Categoria: MARMELLATA DI LUCCIOLE da un romanzo di Giovanna Iorio

MARMELLATA DI LUCCIOLE (10)

foto Giovanna Iorio

foto Giovanna Iorio

La stanza dove abito ora

Torno da lavoro ridotta in poltiglia proprio come una delle albicocche Mammanatura. Mi tolgo la buccia arancione, il camice appiccicoso è diventato la mia seconda pelle e me ne torno a casa.
È una stanza di pochi metri quadrati, lunga come un corridoio e una finestra che per aprirla devo usare l’apriscatole. La mia camera si affaccia su un giardino spelacchiato con un albero di albicocche. Si, albicocche anche qui! Deve essere terrorizzato dai fumi della fabbrica e forse odia anche me perché quando apro comincia a frusciare incazzato.
(SQUILLA IL TELEFONO)
Stavo per aggiungere che mi hanno appena collegato il telefono. Mia madre ha voluto che lo facessi subito. Ha fatto lei la richiesta al 187.
Il telefono ha cominciato a squillare mentre con la mano annegata in quel pozzo che è la mia borsa cercavo disperatamente la chiave.
Era mia madre. Mi ha chiesto come va? Hai bisogno di qualcosa? Tutto bene mamma, tutto bene.
Il ragazzo biondo mi ha dato un passaggio fino a casa. Gabriele. Ha cominciato a lavorare in fabbrica un giorno prima di me ma sa già tutto.
E’ simpatico. Ha un sorriso splendido. Gli si apre al centro del viso, come un fiore tra le crepe di un muro. Forse lo metto nella mia collezione, però non lo so. Non sono ancora riuscita a socializzare con gli altri del settore Poltiglia. Lo chiamiamo così il nostro reparto. Mi faccio una doccia. Devo stare attenta a non farmi finire l’acqua nelle orecchie. Prima di partire sono stata tutta la notte a pensare se era il caso di portarmi dietro anche la spugna per la doccia: il delfino irrequieto. Alla fine non sono riuscita a metterlo in valigia e così l’ho lasciato a casa. Sono andata all’Upim e ho comprato una spugna coccodrillo. Si comporta abbastanza bene, devo dire.

(SQUILLA DI NUOVO IL TELEFONO)

Mia madre deve averlo detto a tutti che ora ho il telefono. Grazie mamma!
Senza di lei a farmi da filtro gli squilli del telefono mi si conficcano nei timpani come frecce.
– Ciao! Ero sotto la doccia. Ho appena finito il turno.
Va bene, sto abbastanza bene. Non ho smesso di scrivere il mio libro. Ho un quintale di carta moschicida come sempre. Si mi trovo bene nell’appartamento. Sembra un barattolo. Si, ho imparato a fare la marmellata.

Prima di dormire

La stanchezza mi chiude le palpebre. Ci provo a scrivere ma vago nel buio della memoria più buia. Addosso resta l’odore della marmellata, anche dopo la doccia. Ho paura che impregnerà persino queste memorie.

Flap flap flap

Mi sono addormentata con la testa sul tavolo della cucina accanto al piatto. Ho cominciato a sognare. L’albero in giardino si agita come la mano di un camionista.

Incarti rossi

I miei se ne stanno davanti alla TV proprio come allora, i gomiti conficcati nella corteccia levigata del tavolo, le palpebre pesanti, l’alito che sa di fumo e di sogni.

Da bambina mettevo l’orecchio sul tavolo della cucina. Le voci del televisore si mettevano a vibrare nelle fibre del legno. Senza linfa, senza foglie, senza frutti. Mi raggiungevano insieme ai ricordi dell’albero.

Arriva la TV a colori, evviva!

Avevamo i cuori a spasso per l’emozione. Mio padre li acciuffò e li fece star fermi. Ci sedemmo, lui prese il telecomando della situazione e accese il televisore nuovo. I colori esplosero sullo schermo come farfalle.

Da quella non ci fu più bisogno di colorare le immagini con gli incarti delle caramelle Rossana.
Io e mio fratello ce le mettevamo davanti agli occhi e tutto diventava rosso. Funzionava così: in bocca si scioglieva la caramella alla crema. Poi mettevamo l’incarto rosso davanti a un occhio. Sullo schermo i volti in bianco e nero arrossivano. Regalavano il pudore a donnicciole sfacciate, ai John Wayne dall’espressione truce, ai bambini incompresi e moribondi, a distese di mare grigio, ad alberi spenti. Il rosso ricopriva la vita in bianco e nero di uno schermo.
Una sera ho giurato e spergiurato di aver visto colorarsi le immagini e non avevo la carta rossa davanti agli occhi! Capitò all’improvviso. Ma nessuno volle credermi e così anch’io, dopo un po’, ho smesso di crederlo.
Io non guardo mai la televisione. Ho la radio. Ora canticchia in un angolo della stanza, senza riguardo per la mia creatività.


Uno strano sogno

Quel ragazzo biondo, Gabriele, mi viene incontro nel parcheggio della fabbrica. Il sole sta sorgendo e lui se ne sta tra i barattoli di vetro. Scintilla anche lui. Mi sono voltata per mandargli un bacio sulla punta delle dita ma era buio. Le sirene avvisano che è ora di entrare in fabbrica. Io devo timbrare il tesserino. Ma io non ce l’ho. Allora Gabriele arriva per farmi una foto. Mi sistema i capelli, sono ricci e non vogliono stare fermi. Allora lui mi pettina i capelli, con cura, come se fossi la sua bambina smarrita.

FINE

Il saluto di Giovanna Iorio

LO STRANO CASO DEL MANOSCRITTO VIANDANTE

foto G. Iorio

foto G. Iorio

Quello che avete letto è l’ultimo pezzo del mio romanzo Marmellata di Lucciole. Il resto lo lascerò nel cassetto a fare flap flap flap ancora un po’. Da una parte mi dispiace smettere; la mia domenica è stata più bella grazie a voi. E, infatti, cos’è uno scrittore senza lettori? E un libro mai letto non esiste. “Marmellata di lucciole” esiste grazie a voi. Il merito è tutto di Sandro Abruzzese, che mi ha aperto questo suo barattolo scintillante, il blog Racconti Viandanti. Qui dentro la mia marmellata si è subito sentita a casa, e sono tornate vive le lucciole.

Prima di salutarvi vorrei raccontare lo strano caso del manoscritto “viandante”, Marmellata di Lucciole. Ho scritto questo libro quando avevo 24 anni. La mia vita ribolliva, scrivevo di notte, di giorno. Scrivevo sempre. Quando ho messo la parola FINE al manoscritto, ne ho stampato dieci copie e le ho mandate alle case editrici. Buste gialle; raccomandate con ricevuta di ritorno. Le ricevute di ritorno facevano il loro dovere: tornavano nella cassetta della posta, a casa dei miei genitori, come piccioni viaggiatori ammaestrati. Nel frattempo, però, avevo preso il volo. Me ne andai all’estero dopo aver vinto una borsa di studio ministeriale. E così la telefonata dalla Mondadori la prese mio padre. Non annotò né il nome della persona che mi aveva cercato, né un recapito. A dire il vero se ne dimenticò completamente. Poi un giorno all’improvviso se ne ricordò e mi disse:

“Giovanna, ti ha telefonato un certo Montatore da Milano. Un po’ di tempo fa”.

Erano passati mesi. Dopo vari tentativi e segreterie telefoniche, riuscii a parlare con un essere umano. Mi dissero che la persona che mi aveva telefonato si era ingessata una gamba ed era fuori dall’ufficio. Dissero che il mio romanzo era piaciuto, ma che avevo ottenuto il 70 per cento dei consensi per la pubblicazione e per un autore emergente si doveva essere d’accordo all’unanimità. Per dare al romanzo un’altra possibilità, qualcuno aveva suggerito di inviarlo alla sezione Narrativa per ragazzi, però non era stato ritenuto adatto ad un pubblico di adolescenti. Quindi, grazie e buona fortuna. Che dire, io ero già abbastanza soddisfatta di aver ricevuto una telefonata dal fantomatico Sig. Montatore. Qualche mese dopo accadde un altro fatto insolito. Ricevetti la telefonata di un attore da Milano. Disse che aveva una storia incredibile da raccontarmi, se avevo qualche minuto a disposizione. Era il famoso attore tal dei tali (disse nome e cognome ma io non me lo ricordo. Ne approfitto per un appello: Se un giorno ti capitasse di leggere questa storia, gradirei sapere come ti chiamavi perché me lo sono dimenticato!). In breve mi raccontò che una sera, mentre a piedi si recava ad una festa molto noiosa a Milano, (per la quale aveva dovuto indossare una giacca marrone e una cravatta gialla) aveva notato una strana “marmellata di lucciole” e si era fermato a raccogliere dei fogli dalla… spazzatura. “Non ti offendi mica, vero? ” mi disse, “credo che lo abbia buttato via una casa editrice… È il tuo romanzo?”. Parlammo un bel po’. Lui era sempre alla ricerca di testi teatrali, voleva che gli scrivessi un monologo. Mi sembrava surreale. Gli dissi di si, ma ben presto me ne dimenticai. E lui non chiamò mai più.

Nel frattempo avevo inviato alcuni brani del romanzo qua e là, a vari concorsi. Il pezzo “La mia stanza”, venne ulteriormente spezzettato e incluso nella antologia “Quello che ho da dirvi” a cura di Mozzi e Caliceti, edita da Einaudi. Continuai a sperare di vederlo pubblicato flap flap flap e lo chiusi in un cassetto. Di tanto in tanto qualcuno lo leggeva: amici, conoscenti, altri scrittori.

