Categoria: Politica, cultura, scuola

L’America di Baudrillard: utopia realizzata da esiliati

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Il segreto del mito moderno nell’assenza di radici

Forse è vero, come scrive Baudrillard (L’America, Feltrinelli, 1987), che la solitudine degli americani non assomiglia a nessun altra. E che più triste di un mendicante “è l’uomo che mangia solo in pubblico”, come lui vede accadere per le strade di New York in questo suo viaggio americano. Tanto ci sarebbe ancora da dire sull’immane sofferenza individuale che ha sorretto e continua a sorreggere gli Stati Uniti. Su quel mondo di sradicati, generato da un’irresistibile forza centripeta. Sulle loro vicissitudini sapientemente narrate dalla letteratura, dal cinema, dalla musica statunitense. Ma insomma, per un europeo è possibile capire l’America? È possibile comprendere un Paese che nasce dall’emigrazione e dall’esilio, dal genocidio, dallo sterminio, per diventare la più grande potenza mondiale della storia?

Per Baudrillard l’America è il paese dell’utopia realizzata, il paese che, attraverso “un’ingenuità bruta” riesce a rendere pragmatico, a materializzare qualsiasi idea o valore approdi oltreoceano. Sebbene tutto ciò assuma forme radicali, se pure lo studioso francese sottolinea gli aspetti di incultura, di mediocrità e semplicità di linguaggio e caratteri, egli stesso invita a non giudicare l’America “moralmente” perché così essa ci sfuggirebbe, divenendo una mancata Europa.

E invece bisogna osservare le caratteristiche che la rendono il Paese del sogno e degli idoli: la capacità di cristallizzare, di materializzare desideri, di dare forma, e, non ultima, la capacità di contagio, in grado di generare quell’attrazione irresistibile che tutti conosciamo. Dunque, l’originalità americana starebbe, secondo Baudrillard, nell’assenza di giudizio per ottenere la “commistione degli effetti”: tenere insieme il silenzio, l’assenza, la durata immutabile, il sublime della Death Valley e la follia, l’istantaneità, la prostituzione, il delirio di Las Vegas, per esempio. Tenere insieme anoressia e bulimia in una società-ossimoro che aborrisce la mancanza per non sentirsi mia sazia.

L’America è un paese moderno perché la sua essenza è nell’artificio, ricorda il filosofo francese, citando Baudelaire. E se per noi europei rappresenta l’esilio e l’emigrazione, questi stessi elementi riconducono a loro volta alla leva per l’utopia del successo e dell’azione che diventano credo condiviso, legge morale. Il fatto è che, non possedendo culto delle origini, non avendo un’autenticità da difendere e ancor meno un passato, una verità fondatrice, sostiene lo studioso, l’America vive una “perenne attualità”. Di conseguenza essa si compie di continuo e il cinema, l’aura mitica o epica della narrazione a stelle e strisce a cui tanto siamo abituati e che un po’ ci fa sorridere, non ne è che la diretta conseguenza. Ma se l’europeo sorride dell’ingenuità americana, il punto principale non cambia. Il candore, la convinzione americana, si nutrono della loro utopia realizzata, si nutrono del successo come di una conferma della predestinazione. Non solo. Loro credono fermamente in se stessi, sottolinea B., ma convincono anche gli altri fino ad “affascinare le proprie vittime” con la materializzazione dei sogni.

Perché l’Europa non è l’America? Perché noi ci proponiamo gli ideali del 1789, e il progresso, la libertà o l’uguaglianza rimangono ideali irrealizzabili se non per vaga approssimazione, argomenta lo studioso. La nostra cultura, dice B., il nostro spirito critico, il giudizio continuo, non hanno l’audacia e l’anima dell’incultura americana. Noi critichiamo il capitalismo, ricorda lo studioso, ma, prima di averne comprese le forme ultime, il capitalismo ha già mutato aspetto, sarà sempre avanti, mutevole, imprendibile.

In definitiva, per B. l’America è rottura con la Storia, è una “faglia” europea che non si avvale della sua dialettica, bensì di un dinamismo eccentrico (nel senso di privo di un centro). Anche la sua mescolanza razziale e etnica, a differenza dei propositi di integrazione europea, viene vissuta come “intensa rivalità”, come antagonismo e competizione, come sfida per il sopravvento. E quindi quest’America è velocità e verticalità, dinamismo, dismisura, immoralità. È un Paese indulgente, autoassolutorio, che maschera nel trionfalismo i suoi sensi di colpa, la sua violenza.

Questa complicità, questa forza, prosegue B., in questo caso citando Toqueville, deriva da un’uguaglianza declinata dagli americani sotto il profilo pratico, materiale, utopico, che non si avvale di ideologia sociale né politica, bensì di un patto morale. La forza sta “nella preminenza dei costumi”, nell’organizzazione pratica, che genera “un’egemonia del comportamento”, al punto che la stessa politica, o la religione, sono intese come regola, sono fissate in uno schema.

Dunque, l’America non sarebbe il Paese di chi cerca un’identità, ma quello che fonda il suo successo, che conserva il suo segreto nell’assenza di “radici”. È l’assenza di radici, lo sradicamento degli esiliati, degli emigrati, l’assenza di storia, l’organizzazione pratica tipica del settarismo insulare, questo genera l’America della tecnologia e del cinema, degli spazi sconfinati, della velocità e del mito moderno. Se è vero che tutto risulta eccessivo nello stile di vita americano, questo dimostra di continuo e quindi conferma a loro stessi la libertà di cui godono, che è libertà d’azione, pratica. Lo stile di vita conferma, nell’eccesso orgiastico e immorale, nell’artificio che crea la realtà, la riuscita di un modello che potremmo definire ottuso, acritico, e tuttavia efficace per i propositi scelti.

