io avevo fame e l’ho mangiato e invece nel libro il protagonista resiste, fiero, alla tentazione. Quel pane era tuo, sapevo non ne avevi altro, ma non sono riuscito a trattenermi. Tutto qua!

Non è la prima volta che vengo meno a una promessa e non sono stato mai un fautore della coerenza a oltranza.
Ho barato più volte, barattato il mio voto per una carica da qualche centinaio di euro, mentito, rubato cose da poco, giurato e promesso con parole volutamente spergiure.

Proprio tu che hai dedicato una vita alla nostra vita. Mi ostinavo a chiedere consiglio agli altri che non sapevano cosa significasse averti, e finivano per edificare cantieri di parole vuote, che non erano le nostre.

Per capire il sogno ho avuto bisogno di svegliarmi.

Poi questa mia natura pavida, a cui tu hai sempre attribuito più valore di quello che in realtà avesse.

E ora che sto in quarantena, lontano da tutto, mi sento fatto per amare solo una donna, non certo per occuparmi del mio lavoro qualsiasi. Il tempo è passato e ho scoperto che l’uomo è fatto per amare, e io invece per grossa parte delle mie giornate dirigo un cantiere e quando smetto dormo.

Intorno a me è comparsa come la peste, che una volta era il tuo romanzo preferito. E pure io come i suoi protagonisti avverto la profonda sofferenza di tutti i prigionieri e di tutti gli esiliati, che è vivere con una memoria che non serve a nulla.

L’unica cosa, Adele, ho smesso di compiacere il prossimo e un po’ come quel personaggio del film di Sorrentino ho capito che non avevo più tempo per fare cose che non mi va di fare.
E il tempo per alcuni è una parabola, per altri un’occasione, per me è stata la clessidra di un conto alla rovescia in cui il risultato era palese fin dall’inizio: il banco vince sempre e Antonio Menna perde un’altra volta. Ecco tutto!

Sai, Genova non è Caserta e a casa avevo il mondo, mentre qua mi accontento del mare e qualche volta di una puttana gentile che quando ho bisogno mi da un orgasmo falso e un abbraccio vero.

Da poco riesco perfino a sorridere della mia sorte, avevi il vezzo di osservarmi con quell’espressione indulgente che ti solcava un po’ le guance. Probabilmente non sei nemmeno più la stessa donna che impazziva per la torta sacher, i massaggi alle caviglie, i dolci con la crema gialla e “chi l’ha visto?”.

Lasciarti è stata un’infamia, ma non la più grande:
non ho capito che la vita stava scorrendo, ho rinunciato ad amare e smesso di cercare le parole che non riuscivo a pronunciare, ho continuato a pronunciarne altre, nel tentativo di dare voce a cose per cui non servono parole…
…la mancanza di fiducia ha sancito il resto.

Pure questo esercizio sterile di contarsi le sconfitte, gli abbagli, lo avresti preso con la solita indulgenza, finendo col trovare un senso a un’altra forma qualsiasi del mio egocentrismo.

Il tempo è passato, ho smarrito anche la speranza e non c’entra la fortuna.

Oggi posso dire che la mia più grande infamia è stata la mancanza di fiducia.
Il resto è solo conseguenza.

SANDRO ABRUZZESE

LETTERE SETTENTRIONALI 11

Quando ero piccola la mia migliore amica si chiamava Greta. Ero asfissiata dalla voglia della sua attenzione.
Mi ci sono voluti anni per dirmi che amavo le donne. Che mettermi al livello dei maschi era un modo per rivaleggiare con loro per conquistarle.

Ovvio che ho provato prima con gli uomini. E più che l’aspetto fisico mi scoraggiava l’assillo di fargli pure da mamma. Sembravano fatti in serie: juventini, egoisti, logorroici che Narciso a confronto lavorava per la croce rossa internazionale.

Questo è avvenuto solo alle superiori. Al liceo statale di Foggia negli anni ’90 non c’era molto spazio per l’amore al femminile. Per questo sono partita. Tutti dicevano che a Milano era un’altra cosa, che al Nord c’era la società evoluta, e all’inizio non nego di aver provato una inebriante sensazione di liberazione.
Intendo dire che anche a casa mia sull’argomento ci si esprimeva con termini quali “ricchione” e “frocio”.

