Citazioni di una fonte pericolosa

Citazioni di una fonte pericolosa
In punto di morte, Augusto imperatore, una personalità che con ogni mezzo aveva avuto tutto quello che si poteva desiderare a cavallo tra il I sec. a.c. e il I d.c., proprio qui vicino – mi pare fosse nel suo buon ritiro nolano – chiedeva ai presenti al suo capezzale che gli si tributasse l’applauso per la parte che aveva sapientemente recitato in vita.
Per Calderon de la Barca “la vita è sogno”, mentre Shakespeare fa dire a Macbeth: la vita è soltanto un ombra errante, un guitto che in scena s’agita un’ora pavoneggiandosi, e poi tace per sempre: una storia narrata da un idiota, colma di suoni e di furia, senza significato. Non basta!
In Guerra e Pace, il principe Andrej, disarcionato in una delle tante battaglia tra esercito zarista e armata napoleonica, caduto all’indietro e immerso in quell’affannarsi di anime senza scopo, si accorge – quasi come un’epifania – dell’immensità del cielo che lo sovrasta e ne rimane folgorato, proprio come quando, improvvisamente, ci capita di capire il senso sotteso a parole da sempre pronunciate.
Quasi per rispondere a Hegel, il Dostoevskij di Memorie del sottosuolo sostiene nel suo sproloquio onirico che tutto si può dire della Storia, tutto ciò che può venire in mente all’immaginazione più disordinata. Una cosa sola non si può dire: che sia uno spettacolo ragionevole. Chi sono gli attori dello spettacolo è facilmente intuibile, non altrettanto vale per l’autore e il regista.
Il contrasto tra vita e forma, scriveva Adriano Tilgher per definire la poetica pirandelliana, l’idea che ognuno di noi rappresenti per gli altri una maschera, incarni un ruolo (lo spaccone, l’alcolista, l’intellettuale, il playboy e via dicendo), e che questa parte possa essere diversa in base alle circostanze e ai punti di vista degli osservatori-protagonisti, segna l’apice del teatro della vita. Ne Il fu Mattia Pascal, a un certo punto, l’agrigentino fa chiedere da Anselmo Paleari al signor Meis-Pascal: se, nel momento culminante, proprio quando la marionetta che rappresenta Oreste è per vendicare la morte del padre sopra Egisto e la madre, si facesse uno strappo nel cielo di carta del teatrino, che avverrebbe? Alla perplessità di Meis-Pascal ecco la soluzione di Paleari: Oreste rimarrebbe terribilmente sconcertato da quel buco nel cielo…sentirebbe ancora gli impulsi della vendetta…ma gli occhi, sul punto, gli andrebbero lì a quello strappo…e si sentirebbe cadere le braccia. Oreste, insomma, diventerebbe Amleto. Tutta la differenza …fra la tragedia antica e la moderna consiste in ciò, creda pure: in un buco nel cielo di carta.
Che dire del nostro cielo di carta? Chiudo con Lev Tolstoj che, in Resurrezione, racconta attraverso Nechljùdov la parabola dei vignaioli, i quali credevano che il vigneto dove erano stati mandati a lavorare fosse di loro proprietà, che… fosse roba loro, e dovessero pensare soltanto a godersi la vita dimenticando il padrone e uccidendo chi ricordava loro i doveri verso di lui.
Beninteso, per me i padroni sono gli altri, ognuno con una quota e dei diritti identici ai miei, ma quando penso a noi vignaioli mi torna in mente l’auspicio di Kant affinché ognuno pensi alle persone sempre come il fine, non come il mezzo, e quello simile ma più radicale di Einstein, ovvero che una vita che non sia spesa per gli altri, non vale la pena di essere vissuta. Buona recita a tutti!

Sandro Supplentuccio Abruzzese

sandroabruzzese78@gmail.com

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