Ricordo tutti i lettori del mio romanzo a pezzettoni. Sono tutte persone speciali, con una storia originale che potrebbe diventare l’oggetto di un altro romanzo: I lettori della Marmellata di Lucciole. Ora quella lista si allunga e ci siete anche voi. Vi ringrazio di cuore. Ecco, credo di aver finito. In realtà non vi ho rivelato tutto; bisogna sempre lasciare le cose sul più bello. I romanzi imparano dalla vita, e la vita non è altro che un interminabile Racconto Viandante. Grazie Sandro Abruzzese, e grazie Franco Arminio che ci ha fatto incontrare. A presto.

GIOVANNA IORIO

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MARMELLATA DI LUCCIOLE (9)

guanti gialli JPG

La fabbrica di marmellata

Sono partita alle sette di venerdì mattina in treno. Mi hanno preso a lavorare in una fabbrica. È la prima volta che qualcuno mi risponde: quaranta operai anche prima esperienza presentarsi subito. E io mi sono presentata. Una donna paradossale con gli occhi di lepre e gli occhiali di tartaruga mi ha fatto alcune domande: da dove viene, quanti anni ha, è il suo primo lavoro in fabbrica. Ma soprattutto cosa ne pensa della marmellata Mammanatura?
La marmellata Mammanatura è un orribile impasto appiccicoso che mai e poi mai mi sognerei di spalmare su qualcosa di commestibile. Con uno dei miei sorrisi falsi della collezione le ho risposto che, a dire il vero, mia madre mi ha allevata con la marmellata Mammanatura. Ed è per questo motivo che sono venuta su così come mi vede. Deve averlo preso per un complimento. Allora mi ha fatto un grande sorriso color terra di francia arata di fresco (ha usato il lipstick che si applica con il pennello. Oh no! Ha il rossetto sugli incisivi, io non lo sopporto il rossetto sui denti, non lo sopporto). Poi i denti sporgenti hanno inciampato nel labbro superiore e, tentando un sorriso mi ha detto: bene Angela, comincia il lavoro domani.

Ai miei genitori.

E non fate quella faccia, non sto mica andando alla forca. E poi è solo per un po’, fino a quando non trovo di meglio. Lo sapete che presto ci sarà il concorso a cattedra per le scuole superiori. E si sblocca la situazione alle scuole elementari. Faccio il dottorato di ricerca a Salerno con il professore che mi vuole tanto bene. E poi scrivo un libro. Insomma nel giro di qualche anno la mia vita andrà a mille all’ora. Ci sto solo per qualche mese, mi farà bene, non smetterò di studiare. Non si muore a ficcare un po’ di poltiglia nei vasetti di vetro con l’etichetta Mammanatura. E, tra un turno e l’altro, curo il flap flap flap. Poi scrivo. Porto i miei libri. Ho messo in valigia anche la carta moschicida.

Dentro la fabbrica.

Ci sono migliaia di vasetti di vetro nel parcheggio. Scintillano al mio ingresso e all’uscita. E’ sempre l’alba o il tramonto quando finisco il turno. La montagna di vetro scintilla da lontano. La nostra tuta è arancione. Non è ridicolo? Il colore delle albicocche. Vittime e carnefici: lo stesso colore. Scendo dall’auto. Entro in fabbrica. I vasetti smettono di scintillare.

Prima di scendere dalla macchina mi aggiusto un po’ i capelli e passo il rossetto sulle labbra. A quest’ora è difficile guardarsi allo specchio. Non sai mai chi ci puoi vedere. E se non la riconosci quella che ti fissa con la faccia stravolta, che fai? Dimmi che fai?

Alle sei sono già davanti alle macchine. Quella stronza di una sirena! Mi viene in mente Ulisse. Come se la cavava senza tappi alle orecchie lui? Ah già, si è fatto legare all’albero della nave. A me le mani servono per lavorare. Tutti smettono di parlare. Comincia il primo giorno di marmellata. Ho sotto gli occhi la vasca dei frutti semi marciti, semi decomposti. E’ un mare-magma; tra le onde galleggia l’odore denso dello zucchero fermentato.
Un tipo, un ragazzo biondo che manovra il carrello e volteggia sulla mia testa come un essere alato, ha notato la mia faccia quando ho scoperto la vasca con i frutti. Si è avvicinato per sussurrarmi dei consigli.

Sento il rumore delle macchine e il flap flap flap aumenta. Diventa assordante.

LUI: Non fissare la vasca. Non avvicinarti al bordo o ci finisci dentro, come un’albicocca e fidati, nessuno qui si tufferebbe per salvarti. Non si ferma la produzione.

Mentre m’incanto a guardare un robot che riempie, richiude, ripone, i vasetti sul nastro penso al viaggio della marmellata Mammanatura: verso il sigillo di garanzia, i furgoni, gli scaffali, le fette di pane, i denti, gli esofagi, gli intestini tenue e crasso, i tubi, le fogne, il mare. Mentre osservo impotente tutto questo mi viene in mente che l’enorme pappa ribolle proprio come una cloaca e che da due giorni per via del cambiamento d’aria non vado di corpo.

LUI: Ah, dimenticavo! Io mi chiamo Gabriele.
ANGELA: Ciao, io sono Angela.
LUI: Vuoi i tappi per le orecchie?
LEI: Oh si!

Sto per raccontargli del mio flap flap flap ma i rumori delle macchine sommergono la mia voce, e i tappi sommergono i rumori delle macchine, e la voce di Gabriele sommerge me. Buona giornata!

Il flap flap flap finalmente scompare. Lo sento di nuovo soltanto quando esco dal capannone, dopo il turno. Un bel venticello fresco entra a farsi un giro nei miei timpani. Solo allora ritorna più forte che mai

flap flap flap

Sto facendo la cura che mi ha prescritto l’otorino. Mi ha detto prendere le medicine fino a scomparsa del sintomo. Quando entro in fabbrica devo ficcare la testa in una cuffia. Ci metto un secolo a farci entrare i capelli, i pensieri e il flap flap flap. Prima di cominciare dobbiamo indossare anche i guanti. Per otto ore ho le mani infilate nel lattice di gomma. È una sensazione strana. Toccare la polpa delle albicocche con dita di gomma. Posso ficcare le dita nella polpa senza emozionarmi. Avverto soltanto il freddo delle albicocche sui miei polpastrelli privi di impronte digitali. La marmellata scorre nei tubi d’acciaio sopra la mia testa, poi esce a fiotti da rubinetti automatici. I vasetti di vetro vengono sterilizzati e mandati sul nastro. Vanno incontro alla cascata di albicocche ridotte in poltiglia. Io mi occupo della selezione. Seleziona. Tasta. Scarta. Metti sul nastro. E non andare per il sottile.

GIOVANNA IORIO

Marmellata di Lucciole 8

giovanna iorio blog 8
foto Giovana Iorio

Marmellata di Lucciole

Ci sto provando a scrivere tutto. Ad annotare tutte le parole. A strapparle alla quotidianità che le uccide. Salvarle. Catturarne l’alone. Lasciarle brillare dentro la pagina.
Lo sai, da bambina andavo a cercare le lucciole nei prati non per ucciderle. Volevo salvarle. Uscivo con un barattolo di vetro, quelli per la marmellata. Mia madre mi aveva insegnato una filastrocca per incantare le lucciole. Dovevo dire:

Lucciola lucciola vien da me
Che ti do il pan del Re
Il pan del Re e della Regina
Lucciola lucciola vieni vicina.

E le lucciole arrivavano. Lente, mansuete, intermittenti come un respiro eccitato. Posavo il barattolo a terra e le prendevo nel palmo della mano, chiudevo un po’ per non farle scappare, delicatamente per non soffocarle.
Una ad una le mettevo nel barattolo. Dieci, quindici, venti luci per le mie notti di giugno, sul comodino, accanto al letto. Mi addormentavo al buio con il bagliore sempre più fievole sul viso. Io sognavo. Le lucciole morivano.

Conversazioni prima della partenza

E’ arrivato G. Si è seduto sul divano e si è messo a imprecare. Gli hanno rubato lo stereo dalla macchina. E’ la prima volta. Le prime volte sono importanti. Smetto di fare la valigia e vado da lui. Mi siedo. Per strada due ragazzi fanno baccano mentre incollano un manifesto sul muro. Ridono e si sporcano con la colla liquida.
Allora, dico a G., parliamone. Raccontami cosa ti è successo.

DOCUMENTI
IL MANIFESTO SUL MURO

Terzo Trofeo Città di Cucciano
Gara di Tiro al Bersaglio

1° classificato vitello paesano 300 kg
2° classificato maiale paesano 100 kg
3° classificato prosciutto paesano
4° classificato agnello paesano
5° classificato capicollo paesano
6° classificato n° 6 bottiglie di Greco di Tufo
7° classificato n° 2 polli paesani

Alla donna 1° classificato Ferro da stiro Zoppas

Stereo & Vitello

LEI: Dimmi, provi dolore per la perdita del tuo stereo?
LUI: Ho voglia di una granita al limone. Se lo beccavo, gli spaccavo la faccia a quello stronzo figlio di puttana che gli venga un cancro…
LEI: Era soltanto uno stereo. E pensa, magari il ladro era un poveraccio che ne aveva bisogno per mangiare.
LUI: Come no, il padre di famiglia disperato che ruba per sfamare i figli. Non è sempre così, cazzo! E poi costa DUE CEN TO CIN QUAN TA EURO uno STEREO nuovo…e ora basta, finito! Niente più musica. Ma il tuo lasseir faire mi irrita, anzi no, mi inferocisce!
LEI: Guarda, hanno appena incollato un manifesto, vado a leggere.

