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Difendere ancora Sarajevo

Testo e foto di Sandro Abruzzese

Jovan Divjak. Foto di Sandro Abruzzese

Jovan Divjak sul balcone del suo studio a Sarajevo.

È primavera a Sarajevo. Un uomo cammina a passo spedito lungo la strada d’asfalto. Le immagini lo seguono, si arrampica su un carro armato, urla “non sparate, non sparate”. È una fase concitata, l’uomo si fa passare la radiotrasmittente, cerca di spiegare che l’accordo è stato raggiunto, c’è un cessate il fuoco e devono lasciar passare il convoglio senza sparare. Nell’aria una tensione vertiginosa, tanta confusione. La risposta è “Chi diavolo è questo? Vaffanculo tu e vaffanculo il Presidente”. Il crimine forse è già stato compiuto, vengono passati per le armi quattro ufficiali serbi. Sono i fatti della Dobrovoljačka Ulica, ovvero quando l’esercito di difesa bosniaco, violando gli accordi di cessate il fuoco per favorire la fuoriuscita dell’esercito jugoslavo da Sarajevo (Jna), uccise sei persone tra cui quattro ufficiali dell’esercito serbo. Era il 3 maggio del ’92.

Un mese prima, il 5 aprile, sul ponte Vrbanja, il corteo di giovani pacifisti purtroppo era finito nel sangue, la prima vittima dei cecchini serbi si chiamava Suada Dilberović, mussulmana di Dubrovnik, aveva poco più di vent’anni, poi fu la volta della croata Olga Sučić. Tutto ebbe inizio sul ponte della fratellanza, questo significa Vrbanja, che unisce le due sponde del fiume Miljaka e che ora qui a Sarajevo porta il nome delle due donne uccise.

Ma torniamo a quell’uomo. In quei fatidici giorni prima dell’inizio della guerra, gli fu chiesto di decidere da che parte stare, e di farlo in fretta. Lui, Jovan Divjak, colonnello serbo da anni addetto alla difesa territoriale bosniaca, scelse di schierarsi dalla parte del luogo attaccato, in cui erano nati e cresciuti i suoi figli, dove viveva e lavorava da decenni. Quel luogo era Sarajevo e, sia chiaro, la scelta non fu indolore. Sarebbe stato imprigionato per un mese dal suo stesso esercito e senza una spiegazione. La sua decisione avrebbe raccolto l’odio della sua etnia e la diffidenza delle altre. Quindi, ecco il rapimento di un figlio ad opera della banda criminale del temibile Caco, che imperversava in città ai tempi dell’assedio. E ancora l’accusa di crimini di guerra e il mandato di cattura internazionale voluto da Belgrado per i fatti suddetti della Dobrovoljačka Ulica, di cui, insieme ad altri ufficiali, viene ritenuto responsabile dai serbi.

Anni dopo, in segno di protesta contro alcune decisioni del presidente bosniaco Izetbegović, Divjak avrebbe addirittura restituito i suoi gradi di generale inoltrando una dura lettera di protesta all’indirizzo della presidenza, salvo poi ricucire qualche tempo dopo, andando a salutarlo per l’ultima volta, prima che questi, gravemente ammalato, morisse.

Certo Jovan Divjak a Sarajevo è considerato l’eroe della difesa cittadina. È amato e rispettato. Dopo averlo sentito parlare ho l’impressione di un vecchio tenace, innamorato della vita, forse solo un po’ affaticato dal ruolo di testimone condannato a raccontare. Il suo racconto è una lenta e giusta litanìa: le divisioni, gli odi interni alla federazione, i programmi scolastici di storia con versioni estremamente differenti, la mancanza di fiducia reciproca, i nazionalismi, la disoccupazione, i salari bassi, l’emigrazione. Per rispondere a tutto questo la sua associazione (Obrazovanje gradi Bih) da anni si occupa di offrire borse di studio a giovani bosniaci di ogni etnia.

È a lui, a distanza di 25 anni, che chiedo cosa può fare l’Europa per la Bosnia. La risposta è “accelerare il processo di integrazione”: portare la Bosnia-Erzegovina all’interno dell’UE, e farlo il prima possibile. A lui chiedo di dirmi “istintivamente” cosa pensa e “sente” delle ragioni della guerra in Bosnia. La risposta è “l’interesse di potentati locali”, questo ha dilaniato l’ex Jugoslavia. Tuttavia emerge anche, mescolata alla gratitudine per i giornalisti italiani durante l’Assedio, l’amarezza nei confronti dell’ambivalenza dell’Onu e dell’Occidente, o di un’Europa immobile e distratta che ha mancato l’appuntamento con la Grande politica a favore di egoistiche rivalità interne all’Unione.

Osservo il generale Divjak, ascolto le sue precise parole. Si percepisce un tratto che forse riguarda ogni bosniaco o slavo del sud, nelle sue parole. Ed è una sorta di rabbia sopita, un latente rancore verso l’indifferenza europea. È la rabbia di un fratellastro incompreso, di qualcuno che si sente respinto e misconosciuto; eppure è inesorabilmente parte della stessa famiglia. L’indifferenza è un lusso che i Balcani e l’UE non possono permettersi. Anzi, oggi è chiaro che la Bosnia, da 25 anni, vive una situazione di congelamento che la asfissia al pari di un nodo scorsoio e la tiene immobile, ferma nella burocrazia e nei visti, isolata nelle sue valli. Basta rivedere il bel documentario di Daniele Gaglianone, Rata néce biti (La guerra non ci sarà, 2010) per comprendere l’impasse e le continue frizioni con la Repubblica serba di Bosnia. Oggi i Balcani hanno bisogno più che mai dell’Europa, e gli stessi europei, noi, possiamo porre rimedio, placare il senso di colpa, la vergogna che affiora appena voltiamo il capo al passato, al ruolo svolto dall’UE nella violenta disgregazione degli slavi del sud.

