Categoria: racconti ferraresi

Solo un ragazzo: Federico Aldrovandi

Federico Aldrovandi

Al vecchio Sant’Anna le pareti erano costellate da quadri. Mi soffermavo a scrutarli nei particolari. Non so se ci siano ancora, non ho avuto modo di tornarci da quando il grosso dell’ospedale è stato trasferito a Cona. Una mattina rifacevo il percorso a ritroso, dagli ambulatori verso l’uscita laterale, in via Mortara. A un tratto riconobbi una figura nota, il volto di una donna. Lei se ne avvide, mi sorrise, lo fece solo perché le ricordavo qualcuno. Perché ero un ragazzo dai capelli ricci e lunghi, con la barba incolta e la borsa dell’università a tracolla. Allora le dissi delle parole interrotte, intermittenti: “sarei stato fiero di essere suo figlio”, questo le dissi.
– “L’avrebbe fatto chiunque”, lei rispose, poi aggiunse, visibilmente commossa, “basta così, altrimenti finiamo col piangere qui, davanti a tutti”.

Sono passati nove anni da allora. Sulla Darsena del Po di Volano sfreccia un motoscafo, la scia si perde verso gli argini. Seguono due canoe dal ritmo sostenuto. Supero il ponte e sono in via Bologna. È sabato, sono le quattro del pomeriggio. Ho la bici, la macchina fotografica, ma non il taccuino. Sempre quella sensazione, sempre la smania di dare una forma anche solo a un lembo di giornata. L’irrequietezza o è un dono o una condanna, questo dipende da come la si declina. Scelgo di farla passare dalla testa fin dentro il corpo, di muovermi finché non passa.

È un sole che divide tutto il mondo in due singole parti, quello che ho sulla testa: esistono l’ombra e la luce. Oggi so benissimo dove sono diretto, sono partito in bici consapevole della strada che avrei percorso. Lascio alle spalle la banca di Siena, quella delle Marche, della Romagna, un’osteria, un ristorante cinese, un poliambulatorio, una gelateria e una gioielleria, poi smetto di osservare la fila infinita di negozi. Svolto in via Ippodromo. Dopo qualche metro, la strada è chiusa e ha inizio un parco alberato con delle panchine di legno. L’erba è stata tagliata da poco e l’odore si infila nelle narici. Ai lati della strada si ergono dei caseggiati. La costruzione più vistosa è proprio la sede dell’Ippodromo. Dall’esterno il muro di cinta ricorda vagamente un lager nazista, uno di quei campi di concentramento mostrati tante volte in tv. Fermo un’auto. La ragazza alla guida dice che all’interno ci sono i preparativi per una festa, lei è venuta a cucinare per oltre trecento persone.

Giro ancora un po’, quando all’improvviso riconosco, al fianco sinistro dell’ingresso principale dell’Ippodromo, quello che cercavo quando sono uscito di casa questo pomeriggio: un rovo di spine e rose, una sciarpa della Spal, la lapide e la foto di Aldro. Eccolo! Qui è morto Federico Aldrovandi, all’alba del 25 settembre duemilacinque, dieci anni fa. È morto in seguito a una colluttazione con degli agenti della Polizia di Stato, “un ragazzo ucciso da quattro individui con una divisa addosso”, ha scritto a proposito Lino Aldrovandi, il padre di Federico. Ho in mente questo luogo e rivedo il corpo di Federico tumefatto, sdraiato supino sull’asfalto, con le braccia allargate che disegnano una croce, così come lo ha mostrato Filippo Vendemmiati nel suo bel documentario, “È stato morto un ragazzo”.

Rivedo Federico e vado a cercare le parole scritte dal giudice Caruso nell’introduzione alle motivazioni della sentenza: “Tanti giovani studenti, ben educati, di buona famiglia, incensurati e di regolare condotta, con i problemi esistenziali che caratterizzano i diciottenni di tutte le epoche, possono morire a quell’età. Pochissimi, o forse nessuno, muore nelle circostanze nelle quali muore Federico Aldrovandi: all’alba, in un parco cittadino, dopo uno scontro fisico violento con quattro agenti di polizia, senza alcuna effettiva ragione”.

Quanto può essere profondo il dolore di un padre e di una madre? Ha fatto in tempo a svelare la verità, Federico. Il suo cuore ha parlato per lui dopo la morte. Ci sono volute le indagini, certo. Ci è voluto il coraggio di Lino e Patrizia. Poi quel fotogramma che ha evidenziato l’ematoma sul cuore. È stato il corpo di Federico a non tacere, a testimoniare che le percosse sono state letali.

Sono passati dieci anni dalla sua morte. Un sms mi ha appena rivelato che l’anno prossimo lavorerò nella scuola che lui frequentava. La scuola dove non si è diplomato. In dieci anni lui è rimasto un ragazzo e io ho appreso il mestiere del padre. Quando incontrai Patrizia Moretti, quel giorno all’ospedale, anch’io ero solo un ragazzo. Oggi so che il dolore di un giovane non è quello di un padre. Da allora Ferrara, almeno ai miei occhi, non è stata più la stessa. Questa città sorniona, la sua tranquillità apparente ha fatto da contraltare al dramma. È come se Ferrara e la sua pacatezza avessero acuito il dolore per l’accaduto. La città è lì a stendere il suo velo d’amarezza e dire che non era affatto necessario, che questa è una città di provincia dove non dovrebbe succedere mai nulla del genere. Purtroppo è accaduto. Federico è rimasto solo troppo presto, è accaduto in via Ippodromo, sullo stesso selciato che sto calpestando in questo momento. La sua è una di quelle morti ingiuste che rendono la vita stessa intollerabile e il suo prosieguo un’enorme distesa di recriminazioni. C’è qualcosa di profondamente irrazionale nel nostro modo di intendere la vita. Mi riferisco all’incapacità di riconoscerci nel prossimo. Tutto nasce da questa ignobile malattia, da questa perdita di memoria e coscienza che è il nostro vero peccato originale.

Ecco, Federico è qui a ricordare questa amnesia. A ricordare il dolore di un padre e di una madre che deve essere il nostro, anche se questo non riuscirà a lenire alcuna ferita.