LETTURA DEL MANIFESTO

LEI (a LUI): Fanno una gara di tiro al bersaglio con sagoma fissa a 800 metri. Ci andiamo? Così tu guadagni un vitello, o male che vada due polli. Alla peggio scarichi l’aggressività. Se vinco io, invece, siccome sono una donna mi merito un bel ferro da stiro. Così stiro le camicie a tutto il paese, e non parto più. Le stiro a te, al ladro, al vitello, al comitato organizzatore del Trofeo di Cucciano.
LUI: Ma che c’entrano i vitelli con il mio stereo, anzi non è più il mio stereo. Ora è il mio ex stereo.
LEI: Vedi, tu non capisci proprio niente. Non ci arrivi proprio. A me quel manifesto là fuori ruba la meravigliosa opportunità di vincere un vitello di 300 Kg. Però tu non provi alcun risentimento per i fessi che lo hanno scritto. Ma quel poveraccio che ti ha preso lo stereo lo uccideresti.
LUI: Sono due cose diverse. Solo tu riesci a mettere cose così diverse in relazione.
LEI: È lo stesso tipo di tragedia.
LUI: No che non è la stessa tragedia.
LEI: Si che lo è.
LUI: No.
LEI: Si.
LUI: Parti. E’ questa la tragedia.
LEI: Partire non è una tragedia.
LUI: E quando parti?
LEI: Venerdì.
LUI: Di venere e di marte non si arriva e non si parte.
LEI: Scrivilo al Ministro dei Trasporti.

Una passeggiata con G. prima della partenza (ma gli angeli esistono?)

LEI: Ma questo angelo custode esiste o non esiste?
LUI: Boh!
LEI: Non te lo sei chiesto mai?
LUI: Mai.
LEI: Ma proprio mai?
SORRISETTO DI LUI CHE NON SI CAPISCE n° 1
LEI: Allora?
SORRISETTO CHE NON SI CAPISCE n° 2
LUI: Non lo so.
LEI: Allora hai dei dubbi.
LUI: Ora te lo spiego. Se ci fosse un angelo custode dovrebbe apparire proprio ora per aiutarmi. Perché io non ce la faccio più con una come te che mi parla di partire, cambiare, vitelli, sterei, angeli e flap flap flap. Una che scrive tutto il tempo e quando non scrive legge e quando non legge parla. Una che mi prepara il tè e a me mi fa schifo il tè. Il mio angelo ti deve far capire che io voglio un cazzo di caffè perché il tè non mi piace, non mi è mai piaciuto, non mi piacerà mai e tanto meno col latte e tanto meno con lo zucchero e tanto meno al posto del caffè perché ho finito di mangiare un piatto di fusilli alla sorrentina da neanche un quarto d’ora! E non siamo in Inghilterra, te lo vuoi ficcare in testa. Questo sì che sarebbe un angelo custode, uno che poi me lo porto a bere una birra e facciamo quattro chiacchiere sulle donne che fanno sempre le misteriose che non sai che gli passa nella testa tutte bionde o tutte rosse o tutte a strisce i colpi di sole un angelo custode che ti arrotola i bigodini perché domani parti e allora l’angelo ti potrebbe sparare una cazzo di freccia proprio in mezzo al cuore se ce l’hai un cuore tu a partire così e a lasciarmi qua come un fesso ma te lo dico io non me ne sto con le mani in mano io me ne porto altre a cena e poi l’angelo te lo dirà di quella che mi sono speso tutti i soldi per portarla a cena, per portarla a bere, per portarla al cinema, per portarla a vedere le stelle che dovevano cadere e poi ci hanno ripensato. Perché con me le stelle ci ripensano sempre. L’angelo che poi lo devo pregare in ginocchio fammi arrivare fino a casa che non c’ho i soldi per la benzina e poi puntuale non s’avvera e faccio una figura di merda che devo spingere la macchina.
LEI: Insomma. Sei incazzato perché vado a lavorare in una fabbrica di marmellata al Nord.
LUI: Allora non ci andare…
LEI: Devo risolvere una cosa. Il flap flap flap
LUI: Ecco, hai visto. Di nuovo questo cazzo di flap flap flap…
LEI: Mi dici perché dici sempre cazzo? Perché hai bisogno di nominare i genitali? Lo sai che torno. Quando ho trovato il mio angelo custode. E finisce questo flap flap flap. Quando imparo a sorridere.


Discussioni di architettura nella mia stanza con gli amici la sera prima di partire.

Allora ci venite a casa mia stasera? Domani parto.

La prima ad arrivare è la mia amica dagli occhiali da sole tristi.
Ma perché te li sei presi così?
Me li hanno regalati.
Ma sono…
…Tristi, lo so.
Perché non te li levi allora?
C’ho provato, è che non vanno più via.

Riassunto della serata per punti essenziali:

1. Stasera è venuto fuori che i Pellerossa non soffrono le vertigini. Hanno costruito i grattacieli ai gringos, sospesi nel vuoto; in strada li hanno visti volare da una parte all’altra delle impalcature sulle assi sottili. Portavano piume nere intorno alla testa come corone e tute di jeans senza la canotta. Li hanno pure fotografati, non mi ricordo chi, mentre mangiavano ed erano seduti a cavalcioni sulle impalcature con le gambe penzoloni e grandi sorrisi sospesi nel vuoto. Foto in bianco e nero: angeli bruni, esseri umani generati dagli uccelli, incroci di divinità alate e giovani fanciulle brune. Hai mai visto le nuvole salire su nel cielo in ascensori di cristallo? Vanno su e giù mentre di sotto le strade sono fiumi in piena. I miei amici sono sicuri che al Nord ci sono i grattacieli.

2. Stasera è venuto fuori che quando piove ed è estate ed è notte e hai la finestra aperta e ti affacci per vedere quanta pioggia viene giù, ti accorgi che sono cadute solo quattro gocce, insomma proprio in quell’istante ti avvolge un odore acre e intenso e antico. E’ l’odore dell’ozono. E sembra che si sia materializzato qualche essere soprannaturale proprio nel tuo giardino.

3. Stasera è venuto fuori che Antonio sogna di fare l’assaggiatore di cioccolato; che Marta non costruirà mai palazzi di vetro (tombe dell’architettura, li ha definiti, però a me piacciono!); che i grattacieli oscillano tutto il santo giorno come canarini sulle altalene; che il vento ha fatto crollare un ponte grande e grosso con una sola spintarella ben assestata.

4. Volevo aggiungere ad un certo punto, ma non sono riuscita a guadagnare la parola e così mi è passato di mente, che in una lontana città dell’Irlanda quando il vento soffia forte sull’oceano, un blocco di case costruite in periferia ulula come il Banshee e risuona come un organo spettrale. Si dice che quegli alloggi siano stati costruiti dagli spiriti delle tenebre. La verità è che i soldi che non hanno speso per il cemento e i mattoni sono da qualche parte nella tasca – a destra o a sinistra – di un pantalone rigonfio maniacalmente ripiegato su una sedia in una stanza di una villa che di notte è silenziosa e non conosce spifferi e neppure sogni.

Ciao Angela
Ciao occhiali tristi.
Buon viaggio e buona fortuna.

INTERVALLO
Ora smettila di girare…è quasi marmellata.

GIOVANNA IORIO

Marmellata di lucciole (7)

foto Giovanna Iorio

foto Giovanna Iorio

Gli acari

La mia stanza è piena di polvere; ma non importa, non sono allergica. La vedo quando entra dalla finestra. Sembra sole, invece è polvere. Si posa sul tavolo, sulle sedie, sui libri, sullo specchio. Quando penso che nella mia stanza entrano miliardi di acari microscopici, miliardi di esseri invisibili in cerca di qualcosa, mi spavento. E allora sono felice di partire, di andarmene, di lasciare tutto: la mia stanza, la famiglia, il paese, gli acari.

La polvere sullo specchio. Il mio riflesso è sepolto sotto una frana di polvere. Penso a quello che mia nonna mi diceva da bambina.
Non guardarti allo specchio di notte. E io non lo facevo. Lo specchio sull’anta dell’armadio mandava riverberi azzurri anche al buio. Prima di mettermi a letto ballavo, volteggiavo.
Sono una ballerina, sono una regina!
Stai ferma con i fiammiferi! Non li spegnere o ti pisci il letto. E io non li spegnevo. Ma il letto si bagnava lo stesso.
Sognavo di ballare in un lago di cigni. Piano piano il lago si faceva freddo. Sognavo pesci muti prigionieri dentro lo specchio. Il muso contro il vetro, gli occhi luminosi nell’oscurità della stanza. I pesci erano azzurri. Sul fondo brillavano fiori di corallo, le alghe si agitavano come capelli.
Spazzolati i denti per almeno due minuti. Dai cento colpi di spazzola ai capelli. Ogni sera, prima di andare a dormire, con la sottana bianca di mia nonna facevo il vestito da ballo. Il pavimento luccicava e io volteggiavo come un cigno.
Non saltare sul letto. Si rompono le molle.
Ma io saltavo sempre. Mia nonna si riprendeva la sua sottana e copriva il buco della serratura.
I muri hanno gli occhi.
Dopo un po’ arrivava il sonno. Era un vecchio cieco.

Collezione di sorrisi

Flap flap flap.