 

*Per approfondire:

Jovan Divjak, Sarajevo mon amour, Infinito Edizioni, 2007.

Paolo Rumiz, Maschere per un massacro, Editori Riuniti, 1996.

Daniele Gaglianone, Rata néce biti (La guerra non ci sarà) BabyDoc film, 2010.

Joze Pirjevec, Le guerre jugoslave, 1991-1999, Einaudi, 2014.

Jovan Divjak nel suo studio. Foto di Sandro Abruzzese

Jovan Divjak nel suo studio.

Lampedusa a scuola: Cronaca di una giornata amara

Questa della classe che rifiuta di osservare il minuto di silenzio per le vittime della tragedia di Lampedusa mi mancava, ma non stupisce più questa Italia, laddove l’emigrazione è stata più massiccia e incontrollata, proliferano sentimenti negativi dovuti allo smarrimento e alla perdità di identità dei luoghi costretti alla dialettica del mutamento. La Guerra dei Poveri riedita a più mani.

Mi sono sempre chiesto come il nazismo di Hitler avesse potuto vincere le elezioni politiche del’33 con un programma fondato sull’odio razziale e la vendetta, e ora una crisi ben inferiore a quella che affossò la Repubblica di Weimar trasforma gli italiani impoveriti e impauriti in disumani e rancorosi esseri dallo spirito putrescente (la nostra unica povertà è la mancanza di spirito!). Ora capisco.
Non è possibile descrivere e risarcire l’amarezza provata oggi!
Qualcuno abbatta le fetide mura di questa istituzione maledetta, poichè tra le sue pareti qualsiasi fenomeno o evento diventa vacua retorica, esercizio di stile. Un sistema di scaricabarile fondato sulla frustrazione, dove una serie di interessi politici e sindacali prevaricano l’onesto funzionamento per rispondere a logiche estranee alla pedagogia, in cui i ragazzi sono l’ultima ruota di un carro perdente, malandato, e non i protagonisti intorno a cui dovrebbe girare il sistema. Ogni singolo provvedimento, dall’autonomia scolastica in poi, è volto al risparmio mascherato da riforma, all’oberare di lavoro e responsabilità straordinarie chi fatica ad assolvere quello ordinario.

Qualcuno sfondi l’aula magna e sventri i componibili che fungono da palestra, lo faccia per amor di verità e su tutto perchè sia chiaro che senza autenticità c’è poco da trasmettere e il verbo non è “insegnare”, piuttosto “rapprendere”! Irrompa se gli pare il signor Woland con tutta la brigata del Maestro e Margherita!
E’ il caso di guardarci in faccia e dirci per una volta che la buona condotta non è quando si sta zitti a oltranza, anche se di certo viene più semplice seviziare di muffe stantie avvalendosi della silente assenza, apprezzando ed incentivando la fedele e compiacente passività: la disonestà del quieto vivere!
E se dopo aver ucciso il padre edificassimo delle sedi appropriate per realizzare sogni?
Se costruissimo i nostri banchi, e le sedie, le cattedre, eppoi facessimo la malta e lo stucco con le finestre aperte, mentre qualcuno parla delle Considerazioni di un impolitico di Thomas Mann; i collaboratori potrebbero cucire e rammendare tendaggio e il tecnico informatico esporre la Critica della retorica democratica di Luciano Canfora. Poi promuovere l’insolito, e autorizzare una pernacchia per ogni “frase fatta”, o l’emblematica sberla in quel film di Moretti.
Gli agenti librai regalino i Racconti siciliani di Danilo Dolci, e tutti gli applicati di segreteria, in fila, interpretino le storie di Bukowski, per il concorso a Dirigente Scolastico valga la regola di leggere almeno tre volte tutto Tiziano Terzani e qualche poesia di Valerio Magrelli.

Un altro po’e mandano gli ispettori, tanto il mondo si può dividere in due: da una parte chi ha compreso le motivazioni di Emma Bovary, del dottor Zivago e di John Frusciante…quando ha deciso di lasciare i Red Hot Chili Peppers, dall’altra il resto.
Invece imperterriti ci ostiniamo a proporre il cancro della profonda sfiducia nei nostri mezzi, con l’imperdonabile aggravante della mancanza di scopo, della latitanza del fine. Adducete pure ad ogni modo il problema della 626, purtuttavia la sicurezza è necessaria anche se non dovrebbe precedere la vita, al massimo assecondarla.
Sostituisco volentieri all’odioso suono della campanella, un riff qualsiasi di Angus Young, quindi la Love song dei Tesla e a seguire una canzone a scelta del repertorio dei Pearl Jam. Anzi Eddie Vedder, non ci crederete, fatico a trovarlo nelle antologie…sinceramente non capisco perchè. E’ proprio vero: la scuola arriva spesso dopo e reitera l’errore di occuparsi solo di morti, assomigliando sempre più a un cimitero stanco, con l’impressione cronica che la vita, quella vera…sia… decisamente,
da qualche altra parte!!!

