Categoria: Nati per correre

Piccola storia underground italiana: Marco Sica e i Guappecarto’

Marco Sica

Di mestiere suona il violino, Marco Sica. L’ho incontrato allo Zif festival di Zungoli quest’estate. La camicia sbottonata, un cappello nero, la collana al petto e una sigaretta a lato della bocca che penzola, lui non se ne cura, mentre parla. Lei, la sigaretta, miracolosamente resta attaccata ai lembi delle labbra. Mi chiedo come faccia.
Ci incrociamo ed è un’epifania:
“ciao, ma io e te ci conosciamo?”. Stavo per chiedergli la stessa cosa, le nostre voci sovrapposte, come nei film, hanno fatto il resto. Eppoi la sua storia: la musica fin da bambino, grazie alla passione del padre. La scuola di liuteria di Perugia, per costruirsi gli strumenti e magari farne un mestiere. Nato a Santa Maria Capua Vetere ed emigrato a Parigi, poco più che ventenne, insieme a una banda di gitani italiani che prende il nome di Guappecarto’. Poi la famiglia, una bambina, e il trasferimento a Nimes, dove suona con i gitani veri, lì, nella Francia mediterranea, un angolo di mondo che è un incrocio di culture, suoni, lingue. Un angolo di intensa luce e di vento che spira dal Monte Nevoso o dai Pirenei.
“Vieni a Santa Marie La Mer, vieni alla festa dei gitani che si tiene in aprile, ti assicuro che non hai mai visto una cosa del genere nella tua vita”.

Marco sica 2
Senza che me ne accorga mi trovo immerso nella vita di Marco, detto o’ malament (in napoletano il cattivo). Quella volta che a Parigi, insieme al cantante calabrese Tonino Cavallo, trapiantato nella capitale francese da decenni, – cantore della tarantella meridionale – si esibirono prima di Vinicio Capossela, senza che lui ne sapesse nulla. Era il giorno di San Valentino di qualche anno fa, alla Cigale.
“Avevamo con noi gli strumenti e volevamo regalare a Tonino quel palcoscenico. Lui credeva fossimo autorizzati. All’ingresso, con gli strumenti in mano, ci presero per la band di Vinicio. Nessuno ci fermò. Riuscimmo a suonare quindici minuti buoni prima che ci facessero smettere.”
Dovrei dire a Marco che, in una sera d’agosto, ho chiesto conferma al cantautore calitrano dell’accaduto, e che lui ha negato, un po’ stizzito, la circostanza. Ma che importa? Non cambia nulla. Non è un film di Kusturica e i Guappecartò o Tonino Cavallo non sono Goran Bregovic e la sua band. Questa è una piccola storia underground italiana, non balcanica. Ad aprile i suoi Guappecartò saranno in Italia per un tour di presentazione del loro ultimo album che si intitola Rockamboles. Quello che mi aspetto è una miscela di suoni, di generi, impregnati di coraggio e libertà.

A volte, se ripenso al nostro incontro, come in questo caso, è questione di respiro. Le parole di Marco, il modo in cui porta addosso l’esistenza, hanno allungato il mio respiro. Mi hanno spinto lontano e alleggerito un attimo di vita. Così pure le sue movenze alla James Dean. Non è poco, per uno chiamato o’ malament. E’ una storia che mescola il dolce con l’amaro, la sua. Ma non è nulla rispetto alla sua musica, a quella dei Guappecarto’. Bisogna ascoltare per comprendere la storia di Marco Sica. Far tacere le parole e, semplicemente, ascoltare. Ma vi avverto: sarà difficile rimanere fermi!

Sandro Abruzzese

Questi sono i Guappecarto’

e questo il sito di Tonino Cavallo

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Pachamama: Sergio ed Elisabeth, verso la foce, a Serravalle

Sergio con la sua classe elementare. Seduto in basso, il secondo da sinistra

Sergio con la sua classe elementare. Seduto in basso, il secondo da sinistra

Sergio nato in Uruguay, vive a Serravalle, provincia di Ferrara. A casa un bambino di quasi nove anni lo aspetta per giocare, prima di dormire. Sergio, figlio di un padre alcolizzato in una casa senza mattonelle, col pavimento di terra, le porte aperte, una madre affetta da precoce artrite reumatoide. Gli occhi neri, i capelli ricci, una sorella e poco da mangiare. Quel poco gli bastava, però la famiglia cerca fortuna a Buenos Aires perché  “per essere felice devi avere, questo il tranello capitalista”.

“A Buenos Aires, nel quartiere popolare Boedo, in frigo c’era sempre la coca cola e io credevo fossimo ricchi. Poi mio padre perse il lavoro. Presi un secchio d’acqua, mi inventai un mestiere lavando le vetrine dei negozi della città ogni pomeriggio, fino a raggiungere 50 pesos al giorno, in un mese diventava la paga di un operaio.”

 

Sergio

Sergio

Intanto, la mattina frequentava il liceo. Un giorno qualcuno gli poggia la mano sulla fronte. E’ un giorno come un altro in cui il sole per l’ennesima volta è risorto. Qualcuno tocca delicatamente la sua testa e chiede “come sta la tua anima, Sergio?”.