Ora l’hinterland milanese è la mia seconda casa. Tuttavia ero fuggita perchè mi sentivo oppressa e discriminata e qui ho scoperto che alcuni gruppi di lesbiche odiano gli uomini, altre disprezzano finanche i gay, e piano piano mi sono ritrovata adulta, un po’ delusa e un’altra volta sola.

Insomma, da ragazza ero sola perché non potevo uscire allo scoperto, e da adulta perché sono uscita troppo allo scoperto.

Nel frattempo ho trovato il coraggio di fare outing, come dicono oggi. E’ stata meno dura di quanto immaginassi. A tal punto che ora mio padre propone continui inviti assillanti alla mia Marika:

andiamo a mangiare il pesce a Manfredonia, facciamo il giro del Gargano fino a Pugnochiuso, vi porto alle Tremiti che so meglio delle Hawaii -, dice.
Parla di un’associazione culturale che a sentirlo Foggia è diventata meglio di San Francisco.

Io penso che a settant’anni mio padre, l’uomo che amo più di me stessa, senta la vita che gli scorre davanti e se ne fotta di tutto il resto. Che se va bene vivrà altri dieci, quindici anni e vorrebbe passarli il più possibile con le persone che ama. A settant’anni molte persone si staccano dalle cose, guariscono dall’illusione dell’eternità e quando va bene iniziano a dubitare pure dell’al di là.

Lui ha capito che bisogna guardare l’essenziale e lasciare a chi ha più tempo i distinguo. Non so come spiegarlo quello che ho vissuto con mio padre. A volte, quando parla di politica, mi sembra addirittura che non voti più nemmeno Forza Italia.
Ora che ci penso saranno anni che non lo sento parlare di Berlusconi, lui che in Puglia ha fondato uno dei primi clubs della nuova speranza degli italiani.

un milione di posti di lavoro -, continuava a ripetermi, – quello coi soldi ci sa fare, altro che i comunisti -.

E adesso invece ha spento la tv e legge Magrelli, vive la natura, poi sabato e domenica in barca, o a funghi alla Foresta Umbra. Da qualche parte ha letto che la Storia emette i propri inesorabili giudizi ogni vent’anni, che manca poco, e il resto sono solo chiacchiere. Ha letto non so dove che quando noi non ci saremo più, ancora per secoli ci saranno il Gargano, il mare, la Foresta Umbra. Per sfotterlo gli rispondo che forse ci sarà pure Berlusconi, però lo trovo un romanzo di formazione dignitoso il suo, per uno che nella vita ha fatto sempre e solo il ragioniere.

P. S.
Quasi dimenticavo, sono Marianna e lavoro allo sportello immigrati di Monza, in Brianza. Loro parlano africano, rumeno, spagnolo, e io mezzo milanese e mezzo foggiano… ci capiamo alla grande!!!

SANDRO ABRUZZESE

MARMELLATA DI LUCCIOLE (10)

foto Giovanna Iorio

foto Giovanna Iorio

La stanza dove abito ora

Torno da lavoro ridotta in poltiglia proprio come una delle albicocche Mammanatura. Mi tolgo la buccia arancione, il camice appiccicoso è diventato la mia seconda pelle e me ne torno a casa.
È una stanza di pochi metri quadrati, lunga come un corridoio e una finestra che per aprirla devo usare l’apriscatole. La mia camera si affaccia su un giardino spelacchiato con un albero di albicocche. Si, albicocche anche qui! Deve essere terrorizzato dai fumi della fabbrica e forse odia anche me perché quando apro comincia a frusciare incazzato.
(SQUILLA IL TELEFONO)
Stavo per aggiungere che mi hanno appena collegato il telefono. Mia madre ha voluto che lo facessi subito. Ha fatto lei la richiesta al 187.
Il telefono ha cominciato a squillare mentre con la mano annegata in quel pozzo che è la mia borsa cercavo disperatamente la chiave.
Era mia madre. Mi ha chiesto come va? Hai bisogno di qualcosa? Tutto bene mamma, tutto bene.
Il ragazzo biondo mi ha dato un passaggio fino a casa. Gabriele. Ha cominciato a lavorare in fabbrica un giorno prima di me ma sa già tutto.
E’ simpatico. Ha un sorriso splendido. Gli si apre al centro del viso, come un fiore tra le crepe di un muro. Forse lo metto nella mia collezione, però non lo so. Non sono ancora riuscita a socializzare con gli altri del settore Poltiglia. Lo chiamiamo così il nostro reparto. Mi faccio una doccia. Devo stare attenta a non farmi finire l’acqua nelle orecchie. Prima di partire sono stata tutta la notte a pensare se era il caso di portarmi dietro anche la spugna per la doccia: il delfino irrequieto. Alla fine non sono riuscita a metterlo in valigia e così l’ho lasciato a casa. Sono andata all’Upim e ho comprato una spugna coccodrillo. Si comporta abbastanza bene, devo dire.