 

Sandro Abruzzese

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I musei della bandiera bianca e i pugni di Luca e Vincenzo alla Vigor

Da sinistra Luca e Vincenzo

Da sinistra Luca e Vincenzo alla Vigor

Oggi niente piazza Castello, niente duomo, niente vetrine e sguardi di plastica. Insomma, niente illusioni. Cerco la parte della città che annaspa. Quella che non sempre ce la fa a restare a galla. Vado verso i margini, la parte di ordito dove il tessuto si smaglia. Dove la trama ha preso una piega diversa da quella consueta. Giro con la bicicletta in zona stazione e ho l’anima oppressa da una pigrizia a cui sono abituato. Oggi sento la fatica della ricerca degli altri che preme sulle tempie. Alcuni giorni è come se ti mettesse davanti a una perpetua salita, la ricerca; come se il mondo generasse una quarta parete da scavalcare.

Per fortuna giunto di fronte allo stadio trovo la prima scena che scrolla di dosso il torpore: sono due attività commerciali, l’una affianco all’altra a distanza di circa quindici metri, solo che davanti alla prima, un alimentari, sono tutti neri, presumibilmente africani; davanti alla seconda, un bar, tutti bianchi, a giudicare dall’accento autoctoni. Per un attimo Ferrara mi pare Johannesburg. Il mio amico Gianni vive in un appartamento nei paraggi e sostiene che la rigida segregazione, la cortina di ferro tra i due esercizi, risponde a una ragione economica oltre che etnica. L’alimentari è oggetto di continue incursioni da parte delle forze dell’ordine, evidentemente ritengono che non fornisca solo il pane e il latte fresco. Il bar, invece, ha il record delle autoambulanze che accorrono per i frequenti coma etilici registrati tra i clienti. Io li considero due musei della condizione odierna, questi luoghi. Sono le camere iperbariche che nascono a ridosso dei salotti cittadini. Per qualche spicciolo accolgono chi issa la propria bandiera bianca.

In via Cassoli mi viene in mente Dumitru. Non so se si allena quest’oggi, la palestra di boxe a cui è iscritto si trova proprio qui vicino. Un giorno a scuola gli avevo promesso che sarei passato a visitare la palestra Vigor.

A Ferrara, quando dici boxe, parli della famiglia Duran, mi dice Ibrahim. Parli di Carlos Duran, negli anni ’60 campione argentino naturalizzato italiano, fondatore della Vigor. Oppure dei figli Alessandro e Massimiliano, che hanno seguito le sue orme. Dentro la palestra di boxe ritrovo l’aria rancida, umida, di quelle della mia infanzia, a terra un tappeto di gomma, in aria sacchi che pendono, alla parete una specchiera occupa un intero lato della sala rettangolare. Sul ring due ragazzi combattono con foga. Per fortuna trovo Dumitru che mi introduce togliendo l’imbarazzo. È lui che mi presenta l’istruttore Ibrahim: marocchino di Casablanca, venti anni di pugilato alle spalle, il sorriso largo in grado di trasformare i suoi occhi in due strette fessure e la fronte madida di sudore mentre si esercita con la fune. È un’immagine quieta, quella di Ibrahim che si allena, i suoi movimenti lenti e fluidi possiedono grazia. Da l’idea di essere dove vorrebbe e osservarlo, in parte, restituisce la stessa sensazione.

Sul ring ci sono Vincenzo e Luca. Quando smettono facciamo due chiacchiere. Vincenzo Ricciardi tira pugni da quando aveva tredici anni, ora ne ha ventiquattro. Figlio di genitori agrigentini, la mattina si sveglia alle cinque, lavora in un negozio di ortofrutta in via Bologna. Si allena tutti i giorni tranne il sabato e la domenica. La scuola l’ha abbandonata presto, prima del diploma, mentre dice che è stato un stupido a farlo, scuote la testa, sua madre aveva ragione, non avrebbe dovuto. Anche Luca, suo avversario e amico, braccia tatuate e pizzetto, si pente di averla abbandonata troppo presto. Ora di mestiere fa il muratore. Ha ventitré anni e pratica il pugilato da quattro. Il suo preparatore ha deciso che “Canna”, così lo incita sul ring abbreviando il suo cognome, Canella, è pronto. Per lui è arrivato il momento di combattere e Vincenzo lo aiuta a prepararsi. Della boxe entrambi amano la misura, il fatto che evidenzia i tuoi limiti, ti costringe a spostarli, poi restituisce i sacrifici patiti: è qualcosa che, a poco a poco, diventa tutt’uno con la tua vita.

In questa città invisibile, che affonda nella terra, potrebbe bastare pure osservare i sogni e le passioni degli altri per riceverne in cambio qualcosa. Potrebbe bastare l’aver vinto la fatica dell’incrociare passi sconosciuti. Non ci sono meriti né calcoli in questo. Non c’è guadagno. È il tentativo di sfilarsi da un sommario di solitudini quotidiane. Di abbassare la guardia, nell’illusione di scardinare la fortezza della diffidenza edificata negli anni. Girare mi dice che paghiamo un prezzo troppo alto alle finte sicurezze, a una vita di insignificanti, o peggio ancora ipocrite, certezze.

Così, per un attimo, oggi ho sognato gli stessi sogni di Luca e Vincenzo, di Dumitru e Ibrahim. I loro pugni fasciati e chiusi sono i miei, così come i sacrifici e la fatica, la forza e la determinazione. Oggi scrivo dei loro sorrisi e dei nostri sogni.

 

Sandro Abruzzese

 

Ferrara è un’isola che porta sulla Luna

Foto S. Abruzzese         Piazza Trento e Trieste a Ferrara

Foto S. Abruzzese Piazza Trento e Trieste a Ferrara

Così come un’isola emerge dalle acque, per contrappasso questa città affonda, cinta due volte: dalle mura e dalla terra. Ferrara non si scorge, non la vedi dall’autostrada, non dalle sue circonvallazioni. È una città nascosta ed è una città di pianura. Sono i suoi confini, le mura, i suoi limiti artificiali. Al di fuori dei quali non esistono luoghi, soltanto spazi. Il selciato dei suoi vicoli medievali, però, va calpestato con le suole dure, quelle che si usano per scalare una montagna. Altrimenti i sassi tondi scavano, ti entrano nella pianta e Ferrara diventa il supplizio di chi la cerca e ogni giorno finisce per trovarla sempre la stessa, per trovarla sempre uguale e diversa.

Oggi avrei bisogno delle sue strade larghe, più che dei vicoli. Di perdermi in quella parte di città dove le vie non nascondono mai nulla, anzi si mostrano per centinaia di metri, fino alla fine. Sono le strade delle arienuove, significano che l’essere umano può e deve guardare lontano con l’uso della ragione. Da Ercole I d’Este vedrei, a chilometri di distanza, la Porta degli Angeli. Ma come si fa a non nascondere mai nulla? Una strada può farlo, ma un uomo?