E’ la professoressa di letteratura Beatriz Luque, un fratello desaparecido e il coraggio di non calare mai la testa di fronte ai militari. Sergio con la cresta punk, poi fricchettone, comunista, anarchico che non perde occasione per gettare la sua rabbia in Plaza de Mayo, negli scontri con la Celere, a lottare contro un sistema iniquo, ingiusto. Osserva questa donna e inizia a credere di poter cambiare. Ha visto tanti amici di infanzia risucchiati nelle favelas, persi per sempre.

Manifestazione di protesta contro il default argentino del duemila

Manifestazione di protesta contro il default argentino del duemila

Da quel giorno iniziò ad apprezzare la poesia, l’arte. Quel giorno forse ha scelto lui, lo ha convinto a diventare un uomo, nonostante tutto. Sarebbe potuto rimanere tra i vicoli di Buones Aires. Invece, stasera, mentre scrivo, il ragazzo del quartiere Boedo chiude il suo banco colorato di cactus, tartarughe, animali, lune, stelle, e torna da un bambino che lo aspetta per giocare prima di dormire, lì, giù a Serravalle.

Ceramiche

Le ceramiche di Pachamama

Serravalle frazione di Berra, cinquemila anime verso il Delta del Po. Quasi alla foce del Grande Fiume. Serravalle che non va in televisione. Poco distante da Padova, Ferrara, Ravenna, eppure lontana dal mondo perché non appare, sembra non servire. Serravalle provincia di dove finisce la provincia e i ragazzi fuggono a Bologna, a Milano, a Padova. Fuggono, ignari del fatto che non si sfugge al luogo in cui si cresce. Serravalle tra acqua e terra, estremo lembo orientale, adriatico, di un Nord ancora bizantino. Un luogo lontano dal clamore, nel cuore del settentrione. Una scura e profonda pianura il cui suolo sa ancora di mare.

 

In Patagonia “ho visto la vita da vicino e la mia esperienza dice che chi possiede meno è più generoso”. E’ stato il viaggio più bello prima di approdare in Europa. “Mi manca molto mia nonna. Una donna analfabeta, madre di undici figli. Una persona saggia che per me aveva sempre il sorriso”.

 

Nonna Maria

Nonna Maria

Dopo il diploma sceglie la Scuola di Oreficeria Statale. E’ andata così: lui lavava le vetrine e, sulla stessa strada, un orafo cileno vendeva la sua merce. Sergio si avvicina per fargli i complimenti e l’orafo lo invita a sedersi: “chiunque è capace di imparare”. Questo episodio fu un ennesimo inizio. Ma nel duemila arrivò il fallimento dell’Argentina. Si ritrovò di nuovo al verde, in mezzo a una strada. Spinto dal bisogno di sostenere se stesso e la propria famiglia, da clandestino, il nostro ragazzo approda a Madrid, quindi a Bologna. Nella città dei portici si inventa maestro di spagnolo:

“La prima volta che vidi la Sala Borsa, sede di una grande biblioteca, non riuscii a trattenere le lacrime. E’ difficile spiegare da dove vengo e cosa sia l’Europa per un ragazzo uruguaiano poco più che ventenne della provincia del Rio Negro. E’ stato prendere uno shuttle per andare su Saturno“.

A Bologna trova lavoro come orafo, viene assunto, legalizzato. Mette da parte un bel gruzzolo, deciso a ritornare in Argentina. Prima però, insieme a tre amici, un ultimo viaggio verso il sud dell’Italia. Nessuno gli poggia la mano sulla fronte, stavolta. Nessuno a chiedergli come stia la sua anima ora che, a migliaia di chilometri da casa, ha dei risparmi. Ora che è quasi un uomo. Il viaggio finisce prima di cominciare. Termina sull’isola d’Elba, dove i suoi occhi neri si fermano su quelli altrettanto scuri di Elisabeth, artigiana, ceramista ferrarese. Mentre gli occhi sono occupati, fermi, lei attraversa l’anima, cammina sui suoi desideri, seguendoli prende asilo nel cuore di Sergio. Neanche sei mesi e viene concepito il piccolo Inaki.

Elisabeth

Elisabeth

Ceramista, fondatrice del laboratorio artigianale Pachamama

Ceramista, fondatrice del laboratorio artigianale Pachamama

Elisabeth e Sergio: Pachamama

Nel frattempo si è sviluppata Pachamama. Nella antica lingua Incas “madre terra”. Il progetto di Elisabeth prende il nome proprio dalla terra. Nulla di meglio per chi, come lei, da tempo lavora con le mani nell’argilla.

“Tutto ciò che è pietre preziose, oro, è sporco di sangue”. “Preferisco guidare il mio vecchio furgone Ducati. Preferisco le mani nell’argilla, la nostra ceramica a chilometri 45”, tanto dista Serravalle da Ferrara.

“Nella mia vita è un pesce palla che surfa, non un delfino. Da tempo ho abbandonato gli slogan, i passamontagna, la protesta. Quello in cui credo cerco di dimostrarlo con l’esempio, con la mia vita”.

