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Viaggio a Serravalle

Il paesaggio padano, quello della locomotiva economica del Belpaese, verso il limite estremo della pianura finisce per tradire quella sua aura protestante dovuta all’esasperato funzionalismo produttivo, per lasciare spazio ai resti, all’ibrido, alle deviazioni verso il particolare. E i particolari, dando luogo alle contro-condotte più esasperate, svelano i recessi e il recondito dei luoghi. Ecco perché da Francolino, da Copparo o Argenta, andare verso oriente significa varcare soglie invisibili che parlano dell’Italia tutta, non solo della parte più ricca e efficiente, di solito gremita di capannoni industriali. Qui la pianura, proprio perché molteplice, si mostra più fragile e sincera. 

La golena di Serravalle, per esempio, stretta com’è tra Santa Maria in Punta e Papozze, laddove il Po si ramifica in due tronconi, quello di Venezia e di Goro, è uno dei tratti più suggestivi del Parco del Delta. La golena è fitta di boschi e, anche qui, come a Borgo Santa Maura a Polesella, chiuso il ristorante che molti rimpiangono, a gestire i bungalow e il molo delle barche è un signore tedesco che vive sul fiume tutto l’anno. Lo cerchiamo ma stavolta siamo sfortunati.

Sul molo ci accompagnano Sergio e Elisabeth. Sergio fa cenno di guardare in alto, in cima a un palo che funge da padimetro svetta il livello spaventoso della piena del Po del 2000. 

Sergio, orafo e ceramista, uruguaiano trapiantato per amore di Elisabeth sulla riva destra del Po sedici anni fa, ci dice che i vecchi qui vivono in maniera essenziale, acquistando il poco che non sono in grado di produrre. Si accontentano di sopravvivere, a volte. Non rinunciano al lavoro. Per loro non è un problema. È vita, il lavoro. Anche la fatica, il sudore, è vita. Quello che ti restituisce qualcosa, però. C’è una cesura generazionale tra il mondo agricolo, artigianale e i ragazzi di oggi che, invece, sono simili a quelli di qualsiasi altro posto: hanno il profilo Instagram, il corpo tatuato, lo stesso taglio di capelli dei milanesi o dei romani, affollano le bacheche con i selfie e le foto delle sere passate in discoteca. È a loro che occorre rispondere, alle loro legittime aspirazioni. Così a volte viene meno la continuità, anche se il lavoro ci sarebbe, non sempre c’è chi vuole portarlo avanti, soprattutto nelle aziende agricole dei dintorni.

Ho raccontato altrove (CasaperCasa, Rubbettino 2018) la storia di Sergio, l’emigrazione dall’Uruguay all’Argentina, i difficili anni dell’Argentina, l’approdo a Bologna. Con Elisabeth, che a Serravalle è nata e cresciuta, hanno scelto di crescere qui i propri figli. Sergio ha rinunciato a fare l’orafo, la filiera della ceramica moralmente gli restituisce sonni più tranquilli, dice, e ricorda la frase di Gandhi che ama: “Dobbiamo essere noi il cambiamento”. 

Inoltre, a Serravalle ha imparato, dal padre di Elisabeth, agricoltore, a fare un po’ di tutto, e a sua volta lui ha portato i suoi valori ecologisti nella campagna ferrarese. Da qui, per ridare fiato alla terra, il progetto di un bosco di bambù, una pianta che risana l’ambiente. 

Andiamo in piazza. Marco fotografa il campanile, in cima alla guglia c’è una palla che sta per cadere, indica. Io invece mi soffermo sull’edificio in cemento armato, una sorta di architettura da socialismo ferrarese piena di pilastri. 

Riprendiamo a girare, con lo sguardo cerco uno scivolo, un parco, qualcosa di costruito e pensato per ragazzi e bambini, niente. O meglio, ci sono i bar, ne ho contati almeno cinque, i tabacchi, bed and breakfast, insomma c’è tutto ciò che si trova o che manca nei paesi di oggi. 

Ma forse più che dall’interno, è da fuori che si può dire qualcosa di più su Serravalle. Dall’esterno si nota che l’area artigianale e industriale, del cui tessuto fanno parte aziende importanti anche a livello internazionale, si sposa quasi senza soluzione di continuità con i campi coltivati. Da fuori si notano poi i ponti sui canali, ne attraversiamo uno in ristrutturazione da tempo e ad accesso limitato. 

Serravalle dunque si fa più lontana anche per via di una viabilità non sempre adeguata. A risentirne è il suo comparto industriale, sono i cittadini che percorrono strade non sempre sicure. In fondo, Serravalle mostra questo suo doppio volto: l’incontro tra una civiltà agricola e artigiana, autosufficiente; e l’industria, anche a carattere internazionale, per cui occorrerebbe competere, avere istituzioni e politiche adeguate alle continue sfide del mercato. Il paesaggio rurale poi, qui, come dappertutto, non deve ingannare: all’inquinamento dell’aria, delle acque, dei terreni, ai danni subiti dalla pianura più industrializzata d’Europa, non si sfugge. Il paradosso venuto a crearsi è che i paesi della pianura patiscono gli stessi problemi di inquinamento delle aree urbane, senza averne in cambio i servizi. 

C’è il tempo per parlare della Pro Loco, che è vivace, attiva, per una visita alla diroccata Villa Giglioli, un luogo evocativo della storia agraria padana, dove conosciamo un conte senza più contea, che subito ci corregge: “In Italia i titoli sono stati aboliti”. 

