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ETERNI RITORNI

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C’è un cordone ombelicale che ci tiene legati ai paesi dove siamo nati. Come un elastico che prima ci fa schizzare via e poi ci costringe a tornare. E così in eterno. Da venti anni non faccio che subire la forza dell’eterno ritorno. Ed è questa ripetizione entusiastica la caratteristica principale dei miei eterni ritorni.
Proverò a raccontarveli, per un po’, qui su Racconti Viandanti. Voi ricambiate con un sorriso circonfuso di luce, come quello che colse il pastore di Nietzsche quando, all’improvviso, un giorno s’avvide della bellezza dell’eterno ritorno.

GIOVANNA IORIO

Uomini con gli stivali e gatti senza stivali

C’è gente che sogna di morire dolcemente, magari nel sonno, per colpa di una silenziosa esalazione velenosa. Io credo che i miei genitori siano quel tipo di persone.
Ma la storia che voglio raccontarvi comincia tanti anni fa, in una freddissima sera d’inverno. C’era mezzo metro di neve nel mio paese. Era isolato, senza elettricità e mia madre aveva messo il braciere di carboni ardenti nella camera da letto, per riscaldarla. Quando salimmo al piano di sopra, ci preparammo a dormire tutti nella stessa stanza: io, mio fratello e i miei genitori. Ci addormentammo quasi subito, respirando anidride carbonica. Prima però mia madre ci fece recitare la preghiera dell’angelo di dio. E fuori, nel nero, nevicava.
Dopo qualche ora mio padre si svegliò: qualcuno si lamentava nel sonno. Era mia madre, e noi respiravamo a fatica. Non si sa come, ma riuscì a tirarsi su e a strisciare fino al balcone. Lo aprì, vomitò e chiamò aiuto.
Nonostante la neve, in quell’istante, sotto casa nostra passeggiavano due uomini. Videro mio padre sul balcone, capirono che stava succedendo qualcosa di grave e buttarono giù la porta a spallate. Vennero a salvarci, giusto in tempo. Io ero viola, mio fratello arancione.
Quando mio padre ci racconta questa storia, i nostri soccorritori li chiama” gli angeli “. E questo spiega perché, secondo me, gli angeli indossano grossi stivali di gomma e se ne vanno in giro di notte nelle tormente di neve.
Ricordo che mia madre indossava una vestaglia di ciniglia color glicine, anche lei sembrava un angelo. Era così giovane. Quando la presero in braccio per portarla in un’altra stanza i pon pon di piuma continuarono a oscillare per un po’. Era pallida e bellissima. Persino i due angeli rimasero a guardarla incantati fino a quando anche lei vomitò e fu fuori pericolo.

Sono passati più di trent’anni e i miei genitori ci riprovano. Questa volta con il CH4, il gas metano. Lo scorso aprile sono andata a trovarli con tutta la famiglia. Sono costretta dalla follia dei miei vicini di casa, qui a Roma, a chiedere rifugio per i nostri gatti. Si tratta di una storia penosa e incredibile: mi minacciano con una denuncia perché le nostre due gatte nere (adottate nel rifugio di randagi di Torre Argentina) disturbano la quiete condominiale.
Dopo aver tentato la mediazione, mi sono trovata di fronte a un muro; avrei voluto abbatterlo a picconate (trattandosi di muro ottuso e insensibile) ma ho dovuto aggirarlo. In altre parole: per il benessere dei nostri gatti (e anche per paura che potessero avvelenarli in nostra assenza) decidiamo di portarli al Sud, “dai nonni”!

Appena apro la porta della casa dei nonni, però, avverto un fortissimo odore di gas. La reazione dei miei genitori è di fastidio: nipoti rumorosi, due gatti neri, una gigantesca confezione di cibo in scatola (e quando mio padre la vede mi chiede: gli avanzi non li mangiano i gatti di Roma?). Avere un gas in fuga per casa non sembra essere grave quanto l’arrivo di due gatti romani.
Decido di telefonare all’Italgas; i tecnici arrivano nel giro di pochi minuti, è sabato, sono meticolosi, verificano tutto ed è subito fuga conclamata di metano. Per sicurezza mettono i sigilli al contatore. Restiamo senza gas per tutto il sabato e la domenica. Le scatolette di carne garantiscono cena e pranzo ai gatti. Panini e due maglioni per tutti gli altri.
Il tecnico, Antonio, mi promette di tornare a riparare il guasto per prima cosa il lunedì mattina. Noi ce ne torniamo a Roma domenica pomeriggio, mia madre ci saluta disorientata sulla porta di casa, con i gatti in braccio. Ho il cuore talmente scuro che comincia a piovere.
Poi tutto si aggiusta. Il bravo Antonio, di Italgas, mi telefona il giorno dopo e dice: “Fatto, i suoi genitori sono sani e salvi! E pure i gatti… Sua madre mi ha raccontato. Mi permetto di dirle che i suoi vicini di casa sono una schifezza.”
Ringrazio, riaggancio e sospiro. Rifletto sul senso di questo ennesimo “ritorno”.
Il gas, la casa dei miei genitori, i gatti neri. Mi rendo improvvisamente conto che l’odio dei miei vicini di casa per i miei gatti ha salvato i miei genitori. Per la seconda volta sono scampati all’esalazione di un gas. E anche gli angeli ritornano, se ne vanno in giro in coppia. Nella neve bianca, due uomini. Nel condominio, due gatti. Con gli stivali. Senza stivali.