Il ragazzo del Rio Negro, quello delle vetrine da lavare, l’orafo, l’insegnante di spagnolo, vissuto al Boedo, dove “costa meno una pallottola che un preservativo”, è cresciuto e oggi la sua anima sta bene. A casa un bambino di quasi nove anni lo aspetta per giocare, prima di dormire. Sergio che viene da una casa senza mattonelle, col pavimento di terra. Gli occhi neri, i capelli ricci una sorella e poco da mangiare. Uomo, padre che sa come si diventa uomo. Uomo che sa come fare il padre.

Hasta siempre, cari Sergio ed Elisabeth!

 

 

 

 Il sito di Pachamama

La pagina fb di Pachamama

 

 

 

Sandro Abruzzese

Dagger Moth: la ragazza “solitaria” della musica indipendente

Sara Ardizzoni  foto Luca Cameli

Sara Ardizzoni
foto Luca Cameli

L’appuntamento è al caffè Tiffany, nella sala superiore appese ai muri le foto in bianco e nero dei più grandi musicisti della storia, direi che è il posto giusto per ciò che mi aspetta.
Incontro Sara per saperne qualcosa di più sul progetto Dagger Moth, un disco autoprodotto che dalla sua Ferrara la porta in giro per l’Italia a suonare in solitaria: chitarra, voce, e una serie di pedali, loop station, che fanno il resto sotto la sua sempre attenta regia.

Vorrei sapere da dove deriva la sua forza, la sua musica, qual è la sua storia, e le sue parole schiette producono questa prima immagine:

Una bambina disegna sul tavolo della cucina, ritrae delle bambole, oppure un gatto, o ancora la propria mamma. Dalla finestra filtra la luce gialla dell’estate inoltrata. Fra un po’ è il suo compleanno. E’ una bambina magra, timida e un po’ solitaria, che col tempo ha imparato a riempire i suoi pomeriggi con l’immaginazione. Non ci sono fratelli e non ci sono molti coetanei nel suo quartiere, per cui la piccola inventa, apprende come fare da sé.

La piccola Sara ritratta dal papà Giorgio

La piccola Sara ritratta dal papà Giorgio

Accanto alla presenza scenica, a una produzione musicale originale e inconsueta per il panorama italiano, trovo un fare semplice, disponibile, il bell’accento della sua terra, e tanta autoironia.

La seconda immagine porta ancora nel passato:
è quella di una liceale ancora introversa, che grazie alla passione paterna cresce con il blues di B.B. King, Roy Buchanan, Steve Ray Vaughan, col jazz di Django Rienhardt, le note di Coltrane, e gli immancabili Pink Floyd. Cresce e osserva quella chitarra elettrica nel salotto, finché un giorno per caso la imbraccia, e non la molla più.
Quindi la scuola di musica moderna dove incontra i primi amici veri, insieme alla passione.

Ma se l’immagine è ancora quella di una ragazza, il quadro non è del tutto completo. Manca il lato perfezionista e meticoloso di questa liceale, l’impegno scolastico che la porterà dritta alla Laurea in Architettura. Non sembra una che lasci qualcosa di incompiuto, anche se sorridendo confessa che, da quando lavora e suona, i libri li lascia sempre a metà, la stanchezza finisce per sfinire pure la curiosità.

Nel frattempo il tempo passa e lei ha seguito la scena grunge nata a Seattle negli anni ’90, si è nutrita di punk e hardcore, ha scoperto la diabolica chitarra di Marc Ribot, ascolta i Portishead e P. J. Harvey, si innamora dei Fugazi: una delle band culto della scena alternativa americana.

Poi c’è questo pomeriggio e la terza immagine:
Una donna magra che porta lunghi capelli neri e un lieve filo di trucco. Ha una certa dose di sensualità, ma la indossa quasi involontariamente. E’ appena uscita dall’ufficio dove si guadagna da vivere: l’architettura le ha fornito un lavoro e rappresenta il dovere, la musica uno scopo, e incarna la vita.

foto Davide Pedriali

foto Davide Pedriali

Mentre conferma di non aver mai vinto la ritrosia, di portarsi appresso l’antica timidezza, e farsi continua violenza per salire su un palcoscenico davanti al pubblico, Sara sembra essere una donna forte. Conosce i suoi difetti, le paure, e non si sottrae alla sfida continua per superarle. Lo fa col sorriso. Per questo ci vuole coraggio.

“Qualcosa di estremamente doloroso mi ha insegnato che non c’è un attimo da perdere, e da allora ho iniziato a correre. Ho deciso che non mi sarei più fermata, non avrei rimandato ciò che desideravo fare, e i miei mi hanno trasmesso che la vita coincide col fare, non con l’attendere”.

Molte persone credono nella musica di Sara, e il progetto Dagger Moth nel suo piccolo ha realizzato aspirazioni e abbattuto muri. Caparbia, non ha avuto più voglia di aspettare che arrivassero risposte o conferme, e direi che col proprio talento si è appropriata di ciò che le spetta.

Mi descrive ancora incredula quella volta che si ritrovò nella mail la richiesta di una collaborazione da parte di quel Joe Lally che suonava il basso proprio con i suoi amati Fugazi.
Oppure l’album prodotto con l’aiuto della Psicolabel di Giorgio Canali, ex CSI e PGR, che ha cantato in Mind the gap insieme a lei.