S. A.
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CINQUE STORIE DI DONNE DA QUATTRO CONTINENTI

Tra le altre cose che mia moglie mi ha costretto a fare nella vita, c’è anche questo corso di alfabetizzazione per stranieri, organizzato dall’azienda sanitaria locale per incrementare le abilità linguistiche delle assistenti domiciliari, volgarmente dette badanti.
Quindi insegno italiano ad un gruppo di stranieri di ogni dove, che avrebbero bisogno di un corso accelerato di dialetto del meridione veronese. Tutto questo per entrare poi nelle nostre dimore, assistere i nostri genitori mentre noi siamo occupati a lavorare per pagare le rate di una smart tv o di un’auto presa a rate, probabilmente entrambe costruite all’estero con la manodopera a basso costo dei mariti che le mie corsiste hanno dovuto abbandonare per via che non riuscivano a campare. Tant’è.

KARINA E LAILA
Inizia la colombiana. In verità non vuole parlare, anzi si inventa una storia suggestiva di lei che viene arrestata all’aeroporto di Venezia in quanto portatrice sana di due chili e mezzo di polvere bianca. Le faccio notare che un film di Johnny Depp aveva una trama molto simile alla sua storia e lei con disinvoltura allude a qualcosa di sconcio che avrebbe fatto se avesse avuto tra le mani Depp. Poi quando siamo soli Karina aggiunge più seriamente che ha una figlia in Svizzera partorita a quindici anni, che a quarantasei anni è già nonna di una splendida bambina e preferisce l’Italia alla Colombia, dal volto intendo che non sarebbe facile e opportuno ricordare altro. Le mancano la figlia, la nipote, il cielo di Bogotà.

Con la giovane e allegra Laila l’umore cambia, l’Italia è una sua libera scelta senza necessità. Lei ha seguito i fratelli a Mantova che hanno una società di servizio bodyguard, poi siccome conosce il francese ha lavorato ad Aosta come cameriera, quindi si è stabilita a Villafranca. E’ orgogliosa di vivere e sostenersi da sola. Ci tiene a ribadire che aveva una vita libera in Marocco e fa altrettanto qui a Verona. Dal suo sorriso, dall’inflessione della voce si capisce che è sincera. Le mancano il mare di Casablanca, i colori e gli odori della sua terra, parte della sua famiglia.

SHAMA
L’atmosfera si fa intima con l’indiana Shama, la quale ci informa che le donne indiane del Punjab non portano il cognome né del padre e né del marito. E solo se ritengono ne scelgono uno, spesso in onore della propria madre o della propria religione. Per esempio le donne Sikh spesso si chiamano kaur , “leonesse”, la loro religione è priva di caste e molti dettami sono simili al cristianesimo: le donne sikh hanno pari dignità rispetto agli uomini, lei lo dice con orgoglio e se le cose stanno così ne ha tutte le ragioni. Sembra davvero una nobile religione quella di cui mi parlano queste coraggiose donne indiane con i loro profondi occhi neri che luccicano.
Comunque sia Shama è di religione indù, da poco tempo è stata costretta ad assumere un cognome per vivere in Italia senza inconvenienti, visto che un po’ pirandellianamente senza un cognome era come se non esistesse: i software dell’anagrafe o della banca non riuscivano ad andare avanti senza quella vocina con l’asterisco obbligatorio. E Shama è finita per incarnare la versione internazionale e femminile del povero Mattia Pascal! Suo malgrado, visto il lungo iter burocratico, è riuscita ad ottenere un cognome ed ha scelto quello della madre per onorarne la memoria. Quest’ultima è morta quando lei aveva solo otto anni, lei e i suoi fratelli sono stati tirati su dal padre che ha sempre fornito loro tutto quello di cui avevano bisogno. La sua voce flette solo quando ricorda che il padre è morto a tre mesi dal suo arrivo in Italia. Non gli ha potuto parlare mai più e oggi le sue figlie le riempiono le giornate. Le mancano il papà, la mamma, le feste indiane come matrimoni e compleanni, il resto lo ottiene dalla parabola satellitare.

MAIA
Dal sud della Russia, una città della regione del Mar Caspio di nome Rostov sul Don, arriva Maia. Quando è venuta in Italia da clandestina ha rinunciato alla figlia di otto anni che è rimasta con delle zie. Per sette anni ha condotto una vita d’inferno per via della clandestinità, faceva la badante e dovunque andasse si faceva apprezzare anche se nessuno provvedeva a chiedere il permesso di soggiorno e lei non poteva vivere appieno la sua esistenza, non poteva nemmeno far venire la figlia in Italia. Solo a Villafranca di Verona le hanno restituito l’identità e la vita regolarizzandola, cosicché ha potuto ospitare i suoi parenti, stipulare contratti, emergere dall’anonimato, e infine sposarsi. Quindi Maia ha subito l’Italia nei primi sette anni della sua vita perché lei era clandestina, e quando ha risolto questo problema era ormai troppo tardi per il resto.
La sua bella figlia ora ventitreenne, di cui mi mostra una foto che porta sul desktop del cellulare, era ormai diventata adolescente e giustamente non ha voluto rinunciare ai suoi sedici anni di vita a Rostov. Poi aggiunge che oggi nonostante la sua casa sia l’Italia pensa spesso che avrebbe dovuto tenere duro e andare avanti in quella cittadina sul mar Caspio, di sicuro avrebbe avuto una vita più piena d’affetto e meno ricca di cose, di possibilità economiche. Ancora una volta sono davanti a qualcuno che è rimasto nel mezzo del guado. Le manca aver rinunciato ad essere mamma, l’aver perso quel legame con la figlia che non si è più ricostituito.
I racconti sono ovunque, e io sono solo una delle tante vittime sul lavoro di questa terra di storie che è la scuola: continuo ad assorbire umanità e quando non ne posso più la espello raccontando, per tornare ad essere leggero, ad asciugarmi le ossa con le immagini migliori, dimenticando per qualche attimo l’oceano che ci circonda, questo dolore preponderante dell’esistenza a volte nostra, a volte altrui.