È il sabato dei ricchi e dei pezzenti. È il sabato della gente comune, della borghesia in vista, dei ragazzini e dei malviventi. La folla affluisce ordinata verso le strade dei commerci. In via Cortebella un uomo scruta il fondo di un cassonetto dell’indifferenziata. È immerso dalla cintola in su. Ne scorgo le natiche, le gambe. Quando riemerge mostra un viso scarno. Ha la faccia munta, scavata. Il suo aspetto non ha età. C’è qualcosa in lui che disorienta. È un uomo di un altro mondo. Ecco perché per lui è stato come se non ci fossi. Le nostre vite sono attaccate ognuna al proprio amo, e  il pescatore oggi allenta la mia lenza e ritira la sua. Così il suo amo stringe, trafigge, spirita gli occhi, mentre il mio non si muove. Ferrara è il nostro acquario.

All’incrocio tra via Garibaldi e via della Luna suonano quattro zingari dall’aspetto trasandato. La gente tira dritto e il cappello non si riempie. La città dei Buskers non è ancora pronta e i quattro zingari, che la strada la vivono per davvero, sono privi del fascino degli artisti. Non suonano scalzi. Non indossano capi della new age. Insomma, non hanno santi in paradiso e non sembrano eroi. Però la loro musica si riverbera sulle facciate dando un soffio d’aria allegra alla giornata. Il resto lo fa la loro faccia segnata, mezza guascona e mezza bandita. Intanto, almeno per loro, Ferrara veste i panni di una musa.

Vorrei una strada secondaria e una meta, in questo sabato pomeriggio. In quest’isola stretta nella sua barriera corallina di terra cotta. Un’altra città invisibile per Italo Calvino. Coperta da un cielo azzurro immenso che quando imbianca sembra di carta. Si aspetta sempre che scenda qualcosa da questa volta sulla nostra testa. Per ora il sole ha portato via l’inverno e la bruma come l’ingenuità degli uomini l’hanno rubata il Peccato e il Tempo.

Cosa si può chiedere a questa giornata? Quello che veramente voglio è la redenzione. Per tutta questa gente che corre, che sta ferma o che cammina. Per i soldati nemici, per gli avversari politici. Per chi ha commesso misfatti, perpetrato inganni. Per Giuda, per Caino. Non voglio altro che la possibilità della redenzione. Significherebbe ancora una volta, dopo tanto tempo, qualcosa di sacro come assolvere la debolezza e la Paura. Assolvere senza aspettare ulteriori sacrifici. Qualcosa che può accadere solo dentro di noi, che non occorra mostrare fuori. Voglio la redenzione e, se non è possibile il riscatto, datemi una qualche forma di indulgenza. Questo non vuol dire che non si debba pagare. Voglio il perdono oppure la cancellazione  di ogni peccato. Voglio il diritto al fallimento, perché qualsiasi cosa accada: quando si dice vita, di questo si tratta. Penso a chi spara a zero sui profughi, a chi soffia sulla fragilità delle persone come Matteo Salvini. A chi vende sogni scaduti alla gente come Matteo Renzi. penso al bambino che emigra nascosto nella valigia. Oppure ad Aldro, a Federico, e quello che ha dovuto subire una Mamma in seguito alla sua morte, ad opera di un sindacato di polizia. Penso agli aguzzini di tutto il dolore del creato e voglio la redenzione. Solo questo.

A volte Ferrara è un’isola dove ci si incontra spesso e non si parla, per davvero, mai. A volte è una prigione da cui non si vorrebbe evadere mai. Allora si fantastica come Ariosto. Si finisce per chiedere a chiunque di recuperare il senno, fin sulla luna.

 

Sandro Abruzzese

 

 

Il Veneto cambia musica con l’Orchestra Multiculturale del Baldo-Garda

In Veneto, da un po’, c’è aria di buona musica. L’Associazione Baldo Fest del vecchio amico Leo Pericolosi ancora una volta ci ha visto giusto. L’idea si chiama Orchestra Multiculturale del Baldo-Garda. Per chi non lo sapesse, il Baldo è la cresta di terra a nord di Verona che pianta le sue radici nel lago più grande d’Italia: il Benaco dei romani, meglio noto col nome di Garda. Il monte si alza a circa duemila metri e, a est, scende attraverso i suoi conoidi nella Val’d’Adige. Un solco profondo centinaia di chilometri divide due mondi: quello germanico e il mediterraneo. Ma noi siamo qui per qualcosa che unisce, che – quando riesce bene – fonde.

Se il Baldo Fest cercava qualcosa che aiutasse a scavalcare le barriere, direi che lo ha trovato. Quello che ho visto e ascoltato al Teatro sociale di Rovigo, grazie all’attenta programmazione del jazz club locale, coglie in pieno le aspettative.

L'orchestra multiculturale al Teatro sociale di Rovigo

L’orchestra multiculturale al Teatro sociale di Rovigo

La passione dei maestri Marco Pasetto e Tommaso Castiglioni ha costruito un gruppo che pian piano prende forma manipolando la musica del mondo. C’è il Sudamerica, la Lapponia, l’Africa. C’è un unico genere, quello umano.

Il maestro Tommaso Castiglioni

Il maestro Tommaso Castiglioni

Il maestro Marco Pasetto

Il maestro Marco Pasetto

Le mani di dio, il portento della Guinea. Il suo ritmo, la sua potenza ti entrano nel petto e finiscono per bussare alle ossa. Ti suona nel cuore questo ragazzo, e canta. Canta una nenia di un’altra terra. Oppure di tutta le Terra del mondo.

Le mani di dio arrivano dalla Guinea

Le mani di dio arrivano dalla Guinea

Il liuto arabo di Hamza Sellami vibra, ha il suono dell’altra sponda del mediterraneo. Suona, Hamza, e ogni tanto sorride a Roberta, la sua compagna siciliana che lo osserva. L’Algeria la porta appresso, la condivide attraverso i suoi polpastrelli.

Il liuto arabo di Hamza Sellami

Il liuto arabo di Hamza Sellami

Il basso di Carlos Cuesta

Il basso di Carlos Cuesta

La linea ritmica di Carlos indica la strada, i fiati si attorcigliano, salgono e scendono. Anna riempie il petto e, a ruota, segue. Osserva piena di concentrazione il direttore d’orchestra, e soffia le note precise dentro il flauto: lasciati andare Anna.