Tutte queste riflessioni fanno dire a Baudrillard che il futuro è dei popoli senza origine, dei popoli artificiali e inautentici in cui però, se c’è un elemento che, più di ogni altro, incute terrore, è l’indifferenza: una società ingenua e orgogliosa come quella americana conserva nell’incultura il suo senso, la sua originalità, rendendola “simulacro e riflesso parodico” della nostra stessa decadenza europea.

Sandro Abruzzese

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Donnarumma all’assalto e l’eterna Questione italiana (meridionale)

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Donnarumma all’assalto andrebbe letto su un’altura. Andrebbe bene l’altura di Caserta Vecchia, per esempio. A quel punto, però, magari insieme a La città distratta di Pascale. O andrebbe bene il Belvedere di Tramonti, per non dire delle pendici riarse dal fuoco degli incendi vesuviani o del Monte Somma. Da lì avremmo modo di vedere la distesa senza fine di edifici e strade, quello sviluppo parziale e incontrollato che ha compromesso la Campania felix, trasformandola in una contraddittoria conurbazione di 4 milioni di persone che va da Caserta e Mondragone, passando per Napoli, Pompei, Salerno, fino a Eboli e Battipaglia. Ma a quel punto, sul Vesuvio intendo, andrebbe letto pure Nel corpo di Napoli oppure, ancora meglio, Di questa vita menzognera di Montesano.

Insomma, nella lunga fase odierna in cui prevalgono i Marchionne e le delocalizzazioni, e la parola stessa Lavoro è bandita dai palinsesti, e soprattutto in una lunga fase in cui la politica del Lavoro e quella Industriale risultano praticamente assenti dall’agenda partitica e parlamentare, Donnarumma all’assalto è un libro di estremo valore per comprendere alcuni termini della Questione meridionale e nazionale.

Innanzitutto il protagonista: è lui, selezionatore del personale per una grande fabbrica del Nord, che nel compiere il suo mestiere finisce per dare l’idea di un innesto. Egli stesso, intendo, lentamente si innesta su un corpo, su una nervatura, la percorre e vi attecchisce, fino a diventarne parte, per poi staccarvisi slabbrato e ritornare indietro, non prima di aver compreso e sviscerato le sue componenti.

Il protagonista è l’uomo razionale, moderno, fiducioso negli strumenti tecnici e culturali in grado di generare la tanto attesa palingenesi meridionale. Nondimeno è dotato della sensibilità, dell’empatia per comprendere tutte le contraddizioni a cui il suo lavoro di selezionatore del personale lo espone.

Santa Maria poi, il paese narrato da Ottieri ispirandosi alla sua esperienza autobiografica a Pozzuoli per conto della Olivetti, a volte ricorda Orano, così come il paesaggio circostante e la luce ricordano, a tratti, lo sguardo meridiano di Camus.

Se ne scrivo, e magari ne scrivo da un’altura, è perché dalle pagine di Ottieri emerge la convinzione che ritessere il tessuto socio-economico del Mezzogiorno o di qualsiasi altra parte del Paese, passa anche per la fabbrica e che qualsiasi territorio ampiamento popolato non può fare a meno di un certo, necessario, livello di industrializzazione.

Senza l’industria si rimane poveri, sembra dire lo scrittore. Ed è vero, la povertà può essere anche un valore, tuttavia espone quegli stessi territori e le sue popolazioni agli esodi, alla colonizzazione culturale, all’eventualità di essere acquistati, svenduti, come spesso accade, e di essere svenduti a quella stessa parte di mondo ricca e industrializzata da cui si cerca di affrancarsi.

Goffredo Parise, a questo proposito, in un suggestivo articolo giornalistico, scrisse della necessità della povertà, del valore della povertà. Ma questo, vien fatto di pensare, o lo si fa tutti insieme oppure diventa un autoannientamento.

Tornando a Ottieri, lo stesso scrittore a un certo punto, difendendo l’esperienza della fabbrica e la coscienza che in essa vi matura, confuta la dialettica servo-padrone, mostrandosi fiducioso in un capitalismo illuminato, dal volto umano, in grado di superare le divisioni.

Ma cosa intende Ottieri quando da buon sociologo ricorda il rapporto demografico di quella fascia costiera campana? “Ma Torre ha sessantamila abitanti, il paesetto di Santa Maria quarantamila, in questa fascia costiera la popolazione è densa come nelle più dense province cinesi”, scrive l’autore. “Il dramma dei dintorni e della città, ricca di regge e povera in ogni suo buco, antica capitale depressa, nel dramma del Mezzogiorno”. Ebbene, Ottieri sottolinea che il livello di vita di quella popolazione passa per la capacità di fare industria.

-“E Donnarumma?

– Donnarumma è pazzo, dottore”, risponde un impiegato, interrogato dal selezionatore.

Donnarumma è il sottoproletario preda della sua cocciuta convinzione, per cui si rifiuta di spedire la domanda di lavoro. È il rifiuto delle regole del gioco, forse perché la disperazione non è un gioco. Ma non è il rifiuto atono con cui il Bartleby di Melville replica al proprio datore di lavoro “Avrei preferenza di no”. È pazzo, sì, Donnarumma, ma il suo rifiuto è ribelle perché alla miseria e alla disperazione, all’assenza di dignità, di giustizia sociale, oppone il suo folle e minaccioso stare al mondo, oppone quello “sguardo duro”. Così, divenendo incubo e minaccia, inculca la paura negli esaminatori.