(SQUILLA DI NUOVO IL TELEFONO)

Mia madre deve averlo detto a tutti che ora ho il telefono. Grazie mamma!
Senza di lei a farmi da filtro gli squilli del telefono mi si conficcano nei timpani come frecce.
– Ciao! Ero sotto la doccia. Ho appena finito il turno.
Va bene, sto abbastanza bene. Non ho smesso di scrivere il mio libro. Ho un quintale di carta moschicida come sempre. Si mi trovo bene nell’appartamento. Sembra un barattolo. Si, ho imparato a fare la marmellata.

Prima di dormire

La stanchezza mi chiude le palpebre. Ci provo a scrivere ma vago nel buio della memoria più buia. Addosso resta l’odore della marmellata, anche dopo la doccia. Ho paura che impregnerà persino queste memorie.

Flap flap flap

Mi sono addormentata con la testa sul tavolo della cucina accanto al piatto. Ho cominciato a sognare. L’albero in giardino si agita come la mano di un camionista.

Incarti rossi

I miei se ne stanno davanti alla TV proprio come allora, i gomiti conficcati nella corteccia levigata del tavolo, le palpebre pesanti, l’alito che sa di fumo e di sogni.

Da bambina mettevo l’orecchio sul tavolo della cucina. Le voci del televisore si mettevano a vibrare nelle fibre del legno. Senza linfa, senza foglie, senza frutti. Mi raggiungevano insieme ai ricordi dell’albero.

Arriva la TV a colori, evviva!

Avevamo i cuori a spasso per l’emozione. Mio padre li acciuffò e li fece star fermi. Ci sedemmo, lui prese il telecomando della situazione e accese il televisore nuovo. I colori esplosero sullo schermo come farfalle.

Da quella non ci fu più bisogno di colorare le immagini con gli incarti delle caramelle Rossana.
Io e mio fratello ce le mettevamo davanti agli occhi e tutto diventava rosso. Funzionava così: in bocca si scioglieva la caramella alla crema. Poi mettevamo l’incarto rosso davanti a un occhio. Sullo schermo i volti in bianco e nero arrossivano. Regalavano il pudore a donnicciole sfacciate, ai John Wayne dall’espressione truce, ai bambini incompresi e moribondi, a distese di mare grigio, ad alberi spenti. Il rosso ricopriva la vita in bianco e nero di uno schermo.
Una sera ho giurato e spergiurato di aver visto colorarsi le immagini e non avevo la carta rossa davanti agli occhi! Capitò all’improvviso. Ma nessuno volle credermi e così anch’io, dopo un po’, ho smesso di crederlo.
Io non guardo mai la televisione. Ho la radio. Ora canticchia in un angolo della stanza, senza riguardo per la mia creatività.


Uno strano sogno

Quel ragazzo biondo, Gabriele, mi viene incontro nel parcheggio della fabbrica. Il sole sta sorgendo e lui se ne sta tra i barattoli di vetro. Scintilla anche lui. Mi sono voltata per mandargli un bacio sulla punta delle dita ma era buio. Le sirene avvisano che è ora di entrare in fabbrica. Io devo timbrare il tesserino. Ma io non ce l’ho. Allora Gabriele arriva per farmi una foto. Mi sistema i capelli, sono ricci e non vogliono stare fermi. Allora lui mi pettina i capelli, con cura, come se fossi la sua bambina smarrita.