Co Giorgio Canali foto Emanuela De Toffani

Con Giorgio Canali
foto Emanuela De Toffani

Questa è Sara Ardizzoni ai miei occhi, anche se per capire il ritratto e dare essenza alle parole occorre ascoltare Dagger Moth, la sua cullante psichedelia, le parole dal ritmo lirico, e il canto mai urlato, accompagnato da un tappeto di arpeggi intensi, in cui a volte irrompe il suono cattivo e saturo della sua chitarra elettrica.

Ascolto Ghost, un’onda che ripetutamente si espande e si ritrae, il cui testo ha un sapore poetico ed essenziale che cerco di tradurre:
“Non posso cancellare/ una luce così forte/ Non un movimento/ Non un’ombra/ Ho migliaia di parole da pronunciare/ che ho fatto sprofondare”.

O ancora Out of shot, scritto a quattro mani con Lally, in cui dichiara che nella vita non si accontenterà di imbrigliare i sogni di qualcun altro, e so che andrà come scrive. “All that I’ve ever learnt/ all that I’ve ever seen/ is not enough for me/ tame your dreams”.

Crushed velvet tra le altre cose è rivendicazione delle proprie scelte, il diritto di scegliersi la propria strada e il modo di amare, inevitabilmente costellato di errori “So I don’t want a ruler to gauge a wrong side of life/ (…) to gauge a wrong side of love”.

E’ un modo di stare al mondo, quello di Dagger Moth. C’è grazia in Sara Ardizzoni e nel suo viaggio. E’ ciò che cerco in questo innocuo e forse inutile vagare verso gli altri! Non mi interessa altro che il moto di chi mi sta davanti e cosa lo genera. E’ un modo come un altro per sentire tra le mani un flusso che scorre inesorabile.

E allora imbraccia la tua chitarra e metti più aria che puoi nei polmoni, così da riuscire ad andare lontano come desideri. Non fermarti Sara…continua a correre!

SANDRO ABRUZZESE
sandroabruzzese78@gmail.com
https://www.facebook.com/Raccontiviandanti

Dagger Moth (Sara Ardizzoni) è su https://www.facebook.com/DaggerMoth?fref=ts
La sua musica è su http://saraardizzoni.wix.com/dagger-moth

Dagger Moth cover

Dagger Moth cover

La parte di mondo di Cristiano Mastella: cultore del viaggio e della terra

Cristiano e il suo vecchio camper, in Marocco.

Cristiano e il suo vecchio camper, in Marocco.

Cristiano è un insegnante e un geologo che non ha mai smesso di essere ragazzo, e per questo è bravo nel suo lavoro.

Ha poco più di cinquanta anni, e al peso della vita risponde con l’amore per il viaggio, per la natura e gli ecosistemi, per la terra in ogni sua forma ed elemento.

Ha un metodo il prof. Mastella, appena può coinvolge, mette ai voti ogni decisione che sia condivisibile, rispetta il verdetto e ama il metodo democratico fin dove può essere utilizzato con degli adolescenti. E per questo i ragazzi pur non temendolo, lo rispettano. E per di più lo seguono con attenzione.

– Camminare vuol dire sfida, conquista, metafora di una vita spesa in maniera attiva e agonistica, dove l’ambiente circostante è rispettato, conosciuto e distinto nella sua essenza. Camminare vuol dire vita – mi dice.

Ha iniziato a girare il mondo attraverso la forza delle sue gambe a dodici anni, in bici da Verona fino a Bologna con il fratello. L’anno successivo a Roma.
A quattordici valicò le Alpi all’altezza di Aosta: novello Annibale Barca in bici, in cerca dei suoi elefanti smarriti.

Oggi rimangono pochi i posti del mondo in cui non sia stato. Cristiano è Atlante mentre sorregge il globo e guarda col sorriso la sua parte di mondo. L’America in autostop a quindici anni, ospite di una sconosciuta del New Hampshire, poi Boston, New York. O quella volta in autostop fino al centro dell’Europa, a Lussemburgo.

Nel ’90 era con la moglie in una Romania ancora in subbuglio per la caduta della dittatura di Ceausescu, in una scassatissima Renault 4 piena di incoscienza.

Quando qualche tempo fa i suoi tre figli maschi furono abbastanza grandi, però, dopo aver sentito sulla faccia il vento delle highlands scozzesi, condiviso con le mani il cous-cous preparato nelle case dei contadini marocchini dei dintorni di Marrakech, giocato a nascondino con i bimbi della Cappadocia e della Siria, attraversato tutta la west coast statunitense; finalmente ebbero il coraggio di rifiutarsi di seguirlo per iniziare a scegliere il proprio percorso.

Cristiano e i suoi tre ragazzi

Cristiano e i suoi tre ragazzi

Quell’anno lui trovò opportuno lasciare a ognuno il proprio spazio e partire in solitaria alla scoperta dell’Himalaya, affittò una moto e percorse la regione in lungo e in largo, solo con uno zainetto:

redivivo Ulisse delle montagne, orfano dei suoi marinai, senza bisogno di alcuna orazion picciola.