Anna Bergamini

Anna Bergamini

La corista scalza, coi piedi bianchi sul marmo, dice che ha caldo. Forse il freddo sotto la pianta  allenta la tensione. Fatto sta che si lancia in una danza e il suo corpo non sembra più suo. Il suo corpo è un’onda. Allora Pasetto imbraccia lo strumento a fiato e svisa, corre con le dita sul corpo di questa giovane danzatrice e il pubblico capisce, applaude, annega.

Abbraccio Sergio Pesca, percussionista e, in più, vero amico. E’ una stretta che serve sempre, quando ci si è divisi la vita.

La musica è immediata, trascende, penso mentre attraverso il Grande Fiume per tornare a casa. Sul ponte una grande massa d’acqua, carica di detriti, spinge verso il Delta, verso la foce. Stasera anche l’acqua trova il suo passo, un corso lento, che detta il ritmo. Stasera anche il Po, che divide e unisce, a suo modo, suona una nenia dalle Alpi verso l’Adriatico che arriva a fondersi a mescolarsi con i Balcani, la Grecia: tutto il nostro vecchio mare, fatto di contrasti e di mille storie d’incontri.

La danzatrice scalza

La danzatrice scalza

 

 

Testo e foto di Sandro Abruzzese

 

La fine silenziosa del Mezzogiorno secondo lo SVIMEZ

Il rapporto annuale 2014 dell’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno

Testo di Sandro Abruzzese

sud

Credevo fosse una giornata normale, questa. Una giornata di sole in cui fare due passi. Invece qualcuno su facebook ha postato un articolo. E’ il rapporto annuale sullo stato dell’economia del Mezzogiorno a cura dello SVIMEZ, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno. I decessi superano le nascite, dice l’articolo. In precedenza era accaduto solo alla fine di due guerre: nel 1867, dopo la terza guerra d’indipendenza e nel 1918, data conclusiva del primo conflitto mondiale. Queste appena citate, mi viene da pensare, avevano la dignità di essere guerre dichiarate, palesi, alla luce del sole. La guerra che mi piomba in casa oggi, in tempo di pace, nessuno la nomina. Nessuno se ne occupa. E’ come se non esistesse. Anzi esiste in tutte le case rimaste mezze vuote. In tutte le famiglie. Ma ognuno la vive in maniera individuale, la guerra silente, viscida, omertosa, con le proprie sconfitte, le proprie vittime.

Nel rapporto si dice che quasi centoventi mila persone hanno lasciato il meridione d’Italia nel solo duemilatredici. Se avessimo avuto un nemico avremmo almeno potuto detestarlo. Scriverne il nome su un muro per poi maledirlo. Una terra in cui ci sono più morti che nati, dove si esporta una città di medie dimensioni all’anno e il tasso di disoccupazione giovanile si aggira intorno al 36%, questa è la terra dove sono nato. Un Paese incompiuto. Se avessimo avuto un nemico, di sicuro avrebbe sganciato un ordigno, una bomba sulle nostre città, magari avremmo perso meno vite. Una bomba sarebbe stata più clemente. Ci avrebbe dato dei martiri, degli eroi. Avremmo perso senza alcuna colpa. In maniera chiara. Qualcuno avrebbe proposto persino l’onore delle armi, come in quel vecchio film con Alberto Sordi, ad El Alamein.
Ancora, il 60% delle perdite dovute alla crisi si concentra al sud, dove però si registra solo il 26% degli occupati dello Stato. Alcune regioni del nord hanno un reddito quasi doppio rispetto a quelle del sud. E’ un merito? Una colpa?
Eppure stavo proprio per portare i miei figli a fare una passeggiata. Ferrara col sole merita sempre due passi. Stefano ama gli artisti di strada e Zeno la gente che passa. Meno di dieci anni fa sarò stato annoverato tra le centinaia di migliaia di persone che hanno abbandonato la propria terra per trovare un futuro da qualche altra parte. In passato è stato un buon modo per applicare l’articolo 3 della costituzione, il sistema italiano. Si prendevano gli studenti, i laureati, le risorse di un luogo, gli si offriva un buon posto di lavoro nell’esercito, nell’arma, negli uffici pubblici, negli ospedali, nelle scuole, nelle aziende, nelle banche, alla radio o alla televisione. Piccolo particolare: a mille chilometri di distanza dalla tua casa. Così facendo abbiamo rimosso qualsiasi ostacolo di natura economica. E pace sia. Ma abbiamo rimosso pure le persone, l’identità di un luogo. I rapporti sociali di cui si nutriva. Abbiamo perso, mescolando tutto, siamo rimasti vittime e carnefici.

Allora passo il tempo seduto ad una scrivania. Non ci vedo nulla di nobile. Anzi ho quasi la certezza che sia inutile. In qualche modo cerco una spiegazione che sarà sempre parziale. “Andare lenti è essere provincia senza disperare, al riparo dalla storia vanitosa, dentro alla meschinità e ai sogni, fuori della scena principale e più vicini a tutti i segreti” , scrive il sociologo Franco Cassano ne Il pensiero meridiano. Già, meglio una passeggiata lenta, niente di meglio che i miei bambini, nati a quasi mille chilometri di distanza dal luogo in cui sono venuti al mondo la mamma e il padre.
Da leggere: rapporto svimez 2014

Pachamama: Sergio ed Elisabeth, verso la foce, a Serravalle

Sergio con la sua classe elementare. Seduto in basso, il secondo da sinistra

Sergio con la sua classe elementare. Seduto in basso, il secondo da sinistra

Sergio nato in Uruguay, vive a Serravalle, provincia di Ferrara. A casa un bambino di quasi nove anni lo aspetta per giocare, prima di dormire. Sergio, figlio di un padre alcolizzato in una casa senza mattonelle, col pavimento di terra, le porte aperte, una madre affetta da precoce artrite reumatoide. Gli occhi neri, i capelli ricci, una sorella e poco da mangiare. Quel poco gli bastava, però la famiglia cerca fortuna a Buenos Aires perché  “per essere felice devi avere, questo il tranello capitalista”.

“A Buenos Aires, nel quartiere popolare Boedo, in frigo c’era sempre la coca cola e io credevo fossimo ricchi. Poi mio padre perse il lavoro. Presi un secchio d’acqua, mi inventai un mestiere lavando le vetrine dei negozi della città ogni pomeriggio, fino a raggiungere 50 pesos al giorno, in un mese diventava la paga di un operaio.”

