Etichettato: IRPINIA

Città natale

*Questo brano fa parte del volume curato da Adelina Picone, dal titolo Cripta. Dentro le aree interne, visioni di futuro per Grottaminarda e il suo territorio (Aión edizioni 2019).

“son, take a good look around
this is your hometown,
this is your hometown…”
My hometown, Bruce Springsteen.

È inverno, il cielo attraversato da piccole nubi basse, l’aria umida e abbastanza mite, è quella delle colline tra il Calore e l’Ufita.
Passano, tra i lampioni, attraverso la lunga fila di insegne pubblicitarie, auto di seconda mano, ogni tanto qualche fuoriserie.
È già buio. Dalla finestra auto parcheggiate ovunque, sostano sui passi carrai, sui marciapiedi, gli uomini vanno a giocare a carte al bar Roxy, le donne in macelleria o alla vicina farmacia.
Dall’autostrada dei due mari, come al solito arrivano i veicoli e le merci. Per via dell’autostrada la radio nazionale conosce il paese, e così il suo nome, Grottaminarda, echeggia fino a riverberare negli abitacoli dell’intera penisola.
Dall’autostrada arrivano i carichi di droga, i camion del contrabbando, i profughi, i pendolari. Lei ha spento vecchi tragitti, seppellito usi, sostituito costumi. Come una droga, poi, ha accelerato il metabolismo cittadino, lo ha reso più veloce e dinamico, più luminoso e appariscente, finendo per rendere maggiormente scaltri e intraprendenti i suoi stessi abitanti.
Sono diventati come le strade, gli abitanti. Come le vistose insegne, anche loro hanno finito per cercare di comunicare attraverso l’involucro di bagliori e forme esteriori. Come le strade battute dai veicoli, sono divenuti, nello spazio caotico, altrettanto frenetici e disordinati.
È stata lei, l’autostrada, a calamitare il corpo cittadino e gli abitanti verso di sé. E a lei ormai si fa riferimento per arrivare dritti al cuore di ogni cosa. L’autostrada è il nuovo fiume. Le statali sono i suoi affluenti. Ecco perché è importante guardare la fila consueta, il flusso familiare.

Nel paese dell’autostrada, nella città dei servizi, d’altronde è del tutto naturale starsene sulle panchine a osservare l’incedere del traffico. È un modo come un altro per passare il tempo. Anzi, da ragazzi osservare le partenze e gli arrivi era un modo per sognare mondi lontani. I pullman per Zurigo, quelli per Milano e la Germania, portavano con sé i migranti. Noi sapevamo solo che partire era un vento, sapevamo che c’era, esisteva e spirava, questo ci bastava. Non pensavamo di certo che avrebbe mai soffiato sui nostri volti. E poi l’andirivieni era un metronomo: l’arrivo dei pullman, delle Marozzi, dei Di Maio, scandivano i tempi della giornata; e i flussi di traffico, al pari di un orologio o delle ore canoniche, dettavano il ritmo cittadino.
I nottambuli e gli insonni, per esempio, magari insieme ai matti, aspettavano, prima di rincasare, la Marozzi delle tre e mezza del mattino che, dall’Italia più profonda, da Leuca, da Bari, portava noi meridionali nel mondo sviluppato.

Il ritmo è però diminuito da un po’ a questa parte. Una bretella viaria consentendo di aggirare il paese, ha distratto una parte consistente del traffico. Molte persone ne sono dispiaciute. Credono che il passante abbia amputato il posto. È come se il traffico viario investisse di un ruolo e conferisse un senso al paese e che ora il passante lo abbia esautorato.
Comunque, passano dei tir lungo via Valle, anche se meno di un tempo. Passano e, sul cruscotto, i camionisti mettono ancora in mostra il proprio nome: Salvatore, Pasquale, Antonio, Carmine, Vincenzo. Si intravvedono sul parabrezza, insieme ad amuleti, portafortuna, neon luccicanti, vecchie foto di Padre Pio.
È un’immagine familiare anche quella dei tir. Molti miei compagni erano figli di camionisti e i tir di via Valle in estate facevano vibrare incessantemente le finestre di alluminio dorato della mia camera da letto. Nelle notti agostane i camion, viaggiando lenti e stracarichi dalla Capitanata verso le industrie conserviere dell’agro nocerino, portavano sul dorso i cari pomodori pugliesi. Ma i camionisti a volte, per dormire in paese, si fermavano a metà strada, sicché dopo la mezzanotte era possibile avvistare, sui cigli dei rimorchi, ombre scaltre e laboriose. Erano le donne del rione Dante, svettavano furtive, tra una cesta e l’altra, occupate a raccogliere una piccola parte del carico.
La notte si possono ancora vedere, a volte, i tir parcheggiati davanti alle case di via Napoli, o al quartiere Pioppi. I camionisti hanno paura dei ladri di tir, quindi sono costretti, per dormire tranquilli, a portare le motrici fin sotto le finestre delle proprie abitazioni. I ladri si mimetizzano nei flussi, anche loro, come tutto il resto, provengono dall’autostrada e dalla sua velocità.