Mi sono voltata e non c’era più. Era sparita, volatilizzata.
Oggi sono uscita in bici. Percorrevo una stradina di campagna da sola con le auricolari conficcate nelle trombe di Eustachio. Le altre trombe, quelle di Fallopio, battevano il rap sul sellino. Il flap flap flap per un po’ non si sentiva, solo musica a alto volume.

Bum bum bum.

My headphones they saved my life, my headphones allowed me to sleep to sleep to sleep.

All’improvviso una bambina è apparsa davanti alla mia bici, subito dopo una curva. Gli occhi scuri, il viso chiaro. Mi ha sorriso. Per poco non lo prendevo in pieno quel bel sorriso, il più bello che abbia visto da mesi.

There must be an angel playing with my heart.

Le ridevano gli occhi color castagna e i capelli odor castagna e le labbra sapor castagna. Ha mosso la bocca per dire qualcosa ma non sono riuscita a sentire un’acca. Era agile come una volpe, ed è sparita in un cespuglio. Ho pensato di averla sognata.

Now just let me sleep.I don’t wanna talk. I’ve nothing nice to say. I’m sleeping in your hand.

Che cosa voleva dirmi? Mi sono voltata e il bel sorriso era sparito, volatilizzato.
Io ho una collezione. Una collezione di sorrisi. Un sorriso vero è una rarità. Se penso a quelli che vedo su certe facce, fanno piangere. Anche un bel pianto è raro. Ma io ho deciso di collezionare sorrisi. Ne ho tantissimi: sorrisi di ogni tipo. Improvvisi, nuovi, inaspettati, colorati, in bianco e nero, silenziosi, esplosivi. Di tanto in tanto li sfoglio, si aprono nella mia memoria freschi come se li avessi appena visti. Ho un archivio di sorrisi memorabili.

Il n° 14 è quello di Elena la mia amica incazzata. Ne aveva uno anche lei. Ma era una smorfia al mondo, un dispetto al padre silenzioso, al fratello alto e sempre più solo, alla sorella con le tette grosse che imprecava quando qualcuno l’abbracciava perché smettevano di crescere, alla madre imbavagliata dal grembiule, crivellata dal ragù, schiava degli elettrodomestici Zoppas, immobilizzata dal nonno paralitico.
È una di quelle collezioni che non puoi dire: “Ti va di venire a casa mia? Ti mostro la mia collezione.” La conserve nella testa. Però ogni tanto, mentre sfoglio il mio album mentale, li rifaccio. Un esercizio mimetico, non me ne accorgo neppure.
La prima volta che mi è successo è stato il giorno della prima comunione. Io e mio fratello l’abbiamo fatta insieme. Dopo la Messa cominciarono le foto con gli invitati. Una famiglia alla volta. Conservo le foto in un album con il giglio e la candela. Io sono quasi sempre in un angolo. Osservo quelli che mi stanno accanto e imito i loro sorrisi, le smorfie, gli stiramenti di labbra, le lingue nelle bocche socchiuse. Rifaccio i sorrisi sulla mia faccia di gomma, li ripeto. E in ogni foto sorrido in un modo diverso.
Smettila di fare le smorfie.

Il mio sorriso non ce l’ho. Per questo una collezione di sorrisi è utile. Imparo a sorridere: scelgo il sorriso più adatto, distendo le labbra in un modo che non risulti innaturale. E lo faccio. Il sorriso vero è quello che fai al tuo angelo il giorno che nasci quando ti guardi in giro e tutto è andato per il verso giusto: la targhetta con il nome giusto sulla culla nel nido, il fiocco del colore giusto sulla porta della stanza di tua madre. E l’angelo. Il mio non è mai arrivato.
Ad ogni modo una collezione così te la porti dietro senza problemi. Parto a fine mese. Devo preparare i bagagli. Speriamo che il flap flap flap migliori con il cambiamento d’aria. Il dottore dice di no. Al Nord c’è la nebbia. Ma la nebbia è come l’ovatta. Mi tapperà le orecchie. Staremo a vedere.

GIOVANNA IORIO

Marmellata di lucciole (6)

foto Giovanna Iorio

foto Giovanna Iorio

INTERROMPIAMO L’INFANZIA A CAUSA DI UNA FORTISSIMA SCOSSA DI TERREMOTO

Terremoto

Ho frugato nei miei vecchi cassetti, di sopra. Tanti fogli. A righi, a quadretti, strappati, polverosi, sbiaditi, gialli. La grafia negli anni si è infittita. I tratti sono diventati più irregolari. Molti fogli non hanno la data. Bisogna indovinare, ricostruire lo sfondo. Prima o poi metterò tutti i pezzi insieme. Sono custodi di un po’ di storia. Un altro spicchio di passato dove vago come un’ombra. E quando appaio non mi riconosco. Sopra un foglio ho annotato l’ora: 19:45.

Il boato. È arrivato da lontano spaccando le colline. C’era la luna piena. La foschia cerchiava il bulbo luminoso. Mi fissava dalla finestra. Per sfuggire al suo sguardo mi sono rifugiata nel ripostiglio, al buio. Mi sono accoccolata come una conchiglia per sentirmi piangere.
A dieci anni m’incuriosivano i singhiozzi: arrivavano da dentro; erano in fondo a tutto. Arrivavano all’improvviso. Come il boato.
Domenica + novembre. Binomio di morte e immobilità. Qualcuno da molto lontano deve aver scorto la luce gialla della stanza, dove ci siamo nascosti ad aspettare la primavera. Io e mio fratello giochiamo a carte, con le gambe sotto la coperta che ricopre il braciere. Nostra madre, accanto al camino, sbuccia mele. Le bucce cadono in riccioli bianchi; dopo un minuto sono già nere. Aspettiamo l’odore della frutta cotta. È ora di cena. Nostro padre farà ritorno dal bar. Ci porterà le caramelle a spicchi: arancio fragola e limone. Piano, piano, piano! Al buio, nel letto, sentirò le dita di mio fratello che ne scartano una, poi ancora una, fino al silenzio del sonno. Buonanotte. Il rumore della carta nell’oscurità: sembra fuoco che scoppietta. Chissà quale gusto sta per sentire sulla lingua.
Quella notte non avremmo dormito in casa. Né quella notte né le altre. Per quasi un mese dividemmo i sedili della macchina. In piazza alle nove non c’era più posto per nessuno. Un parcheggio di auto addormentate, affollate, spaventate. Qualcuno chiacchierava fino a tardi; la radio s’illuminava per le ultime notizie. Una fievole luce negli abitacoli bui: si continua a scavare, le vittime sono migliaia, intere famiglie sotto le macerie si susseguono le scosse di assestamento. L’acqua, l’elettricità, le linee telefoniche: tutto interrotto. Camion di coperte e scatole di carne e latte in polvere e medicine presi d’assalto si esauriscono in pochi minuti. Emergenza.
Il boato. È arrivato da lontano spaccando le colline. C’era la luna piena. La foschia cerchiava il bulbo luminoso. Ci fissava dalla finestra. Arrivano le anime morte. Si levano dalle tombe. Hanno visto la luce da lontano. Le mele caddero sul pavimento. Rotolarono. Rimbalzarono sul soffitto e poi di nuovo sul pavimento. Da una parte all’altra della stanza. Sballottate. Un gigante aveva preso la nostra casa in una mano e la scuoteva; vedevo il suo occhio spiare all’interno della cucina dalla piccola finestra in cerca di noi. Stringiamoci. Afferrate la mia mano e correte fuori. La luce si spense troppo presto. Ci hanno trovato. Il boato si mescolò al rumore degli oggetti che cadevano: sedie, soprammobili, piatti, crash crash crash. Durò un minuto e trenta secondi. Era l’eternità, la morte, quella che avevamo visto alla finestra travestita da luna, l’occhio di un gigante. Una palla di ghiaccio, rotolata sulla vita, venne a gelare l’infanzia. I bambini crebbero in un minuto e trenta secondi. Gli adulti ripiombarono nell’incubo dell’infanzia in un minuto e trenta secondi.Tutti risucchiati dal buco nero. Le lacrime bloccate in gola insieme alle urla, ragnatele di neve e gelo. Riuscimmo a scappare in giardino; c’era la nebbia o forse era la polvere delle case cadute. La terra si muoveva ancora ma aveva inghiottito il suo singhiozzo; l’aveva ricacciato dentro, in fondo a tutto. Una foschia immobile e silenziosa prese il posto del grande singhiozzo.

CI SCUSIAMO PER L’INTERRUZIONE. RIPRENDIAMO LA NARRAZIONE.

Prove audiometriche e vestibolari

Mia nonna continuava a coprire il buco della serratura con la sottana, prima di andare a letto. Non l’ha mai sfiorata, il mare. Sarebbe stata capace di riavvolgere un labirinto come un gomitolo di lana. Ne avrebbe ricavato un filo lungo e verde per farne cose utili: un altro scialle, altre calze per la notte, altre presine tonde per le pentole.
Lei sapeva fare cose utili. Non ha mai avuto i capogiri. Io, invece, non riesco a sollevare la testa dal cuscino. Dopo quel temporale il flap flap flap nelle orecchie non ha smesso un minuto. Lo sento sempre, è un rumore assordante. Il dottore mi ha prescritto le prove audiometriche e vestibolari.