LILY
Per nostra fortuna arriva il racconto di Lily a stemperare l’intensa atmosfera venutasi a creare. La sua pazza storia trasuda emozioni del tutto diverse da ognuno. Lei a trentotto anni dirigeva non so quale ufficio pubblico della città di Bucarest, il giovedì andava al teatro nazionale, di giorno si relazionava con una ottantina di persone e non aveva alcuna necessità economica che la spingesse ad emigrare. Molto più praticamente Lili ha risposto ad un appuntamento al buio organizzatole dalla sua amica perché aveva una voglia matta di sposarsi e diventare mamma. In Lily traspare allegria e sicurezza, soprattutto sembra una persona che ha ben chiare le sue priorità, che prende la vita per ciò che è. Dopo quattro giorni dall’incontro con l’uomo che sarebbe diventato suo marito è venuta in Italia, le cose per fortuna sono andate bene. Ha avuto una bambina di cui parla spessissimo che ora ha undici anni, sembra davvero soddisfatta. Le mancano le serate al teatro e la carriera del lavoro, su tutto la vita cittadina di Bucarest rispetto alla sua casa circondata dai campi di Sommacampagna, almeno per ora non altro.

Sandro Abruzzese

IRPINIA PIETRA VIVA

Via Aldo Moro, Grottaminarda, Irpinia.

Via Aldo Moro, Grottaminarda, Irpinia.

L’idea di una bomba intelligente per i paesi spenti della penisola.

Ai paesi spenti di ogni latitudine e circostanza, alle radici e alle ali, ai viandanti, agli stanziali. Al nord e al sud di ognuno. E perché no, ai rancorosi disarmanti, agli invidiosi, alle terre dei detrattori ubiqui, ai delatori come ai dottori e professori senza cuore, ma soprattutto alla gente capace e onesta che non ne può più e ha finito per starsene per sé.

Al mio paese dove non vivo, Grottaminarda,
alla tenerezza che provo di fronte ai tentativi di fotografarla per quello che non è, scorci come Santa Maria Maggiore, il castello D’Aquino, Largo Sedile, Porta Aurea, il macchio, rispondo con la scelta di ritrarla dal retro: in alcune circostanze le spalle e la schiena sono più loquaci e sincere di tante illusioni prospettiche.
A dispetto degli inguaribili nostalgici, i luoghi del paese vecchio nulla hanno a che vedere con quella che oso definire senza fatica la triste realtà urbanistica del luogo, anzi assurgono a emblema, ricordano l’esatto contrario di ciò che siamo diventati. Le arterie che ci irrorano e rappresentano sono via Valle, via Aldo Moro, via Cimitero, quel che resta del Corso, il casello autostradale.
Di quel paese rurale dell’entroterra irpino “non è rimasto che qualche brandello di muro”, beninteso ciò è avvenuto in piccola parte per via dei terremoti del 1962 e del 1980, in misura preponderante per la nostra grave scelleratezza. E c’ero anch’io a vivere per me invece di farmi investire dalle ruspe, invece di incatenarmi alla pietra viva della “fratta”, quando hanno finito di sventrare il poco che restava della nostra storia.
Per chi non l’avesse capito, quelle che scrivo sono lettere settentrionali, hanno il sapore di quello che è già andato, ma non conoscono rassegnazione. Le mie corrispondenze sono indirizzate a quello che è, e a ciò che non è stato.
Abbiamo avuto fretta di chiudere con la terra cafona per dirci cittadini, sviluppato traffico, diffuso commerci, forse è per questo che non abbiamo conservato, per poter dire in giro che non era vero niente. Quindi oggi che non siamo zappatori, fatemi chiedere almeno: che c’era di male? A quel po’ di borghesia che ci ha sempre tradito, venduto, a chi si vantasse di avere la pelle chiara da tre generazioni, fatemi dire che se erano avvocato, medico condotto, direttore generale: peggio per loro perché la responsabilità è maggiore.
Il paese dove sono nato è uno spazio senza memoria e senza storia: albero mutilato senza radici, preda del vento più arrogante: cellule impazzite, luci, asfalto e cemento, marmi, gessi, macchine, pullman, camion e cartelloni pubblicitari.
La televisione ha fatto il resto, finendo col far deflagrare gli incontri, i racconti, addirittura gli scontri, ognuno si dà ragione per evitare confronti. Si vagheggiano larghe intese, partiti trasversali, muoiono gli estremi, le idee radicali, trionfano i furbi, espellono gli onesti che intralciano progetti di interesse clientelare: la solita fessa chimera del benessere comune.
Il mio paese spaccia merci, vende gli spazi, non ha più il cuore e quindi mette a disposizione il culo. A onor del vero devo dire che i cittadini sono generosi, devolvono la democrazia a una sorta di consorzio privato, un centro per l’impiego mutilato: Fiat Iveco, centri commerciali? “Spiàno” regolatore insieme a licenze, concessioni?
Quello che scrivo i maestri titolari già lo sanno, è un esercizio sterile che funge da psicologo, risparmio sulle spese mediche in tempo di crisi. Oppure mi rivolgo a chi si chiude in casa, a chi se ne sta fuori, a chi è rimasto dentro: voglio che adesso rifiorisca il seme morto nelle sedi vuote dei partiti, che agisca come detonatore l’idea di una bomba intelligente che spari schegge di dimensione collettiva, dimostri che si può essere feriti dal germe del riscatto generazionale, che si può a prezzo di umile costanza trasformare l’asfalto e il cemento delle nostre teste per RITORNARE PIETRA VIVA.
Che cos’è la pietra viva? Quello di cui abbiamo bisogno. Qualcuno che faccia le cose per gli altri. Noi dovremmo fare le cose per gli altri. Un giorno al mese, magari. Costruire cose semplici, pulire i marciapiedi, insegnare ai bambini a disegnare. Dovremmo essere un po’ più sinceri, umili, schietti. L’impegno per il proprio paese gratuito e addirittura slegato dalle passioni personali. Un piccolo movimento dal basso che faccia cose per gli altri, per i più piccoli. Togliamo le merde dalle strade, recuperiamo, ricicliamo oggetti, riportiamoli in vita. Incontrarsi una sera al mese sarebbe rivoluzionario. Togliere ai bar il monopolio della comunità per restituirlo a delle sedi appropriate. Progettiamo cose di poco valore…non c’è bisogno di partire dall’alto con gli assessori, le liste del pantano politico, quello verrà dopo e da sé. Servono i prerequisiti: imparare a stare insieme, a discutere dialogando per poi agire in un contesto concreto. Serve umiltà, scrivere quello che si farà e portarlo a termine, usare la creatività per ovviare alle risorse economiche. Serve una prospettiva diversa, di lungo respiro. All’Italia interna non servono grandi eventi, bensì quotidiani esempi di alterità, di alternativa all’arido, individuale ed egoistico. Immagino un consorzio liquido e stanziale, una rete di viandanti, che si appoggi a chi ci sta in tutti i paesi circostanti, terra in moto perpetuo, non avanguardia… ma formicaio brulicante di RESISTENZA! Chi ci sta?
Sandro Supplentuccio Abruzzese
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Appunti dalla camminata di un viandante