Questo è Cristiano Mastella, energico entusiasmo esposto verso ragazzi che fra un po’ scriveranno la loro storia come meglio credono.

Arranco e gli sto alle calcagna, e mentre la salita si fa ripida penso che valga la pena cercare di essere migliori, magari necessari, di svolgere al massimo il compito della vita, mai indifferenti. Nel bel mezzo della fatica ho nella mente pochi versi sparsi di Antonio Gramsci:

– Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto -.

Nulla è scontato, e osservando questo compagno di viaggio, mi pare chiaro che un insegnante non può sempre scindere quello che è da ciò che dice e fa. In qualche misura vige il dovere di quel tipo di coerenza che squarcia il velo dell’ipocrisia, svela ciò che siamo, dà il senso di quello che rappresentiamo.

Non fermarti Cristiano…continua a correre!!!

SANDRO ABRUZZESE

Un fotografo viticoltore a Bardolino

Geografia dell’istinto di un fuoriuscito e dei suoi sogni

Daniele in cantina

Questa è la storia di un cambiamento radicale che coinvolge un ragazzo ricco di una merce rara in questa nostra grande coperta di terra chiamato Bel Paese: mi riferisco alla voglia di plasmare il proprio cammino gettandosi nel futuro ancor prima che arrivi.
Ovvio che non è una storia indolore, di soli pregi, e ci saranno fallimenti, forse rimpianti. Anticipo la testardaggine del mulo, condita con l’ambizione del visionario sconsiderato e l’aria del fuoriuscito.

E’ anche una svolta verso coordinate inattese, determinate dall’intima geografia dell’istinto.

E il principio di questa storia all’inizio fu una Pentax k1000, “il Kalashnikov delle macchine fotografiche”:
“a 12 anni, sul vaporetto fotografavo come un forsennato, è stato allora che mio malgrado ho scoperto che un rullino contiene solo 36 scatti”.

Qualche anno dopo l’incontro col fotografo americano Micheal Ackerman “gli cambiò la vita”. Fu un solco che portò verso la vera fotografia: mutò lo sguardo, la prospettiva quotidiana, la geometria dei luoghi, quindi l’essenza delle cose.

Non so dire se nella vita determinati spartiacque esistano davvero, o se più semplicemente siamo noi ad aver deciso di svoltare e scegliere una data, una persona o un libro, per decidere di camminare soli.

Fatto sta che il nostro protagonista inizia ad utilizzare il linguaggio fotografico per narrare quello che lo circonda e generare immagini dotate di una loro forza interiore, capaci di intensa evocazione.

E’ il caso del progetto Close your eyes: un universo di soggetti ritratti con gli occhi chiusi in ogni paese dell’Unione Europea, a cui viene chiesto cosa rappresenti per loro la libertà.

Vengo rapito da una incredibile girandola di personaggi che comunicano i più disparati sentimenti che il genere umano possa produrre. Ecco Cedric, Pascal e Victor, bambini che nelle vie parigine sognano di giocare per sempre a calcio, e non andare mai più a scuola.

Oppure, a La Courneve, il comunista nostalgico Piero, che per sentirsi libero aspira semplicemente a non lavorare più, anela alla totale conquista del proprio tempo, e non credo di poterlo biasimare.

dal progetto fotografico Close your eyes, a La Courneve, il comunista Piero

dal progetto fotografico Close your eyes, a La Courneve, il comunista Piero

Ancora, il piccolo Andrea, occhi chiusi e la maglietta da pirata nei vicoli di Palermo, già sogna i soldi, immagina che gli diano tutto quello che occorre. L’avrà appreso dagli adulti che lo circondano, perché un bambino non può essere così ingenuo. Per ora gli auguro che tutto si risolva come spera.

progetto Close your eyes: il piccolo Andrea nei vicoli di Palermo

progetto Close your eyes:
il piccolo Andrea nei vicoli di Palermo

Nei vicoli di Napoli, con l’altarino della madonna alle spalle, la signora Teresa chiude gli occhi e rimpiange la sua giovinezza.
Ad Oslo, Grethe desidera una vacanza, mentre in Spagna l’operaio Gherasim vuole semplicemente tornare a casa, magari lo aspetta un figlio, che forse pende dalle sue labbra, e ogni sera spera in un regalo.

Mi perdo e chiudo gli occhi a mia volta: la libertà stasera è il vento, la sua leggerezza pulita e il sibilo potente che spira a volte dalle Alpi verso il Lago di Garda. Sono sulla scrivania e il resto del petto lo riempie la voce del mio bambino che gioca spensierato. E non oso chiedere altro.

CALICANTUS
Torno al nostro protagonista, al suo studio intenso del mondo vitivinicolo francese e al ritorno controcorrente in questa Italia.
Riparte dalla Francia verso le radici, e passa per la Loira e la Borgogna, lambisce più volte la regione del Bordeaux e del Cahors, il Beaujolais, la Cote du Rhone.
La virata narrata è verso le colline natie: un ettaro e mezzo di vigne esposte al sole di un’altura morenica sul lago più grande d’Italia.

Calmasino dalla collina di Calicantus

Calmasino dalla collina di Calicantus

Oggi l’ultimo temerario e ambizioso progetto è il vino di Villa Calicantus. Dimostrare come nel territorio del Bardolino sia possibile, attraverso una estrema cura per le vigne, lavorate in biologico e poi biodinamico, dare vita a un grande vino da invecchiamento.