Donnarumma oppone il suo corpo, la sua ostinazione, il suo essere un uomo attanagliato dal bisogno, a qualsiasi regola o ragione: “Che domanda e domanda. Io debbo lavorare, io voglio faticare, io non debbo fare nessuna domanda”, dice l’uomo al protagonista. Eccola, la sua rivolta rabbiosa, assoluta, monomaniacale; ecco la sua fissazione prevalere su tutto, al pari di un qualsiasi folle eroe ariostesco, solo che questa volta siamo tra le secche del sottoproletariato partenopeo.

Ancora non basta. C’è un punto su cui Ottieri si ferma, credo volontariamente, solo di passaggio. È quando il suo protagonista incontra un vecchio compagno che fa il suo stesso lavoro per un’altra fabbrica settentrionale. Dal dialogo si evince che mentre la fabbrica di Donnarumma assolve il suo compito con correttezza e buona fede, selezionando in maniera equanime e giudiziosa, altre fabbriche si preoccupano solo di non assumere dei comunisti, questa è la loro unica selezione.

Se è chiaro almeno dai tempi della polemica di Salvemini sul giolittismo che senza la buona fede il Mezzogiorno è destinato alla cupidigia delle sue affezionate iene, in questo passaggio breve c’è, si intravede almeno, il destino prossimo (Ottieri scrive nel ’59, in pieno boom economico), la futura lottizzazione politica delle industrie di stato e non, cooptate, a volte obbligate a installare stabilimenti o ad assumere personale solo per rispondere a logiche politico-clientelari, passando magari per il beneplacito della criminalità organizzata.

Dunque, Ottieri non affronta questa parte del discorso. E anche se il suo è solo un lampo, in quel frangente si percepisce che per farcela il Mezzogiorno avrebbe avuto bisogno di onestà e verità, di giustizia e dignità; in una parola: per evitare di finire a brandelli avrebbe avuto bisogno di uno “Stato”. Quindi lo scrittore, di fronte alla messinscena quotidiana del dramma rappresentato dalla disoccupazione meridionale, risponde che è quella l’alienazione, è lì che si annida la mancanza di dignità più grande, nello stato dei vari Accettura e Donnarumma, non certo nell’esperienza di fabbrica.

Cosa è accaduto dopo Ottieri e il suo Donnarumma?

Per saperlo basterebbe la consultazione dei rapporti Svimez degli ultimi anni. Scopriremmo che sessanta anni dopo Ottieri e a circa settantacinque dal Cristo di Carlo Levi, al Sud risiedono i tre quarti delle famiglie povere italiane, e sempre secondo i dati Svimez relativi al 2009, cioè prima della crisi, circa 700.000 persone erano già emigrate verso il Nord in meno di un decennio (non oso citare ciò che è accaduto dopo la crisi).

Ecco che dal punto di vista della coesione territoriale e dell’idea stessa di Stato, questo perenne esodo biblico (a cui si somma il massiccio e incontrollato urbanesimo, lo spopolamento delle campagne e degli Appennini, la parallela crescita esponenziale di mafie dallo strapotere finanziario inarrestabile) rappresenta un incontrovertibile fallimento delle classi dirigenti italiane.

– “E Donnarumma?

– Donnarumma è pazzo, dottore”. Su questo non c’è che dire.

*

 

Sandro Abruzzese

 

* Secondo il rapporto Svimez 2009 sono 700.000 i meridionali emigrati al Nord in meno di un decennio. Sottolineo la cifra datata che si ferma al principio della crisi economica avviatasi in quel periodo. Ancora qualche dato lo prendo da un libro che dovrebbe essere nella biblioteca di ogni italiano, mi riferisco a La scuola è di tutti (Minimum fax, 2010), di Girolamo De Michele. Secondo lo scrittore e insegnante, sempre ottimamente documentato, “al Sud risiedono i tre quarti delle famiglie povere italiane”.

 

 

Ancora un anno

img_5975Caro Mario,

lo sappiamo per chi avresti votato, No? C’è stato il referendum e ha vinto il No. Allora ti aggiorno un po’. Innanzitutto sappi però che secondo un certo Testa (che si fa chiamare “Chicco”, o secondo  Vittorio Zucconi – ma lì è arteriosclerosi -) , è stata “colpa” del Sud, del “nostro” Sud, se la riforma è fallita. Io gli avrei risposto: la Costituzione al Sud è in vigore? L’articolo 3, per esempio, oppure il primo, sono rispettati? E Milano non è Sud? Chi c’è nelle caserme, nelle scuole, negli uffici pubblici, in fabbrica: chi c’è? Non li vedete i meridionali? I medici, i magistrati, i notai, i venditori ambulanti: ditemi, ma sono solo io a vedere un’Italia costruita sullo sradicamento costante e continuato dei meridionali prima e ora degli stranieri?  Tu forse avresti risposto:  è il capitalismo, bellezza!

Ma avrei fatto il loro gioco rispondendo così, poiché polarizza e divide pregiudizialmente chi non ha argomenti, chi vuole confusione e non chiarezza. È la contrapposizione cieca, priva di argomenti razionali (il binomio amico-nemico, non è altro che lo schema del populismo imperante).