FINE

Il saluto di Giovanna Iorio

LO STRANO CASO DEL MANOSCRITTO VIANDANTE

foto G. Iorio

foto G. Iorio

Quello che avete letto è l’ultimo pezzo del mio romanzo Marmellata di Lucciole. Il resto lo lascerò nel cassetto a fare flap flap flap ancora un po’. Da una parte mi dispiace smettere; la mia domenica è stata più bella grazie a voi. E, infatti, cos’è uno scrittore senza lettori? E un libro mai letto non esiste. “Marmellata di lucciole” esiste grazie a voi. Il merito è tutto di Sandro Abruzzese, che mi ha aperto questo suo barattolo scintillante, il blog Racconti Viandanti. Qui dentro la mia marmellata si è subito sentita a casa, e sono tornate vive le lucciole.

Prima di salutarvi vorrei raccontare lo strano caso del manoscritto “viandante”, Marmellata di Lucciole. Ho scritto questo libro quando avevo 24 anni. La mia vita ribolliva, scrivevo di notte, di giorno. Scrivevo sempre. Quando ho messo la parola FINE al manoscritto, ne ho stampato dieci copie e le ho mandate alle case editrici. Buste gialle; raccomandate con ricevuta di ritorno. Le ricevute di ritorno facevano il loro dovere: tornavano nella cassetta della posta, a casa dei miei genitori, come piccioni viaggiatori ammaestrati. Nel frattempo, però, avevo preso il volo. Me ne andai all’estero dopo aver vinto una borsa di studio ministeriale. E così la telefonata dalla Mondadori la prese mio padre. Non annotò né il nome della persona che mi aveva cercato, né un recapito. A dire il vero se ne dimenticò completamente. Poi un giorno all’improvviso se ne ricordò e mi disse:

“Giovanna, ti ha telefonato un certo Montatore da Milano. Un po’ di tempo fa”.

Erano passati mesi. Dopo vari tentativi e segreterie telefoniche, riuscii a parlare con un essere umano. Mi dissero che la persona che mi aveva telefonato si era ingessata una gamba ed era fuori dall’ufficio. Dissero che il mio romanzo era piaciuto, ma che avevo ottenuto il 70 per cento dei consensi per la pubblicazione e per un autore emergente si doveva essere d’accordo all’unanimità. Per dare al romanzo un’altra possibilità, qualcuno aveva suggerito di inviarlo alla sezione Narrativa per ragazzi, però non era stato ritenuto adatto ad un pubblico di adolescenti. Quindi, grazie e buona fortuna. Che dire, io ero già abbastanza soddisfatta di aver ricevuto una telefonata dal fantomatico Sig. Montatore. Qualche mese dopo accadde un altro fatto insolito. Ricevetti la telefonata di un attore da Milano. Disse che aveva una storia incredibile da raccontarmi, se avevo qualche minuto a disposizione. Era il famoso attore tal dei tali (disse nome e cognome ma io non me lo ricordo. Ne approfitto per un appello: Se un giorno ti capitasse di leggere questa storia, gradirei sapere come ti chiamavi perché me lo sono dimenticato!). In breve mi raccontò che una sera, mentre a piedi si recava ad una festa molto noiosa a Milano, (per la quale aveva dovuto indossare una giacca marrone e una cravatta gialla) aveva notato una strana “marmellata di lucciole” e si era fermato a raccogliere dei fogli dalla… spazzatura. “Non ti offendi mica, vero? ” mi disse, “credo che lo abbia buttato via una casa editrice… È il tuo romanzo?”. Parlammo un bel po’. Lui era sempre alla ricerca di testi teatrali, voleva che gli scrivessi un monologo. Mi sembrava surreale. Gli dissi di si, ma ben presto me ne dimenticai. E lui non chiamò mai più.

Nel frattempo avevo inviato alcuni brani del romanzo qua e là, a vari concorsi. Il pezzo “La mia stanza”, venne ulteriormente spezzettato e incluso nella antologia “Quello che ho da dirvi” a cura di Mozzi e Caliceti, edita da Einaudi. Continuai a sperare di vederlo pubblicato flap flap flap e lo chiusi in un cassetto. Di tanto in tanto qualcuno lo leggeva: amici, conoscenti, altri scrittori.