Negli anni ho appreso che il calice deve girare con sapienza tra le mani, per sprigionare il suo bouquet come dio vuole. Ciò che contiene è elemento vivo, capace di sposare il legno e il tempo beffandosi di entrambi. Come materia viva è dotato di personalità, struttura, colore, corpo, profumo, nondimeno di un intenso rapporto con la terra che lo nutre attraverso la vite.

Non c’è bisogno di scomodare Lucrezio per ricordare che “nulla nasce dal nulla”, ma il tutto è anche una questione di rispetto per le capacità della natura, a cui non bisogna chiedere mai più del dovuto.

Un’altra impresa. Anni di intenso sacrificio ed esperimenti generano uno dei vini più originali e coraggiosi del territorio veronese.
Il resto è storia recente. Nell’estate del 2013 questo fotografo viticoltore ha iniziato a vendere in Italia e in Francia la sua annata 2011. E Oggi vive stabilmente a Calmasino di Bardolino con la compagna Sabrina, il gatto Mirò, e innumerevoli, a volte strampalati, progetti per il futuro.

Se vi capita, chiedete di lui.

Il suo nome? Daniele Domenico Delaini.

Ruota ancora il bicchiere nella mano, il vino che stasera allieta questo corpo assorto, immerso in immagini profonde, fonde il palato e mostra tutto il suo intenso mondo, per lunghi attimi non ho niente da opporre, da pretendere. Chiedo solo, gentilmente, ancora un calice…per favore.

Non fermarti Daniele…continua a correre!!!

Sandro Abruzzese
https://www.facebook.com/Raccontiviandanti

Per approfondire la conoscenza di Daniele Delaini:

http://www.villacalicantus.it

http://www.facebook.com/VillaCalicantus

http://www.closeyoureyesproject.eu

ZENO DE ROSSI: Suono e sudore di un musicista in Jazz

Il ritmo e l’istinto di una vita

Zeno De Rossi

Zeno De Rossi

Ci incontriamo in una sera di mezzo autunno, all’ombra del castello estense di Ferrara, dove ormai vive da anni.
Intorno allegri ragazzotti che cinquant’anni fa sarebbero stati uomini, vagano mascherati per le vie del centro, conciati male e ciucchi, costretti ad esaudire le richieste degli amici come tradizionale festeggiamento per l’agognata laurea. In bocca al lupo.

Laterale del Castello estense a Ferrara, in piazza Savonarola

Laterale del Castello estense a Ferrara, in piazza Savonarola

Seduti al bar, lo saluto e per una sorta di riflesso la prima cosa che osservo in Zeno De Rossi sono proprio le mani, le riconduco allo strumento che suona: la batteria. So bene che in quell’arte ciò che conta più delle mani è la testa, la capacità di governare ogni singolo arto simultaneamente e autonomamente l’uno dall’altro. Più delle mani quindi, è una questione di testa, la sezione ritmica è il pane della musica, in qualche misura il tempo è ferro e cemento in attesa delle vibrazioni.
Guardo Zeno De Rossi e cerco di comprendere i fattori che hanno trasformato quel ragazzino che tifava per Bordon, il suo calciatore preferito, in uno dei più interessanti musicisti della scena jazz europea.

Ad abbandonare il calcio lo convinse la batosta rimediata quando con gli allievi del Lloyd Sanson affrontò i ben più blasonati avversari del Genoa Calcio: dieci a zero e i piedi ben piantati per terra. L’acre sapore della realtà e l’odore umido dell’erba, nonostante il sudore, la sconfitta.

“Con la musica non so quando sia cominciata di preciso, mio padre suonava il contrabbasso, mio fratello maggiore le percussioni, e in salotto avevamo un sacco di dischi jazz da ascoltare”. Forse lì ha stretto tra le mani Complete Communion di Don Cherry. Senza trascurare Dylan, i Doors, Neil Young, Hank Williams, Ray Charles, Luigi Tenco.
Comunque sia l’istinto a percuotere gli oggetti si manifesta subito per gioco, continua a scherzare col tempo, sezionare le parti, continua a scoprire qualcosa che non ha una forma definita. E magari la mamma a rimproverarlo, a chiedergli di smetterla di far rumore con le posate a tavola…che non sta bene.

A tredici anni, con gli amici, allestì la prima sala prove ignaro di ciò che avrebbe acceso nel suo futuro:

“Una sera d’estate, complice il buio pesto, in un cantiere rubammo dei pannelli isolanti per poter insonorizzare la nostra nuova sala prove, assemblarli fu un lavoro duro, alla fine del quale scoprimmo che quei pannelli erano termici e non acustici. Il rumore si diffondeva in tutto l’isolato, in compenso all’interno la temperatura stazionava sui sessanta gradi centigradi tutto l’anno”.