Avrei dovuto dire: comunque il fatto è che tu puoi avere, sì, di grazia, il 40% di disoccupazione giovanile; comunque puoi avere un reddito pro-capite pari alla metà delle regioni del centro-nord; tu puoi esportare una città di medie dimensioni all’anno fatta di tuoi cittadini emigrati; ebbene, sì, puoi pure sottostare, in alcuni casi, al controllo mafioso del territorio, vivendo nel terrore e nella minaccia costante: puoi stare, si capisce, in assenza di ferrovie e strade, anche in assenza di diritti:
ma se poi voti come ti pare…, questo è davvero troppo, questo no.

Ma avrei fatto il loro gioco: un’ennesima contrapposizione: nord- sud, italiano- straniero e via dicendo… Invece l’unica contrapposizione che accetto è tra ricchi e poveri, e il potere raramente sta dalla parte dei secondi. Il razzismo imperante dell’Italia odierna, fomentato da politica e tv, giornali, per esempio, è contro i poveri, non contro gli stranieri.

Ma tu la sai la storia come è partita, dapprincipio. Negli anni ’90, a voi militanti, a voi, i vostri stessi compagni lasciarono intendere che sì, va bene impegnarsi però senza esagerare che al resto ci pensavano loro, a Napoli, a Roma, a Milano. D’accordo, la partecipazione, ma insomma, sappiamo benissimo cosa c’è da fare per cui pensate alla famiglia, al lavoro, al campionato. Non ce l’avete un palo della cuccagna lì in provincia, ebbene aggrappatevi e portatevi a casa un bel prosciutto, cosa volete di più? Perché qui ci siamo noi, non c’è alcun bisogno di tutta questa buona volontà: siete al sicuro, nelle nostre capaci mani, tornate a casa, guardatevi la tv, distraetevi, è tutto a posto.

Così finì il cambiamento, scoraggiarono qualsiasi tentativo dal basso. Così sono morti gli anni ’70 nel resto d’Italia. Quegli stessi gruppi di potere oggi ci chiedono ancora una volta di stare a casa e lasciare a loro ancora più potere. Dobbiamo solo votare, nient’altro. Non vi azzardate a discutere, a portare istanze autonome, altrimenti siete vecchi, lenti, e invece loro sono veloci, impavidi, e sanno benissimo cosa fare per il Paese.

E allora che facciamo, Mario? Io davvero non lo so. So che c’è la giustizia, la verità, e il resto so’ chiacchiere, è giusto Marié? Ho detto giusto?  So che al di sopra della morale, c’è solo l’esempio civile, è giusto Marié? Per cui qua è tutto da rifare. Non abbiamo alcun esempio. L’unica cosa, ho smesso di avere paura. È l’ultimo tassello, questo. Ti fanno paura col mercato internazionale, col fallimento dello Stato. Minacce continue, ammiccamenti e bonus, mancette. Ma chi ha bisogno delle mancette ha dignità, Mario? E poi come faccio a votare Sì a una proposta incomprensibile, che aumenta i poteri del governo, senza sapere con quale legge elettorale sarà eletto il nuovo parlamento? Allora, dico io, Marié, ma se la soluzione era una sola, facevamo il plebiscito e non il referendum. Non era meglio? Se si poteva solo acclamare, magari qualcuno che andava in piazza lo trovavamo (pensionati ovviamente).

Solo la Costituzione si ricorda che cos’era il fascismo. Ogni sua parola parla del totalitarismo e vi si oppone costantemente. La fiducia cieca è per principianti. E noi saremo pure pessimisti, tuttavia non senza ragioni, marié, è vero o no?

Un abbraccio. Prometto che non ti scrivo più. (forse)

 

P. S.

Lo vedi che qualcosa di te è rimasto negli altri? Muoiono del tutto solo le persone dimenticate. Allora svaniscono le parole, i suoni, le immagini. Invece di te, caro Mario Capozzi, qua ci sta ancora un sacco di gente che si ricorda, che ricorda il tuo stare al mondo partigiano, convulso, contraddittorio, passionale. Quel tuo stare al mondo così “vivo”.

