Gramsci: intellettuali e carattere italiano

 

“Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza”, scriveva l’ordinovista Antonio Gramsci nel ’19. Dietro questo motto, giustamente segnalato da Eugenio Garin in Con Gramsci, vi è l’intuizione che fa da sfondo a una delle più interessanti riflessioni del leader comunista: quella sul ruolo degli intellettuali nella società moderna. Se la borghesia rurale ha i suoi funzionari statali e liberi professionisti, argomenta Gramsci, se la borghesia cittadina fornisce i tecnici delle industrie, l’unica classe produttiva che non possiede dei rappresentanti e che anche quando li produce finisce per perderli poiché assimilati alle altre categorie, è quella contadina. A tal proposito, occorre staccare gli intellettuali dal blocco dominante per creare una nuova cultura che li saldi al popolo, generando un inedito blocco nazionale.

Tornando agli intellettuali classici, restano celebri alcune pagine in cui il sardo traccia il profilo di oratori eloquenti e sentimentali, avulsi dalla realtà effettuale, dalla vita pratica e dai problemi delle masse: si tratta di “parolai”. A questo genere di intellettuali Gramsci replica che “le idee sono grandi in quanto attuabili”, per cui occorre mostrare concretamente la strada da percorrere e, nel farlo, occorre rappresentare una volontà collettiva, essere in grado di organizzarla.

“Gramsci è nell’alveo di Lenin”, scriverà in merito a questa concezione Luciano Gruppi. Gli intellettuali sono gli organizzatori, il trait d’union tra teoria e pratica, gli educatori di un carattere nazionale e internazionale che superi la mera appartenenza a un gruppo socio-economico specifico. E a chi sottolinea un carattere italiano individualista, che vive e si affida ad espedienti piuttosto che a forme organizzative moderne, di stampo politico e sindacale, egli ribatte che il proliferare di forme criminali come le mafie o le consorterie politiche corrisponde all’incapacità delle classi dirigenti nazionali di risolvere i bisogni economici immediati dei cittadini.

Il rinnovamento dello stato, quindi, non può che avvenire attraverso la saldatura degli intellettuali agli strati “economicamente e culturalmente” più bassi della penisola. Questo rinnovamento passa per la lotta al settarismo e all’apoliticismo, i quali hanno occupato i partiti trasformandoli in un insieme di “galoppini e maneggioni elettorali”. Infatti, se carattere permanente del popolo italiano è “l’ammirazione ingenua e fanatica per l’intelligenza come tale – (…) forse unica forma di sciovinismo popolare in Italia (…) -, essere partigiano della libertà in astratto non conta nulla”. La realtà delle classi dirigenti italiane di fine ‘800, inizio ‘900, – Gramsci ne è convinto,- è fatta più di miseria culturale che di serietà politica. La stessa accademia, l’università e l’istruzione, risentono dell’apoliticismo condannando i funzionari e la burocrazia di cui sono espressione alla estraneità alle masse.

Il problema delle classi dirigenti, continua Gramsci in Passato e presente, riguarda anche i suoi capi: bisogna distinguere se siamo di fronte a “grande ambizione”, la quale è indissolubile dal bene collettivo e dalla crescita generale degli strati sociali, oppure a “piccola ambizione”, la quale, attorno a sé, crea solo il deserto. A questo punto è chiaro che i capi devono costruire partiti in grado di perseguire “fini politici organici di cui queste masse sono il necessario protagonista storico”. Ed è chiaro che per farlo è necessario superare il culto italico dell’intelligenza retorica, provinciale e sterile, per avviare quella riforma morale e intellettuale attesa fin dal Rinascimento, in grado di riavvicinare finalmente gli intellettuali italiani alle masse e l’Italia all’Europa.

Andando a ritroso, alla ricerca storica delle cause di questa arretratezza, negli Intellettuali Gramsci sottolinea che la divisione politica della penisola dalla caduta dell’Impero romano al 1870 ha prodotto intellettuali con una visione internazionale e cosmopolita legata al ruolo tradizionale dell’Impero prima e del Papato poi. La frattura tra intellettuali cosmopoliti e popolo si riverbera, soprattutto per quanto riguarda i dotti, nell’uso della lingua latina, la quale taglia il popolo dalla partecipazione per secoli. Di conseguenza, mentre gli altri stati europei costruiscono la loro coscienza collettiva sulla base di ceti intellettuali nazionali, gli intellettuali italiani restano cosmopoliti e addirittura emigrano nel resto d’Europa in qualità di tecnici. A quel punto, con l’involuzione politica rinascimentale, l’incapacità di superare la stagione municipale e quella delle signorie, non rimane che la vulgata del genio italico, il quale non è considerato dal sardo degno di nota senza la conseguente capacità di socializzarne gli approdi, di renderli universali e collettivi all’interno della nazione, ciò che è precipuo compito delle élites.

© Sandro Abruzzese

Articolo apparso su Poetarum silva

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