Ricordo tutti i lettori del mio romanzo a pezzettoni. Sono tutte persone speciali, con una storia originale che potrebbe diventare l’oggetto di un altro romanzo: I lettori della Marmellata di Lucciole. Ora quella lista si allunga e ci siete anche voi. Vi ringrazio di cuore. Ecco, credo di aver finito. In realtà non vi ho rivelato tutto; bisogna sempre lasciare le cose sul più bello. I romanzi imparano dalla vita, e la vita non è altro che un interminabile Racconto Viandante. Grazie Sandro Abruzzese, e grazie Franco Arminio che ci ha fatto incontrare. A presto.

GIOVANNA IORIO

Marmellata di Lucciole 8

giovanna iorio blog 8
foto Giovana Iorio

Marmellata di Lucciole

Ci sto provando a scrivere tutto. Ad annotare tutte le parole. A strapparle alla quotidianità che le uccide. Salvarle. Catturarne l’alone. Lasciarle brillare dentro la pagina.
Lo sai, da bambina andavo a cercare le lucciole nei prati non per ucciderle. Volevo salvarle. Uscivo con un barattolo di vetro, quelli per la marmellata. Mia madre mi aveva insegnato una filastrocca per incantare le lucciole. Dovevo dire:

Lucciola lucciola vien da me
Che ti do il pan del Re
Il pan del Re e della Regina
Lucciola lucciola vieni vicina.

E le lucciole arrivavano. Lente, mansuete, intermittenti come un respiro eccitato. Posavo il barattolo a terra e le prendevo nel palmo della mano, chiudevo un po’ per non farle scappare, delicatamente per non soffocarle.
Una ad una le mettevo nel barattolo. Dieci, quindici, venti luci per le mie notti di giugno, sul comodino, accanto al letto. Mi addormentavo al buio con il bagliore sempre più fievole sul viso. Io sognavo. Le lucciole morivano.

Conversazioni prima della partenza

E’ arrivato G. Si è seduto sul divano e si è messo a imprecare. Gli hanno rubato lo stereo dalla macchina. E’ la prima volta. Le prime volte sono importanti. Smetto di fare la valigia e vado da lui. Mi siedo. Per strada due ragazzi fanno baccano mentre incollano un manifesto sul muro. Ridono e si sporcano con la colla liquida.
Allora, dico a G., parliamone. Raccontami cosa ti è successo.

DOCUMENTI
IL MANIFESTO SUL MURO

Terzo Trofeo Città di Cucciano
Gara di Tiro al Bersaglio

1° classificato vitello paesano 300 kg
2° classificato maiale paesano 100 kg
3° classificato prosciutto paesano
4° classificato agnello paesano
5° classificato capicollo paesano
6° classificato n° 6 bottiglie di Greco di Tufo
7° classificato n° 2 polli paesani

Alla donna 1° classificato Ferro da stiro Zoppas

Stereo & Vitello

LEI: Dimmi, provi dolore per la perdita del tuo stereo?
LUI: Ho voglia di una granita al limone. Se lo beccavo, gli spaccavo la faccia a quello stronzo figlio di puttana che gli venga un cancro…
LEI: Era soltanto uno stereo. E pensa, magari il ladro era un poveraccio che ne aveva bisogno per mangiare.
LUI: Come no, il padre di famiglia disperato che ruba per sfamare i figli. Non è sempre così, cazzo! E poi costa DUE CEN TO CIN QUAN TA EURO uno STEREO nuovo…e ora basta, finito! Niente più musica. Ma il tuo lasseir faire mi irrita, anzi no, mi inferocisce!
LEI: Guarda, hanno appena incollato un manifesto, vado a leggere.