Russia e Cecenia: quanto è attuale il Chadži-Murat di Tolstoj

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Testo di Sandro Abruzzese

Chadži-Murat in fuga, sulle montagne del Caucaso, viene reciso come un cardo, vilipesa, tranciata e mostrata la sua testa tra gli abitanti dei villaggi caucasici che ne conoscevano il valore e la fierezza. E’ un’immagine che porta alla mente il corpo senza vita del Che, così simile al Cristo morto del Mantegna, mostrato inutilmente dall’esercito boliviano in quell’ottobre del ’67 per non alimentare leggende sul rivoluzionario argentino. Straziato nel corpo, Chadži, ucciso da un rastrellamento congiunto di russi e di ceceni come lui. La metafora del cardo, l’incipit con cui il narratore racconta la fatica di divellere il gambo che si sfibra, si sfilaccia, ma lotta tenacemente perché così è nella sua natura, riporta chiaramente all’intera esistenza di Chadži-Murat. Tolstoj scrive questo romanzo breve in età avanzata, vedrà la luce postumo, nel 1912. A un certo punto, ricercato dall’abietto Samil, imam e spietato capo combattente dei ribelli ceceni, il quale teme la rivalità onesta di Chadži e ne tiene in ostaggio l’intera famiglia, il protagonista viene accolto in un villaggio secondo le sacre leggi di ospitalità vigenti tra i mussulmani ceceni. Tolstoj descrive con cura la grazia dei rituali di ospitalità, tratteggiando i lineamenti di una civiltà temeraria e intransigente, violenta e nobile allo stesso tempo. Ancora una volta, dopo la sterminata epica di Guerra e pace, attraverso la cieca, gratuita e sciatta spedizione russa che distruggerà proprio il villaggio e la famiglia che aveva ospitato il nostro protagonista Chadži, Tolstoj tratteggia i lineamenti tetri e il volto livido della guerra. Non solo. Lo scrittore russo, proprio come aveva fatto in Guerra e pace, narra i meccanismi ottusi del potere, la decisione improvvisa, impulsiva e vezzosa dello zar Nicola, quando nel gennaio 1852 ordina e dispone l’attacco alla Cecenia. Il resto, dopo che i russi ebbero ucciso “quel bel ragazzo dagli occhi scintillanti che guardavano incantati Chadži-Murat (…)”, dopo che “Le grida delle donne si levarono da tutte le case e nelle piazze dove erano stati portati altri due morti”, dopo che “i bambini urlavano insieme alle madri, urlava il bestiame affamato al quale non c’era niente da dare. I ragazzi più grandi (…) guardavano gli adulti con occhi impietriti”; il resto – dicevo – era “il sentimento (…) più forte dell’odio. Era la sensazione che quei cani di russi non fossero uomini, e il disgusto, lo schifo, lo sbalordimento di fronte a quella assurda crudeltà sfociavano in un desiderio di distruggerli, come si faceva coi topi, i ragni velenosi e i lupi, un desiderio ormai istintivo come lo spirito di conservazione”.

Tolstoj oppone i valori autentici e istintivi dei montanari ceceni, – più vicini alla natura e per questo innocenti, – alla dissolutezza decadente, dissacrante e lasciva dei russi occidentali. In Chadži-Murat ritroviamo pagine che riescono a legare Leopardi e Adorno. Troviamo l’amore per la verità, per quanto di sacro può avvenire tra esseri viventi e mondo, e troviamo il disprezzo della civiltà priva di incanto, snaturata e quindi abietta. Nondimeno, nel leggere una vicenda del genere, la memoria va a un’altra scrittrice, a quella Anna Politkovskaja assassinata nell’ottobre del 2006 a Mosca, rea di aver raccontato sulla Novaja Gazeta i crimini dei nuovi russi nel Caucaso, la violazione dei diritti umani e civili ai danni della popolazione cecena, stavolta avvenuta centocinquanta anni dopo lo zar Nicola, perpetrata dalla democratica e moderna Russia di Putin.

*Brani citati tratti da Chadži-Murat di Lev N. Tolstoj, traduzione di Milli Martinelli, Classici moderni, Bur edizioni 2006.

La trincea creativa di Generoso Spagnuolo in Irpinia

Riguardo la foto per riacciuffare il passato, pure se recente. E’ una luce meridiana questa che illumina le memorie di una testa tagliata in un pomeriggio di mezza estate. Poi le linee d’ombra si stendono su un cartone di colori e colla e il cutter giallo riposa. Non sono venuto nello studio di Generoso Spagnuolo perché è un vecchio amico. L’amicizia, anzi, è causa di reticenza. Quello che mi porta nella sua bottega è una sorta di attrazione per l’abilità delle mani associate alla mente, la capacità di trarre figure plastiche da ogni tipo di materiale. In realtà è il modo di stare al mondo di Generoso che scava nella mia curiosità. Una postura determinata e inattuale che, in un paese lontano dall’arte come Grottaminarda, nell’entroterra irpino, lo porta a vivere alla continua ricerca di espressione.

memorie di una testa tagliata

memorie di una testa tagliata

Strumenti

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Generoso Spagnuolo

Generoso Spagnuolo

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Mentre parliamo degli ultimi progetti e gli rubo qualche scatto, guardo alcune opere. Sembra quasi che Generoso abbia fatto un giuramento, che si sia giurato di non diventare sterile, in qualche modo asservito. La sua bottega è lontana da pubblicità e clamore, è situata fuori dal centro del paese. Le sue soddisfazioni, i premi, i riconoscimenti, da un punto di vista retributivo, rispondono solo parzialmente ai suoi sforzi. Insomma, le regole di Generoso non sono quelle di qualsiasi altra persona. E’ chiaro che lui la vita l’ha infilata a modo suo. Ed è chiaro che i suoi lavori tacciono i sacrifici, i dubbi, le ansie di una scelta del genere e mostrano solo il volto della riuscita, dell’approdo. Quello che ha dentro pare si attorcigli a ciò che sta fuori, prende forma, fuoriesce dalla superficie e diventa qualcos’altro.

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Allora penso a Generoso Spagnuolo, a Grottaminarda, al suo giuramento caparbio rispetto a quello che lo circonda, mi vengono in mente i versi di una vecchia canzone di Springsteen:

“abbiamo fatto una promessa / abbiamo giurato che l’avremmo mantenuta / nessuna ritirata, credimi, nessuna resa / come soldati in una notte d’inverno / con un giuramento da rispettare / nessuna ritirata, credimi, nessuna resa”.

La bottega in cui sono immerso è una trincea scavata su queste colline dove l’inverno è davvero lungo. Non rimane che sperare in nessuna resa, nessuna ritirata. Le speranze sono ben riposte. Se questo è un giuramento, è quello di rimanere vivo, di scegliere la strada con passione e istinto, e a tal proposito Generoso Spagnuolo non accetterebbe neanche un comodo armistizio.