Vado in ospedale, mi fanno entrare in una stanza minuscola. Al centro una sedia girevole, mi legano ai braccioli, sistemano gli elettrodi alle tempie. Spengono la luce, io comincio a girare al buio. Prima piano, poi sempre più forte, prima da un lato, poi dall’altro.
La vertigine è un sintomo difficile da decifrare. Dobbiamo provocarle il sintomo
flap flap flap.
Mi direte cos’è questo flap flap flap?
Vediamo.
La sedia gira gira gira. Mi sembra di essere prigioniera di un labirinto.
Cerca il centro, cerca il centro.
Ripeto mentre mi aggrappo alla sedia.
Qualche minuto di pazienza e abbiamo finito.
Vi prego, non ce la faccio più! Fatemi scendere!
Il mio labirinto non ha un centro.

L’ovatta

Vorrei affondare il cervello in un mare d’ovatta. Me la sono messa nelle orecchie. Mi sono riempita d’ovatta. Ancora flap flap flap. Non serve a niente, l’ovatta. C’è una creatura da qualche parte. È prigioniera, è intrappolata. Ha le ali. La sento ma non la vedo.

Ho voglia di popcorn. Gli americani mangiano sempre popcorn quando si mettono a leggere il giornale. Stamattina ho comprato il giornale ma non ho il popcorn. Vado a cercarlo, miracolo! Ho trovato una scatola di mais.
Flap flap flap pop pop pop.
Rumore di piccole ali. L’eco di una guerra lontana.
Il popcorn scoppietta e io mi metto a sfogliare gli annunci di lavoro. Si sente una scarica di chicchi, esplodono sotto il coperchio. Apro e saltano fuori i fiori bianchi.
Flap flap flap pop pop pop fiori fiori fiori.
Vorrei che fosse di nuovo giugno. E invece l’estate è finita. Io non ho ancora trovato un lavoro.

– Mamma, dove vanno le lucciole quando finisce l’estate? Mettiamole nei barattoli vuoti di marmellata. Conserviamo le lucciole per l’inverno.

– È una buona idea.

– E mamma esiste l’angelo custode? Devo parlarci.
– Che cosa gli devi dire?
– Deve insegnarmi a sorridere.

Sono rimasta a guardare il popcorn per un po’. Da dove saltate fuori? Poi lo vedo: l’annuncio sul giornale. Assumiamo quaranta operai in una fabbrica di marmellata. Una fabbrica al Nord. Ho deciso. Ci vado. Imparerò a fare la marmellata. Farò la marmellata di lucciole.

GIOVANNA IORIO

Marmellata di Lucciole (5)

Foto Giovanna Iorio

Foto Giovanna Iorio

Uova
Per tutto il percorso in macchina giocavamo a scacchi con le uova, seduti sul sedile posteriore: io e mio fratello. In mezzo sistemavamo il cartone: trenta uova per mia nonna, la mamma di papà. Toglievamo le uova della fila centrale; le mettevamo dove capitava, sul tappetino sotto i piedi. Qualche volta dimenticavamo un uovo tra i sedili. Qualche volta ne schiacciavamo uno.
Uova alfiere. Uova cavallo. Uova torre. Uova pedina. Uova re. Uova regina. Uovo mangia uovo. Uovo dice a uovo: “Scacco matto uovo”. Alfieri, cavalli, torri, pedine, re e regine. Finivano in frigo dopo la partita, scendevamo dalla macchina e nostro padre ci diceva: “Prendete le uova”. Arrivavano nelle mani di mia nonna, finivano nello scomparto per le uova. Io restavo a guardare il frigorifero. Immaginavo le uova al buio, il loro tepore che si raffreddava.
– Metti l’uovo caldo sulla palpebra. Ti fa bene agli occhi.
– Ho visto il buco del culo della gallina, mamma, come fa ad uscire l’uovo?
L’occhio duole e si scalda. Interiora che si raffreddano.
– Resta con l’uovo sulla palpebra ancora qualche minuto – Calore di viscere
– Passa all’altro occhio.
L’uovo ha mangiato il fegato di mia nonna. L’uovo fresco sta in piedi da solo. L’uovo puzza d’uovo. Non so spiegarlo, ma niente puzza come l’uovo. L’uovo è ovale. Pensa, se non fosse ovale ne romperemmo di meno. Gli scienziati ci stanno lavorando. Meglio un uovo oggi che una gallina domani. A proposito, chi è morto prima, l’uovo o la gallina? Una volta ho toccato il guscio molliccio e trasparente di un uovo. Sembrava il cranio di un feto. Vuoi dire che nostra madre ci prepara frittatine di pulcini mai nati? I tuorli gialli pigolano nella padella. Al mattino uovo + zucchero + caffè (una goccia).
Ci restavano dei baffi gialli ai lati della bocca. Lei inumidiva il dito con la saliva e ci puliva prima di andare a scuola.

Macchie
Questi ricordi galleggiano sul fondo di un piatto azzurro.
Il mio vestito di primavera era un cespuglio. Io frusciavo, mi spostavo da una parte all’altra della casa in uno sbuffo di foglioline e boccioli.
-Attenta a non versare il brodo.
Fumava ancora quando il brodo bollente cadde sul vestito. I fiori annegarono nel grasso di carne. Si afflosciarono. Sulle cosce bruciava il dolore dei fiori che appassivano.
– Facciamo il gioco delle gocce d’olio?
-Come si gioca?
– Con le punte della forchetta unisci le gocce in superficie. Scegline una grande. Fa che si unisca a quelle più piccole. Vedi, così. Si allarga, ingoia le altre.
Nel brodo freddo alla fine restava soltanto un’enorme macchia gialla, silenziosa e piana. Un’isola in mezzo al piatto.
– Cosa stai facendo! Angela, non hai mangiato niente.
Le macchie le guardavo sparire in lavatrice. Le mani di mia madre che infilavano i panni sporchi nel cestello. L’acqua che arrivava con un vortice bianco. Io che restavo a guardare. Le macchie che si scioglievano
– Mamma, dove vanno a finire le mie macchie?
– Vanno nei tubi. E poi finiscono nel mare.
Immaginavo migliaia di tubi sotto i piedi, sotto terra. Le macchie attraversavano i tubi e si tuffavano in mare: nuotavano, ridevano, si divertivano nel mare sporco.
– Allora le mie macchie vanno al mare e io no?
Le mie macchie erano delfini, squali, meduse, granchi.
– Mamma, mi metti pure a me in lavatrice? Voglio andare al mare con le mie macchie.

Qualche volta, d’estate, mi sedevo sul muretto di pietra a guardare le lucciole. Una sera, era buio e ho schiacciato una lumaca. Sentii il guscio frantumarsi sotto di me, una sensazione umida e fredda sulla natica sinistra. Mi alzai e cominciai a correre. Arrivai casa, mi precipitai in bagno e tolsi i pantaloni bianchi, guardai la macchia di lumaca e ficcai tutto in lavatrice. L’acqua cominciò a riempire l’oblò e la lumaca cominciò a galleggiare in mezzo alla schiuma. Poi un’onda se la portò via in un turbine di bollicine e sapone.
Sui miei pantaloni bianchi restò una scia luminosa: la bava della lumaca, la sua ombra chiara, un alone. Quando li indossavo anche io rallentavo, mi andavo a sdraiare nell’erba bagnata e mi sporcavo di verde.
– Sei una calamita per le macchie, ecco cosa sei.

La macchia rossa

Mia madre mi mise nel piatto una porzione esagerata di pasta, così rossa e piena di sugo che non era rimasta nemmeno un tagliatella bianca. Pasta fatta in casa per l’occasione.
Quando tornai da scuola avevano già pranzato tutti. Papà versò un bicchiere di vino rosso. Il vino me lo davano soltanto nelle occasioni speciali. Quella era un’occasione speciale. Nessuno diceva niente. Mia madre mi sorrideva, era venuta a sedersi di fronte a me dall’altra parte del tavolo. Mio padre guardava la televisione, un po’ imbarazzato. Mio fratello, sceso in cucina a prendersi un bicchiere d’acqua ci guardò e disse: che cazzo succede? Mia madre gli tirò lo strofinaccio. Mio padre alzò il volume della televisione. Mangiai un po’ di pasta e subito me ne andai di sopra. Nel bagno c’era un pacco nuovo di assorbenti. I miei. Lo avevo avvolto in un foglio di giornale con la pubblicità della Skoda. Ogni volta che ne prendevo uno, riavvolgevo gli assorbenti nel giornale e li nascondevo in fondo all’armadietto del bagno.
C’erano grandi occhi di donna sulla confezione, occhi scuri nascosti da una maschera di merletto. Erano quelli che usava mia madre. Quegli occhi li avevo guardati tante volte. Mi terrorizzavano quando li vedevo in bagno.
– Mamma ho una macchia nelle mutandine… sembra pomodoro.
– Non c’è niente che non va, Angela. Vieni che ti faccio vedere.
Gli occhi mi seguirono fino alla camera da letto e mia madre mi abbracciò.

PAUSA
(la narrazione sarà ripresa il più presto possibile)

– E’ più faticoso di quanto pensassi.
– Lo so, i pezzi sono grossi e devi stare attenta. Tieni d’occhio le bollicine, non deve bollire. Mettiti il grembiule. Attenta agli schizzi. Abbassa la fiamma, non fare attaccare la marmellata, non farla bollire.
– Scotta, è appiccicosa.
– Angela, non puoi fermarti proprio ora. Devi continuare.

GIOVANNA IORIO

Marmellata di lucciole (4)

di GIOVANNA IORIO

foto Giovanna Iorio

foto Giovanna Iorio

L’ortica in Paradiso.

La femminilità mi aspettava con un sorriso tra i giocattoli di una bancarella.