GIOVANNA IORIO

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Microbiografie dall’altopiano 1

di FABIO NIGRO

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Ottantacinque anni fa era un bambino di un anno, cadde con la faccia nel fuoco e il fuoco non si tirò indietro.

Alcuni sono andati via dal paese perché avevano paura dei cani, così dice la bambina.

La seminatrice
Luigina ha scelto di vivere sempre in primavera, è stata una scelta fatta per amore. Luigina indossa una gonna e solo una camicia, mai una giacca, mai un paio di calze. Luigina ritornò a scuola da adulta e ripiegò il suo grande corpo in un banco dell’ultima fila, lo fece solo per amore ma non bastò, così tolse la porta d’ingresso alla sua casa. Luigina quando ha la testa pesante mette una scarpa sola e camminando per le strade del paese semina i pensieri che escono dal piede nudo. Luigina lo fa solo per amore, ma non basta.

Qui sull’altura il giorno non mette mai la maschera e già dall’alba mostra le sue ossa.

Francesco ha lavorato quarant’anni in una fabbrica di formaggio in Svizzera. È morto nel suo orto, qui sull’altura, stringendo nel pugno sinistro quattro prugne mature.

Qui sull’altura chi perde l’entusiasmo si aggrappa a me, ma io non sono sicura. Sono una corda senza anima. Sono la paura.

Qui sull’altura le regole barbare della poesia legarono il destino di un ospedale alle sorti di una volpe. Una sera mentre attraversava la strada, la volpe fu investita, chi era alla guida non si fermò e l’ospedale non curò più nessuno.

La distanza di Angelina
Angelina è anziana e sola e veste di nero. Il marito è al cimitero e i figli in Svizzera. Angelina esce da casa due volte al giorno, tutti i giorni, la mattina e nel pomeriggio dopo pranzo. Raggiunge a piedi l’orto, dove c’è il suo pollaio. Un chilometro, questa è la distanza. Andata e ritorno sono quattro chilometri al giorno. Angelina dice che sono solo due passi. Andata e ritorno sono centoventi chilometri in un mese. Angelina dice che non conosce il divano. Andata e ritorno in un anno sono millequattrocentosessanta chilometri. Google dice che la casa di Angelina dista da Lucerna solo millecentotrentasette chilometri.

Vivo qui, nei paesi dell’altura. Non sono di facile presa e maneggiarmi è rischioso, come lo è maneggiare una damigiana piena senza manici. Vivo qui, nei paesi dell’altura e drago il giorno dall’alba al tramonto, poi a sera mi ritiro dietro le porte chiuse perché godo di un regime di semi-libertà. Rassodo e conforto, ma non sempre. Ho la vivacità di una rana, ma non salto: frano. Sono la desolazione.

Nei paesi dell’altura non è raro vedere i giorni ridursi a un intervallo tra un funerale e l’altro. Oggi, come ieri, ancora un funerale. Qui la scomparsa ha preso residenza. È la quotidiana morte del paese, ma è una morte che vede la luce ogni giorno.

Fabio Nigro

LETTERE SETTENTRIONALI 14

Pasquale, mio padre, è venuto a Rovereto che teneva sui trent’anni. All’inizio portava solo arance e limoni tre volte a settimana. Mamma si lamentava che non ci stava mai. Adesso Rosarno lo conoscono tutti perché abbiamo cacciato i neri dopo la crisi agricola di qualche anno fa, ma quando gli hanno ucciso il fratello, a mio padre, con tre colpi alla schiena nella campagna di Rizziconi, in Italia si parlava d’altro.

Quando succedono i fatti di cronaca nera a Gioia Tauro, Lamezia Terme, nella locride, i telegiornali non lo dicono nemmeno più, allora qui la gente capisce che è tutto normale, e noi abbiamo le arance, i limoni, il mare e i morti ammazzati proprio come altrove hanno le fabbriche, le banche o le stazioni sciistiche. Papà sostiene che il diritto l’hanno inventato i romani, ma che perde consistenza man mano che scende per la penisola, e da noi diventa folklore. Sostiene che le persone voglioni i fatti, gli esempi, non le chiacchiere. E a Gioia Tauro lo Stato chiacchiera mentre le imprese criminali fanno i fatti. Così dice.

Perciò Pasquale ha scelto il posto più lontano da Gioia. Viviamo in trentino e abbiamo un bel camion di roba fresca all’uscita dell’autostrada. Non ci manca niente, tranne i mei cugini di Rosarno e la piana del golfo.