foto Sandro Abruzzese Vento costante in un mare di grano nella terra dell'osso:  Irpinia d'oriente

foto Sandro Abruzzese
Vento costante in un mare di grano nella terra dell’osso:
Irpinia d’oriente

Lettera di Valerio Sirna

Dai sedili del treno intravedo i cartelli blu delle stazioni, i paesini e le colline che abbiamo attraversato, ripercorro all’indietro il nostro tragitto.

ventotto giugno Rosignano Solvay – Le Macchie: tappa a casa di Primiana;

ventinove Le Macchie – Chianni: accampati nel campo da calcio;

trenta Chianni – Mattioli: accampati nello splendido uliveto scovato da Sara accanto la casa di Marziana;

primo luglio Mattioli – Montaione: tappa nella casa di riposo Villa Serena. Alcuni hanno dormito in terra, altri hanno montato le tende nel giardino;

due Montaione – Tresanti: tappa a casa di Adriana. Abbiamo dormito nella sala “tempio” della Danza sensibile;

tre Tresanti – San Casciano in Val di Pesa: accampati sulle rive di un torrente trovato da Simo;

quattro luglio San Casciano – Capannuccia: accampati dietro gli stand della festa del PD, nel pratone di Villa Mondeggi trovato da me, Elena e Davide;

cinque Capannuccia – Rignano sull’Arno: abbiamo dormito nella ludoteca in legno e con tante finestre;

sei Rignano sull’Arno – Pelago: nella palestra del paese e nel bel mezzo della sagra del tortello.

Io sono arrivato fin qui.
Poi la partenza, dolorosa.
La camminata ha preparato la settimana negli ulivi con Claude, che preparerà l’accampamento di Santarcangelo.
Sono nel flusso, siamo in un ciclo di ricerca e di esperienza. Tutto è collegato.

Vi scrivo.

Le liste mi permettono di rendere i ricordi di carne.

Solo con pochi di voi ho parlato della giornata in cui ho camminato da solo. Quando eravamo ancora a Castiglioncello uno degli ospiti delle Radure, Stefano, il marito di Cinzia Delorenzi, esperto camminatore, ci aveva salutati consigliandoci di affrontare una tappa del viaggio in solitudine.
Ho aspettato qualche tempo per prendere dimestichezza con le mappe, e poi l’ottavo giorno sono partito un po’ prima degli altri.

Nello zaino avevo:

la cartina in fotocopia divisa su tre fogli
la bussola
una bottiglia d’acqua
una mela e due susine gialle
la crema solare
il taccuino
un po’ di spago
l’armonica
un maglioncino di cotone
il tabacco.

Cosa non avevo:

il telefono cellulare
il GPS
una penna
un pasto abbondante
un punto di incontro chiaro con gli altri (questo perché partendo mi ero dimenticato di chiedere l’indirizzo del luogo in cui avremmo dormito, che sapevo essere, genericamente, una palestra di Rignano).

Ho impiegato sette ore per arrivare, percorrendo circa 22 km. Mi sono fermato spesso. A volte sono dovuto tornare sui miei passi.
Il mio obiettivo era ignorare le strade asfaltate, che comunque sono state inevitabili nella prima e nell’ultima mezz’ora.
Oltre all’uso della cartina e della bussola (non mi era mai capitato di utilizzare una bussola come se fosse una questione di vita o di morte: avevo davvero bisogno di sapere dove fosse l’est), la strategia fondamentale per orientarmi è stata chiedere informazioni in giro.