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Sandro Abruzzese

La metà del letto di Matteo Bianchi

Matteo Bianchi

Matteo Bianchi

“L’elemento scatenante è la sofferenza, da ragazzo era l’essere accettato dagli adulti. In seguito sarebbe diventata una necessità, una forma del mio essere”. Ecco perché ha cominciato a scrivere, Matteo Bianchi. E’ la prima domanda che gli pongo. Scopro un uomo meno timido di quel che credessi. Trovo delle risposte attente e, quando si parla di scrittura, avvolte da un approccio rigoroso.

“La poesia ha bisogno di un suo tempo, la parola deve muovere all’azione”, si fa serio quando pensa alla scrittura. Quando pensa alla lingua, al suo farsi, vuole che lasci un’impronta, che serva a conoscersi, che avvicini.

Ne La metà del letto (Barbera editore, 2015) invece incontro, tra le righe di uno spiccato senso della misura, la sua urgenza. Dopo aver letto il libro mi viene da pensare che, attraverso la misura, il limite, Matteo esprima una sorta di reticenza, il tentativo di nascondersi, pur avendo un estremo desiderio di essere trovato. Poi le parole, all’improvviso, si impennano, tradiscono la misura e svelano. E’ una poesia, quella che ho tra le mani, a cui non occorrono particolari filtri e nemmeno giochi di prestigio. La metà del letto è un libro chiaro e intimo, in cui la famiglia, i ricordi, l’amore si intrecciano fino a scorrere con naturalezza tra gli argini della vita.

Non basta. “La tela, una volta tessuta e tesa, già non è più tua”, scrive e, allo stesso modo, mi pare che i suoi versi abbiano il dono di liberarsi velocemente dell’autore, portano addosso la capacità di affrancarsi per diventare subito nostri. Quelli che ho sulla scrivania in una grigia domenica di fine marzo sono i versi di un uomo che, nonostante l’incomunicabilità e l’incomprensione, crede e aderisce alla forza salvifica dell’amore. “L’amore risolto invecchia, quello insoluto eterna”, sostiene. Anche se forse non imparerà mai a pronunciare la parola “sempre”, ho come l’impressione che in qualche maniera vi aneli. Quindi gioca con l’idea di eterno consapevole che tutto è “uno scherzo, uno sbalzo di stagione”. Il suo è uno sguardo che si traduce in forme plastiche. Fin dal titolo, entriamo in un mondo fatto di oggetti quotidiani: tende, poltrone, zaini, finestre, treni. Le due città che compaiono, i luoghi, sono Ferrara e Venezia, in mezzo il Grande Fiume.

Credo che Matteo Bianchi sia un uomo alla continua ricerca di una “destinazione razionale”, anche se confessa che in tale ricerca sembra perdersi, annegare. Insegue con costanza un ordine, però, portando con sé la consapevolezza che la battaglia è persa. Ha ventotto anni, Matteo. In queste righe, non a caso, l’ho definito un uomo. Definirlo “giovane” poeta sarebbe ingrato. Trovo che quando la scrittura, attraverso la costruzione di un mondo interiore, combatte con l’idea della morte, della solitudine, dell’ineffabile, a scrivere è sempre un uomo o una donna. Quando la poesia si occupa con cura dello “scarto tra noi e l’esistenza”, a quel punto l’essere giovane non vuol dire molto: sarebbe un gelido simulacro.

In ultimo, l’amore. Ne La metà del letto, è un amore andato a male, magari senza ragioni precise. Ma se penso a un fallimento, tuttavia dentro rimane una voglia matta di riamare.

Sandro Abruzzese

Istruzioni per il disegnatore: l’amore ai tempi dell’incomunicabilità

Istruzioni per il disegnatore, romanzo d'esordio di Roberta Bergamaschi

Istruzioni per il disegnatore, romanzo d’esordio di Roberta Bergamaschi

Roberta Bergamaschi qualche tempo fa ha esordito nella narrativa con un romanzo intelligente e raffinato. Edito per la collana I libri dello Zelig – Mobydick editore, questo libro colpisce per il senso di misura delle sue parole, per l’incedere chiaro, rigoroso e un intreccio davvero interessante.

La storia dei protagonisti Marguerite e Moustache, per contrappasso, è quella della mancanza di parole, dell’incomunicabilità. Lavorano entrambi, con ruoli diversi, a un manuale di lingua francese per ragazzi, e i personaggi «messi in scena da una misteriosa Autrice», corretti dalle istruzioni di Marguerite per il Disegnatore, prendono vita portando alla mente i Sei personaggi in cerca di autore di Pirandello. In fondo si tratta di un meta-libro. Un po’ come se qualcuno strappasse quel cielo di carta proprio mentre Oreste stesse per vendicare la morte del padre, sempre per dirla con l’agrigentino autore de Il fu Mattia Pascal.

Istruzioni per il disegnatore è un libro dotato di grazia e leggerezza, pervaso da una amara ironia. E questo ricorda Calvino. E’ un libro che parla di chi non sempre riesce a prendere la vita per il verso giusto. Parla del tempo e dei fallimenti, dell’egoismo e di una certa grammatica dei corpi e dei pensieri, che è grammatica dell’amore. Lo fa con consapevolezza. Suona note stonate, vibra colpi, avendo cura di risparmiare il dramma e il lieto fine. E’ come se chi scrive avesse ben chiaro che sarebbe inutile condividerlo fino in fondo, il dramma. E’ come se Roberta Bergamaschi dicesse che tanto, alla fine, ognuno rimane solo con la sua vita infilata al contrario, con gli errori, le incomprensioni, col suo dolore. E questo è il Buzzati de Il deserto dei Tartari.