Quanto a me, ho perso due anni all’istituto professionale per il commercio, vendo la frutta, ho i soldi in tasca e ancora diciassette anni. Per adesso di pomeriggio guardo d-max, history e discovery channel e gioco alla play. Insomma non mi lamento.

Lo so che sono ancora un ragazzo e non ho nemmeno un diploma. Ma di questi diciassette anni senza leggere molto, ho capito che la vita più che altro è una questione d’abitudine. E che si è abituata mia madre quando papà stava sempre sul camion, e mi sono abituato io quando mi hanno bocciato la seconda volta.
Funziona così, la volta successiva ogni cosa fa meno male della precedente.
Secondo me la gente si abitua, e così i calabresi hanno l’emigrazione, i morti ammazzati, la disoccupazione e i trentini lavorano, spendono e si fanno i cazzi loro e magari capiterà lo stesso a Mosca oppure in Brasile.

Ci si abitua a tutto, dicevo. Però mio padre al collo porta la catenina con la foto del fratello e dovreste vedere la sua faccia quando bestemmia col nome di mio zio tra i denti.

Allora mi sono detto che la gente non si abitua proprio a tutto. Anzi, a volte si finisce per abituarsi a non dimenticare.

Magari mi sbaglio ma per come sono andate le cose nella mia famiglia, a me è venuto da pensare che per mio padre sia più difficile dimenticare l’ingiustizia che non mio zio. Un po’ come la fiaccola eterna in una storia che leggevamo a scuola, l’ingiustizia è la fiamma e Pasquale, lentamente, si è abituato a bruciare, e a non dimenticare.

SANDRO ABRUZZESE

LETTERE SETTENTRIONALI 13

Mi hai lasciato il tuo tozzo di pane come in quel racconto di Salamov, solo che io avevo fame e l’ho mangiato e invece nel libro il protagonista resiste, fiero, alla tentazione. Quel pane era tuo, sapevo non ne avevi altro, ma non sono riuscito a trattenermi. Tutto qua!

Non è la prima volta che vengo meno a una promessa e non sono stato mai un fautore della coerenza a oltranza.
Ho barato più volte, barattato il mio voto per una carica da qualche centinaio di euro, mentito, rubato cose da poco, giurato e promesso con parole volutamente spergiure.

Proprio tu che hai dedicato una vita alla nostra vita. Mi ostinavo a chiedere consiglio agli altri che non sapevano cosa significasse averti, e finivano per edificare cantieri di parole vuote, che non erano le nostre.

Per capire il sogno ho avuto bisogno di svegliarmi.

Poi questa mia natura pavida, a cui tu hai sempre attribuito più valore di quello che in realtà avesse.

E ora che sto in quarantena, lontano da tutto, mi sento fatto per amare solo una donna, non certo per occuparmi del mio lavoro qualsiasi. Il tempo è passato e ho scoperto che l’uomo è fatto per amare, e io invece per grossa parte delle mie giornate dirigo un cantiere e quando smetto dormo.

Intorno a me è comparsa come la peste, che una volta era il tuo romanzo preferito. E pure io come i suoi protagonisti avverto la profonda sofferenza di tutti i prigionieri e di tutti gli esiliati, che è vivere con una memoria che non serve a nulla.

L’unica cosa, Adele, ho smesso di compiacere il prossimo e un po’ come quel personaggio del film di Sorrentino ho capito che non avevo più tempo per fare cose che non mi va di fare.
E il tempo per alcuni è una parabola, per altri un’occasione, per me è stata la clessidra di un conto alla rovescia in cui il risultato era palese fin dall’inizio: il banco vince sempre e Antonio Menna perde un’altra volta. Ecco tutto!

Sai, Genova non è Caserta e a casa avevo il mondo, mentre qua mi accontento del mare e qualche volta di una puttana gentile che quando ho bisogno mi da un orgasmo falso e un abbraccio vero.

Da poco riesco perfino a sorridere della mia sorte, avevi il vezzo di osservarmi con quell’espressione indulgente che ti solcava un po’ le guance. Probabilmente non sei nemmeno più la stessa donna che impazziva per la torta sacher, i massaggi alle caviglie, i dolci con la crema gialla e “chi l’ha visto?”.

Lasciarti è stata un’infamia, ma non la più grande:
non ho capito che la vita stava scorrendo, ho rinunciato ad amare e smesso di cercare le parole che non riuscivo a pronunciare, ho continuato a pronunciarne altre, nel tentativo di dare voce a cose per cui non servono parole…
…la mancanza di fiducia ha sancito il resto.

Pure questo esercizio sterile di contarsi le sconfitte, gli abbagli, lo avresti preso con la solita indulgenza, finendo col trovare un senso a un’altra forma qualsiasi del mio egocentrismo.

Il tempo è passato, ho smarrito anche la speranza e non c’entra la fortuna.

Oggi posso dire che la mia più grande infamia è stata la mancanza di fiducia.
Il resto è solo conseguenza.

SANDRO ABRUZZESE

Pomeriggio in Via Cavedone

Via caratteristica della parte medievale delacittà di Ferrara.