Ho chiesto alle persone di ricordare la loro geografia, di consigliarmi i sentieri della loro memoria, percorsi una volta, tanti anni fa, e ora, probabilmente, ricoperti di rovi.

Uno stalliere, colto mentre parlava a quei cavalli che erano più suoi che del loro giovane proprietario, dall’alto di un poggio mi indicava sapientemente una casa in lontananza e mi diceva di tenerla come riferimento, di andare in quella direzione.
Una signora anziana, mentre aspettava il suo turno dalla parrucchiera, mi consigliava di fare le strade “buone” e di lasciar perdere i sentieri, che tanto non ce n’erano più.

1° GIORNO

lucciole mentre percorrevamo i binari durante la prima camminata notturna

Il monaco benedettino non era originario del luogo e non sapeva consigliarmi scorciatoie nei boschi, ma solo la strada meno ripida.
I becchini, intenti nei loro affari, mi hanno seccamente indicato la prima a destra.

2° GIORNO

1 gatto bianco e nero
3 muli e 2 cavalli in mezzo agli alberi
1 cane marrone sul bacone di una signora che ce lo ha silenziosamente indicato col dito
Simo ha visto 4 caprioli e 2 cinghiali

3° GIORNO

4 labrador e 1 cane vecchio
1 pastore tedesco arrabbiato
1 pecora-cane e 1 agnello vicino al laghetto
1 poiana che volava sopra di noi mentre mangiavamo, all’ombra di un fico, la forma di formaggio rubata da Leo al ricevimento di americani chic
tanti piccoli pesci mentre attraversavamo il fiume Era e
1 biscia d’acqua che si nascondeva tra i sassi
1 gatto bianco nero grigio e marrone
1 coccinella leopardata sul dito di Fra
galline
1 colomba ferma in un campo con dietro 4 cani pastore
la Fecit ha visto 1 rana
Leo ha visto 2 vipere
formiche in fila
alcune mucche durante il “walking in a field of gold”
1 riccio cucciolo che Fra aveva scambiato per un topo e che quando lo accarezzavamo faceva finta di non esserci
1 lucciola mentre parlavamo a cena con una candela al centro

Una signora di settant’anni, vivacemente alla guida della sua macchinetta, mi ha dato un passaggio per mostrarmi la stradina che percorreva, quando ancora l’età glielo permetteva, per andare a fare le faccende nelle ville dei benestanti.
Più mi allontanavo dal paesino di provenienza e più quel nome suonava sconosciuto alle orecchie dei più giovani.
Una barista e il suo avventore si sono complimentati per la mia impresa. Anche un motociclista che faceva rally.

4° GIORNO

1 serpente grigio-blu con striature nere morto investito
ho sentito il grugnito di 1 cinghiale tra i cespugli
speravo di avvistare 1 o 2 salamandre dagli occhiali, ma no
1 merlo mi ha girato intorno zompettando in quello spazio circolare e polveroso in cui davide aveva allestito il barbeque nella scavatrice

5° GIORNO

mentre guidavo ho visto 1 faina marrone e gialla morta sul ciglio della strada, e mi sono fermato a guardarla

Ho citofonato in casa delle persone perché non sapevo quale strada prendere al bivio.
Ho chiamato a gran voce una donna che stendeva il bucato sul terrazzo di una casa di campagna. Forse era indiana. Aveva grandi orecchini che ondeggiavano ai lati del collo; le spalle erano nude e forse anche i seni, ma io non potevo vederlo perché era coperta dal parapetto in muratura, secondo un calcolo prospettico perfetto. Non sapendo indicarmi la strada mi ha chiesto di aspettare qualche momento affinché potesse chiamare la padrona. È apparsa una donna alta, vestita di bianco, con in braccio un neonato avvolto in un panno bianco. Il suo volto contemporaneo però – capelli corti e occhiali con montatura vistosa – mi dispiaceva. Mi ha dato il permesso di attraversare la sua proprietà.
Un capocantiere innamorato del trekking mi ha regalato due bottiglie d’acqua, mi ha indicato un tragitto e mi ha sconsigliato di proseguire nel bosco senza conoscerlo.
Ovviamente sono passato per il bosco.

6° GIORNO

5 libellule: 1 nera, 1 marrone, 1 blu, 2 verdi. Avevano colori molto accesi, quasi metallizzati, e giocavano tra di loro
piccoli pesci in una zona riparata del torrente
rane che gracidano la notte e saltano in acqua quando ti avvicini per guardarle
farfalle bianche che svolazzano a coppie tra le erbette sulle rive del torrente

7° GIORNO

1 gatto piccolo
1 gatto rinsecchito che mi ha pisciato su una gamba perché non volevo dargli un pezzo del mio panino

Ho avuto la sensazione che camminando si allarghi il mondo.
Mi ripeto la parola “viandante”.