Di nuovo in cammino, ripensiamo alla giornata trascorsa: se da una parte in provincia ci sarebbe la possibilità di applicare una nuova cultura ecologista, di essere e fare altro, più liberi e autonomi, più giusti e solidali, dall’altra questo trovarsi nell’interdipendenza eterodiretta dai centri di potere la rendono inerme ingranaggio di una macchina burocratica lontana e indifferente. Anche così la provincia finisce per sognare gli stessi sogni di grandezza delle città e delle tv, dunque è nell’immaginario che si smarrisce. I paesi, senza servizi, senza lavori che rispondano alle aspirazioni giovanili, diventano località smunte. Se i giovani se ne vanno, nessuno può cambiare più nulla. All’orizzonte, nessuna emancipazione. In questo modo, la provincia italiana finisce per diventare retroguardia e Vandea, ovvero il bacino della reazione, in cui ci si aggrappa alla xenofobia, ai discorsi identitari o territoriali, se ne strumentalizzano i disagi fino ad arrivare – è il caso dei fatti della vicina Goro del 2016 – a respingere con le barricate e i sit-in un gruppo di profughi destinati all’ostello del paese.

Il fatto è che vedere che cos’è diventata la provincia oggi è molto più facile che comprenderne le cause e i vari livelli di responsabilità. Forse la domanda vera è: chi e cosa produce la provincia com’è oggi?

Mezzogiorno padano: Vincenzo Morra

Da Mezzogiorno padano (manifestolibri 2015)
VINCENZO MORRA
Sotto il cielo di Bologna, stavamo davanti a un bar verso
via Zamboni ed ero solo all’ottava birra. Non ricordo
ancora per quale motivo, attaccai un discorso sull’etica
per un figlio di Savater con due rumene sedute al
tavolino a fianco, di nome Sonia e Janina. Ora che
ricordo mi piaceva Sonia. Ma non fu quello. Piuttosto
nell’ebbrezza riconobbi al mio fianco ciò che nei corsi di
filosofia della Facoltà di Bologna chiamavano «l’Altro».
Erano anni che si faceva un gran par- lare di questo
«Altro». «Altro» nel seminario su Levinas, «Altro» nello
studio monografico su Sartre e Todorov. Sinceramente,
ero un po’ perplesso su questo concetto basi- lare che
attraversa la storia della filosofia di tutti i tempi per far
riflettere il genere umano su identità e differenza. Anche
perché i professori si riempivano la bocca dell’Altro, e
puntualmente finivano per farsela tra di loro, gli stronzi.
Diciamo che marcavano la differenza, più che l’identità.
Ed io, benché lo avessi immaginato più volte, non è che
potevo alzarmi nel bel mezzo delle lezioni e chiedere:
«Scusate, una domanda, in definitiva e con parole
semplici, sapreste chia- rire … ma c-h-i c-a-z-z’è s-t’A-l-t-
r-o?».
Allora, anche grazie al coraggio preso in prestito dall’al-
cool, salii per una notte su quel treno rappresentato da
Sonia e Janina. Vennero a casa mia pensando a come
fregar- mi, a dire il vero. A come fottere l’ennesimo
ubriaco italiano scucendogli qualche quattrino facile. Una
volta a casa bevemmo ancora e, dopo aver fumato tutta

l’erba che mi era rimasta, a corto di argomenti, giocai la
carta della sincerità: «sono italiano, d’accordo, ma non
c’ho una lira. I soldi spesi erano per le bollette e il
condominio. Mi chiamo Vincenzo Morra, per gli amici
Enzino. Vengo da Grottaminarda, provincia di Avellino.
Conoscete? No! Con Napoli non c’entra un cazzo! Non
vivo neppure da solo, se devo dirla tutta. Divido la casa
con un lavoratore precario delle Poste Italiane, originario
di Pavullo. Il fine settimana torna dalla ragazza,
commessa all’Ovviesse di Modena, quella in viale dello
Sport, a due passi dal Policlinico. Mai state? Non è male.
Comunque, ho un dottorato senza borsa di studio e da
quindici anni vado avanti con i soldi che mi manda mio
padre. Tutta la vita ha fatto l’agricoltore, papà, e sperava
prima o poi prendessi in mano l’azienda. Si sa come
sono i padri. Fratelli? Sì, ho una sorella, è qui in città, ha
due anni meno di me. Frequenta il Dams, vuole fare la
coreografa e, anche lei, di tornare a casa per zappare
insieme a nostro padre, non ne vuole sapere. Mia madre
Maria, invece, pace all’anima sua, è morta da cinque
anni. Una notte andava a sbarazzarsi del pattume in
campagna, ha attraversato la strada male illuminata e
non è più tornata, è stata investita da un’auto pirata.
Questo è tutto.
Non me ne vanto, di essere un mantenuto. D’accordo,
potrei aggiungere che ho scritto almeno tre libri di
filosofia contemporanea, primo in Italia ho tradotto
Gabriel Tarde, sviscerato tutta l’opera di Deleuze e
Foucault. Conosco a memoria Sartre, Camus. Però non
credo che il quadro, ai vostri occhi, cambierebbe colore.
Tutto ciò non mi ha mai dato da mangiare».