Via caratteristica della parte medievale della città di Ferrara.

Il cielo è coperto, me ne sto rannicchiato in una stanza vuota. Stretto tra le facciate di terracotta della città vecchia, ad angolo con Saraceno, ascolto il silenzio dei vicoli, a pochi passi dal nucleo bizantino. Un microcosmo in cui ti lasci accogliere, dall’alto un rombo sinuoso spaccato dalla fenditura di Via Cavedone, che taglia l’isolato e incontra la bella e discreta Via Carmelino.

Sulla cassettiera uno stereo rotto suona i Marlene Kuntz rendendoli più rumorosi del dovuto, pochi libri sparsi: l’Eneide, Fenoglio, Ernesto De Martino, Kafka, Carlo Levi, Silone, Kapuscinski. Poi una bottiglia d’acqua, un’agendina, polvere e fazzoletti.

In questa dimora viva, che porta i segni del terremoto, il parquet scricchiola sotto il peso del corpo, le travi oscillano insieme ai passi scalzi, la casa accompagna i movimenti, sembra rispondere a logiche affini alle mie. Scrivo lettere su un monitor che affaccia sulla schiena del mondo. Le parole scorrono veloci e riempiono la pagina.

Verso la cucina si sentono i bambini dei vicini che giocano e portano la mente ai miei, lontani. Di fronte studenti universitari guardano come al solito la televisione, intanto apro questo grosso volume sulla poesia italiana del novecento e trovo Pavese:

“(…) mio povero vecchio,/ che non hai nulla al mondo,/ se non quel sogno tiepido e un odio disperato,/ io mi struggo di essere come te,/ io che vengo da tanto più lontano,/ ma che ho nel cuore il tuo odio/ e sogno i tuoi stessi sogni./ Verrà una notte,/ forse domani/ che m’accascerò come te/ sotto la nebbia in una via deserta, colla tempia spaccata,/ e sognerò l’ultima volta in quell’istante/ un cibo meraviglioso (…)”.

L’anima oppressa dello scrittore piemontese suona fuori luogo in questa primavera ferrarese. Il suo è un brano di novembre, al massimo gennaio, e noi siamo verso la vita, la potente illusione che dona l’Italia di marzo. Volto pagina. Mi rimuovo insieme al pavimento verso la luce.

Dalla finestra qualche passante porta al guinzaglio il cane, una città in cui passeggiano più cani che bambini vorrà pur dire qualcosa. Piccoli inconvenienti di un luogo che mostra parte del suo fascino nella decadenza, e il resto nella memoria:

“Ferrara cinquecento anni fa era New York”, è scritto su un muro da qualche parte.

Io cinquecento anni fa non c’ero, e ora vedo i vecchi soli, affacciati alle finestre, che quando muoiono lasciano i soldi ai figli e il posto agli universitari. Vedo il mio piccolo microcosmo in cui mi sento accolto:
la pizza di ceci da Orsucci e il calzolaio Vittorio; l’artigiana della tana della tartaruga turchina con quell’aria lieve, dimessa; le piccole librerie; il geometra; la farmacia, la chiesa. Più avanti il ristorante greco messo in piedi da una coppia di albanesi. Poi i fruttivendoli pachistani e i loro bimbi dagli occhi vivi, neri, che se ne stanno tutto il tempo nei negozi, cresciuti dalle loro mame bambine in strada, come si faceva una volta, mentre intorno tanti altri uomini e donne meglio vestiti preferisicono attardarsi nel ruolo di figli. E questa città illude che si possa vivere senza rimpianti.

Non c’ero cinquecento anni fa e a ben guardare nemmeno oggi, perché starsene alla finestra, al pc, o alla tv è un po’ aver abdicato alla vita, la quale sarà in mezzo alla strada o da qualche altra parte, certo non in queste parole sole, e non in questa stanza.

Mi risiedo e scelgo di riascoltare una canzone d’amore in cui alla fine le chitarre elettriche volutamente percorrono la pentatonica sbagliata, un po’ come a dire che l’esistenza può essere pure una declinazione di note e passi falsi, e che se le storie hanno un verso, tuttavia capita che siano percorse contromano:

E’ certo un brivido averti qui con me
in volo libero sugli anni andati ormai
e non è facile, dovresti credermi,
sentirti qui con me perchè tu non ci sei.
Mi piacerebbe sai, sentirti piangere,
anche una lacrima, per pochi attimi.

Va già meglio. “Portami con te”, dice in una poesia dedicata al figlio Attilio, il poeta Caproni, e invece sa benissimo che il bello di questo mondo è che prima o poi ognuno è costretto a fare per sé, a prendere la sua strada, sperando che sia la volta buona, che sia il verso giusto, o perlomeno quello voluto.

SANDRO ABRUZZESE

LETTERE SETTENTRIONALI 6

Sabina De Feo è una donna educata, perbene. E’ laureata in ingegneria ambientale con centodieci e lode. Il tono della voce, il sorriso, lo stile concorrono a farne una femmina di questo tempo.