 

Sergio

Sergio

Intanto, la mattina frequentava il liceo. Un giorno qualcuno gli poggia la mano sulla fronte. E’ un giorno come un altro in cui il sole per l’ennesima volta è risorto. Qualcuno tocca delicatamente la sua testa e chiede “come sta la tua anima, Sergio?”.

E’ la professoressa di letteratura Beatriz Luque, un fratello desaparecido e il coraggio di non calare mai la testa di fronte ai militari. Sergio con la cresta punk, poi fricchettone, comunista, anarchico che non perde occasione per gettare la sua rabbia in Plaza de Mayo, negli scontri con la Celere, a lottare contro un sistema iniquo, ingiusto. Osserva questa donna e inizia a credere di poter cambiare. Ha visto tanti amici di infanzia risucchiati nelle favelas, persi per sempre.

Manifestazione di protesta contro il default argentino del duemila

Manifestazione di protesta contro il default argentino del duemila

Da quel giorno iniziò ad apprezzare la poesia, l’arte. Quel giorno forse ha scelto lui, lo ha convinto a diventare un uomo, nonostante tutto. Sarebbe potuto rimanere tra i vicoli di Buones Aires. Invece, stasera, mentre scrivo, il ragazzo del quartiere Boedo chiude il suo banco colorato di cactus, tartarughe, animali, lune, stelle, e torna da un bambino che lo aspetta per giocare prima di dormire, lì, giù a Serravalle.

Ceramiche

Le ceramiche di Pachamama

Serravalle frazione di Berra, cinquemila anime verso il Delta del Po. Quasi alla foce del Grande Fiume. Serravalle che non va in televisione. Poco distante da Padova, Ferrara, Ravenna, eppure lontana dal mondo perché non appare, sembra non servire. Serravalle provincia di dove finisce la provincia e i ragazzi fuggono a Bologna, a Milano, a Padova. Fuggono, ignari del fatto che non si sfugge al luogo in cui si cresce. Serravalle tra acqua e terra, estremo lembo orientale, adriatico, di un Nord ancora bizantino. Un luogo lontano dal clamore, nel cuore del settentrione. Una scura e profonda pianura il cui suolo sa ancora di mare.

 

In Patagonia “ho visto la vita da vicino e la mia esperienza dice che chi possiede meno è più generoso”. E’ stato il viaggio più bello prima di approdare in Europa. “Mi manca molto mia nonna. Una donna analfabeta, madre di undici figli. Una persona saggia che per me aveva sempre il sorriso”.

 

Nonna Maria

Nonna Maria

Dopo il diploma sceglie la Scuola di Oreficeria Statale. E’ andata così: lui lavava le vetrine e, sulla stessa strada, un orafo cileno vendeva la sua merce. Sergio si avvicina per fargli i complimenti e l’orafo lo invita a sedersi: “chiunque è capace di imparare”. Questo episodio fu un ennesimo inizio. Ma nel duemila arrivò il fallimento dell’Argentina. Si ritrovò di nuovo al verde, in mezzo a una strada. Spinto dal bisogno di sostenere se stesso e la propria famiglia, da clandestino, il nostro ragazzo approda a Madrid, quindi a Bologna. Nella città dei portici si inventa maestro di spagnolo:

“La prima volta che vidi la Sala Borsa, sede di una grande biblioteca, non riuscii a trattenere le lacrime. E’ difficile spiegare da dove vengo e cosa sia l’Europa per un ragazzo uruguaiano poco più che ventenne della provincia del Rio Negro. E’ stato prendere uno shuttle per andare su Saturno“.

A Bologna trova lavoro come orafo, viene assunto, legalizzato. Mette da parte un bel gruzzolo, deciso a ritornare in Argentina. Prima però, insieme a tre amici, un ultimo viaggio verso il sud dell’Italia. Nessuno gli poggia la mano sulla fronte, stavolta. Nessuno a chiedergli come stia la sua anima ora che, a migliaia di chilometri da casa, ha dei risparmi. Ora che è quasi un uomo. Il viaggio finisce prima di cominciare. Termina sull’isola d’Elba, dove i suoi occhi neri si fermano su quelli altrettanto scuri di Elisabeth, artigiana, ceramista ferrarese. Mentre gli occhi sono occupati, fermi, lei attraversa l’anima, cammina sui suoi desideri, seguendoli prende asilo nel cuore di Sergio. Neanche sei mesi e viene concepito il piccolo Inaki.

Elisabeth

Elisabeth

Ceramista, fondatrice del laboratorio artigianale Pachamama

Ceramista, fondatrice del laboratorio artigianale Pachamama

Elisabeth e Sergio: Pachamama

Nel frattempo si è sviluppata Pachamama. Nella antica lingua Incas “madre terra”. Il progetto di Elisabeth prende il nome proprio dalla terra. Nulla di meglio per chi, come lei, da tempo lavora con le mani nell’argilla.

“Tutto ciò che è pietre preziose, oro, è sporco di sangue”. “Preferisco guidare il mio vecchio furgone Ducati. Preferisco le mani nell’argilla, la nostra ceramica a chilometri 45”, tanto dista Serravalle da Ferrara.

“Nella mia vita è un pesce palla che surfa, non un delfino. Da tempo ho abbandonato gli slogan, i passamontagna, la protesta. Quello in cui credo cerco di dimostrarlo con l’esempio, con la mia vita”.

Il ragazzo del Rio Negro, quello delle vetrine da lavare, l’orafo, l’insegnante di spagnolo, vissuto al Boedo, dove “costa meno una pallottola che un preservativo”, è cresciuto e oggi la sua anima sta bene. A casa un bambino di quasi nove anni lo aspetta per giocare, prima di dormire. Sergio che viene da una casa senza mattonelle, col pavimento di terra. Gli occhi neri, i capelli ricci una sorella e poco da mangiare. Uomo, padre che sa come si diventa uomo. Uomo che sa come fare il padre.

Hasta siempre, cari Sergio ed Elisabeth!

 

 

 

 Il sito di Pachamama

La pagina fb di Pachamama

 

 

 

Sandro Abruzzese

La nuova vita di Michele e il caffè di via dei Lucchesi

Il Caffè di Michele, in via Lucchesi

Il Caffè di Michele, in via Lucchesi

E’ un giorno di sole e di pioggia sotto il cielo di Ferrara. La città oscilla tra la tentazione di cedere al grigio cupo dell’inverno e il torpore azzurro di questa seconda estate d’ottobre. I suoi mattoni in cotto recitano, obbedienti, la loro parte senza sbavature: lividi, seriosi col grigio, vividi e accesi appena stesi al sole.