A volte la sincerità paga. Una puttana che ti rende dei
soldi non è evento da tutti i giorni. Dei cinquanta euro
che avevo offerto loro per seguirmi me ne resero indietro
venticinque, il resto andò in liquore all’anice e una
tremenda bottiglia di vodka alla pesca. Dicevano che ero
troppo carino e pazzo. Avrei voluto vedere loro a studiare
per decenni senza mai un riconoscimento economico né
accademico. Mai un vero stipendio. E comunque, detto
tra noi, non avrei mai creduto che ci si potesse divertire
così tanto senza nemmeno scopare.
Con Sonia ci siamo rivisti altre volte, ma non abbiamo
mai fatto sesso, credo per paura che non fosse sesso.
Per un po’ erano stati lunghi caffè ristretti in zona Sacro
Cuore, dietro la stazione, negli orari più improbabili.
Erano state passeggiate con la voglia di raccontarsi tutto
e squallidi cappuccini d’orzo, ordinati nel tentativo di
risparmiarmi l’odiosa tachicardia dovuta all’effetto della
caffeina. Però le passeggiate, i caffè, i cappuccini non
portavano da nessuna parte, anche perché non eravamo
proprio una coppia di peripatetici. Allora, da un giorno
all’altro, ognuno è tornato ad essere se stesso, a
starsene nel suo recinto, a prendere la forma dell’Altro.
Dopo l’identità, di nuovo la differenza. D’altronde
eravamo due extraterrestri incontratisi per caso a una
stazione di servizio. Due mondi separati: l’università e la
statale Adriatica tra Rimini e Riccione. Avremmo potuto
incontrarci di notte, ai margini di strade oscure, quando
per via del buio si attutiscono i confini, le linee di
demarcazione si attenuano, e pure i tratti salienti
diventano sfumature. Ma vedersi così come facevamo
noi, alla luce del giorno, è stata pura buona volontà,

oppure ottimismo, ingenuità. Avrei finito col dire qualcosa
di sbagliato. Non potevo offrirle niente. Quindi dopo un
po’ ho preferito tacere. Lei, credo l’avesse sempre
saputo. Dopo di ciò il telefono ha smesso di squillare.
Nemmeno io ho più chiamato.
Dalla sera in cui conobbi Sonia e Janina, tuttavia, non ho
più abbandonato questa disarmante forma di sincerità
avviata un po’ per gioco, un po’ per disperazione. È un
tratto che ormai mi contraddistingue. Un modo per
squarciare i filtri difensivi che le persone usano per
nascondere la paura, la diffidenza verso l’Altro. Senza
grossi risultati ovviamente. Il più eclatante dei quali è
stata l’amicizia col mio spacciatore. Quando abbiamo
tempo, io e Rashid ci sdraiamo sul prato a fumare e
parlare di quanta luce si trovi nel cielo di Marrakech, di
quanto ci vorrebbe a piedi da Bologna a Tangeri, o le
centinaia di ricette con cui si può preparare il cous cous
fatto in casa, quello vero, che si mangia con le mani,
condividendo lo stesso piatto insieme ai fratelli, agli
ospiti. Col cellulare mette quella musica araba
insopportabile e, ogni volta, mi riempie della migliore
erba del Maghreb.
Nella vita non si può mai dire come andrà a finire.
Magari, grazie a Rashid lo spacciatore, prima o poi mi
arrestano mentre sogno, proprio qui, sotto il cielo di
Bologna, riverso sul prato della Montagnola. Mi invento
uno sciopero della fame. Quindi, guadagno le prime
pagine dei quotidiani quale giovane icona libertaria,
radicale, della filosofia contemporanea italiana. Già mi
vedo a discutere di antiproibizionismo con Cacciari,
Vattimo, Galimberti, Pannella durante uno di quei talk-

show dove non si capisce mai niente e ognuno parla
sull’Altro. Chi lo sa! E se finissi a condurre una rubrica
sull’Espresso? Finalmente avrei un lavoro. La tachicardia
e i tic nervosi che mi porto dietro scomparirebbero.
Riprenderei a bere i mie fottutissimi sette caffè
«guatemala» al giorno, le mie sigarette fatte di tabacco
biologico e cartine dal filtro biodegradabile. Troverei il
coraggio per comporre quel numero di telefono e Sonia,
senza esitazioni, mi chiederebbe di salvarla. Una
cerimonia sobria e dell’ottimo vino. Così ci sposeremmo.
In alto, sulla collina di San Luca, promettendoci la mezza
vita rimasta. Testimone, sotto di noi, la solita vecchia
Bologna: quella degli universitari e degli internet point,
delle Nuove brigate rosse e della Lotta continua. Quella
dei motori, della Ducati, della Lamborghini, delle torri, dei
papi, dei pizzaioli egiziani, dei cantautori. Quella delle
cooperative e dei tossici, delle vec- chie radio libere e
delle nuove commerciali, delle antiche osterie, delle
puttane sui viali, del Motor show, dei chilome- tri di
portici. Bologna etrusca, senza ombrello, di muri
imbrattati e puzza di piscio, quella delle bombe a mano a
Palazzo D’Accursio e del due agosto
millenovecentottanta, che quando arriva lo Stato tutta in
coro ancora si ricorda,
ancora fischia. Quella del Roxy bar, degli zingari ai
semafori, delle grate alla finestra, degli ex compagni, dei
centri sociali e delle Feste dell’Unità che non ci sono più.
Bologna una volta la grassa, una volta la rossa che
sprangava le strade alle camicie nere, alla destra, quella
che hasta la victoria siempre, evviva la rivoluzione e
invece oggi molto diversa, da un po’ moderna, di

mercato, scura e povera, genuflessa, realista e orfana,
sola, smarrita, dimentica, frastornata, cupa. Bologna di
potere e palazzo, che parla tante e una sola lingua, in cui
non si riconosce e che nessuno più capisce, ed è rimasta
a rammentare una vecchia storia abbandonata, una
vicenda disconosciuta, mentre imperversa il partito unico
egemone e saggio della nazione, Bologna, insomma,
dirigista, trasversale e ubiqua come il suo nuovo, giovane
e spavaldo potere, arrivista e tenace all’ombra delle torri:
Bologna mia, di Sonia e del PD.