Quando mi ha assunta non conoscevo i termini contrattuali. Sono andata nel suo ufficio speranzosa, le ho presentato il curriculum, e lei l’ha letto. Sabina ha visto una studentessa brillante come lo era stata lei, si è rivista quindici anni prima e non si è posta altre domande.

Il primo mese di lavoro, dalle otto alle diciannove della sera, mi ha pagato quattrocento euro in nero. Mia madre diceva che all’inizio si fanno i sacrifici. Infatti, non me ne sono andata per l’orario o la paga.

Però durante un’ispezione territoriale su commissione dell’ente preposto, abbiamo raccolto i campioni dell’acqua alla foce del Sele. Il depuratore non serviva a niente e l’acqua era una merda.

Subito ho pensato che non avrei più fatto il bagno da Salerno fino a Pisciotta. Ho pensato ai sabati e le domeniche nella meravigliosa piana di Paestum con i miei cugini. Erano vent’anni che nuotavo su quel tratto di costa.

In seguito ho dovuto scrivere la certificazione che attestava la salubrità dell’acqua:

ho detto -scriviamo che il depuratore potrebbe funzionare meglio –

Non mi ha risposto.

– diciamo almeno che la situazione è invariata rispetto all’anno precedente –

Non sono riuscita a decifrare completamente il suo sguardo:

mi è parso che i ruoli si fossero invertiti e ora fosse lei a desiderare di essere me, che non l’avrebbero più fatta lavorare, non avrebbe potuto aiutare il marito a pagare la rata della barca a vela, il finanziamento dell’audi, il mutuo della villetta monofamiliare a Vietri sul mare.

I suoi occhi dicevano che per l’Agenzia Regionale Protezione Ambientale l’acqua doveva essere buona, e il nostro lavoro, fatto come si deve, consisteva nel farla diventare pulita. Non dovevamo cambiarlo noi il mondo.

Ora io ero stata assunta grazie a un pezzo di carta, e con un altro pezzo di carta avevo ripulito l’acqua della foce del Sele. Ma la foce pulita mi faceva sentire sporca. D’altronde un pezzo di carta non ha mai detto molto sulla dignità delle persone.

Ecco, è stato allora che me ne sono andata. Sto all’ufficio tecnico di Moncalieri, un comune alle porte di Torino.

SANDRO ABRUZZESE
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Taccuino croato: il fiume Korima e le cascate di Plivice

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IN VIAGGIO
Il cielo di giugno dei Balcani interni, ancora in Croazia ma molto prossimi al confine bosniaco, è immenso e disegnato da nuvole maestose. Intorno a noi solo boschi e montagne a perdita d’occhio, un paesaggio per nulla antropizzato che sorprende maggiormente se paragonato alla nostra pullulante penisola italiana, al traffico continuo della Milano-Trieste, dell’autostrada del sole, specchio di un’Italia affollata, frenetica e ipertesa.

Da diverse ore abbiamo abbandonato la Slovenia, piccola Svizzera dei paesi slavi che la nostra preparata guida Franz definisce boscosa per il sessanta per cento del suo territorio e con un reddito medio decisamente più alto degli altri paesi balcanici.
A sud di Karlovick, oltrepassiamo la cittadina di Podum, villaggio le cui case portano segni evidenti delle scorribande cetniche ai tempi della guerra.

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Gli edifici a uno o due piani che non sono stati ristrutturati, mostrano tutti intonaci bucherellati da mitragliate. In periferia moltissime sono le case abbandonate, il paesaggio denota una vegetazione florida senza agricoltura, ancora tante case abbandonate e pochi centri abitati. Risulta evidente lo stato di abbandono di molte case di campagna.
Diretti a Plivice via Podum. Tanti tetti in eternit, alternanza di abitati riammodernati e desolati. Siamo ai confini con la Bosnia, la natura circostante è dominata da vallate carsiche e doline, pochi i corsi d’acqua in superficie, mentre il resto viene convogliato sotto terra dalle deboli terre calcaree, intorno macchine agricole e auto di seconda o terza mano. Questa terra era contesa, immagino facesse gola il fiume, la ricchezza d’acqua, forse addirittura la bellezza, che ad oggi ne fa uno dei posti più visitati d’Europa. Oppure l’antico sogno serbo di aprirsi un varco sull’adriatico.

A diciassette chilometri da Plivice e centocinquanta dalla capitale Zagabria superiamo diversi cimiteri di fortuna, annegati nell’erba alta e ubicati in posti senza agglomerati urbani, recinti di semplice fil di ferro, sembrano davvero poco frequentati. Sembra che ai morti non sia rimasto nessuno e che ai sopravvissuti non siano più concessi i defunti.
Ma la primavera inoltrata non è fatta per il dolore. Chiunque abbia creato questa stagione, è chiaro che per il mondo avesse in mente la speranza. Per questo i segni macabri del dolore risultano, se possibile, ancor più ingiusti, e l’assurdità di ciò che è stato incarna il peccato originale dell’Europa unita, l’orrore imperdonabile della sua evanescente politica.

