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Per una grammatica sul dialetto di Rotonda

*articolo uscito in precedenza qui su Poetarum silva

Il 26 marzo del 1927 il recluso e perseguitato antifascista Antonio Gramsci scrive una lettera a Teresina, sua sorella prediletta, chiedendole del nipote, il piccolo Franco. È in questa lettera che il politico comunista sardo, nativo della remota e contadina Ghilarza, ribadisce: «Spero che lo lascerete parlare in sardo […]. È stato un errore, per me, non aver lasciato che Edmea, da bambinetta, parlasse liberamente in sardo. Ciò ha nuociuto alla sua formazione intellettuale e ha messo una camicia di forza alla sua fantasia. […] Ti raccomando, proprio di cuore, di non commettere un tale errore e di lasciare che i tuoi bambini succhino tutto il sardismo che vogliono e si sviluppino spontaneamente nell’ambiente naturale in cui sono nati: ciò non sarà un impaccio per il loro avvenire, tutt’altro.»
È questo il primo brano che mi viene in mente sfogliando l’accurata pubblicazione sulla grammatica del dialetto di Rotonda, i suoi tanti brani, le poesie, i proverbi. Per non parlare delle meravigliose riflessioni che Carlo Levi dedica al dialetto dei contadini di Aliano nel Cristo. Il torinese si accorse della materialità, della forza plastica e creaturale delle parole dei contadini lucani e ne fu testimone per il resto della vita. Sarebbero tornati, al pari di lontani antenati, i paesani lucani, in ogni altro libro e viaggio, dalla Sicilia alla Sardegna, fino alla Russia e al testamento del Quaderno a cancelli.
L’amore per la pluralità linguistica italiana, per le sue tante particolarità, potrebbe aprirsi a un discorso che, da Dante in poi, procede, solo per citare alcuni protagonisti, fino al Canzoniere italiano di Pasolini, alle ricerche di Calvino, agli studi di Gianni Celati, senza dimenticare l’istrionico Dario Fo. Nel saggio introduttivo al Canzoniere, Pasolini sottolinea la provenienza dal basso, l’anima popolare e dominata, il sostanziale bilinguismo italiano, fino alla “miseria psicologica demartiniana” di canti e poesia regionale. Dunque lingua e dialetti, registro alto e basso, si intrecciano in tutta la storia della lingua italiana: Boccaccio, Pulci, Burchiello, e il rapporto con una visione popolare sarà, da Verga in poi, attraversato in opere di Pavese, Vittorini, Scotellaro, e ancora in Gadda, Testori.
Nondimeno la tradizione letteraria italiana e il dialetto studiato da Enzo Fittipaldi in questa grammatica ci consentono di riflettere sulla storia d’Italia fino agli approdi attuali. Se il Gramsci dei Quaderni ha avuto il merito di sottolineare la frattura italiana tra intellettuali e popolo, nella lingua parlata degli italiani vi sono invenzione e innovazione (Pasolini); anche se con lo sviluppo economico dell’Italia, mentre la tradizione popolare resta quasi appannaggio solo delle aree meno sviluppate, il resto del paese vive, attraverso il sistema scolastico, la radio e la televisione, l’omologazione dell’italiano standard e in seguito un vero e proprio mutamento antropologico.
Ebbene, grazie alla stagione degli studi etno-antropologici di intellettuali come Cocchiara e De Martino, fino ad arrivare agli odierni Vito Teti, Franco Cassano, Piero Bevilacqua, potremmo seguire la Questione italiana per arrivare alla divaricazione sociale e culturale, oltre che economica, delle varie Italie della penisola. E infatti alla luce dell’odierna frammentazione nazionale, delle spinte autonomiste, degli egoismi regionali, e consapevoli dello spopolamento di Rotonda come di quasi tutto il sud rurale del paese, dell’ormai endemica disoccupazione, dell’assenza di piani e progetti di respiro nazionale e europeo, che passano per i limiti di una classe dirigente locale non sempre all’altezza delle sfide dei tempi, ecco che il lavoro di Enzo Fittipaldi appare un estremo atto d’amore per il luogo natìo. Un lavoro intriso di passione e etica del lavoro al servizio di un interesse  pubblico e comune. La grammatica di un dialetto nobilita e ricostruisce, è umile e lontana dal disprezzo e dall’alterigia delle accademie. È sì connotativa, normativa, ma senza ergersi a fustigatrice, anzi è rivolta quasi a rinnovare l’attenzione per le peculiarità più nobili degli aspetti popolari.
Studiare per ricostruire il passato e la memoria, dunque, farlo nell’unico modo possibile, ovvero con onestà e serietà intellettuale e morale, vuol dire sempre comprendere e dispiegare, quindi radicarsi non in bieco conservatorismo reazionario e tribale, come i morbi leghisti di cui oggi è affetto il paese, bensì nella profondità, nel terreno universale della conoscenza, scevra com’è da qualsiasi tipo di pregiudizio, da qualsiasi pulsione esclusivistica e settaria.