La mia prima faccia era da incazzata nera. A undici anni avrei voluto essere come Elena. Era la più grande di tutte. Teneva a bada i ragazzi con vaffanculo e cazzovuoi. Se un ragazzo le piaceva lo trattava peggio degli altri, una pezza da piedi. Non aveva pietà. Un giorno disse: oggi giochiamo al dottore. Eravamo in piazza. Elena aveva un guanto giallo, l’aveva preso a sua madre. Andò a staccare un po’ d’erba ai bordi della strada, tornò e disse: ecco l’ovatta. Scelse Maghella, la più piccola. Le disse: alza la gonna. Poi le strofinò l’erba sul culo. Tutte le altre la guardavano ammirate, sembrava un dottore vero. Poi Maghella cominciò a urlare e scappò via da sua madre col sedere in fiamme. Ancora oggi quando vedo l’ortica mi viene in mente il culo rosso di Maghella.

Poi un giorno mi stancai di essere come Elena. Volevo piacere ai ragazzi, non spaventarli. Ma non sapevo sorridere e non ci sapevo fare. Allora cominciai ad uscire con Tiziana. Era una bambina per bene. Non diceva le parolacce e si metteva le calze velate. Si faceva la ceretta tutte le settimane e andava dal parrucchiere con sua madre. Elena venne a cercarmi e mi diede il suo ultimatum: se esci con quella stronza io per te non esisto più. Ti arrangi da sola. Ma io ero stufa di sembrare una selvaggia. Volevo imparare a sorridere come Tiziana. Allora mia madre mi comprò le calze velate e mi portò pure lei dal parrucchiere.

La femminilità mi aspettava con un sorriso tra i giocattoli di una bancarella.
Il mio primo bacio. Era la festa del paese. Mi ero messa un vestito celeste e un maglioncino di cotone bianco. Avevo i capelli profumati e in fondo gli occhi c’era un’espressione nuova, dolce. Ancora non sapevo sorridere con la bocca, ma gli occhi stavano imparando ad illuminarsi. Tutta la strada principale era piena di bancarelle e lui si chiamava Orazio. Era il figlio di un venditore ambulante di giocattoli. Mi guardava tra le bambole e io cercai di fargli un sorriso, ma non mi venne bene. Allora fu lui a sorridere e mi venne dietro per tutta la sera. Dopo tre sere di festa approfittammo di una strada buia e arrivò il bacio. La lingua continuò a girare per ore.

Avevo fatto le prove con l’interno del braccio. Tiziana aveva il ragazzo e mi aveva detto di provare in quel modo. Io l’accompagnavo agli appuntamenti e restavo ad aspettarla nelle stradine fuori dal paese. Qualche volta mi mettevo a spiare. Quando rispuntava dai cespugli aveva le labbra rosse e si aggiustava il vestito. Avevo una voglia matta di baciare anche io. Elena mi aveva detto che era una cosa schifosa, che la lingua dei ragazzi è come l’ortica, che le bestie non si baciano e suo padre diceva che le bestie sono meglio degli esseri umani.

La lingua continuò a girare per ore. Le bestie sono bestie. E in Paradiso non c’è l’ortica.

Marmellata di lucciole (3)

di GIOVANNA IORIO

Foto Giovanna Iorio

Foto Giovanna Iorio

I lontani vicini di casa

Non li ho mai visti andare in macchina insieme. Marito, moglie, quattro figli e una Fiat 500 bianca. Ce l’hanno da sempre.
Il mio vicino esce sempre da solo. Solo il martedì pomeriggio prende la moglie e l’accompagna a fare la spesa al supermercato. Non scende, resta nel parcheggio seduto in macchina. Dopo un po’ la moglie torna carica di buste bianche come un asino. Lui rimette in moto e lei sistema la spesa sul sedile posteriore. Poi anche lei si siede, la borsa nera sopra le gambe come un corvo. Lento, come una lumaca, la riporta a casa.
Ogni domenica dopo la messa li vedo fare una passeggiata a piedi. Lui cammina con le mani dietro la schiena. Lei con la borsa nera a tracolla e i figli dietro. La Fiat 500 parcheggiata davanti alla loro casa, vuota come un guscio.

Passeggiata con G.

Mi sono sdraiata sul muretto in piazza. Fa caldo, c’è già la luna. Uno dei tre platani mi sembra una mano, pronta a strappare il lenzuolo azzurro che abbiamo sulla faccia. Qui nessuno cammina più. Nessuno va in bicicletta. G. ha male ai piedi. Mi siede accanto soprappensiero. Osserva i danni. Ce ne stiamo in silenzio per un po’. Poi lui mi dice: “Dovresti fare una lista di cose da aggiustare”. Allora ci alziamo e ce ne andiamo un po’ in giro, come due medici in una corsia d’ospedale.

INTERVALLO
La narrazione verrà ripresa il più presto possibile

– Come va?
– Non so. Sono pezzi, ricordi sparsi .E poi questo flap flap flap nelle orecchie che non smette mai. Mi sta facendo impazzire.
– Taglia tutto a pezzi, sbuccia, sminuzza. Metti i pezzi in una pentola, falli cuocere a fuoco lento. Gira ogni tanto. Deve diventare denso e scuro.
– Ora ci metto i ricordi dell’infanzia.
– L’infanzia? Non è stata speciale. Hai avuto una infanzia normale.
– Non sono d’accordo. Tutto nasce da un grumo di infanzia che ho al posto dell’ipotalamo.
– Allora continua.

SECONDA PARTE
Tempo passato

Foto n°1
Questa foto ha ventuno anni. E mia madre in questa foto ha ventuno anni. Sorride a mio zio, il fratello maggiore di mio padre, morto sette anni dopo aver scattato questa foto. Siamo al mare, sulla spiaggia. Mia madre mi tiene in braccio e si mette in posa. La schiuma l’avvolge fino al ginocchio. Sembra che voglia inghiottirla. Ha il costume intero che la settimana scorsa è saltato fuori da uno scatola mentre cercavo i sandali. Sono subito andata a provarlo. Poi mi sono messa davanti allo specchio per vedere come mi stava. Non è bello il costume. Era bello il sorriso di mia madre. E’ proprio una foto minuscola. Mi chiedo come facciano a starci dentro il cielo, le nuvole, tutta la schiuma, il sorriso di mia madre e il mio primo anno. Tengo gli occhi bassi. Fissano i mulinelli che inghiottono i piedi di mia madre. Non mi volto né sorrido all’obiettivo.

La bicicletta

La mia prima bicicletta era quella vecchia di mio fratello. Gliela rubavo e andavo senza mani per la discesa come vedevo fare a lui. Cadevo sempre, poi mi rialzavo e correvo a casa. Dove sei stata? Di nuovo le ginocchia sbucciate. L’odore di alcool si mescolava al profumo dei capelli di mia madre mentre mi medicava.
Era estate. L’asfalto era bollente. Il sangue diventava subito una crosta nera e si copriva di polvere. Mio fratello scoprì che gli rubavo la bici. Un pomeriggio, dopo pranzo, mi disse: te la regalo se mi aiuti. Vai a prendere le chiavi della macchina nella stanza da letto. Mio padre dormiva, la stanza era quasi buia. Vidi i pantaloni, sulla sedia come gambe nere di un vecchio paralitico. Presi le chiavi dalla tasca e le portai di corsa a mio fratello. La macchina, una Fiat 127 bianca, era parcheggiata davanti casa. Mio fratello salì e chiuse piano lo sportello. Lasciò andare il freno a mano e se ne andò a motore spento giù per la discesa. Sentii che avviava il motore quando era già abbastanza lontano.
La piazza era deserta, l’asfalto si scioglieva, le ruote stridevano sgonfie. La macchina fece tre giri del paese, lamentandosi sull’asfalto come un animale selvatico. Poi mio fratello tornò con il sorriso trionfante di un domatore di leoni. Parcheggiò la macchina nello stesso punto. Scese. Era tutto sudato. Brava, mi disse. Ora ti puoi prendere la bicicletta.

Marmellata di Lucciole (2)

brani da un romanzo di GIOVANNA IORIO

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foto Giovanna Iorio

Orazio il barista, detto il Fiacco

Nel mio paese c’è un bar soltanto. E Orazio, il barista, è un poeta. Quando mi vede dice cose strane, poesie che non capisco. Oggi mi ha detto così:

Angiolè, a’ vita
è ‘na pommarola.
E oggi fa’ cavero.
Angiole’, va’ a ‘mmare.
A’ vita se ‘nfraceda. A chi aspietti?

Che tradotta fa più o meno così:

Oh Angioletta, la vita
è un pomodoro.
E oggi fa un gran calore.
Orsù Angioletta vai
al mare. La vita
è breve.

Carpe Diem.

Al Mare

E allora vado al mare. Non c’è nessuno. Sulla sabbia soltanto i resti della mareggiata: alghe, pezzi di legno, bottiglie di vetro senza un messaggio di aiuto.
Mi ricordo quando venivamo qui solo io, mio fratello e mia madre. Avevo una paletta rossa, quella di mio fratello era gialla. Giocavamo a seppellire la mamma. La sabbia le finiva tra i capelli, nel costume, qualche volta anche in bocca. Dopo un po’ non si vedeva più e io e mio fratello andavamo a tuffarci nella schiuma delle onde. Un pomeriggio ci fu un lampo improvviso, e poi un tuono. Subito mia madre resuscitò. Venne di corsa a prenderci in acqua. Era tutta sporca di sabbia, ci urlò di uscire. Qualche minuto dopo arrivò la pioggia. Tornammo a casa bagnati fradici. Sui vestiti acqua dolce e acqua salata.