Ci avviciniamo al parco nazionale di Plivice e migliora la qualità degli abitati e delle automobili, nonché il decoro delle abitazioni.

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Il benessere economico spesso è visibile dall’esterno, non lo stesso si può dire valga per la felicità. Finalmente ecco il fiume Korima e d’intorno dappertutto spuntano affittacamere e camping. L’ultima destinazione di oggi è raggiunta come un alleggerimento, scemano i segni della guerra, finalmente siamo fuori dalla trincea dell’Unione, fuori dall’anima dolente della Croazia meridionale, che fra pochi giorni adotterà finanche la moneta unica. Dopo una doccia e un pasto che si spera generoso non mi rimane che cercare qualcuno disposto a spiegarmi ciò che ho visto durante il tragitto.

DENNIS IL CAMERIERE
Chiedo spiegazioni con il mio inglese stentato e maccheronico a questo ragazzo di nome Dennis che nel ’92 aveva solo sette anni. La disponibilità è quella delle persone semplici, essenziali, molto vicina al nostro meridione d’Italia. Volto maturo ben oltre i suoi trent’anni, racconta ciò che temevo: la zona durante la guerra era preda delle scorrerie dei temibili cetnici serbi, i quali per diffondere il terrore e spingere alla fuga avevano il brutto vizio di legare le persone nelle proprie case e bruciarle vive, almeno questo è successo a suo padre e a chi non scappava prima. Ecco perché lui, e tutti i bambini della parte meridionale della Croazia sono cresciuti a Zagabria, ospiti di onlus e case-famiglia, e hanno potuto riabbracciare chi è sopravvissuto solo sette anni dopo, a guerra conclusa. Ecco perché non prova simpatia per i suoi ex connazionali.

Tu che faresti? – ribatte sopprimendo un lieve moto di disappunto.
Non c’è motivo di pensare ai serbi!

Quanto alle case vuote, quelle abbandonate, è molto semplice:
sono di chi è morto e di chi è andato via per sempre. Le abitazioni nuove di chi è rimasto o di chi ha avuto il coraggio di ritornare.

Non c’è più molto da dire. Nella ferita perenne d’Europa, la fornace del risentimento etnico sempre accesa, produce scorie che nessun trapianto è in grado di assorbire, fino ad ora è una penisola nota per i numerosi rigetti, un pronto soccorso di interventi falliti.

La povera consolazione che riesco a trovare è che si tratta di miseri fatti umani di cui, risulta evidente, la natura non si preoccupa. La primavera continua e qualunque cosa accada, lascerà spazio all’estate. Per ora sono sicuro che possa bastare.

Siamo nel mezzo di una bella giornata, sotto il cielo dei Balcani.

SANDRO ABRUZZESE
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Marmellata di Lucciole (5)

Foto Giovanna Iorio

Foto Giovanna Iorio

Uova
Per tutto il percorso in macchina giocavamo a scacchi con le uova, seduti sul sedile posteriore: io e mio fratello. In mezzo sistemavamo il cartone: trenta uova per mia nonna, la mamma di papà. Toglievamo le uova della fila centrale; le mettevamo dove capitava, sul tappetino sotto i piedi. Qualche volta dimenticavamo un uovo tra i sedili. Qualche volta ne schiacciavamo uno.
Uova alfiere. Uova cavallo. Uova torre. Uova pedina. Uova re. Uova regina. Uovo mangia uovo. Uovo dice a uovo: “Scacco matto uovo”. Alfieri, cavalli, torri, pedine, re e regine. Finivano in frigo dopo la partita, scendevamo dalla macchina e nostro padre ci diceva: “Prendete le uova”. Arrivavano nelle mani di mia nonna, finivano nello scomparto per le uova. Io restavo a guardare il frigorifero. Immaginavo le uova al buio, il loro tepore che si raffreddava.
– Metti l’uovo caldo sulla palpebra. Ti fa bene agli occhi.
– Ho visto il buco del culo della gallina, mamma, come fa ad uscire l’uovo?
L’occhio duole e si scalda. Interiora che si raffreddano.
– Resta con l’uovo sulla palpebra ancora qualche minuto – Calore di viscere
– Passa all’altro occhio.
L’uovo ha mangiato il fegato di mia nonna. L’uovo fresco sta in piedi da solo. L’uovo puzza d’uovo. Non so spiegarlo, ma niente puzza come l’uovo. L’uovo è ovale. Pensa, se non fosse ovale ne romperemmo di meno. Gli scienziati ci stanno lavorando. Meglio un uovo oggi che una gallina domani. A proposito, chi è morto prima, l’uovo o la gallina? Una volta ho toccato il guscio molliccio e trasparente di un uovo. Sembrava il cranio di un feto. Vuoi dire che nostra madre ci prepara frittatine di pulcini mai nati? I tuorli gialli pigolano nella padella. Al mattino uovo + zucchero + caffè (una goccia).
Ci restavano dei baffi gialli ai lati della bocca. Lei inumidiva il dito con la saliva e ci puliva prima di andare a scuola.