Foto di Sandro Abruzzese

Credo inoltre che l’abnegazione e l’impegno riposti in questo libro siano un atto di ritorno  e restanza ideale dell’autore. Un atto di chi, pur essendo partito, non ha mai realmente lasciato le vicende e i destini del paese e del Meridione, per cui attraverso il lavoro e la progettualità ha finito per creare e agire con la funzione di contribuire al miglioramento delle condizioni culturali del luogo oggetto di studi.
Il Meridione ha un estremo bisogno di attenzioni del genere, e ne ha bisogno non certo in quanto terra speciale o particolare, ma al contrario per le fragilità estreme che lo accomunano a tanti altri sud del mondo. Solo così, mi permetto di dire, è necessario amare i luoghi: nella loro unicità, mai slegata dalla propria condizione universale, dal legame e dal rapporto con gli altri infiniti mondi possibili, che sempre, in qualche modo, parlano di noi.

© Sandro Abruzzese
Ferrara, 27 febbraio 2020

L’identità del paese

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Il luogo dell’identità, il primo ordine del mondo, è stato, per me, il microcosmo del paese. Un paese rurale come tanti, nell’entroterra irpino, Appennino meridionale. Le linee, i punti di fuga, i meridiani, i paralleli, tutto, a dispetto del tempo, ovunque vada, ancora riesce sorprendentemente a partire e ritornare in quella valle.
Intendiamoci, all’epoca si capiva che oltre c’era di più e di meglio, ma una volta aderito a un ordine, una volta ambientati in una struttura portante reale e permeati dal suo immaginario, il resto appare comunque qualcosa di caotico e disordinato, che può essere scoperto, ma solo un passo alla volta e non senza fatica.

Occorre anche rinnegare per creare e riconoscersi, e d’altronde è Pavese nell’incipit della Luna e i falò a far dire a Anguilla: “ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che un comune giro di stagione”, o ancora, qualche pagina dopo: “Così questo paese, dove non sono nato (il protagonista è un orfano), ho creduto per molto tempo che fosse tutto il mondo. Adesso che il mondo l’ho visto davvero e so che è fatto di tanti piccoli paesi, non so se da ragazzo mi sbagliavo poi molto”.

Rispetto alle parole di Pavese, oggi il mondo a cui lo scrittore si riferiva è fatto quasi più di città e conurbazioni, di agglomerati e periferie, che di paesi; le identità pian piano cambiano e nonostante tutto un luogo – qualsiasi luogo – rimane sempre in parte violento e lacunoso. Un luogo innanzitutto costringe, quindi contribuisce a edificare e costruisce i suoi stessi abitanti. Sarà il costruito, poi, opponendosi all’incerto del mondo, a scacciare l’abisso.
E allora la mia identità, la matrice – come per tanti – è nella lingua, nei gesti, nei pensieri e negli oggetti, nelle idee e nelle norme del paese natale. Sono i suoi simboli e il suo scheletro, il mondo a cui il mio corpo si è dovuto adattare e di cui in seguito ho dovuto in parte liberarmi.
La cosa sembra banale, eppure ho visto tante persone non riuscire a trovare una forma al suo interno. Tanti amici fragili a cui ritorno spesso con la mente, sono spariti, inghiottiti dai loro incubi peggiori. I figli degli emigrati di ritorno, per esempio, gli americani, gli svizzeri, i romani, i tedeschi, i cui genitori avevano deciso di tornare per sempre, capitava finissero in un limbo. Non riuscivano più, quei ragazzi “evoluti”, a occultarsi e uniformarsi. Avevano avuto troppo e visto di più, di conseguenza il paese era la loro prigione silenziosa e loro si limitavano, standosene ai margini, a tratteggiarne i confini.
Noialtri, invece, un po’ come dei nuovi albigesi, o come dei berberi, abitavamo con naturalezza posti ancora privi di velocità e quantità, privi di frenesia; dalle impercettibili diseguaglianze sociali. Chiunque, in paese, era equidistante dal centro come nella più perfetta polis greca. E il paese intero risultava percorribile, esplorabile, in parte manipolabile, in un rapporto di esperienza in cui lo spazio circostante, la possibilità insita nello spazio, era la cifra fondante della nostra formazione. Vi erano meno povertà e indigenza, nessun contrasto sociale, meno stimoli e competizione, pochissime possibilità, annacquati strumenti di potere e nessuna parvenza di organizzazione criminale.
In comune con le città avevamo però il disprezzo atavico per la campagna e i contadini. Quel mondo laborioso e autonomo, non veniva migliorato, bensì continuamente esecrato. E forse se ancora oggi le campagne irpine non sono ambite, in qualche misura ciò è dovuto anche al disprezzo oppressivo e all’assenza di lealtà, all’incapacità di vedere le possibilità insite in un diverso universo morale, permeato com’era dalla vocazione al lavoro e da un alto grado di autodeterminazione.