ETERNI RITORNI

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C’è un cordone ombelicale che ci tiene legati ai paesi dove siamo nati. Come un elastico che prima ci fa schizzare via e poi ci costringe a tornare. E così in eterno. Da venti anni non faccio che subire la forza dell’eterno ritorno. Ed è questa ripetizione entusiastica la caratteristica principale dei miei eterni ritorni.
Proverò a raccontarveli, per un po’, qui su Racconti Viandanti. Voi ricambiate con un sorriso circonfuso di luce, come quello che colse il pastore di Nietzsche quando, all’improvviso, un giorno s’avvide della bellezza dell’eterno ritorno.

GIOVANNA IORIO

Uomini con gli stivali e gatti senza stivali

C’è gente che sogna di morire dolcemente, magari nel sonno, per colpa di una silenziosa esalazione velenosa. Io credo che i miei genitori siano quel tipo di persone.
Ma la storia che voglio raccontarvi comincia tanti anni fa, in una freddissima sera d’inverno. C’era mezzo metro di neve nel mio paese. Era isolato, senza elettricità e mia madre aveva messo il braciere di carboni ardenti nella camera da letto, per riscaldarla. Quando salimmo al piano di sopra, ci preparammo a dormire tutti nella stessa stanza: io, mio fratello e i miei genitori. Ci addormentammo quasi subito, respirando anidride carbonica. Prima però mia madre ci fece recitare la preghiera dell’angelo di dio. E fuori, nel nero, nevicava.
Dopo qualche ora mio padre si svegliò: qualcuno si lamentava nel sonno. Era mia madre, e noi respiravamo a fatica. Non si sa come, ma riuscì a tirarsi su e a strisciare fino al balcone. Lo aprì, vomitò e chiamò aiuto.
Nonostante la neve, in quell’istante, sotto casa nostra passeggiavano due uomini. Videro mio padre sul balcone, capirono che stava succedendo qualcosa di grave e buttarono giù la porta a spallate. Vennero a salvarci, giusto in tempo. Io ero viola, mio fratello arancione.
Quando mio padre ci racconta questa storia, i nostri soccorritori li chiama” gli angeli “. E questo spiega perché, secondo me, gli angeli indossano grossi stivali di gomma e se ne vanno in giro di notte nelle tormente di neve.
Ricordo che mia madre indossava una vestaglia di ciniglia color glicine, anche lei sembrava un angelo. Era così giovane. Quando la presero in braccio per portarla in un’altra stanza i pon pon di piuma continuarono a oscillare per un po’. Era pallida e bellissima. Persino i due angeli rimasero a guardarla incantati fino a quando anche lei vomitò e fu fuori pericolo.

Sono passati più di trent’anni e i miei genitori ci riprovano. Questa volta con il CH4, il gas metano. Lo scorso aprile sono andata a trovarli con tutta la famiglia. Sono costretta dalla follia dei miei vicini di casa, qui a Roma, a chiedere rifugio per i nostri gatti. Si tratta di una storia penosa e incredibile: mi minacciano con una denuncia perché le nostre due gatte nere (adottate nel rifugio di randagi di Torre Argentina) disturbano la quiete condominiale.
Dopo aver tentato la mediazione, mi sono trovata di fronte a un muro; avrei voluto abbatterlo a picconate (trattandosi di muro ottuso e insensibile) ma ho dovuto aggirarlo. In altre parole: per il benessere dei nostri gatti (e anche per paura che potessero avvelenarli in nostra assenza) decidiamo di portarli al Sud, “dai nonni”!

Appena apro la porta della casa dei nonni, però, avverto un fortissimo odore di gas. La reazione dei miei genitori è di fastidio: nipoti rumorosi, due gatti neri, una gigantesca confezione di cibo in scatola (e quando mio padre la vede mi chiede: gli avanzi non li mangiano i gatti di Roma?). Avere un gas in fuga per casa non sembra essere grave quanto l’arrivo di due gatti romani.
Decido di telefonare all’Italgas; i tecnici arrivano nel giro di pochi minuti, è sabato, sono meticolosi, verificano tutto ed è subito fuga conclamata di metano. Per sicurezza mettono i sigilli al contatore. Restiamo senza gas per tutto il sabato e la domenica. Le scatolette di carne garantiscono cena e pranzo ai gatti. Panini e due maglioni per tutti gli altri.
Il tecnico, Antonio, mi promette di tornare a riparare il guasto per prima cosa il lunedì mattina. Noi ce ne torniamo a Roma domenica pomeriggio, mia madre ci saluta disorientata sulla porta di casa, con i gatti in braccio. Ho il cuore talmente scuro che comincia a piovere.
Poi tutto si aggiusta. Il bravo Antonio, di Italgas, mi telefona il giorno dopo e dice: “Fatto, i suoi genitori sono sani e salvi! E pure i gatti… Sua madre mi ha raccontato. Mi permetto di dirle che i suoi vicini di casa sono una schifezza.”
Ringrazio, riaggancio e sospiro. Rifletto sul senso di questo ennesimo “ritorno”.
Il gas, la casa dei miei genitori, i gatti neri. Mi rendo improvvisamente conto che l’odio dei miei vicini di casa per i miei gatti ha salvato i miei genitori. Per la seconda volta sono scampati all’esalazione di un gas. E anche gli angeli ritornano, se ne vanno in giro in coppia. Nella neve bianca, due uomini. Nel condominio, due gatti. Con gli stivali. Senza stivali.