Il temporale

Giovedì scorso mi ha svegliato il temporale. Ho sentito un rumore. Sembravano ali… flap flap flap…
Mi è rimasto un fruscio nelle orecchie.
Una lampo mi ha ferito gli occhi. Sono rimasta immobile. Ho sentito male alla testa. Avevo freddo. Nel buio per un attimo ho visto il letto disfatto e la stanza silenziosa. Avevo sete. Mi sono portata le dita alle labbra. Non sono riuscita a trovare la bocca. Sono passati alcuni istanti. Ho affondato il viso nel cuscino. Ho sentito dei rumori… un boato metallico, un rumore sordo, un fruscio di foglie, il respiro di un polmone malato.
flap flap flap…
Un ramo… Deve essersi spezzato un ramo. Alle tempie una fitta. Ho stretto il cuscino bagnato. Tutto ha cominciato a girare vorticosamente. Mi sono addormentata con le vertigini. Quando ho riaperto gli occhi era l’alba, mi avvolgeva un chiarore grigio cenere. Ero stanca. Sono andata alla finestra. Il temporale era passato. Il giardino devastato. Nelle orecchie uno strano rumore…
flap flap flap…
Un fruscio d’ali.

E se mio fratello diventasse un pero?

La notte si dondola sospesa tra i platani. Io e mio fratello siamo seduti in giardino, al buio. Domani parte. Tornerà a Natale. Le sue parole sono stelle minuscole e lontane. Ha gli occhi chiusi, li apre di tanto in tanto per seguire i fruscii dentro alle siepi. Tutto, parole e rumori, svanisce nel buio che abbiamo intorno:

“Voglio essere un pero
sussurrare saluti ai bambini.
Che c’è di male a essere un pero?
Dimmi, che c’è di male…?”

Mio fratello è diventato un pero: è ricoperto di pere e se ne sta in cima alla collina a guardare la valle. Non vuole partire. Ha messo radici sulla nostra collina. Ecco quello che ci diciamo quando lo rivedo:
– Cosa si prova ad essere un pero?
– Il sole è un pellegrino. Le radici si muovono. La pioggia ci parla. Gli uccelli sognano.

La Mia Stanza

La madre di mia madre è venuta ad abitare con noi circa dieci anni fa e come una grossa macchia d’olio si è allargata. Ha cominciato con la metà del mio armadio per la valigia verde di cartone, piena dei pezzi della sua casa smontata. Mi è sembrato naturale aiutarla a sistemarli accanto alle mie cose.
Dieci anni fa avevo dodici anni. Mi stavano crescendo i seni e avevo bisogno di controllare ogni sera se fossero un po’ più grandi. Lo facevo nascosta dietro la porta, accanto al termosifone caldo, prima di mettermi il pigiama. Poi ha cominciato ad entrare senza bussare. Come un pomodoro fuori dal frigo ha preso ad invecchiare ad una velocità spaventosa tanto da minacciare anche me. Una notte, cinque anni dopo, sono rimasta a dormire al piano di sotto, in salotto. Non ho mai più dormito nel mio vecchio letto.
E’ stato come andarsene via di casa. Una fuga in piena regola, in piena notte. E’ stato come passare la notte all’aperto, spaventata dagli angoli anonimi di quella stanza che al buio mi sembrava un bosco. Con la costanza di una formica e la tristezza di un emigrante, in cinque anni, ho trasferito di sotto quasi tutto il mio mondo. Con lavoretti extra e l’aiuto di mia madre ho comprato una libreria, un divano letto, cuscini colorati, lampade. Il tavolo rotondo, dove prima si pranzava se c’erano invitati, è diventato la mia scrivania. Il computer di mio fratello l’ho usato per la tesi di laurea e non l’ho più riportato su. I miei amici li ospito “da me”. Tutti dicono che questa stanza mi somiglia: è calda, allegra, intima. Ci sono tre stampe di Klimt alle pareti. Tre donne avvolte in cascate di veli d’oro.
Mio fratello vive a tremila chilometri di distanza. Ha lasciato tutti i libri e torna quando ci sono le feste. I miei genitori stanno vedendo la televisione in questo momento. La tv è in cucina. A me piace la radio. Mi addormento ascoltando i D.J. che parlano sottovoce; dopo la mezzanotte ci sono i concerti di musica classica o jazz; programmo il timer e ci pensano loro a farmi compagnia fino a quando non chiudo gli occhi.
Pranziamo tutti e quattro insieme, il più delle volte se io non sono in giro per lavoretti. Odio il brodo. Mio padre e mia nonna lo tirano su dal cucchiaio come fossero motorini per l’acqua dei pozzi. Io e mia madre ridiamo. Ma poi lei grida a mia nonna di stare attenta a non farsi finire tutto addosso e mio padre ne approfitta per il borbottio quotidiano. E non ridiamo più. Qualche volta porto da mangiare in camera mia con la scusa che ho da leggere delle cose. E’ per starmene un po’ per i fatti miei, un po’ da sola.
Da qualche tempo questa stanza non mi basta più, non mi piace più. Ho scoperto che se una cosa non mi piace più tendo ad abbandonarla. Ho fatto così con le cose che qua non ci stavano e che ho dovuto lasciare su in camera di mia nonna. Ora sono tutte ricoperte di polvere. Parlo dei poster arrotolati sull’armadio, dei libri del liceo, dei cassetti pieni di mutandine che non mi stanno più e delle cartoline di amici che non vedo più. E’ tutto di sopra, ad aspettare chissà quale giudizio universale.
Anche in questa stanza gli oggetti si accumulano. Cartoline, lettere, soprattutto ricevute di ritorno di raccomandate quasi quotidiane (raccomandata a questa o quella scuola, a questa o quella industria, a questa o quella azienda….bla bla bla.) Mio padre è stufo delle mie raccomandate. Un giorno mi ha detto “figlia mia risparmiateli ‘sti soldi”. E io mi sono sentita vacillare, come sull’orlo di un precipizio… se mi togliete le raccomandate posso anche morire! E così continuo a spedirle.
Tra sassi da cavalcavia e navigate su internet sembra che la mia generazione sia ossessionata dal movimento. Più che trovare risposte alla domanda “da dove veniamo?” ci interessa sapere dove andiamo fiondati nel buio ad una velocità spaventosa. Tentiamo disperatamente di capire da che parte stia andando il tempo. Si accende un video e si fa un tuffo nel buio. Si spegne quando si ha paura. E chi non ha internet a volte si affaccia dai cavalcavia. Accendi-spegni. Accendi-spegni. Dà un senso di onnipotenza fermare una corsa. E’ come desiderare di fermare un treno in corsa con il freno d’emergenza. I sassi sono proiettili sparati contro il mondo in corsa.
Quando litigo con il mio ragazzo resto immobile nella mia stanza, seduta sul divano. Non riesco più a muovermi. Nel cervello si accavallano le idee, i pensieri. Poi mi spuntano due ali piccole e bianche e comincio a volare. Esco dalla finestra, faccio un giro intorno a casa mia. Mia madre a primavera dà a tutta la casa un tocco di freschezza. I fiori nuovi si aprono sui davanzali nei vasi che lei ha portato su da sola e che ha sistemato mentre mia nonna le diceva che fa male a spendere tutti quei soldi in fiori che moriranno con le gelate. Perché è soltanto febbraio, ma fa già caldo e anche le mimose sono state ingannate. Come mia madre.
Nel paese vivono quattrocento anime. A tredici anni spiavo l’immobilità di mio fratello seduto sotto una lampada gigantesca per ore intere di notte. Il libro che leggeva era di Gogol. Le anime morte. Lo presi anch’io. Lo sfogliai. Lessi qualche stralcio di frase. Ero sicura che parlasse del nostro paese, di queste quattrocento anime che spariscono a mezzogiorno e poi di nuovo tutte insieme alle sei di sera; delle donne con le pantofole ai piedi e la messa in piega mensile, puntuale come il flusso mestruale; degli uomini seduti nell’unico bar, dove si parla del nuovo sindaco (c’è sempre un nuovo sindaco) e si sputa nei fazzoletti.
Ed eccoli: quelli della mia età! Più giovani o vecchi, dopo i venti abbiamo tutti la stessa faccia. Di notte ne vedo qualcuno nella piazzetta dove da un po’ hanno messo a dormire gli autobus di linea (la piazza è di fronte alla mia stanza- alle sei e trenta arrivano gli autisti e li mettono in moto- il rito di scaldare i motori dura una trentina di minuti).
Parlano senza gesticolare, con le mani in tasca, con le voci monotone che nel silenzio rimbombano e a volte non riesco più a seguire il discorso dei D.J. di rai stereo notte.
Quando me ne andrò devo sistemare tutte le mie cose in scatole di cartone. Soprattutto i libri. Perché non si riempiano di polvere. Sono sicura che quando me ne sarò andata questa stanza ritornerà quella di una volta. Spero solo che la invada mia madre e non sua madre. Serpenti d’Acqua, Danae, Judith, verrete con me. Non vi lascerò arrotolate sull’armadio.

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Parte di questo brano rientra nell’antologia “Quello che ho da dirvi”, Einaudi, a cura di Mozzi e Caliceti, 1998.