Insomma, per la maggioranza, è valso quello che scrive Meneghello in Libera nos a Malo: “Mezzogiorno col sole, quando l’estate è ancora illimitata, ai tavoli del caffè in Piazzetta con un bicchiere di vino bianco, io e mio padre scambiando poche parole, attendendo gli amici, osservando la gente che conosciamo. Gioia somma e perfetta, astratta dal tempo, in mezzo al paese, come fuori la portata della morte.”
Ecco, forse Meneghello trova una via, forse è questo il segreto della ricerca d’identità, ovvero la forza irresistibile delle origini che combattono strenuamente, insieme alla continuità generazionale, contro l’idea della morte. O forse la verità è nelle parole di Soldati: “Non capisce”, scrisse in America primo amore, “forse, non ama il proprio paese chi non l’ha abbandonato almeno una volta, e credendo fosse per sempre”. Soldati capì, nel viaggio americano, che per conoscersi bisogna essere con i luoghi amati in rapporto di vicinanza e lontananza.
Bisognerebbe abbandonarli come degli esiliati, aggiungo. Solo così potremmo capire gli emarginati, lo straniero, la diversità, ed essere in grado un giorno di ambire a una patria nel rispetto del genere umano, senza cortine di ferro né limiti invalicabili.
Ed è proprio questo che sembra voler dire l’ormai adulto Nuto in risposta al suo amico trovatello Anguilla:

“In America c’è di bello che sono tutti bastardi”, dice Anguilla.

– “Anche questa è una cosa da aggiustare. Perché ci deve essere chi non ha nome né casa? Non siamo tutti uomini?”, risponde Nuto.

Ma, tornando all’identità del paese, se il radicale Nuto è portatore di una volontà di progresso morale universale, ed è uno che il mondo lo vuole cambiare da capo a piedi, il paese reca con sé un’ambivalenza che, a suo modo, svela alcuni ostacoli frapposti. Infatti è un microcosmo che oscilla e che, lasciato a se stesso, può rivelarsi – penso alla sua mai emancipata borghesia di Luigini italici – servile e amorale, privo di verità e giustizia, in preda al familismo e al baronaggio. Può essere, se slegato dal resto della nazione, un luogo di smarrimento, in cui la storia non fa che ripetersi incessantemente.
E d’altra parte, però, quello stesso luogo – lo si scorge in Meneghello come in altri – a volte diviene un riparo contro la minaccia esterna: lo stato, la burocrazia, la disoccupazione, o qualsiasi altra forma di coercizione.
Il fatto è che il paese in certi casi risponde come può a tutto il resto, e lo fa soprattutto perché non sempre si possiedono mezzi, e dunque il fallimento non è più una colpa, ma al massimo una bizzarra forma di resistenza.
E allora nell’ambivalenza, è come se l’identità del paese oscillasse continuamente tra la possibilità di dirsi che l’origine altro non è che “la radice dell’intero”, e che l’identità è sempre una parte dell’universo, qualcosa di unico ma naturale e comune; e la bieca chiusura identitaria, che è angustia culturale, e diviene fatica ad ammettere che “tutte le carni sono uguali” e che tutti siamo esseri umani e mondo.
Ebbene, forse il paese-pendolo è già metafora delle oscillazioni del mondo globale, e se Nuto e Anguilla vivessero oggi, così deterritorializzati, potrebbero vedere con i loro occhi, nelle città come nei paesi, l’incredibile processo di de-umanizzazione normativa, disciplinare e mediatica a cui siamo sottoposti nei confronti dell’altro e soprattutto dei poveri del mondo.
Saremmo costretti ad ammettere, al cospetto dei personaggi di Pavese, non solo che sembra prevalere e imporsi chi sostiene che “non siamo tutti uomini”, ma che ovunque, nelle istituzioni come sui giornali o alla tv, al prezzo di nuovi sciovinismi e vecchie xenofobie, sembra di nuovo lecito lo sprezzo dei diritti universali e la negazione della dignità umana.

sandro abruzzese

*Questo brano è per Rocco Meninno, e per Mario, suo fratello. Con cui abbiamo condiviso la grande strada, via Valle, che ci unisce e separa. Da allora ogni cosa ci tiene sullo stesso filo, da cui ci si allontana senza mai dimenticare.

I “pirati” di Lentiscosa

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*Questo articolo è apparso in precedenza qui su Doppiozero

Nel Cilento meridionale, all’estremo limite della Campania, tra l’Alpe del monte Bulgheria e il Tirreno, è qui che si trova Lentiscosa, frazione di Camerota a circa 300 metri d’altitudine sul livello del mare. Ed è qui, nel Parco nazionale del Cilento, in un podere avito, a Santa Maria del Piano, che Nino Belluccio, insieme ad altri produttori, semina e raccoglie il maracuoccio. Sembra quasi di vederlo, Gaetano, con la sua fronte alta, le spalle inarcate e il sorriso delicato, fatto di linee che suggeriscono mestizia. In autunno prepara il terreno alla semina, e mesi dopo raccoglie i baccelli da cui germogliano i caratteristici semi irregolari, ognuno diverso dall’altro, ognuno colorato e squadrato. Certo, non è così semplice raccoglierne i frutti, perché pare che il maracuoccio cresca meglio se sotto lo strato di terra si trova della pietra calcarea e sopra l’aria asciutta della collina, quindi occorrono alture un po’ distanti dal mare, proprio come il paese di Lentiscosa, che prende il nome dal lentisco.