Guardo fuori dalla finestra e scorgo un convento lottizzato. Morte le ultime suore rimaste, è sopravvissuta la piccola chiesa. Gli appartamenti hanno un costo altissimo. Chissà cosa avrebbe pensato in proposito Cristo. Di sicuro lo avrebbe atteso un Grande Inquisitore qualsiasi, accusandolo di eresia. In qualche modo sarebbe finito comunque, di nuovo, tra i pali di una croce o le maglie roventi di una graticola.

Osservo le finestre, le grondaie, i tetti. Trovo quei versi di Franco Fortini che dicono “Qua e là, sul tetto, sui giunti / e lungo i tubi, gore di catrame, calcine / di misere riparazioni. Ma vento e neve, / se stancano il piombo delle docce, la trave marcita / non la spezzano ancora.

Penso con qualche gioia / che un giorno, e non importa / se non ci sarò io, basterà che una rondine / si posi un attimo lì perché tutto nel vuoto precipiti / irreparabilmente, / quella volando via”.

foglie in cortebella

Scendo in strada e piovono foglie in corso Isonzo. Piovono foglie nei viali alberati. Qualcosa finisce. Intorno nessuno pare curarsene. Gli uomini non ci fanno più caso. Le foglie di platano ricoprono l’asfalto, i ciottoli di fiume. Imbocco via Garibaldi e cerco il mio caffè preferito. In via Lucchesi una volta dimoravano gli industriali, i commercianti d’olio toscani, da lì il nome. Oggi trovo la saracinesca chiusa e mi viene alla mente che, dopo 35 anni, Michele Maglione se n’è andato via. L’avevo conosciuto per via del suo ottimo caffè. I nostri accenti si erano presi, incollati, riconosciuti. Michele Maglione, napoletano dagli occhi azzurri di ghiaccio, ha aperto il caffè di via dei Lucchesi una quindicina di anni fa. Con il timore dell’outsider, ha messo in piedi un locale che offriva esclusivamente caffè delle più svariate miscele. Non altro. Oggi, a distanza di anni, molti tentano di emularlo.

In precedenza aveva vissuto in qualche posto sperduto dell’Africa e commerciato in legname, Michele. Rientrato in Italia, a Ferrara decise di tornare alle origini. Darsi una calmata. Una boccata di vita sedentaria. Le origini, quelle di quando, a sedici anni, passava il tempo nell’azienda di torrefazione dello zio, a Napoli. Apprese il mestiere. Questa è, in parte, la vicenda del Caffè di via Lucchesi.

Oggi la saracinesca di questa storia minuta, semplice, è chiusa.

Marcella

Marcella

caffè

Un giorno, dopo mezza vita emiliana, Michele vende il caffè a Marcella e Monia. Due sorelle more, immerse nei chicchi di caffè, che si impegnano a conservarlo così come lui lo aveva concepito. Vende la sua creatura e acquista un pezzo di terra rossa verso la Murgia brindisina, nel parco degli ulivi secolari, in mezzo a due mari. Prova a realizzare un vecchio sogno, Maglione. Quello di costruirsi una casa fatta di quel legno che tante volte aveva maneggiato e che conosce bene. Poi affittare camere a qualche turista di passaggio, coltivare la terra, preparare il caffè, stavolta per sé e per i propri ospiti.

sacchi di caffè

Qualcuno sostiene sia un viaggio, questa piccola Odissea chiamata vita. Altri, col volto accigliato, parlano di una perpetua lotta, di un’infinita Iliade senza vincitori, in cui risultiamo tutti assediati, vinti. Stretto tra questi pensieri di una giornata qualunque, mi accontento di una folla che si stringe senza farti troppa compagnia. E’ Ferrara con una saracinesca abbassata e una storia da raccontare. Mi basta un sabato pomeriggio di una vecchia città ostinata, che fa ancora il suo mestiere. In cui la gente vive, sogna, si innamora, soffre, riparte. In cui di continuo qualcuno approda, mentre alla stazione qualcun altro saluta.

Sandro Abruzzese

La lingua madre di John Berger al Festival di Internazionale 2014

Foto Andrea Semplici Lo scrittore John Berger al Teatro Comunale di Ferrara per il Festival di Internazionale 2014

Foto Andrea Semplici
Lo scrittore John Berger al Teatro Comunale di Ferrara per il Festival di Internazionale 2014

 

Il teatro comunale di Ferrara è gremito per la giornata conclusiva del Festival di Internazionale. Attende lo scrittore e critico d’arte inglese John Berger, venuto a dialogare con il collega nigeriano Teju Cole su arte e scrittura. Comincia male. Almeno per me. Il traduttore simultaneo non va. Sono costretto ad affidarmi al mio orecchio arrugginito per tradurre a braccio una conversazione in inglese. Cole è troppo giovane, parla un inglese spedito. Perdo le sfumature. Altro discorso vale per l’ospite d’onore.

Misura bene le parole, Berger. Gli da il peso, l’importanza che meritano. Sembra sappia che ha a che fare con un’arma potente, precisa. Un’arma che seduce, in alcuni casi uccide. La giornalista Maria Nadotti gli chiede cosa rappresenti la lingua madre per lui.

La faccia solcata dai quasi novant’anni di età, le pause di chi non deve nulla a nessuno e si prende tutto il tempo che gli serve. Racconta una piccola storia, John. La scena è questa: siede al bancone di un pub qualsiasi della sua Inghilterra. Lui che da una vita risiede in un villaggio della Francia alpina. Inizia a discorrere con un vicino mentre si beve della birra. Accade di frequente, in Inghilterra, magari guardando un match della premier league. Alla fine, il tizio si complimenta con John per l’ottimo inglese. Forse avrà pensato di trovarsi di fronte a un forestiero che parli perfettamente una lingua straniera.

Quindi ride di un sorriso sincero, il nostro Berger. Ride di un ricordo normale che ancora lo diverte e contagia una platea attenta. Di quelle che si costruiscono negli anni. Ecco! Questa una sua parziale risposta su cosa sia una lingua madre.

L’altra, quella che mi entra nel petto senza filtri, la spara in conclusione del suo intervento sull’argomento: “la mia lingua è figlia di una puttana”.

John Berger sul palco del teatro comunale cammina col passo sincopato dettato dal ritmo della vecchiaia. Veste un abbigliamento casual, semplice come le parole limpide che sceglie di pronunciare. Si concede solo un paio di calzini a righe orizzontali. Forse sono l’unico lembo di chi pare stare al mondo con misura. Scende le scale. Si risiede e affronta una interminabile fila di lettori in attesa di una firma, di una dedica.