8° GIORNO

tantissime lucertole che si allontanano rapidissime dai tuoi piedi per nascondersi nella macchia. Non le vedi, senti solo il fruscio tra le foglie. Temo sempre che possa essere un serpente
2 cinghiali cuccioli: quello marrone è scappato subito, quello nero è rimasto a guardarmi per un po’. È stato bello

9° GIORNO

1 istrice morto investito
Manu ha fotografato 1 grande riccio e 1 serpente molto grosso morti sul ciglio della strada a pochi centimetri di distanza, forse a causa di un combattimento in cui il riccio ha ucciso il serpente dopo essere stato già avvelenato
1 coccinella arancione a pois bianchi che si è posata sulla mia maglietta mentre appunto queste cose
molti girini e alcuni piccoli pesci in un torrente dove abbiamo fatto il bagno
le 2 lumache di Daria, Ludovica e Genoveffa, liberate vicino al ruscello tra le foglie d’insalata

Mi piace intendere quella giornata come un rito di iniziazione: il ragazzo più giovane si allontana dal gruppo, e con le informazioni ricevute nel periodo trascorso insieme, trova il modo di non mettersi nei guai. Una prova del fuoco, un “ti lascio nel bosco, vediamo se riesci a tornare a casa”. Hänsel e Gretel che ritornano, dopo essersi scambiati le due metà di un sasso.
Concedetemi di esagerare nel gioco dell’attribuzione di significati.
Avevo bisogno di dimostrare a me stesso e al gruppo che so cavarmela da solo, e che lasciarsi guidare, senza tenere una copia della cartina in tasca, è una scelta, non l’unica via di scampo.

ho fatto amicizia con 1 barboncino bianco, molto simpatico, che per poco non abbandonava la casa del padrone per seguirmi

Non mi sono perso perché tutte le strade vanno bene. I sentieri sono tantissimi, molti di più di quelli segnati sulla mappa, e quello giusto era quello che preferivo. Al massimo si rischia di allungare, oppure di finire su uno stradone asfaltato.
Ad un certo punto arriva l’istinto, segui la direzione anche se è coperta dagli alberi e dal sottobosco. Guardi indietro e percepisci lo spazio percorso; guardi in avanti e programmi il corpo ad andare.

Il sentiero che collegava Troghi a Fontepetrini era stato dato per spacciato da tutti. Dopo averlo cercato a lungo nel punto in cui secondo le carte sarebbe dovuto essere finalmente, al limitare di un uliveto, è apparsa una stradina di ghiaia bianca, così stretta tra gli arbusti da dover mettere un piede davanti all’altro per camminare. Alcuni rami di rovo che avrebbero dato intralcio erano stati spezzati, e la recisione era fresca. Avrei voluto correre indietro a dire: “Quel sentiero c’è ancora, andate!, qualcuno in questi anni lo ha tenuto in vita!”.

Ecco.

Il cane nero di nome King si è trovato, senza saperlo, a tramandare il senso del camminare, a ravvivare sentieri già esistenti e ad abbozzarne altri quando non ne trovava – fisicamente, non metaforicamente -, nutrendo invisibilmente tutte le altre sue indagini artistiche.

Vi amo molto.
Valerio Sirna
pagina Facebook Raccontiviandanti
per chi vuole saperne di più sul progetto King a cui partecipa Valerio http://www.casaking.org/

AUTOBIOGRAFIA di un viandante precario

L’INSICUREZZA DEL DISORDINE
Qui si narra di un viandante che nella mente stanca, soddisfa il bisogno di riandare e immaginare a quanto bella doveva essere la sua vita in quel malessere.

Cresciuto e pasciuto da una mamma gravida nella sua esistenza, tra gli agi di una povertà controllata e limitata da migliaia di parenti serpenti e solidali, dopo quasi trent’anni avverte il bisogno dirompente di evadere, di emigrare, di andare altrove per sfuggire ad un disordine tutto meridionale che diventa, poi, parte integrante della sua struttura fisico-intellettuale.

Il disordine meridionale é un fattore che fa parte della terra a mezzogiorno, lo si ritrova ovunque: tra le case e nelle case, tra le strade e sulle strade, tra gli uffici e negli uffici, tra i silenzi e nei silenzi. Diventa una figura d’Intelletto, uno spunto per l’ingegno, una piaga sempre aperta, dolorosa e sempre inferta.
Il viandante, quasi sempre, stanco del disordine, emigra per trovare ordine, e in quell’ordine magari anche un lavoro e la tanto agognata sicurezza:
la sicurezza nell’ordine.

Ecco appare quasi magicamente il rapporto della costante di questo binomio che logicamente e, in diretta proporzione, esige convenzionalmente di trovare il soddisfacimento ai bisogni essenziali nella sicurezza che deriva dall’ordine, dalla compostezza, dalla pulizia, dal rispetto, dai diritti, dai doveri, dalla presenza di un apparato.

Trovato l’ordine il viandante ne resta affascinato e trascinato-risucchiato nella sua contingenza, ne afferra il senso, lo reintegra nel suo apparato, intellettualmente strutturato nel disordine, e si riordina. Magicamente quella formazione confusa, senza punti di riferimento si ancora ad un peso fisso, presente ogni momento, lo si avverte iconograficamente e fisicamente…il peso…

Percorre quotidianamente le strade di quella pianura del nord, tra canali attigui di irrigazione, dove puntualmente c’é un pescatore di siluri; attraversa indefesso i paesi rannichiatisi sul fianco destro e sinistro dell’arteria stradale, il viandante li chiama “i paesi placca”; affianca marginalmente risaie da dove in volo, dispiegando le sue grandi ali, un airone taglia la barriera della nebbia che, solo a lui, non nasconde le cose lontane delle quali, a differenza del viandante, non ha paura; osserva attonito l’immobilismo delle ruote di paglia che lo accompagnano irrinunciabilmente all’altro paese placca ordinato ai lati dell’arteria.
Ora é solo il viandante, sono passati molti anni, traduce i suoi sentimenti in grafici poco decifrabili, avverte in sé la pazzia di quell’ordine e la follia della sicurezza, si rende conto, forse, che in quel binomio si identifica la miglior parte delle sue insicurezze, dei suoi dubbi, delle sue incertezze.