Nella selva del mondo editoriale italiano il lettore è chiamato a un ruolo di ricerca sempre più attivo. Chiunque voglia scovare lavori di qualità rischia di rimanere preda di un’editoria attenta alle vendite, come è giusto che sia, a scapito del coraggio. E allora mi piace scrivere di questo piccolo libro elegante e sornione, della sua qualità.

Sandro Abruzzese

Il libro lo trovate qui

Noi, Renzi, Mattarella e il mondo

Nessuno vuole cambiare il mondo. Non lo vuole Obama, non Renzi e nemmeno l’Europa unita o la Cina. E’ per questo che il mondo non cambia. Il mondo rimane una storia di classi egemoni e il maggior successo del neoliberismo è stato quello di farci credere, grazie al credito, che le classi non esistessero più. Poi è arrivata la crisi e qualcuno ha dovuto pagarla. La classe media è scivolata verso la povertà, mentre i poveri diventavano ancora più poveri.

Nessuno vuole cambiare il mondo. Noi vogliamo aderire al mondo. La nostra è una cerniera che promette la rivoluzione e subito richiude i due lembi di paese nella solita conservazione. Lo stesso Renzi è stato scelto per ordinare il nostro mondo, disciplinarlo, ma non di certo per rivoluzionarlo. Il nuovo presidente della Repubblica Mattarella, uscito di scena Napolitano, è la cerniera che mancava all’assetto politico italiano. Mattarella sembra garantire a tutti, per quanto sarà in suo potere, la disciplina e l’abnegazione necessaria a conservare questo stato di cose. Non si spiega diversamente l’adesione trasversale e la fiducia ecumenica. Sarà il garante di una costituzione nobile, ma continuamente tradita e disattesa.

Siamo ostaggio della peggiore classe politica dell’Occidente. Abbiamo un sistema scolastico dove ragazzini di tredici anni, alla fine delle medie, sono chiamati prematuramente a scegliere il proprio indirizzo di studi, spesso con conseguenze disastrose per il loro futuro. Un sistema giudiziario costruito per i potenti che possono permettersi di rallentare la macchina burocratica fino alla prescrizione, diffamare a mezzo stampa ed eventualmente pagarne le conseguenze, mentre i poveri devono solo temerlo. Abbiamo carceri affollate di delinquenti comuni che pagano per i loro misfatti, mentre il reato di concussione e quelli finanziari, che coinvolgono politici e colletti bianchi, godono di leggi a dir poco bonarie. L’elenco sarebbe troppo lungo, per questo Stato ingiusto.

Allora ribadisco che nessuno vuole cambiare il mondo. La lingua falsa, menzognera della politica ne è la continua conferma. Fingono perizia, appaiono preparati, puliti, eleganti. Ma non sono sinceri. Non sono veri. Il loro è un gergo importato, indecifrabile, contraffatto. L’obiettivo è la conquista del potere, non la risoluzione dei problemi italiani. Tuttavia i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Renzi, figlioccio di Berlusconi per scaltrezza e comunicazione, guida un partito democratico da anni privo di idee, incapace di essere alternativo alla destra liberista. Non importano le menzogne a reti unificate, l’ipocrisia dell’informazione telecomandata.

Noi non vogliamo cambiare il mondo. Altrimenti tutto questo sarebbe insopportabile.

Il mondo, a dispetto delle menzogne, rimane una questione di ricchi e poveri, non altro. L’Italia non è un paese per giovani,  e direi che non è un paese per poveri.

 

Sandro Abruzzese

Il narratore sornione Domenico Carrara: C’è chi si lamenta della pioggia

c'è chi si lamenta della pioggia

C’è chi si lamenta della pioggia, Homo scrivens editore

Ho una gran voglia di tornare a Napoli, nei posti che ho abitato e vissuto ai tempi dell’università. Mi riferisco alle serate a Piazza San Domenico Maggiore, a Piazza dal Gesù Nuovo, con le spalle appoggiate al bugnato della chiesa a guardare in alto, per vedere la sagoma della statua che, vista da una certa prospettiva, sembra incarnare l’icona della morte. Poi il periodo all’Orientale, quello a Santa Maria La Nova. Oppure i cornetti notturni in Via Tarsia, le birre nella conca a Piazzetta Nilo, il cinema Astra a qualche euro, il lunedì. Ancora, la pizza in Piazza Bellini e il caffè di fronte alla Cumana, a Montesanto. La fiumara di gente che scende verso la Pigna Secca, passa davanti al Vecchio Pellegrini. Insomma, il ventre di Napoli, avrebbe detto la Serao.

Questa voglia me l’ha messa addosso l’ultimo libro di Domenico Carrara, si intitola C’è chi si lamenta della pioggia ed è edito da Homo scrivens, casa editrice partenopea. Quello di Domenico Carrara è un viaggio tra le ansie e i pensieri di una generazione zero. Un viaggio tra città e provincia. I suoi giovani, pur avendo fatto ciò che dovevano, si trovano a galleggiare nei flutti della sfiducia successiva alla crisi economica più grande della nostra storia in tempo di pace.