Nino, poi, il maracuoccio lo custodisce gelosamente, la sua produzione è limitata e la farina ricavata da questa leguminosa autoctona vicina alla famiglia della cicerchia, macinata a pietra, gli serve per il ristorante che gestisce giù alla marina di Camerota. Quanto alla preparazione: dopo aver aggiunto della farina di grano saragolla, fatto cuocere il tutto lentamente in acqua bollente e sale, e rimestato fino a fine cottura, sarà pronta la maracucciata. Una polenta a cui basta aggiungere dei tozzi di pane rosolati in olio extravergine di oliva e cipolla, questa è la maracucciata. Un cibo povero, nutriente, tramandato e ripreso dalla Comunità dei produttori del Maracuoccio di Lentiscosa e da tempo, nel solco tracciato da Carlin Petrini, presidio Slow food. Una ricetta che ricorda quanto dura e al contempo ingegnosa fosse l’alimentazione delle classi subalterne del Mediterraneo, abituate al pane nero, fatto di crusche e scarti, alla raccolta di erbe; a cui, al contrario di quanto ci portano a credere le vulgate del momento, erano preclusi alimenti oggi ritenuti fondamentali per la cosiddetta dieta mediterranea come la farina bianca e lo stesso olio extravergine d’oliva, prodotti un tempo destinati, come pure la carne, al commercio, al consumo delle classi agiate, e alle festività.

La storia di Nino la devo a Giovanni, guida e amico camerotano da decenni. Non è strano che Nino e Giovanni siano a loro volta amici e abbiano dei tratti comuni. Alla fine, insieme a tanti mestieri praticati, sono pur sempre un contadino e un pescatore. E quindi abituati a un buon grado di solitudine e silenzio. Abituati a rimestare i pensieri, a misurare i gesti, prima di incamminarsi o fare parola con qualcuno.
Giovanni, senza aver letto Pirenne, dice che Lentiscosa è figlia dei pirati, che il nucleo deve la sua esistenza alla fuga dal mare e dalle coste, quando gli ottomani dominavano il Tirreno, e furono attirati in questi profondi fondali dalla sicurezza del porto naturale degli Infreschi.
Conduce lentamente il suo racconto, Giovanni, che si intreccia a queste montagne appenniniche finite nel mare. Da sessant’anni tutti lo conoscono con un nome non suo. Se il destino ancora in fasce gli ha tolto il padre, i parenti decisero di levargli anche il nome d’anagrafe, scelto proprio dal papà pochi mesi innanzi. Dunque lo ribattezzarono Domenico, come il genitore appena trapassato e il santo patrono di Marina. È così che dalla vita egli non solo non ha avuto un padre, ma non ha potuto ricevere nemmeno il nome che questi gli aveva lasciato.

Giovanni instancabile, magro, ossuto e nero di sole, senza scuola, né licenze o diplomi, ma pescatore, muratore, bagnino, guida, contadino; insomma costantemente in fuga e affaccendato in qualcosa; che tutti chiamano Cuccio, diminutivo di Domenico e che, tra un lavoro e l’altro, sa usare la lingua per difendersi e, se necessario, affermarsi. Una lingua acuta, veloce, con cui mostra tutta la sua intelligenza e a volte dirupa, si blocca o incespica, anche se meno di un tempo. E che rimane, a dispetto degli anni, burbero e gentile compagno, declinando in questo suo modo paradossale, ironico e generoso, l’esistenza e con essa l’amicizia. È lui ad annuire insieme a Nino, a rammentare che la storia degli esseri umani è storia di semi, senza cui, dice, non ci saremmo nemmeno noi. Tutti dobbiamo in qualche modo, proprio come semi, adattarci a ciò che ci circonda.
Così il seme del maracuoccio attecchisce e cresce poco sopra la roccia e con la sua tenacia riporta a quella di Nino e Giovanni, ognuno diverso, ognuno colorato e squadrato a suo modo. Forse a Camerota o a Lentiscosa, ben difesi dai monti cilentani, qualcuno può ancora voltare le spalle al mondo, rivolgersi al mare o alle colline, come hanno fatto loro.