*
Da piccolo, ora che ci penso, mi aggiravo prevalentemente tra via Valle, una delle strade dei flussi, e il rione Dante.
È rimasto tutto sommato com’era il rione: un corpo reticolare di case popolari, manca però il campo di calcio, sostituito da nuovi edifici, bar, pizzerie, ferramenta. Il campo lo avevamo fatto noi ragazzi. O meglio, noi ragazzi avevamo comprato la benzina e cosparso il lotto di terreno col liquido infiammabile, il resto lo avevano deciso il fuoco e i pompieri. Ne eravamo fieri.
Prima del campo nuovo, al rione, solitamente giocavamo nel parcheggio delle poste, oppure, se il numero lo richiedeva, scavalcavamo il cancello del Consorzio di bonifica, attiguo alle poste, e usavamo lo slargo asfaltato sul retro. Dunque, noi, il nostro spazio sapevamo ricavarlo. Anzi il paese era un immenso spazio scavato, scavalcato, plasmato e adibito alle nostre fantasie più strambe.
Adesso tutto sommato non è che sia tanto diverso. I bambini e i ragazzi del paese tentano di perseguire i propri fini nei giardini pubblici, in cui tutto ciò che accade sarebbe vietato. È lo spazio dove gli adolescenti sfrecciano in bici e sugli skateboard, mentre i piccoli imparano a camminare, e altri ancora, tra le aiuole e gli alberi di ulivo, giocano a pallone.

È strano, dopo tanti anni, pensare di camminare nel paese. Conosco una ad una le porte e i visi, anche se non tutti i nomi. Mi capita di scrutare, nella mente, le facciate invecchiate e pensare a chi non c’è più. D’altronde, cos’altro è una comunità se non un insieme di vivi che ricordano gli assenti? Cos’altro sono i luoghi se non tramiti, ponti che uniscono e che, tenendo insieme, formano microcosmi che donano senso, attraverso il passato, alla parola futuro?
Del paese ho come l’impressione di ricomporre un’unica immagine frutto di innumerevoli episodi, anche se a dispetto del quadro, dei pezzi, della struttura, qualcosa non coincide del tutto. L’immagine interiore è quasi svanita, ma è pur vero che bastano pochi giorni per riportarla, incredibilmente, vivida e più vera di qualsiasi altro mondo mai conosciuto, alla sua condizione originaria.
Allora ecco che ricompongo una sorta di scissione tra memoria e realtà, tra ciò che è dentro e quello che se ne sta fuori. Sono rette originate dallo stesso punto che in principio tendevano ad allinearsi e che ora, al passaggio di due decenni, scavano un solco sempre più profondo e parallelo. Un solco a tratti talmente divergente da spingere a dimenticare il punto di partenza.