LETTURA DEL MANIFESTO

LEI (a LUI): Fanno una gara di tiro al bersaglio con sagoma fissa a 800 metri. Ci andiamo? Così tu guadagni un vitello, o male che vada due polli. Alla peggio scarichi l’aggressività. Se vinco io, invece, siccome sono una donna mi merito un bel ferro da stiro. Così stiro le camicie a tutto il paese, e non parto più. Le stiro a te, al ladro, al vitello, al comitato organizzatore del Trofeo di Cucciano.
LUI: Ma che c’entrano i vitelli con il mio stereo, anzi non è più il mio stereo. Ora è il mio ex stereo.
LEI: Vedi, tu non capisci proprio niente. Non ci arrivi proprio. A me quel manifesto là fuori ruba la meravigliosa opportunità di vincere un vitello di 300 Kg. Però tu non provi alcun risentimento per i fessi che lo hanno scritto. Ma quel poveraccio che ti ha preso lo stereo lo uccideresti.
LUI: Sono due cose diverse. Solo tu riesci a mettere cose così diverse in relazione.
LEI: È lo stesso tipo di tragedia.
LUI: No che non è la stessa tragedia.
LEI: Si che lo è.
LUI: No.
LEI: Si.
LUI: Parti. E’ questa la tragedia.
LEI: Partire non è una tragedia.
LUI: E quando parti?
LEI: Venerdì.
LUI: Di venere e di marte non si arriva e non si parte.
LEI: Scrivilo al Ministro dei Trasporti.

Una passeggiata con G. prima della partenza (ma gli angeli esistono?)

LEI: Ma questo angelo custode esiste o non esiste?
LUI: Boh!
LEI: Non te lo sei chiesto mai?
LUI: Mai.
LEI: Ma proprio mai?
SORRISETTO DI LUI CHE NON SI CAPISCE n° 1
LEI: Allora?
SORRISETTO CHE NON SI CAPISCE n° 2
LUI: Non lo so.
LEI: Allora hai dei dubbi.
LUI: Ora te lo spiego. Se ci fosse un angelo custode dovrebbe apparire proprio ora per aiutarmi. Perché io non ce la faccio più con una come te che mi parla di partire, cambiare, vitelli, sterei, angeli e flap flap flap. Una che scrive tutto il tempo e quando non scrive legge e quando non legge parla. Una che mi prepara il tè e a me mi fa schifo il tè. Il mio angelo ti deve far capire che io voglio un cazzo di caffè perché il tè non mi piace, non mi è mai piaciuto, non mi piacerà mai e tanto meno col latte e tanto meno con lo zucchero e tanto meno al posto del caffè perché ho finito di mangiare un piatto di fusilli alla sorrentina da neanche un quarto d’ora! E non siamo in Inghilterra, te lo vuoi ficcare in testa. Questo sì che sarebbe un angelo custode, uno che poi me lo porto a bere una birra e facciamo quattro chiacchiere sulle donne che fanno sempre le misteriose che non sai che gli passa nella testa tutte bionde o tutte rosse o tutte a strisce i colpi di sole un angelo custode che ti arrotola i bigodini perché domani parti e allora l’angelo ti potrebbe sparare una cazzo di freccia proprio in mezzo al cuore se ce l’hai un cuore tu a partire così e a lasciarmi qua come un fesso ma te lo dico io non me ne sto con le mani in mano io me ne porto altre a cena e poi l’angelo te lo dirà di quella che mi sono speso tutti i soldi per portarla a cena, per portarla a bere, per portarla al cinema, per portarla a vedere le stelle che dovevano cadere e poi ci hanno ripensato. Perché con me le stelle ci ripensano sempre. L’angelo che poi lo devo pregare in ginocchio fammi arrivare fino a casa che non c’ho i soldi per la benzina e poi puntuale non s’avvera e faccio una figura di merda che devo spingere la macchina.
LEI: Insomma. Sei incazzato perché vado a lavorare in una fabbrica di marmellata al Nord.
LUI: Allora non ci andare…
LEI: Devo risolvere una cosa. Il flap flap flap
LUI: Ecco, hai visto. Di nuovo questo cazzo di flap flap flap…
LEI: Mi dici perché dici sempre cazzo? Perché hai bisogno di nominare i genitali? Lo sai che torno. Quando ho trovato il mio angelo custode. E finisce questo flap flap flap. Quando imparo a sorridere.


Discussioni di architettura nella mia stanza con gli amici la sera prima di partire.