 

Foto Andrea Semplici  I calzini di Berger

Foto Andrea Semplici
I calzini di Berger

 

Non si diventa grandi per caso. Esistono diverse misure di grandezza, questo è vero! Berger ha mostrato parte della sua. Ho inteso i suoi occhi che guardano intorno. Ho inteso che per uno come lui il mondo è un pozzo profondo. C’è chi si affaccia ad osservarlo, e chi, come John Berger, in qualche modo vi si immerge. Non riesce a farne a meno. Solo così potrà dirci che sapore ha la sua acqua. Il mondo è un pozzo profondo e a me pare che John vi abbia passato la vita immerso dentro. Altri non riescono che a vedere una pozzanghera. Si specchiano pigramente sulla sua superficie.

Per una domenica mattina di un ottobre ancora estivo, gremito di giovani che affollano Ferrara e la trasformano in una piccola capitale, direi che non è poco. Non è male finire con le parole, la misura, la lingua madre di John Berger.

 

 

Sandro Abruzzese

Via Carlo Mayr a Ferrara: la capitale dell’incontro

Tavoli in via Mayr, capitale dell'incontro

Tavoli in via Mayr, capitale dell’incontro

Ferrara a settembre, la sera. Potrebbe bastare. Ma la cena di quartiere in via Mayr è davvero il giusto giro di giostra.

Sono tornati i lavoratori che vengono da fuori. Sono tornati gli studenti. Si mescolano agli altri. Sono cinque anni ormai.

Si chiude la strada. Si prepara del cibo. Lo si condivide. Il resto accade un po’ per gioco, un po’ per caso.

Non ho il tempo di cercare i ragazzi di Rigenerazione Urbana, quelli di Basso Profilo, le altre forze che si uniscono a questo sforzo comune.

L'informatico di Ceglie messapica

L’informatico Flavio di Ceglie messapica

Mi si para davanti Flavio, informatico a Ferrara. Originario di Ceglie Messapica, vuole che beva il suo vino. Riconosco l’accento ma non rispondo. Il suono della terra dei trulli, la murgia pugliese, li porto dentro. Lì risiede il mio amico Pasquale. Allora lui chiede -: Ma sei italiano? Intanto scatto la foto e catturo la sua minuta inquietudine, la sua aria perplessa. Si schiarirà in un cenno d’intesa. Il giro continua. Il mio nuovo amico si lancia in un selfie estremo.

Il selfie estremo

Il selfie estremo

Vengo attirato da una studentessa in medicina. Lei è tarantina. Li raggiungo al tavolo e li trovo seduti sul loro sorriso. Studiano all’università. Condividono la cena con dei ragazzi di Rovigo.

Seduti su un sorriso

Seduti su un sorriso

E’ una serata tra vecchi e nuovi amici, quella della cena di quartiere. Riccardo mi regala una delle sue espressioni ironiche. Poi incontro Piero, maestro di chitarra e musica in Toscana, però lui è un vecchio lupo cosentino che ha studiato in città. Non lo vedevo da anni. Anche questo potrebbe bastare.

L'insegnante Riccardo, di Castrovillari

L’insegnante Riccardo, di Castrovillari

A volte ritornano, Il chitarrista Piero e l'attore Vincenzo

A volte ritornano, Il chitarrista Piero e l’attore Vincenzo

Lui abbraccia Vincenzo, fratello-attore con la vocazione d’insegnante.

C’è ancora il tempo per una sconosciuta, per la sua espressione plastica, un volto a cui purtroppo non sono riuscito a dare un nome. Penso lo meritasse. Può darsi che accada in futuro, anche questo è il bello di Ferrara. Non ci si incontra mai più, oppure ci si vede sempre.

La sconosciuta

La sconosciuta

Ferrara non è l’Emilia e non è la Romagna. E’ un posto in mezzo ai campi. Poco lontano dal mare, da Bologna, dalle montagne. Abbastanza distante dal resto, da consentirle un’anima sua. Piccola. A volte ordinaria, altre stravagante. Rimane comunque due volte in debito: la prima con i suoi illustri antenati, la seconda con i suoi nuovi ospiti, che le danno un’aria diversa, ancora immobile, ma non più la stessa.

Ritorno al tavolo. Trovo i miei volti. La gioia di Giovanni e Stefano, quella dei poco più di tre anni. Quella che ritorna, ma sarà sempre diversa. Non ci si  abbraccerà più così spesso da grandi. Non si perdona così  facilmente nel mondo degli adulti.

tavoli

tavoli

Giovanni e Stefano, la loro gioia

Giovanni e Stefano, la loro gioia, i loro tre anni

Così finisce una piccola serata senza pretese. Con un abbraccio sincero in via Carlo Mayr. Sotto il cielo mite di Ferrara a settembre. Storie che si intrecciano. Finiscono nel vuoto. Riempiono le strade di qualcosa che ci ostiniamo a chiamare vita. Qualcosa che non è per sempre. Non risponde ai pazzi, ai poeti, a quelli che in questo momento, sulle mura cittadine, magari abbracciati guardano le stelle, osservano la luna. Non risponde ma, a volte, come in questa sera, aderisce. Ti aiuta a dimenticare tutte le domande  a cui non trovi risposta. E’ come se dicesse che tanto …  non importa.

Così continua il nostro infimo miracolo quotidiano.

 

 

 

Sandro Abruzzese

Nelle terre piane e in quelle d’acqua… 2

…l’Emilia da Cavezzo a Camposanto, da Palata Pepoli a Cento

Chiesa centrale a Cavezzo, con Pinocchio

Chiesa centrale a Cavezzo, con Pinocchio

Una strada lunga e dritta spacca il centro della pianura da San Possidonio, Cavezzo, fino all’incrocio col fiume Panaro, all’altezza di Camposanto. Secondo la regione Emilia Romagna, dalle terre piane dell’alto modenese dovrebbe passare la cispadana, un’autostrada che così unirebbe la A13, all’altezza di Ferrara sud, alla A22 del casello di Reggiolo-Rolo. Ma a giudicare da quello che vedo i propositi per il 2015 andranno rivisti almeno di qualche decennio, e scommetto che nessuno se ne stupirà più di tanto.