Pensare la città natale vuol dire rivivere e rivangare. Si finisce, prima o poi, per andare al principio, agli avi, e a quel che resta dei ruderi del borgo vecchio. E non tanto per ammirarlo, quanto per un esercizio di continua sottrazione e sostituzione di elementi.
Il borgo vecchio è fatto di assenze. Abbandonato in seguito ai terremoti del ‘900, fu via via raso al suolo e riedificato. Vi sopravvivono, tra le disparate abitazioni recenti, il castello e un paio di chiese.
Il castello aveva decine di ingressi segreti ed era, prima del suo recupero, completamente dimenticato. Vi entravamo, saltando su documenti antichi, carrozze e vasellame, dal retro della torre. Oppure andavamo nel bosco del macchio con in testa, abbastanza ridicoli, le avventure di Indiana Jones appena viste nei vhs pirata, acquistati al mercato del lunedì. Salivamo poi su per la Fratta, dove si bucavano i tossici, e facevano l’amore le coppiette, dove le spose vestite di bianco, nel giorno delle nozze domenicali, venivano immortalate dai loro improvvisati fotografi.
La Fratta è stato l’ultimo quartiere storico del paese, e per questo il più amato. Partiva dal lato orientale della collina per ruotare e affacciarsi, attraverso le sue casette di pietra bianca, semplici ma lineari e simmetriche come un alveare, sul fiume e sul bosco. Dalla graziosa piazza San Giovanni si vedevano i tre colli di Ariano e la campagna melitese fino all’Orneta.
Della Fratta, prima furono rubate le pietre, trafugati i portali, divelte le maniglie di ottone e le porte, poi un piano di edilizia distrusse quasi per intero il borgo. Così le chiese e il castello restano lontane reliquie di un passato sempre più ignoto.
Beninteso, forse un luogo ancora importante c’è, tra queste vie, che occorrerebbe ricordassimo tutti. Mi riferisco al Largo Sedile, dove vien fatto di pensare al poeta Osvaldo Sanini. In pochi ancora lo ricordano, il confinato Sanini. Era ligure, visse in un monolocale del Largo fino alla morte. Sbattuto dai fascisti in una delle valli più povere e isolate d’Italia, vessato e amareggiato, scrisse:
“Irpinia bella, in maschera / vil, uomini a’ più rei crimini pronti / volean ch’io quaggiù lasciassi l’ossa, / e ne l’inverno gelido / entro la cerchia bianca dei tuoi monti / mi gettarono come in una fossa”.
Dovette attendere una generazione, il poeta. Nell’isolamento fu ascoltato in parte dai giovani ed è proprio agli esuli come lui che dobbiamo i germi fecondi del successivo antifascismo irpino. Se i notabili del luogo, monarchici e poi fascisti, se ne fecero beffe, furono gli abitanti della campagna, i cittadini indigenti e semplici, a dargli solidarietà; oppure gli intellettuali di paesi vicini. Grazie a loro e nonostante tutto, alla fine Sanini poté scrivere: “il cuor non sa esprimerlo: / ma è grande in lui come se fosse nato / da Te, la gioia di cantarti, o Irpinia.”

*
Largo sedile, Porta aurea, Via Roma, dunque, sono i raggi che uniscono il punto più alto, la sommità del castello, aI Corso principale. Il Corso è un semicerchio che delimita la parte antica e la congiunge al paese più recente, sviluppatosi a valle.
In passato su questa arteria che porta ad Ariano e ad Avellino le case erano basse, simili a quelle di contadini, per cui il cielo era grande e la strada luminosa e soleggiata. Oggi i palazzi si stagliano fino al terzo piano e concludono la loro ascensione in vecchie mansarde o nuove terrazze ricoperte di lamiere zincate e poliuterano.
Il Corso quindi si è alzato, è cresciuto a scapito della sua luce.
La sua fontana è stata da poco restaurata, la strada pavimentata gode di una nuova illuminazione ma, nonostante la cosmesi urbana, sui marciapiedi non vi passeggia più nessuno. Le saracinesche dei negozi, su cui campeggiano i cartelli Affittasi, restano serrate. Un cantiere interminabile, aperto tra zone interdette, buche, sampietrini e basoli, in cui qualcuno ha distrutto marciapiedi intonsi per ricostruirli daccapo, ha allontanato ulteriormente le parti del paese.
È come se ogni cantiere ferisse il suo corpo. Ogni intervento, pur ripristinando la parte, debilita il tutto. Ecco quindi che la gente se ne va direttamente al centro commerciale del Passo di Mirabella, o ad Ariano, a Benevento.
Così abitiamo, nell’ambivalenza, il vuoto e il pieno della valle. Il vuoto silenzioso delle pendici, quello invernale delle strade cittadine, e il pieno della parossistica stagione estiva, infarcita di sfilate, fuochi d’artificio, star televisive e festival vari. Ai paesi-presepe inattuali e spenti dei dintorni, corrispondono i paesi-città sradicati, sformati, bulimici, come il nostro, ingrossati fino a incarnare il simulacro delle città osservate alla televisione.
È questa la nostra attuale compresenza dei tempi.