Mi si è attaccato addosso il suo io narrante silente e sornione. Il suo passo lento che calpesta il terreno della politica nazionale, della disoccupazione, della provincia con le sue contraddizioni, e lo fa senza scivolare. Non lo trovo affatto facile. Domenico pone domande e cerca continuamente il bandolo in mezzo al groviglio di una giungla. Lo fa senza presunzione. Nell’arco di due anni, con un occhio alla politica, e l’altro immerso nel suo mondo, il narratore scava e ascolta. Così incontriamo il calzolaio che non si occupa del presente e crede solo in Geova, poi la lezione dell’uomo-pugno, – “Alcune persone sembrano dei pugni, sono dirette, arrivano alla pancia”, – interlocutore che anticipa le risposte alle proprie domande e colpisce duro, senza pensare troppo.

Più avanti l’ironia lascia il posto all’incontro suggestivo con Don Teodoro, parroco dal cuore francescano: “Dio è debole, è fragile. Questo ce l’ha insegnato Francesco. Ed è così perché l’amore non si impone”. Il Dio di Don Teodoro è quello della pietà per gli ultimi, della miseria e della malattia, della misericordia e fa dire al protagonista che “Se i preti fossero tutti così magari crederei a qualcosa, invece dubito come fa il bambino nella mia testa”. Così si susseguono i personaggi incontrati, compagni di vita, viandanti, artisti, amici incrociati con la propria memoria, con l’amore finito per essere un calesse e la cronaca contemporanea, implacabile, sullo sfondo.

E’ un viaggio inquieto ma attento, profondamente attento. Da cui emergono l’incertezza di un’epoca e la voglia di uscire allo scoperto. E’ costruito su una lingua innamorata della parola, la sua prosa lirica guarda la realtà con gli occhi del cane, proprio come Agata, la cagnetta che spesso segue il narratore a zonzo per il paese nativo. Descrive per cercare, osserva per capire, Domenico. Il risultato è autentico, e lo è perché le sue pagine a volte scorrono e altre vibrano, sono sincere. Le pagine di C’è chi si lamenta della pioggia arrivano immediate, perché sono, semplicemente, vere.

Sandro Abruzzese

Pino Daniele, l’Islam, i social network, la cassiera della conad, ai tempi della collera

Delle vicende di questi giorni ho inteso che, al tempo dei social network, occorrerebbe imparare l’arte del tacere. Non si può esprimere un’opinione su tutto. La cassiera della conad, invece, mentre lavora, sostiene che gli arabi “non si sa cosa abbiano nella testa”. Da del “tu” alla zingara, e non lo fa per confidenza. Lei ha fretta di andare, la zingara. Vorrebbe superare una cliente indecisa perché rischia di perdere il treno, e la cassiera è lì, a dirle che no, che una zingara non ha impegni, ha tutto il tempo che vuole, perché non lavora. Non ho la forza di difenderla. La collera sale in ritardo in mezzo a queste piccole rivincite di provincia.

Pino Daniele è stato un vero artista. Negli ultimi vent’anni, abbandonando la sperimentazione, ha prodotto buoni dischi pop. Con la sua dipartita abbiamo perso l’interprete, l’icona. Quello ancora dava i brividi, non mi pare poco. Ma abbiamo tutta la sua produzione musicale, il meglio che potesse produrre. La prematura scomparsa di Troisi, a cui pure è stato associato, fece molto più male. Massimo, a circa quarant’anni, aveva tanto ancora da fare e dire. La sua è stata una carriera spezzata, fortunatamente quella di Pino no. Il clamore della morte di Daniele ha a che fare con un pezzo della nostra vita. La musica di Pino ci ha accompagnati. Nel funerale celebriamo e seppelliamo parte della nostra vita. Qualcosa ci dice che il tempo, inesorabile, passa.

Di sicuro questo periodo storico ciarliero, in cui anche la comunicazione non è altro che un modo come un altro per apparire, e spesso apparire meglio di ciò che siamo, ha come smarrito l’abitudine alla filosofia intesa come ricerca delle cause prime. Quindi il terrorismo non viene contestualizzato e bene ha fatto Massimo Fini a ricordare come mai e perché esista. Bene ha fatto oggi Emanuele Severino sulle pagine del Corriere a ricordare come il modello capitalista, dominato dalla tecnica, abbia stroncato il sacro nell’Occidente cristiano, e altrettanto farebbe con l’islam, qualora questa parte di mondo raggiungesse l’evoluzione del nostro mondo. Questo rimastico nella mente da giorni, mentre mi dico “non aprire Facebook, non farlo”. Non staranno zitti nemmeno per la morte di Pino. Non si fermeranno di fronte all’idiozia spietata. Marceranno sull’odio, sulla paura, sul terrorismo, sulla religione. E’ la pioggia della comunicazione, così ha scritto il mio amico Domenico Carrara nel suo ultimo libro. Apro, e Salvini denigra Pino Daniele. Sì! Denigra un morto, che non potrà rispondergli.

Lo sapevo.

Piove, guarda, come piove, piovono ricordi e pareri, illazioni e distinguo. Si cerca il bandolo, il rivolo, l’equilibrio sul cordolo dell’originalità. Tutto scorre. L’importante è il commercio della parola, la raccolta dei dati, dei gusti. Si comunica più di ciò che si vive. Svuotando di significato l’una e l’altra.

Ecco! Ci sono cascato pure io. Avrei fatto meglio a tacere. Ho detto la mia su Pino Daniele, Islam, social network, la cassiera conad, ai tempi della collera.

Chiedo venia.

S.