La prima vera batteria a diciassette anni, la comprò da sé con le serate a fare il cameriere nei bar del centro, un po’ per necessità e un po’ perché a casa sua era così…occorreva guadagnarsela la fortuna.
Il resto è studio fatto principalmente di osservazione e ascolto, un autodidatta che bazzica nei clubs di Verona come “Il posto” per carpire le tecniche, col coraggio di seguire l’istinto: quella parte di te che indica la strada senza che tu realmente sappia se sia giusta o meno. Lo fai perché ti fa stare bene.
Insomma la Musica. Quella fatta di dialogo fittissimo, intessuta di emozioni, incroci. Una ricerca che a un certo punto diventa personale, fusione di elementi e scambio reciproco. In testa sempre Bill Frisell.

La scarpa rossa di Zeno con su il gallo rosso  a ricordare la sua etichetta indipendente "El Gallo Rojo"

La scarpa rossa di Zeno con su il gallo rosso a ricordare la sua etichetta indipendente “El Gallo Rojo”


Ha la barba incolta e il tabacco sempre tra le dita Zeno, stasera indossa le scarpe da tennis rosse con su impresso il gallo rosso che ricorda la sua etichetta indipendente: “El Gallo Rojo”. Poi una moglie sannita studiosa di linguistica italiana conosciuta ormai dieci anni or sono nel backstage di uno dei tanti concerti con Vinicio Capossela.
Un ambulante si ferma al nostro tavolo, si conoscono e Zeno lo invita a bere un caffè, il venditore sorride, tuttavia preferisce continuare il suo giro, non è un buon periodo per sopravvivere. I minuti sono preziosi.
Oggi pomeriggio il volto di De Rossi e la sua musica sono in tutte le edicole d’Italia su una nota rivista jazz, nel tempo questo e i suoi numerosi progetti musicali con i Guano Padano, The Leaping Fish Trio, Midnight Lilacs, Shtik, Zeno De Rossi trio, il sodalizio decennale con Capossela, le soddisfazione de “El Gallo Rojo”, le tournée in tutto il mondo non hanno allontanato i suoi piedi dalla terra comune. Ho la sensazione che la terra per lui sia la stessa di quando era un ragazzino dell’Edera Veronetta. Forse ne sente ancora il sapore.
Chissà cosa ha in serbo il futuro, fino ad ora le indiscusse qualità lo hanno portato a un moto perpetuo, in continuo movimento. Un’esistenza di valigie pronte, coincidenze, treni, alberghi e aeroporti, dunque cieli solcati spesso con le borse sotto gli occhi e tante soddisfazioni. Quello che è certo è che si ritiene un viandante precario, costretto a non sostare mai troppo a lungo nello stesso posto.

In questo imbrunire ho davanti a me quel ragazzino che tifava Bordon insieme al liceale curioso che sognava la carriera musicale. Poi l’uomo che ha creduto all’istinto, perseguito i propri fini, e che ai miei occhi ha l’enorme merito di non sentirsi arrivato, di sporgersi ancora verso gli altri. E bisogna stare attenti, perché così a volte i sogni si conquistano per davvero, e qualcuno potrebbe finalmente imparare a scuotersi dallo strisciante torpore collettivo di una nazione in cui la principale arte tramandata sembra essere la rinuncia programmatica.

Continuo a cercare persone per cui il tempo sia qualcosa di più che una sommatoria di minuti scaduti nei centri commerciali o al cospetto di una infallibile tv satellitare. Oggi è andata bene di nuovo.
Ho incontrato un uomo per cui il sangue affluisce nelle vene al ritmo dettato dalla sua percussione. Tocca agli altri stargli dietro e una delle prime regole della musica dice che quando suoni, chiunque tu sia, il tempo lo devi rispettare. In mezzo il suo tocco, il suono che continua a sperimentare e fondere.

La musica inganna qualsiasi tipo di attesa, serve a sfidarsi senza per questo ogni volta vendere l’anima al diavolo. La pianura padana e il Po non sono il Mississippi di Crossroads. Stasera Zeno De Rossi non è nemmeno il Faust, benché mostri un vantaggio non da poco al cospetto di giorni arresi: finché sarà tutt’uno col proprio corpo, alla vita il ritmo lo imprimerà lui.

Metto su “Kepos”, l’ultimo album, mi fermo su “Pitula”, dedicata alla sua Nicoletta, qualcosa su cui gli uomini riflettono da sempre decide che venga giù la sera e domani poi di nuovo il giorno, al resto pensano il piano di Giorgio Pacorig e il sax di Francesco Bigoni. Stasera nient’altro.

Non fermarti Zeno…continua a correre!

Sandro Abruzzese
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DIEGO CUPOLO E’ USCITO DAL GRUPPO

Radici e ali di un uomo nato per correre

Nella foto Diego Cupolo

Nella foto Diego Cupolo

Diego Cupolo è nato a Città del Messico, e dopo qualche anno ha seguito la sua famiglia in Venezuela, dove è venuto al mondo il fratello minore Francesco.

Forse ne scrivo perché all’età di otto anni si è trasferito con tutta la famiglia nel ricco e wasp Connecticut. Oppure narro la storia di Diego Cupolo quale possibile soluzione ai problemi generazionali di un’Italia vecchia e spenta che non sa più sognare, in cui le agiate classi dirigenti usano termini come “bamboccioni” e “choosy”, dopo che per anni hanno contribuito a farci gelare il sangue nelle vene con le loro lungimiranti ricette d’importazione.