Qualcosa di simile, e forse più grave, era accaduto pure in precedenza. Anche la piazza principale è stata più volte rimaneggiata, ma gli ultimi velleitari lavori di qualche decennio fa generarono una spinta centrifuga in grado di sparpagliare i consueti luoghi di ritrovo lungo le strade più trafficate.
Il paese da allora divenne eccentrico.
Per cui ora è costituito da una rete di punti in cui la percorribilità, la visibilità, l’immediatezza, hanno preso il sopravvento sul resto. Oggi l’autostrada e i bar, le vie del commercio, assurgono a spazio in cui ci si riconosce in base a una funzione. Sono ormai gli abitanti a seguire le funzioni: frequentano i luoghi di passaggio, gli spazi commerciali, le pompe di benzina.
Se il paese vecchio, nascendo sul fiume, per accedere all’acqua e fruire dei boschi, rappresentava il tutto, oggi probabilmente le sue ragioni si rispecchiano nel fiume di merci e passaggi garantiti dall’autostrada e dalle statali, per cui non resta che accontentarsi di una parte, che è lo spazio funzionale.

Ebbene, come detto in precedenza, oggi che la variante SS 90 ha esautorato il paese, liberando la città da una parte del traffico incessante e dall’inquinamento dei decenni passati, Grotta si è ritrovata vuota e sola. D’un colpo è ritornato visibile tutto quello che le luci avevano saputo occultare: il paese si è rarefatto. È ormai discontinuo e pulviscolare. Ogni scossa ha contribuito a trasformare il corpo in una confusa località del presente. Per giunta non di un presente autentico, in cui si crede ciecamente, come quello di una città americana qualsiasi, bensì un presente meridiano, sempre un po’ scettico e fatalista per indole, in cui la stessa ironia popolare che ci pervade deve provenire dall’atavica pazienza e dall’abitudine all’attesa rassegnata.

Insomma, la fine del paese-vetrina non lascia che l’implacabile riflesso della città-specchio. L’immagine, inesorabilmente, mostra tutte le difficoltà del caso, ma non è detto che ciò sia un male. Se il passaggio alla città-specchio è doloroso, guardarsi dentro è forse il vero punto in questione.
All’orizzonte poi, grazie ai progetti riguardanti i treni ad alta velocità e capacità, per la Valle Ufita sembra si prospettino nuove possibilità. I treni veloci, come in passato l’autostrada, congiungendo immediatamente l’Irpinia a Napoli e Bari, consentirebbero al margine di diventare finalmente legittima periferia del centro.
È un rapporto che non mi convince del tutto. Tuttavia, messa da parte la radicata sensazione di dipendere da un altrove, se tutto andasse per il meglio, ancora una volta il futuro passerebbe per l’antica vocazione geografica del territorio.
Allora la paura è che la geografia urbana da sola, a meno che non si traduca in grammatica civile, non basti. E che al paese non serva soltanto comprimere lo spazio e dilatare il tempo, ma potenziare la capacità di autodeterminarsi per costruire pian piano una sua piccola idea di mondo. Altrimenti, così come in precedenza è scivolato verso l’autostrada, stavolta il rischio è che il suo corpo venga sospinto verso la nuova stazione dei treni, incarnando una replica sbiadita di vecchie e dannose vicende.

Certo, si dice che basterebbe imparare dagli errori passati per evitare che la storia si ripeta, ma se siamo a questo punto vuol dire che non deve essere così semplice.
Per quanto mi riguarda, comunque vadano le cose, a un paese bambino si vuole ugualmente bene. Anzi, la sua fragilità è forse il vero motivo per cui occorre averlo a cuore. Per questo e per tante altre ragioni non smetterò di essere, anche a distanza, dentro la sua prospettiva particolare.
I tratti del paese, le sue forme e i simboli, insomma tutto ciò che compone il suo universo e il suo immaginario, hanno contribuito a formare il mio. E la città natale è il luogo a cui si torna, soprattutto se, in un modo o nell’altro, ovunque siamo, guardiamo il mondo attraverso i suoi occhi.