GIOVANNA IORIO

Microbiografie dall’altopiano 1

di FABIO NIGRO

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Ottantacinque anni fa era un bambino di un anno, cadde con la faccia nel fuoco e il fuoco non si tirò indietro.

Alcuni sono andati via dal paese perché avevano paura dei cani, così dice la bambina.

La seminatrice
Luigina ha scelto di vivere sempre in primavera, è stata una scelta fatta per amore. Luigina indossa una gonna e solo una camicia, mai una giacca, mai un paio di calze. Luigina ritornò a scuola da adulta e ripiegò il suo grande corpo in un banco dell’ultima fila, lo fece solo per amore ma non bastò, così tolse la porta d’ingresso alla sua casa. Luigina quando ha la testa pesante mette una scarpa sola e camminando per le strade del paese semina i pensieri che escono dal piede nudo. Luigina lo fa solo per amore, ma non basta.

Qui sull’altura il giorno non mette mai la maschera e già dall’alba mostra le sue ossa.

Francesco ha lavorato quarant’anni in una fabbrica di formaggio in Svizzera. È morto nel suo orto, qui sull’altura, stringendo nel pugno sinistro quattro prugne mature.

Qui sull’altura chi perde l’entusiasmo si aggrappa a me, ma io non sono sicura. Sono una corda senza anima. Sono la paura.

Qui sull’altura le regole barbare della poesia legarono il destino di un ospedale alle sorti di una volpe. Una sera mentre attraversava la strada, la volpe fu investita, chi era alla guida non si fermò e l’ospedale non curò più nessuno.

La distanza di Angelina
Angelina è anziana e sola e veste di nero. Il marito è al cimitero e i figli in Svizzera. Angelina esce da casa due volte al giorno, tutti i giorni, la mattina e nel pomeriggio dopo pranzo. Raggiunge a piedi l’orto, dove c’è il suo pollaio. Un chilometro, questa è la distanza. Andata e ritorno sono quattro chilometri al giorno. Angelina dice che sono solo due passi. Andata e ritorno sono centoventi chilometri in un mese. Angelina dice che non conosce il divano. Andata e ritorno in un anno sono millequattrocentosessanta chilometri. Google dice che la casa di Angelina dista da Lucerna solo millecentotrentasette chilometri.

Vivo qui, nei paesi dell’altura. Non sono di facile presa e maneggiarmi è rischioso, come lo è maneggiare una damigiana piena senza manici. Vivo qui, nei paesi dell’altura e drago il giorno dall’alba al tramonto, poi a sera mi ritiro dietro le porte chiuse perché godo di un regime di semi-libertà. Rassodo e conforto, ma non sempre. Ho la vivacità di una rana, ma non salto: frano. Sono la desolazione.

Nei paesi dell’altura non è raro vedere i giorni ridursi a un intervallo tra un funerale e l’altro. Oggi, come ieri, ancora un funerale. Qui la scomparsa ha preso residenza. È la quotidiana morte del paese, ma è una morte che vede la luce ogni giorno.

Fabio Nigro

LETTERE SETTENTRIONALI 14

Pasquale, mio padre, è venuto a Rovereto che teneva sui trent’anni. All’inizio portava solo arance e limoni tre volte a settimana. Mamma si lamentava che non ci stava mai. Adesso Rosarno lo conoscono tutti perché abbiamo cacciato i neri dopo la crisi agricola di qualche anno fa, ma quando gli hanno ucciso il fratello, a mio padre, con tre colpi alla schiena nella campagna di Rizziconi, in Italia si parlava d’altro.

Quando succedono i fatti di cronaca nera a Gioia Tauro, Lamezia Terme, nella locride, i telegiornali non lo dicono nemmeno più, allora qui la gente capisce che è tutto normale, e noi abbiamo le arance, i limoni, il mare e i morti ammazzati proprio come altrove hanno le fabbriche, le banche o le stazioni sciistiche. Papà sostiene che il diritto l’hanno inventato i romani, ma che perde consistenza man mano che scende per la penisola, e da noi diventa folklore. Sostiene che le persone voglioni i fatti, gli esempi, non le chiacchiere. E a Gioia Tauro lo Stato chiacchiera mentre le imprese criminali fanno i fatti. Così dice.

Perciò Pasquale ha scelto il posto più lontano da Gioia. Viviamo in trentino e abbiamo un bel camion di roba fresca all’uscita dell’autostrada. Non ci manca niente, tranne i mei cugini di Rosarno e la piana del golfo.

Quanto a me, ho perso due anni all’istituto professionale per il commercio, vendo la frutta, ho i soldi in tasca e ancora diciassette anni. Per adesso di pomeriggio guardo d-max, history e discovery channel e gioco alla play. Insomma non mi lamento.

Lo so che sono ancora un ragazzo e non ho nemmeno un diploma. Ma di questi diciassette anni senza leggere molto, ho capito che la vita più che altro è una questione d’abitudine. E che si è abituata mia madre quando papà stava sempre sul camion, e mi sono abituato io quando mi hanno bocciato la seconda volta.
Funziona così, la volta successiva ogni cosa fa meno male della precedente.
Secondo me la gente si abitua, e così i calabresi hanno l’emigrazione, i morti ammazzati, la disoccupazione e i trentini lavorano, spendono e si fanno i cazzi loro e magari capiterà lo stesso a Mosca oppure in Brasile.

Ci si abitua a tutto, dicevo. Però mio padre al collo porta la catenina con la foto del fratello e dovreste vedere la sua faccia quando bestemmia col nome di mio zio tra i denti.