Tuttavia, visto da Lentiscosa, Camerota, Licusati, l’Italia è un Paese lontano, quasi come voltasse le spalle ai suoi limiti estremi, alle sue pendici, al Mediterraneo.
A ben guardare la stessa Campania sembra condensare e riprodurre in scala, con i suoi vuoti e pieni, gli squilibri territoriali e i difetti della Penisola. Al vuoto del Cilento, del Sannio e dell’Irpinia, oppone le valli massicciamente urbanizzate che da Battipaglia e Salerno portano a Napoli e Caserta, una conurbazione in cui vivono circa quattro dei cinque milioni di abitanti campani.
Resta da capire come avrebbero potuto questi luoghi di migranti, gemmazioni, sdoppiamenti, fatti di tante isole e montagne, vissuti in una continua emorragia di giovani, per giunta laureati e diplomati, diventare d’un colpo quello che si desiderava in un altrove di nome Roma, Milano, Bruxelles, o chissà chi altro. A ognuno, vien fatto di pensare, il suo mascherato nomos della terra.
Alla fine, lo sappiamo, i limiti, le pendici, hanno preso a cercare da sé altri luoghi e nuovi nomi: il Venezuela, il Belgio, l’America.
“Un alito”, scrisse Scotellaro a tal proposito in La mia bella patria, “può trapiantare il mio seme lontano”, soprattutto quando la patria non è altro che un esile filo d’erba.

Lettera a Elda

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Cara Elda,
credo di capire e nel leggerti ricordo “La storia” di un’altra Elsa, il suo sguardo sugli indifesi, la sua filosofia della storia. Aggiungo alle tue amare parole innanzitutto che il silenzio e la menzogna di cui si nutre il potere sono legati al bisogno, oggi come ieri, poi all’assuefazione. Che “la terra” siamo noi, nominarla è solo un modo per parlare a noi stessi e di noi stessi, non altro. E le radici possono essere i nostri alibi e difetti, a cui oppongo il corpo e la mente. Perché la terra è una sola proprio come gli esseri umani sono rimasti l’unica specie e le radici siamo noi, sì, è il nostro rimanere bambini. Ma tutti i bambini desiderano prima o poi essere adulti. Allora sogno un Paese adulto, mentre vivo in un’Italia piccola e meschina, e vivo un Mezzogiorno perennemente bambino. Il silenzio e le menzogne di una volta forse non devono essere disprezzate del tutto perché restavano un modo di difendersi dal potere. Ma quelli di oggi? Cosa possiamo fare noi se non dipanare la matassa di menzogne organica e funzionale al potere? Le tradizioni, quelle poche autentiche rimaste, testimoniano appunto la capacità di quelle classi subalterne, contadine, di sopravvivere, di cercare certezze e sicurezza contro l’ingiustizia e la sopraffazione. Le tradizioni sono anche quel meraviglioso stare fuori e dentro il tempo in una volta, quel mito che ritorna alla storia, la capacità di uscire da quel mondo maledetto e nero di miseria di cui parli tu e lo stare, il ritornare nello spazio considerandolo sacro e quindi sopportabile. Perché incolpare il rimedio, la parte necessaria e in quanto tale nobile? Quello di cui diffido, insieme a te credo, è il piegare e usare le tradizioni, le terre, le identità a “strumenti del regnante”. Perché anche l’identità deve servire a capire quali sono le colpe e chi i colpevoli del “marcio”. Anche le radici, una volta indagate e conosciute ci consentono di volare, di scioglierle dalle caviglie e sentirsi liberi. Sono convinto che per volare non occorra guardare il cielo, bensì scavare a fondo. Se ciò che resta è poco, da lì si dovrà ripartire e setacciare con cura ogni singolo elemento, per distinguere nell’inferno, quello che inferno non è. Cercare di capire, comprendere, Elda, e poi tentare di esprimere ciò di cui siamo testimoni. Spero di averti ascoltata e, anche solo in parte, intesa.

Grazie

S.

Ancora un anno

img_5975Caro Mario,

lo sappiamo per chi avresti votato, No? C’è stato il referendum e ha vinto il No. Allora ti aggiorno un po’. Innanzitutto sappi però che secondo un certo Testa (che si fa chiamare “Chicco”, o secondo  Vittorio Zucconi – ma lì è arteriosclerosi -) , è stata “colpa” del Sud, del “nostro” Sud, se la riforma è fallita. Io gli avrei risposto: la Costituzione al Sud è in vigore? L’articolo 3, per esempio, oppure il primo, sono rispettati? E Milano non è Sud? Chi c’è nelle caserme, nelle scuole, negli uffici pubblici, in fabbrica: chi c’è? Non li vedete i meridionali? I medici, i magistrati, i notai, i venditori ambulanti: ditemi, ma sono solo io a vedere un’Italia costruita sullo sradicamento costante e continuato dei meridionali prima e ora degli stranieri?  Tu forse avresti risposto:  è il capitalismo, bellezza!

Ma avrei fatto il loro gioco rispondendo così, poiché polarizza e divide pregiudizialmente chi non ha argomenti, chi vuole confusione e non chiarezza. È la contrapposizione cieca, priva di argomenti razionali (il binomio amico-nemico, non è altro che lo schema del populismo imperante).