Macchie
Questi ricordi galleggiano sul fondo di un piatto azzurro.
Il mio vestito di primavera era un cespuglio. Io frusciavo, mi spostavo da una parte all’altra della casa in uno sbuffo di foglioline e boccioli.
-Attenta a non versare il brodo.
Fumava ancora quando il brodo bollente cadde sul vestito. I fiori annegarono nel grasso di carne. Si afflosciarono. Sulle cosce bruciava il dolore dei fiori che appassivano.
– Facciamo il gioco delle gocce d’olio?
-Come si gioca?
– Con le punte della forchetta unisci le gocce in superficie. Scegline una grande. Fa che si unisca a quelle più piccole. Vedi, così. Si allarga, ingoia le altre.
Nel brodo freddo alla fine restava soltanto un’enorme macchia gialla, silenziosa e piana. Un’isola in mezzo al piatto.
– Cosa stai facendo! Angela, non hai mangiato niente.
Le macchie le guardavo sparire in lavatrice. Le mani di mia madre che infilavano i panni sporchi nel cestello. L’acqua che arrivava con un vortice bianco. Io che restavo a guardare. Le macchie che si scioglievano
– Mamma, dove vanno a finire le mie macchie?
– Vanno nei tubi. E poi finiscono nel mare.
Immaginavo migliaia di tubi sotto i piedi, sotto terra. Le macchie attraversavano i tubi e si tuffavano in mare: nuotavano, ridevano, si divertivano nel mare sporco.
– Allora le mie macchie vanno al mare e io no?
Le mie macchie erano delfini, squali, meduse, granchi.
– Mamma, mi metti pure a me in lavatrice? Voglio andare al mare con le mie macchie.

Qualche volta, d’estate, mi sedevo sul muretto di pietra a guardare le lucciole. Una sera, era buio e ho schiacciato una lumaca. Sentii il guscio frantumarsi sotto di me, una sensazione umida e fredda sulla natica sinistra. Mi alzai e cominciai a correre. Arrivai casa, mi precipitai in bagno e tolsi i pantaloni bianchi, guardai la macchia di lumaca e ficcai tutto in lavatrice. L’acqua cominciò a riempire l’oblò e la lumaca cominciò a galleggiare in mezzo alla schiuma. Poi un’onda se la portò via in un turbine di bollicine e sapone.
Sui miei pantaloni bianchi restò una scia luminosa: la bava della lumaca, la sua ombra chiara, un alone. Quando li indossavo anche io rallentavo, mi andavo a sdraiare nell’erba bagnata e mi sporcavo di verde.
– Sei una calamita per le macchie, ecco cosa sei.

La macchia rossa

Mia madre mi mise nel piatto una porzione esagerata di pasta, così rossa e piena di sugo che non era rimasta nemmeno un tagliatella bianca. Pasta fatta in casa per l’occasione.
Quando tornai da scuola avevano già pranzato tutti. Papà versò un bicchiere di vino rosso. Il vino me lo davano soltanto nelle occasioni speciali. Quella era un’occasione speciale. Nessuno diceva niente. Mia madre mi sorrideva, era venuta a sedersi di fronte a me dall’altra parte del tavolo. Mio padre guardava la televisione, un po’ imbarazzato. Mio fratello, sceso in cucina a prendersi un bicchiere d’acqua ci guardò e disse: che cazzo succede? Mia madre gli tirò lo strofinaccio. Mio padre alzò il volume della televisione. Mangiai un po’ di pasta e subito me ne andai di sopra. Nel bagno c’era un pacco nuovo di assorbenti. I miei. Lo avevo avvolto in un foglio di giornale con la pubblicità della Skoda. Ogni volta che ne prendevo uno, riavvolgevo gli assorbenti nel giornale e li nascondevo in fondo all’armadietto del bagno.
C’erano grandi occhi di donna sulla confezione, occhi scuri nascosti da una maschera di merletto. Erano quelli che usava mia madre. Quegli occhi li avevo guardati tante volte. Mi terrorizzavano quando li vedevo in bagno.
– Mamma ho una macchia nelle mutandine… sembra pomodoro.
– Non c’è niente che non va, Angela. Vieni che ti faccio vedere.
Gli occhi mi seguirono fino alla camera da letto e mia madre mi abbracciò.

PAUSA
(la narrazione sarà ripresa il più presto possibile)

– E’ più faticoso di quanto pensassi.
– Lo so, i pezzi sono grossi e devi stare attenta. Tieni d’occhio le bollicine, non deve bollire. Mettiti il grembiule. Attenta agli schizzi. Abbassa la fiamma, non fare attaccare la marmellata, non farla bollire.
– Scotta, è appiccicosa.
– Angela, non puoi fermarti proprio ora. Devi continuare.