Allora mi sono detto che la gente non si abitua proprio a tutto. Anzi, a volte si finisce per abituarsi a non dimenticare.

Magari mi sbaglio ma per come sono andate le cose nella mia famiglia, a me è venuto da pensare che per mio padre sia più difficile dimenticare l’ingiustizia che non mio zio. Un po’ come la fiaccola eterna in una storia che leggevamo a scuola, l’ingiustizia è la fiamma e Pasquale, lentamente, si è abituato a bruciare, e a non dimenticare.

SANDRO ABRUZZESE

LETTERE SETTENTRIONALI 13

Mi hai lasciato il tuo tozzo di pane come in quel racconto di Salamov, solo che io avevo fame e l’ho mangiato e invece nel libro il protagonista resiste, fiero, alla tentazione. Quel pane era tuo, sapevo non ne avevi altro, ma non sono riuscito a trattenermi. Tutto qua!

Non è la prima volta che vengo meno a una promessa e non sono stato mai un fautore della coerenza a oltranza.
Ho barato più volte, barattato il mio voto per una carica da qualche centinaio di euro, mentito, rubato cose da poco, giurato e promesso con parole volutamente spergiure.

Proprio tu che hai dedicato una vita alla nostra vita. Mi ostinavo a chiedere consiglio agli altri che non sapevano cosa significasse averti, e finivano per edificare cantieri di parole vuote, che non erano le nostre.

Per capire il sogno ho avuto bisogno di svegliarmi.

Poi questa mia natura pavida, a cui tu hai sempre attribuito più valore di quello che in realtà avesse.

E ora che sto in quarantena, lontano da tutto, mi sento fatto per amare solo una donna, non certo per occuparmi del mio lavoro qualsiasi. Il tempo è passato e ho scoperto che l’uomo è fatto per amare, e io invece per grossa parte delle mie giornate dirigo un cantiere e quando smetto dormo.

Intorno a me è comparsa come la peste, che una volta era il tuo romanzo preferito. E pure io come i suoi protagonisti avverto la profonda sofferenza di tutti i prigionieri e di tutti gli esiliati, che è vivere con una memoria che non serve a nulla.

L’unica cosa, Adele, ho smesso di compiacere il prossimo e un po’ come quel personaggio del film di Sorrentino ho capito che non avevo più tempo per fare cose che non mi va di fare.
E il tempo per alcuni è una parabola, per altri un’occasione, per me è stata la clessidra di un conto alla rovescia in cui il risultato era palese fin dall’inizio: il banco vince sempre e Antonio Menna perde un’altra volta. Ecco tutto!

Sai, Genova non è Caserta e a casa avevo il mondo, mentre qua mi accontento del mare e qualche volta di una puttana gentile che quando ho bisogno mi da un orgasmo falso e un abbraccio vero.

Da poco riesco perfino a sorridere della mia sorte, avevi il vezzo di osservarmi con quell’espressione indulgente che ti solcava un po’ le guance. Probabilmente non sei nemmeno più la stessa donna che impazziva per la torta sacher, i massaggi alle caviglie, i dolci con la crema gialla e “chi l’ha visto?”.

Lasciarti è stata un’infamia, ma non la più grande:
non ho capito che la vita stava scorrendo, ho rinunciato ad amare e smesso di cercare le parole che non riuscivo a pronunciare, ho continuato a pronunciarne altre, nel tentativo di dare voce a cose per cui non servono parole…
…la mancanza di fiducia ha sancito il resto.

Pure questo esercizio sterile di contarsi le sconfitte, gli abbagli, lo avresti preso con la solita indulgenza, finendo col trovare un senso a un’altra forma qualsiasi del mio egocentrismo.

Il tempo è passato, ho smarrito anche la speranza e non c’entra la fortuna.

Oggi posso dire che la mia più grande infamia è stata la mancanza di fiducia.
Il resto è solo conseguenza.

SANDRO ABRUZZESE

Pomeriggio in Via Cavedone

Via caratteristica della parte medievale delacittà di Ferrara.

Via caratteristica della parte medievale della città di Ferrara.

Il cielo è coperto, me ne sto rannicchiato in una stanza vuota. Stretto tra le facciate di terracotta della città vecchia, ad angolo con Saraceno, ascolto il silenzio dei vicoli, a pochi passi dal nucleo bizantino. Un microcosmo in cui ti lasci accogliere, dall’alto un rombo sinuoso spaccato dalla fenditura di Via Cavedone, che taglia l’isolato e incontra la bella e discreta Via Carmelino.

Sulla cassettiera uno stereo rotto suona i Marlene Kuntz rendendoli più rumorosi del dovuto, pochi libri sparsi: l’Eneide, Fenoglio, Ernesto De Martino, Kafka, Carlo Levi, Silone, Kapuscinski. Poi una bottiglia d’acqua, un’agendina, polvere e fazzoletti.

In questa dimora viva, che porta i segni del terremoto, il parquet scricchiola sotto il peso del corpo, le travi oscillano insieme ai passi scalzi, la casa accompagna i movimenti, sembra rispondere a logiche affini alle mie. Scrivo lettere su un monitor che affaccia sulla schiena del mondo. Le parole scorrono veloci e riempiono la pagina.