Allora ci venite a casa mia stasera? Domani parto.

La prima ad arrivare è la mia amica dagli occhiali da sole tristi.
Ma perché te li sei presi così?
Me li hanno regalati.
Ma sono…
…Tristi, lo so.
Perché non te li levi allora?
C’ho provato, è che non vanno più via.

Riassunto della serata per punti essenziali:

1. Stasera è venuto fuori che i Pellerossa non soffrono le vertigini. Hanno costruito i grattacieli ai gringos, sospesi nel vuoto; in strada li hanno visti volare da una parte all’altra delle impalcature sulle assi sottili. Portavano piume nere intorno alla testa come corone e tute di jeans senza la canotta. Li hanno pure fotografati, non mi ricordo chi, mentre mangiavano ed erano seduti a cavalcioni sulle impalcature con le gambe penzoloni e grandi sorrisi sospesi nel vuoto. Foto in bianco e nero: angeli bruni, esseri umani generati dagli uccelli, incroci di divinità alate e giovani fanciulle brune. Hai mai visto le nuvole salire su nel cielo in ascensori di cristallo? Vanno su e giù mentre di sotto le strade sono fiumi in piena. I miei amici sono sicuri che al Nord ci sono i grattacieli.

2. Stasera è venuto fuori che quando piove ed è estate ed è notte e hai la finestra aperta e ti affacci per vedere quanta pioggia viene giù, ti accorgi che sono cadute solo quattro gocce, insomma proprio in quell’istante ti avvolge un odore acre e intenso e antico. E’ l’odore dell’ozono. E sembra che si sia materializzato qualche essere soprannaturale proprio nel tuo giardino.

3. Stasera è venuto fuori che Antonio sogna di fare l’assaggiatore di cioccolato; che Marta non costruirà mai palazzi di vetro (tombe dell’architettura, li ha definiti, però a me piacciono!); che i grattacieli oscillano tutto il santo giorno come canarini sulle altalene; che il vento ha fatto crollare un ponte grande e grosso con una sola spintarella ben assestata.

4. Volevo aggiungere ad un certo punto, ma non sono riuscita a guadagnare la parola e così mi è passato di mente, che in una lontana città dell’Irlanda quando il vento soffia forte sull’oceano, un blocco di case costruite in periferia ulula come il Banshee e risuona come un organo spettrale. Si dice che quegli alloggi siano stati costruiti dagli spiriti delle tenebre. La verità è che i soldi che non hanno speso per il cemento e i mattoni sono da qualche parte nella tasca – a destra o a sinistra – di un pantalone rigonfio maniacalmente ripiegato su una sedia in una stanza di una villa che di notte è silenziosa e non conosce spifferi e neppure sogni.

Ciao Angela
Ciao occhiali tristi.
Buon viaggio e buona fortuna.

INTERVALLO
Ora smettila di girare…è quasi marmellata.

GIOVANNA IORIO

LETTERE SETTENTRIONALI 9

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Sono rimasto solo, un’altra volta. E adesso che ho più di cinquant’anni sono troppo vecchio per partire e troppo grande per sopportare la malora della mia gente, lo sfacelo di una società malata di incuria. Ora che il livore mi attanaglia e raggiunge sovente le tempie, proprio ora la rabbia risulta insopprimibile e l’esistenza si fa ancora più pesante.
Vedo la sufficienza negli occhi dell’impiegato che raccoglie il mio ennesimo esposto, la sua commiserazione per il veleno e il sangue amaro che mi procuro.

dottò, stavolta li mandate tutti in galera a quelli: protezione civile, regione, e tutto il resto -. Ride.
Se solo fossi riuscito a spiegarmi un poco prima dove sbagliavo. Come mai intorno a me si creasse sempre il vuoto. Perché anche gli amici più cari si sfilavano, facendo sottili distinguo, o si allontanavano adducendo svariate motivazioni politiche. Quando non sapevano che dire parlavano di problemi di opportunità.

Invece il Partito mi ha tolto prima la salute e poi i soldi. E a Caserta se hai solo la salute non conti molto, se hai i soldi senza salute, i primi non ti servono a niente. Se non ce l’hai entrambe, ti chiami come me: Arturo Di Girolamo! E lavori da una vita affinché una manica di disgraziati, per quattro denari, non rovini per generazioni la terra che vorresti lasciare ai tuoi figli.