GIOVANNA IORIO

Lettere settentrionali 4

L'Italia nel suo mediterraneo

L’Italia nel suo mediterraneo

Il cugino di mia madre aveva una cartoleria, quindi è passato alla distribuzione in grande,
gli serviva una mano e io ne avevo due. Avevo vent’anni.
Adesso sto a Crema. Esattamente da dopo Natale. Dal momento in cui ho capito che, nonostante le promesse, i contributi non me li avrebbe mai versati. Lui mi diceva: “mo’ vediamo, dopo natale”, alla terza epifania mi è sembrato troppo…e me ne so andato. Sto all’esselunga, ancora per poco alla cassa.

La mia Terra ad agosto spende svariati milioni di soldi pubblici per offrire concerti gratuiti ai suoi cittadini.
La gente è felice, gli sembra una volta tanto di stare al centro, viene la televisione e si sentono importanti. Poi a settembre i figli maggiorenni, quelli laureati, partono per l’Europa.
Il risultato è che pochi sanno dove si trova la mia Terra.
Però, la conoscono bene i manager dei cantanti.

Sono partito, non mi ricordo l’anno. E’ stato poco dopo che il nipote di un noto politico locale approdò al festival di Sanremo. Dopodiché, il cantante fece una tournee, un disco, e sparì.
Lo zio, il politico, divenne ministro dell’università, fece un’alleanza sbagliata e scomparve. Tra i due ero sparito pure io, ingegnere aerospaziale a Tolosa.

Ho studiato al liceo scientifico di Caserta. Mi sono laureato in Filosofia alla Federico II di Napoli.
Scrivo da sempre e sono diventato giornalista. Me ne sono andato quando mi hanno condannato a morte.
Da un palco avevo fatto i nomi dei camorristi di Casal di Principe, avevo detto che quella non era la loro Terra, che se ne dovevano andare. Alla fine, però, me ne sono andato io.
Da allora sono diventato per tutti Roberto Saviano.

Il comune ha deciso di asfaltare la strada che porta alla mia casa, in campagna. D’altronde li votavo. Mi è costato in tutto un bel primo piatto, quattro conigli, caciocavallo, soppressata e vino a volontà. La sera della cena, con mezza amministrazione, ricordo i visi rossi, le facce ingrassate, le risate. Ogni tanto mi sogno ancora i conigli, messi lì in tante piccole bare circolari, nudi in mezzo ai peperoni. Poi i baffi sporchi dell’assessore, i bambini spensierati, l’italiano incerto del sindaco.

Da quando sono andato via il calcio non lo seguo più. Insegno italiano e storia al Nord.
E’ che a fine campionato noi eravamo salvi e loro lottavano per la promozione in interregionale.
Il primo tempo finì zero a zero.
Nell’intervallo scese il presidente e disse che dovevamo perdere.
Entrammo in campo io e altri due dell’under diciotto. Ma niente.
Avrei tirato nella porta avversaria con tutta la forza.
Non toccai una palla. Poco dopo la difesa quasi ferma li fece segnare.
Il pubblico festeggiò, incurante dell’evidenza. L’ispettore a bordo campo fece finta di niente.
A me scendevano le lacrime che cercavo di nascondere.
Segnarono altri due goal e il nostro allenatore li aspettò all’uscita del campo per sputargli in faccia che erano giocatori da poco, e uomini da niente.

SANDRO ABRUZZESE

sandroabruzzese78@gmail.com

LETTERE SETTENTRIONALI 3

Davanti al bar c’è uno che si vanta ad alta voce di non andare mai a lavorare. Sta sempre in malattia. Me ne sono andato io, e dopo che hanno chiuso la fabbrica dove lavorava, se n’è andato pure lui.

Quando ero piccolo Michele menava sempre le mani. Era già adulto. A calcio giocava in difesa, fece prendere goal e poi picchiò il portiere della sua stessa squadra. L’arbitro dichiarò partita persa a tavolino. Da un po di tempo è diventato prima pacifista, adesso addirittura comunista.

Me ne sono andato perché il mio medico, che era una brava persona, si è messo in testa che voleva fare il sindaco, allora l’hanno candidato, si sono presi i voti, e hanno continuato a fare quello facevano da quarant’anni, dandogli un semplice assessorato.

Il prete presta i soldi a strozzo, a Don Pasquale che è giovane gli piacciono le femmine. lo sanno tutti. E alla sua messa ci sono sempre un sacco di donne.

Antonio è una sorta di celebrità, alla fermata dei pullman arrivano ragazzi e dicono: avete visto Antonio? La volante sulla statale delle Puglie lo fermò per un controllo. Smontarono tutta la macchina, non gli hanno mai trovato niente. Adesso è un imprenditore di successo, così è rimasto, anzi non si è mai mosso.

Il presidente della squadra di calcio fa le fatture false, lo sanno tutti, ma fanno a gara a offrirgli il caffè, anzì insistono per un altro sforzo sul mercato, vogliono andare in promozione

Il sindaco ha scoperto che cos’era il peculato solo dopo un mese che lo avevano arrestato. La maggior parte erano spese di rappresentanza, portava il nome del comune in tutto il mondo, portava pure la moglie e i parenti.

SANDRO ABRUZZESE