Verso la cucina si sentono i bambini dei vicini che giocano e portano la mente ai miei, lontani. Di fronte studenti universitari guardano come al solito la televisione, intanto apro questo grosso volume sulla poesia italiana del novecento e trovo Pavese:

“(…) mio povero vecchio,/ che non hai nulla al mondo,/ se non quel sogno tiepido e un odio disperato,/ io mi struggo di essere come te,/ io che vengo da tanto più lontano,/ ma che ho nel cuore il tuo odio/ e sogno i tuoi stessi sogni./ Verrà una notte,/ forse domani/ che m’accascerò come te/ sotto la nebbia in una via deserta, colla tempia spaccata,/ e sognerò l’ultima volta in quell’istante/ un cibo meraviglioso (…)”.

L’anima oppressa dello scrittore piemontese suona fuori luogo in questa primavera ferrarese. Il suo è un brano di novembre, al massimo gennaio, e noi siamo verso la vita, la potente illusione che dona l’Italia di marzo. Volto pagina. Mi rimuovo insieme al pavimento verso la luce.

Dalla finestra qualche passante porta al guinzaglio il cane, una città in cui passeggiano più cani che bambini vorrà pur dire qualcosa. Piccoli inconvenienti di un luogo che mostra parte del suo fascino nella decadenza, e il resto nella memoria:

“Ferrara cinquecento anni fa era New York”, è scritto su un muro da qualche parte.

Io cinquecento anni fa non c’ero, e ora vedo i vecchi soli, affacciati alle finestre, che quando muoiono lasciano i soldi ai figli e il posto agli universitari. Vedo il mio piccolo microcosmo in cui mi sento accolto:
la pizza di ceci da Orsucci e il calzolaio Vittorio; l’artigiana della tana della tartaruga turchina con quell’aria lieve, dimessa; le piccole librerie; il geometra; la farmacia, la chiesa. Più avanti il ristorante greco messo in piedi da una coppia di albanesi. Poi i fruttivendoli pachistani e i loro bimbi dagli occhi vivi, neri, che se ne stanno tutto il tempo nei negozi, cresciuti dalle loro mame bambine in strada, come si faceva una volta, mentre intorno tanti altri uomini e donne meglio vestiti preferisicono attardarsi nel ruolo di figli. E questa città illude che si possa vivere senza rimpianti.

Non c’ero cinquecento anni fa e a ben guardare nemmeno oggi, perché starsene alla finestra, al pc, o alla tv è un po’ aver abdicato alla vita, la quale sarà in mezzo alla strada o da qualche altra parte, certo non in queste parole sole, e non in questa stanza.

Mi risiedo e scelgo di riascoltare una canzone d’amore in cui alla fine le chitarre elettriche volutamente percorrono la pentatonica sbagliata, un po’ come a dire che l’esistenza può essere pure una declinazione di note e passi falsi, e che se le storie hanno un verso, tuttavia capita che siano percorse contromano:

E’ certo un brivido averti qui con me
in volo libero sugli anni andati ormai
e non è facile, dovresti credermi,
sentirti qui con me perchè tu non ci sei.
Mi piacerebbe sai, sentirti piangere,
anche una lacrima, per pochi attimi.

Va già meglio. “Portami con te”, dice in una poesia dedicata al figlio Attilio, il poeta Caproni, e invece sa benissimo che il bello di questo mondo è che prima o poi ognuno è costretto a fare per sé, a prendere la sua strada, sperando che sia la volta buona, che sia il verso giusto, o perlomeno quello voluto.

SANDRO ABRUZZESE

LETTERE SETTENTRIONALI 6

Sabina De Feo è una donna educata, perbene. E’ laureata in ingegneria ambientale con centodieci e lode. Il tono della voce, il sorriso, lo stile concorrono a farne una femmina di questo tempo.

Quando mi ha assunta non conoscevo i termini contrattuali. Sono andata nel suo ufficio speranzosa, le ho presentato il curriculum, e lei l’ha letto. Sabina ha visto una studentessa brillante come lo era stata lei, si è rivista quindici anni prima e non si è posta altre domande.

Il primo mese di lavoro, dalle otto alle diciannove della sera, mi ha pagato quattrocento euro in nero. Mia madre diceva che all’inizio si fanno i sacrifici. Infatti, non me ne sono andata per l’orario o la paga.

Però durante un’ispezione territoriale su commissione dell’ente preposto, abbiamo raccolto i campioni dell’acqua alla foce del Sele. Il depuratore non serviva a niente e l’acqua era una merda.

Subito ho pensato che non avrei più fatto il bagno da Salerno fino a Pisciotta. Ho pensato ai sabati e le domeniche nella meravigliosa piana di Paestum con i miei cugini. Erano vent’anni che nuotavo su quel tratto di costa.

In seguito ho dovuto scrivere la certificazione che attestava la salubrità dell’acqua:

ho detto -scriviamo che il depuratore potrebbe funzionare meglio –

Non mi ha risposto.

– diciamo almeno che la situazione è invariata rispetto all’anno precedente –

Non sono riuscita a decifrare completamente il suo sguardo:

mi è parso che i ruoli si fossero invertiti e ora fosse lei a desiderare di essere me, che non l’avrebbero più fatta lavorare, non avrebbe potuto aiutare il marito a pagare la rata della barca a vela, il finanziamento dell’audi, il mutuo della villetta monofamiliare a Vietri sul mare.

I suoi occhi dicevano che per l’Agenzia Regionale Protezione Ambientale l’acqua doveva essere buona, e il nostro lavoro, fatto come si deve, consisteva nel farla diventare pulita. Non dovevamo cambiarlo noi il mondo.

Ora io ero stata assunta grazie a un pezzo di carta, e con un altro pezzo di carta avevo ripulito l’acqua della foce del Sele. Ma la foce pulita mi faceva sentire sporca. D’altronde un pezzo di carta non ha mai detto molto sulla dignità delle persone.