Avrei dovuto dire: comunque il fatto è che tu puoi avere, sì, di grazia, il 40% di disoccupazione giovanile; comunque puoi avere un reddito pro-capite pari alla metà delle regioni del centro-nord; tu puoi esportare una città di medie dimensioni all’anno fatta di tuoi cittadini emigrati; ebbene, sì, puoi pure sottostare, in alcuni casi, al controllo mafioso del territorio, vivendo nel terrore e nella minaccia costante: puoi stare, si capisce, in assenza di ferrovie e strade, anche in assenza di diritti:
ma se poi voti come ti pare…, questo è davvero troppo, questo no.

Ma avrei fatto il loro gioco: un’ennesima contrapposizione: nord- sud, italiano- straniero e via dicendo… Invece l’unica contrapposizione che accetto è tra ricchi e poveri, e il potere raramente sta dalla parte dei secondi. Il razzismo imperante dell’Italia odierna, fomentato da politica e tv, giornali, per esempio, è contro i poveri, non contro gli stranieri.

Ma tu la sai la storia come è partita, dapprincipio. Negli anni ’90, a voi militanti, a voi, i vostri stessi compagni lasciarono intendere che sì, va bene impegnarsi però senza esagerare che al resto ci pensavano loro, a Napoli, a Roma, a Milano. D’accordo, la partecipazione, ma insomma, sappiamo benissimo cosa c’è da fare per cui pensate alla famiglia, al lavoro, al campionato. Non ce l’avete un palo della cuccagna lì in provincia, ebbene aggrappatevi e portatevi a casa un bel prosciutto, cosa volete di più? Perché qui ci siamo noi, non c’è alcun bisogno di tutta questa buona volontà: siete al sicuro, nelle nostre capaci mani, tornate a casa, guardatevi la tv, distraetevi, è tutto a posto.

Così finì il cambiamento, scoraggiarono qualsiasi tentativo dal basso. Così sono morti gli anni ’70 nel resto d’Italia. Quegli stessi gruppi di potere oggi ci chiedono ancora una volta di stare a casa e lasciare a loro ancora più potere. Dobbiamo solo votare, nient’altro. Non vi azzardate a discutere, a portare istanze autonome, altrimenti siete vecchi, lenti, e invece loro sono veloci, impavidi, e sanno benissimo cosa fare per il Paese.

E allora che facciamo, Mario? Io davvero non lo so. So che c’è la giustizia, la verità, e il resto so’ chiacchiere, è giusto Marié? Ho detto giusto?  So che al di sopra della morale, c’è solo l’esempio civile, è giusto Marié? Per cui qua è tutto da rifare. Non abbiamo alcun esempio. L’unica cosa, ho smesso di avere paura. È l’ultimo tassello, questo. Ti fanno paura col mercato internazionale, col fallimento dello Stato. Minacce continue, ammiccamenti e bonus, mancette. Ma chi ha bisogno delle mancette ha dignità, Mario? E poi come faccio a votare Sì a una proposta incomprensibile, che aumenta i poteri del governo, senza sapere con quale legge elettorale sarà eletto il nuovo parlamento? Allora, dico io, Marié, ma se la soluzione era una sola, facevamo il plebiscito e non il referendum. Non era meglio? Se si poteva solo acclamare, magari qualcuno che andava in piazza lo trovavamo (pensionati ovviamente).

Solo la Costituzione si ricorda che cos’era il fascismo. Ogni sua parola parla del totalitarismo e vi si oppone costantemente. La fiducia cieca è per principianti. E noi saremo pure pessimisti, tuttavia non senza ragioni, marié, è vero o no?

Un abbraccio. Prometto che non ti scrivo più. (forse)

 

P. S.

Lo vedi che qualcosa di te è rimasto negli altri? Muoiono del tutto solo le persone dimenticate. Allora svaniscono le parole, i suoni, le immagini. Invece di te, caro Mario Capozzi, qua ci sta ancora un sacco di gente che si ricorda, che ricorda il tuo stare al mondo partigiano, convulso, contraddittorio, passionale. Quel tuo stare al mondo così “vivo”.