Questo ragazzo a noi può insegnare il valore dello stare al mondo senza fermarsi ad aspettare.

Figlio di due professori universitari italiani di Avellino, Diego ha conseguito una laurea in giornalismo alla University of Connecticut per raccontare ciò che osserva, che ritiene degno di essere condiviso. Dopodiché si è trasferito a Brooklyn, New York, e qualche tempo dopo ha coronato l’aspirazione giornalistica entrando nella redazione di uno dei quindici giornali più grandi d’America: “The Star-Ledger”. Fin qui il sogno americano è riuscito e non avremmo saputo immaginare di meglio.
Quindi la crisi economica, le dimissioni dal giornale in cui i margini di libertà professionale erano dettati dagli interessi dell’azienda, e la scelta di raccontare il mondo non più da una comoda scrivania in un ufficio di Newark, nel New Jersey springsteeniano, bensì dopo averlo vissuto e scrutato intensamente.

Perche viaggio? Perche ho i piedi, mi risponde. A differenza di molti umani che hanno vissuto nel passato, oggi ho la capacità di muovermi in questo mondo e cercare di capirlo. Solo dopo posso provare a spiegare che cavolo succede davvero. Qualunque giornalista o scrittore che non cerca queste esperienze non è interessato a scrivere del mondo, è interessato a scrivere di se stesso.
Nel suo viaggio in Sudamerica ha visitato Nicaragua, Costa Rica, Panama, Colombia, Ecuador, Peru, Bolivia, Chile e Argentina durante un periodo di un anno e mezzo. In altri viaggi nella natia America Latina ha anche visitato Mexico, Guatemala, Belize, Venezuela e Puerto Rico.

Il giornalista freelance Diego Cupolo

Il giornalista freelance Diego Cupolo

Lo ha fatto prevalentemente in autostop, senza denaro che non provenisse dal proprio sudore, guadagnando la fiducia dei suoi interlocutori, accettando ospitalità in cambio del suo lavoro: capraio in Nicaragua, venditore di arepas (cibo venezuelano) a Panama City, receptionist a Medellin, piantatore di caffè in Ecuador, alternando a queste attività di sussistenza il suo quotidiano e metodico lavoro di freelance e fotoreporter. Allo stesso modo è approdato in Italia dopo mesi sul confine tra Turchia e Siria, in mezzo ai profughi, ad insegnare ai bambini per una onlus e continuare a raccontare.
E’ difficile dire quali siano le radici di Diego, si definisce un miscuglio. In uno zaino ha tutto il necessario: tenda, coperta termica, coltello, pc, fotocamera, e soprattutto pochissime esigenze. Porta i capelli e la barba lunghi da quando il suo rasoio cinese lo ha mollato.
Cammina ore ed ore senza fiatare, ha un corpo pronto ad assecondare i suoi progetti, un corpo che serve per ciò che si propone di fare. Ad esso affianca il suo sguardo: attento alle parole come ai gesti, sa osservare, ascoltare, non è attratto dalle vetrine dei negozi, si percepisce che la sua vita avviene fuori dalla tremenda giostra delle nostre strade e città. I suoi progetti, le sue priorità lo rendono vivo, la sua curiosità muove chi gli sta accanto a sostenerlo. Ciò vale anche per la sua ragazza che, quando non lo accompagna, studia relazioni internazionali a Montreal, in Canada.
Non so come finirà la storia di Diego, quello che del suo incedere mi convince però, è che in qualsiasi momento la sua avventura finisca, credo non avrà molti rimpianti.
Sono sicuro che con pochi alibi, avrà sempre il coraggio di affrontare ciò che lo aspetta.
Mi chiedo perché scrivo di Diego Cupolo e la risposta è che questo ragazzo all’incirca trentenne non si fa schiacciare dal peso costante della vita e da quello ipocrita della società. Non è disposto a soccombere così facilmente ai criteri di quella parte imperante del nostro mondo bigotto, autoreferenziale, e forse, se e quando lo farà, potrà comunque dire di averci provato intensamente.
Per essere ciò che si vuole non occorre che qualcuno apra delle porte per noi, puoi prendere quella benedetta maniglia e buttare giù tutto. Per essere un giornalista non occorre un contratto a tempo indeterminato, nemmeno uno stipendio, si può sopravvivere d’altro e non rinunciare a se stessi, nessuno potrà mai dire che non siamo ciò che amiamo, ciò che incarniamo.

Sullo sfondo la città di Mantova

Sullo sfondo la città di Mantova

Diego non crede al suo televisore, lo ha ucciso da tempo. Vive per l’oggi. Per il futuro che è adesso, mi dice, e dipende in misura preponderante da noi, dalle nostre capacità e dalla costante determinazione.
Non so se farà mai più il lavoro di giornalista per una grande corporazione, quello che vedo è che oggi, anche senza contratto, a dispetto di chiunque, Diego è un uomo consapevole del proprio tempo, e un giornalista vero. Non fermarti…continua a correre!

Sandro Supplentuccio Abruzzese
Sandroabruzzese78@gmail.com
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Per chi vuole conoscere il lavoro di Diego Cupolo:
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