Ecco, è stato allora che me ne sono andata. Sto all’ufficio tecnico di Moncalieri, un comune alle porte di Torino.

SANDRO ABRUZZESE
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Taccuino croato: il fiume Korima e le cascate di Plivice

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IN VIAGGIO
Il cielo di giugno dei Balcani interni, ancora in Croazia ma molto prossimi al confine bosniaco, è immenso e disegnato da nuvole maestose. Intorno a noi solo boschi e montagne a perdita d’occhio, un paesaggio per nulla antropizzato che sorprende maggiormente se paragonato alla nostra pullulante penisola italiana, al traffico continuo della Milano-Trieste, dell’autostrada del sole, specchio di un’Italia affollata, frenetica e ipertesa.

Da diverse ore abbiamo abbandonato la Slovenia, piccola Svizzera dei paesi slavi che la nostra preparata guida Franz definisce boscosa per il sessanta per cento del suo territorio e con un reddito medio decisamente più alto degli altri paesi balcanici.
A sud di Karlovick, oltrepassiamo la cittadina di Podum, villaggio le cui case portano segni evidenti delle scorribande cetniche ai tempi della guerra.

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Gli edifici a uno o due piani che non sono stati ristrutturati, mostrano tutti intonaci bucherellati da mitragliate. In periferia moltissime sono le case abbandonate, il paesaggio denota una vegetazione florida senza agricoltura, ancora tante case abbandonate e pochi centri abitati. Risulta evidente lo stato di abbandono di molte case di campagna.
Diretti a Plivice via Podum. Tanti tetti in eternit, alternanza di abitati riammodernati e desolati. Siamo ai confini con la Bosnia, la natura circostante è dominata da vallate carsiche e doline, pochi i corsi d’acqua in superficie, mentre il resto viene convogliato sotto terra dalle deboli terre calcaree, intorno macchine agricole e auto di seconda o terza mano. Questa terra era contesa, immagino facesse gola il fiume, la ricchezza d’acqua, forse addirittura la bellezza, che ad oggi ne fa uno dei posti più visitati d’Europa. Oppure l’antico sogno serbo di aprirsi un varco sull’adriatico.

A diciassette chilometri da Plivice e centocinquanta dalla capitale Zagabria superiamo diversi cimiteri di fortuna, annegati nell’erba alta e ubicati in posti senza agglomerati urbani, recinti di semplice fil di ferro, sembrano davvero poco frequentati. Sembra che ai morti non sia rimasto nessuno e che ai sopravvissuti non siano più concessi i defunti.
Ma la primavera inoltrata non è fatta per il dolore. Chiunque abbia creato questa stagione, è chiaro che per il mondo avesse in mente la speranza. Per questo i segni macabri del dolore risultano, se possibile, ancor più ingiusti, e l’assurdità di ciò che è stato incarna il peccato originale dell’Europa unita, l’orrore imperdonabile della sua evanescente politica.

Ci avviciniamo al parco nazionale di Plivice e migliora la qualità degli abitati e delle automobili, nonché il decoro delle abitazioni.

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Il benessere economico spesso è visibile dall’esterno, non lo stesso si può dire valga per la felicità. Finalmente ecco il fiume Korima e d’intorno dappertutto spuntano affittacamere e camping. L’ultima destinazione di oggi è raggiunta come un alleggerimento, scemano i segni della guerra, finalmente siamo fuori dalla trincea dell’Unione, fuori dall’anima dolente della Croazia meridionale, che fra pochi giorni adotterà finanche la moneta unica. Dopo una doccia e un pasto che si spera generoso non mi rimane che cercare qualcuno disposto a spiegarmi ciò che ho visto durante il tragitto.

DENNIS IL CAMERIERE
Chiedo spiegazioni con il mio inglese stentato e maccheronico a questo ragazzo di nome Dennis che nel ’92 aveva solo sette anni. La disponibilità è quella delle persone semplici, essenziali, molto vicina al nostro meridione d’Italia. Volto maturo ben oltre i suoi trent’anni, racconta ciò che temevo: la zona durante la guerra era preda delle scorrerie dei temibili cetnici serbi, i quali per diffondere il terrore e spingere alla fuga avevano il brutto vizio di legare le persone nelle proprie case e bruciarle vive, almeno questo è successo a suo padre e a chi non scappava prima. Ecco perché lui, e tutti i bambini della parte meridionale della Croazia sono cresciuti a Zagabria, ospiti di onlus e case-famiglia, e hanno potuto riabbracciare chi è sopravvissuto solo sette anni dopo, a guerra conclusa. Ecco perché non prova simpatia per i suoi ex connazionali.

Tu che faresti? – ribatte sopprimendo un lieve moto di disappunto.
Non c’è motivo di pensare ai serbi!

Quanto alle case vuote, quelle abbandonate, è molto semplice:
sono di chi è morto e di chi è andato via per sempre. Le abitazioni nuove di chi è rimasto o di chi ha avuto il coraggio di ritornare.

Non c’è più molto da dire. Nella ferita perenne d’Europa, la fornace del risentimento etnico sempre accesa, produce scorie che nessun trapianto è in grado di assorbire, fino ad ora è una penisola nota per i numerosi rigetti, un pronto soccorso di interventi falliti.

La povera consolazione che riesco a trovare è che si tratta di miseri fatti umani di cui, risulta evidente, la natura non si preoccupa. La primavera continua e qualunque cosa accada, lascerà spazio all’estate. Per ora sono sicuro che possa bastare.

Siamo nel mezzo di una bella giornata, sotto il cielo dei Balcani.

SANDRO ABRUZZESE
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