Chiude gli occhi e rivede i rumori, i colori, le folle in strada, le liti furibonde e i grandi amori… e pensa a quanto bella fosse l’insicurezza del disordine…

Vincenzo Gragnaniello
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DIASPORA CON EMERGENZA in sala professori

Nuovo cinema Diana: una presenza che manifesta tutta l'assenza. Fare da sè, fare dal basso, ci vogliono chilometri passo dopo passo, declinati al plurale, debbono essere passi, mi sa che non bastano nemmeno cento.

Nuovo cinema Diana: una presenza che manifesta tutta l’assenza.
Fare da sè, fare dal basso, ci vogliono chilometri passo dopo passo, declinati al plurale, debbono essere passi, mi sa che non bastano nemmeno cento.


Quando si migra da un paese all’altro, non parlo di città ma di paesi, sei un gatto che arriva dove hanno già pisciato! Per migrare ci vuole determinazione! Anche per restare ce ne vuole, però quello di chi rimane è sopportazione del già noto mentre chi parte deve resistere prima all’ignoto, quindi alla differenza tra quello che ha perso e ciò che non ha guadagnato.
La prima generazione di migranti è gente che rimane sempre in mezzo: cambia residenza, aggiusta l’inflessione, dopo un ventennio non è del posto in cui è nata e non ne bastano trenta affinché diventi del luogo in cui è approdata.
Per esempio solo per rimanere nell’ambito ristretto della provincia di Avellino: a Calmasino è nato Stefano Abruzzese figlio di grottese, e so che c’è Gallucci Francesco di Calitri ragioniere. A Bardolino insegna Sergio Pesca, batterista di Avellino circoscrizione centro; a Garda in Ca’ Beati vive Luciano Pugliese archeologo frigentino. A Legnago nella bassa veronese risiede Nicola di Fontanarosa, è un buon tecnico di radiologia. A Desenzano e a Trento lavorano rispettivamente Orlando Mauro e Morelli Emilio professori, mentre a Bolzano da poco è arrivato Stefano Rossetti con tutta la famiglia: questi ultimi tre sono di Grotta! Alcuni li conosco, altri semplicemente so che esistono e non viceversa. Almeno fino a che non busserò alla loro porta! A Verona c’è Bruno di Atripalda…
Adesso sono costretto ad interrompere il lungo elenco della mia amata diaspora, stavo scrivendo in un ritaglio di tempo, quelle ore buca che gli oraristi della scuola generosamente devolvono ai supplenti. Sento un trambusto, mi dicono che devo chiamare l’ambulanza per Maria, una ragazzina quindicenne piombata in sala professori e riversa ubriaca sopra l’impiantito. Durante la ricreazione si è sbronzata con dell’alcool in acqua minerale. Spero che l’abbia fatto senza un buon motivo e vi assicuro che in un edificio chiuso di seicento anime, l’umanità fornisce le più disparate motivazioni in serie per essere infelici o viceversa.
Pure questo è un giorno normale e in qualche modo come ogni cosa dovrà finire. Penso che Maria un po’ piangendo lo ricorderà in eterno, se se la cava più in là ne riderà con autocommiserazione. La prenderanno in giro per un po’ e non uscirà almeno per un mese. Ora che ci penso forse salta anche la gita…peccato! Lei oggi ha scritto un po’ della sua storia e non volendo anche un po’ della mia: chi non ha fatto una cazzata qualche volta? Il difetto dell’indulgenza è che spesso funziona solo per sé stessi.
Penso a questa vicenda e perdo la concentrazione, la componente lucida e la parte razionale. Avverto più calore, il cervello è attanagliato da una sorta di pensiero dittatore che non mi consente di passare ad altro, il sangue circola a duemila all’ora, sento la pelle d’oca nonostante il mio bel pensare pedagogico. Ma non è sempre andata bene quando ha vinto l’animale: l’altra, la parte razionale, ritorna e chiede il conto, lei guarda al fondo di tutte le vicende e se non riesce a comprendere tutte le azioni del mondo, tuttavia le riesce peggio interpretare il giudice comminatore: che sia per una vittima o per un carnefice.
Ritorno a questo giorno insolito, privo di noia, all’ambulanza che porta via Maria. Ho perso il filo, fuori c’è il sole, il verde acceso di maggio piovoso: intravedo Palazzolo placido e adagiato su un colle caldo che molto tempo fa era gelato. Adesso smetto perché avverto un peso sullo stomaco e non so a cosa sia dovuto. Anzi se ci rifletto meglio, sarà dovuto all’ansia generatasi per quella ragazzina: mi chiedo se provi dolore, se conservi speranze, se riuscirà a vivere bene ciò nonostante. Decido di smettere perché sono un po’ in subbuglio, e a ben guardare questo avveniva anche prima dell’incursione di Maria, realizzo che la giornata era partita male dalle premesse. Mi riferisco proprio al tarlo delle migrazioni, a quell’elenco poi, fatto di vite spese altrove come la mia, come potevo credere che alleggerisse anche solo un momento di vita? E’ vero, pensavo alla mia terra, ma non quella d’agosto, ovvero del ritorno: piuttosto quella un po’ per sé, un po’ per niente e un po’ per convenienze, quella democristiana donna incostante che non si sa se amarla o farne a meno per la conservazione, per la sopravvivenza.

Supplentuccio Abru
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