Sud: basta aspettare che ci liberino da noi stessi

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Chiesa di Cotronei

testo e foto di Sandro Abruzzese

Quando alla tv, sui giornali, sui social network, vedo scorrere le immagini dei luoghi più belli del Meridione, da meridionale che vive da tempo nel nord del Paese, provo una vena di rammarico mista a un lieve e indecifrabile fastidio. Dietro le cartoline, i video che mostrano le bellezze del Sud, rivedo gli alibi dei meridionali, i complessi di inferiorità, le giustificazioni. Vedo una risposta puerile ai fallimenti, false assoluzioni, assenza di colpe e colpevoli. Forse è questo fare autoassolutorio che mi ferisce. Ma non solo. C’è pure l’amarezza per il fatto che la bellezza della natura non è un nostro agire concreto e quella delle città risale a secoli addietro. Forse è l’amarezza dovuta al fatto che non c’è merito in quel che viene mostrato, che nulla è stato progettato e costruito (a volte nemmeno semplicemente custodito) da noi. Insomma, pure lei, pure la bellezza, sento che in qualche modo tradisce il Sud e finisce per fargli più male che bene. Lo fa parlando di menzogne, rifacendosi al passato che ognuno legge a suo modo, e così inganna, contribuendo alla confusione perpetua che ci attanaglia.
È difficile sentir parlare del Mezzogiorno sui giornali e le tv nazionali senza incorrere in visioni spesso superficiali e stereotipate, concordo con Di Consoli. Il Nord da cui scrivo ha un’idea vaga, indefinita del Sud, tramandata dal contatto con migranti o da fugaci vacanze estive nelle zone costiere. Questo è un aspetto fondamentale da cui partire. È qui, nelle immagini e nella narrazione dei fatti e degli accadimenti, che la Calabria e il Sud dimostrano la necessità di conquistare chiarezza e lucidità, o per citare l’articolo di Vito Teti, “verità”. L’opinione pubblica locale, – prima che quella nazionale, – i suoi giornali, gli intellettuali, hanno il dovere di descrivere ciò che realmente accade nella loro terra. E avrebbero pure il diritto di raccontarlo senza per questo mettere a repentaglio l’esistenza. Ma si sa che la Calabria è un’isola. Quei piccoli Pirenei rappresentati dal Pollino sono il suo ennesimo mare. Molti giornalisti calabresi hanno messo a rischio la loro vita per raccontare la verità. Credo fermamente che questo sia il punto cardine da cui ripartire, la prima conquista per cui lottare: essere in grado di raccontare la verità, mettere al centro del discorso pubblico i nostri limiti e i meriti, attraverso un costante esercizio razionale, significa sconfiggere “il cono d’ombra” di cui parla Di Consoli e svolgere le funzioni a cui ci richiama Teti. È una battaglia culturale chiara che si deve servire delle associazioni e della scuola e, una volta intrapresa e portata a termine, essa costringerà i mezzi di informazione nazionali a prendere atto di cosa siano realmente la Calabria e il Mezzogiorno. Solo quando noi saremo riusciti a darne la vera e complessa immagine a noi stessi, altri non potranno che prenderne atto. Perché questo momento arrivi, occorre smettere di aspettare che qualcuno ci liberi da noi stessi. Così aspettavamo Napoleone e i francesi per la repubblica, Così i sabaudi si accordarono con i gattopardi, così gli americani usarono la mafia, e Portella della Ginestra resta a imperitura memoria. Così i fascisti accolsero i notabili locali. Così rinnoviamo l’attesa passando dalla Democrazia cristiana al Berlusconismo che sembra aver trovato degni eredi e prosecutori nel fantomatico Partito della nazione. Quando si parla di Sud, mi pare si parli sempre di attesa, pazienza, rassegnazione. Se è così, almeno si mostrino i colpevoli, le connivenze, i tradimenti locali e nazionali. Se è così, almeno si dica il vero perché senza non è possibile giustizia e nemmeno orgoglio.
Se il primo punto è la verità, trovo che essa sia intimamente legata a una serie di altri punti. Essa apre al problema della libertà, di un Sud libero in cui il territorio sia nelle mani salde dello Stato. Non è possibile parlare di libertà senza far fronte a necessità primarie da soddisfare. Ecco che subito il discorso, da locale, diventa di carattere nazionale. Il Sud e la Calabria hanno il problema della libertà, e la libertà, l’indipendenza vengono dalla dignità del lavoro.
Il grande tema assente e orfano di partito, oggi, in Italia e nel Meridione, è il lavoro. La condizione delle nostre terre, non dando giusta retribuzione a sforzi e rischi, fiacca gli animi, demoralizza, abitua alla partenza e alla rinuncia. L’assenza del lavoro apre alla piaga ormai endemica e insopportabile dell’emigrazione, dello sradicamento, motivo per cui oggi esistono più calabresi all’estero o nel resto d’Italia che non in Calabria. Esistono altrettanti meridionali al Nord che vanno a formare un vero e proprio Mezzogiorno padano.
A questo si aggiunga una classe politica e dirigente dalle responsabilità gravissime (anche qui concordo con Teti), specchio del debole tessuto socio-economico. Mentre esistono caratteristiche oggettive di svantaggio per il territorio calabrese nel fare impresa (penso all’orografia, alla distanza e alla viabilità), non esiste alcuna valida giustificazione per le condizioni in cui versano la sanità, la scuola, le università, i centri di ricerca, le strade, i bilanci. Ma di nuovo, inesorabilmente, i temi via via presi in rassegna riportano a problemi nazionali, perché è vero ed è stato detto spesso che ciò che accade nel resto del Paese è come se si ingigantisse nelle sue estreme propaggini. Un organismo malato mostra i propri cedimenti nella parte più debole e esposta del corpo.
Se “la linea della palma” di cui parlava Sciascia è arrivata a Milano, sono persuaso ancora delle parole di Carlo Levi, quando sostiene che non esiste una questione meridionale. Esiste il problema dello Stato italiano e oggi potremmo aggiungere dell’Unione europea. O con Gramsci, quando sostiene che esiste il problema del rapporto tra città e campagna, tra civiltà industriale e contadina, tra il Nord urbano e il Sud contadino.
Ci sarebbe ancora la questione demografica: l’Italia è un paese vecchio, dove le risorse sono nelle mani di una classe media che è avanti con l’età e in questo panorama, l’emigrazione dei giovani meridionali specializzati crea un continuo travaso di forze e anticorpi da luoghi che ne hanno estremo bisogno a luoghi costituzionalmente più sani: un lento stillicidio confermato dai rapporti Svimez degli ultimi anni.
In conclusione, guardando all’Europa e alla Storia, ho l’impressione che tutto il mondo intellettuale europeo, e italiano in particolare, abbia ricevuto un colpo letale non tanto dalla caduta del comunismo, quanto dall’abbandono tout court del marxismo. Si è finito per abbandonare lo studio e l’analisi di stampo marxista, quando era e rimane una grande fucina intellettuale (penso alla scuola di Francoforte, a Pasolini, per fare i primi due nomi che sovvengono) in grado di decodificare le imposture del nostro sistema nazionale e globale. Oggi nessuno ha più idea di che Italia occorra costruire. Niente casa comune, né idea di comunità. C’è uno smarrimento silente e assordante fatto di individui soli. Inm definitiva, non siamo riusciti a costruire il futuro, anche se quest’ultimo sembra essersi servito di noi. Di conseguenza oggi l’Italia è un Paese incompiuto, di cui rimane in eredità quello che Banfield ebbe modo di definire il suo “familismo amorale”, quello sì è ruiscito a inerpicarsi, dalla linea della palma, fino alle più remote pendici delle Alpi.
S.A.