Camposanto sembra meno danneggiato degli altri. Anche se in campagna quasi ogni giardino è munito di un container o una casetta di legno. Mi dicono come dopo gli eventi sismici la vendita di roulotte e camper abbia subito un’impennata vertiginosa. Passando per la statale una targa ricorda il gemellaggio con un paese del potentino colpito dal sisma del 1980. Come se non bastasse, a gennaio il comune, insieme a Bomporto, ha subito un’alluvione di cui a livello nazionale si è parlato davvero poco. Incrocio un gruppo di persone, credo siano addetti alla cartiera Smurfit Kappa, che ha sede qui… loro hanno fretta, io riparto.

Pochi chilometri e un cartello avvisa ancora una volta di un cambio di provincia, a Palata Pepoli sembro arrivato in Arizona e invece sono solo in una frazione di Crevalcore, in provincia di Bologna. Casette e campi squadrati, due semafori che regolano gratuitamente un traffico inesistente, il bar “sole luna” e un altro caffè, bar H, più avanti. Tutta Italia dovrebbe venire almeno qualche giorno a Palata Pepoli, recupererebbe la semplicità di quattro strade che si incrociano senza troppe pretese, senza fingere di essere ciò che non si è.

Siamo nei comuni delle terre d’acqua. Un nome intenso che ricorda agli uomini quanto abbiano dovuto faticare per strapparle alla malaria. Anche qui le scuole sono ospitate nei prefabbricati, come a San Felice sul Panaro, a Finale Emilia, a Mirandola. Paesi che, nel sud dove sono nato, ho sempre sentito riecheggiare come in una sorta di memoria collettiva. La massiccia emigrazione interna nella seconda parte del novecento ha trovato qui una seconda casa per molti miei conterranei. E oggi mi ritrovo a dare forma e colori a terre che pareva conoscessi da tempo.

Campagna emiliana tra Bevillacqua e Palata Pepoli

Campagna emiliana tra Bevillacqua e Palata Pepoli

Da Palata a Cento è un soffio di strada. Le due scosse hanno creato un immenso cratere che cerco di percorrere con i miei tempi. Tento di circoscriverlo ma il perimetro è enorme, segnalato dal crollo parziale di buona parte dei vecchi casolari dell’Emilia, ne ho contati a decine: stazionano alla stregua di cattedrali circondate da un deserto di grano, ed estese oasi di frutta. Tetti sgarrupati e ruderi hanno definitivamente mutato il paesaggio, mettendo come un accento di dolore sulla già passata civiltà contadina che mi ricorda la poetica amara di Azzurra D’Agostino:

La casa viene al mondo e si spacca sotto/il peso di un tramonto mortale: rotto il cotto/il tetto, l’architrave. Quante Ave Maria avrà detto/
la vecchia che non ha più nome. Il gendarme sarà/venuto? Avrà preso mai un disertore? Le ore quando/è ancora buio e già là nei campi si muove l’aratro/chiedere perdono per il peccato lo steccato aprirlo/tirar fuori le bestie restie nell’alba da venire a farsi aprire/cucinare per gli uomini dentro i camini la cenere sparsa/arsa come la bocca dopo l’amore il fiore sul greto del fiume/il sudiciume portato a lavare al pozzo il gozzo tagliato/del maiale il sangue a sgocciolare giù dal collo del coniglio/tutta una vita tutto un germoglio un gran scompiglio.

 

Ruderi nella campagna ferrarese

Oggi non c’è tempo per arrivare a Sant’Agostino, a San Carlo, a Bondeno. La mia giornata finisce a Cento, la città del Guercino coi suoi trentamila e passa abitanti e un tasso di immigrazione tra i più alti d’Italia, col suo dialetto dal suono bolognese, le industrie, la città che in centocinquanta anni ha raddoppiato la popolazione, rimanendo assiepata al cospetto dell’ennesimo fiume minaccioso di queste terre: il Reno.
La bella piazza centrale è in parte inagibile, alcuni palazzi storici mostrano i segni ormai noti della messa in sicurezza. La pinacoteca civica ancora chiusa e in cerca di fondi per il restauro. Ma nel giorno del mercato la città torna a vivere. A Cento nel ’47 nacque la Vancini e Martelli, meglio nota come VM. La madre del motore diesel italiano ha un migliaio di dipendenti e dopo una girandola di passaggi di mano è finita nell’orbita della General Motors. In Emilia nel raggio di pochi chilometri troviamo le storie di nomi come Lamborghini, Ferrari, Maserati, Ducati. Passo davanti allo stabilimento, faccio rifornimento in una strada come tante, e mi perdo, attratto da uno di quei mercati dell’usato per cui vado matto, dimentico i motori e il resto e ne esco con un seggiolino per bici, le lettere di Machiavelli, e l’idea di una vecchia radio in ciliegio che costa troppo.

piazza Guercino a Cento

piazza Guercino a Cento

 

Portico puntellato della pinacoteca di Cento

Portico puntellato della pinacoteca di Cento

Non ho avuto il tempo di vedere la mostra fotografica nella rocca.

Della seconda tappa dell’itinerario che mi sono prefisso rimane l’idea di una terra d’acqua e dai motori tuonanti degna della Born to run di Bruce Springsteen. Emilia di provincia e motori, ma anche “america” della vecchia e nuova emigrazione, fatta di un’ironia e di una vivacità che mi pare difficile riscontrare al di là del grande fiume Po.

Non mi illudo in questo breve passaggio di giugno, lo so che è un mese che aggiusta tutto, e che da qualche parte ci sarà anche la fioca “luce dicembrina”: l’Emilia paranoica cantata dall’inconfondibile Giovanni Lindo Ferretti dei CCCP. Quella del malessere covato nel profondo, quella ossessiva e ripetitiva provincia assorta e impotente, dove nel chiuso delle case stazionano, sopra i comodini,  soluzioni in pillole da casa farmaceutica. Il luogo a cui si soccombe per inerzia, per debolezza, che consuma e distrugge con la speranza delusa “di un’emozione sempre più indefinibile”.

Forse sarà a Sant’Agostino e San Carlo, o a Finale Emilia, a Mirandola, dove tenterò di chiudere il perimetro del cratere. Per ora mi accontento di trovarla nel mio stereo, in una vecchia canzone…

Emilia di notti agitate per salvare la vita

Emilia di notti tranquille in cui seduzione è dormire

Emilia di notti ricordo senza che torni la felicità

Emilia di notti d’attesa di non so più quale amor mio

che non muore e non sei tu e non sei tu

EMILIA PARANOICA

 

 

 

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Sandro Abruzzese

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