Marmellata di Lucciole (1)

Giovanna Iorio

Giovanna Iorio

Pezzi di un romanzo di formazione
di Giovanna Iorio

Prologo

– Ho un mucchio di storie ma mi sfuggono.
– Hai provato la carta moschicida?
– Scrivo al computer.
– Non dicevo per scriverle… per catturarle.
– Funziona? Ma da dove comincio?
– Non so, dal nome?
– Allora comincio…

Il Nome

Al principio il mio nome era Vincenzo. Mi piaceva quando stavo ancora dentro. Credevo che mi stesse bene, che mi chiamasse. Poi, dal modo in cui mi hanno guardato quando sono uscita, ho capito.
A decifrare i segni di una gravidanza del tutto simile alla precedente si era sbagliata mia madre. L’ostetrica e mia nonna e mio padre e Anna del Sale e Tabacchi si erano sbagliati pure loro. Tutti a dire: “nascerà Vincenzo”.
La posizione fetale è un semicerchio, una circonferenza incompleta. Ricordo i rumori di fuori e i sogni di mia madre. Li vedevo galleggiare con me nel liquido seminale. Una notte mi svegliai in un fiume di vino rosso. C’erano montagne azzurre. Faceva freddo e qualcuno cercava di tirarmi fuori dal mio buco caldo.
“E’ Vincenzo… corri, corri! o nasce in macchina… ah”. All’ospedale ho dovuto lasciare tutto l’arredo della mia prima casa. Sul tavolo chirurgico, nel gabinetto, nel cassettone dei “Rifiuti Speciali”.
Mi hanno lavata e qualcuno ha detto: “Che bella bambina!”. Mia madre si è voltata a guardarmi. Aveva l’aria esausta e stupita: “Oh……..e il mio Vincenzo?”. “Nessun Vincenzo, signora…ma una bella femminuccia. Eccola qua!”.
Mi sistemarono sulla sua pancia; ne vidi il viso e i capelli e i seni. Era diversa. Insomma, dopo nove mesi di convivenza, non ci riconoscemmo. Cercavo le pareti trasparenti delle sue viscere, la mia finestra sul suo corpo lungo, le vene e il sangue, il cuore e i polmoni. Cominciai a piangere. L’avevo fatto altre volte dentro, ma senza emettere suoni. Ora era diverso. Me ne stupii. Era come ascoltare i rumori di fuori, ingoiati e poi sputati dalla mia stessa bocca. “Ha fame, la piccina!”
Macché fame! Mi si era chiuso lo stomaco. Per la verità me l’avevano chiuso. Quel dottore! Un taglio, un nodo al mio cordone, “carne inutile” disse.
Dopo qualche ora mi ritrovai nel mezzo di una riunione straordinaria per decidere il mio nome: mio padre, mia madre, il mio fratellino. Nella stanza c’era un viavai di gente: parenti, amici, infermiere. Insomma una gran confusione. Dalla bocca di mio fratello si srotolò una pellicola di personaggi Walt Disney: Minnie, Nonna papera, Biancaneve, Cenerentola, La bella e la bestia. Poi fu la volta dei fumetti giapponesi e lì, per fortuna, qualcuno decise che ci avrebbero pensato con calma perché la mamma aveva bisogno di dormire e io dovevo tornare nel nido. La mia vicina di culla era una bambina di quattro chili e cinquecento grammi. Io ero tre chili e ottocento grammi. Sulla mia culla, per il momento, c’era “Vincenzo”.
I sorrisi dei bambini, dicono, sono rivolti ai loro angeli custodi. Vi assicuro che i sorrisetti dei neonati erano tutti per me. A proposito di angeli, il mio non si era visto. Forse a causa del casino del nome si era confuso. Forse non sapeva chi cercare. Infatti non sorridevo. (Se l’angelo non ce l’hai che ridi? – mi disse uno nato da qualche giorno e rinchiuso nell’incubatrice. Era piccolo e giallo di bile ma aveva accanto un angioletto azzurro che gli s‘intonava che era una bellezza! Non ci provai più a sorridere, per il momento).
Quella stessa sera mi sembrò di scorgere un’ ombra accanto a me. Era l’asta per la flebo, ma io non lo sapevo. Pensai: ora piango così l’angelo arriva di corsa. Ma arrivò l’infermiera. “Ha fame, la piccola”. Macché fame! Dimenticavano il nodo allo stomaco!
Quando mi riportarono nel lettino anche il mio angelo-asta-della-flebo era sparito.
“Che ne dite di Angela?”. Il giorno dopo mi sostituirono la targhetta.

La signora A.

Oggi alle due del pomeriggio qualcuno ha suonato il campanello. Sono andata ad aprire. e una signora dai capelli bianchissimi e gli occhi azzurri mi ha sorriso con precauzione e ha chiesto: “Dov’è la morte?”. Sono rimasta di sasso. Ma come faccio a risponderle così a bruciapelo? L’ho guardata come se avessi dovuto rispondere a un essere soprannaturale. Ehm…prego? “La signora A., la donna che è morta ieri, abitava qui?”.
No, no, no. È la casa accanto. Me ne ero dimenticata. Si, certo, la povera signora A. Dov’è la morta! Sicuro, mi sta chiedendo della vicina di casa. Scusi, grazie, buona giornata. E a mai più, non torni mai più.

Squilla il telefono

– Mamma, non ci sono per nessuno.
– Nessuno, nessuno?
– Vedi tu.
– Pronto si? Si, te la chiamo. Angela, è per te.
– (Ma chi è? Oh, no! Per lei non c’ero).
Ciao, no figurati, che dici, non disturbi (accidenti se ne va l’ispirazione). Niente, non faccio niente. Cioè scrivo. Un romanzo. Ora ci sei finita dentro anche tu. No, non scherzo per niente. Hai presente la carta moschicida. Ci si attacca di tutto. Però hai una parte piccola piccola. Sei una comparsa. Se mi telefoni di nuovo, di sicuro rispunti!
—-
Mamma ora ti faccio una lista e te la metto accanto al telefono, guarda che è davvero importante o nel romanzo ci finiscono tutti quelli che mi telefonano, come mosche nella marmellata!

Papà

Mio padre si fa vecchio. Vorrei vederlo bambino. Con i pantaloni corti tenuti su con lo spago, nascosto tra le pietre di case cadute, il viso affondato nel braccio, uno, due, tre, cento. Mosca cieca, nascondino, girotondo nella piazza piena di cappelli e coppole e scarpe nere lucidate con lo sputo e la manica della giacca senza bottoni.
Te ne andrai via senza avermi mai parlato delle ore passate ad immaginare me o mio fratello sulle tue ginocchia sbucciate. Le mani nella pentola di patate toccano il fondo e fanno giuramenti su libri sacri, nascosti nel cuore, imparati a memoria sulle strade di notte, ripetuti al sole nascente. I capelli scompigliati di tua madre su una vespa appena comprata è tutto quello che ti porti dentro. Quando ho smesso di essere tua figlia ho creduto di essere donna. Sono di ritorno da un viaggio silenzioso.
Ci sono parti di me che ti appartengono. Ho tante domande in bianco e nero, senza punti interrogativi, solo puntini, piccoli come le rughe che ho visto sulla fronte e ai lati della bocca togliendo il trucco un attimo fa.
La mia infanzia silenziosa vuole che le canti una ninna nanna. Si addormenterà tra i sedili posteriori della macchina, arrotolata nei suoi sogni di carta velina, frusciante come il sonno di un albero di mele. Ero rimasta sull’albero a raccogliere formiche rosse con le mani spellate e tu sei arrivato ed hai allungato le braccia per tirarmi giù. Ho chiuso gli occhi e l’ago della siringa mi ha fatto il segno che mi porto sul braccio. La cicatrice di un bacio sulla guancia della tua bambina imbronciata. I capelli a zero, rasati. Nascosta sotto il tavolo della cucina insieme al gatto rosso, tra le ciabatte giganti e le briciole di pane cadute. Ho dentro di me sorgenti di fiumi sconosciuti e laghi di acqua salata appena formati da lacrime ingoiate.
Il gioco delle radici. Voglio giocare con te bambino. Insegnarti il gioco della campana, lanciare il sasso liscio e tondo fino al dieci e saltare di quadrato in quadrato fino a te. I quattro cantoni. Liberarti dalla morsa di gelo che ti tiene immobile, come una statua nel centro della strada. Salvato. Sciolto. Si corre verso un’altra statua di sale a ripetere il miracolo della vita resuscitata. Il colore più vivo del cielo. Devi correre quando dico “azzurro!”. Correre verso l’azzurro che si nasconde tra le nuvole di pietra anche se fai fatica a toccarlo. Se guardi dove guardo io lo troverai più in fretta; è sulle nostre teste, brillante come un fiore appena schiuso. L’aquilone. Prendiamo la carta velina e il legno sottile del ciliegio e le piume degli uccelli soffici come il vento. Volerà. Io sono il filo e tu il vento. Io sono il prato e tu la collina dietro il recinto di pietre di fiume.
Ci sono tanti giochi che vorrei giocare con te. ” Se fosse…un angelo? Sarebbe un suono indistinto”. “Se fosse…un sogno? Sarebbe un gabbiano”. “Se fosse…una parola? Sarebbe silenzio”.
Non so correre senza la mano che mi spinge. Non so volare senza la mano che mi tiene in alto. Non so amare senza uno sguardo d’amore.
Cosa si trova dentro a un campo di grano di notte d’estate? Lucciole e grilli, semi antichi come il mondo, un deserto senza sabbia, il silenzio dei papaveri aggrediti dalle spine, i passi degli amanti che calpestano l’odore del pane, guizzi di code di lucertole nascoste nelle tasche dei pantaloni. Flap flap flap.