Poi una notte, dopo aver fatto l’amore, mia moglie, quasi come se sentisse il male del suo corpo, mi parlò con una voce ferma e delicata allo stesso tempo. Quell’anima che stava al mondo con grazia, sempre intenta a non gravare su nulla, a non esercitare alcun peso, che mi accompagnava dai tempi dell’università con discrezione, mi disse:

Artù, fammi una promessa: da domani sii più comprensivo e ogni tanto lascia correre. Pretendi di meno da chi ti sta accanto. Ma prima di questo devi essere meno severo con te stesso. Lo vedi che sei rimasto solo, al partito non ci viene più nessuno. Non è cattiveria come dici ogni tanto, no! E’ più semplice.
E’ la tua dignità Arturo mio, che tiene lontane le persone. La tua onestà, e l’impegno disinteressato per la gente.
Questo incute timore e crea imbarazzo.
Gli amici, Artù, hanno paura del tuo giudizio severo. E quello che ti è sempre sfuggito di chi ti stava intorno, mentre eri intento a cambiare il mondo, è che oltre alla buona volontà esiste la debolezza. Che la viltà non sempre è figlia della cattiveria. E la gente quando sbaglia qualche volta preferisce essere ascoltata, compresa. E qualche volta piuttosto ha bisogno di indulgenza, di un abbraccio. Si sottovaluta spesso la forza di un abbraccio, Artù. Ma la tua intransigenza a volte allontana. La tua forza morale scoraggia chi non ha la stessa vocazione. L’impegno continuo, la dedizione mettono in evidenza le assenze, le mancanze, i limiti degli altri.

Promettimi che sarai più indulgente. Promettimelo stanotte che i ragazzi dormono e noi ci siamo amati ancora come quando avevamo vent’anni. Ti basti che tutto ciò che allontana gli altri, è il motivo per cui ti amerò sempre immensamente, per cui preferirei morire piuttosto che rinunciare alla nostra vita. Quello che sei ha nutrito il nostro amore ogni singolo giorno, ma forse, Artù, non basta per nutrire il mondo.

Sono rimasto perché è stata l’ultima cosa che mi ha chiesto.

SANDRO ABRUZZESE
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Venezia, una settimana fa

particolare di Venezia.

Venezia è livida. Un recente passato di acqua alta ha ancora suoi residui sulle calli: ci sono pozzanghere, c’è chi cammina portando con sé un ombrello. Vestiti pesanti, stivali, scarpe per l’evenienza. Nella normalità di una domenica mattina come tante altre la gente si ferma ad osservare due piccioni che gonfiano le piume, incuranti del resto del mondo, in una pozzanghera più profonda di altre.
Venezia da fotografia, come qualcuno pensa; Venezia grigia, illuminata a tratti da un timido accenno di sole invernale; Venezia malinconica così come piace a chi di Venezia canta una poesia scontata. Venezia che decade, che muore lentamente; Venezia con i colori di un crepuscolo prematuro; Venezia decadente, buona per un servizio fotografico da far vedere agli amici al ritorno a casa.
Io non ho la macchina fotografica con me. Questa mia visita breve che mi condurrà soltanto al ghetto, ai miei libri e alla mia gente, mi ha impedito di aver voglia di fotografare per l’ennesima volta la città che amo, di fermare ancora una volta i ricordi infantili in quelle calli, in quei campi che ostinatamente cerco e ritrovo.
Non mi dispiace. Non mi dispiace non poter fotografare la Venezia decadente di oggi. La mia Venezia è a colori, colori vivi, forse anche violenti e banali – l’azzurro di cielo e mare, il colore scrostato dei muri – ma colori.
Colori come vita, quella vita che esiste là dove i turisti-in-giornata non vanno.
Del grigio di oggi assaporo la bellezza dei pochi turisti pur nelle calli abituali che portano a San Marco. Venezia libera da un’invasione selvaggia di persone che si priveranno del privilegio di amare la Venezia più bella e più vera.
Respiro il suo silenzio.

DANIELA TESTA