*L’intervento si riallaccia a due articoli dei giorni scorsi, firmati da Andrea Di Consoli prima, sull’Unità del 26/03, e da Vito Teti poi, sul Quotidiano del Sud del 31/03, che hanno aperto a una riflessione sullo stato della Calabria e del Meridione in generale.

* *L’articolo che è uscito su Il quotidiano del Sud del 3 aprile 2016

Per amore del Mezzogiorno alle elezioni

Un Sud di nemici e di orgoglio

Siamo le comparse alla cerimonia, una liturgia del potere che si rinnova, questa delle elezioni. Un passaggio di consegne dove il banco vince sempre. 

Voglio vedere in faccia i miei nemici! Uno a uno.

Nessuno cambierà la nostra Terra per noi! Nessuno sostituirà gli emigrati di Boston, di Zurigo o Colonia, Camberra, Torino, Milano, Modena. Nemmeno le persone oneste che se ne stanno a casa saranno sostituite, o peggio ancora chi non vota.

Il Sud, senza nemici, alle elezioni è spacciato. La campagna elettorale è fatta di crepe. Sono le scosse che avvisano della sicura frana.

Non vi è speranza per il Meridione senza l’idea che noi militiamo da una parte e chi danneggia la nostra Terra militi dall’altra.
Voglio una diga, una montagna, voglio un abisso di vergogna, di risentimento tra me, tra noi, e la politica dei delinquenti. Voglio che non si dimentichino i volti e le azioni, i risultati.

Non basterà votare per le persone giuste. Forse non ci sono persone giuste. La tecnica è di stare dall’una e dall’altra parte. Così muoiono i giusti. Muoiono o al più fanno la figura dei fessi!

Quindi una buona volta facciamoci dei nemici! Questo salva la nostra Terra. Dire da che parte stiamo con il corpo oltre che con la voce. Dirlo con la faccia, col disprezzo. Non un gesto deve confonderci, il mio nemico deve ricordare la sua colpa ogni volta che lo incontro, deve sentirsi addosso un cappotto e scorgermi nudo: capire che è la sua viltà che lo veste. Che ci separa.
E che gli onesti vadano da una parte e i vili dall’altra. Abbiamo visto De Luca che imbarca De Mita. Abbiamo visto la direzione nazionale del PD non battere ciglio. Così i sabaudi si accordarono con i gattopardi, così gli americani usarono la mafia, e Portella della Ginestra resta a imperitura memoria. Così i fascisti accolsero i notabili locali. E così noi ci siamo abituati a non avere più orgoglio, e quindi nemici. Non avere nemici significa essere privi di orgoglio!

Il Sud non lo salviamo senza orgoglio e senza nemici! Non senza ricordare ogni giorno il nostro immenso valore. Nessuno cambierà la nostra Terra per noi. Facciamoci dei nemici, facciamolo per il nostro bene.

 

Sandro Abruzzese