Sandro Abruzzese

Grottaminarda, particolare della piazza

Grottaminarda, particolare della piazza nuova

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Paesaggio (sul riabitare)

La mia apertura al mondo è legata a un luogo, poco lontano dalla casa in cui sono cresciuto, che, aperto com’è sull’Italia interna, offre un paesaggio davvero unico. Non riuscivo ancora a definire, da ragazzo, alla vista di quel paesaggio, l’ammirato stupore e la curiosità che eliminano il disagio, né riuscivo a dare un nome al desiderio di riconoscere. Eppure dall’altura dei Limiti, a Frigento, abbracciavo la valle riuscendo a superare il mio consueto orizzonte. Bastava raggiungere le vette di Trevico o Frigento, per vedere le terre di Lucania, il Vulture, o i paesi più alti del Fortore e della Puglia dauna. Sull’altura dei Limiti, dopo i monti del Matese, il Taburno, rare volte, faceva capolino la vetta arrotondata della Maiella. Verso il tirreno invece, era uno scherzo inseguire con la mente il Sele, la discesa delle sue acque fino alle ruvide pendici dei dolomitici Alburni, o immaginare i detriti dell’Ofanto spingersi fin nell’Adriatico. Ma la sfida vera riguardava Greci, l’unico paese arbrëschë della Campania, oppure la sella in cui è riparato Savignano, con le sue casette bianche ben proporzionate, affacciate sul principio della strada per la valle del Bovino.
A oriente, la sfida era scorgere Monteleone dai portali scolpiti, il paese più alto della Puglia, e ai suoi piedi Zungoli bianca e pendente, appesa a una parete ripida, sopra una forra. Spuntavano qua e là piccole zone industriali, intersecate dall’autostrada dei mari, dritta come la sutura di una cicatrice mai rimarginata.
L’autostrada corre ancora lungo il margine agricolo, dove il giallo delle monocolture del grano pugliese, quasi sull’Ufita, incontra il verde della policoltura mediterranea o i castagneti, gli ulivi, i vitigni e i boschi delle montagne.
In seguito, spesso mi sono chiesto cosa nascondesse questo inseguire luoghi di un mondo minore. Credo sia nel rapporto con lo spazio, la risposta. Il mondo di cui scrivo non è altro che un unico luogo in cui le persone e le cose, le parole e i gesti, si muovono come qualcosa che è già dentro di me e che ri-conosco.
Guardare il mondo con gli occhi del paese, dai margini, farlo partendo da uno Stato fondato su un gravissimo e annoso squilibrio territoriale come l’Italia, in un momento storico in cui l’imporsi di un nuovo spazio, quello virtuale, in grado di abolire le distanze, ha messo in crisi le grandi conquiste del ‘900, è diventato un modo di stare al mondo e abitare.

*Sono stato invitato da Francesca Iarrusso, Domenico Rapuano e Nicola Flora dell’Università Federico II, Facoltà di architettura, a scrivere un capitolo per una pubblicazione di prossima uscita sul “riabitare le aree interne”.
Questo paragrafo è una piccola parte dello scritto, si intitola “Paesaggio”.

sandro abruzzese

Il mestiere di vivere di Pasquale Stiso

 

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Nella poesia Avrò un domani, Pasquale Stiso scrive Mio padre segue il lento carro / rotolante nel brecciame. / Vado verso una nuova vita / verso il sapere. / Una voce insiste nel cuore di mio padre / “io avrò un domani / un domani”.
Ebbene, Stiso riuscì effettivamente ad andare verso il sapere, divenne avvocato e poi sindaco del suo paese, Andretta. Ebbe inoltre, grazie allo studio, il suo domani, e tuttavia questo non volle mai dire dimenticare i problemi della sua gente. Non accade all’intellettuale Stiso quello che Gramsci nei Quaderni aveva rimproverato a Croce, ovvero di allontanare gli intellettuali di campagna dalle questioni dei loro borghi per urbanizzarli, proiettandoli lontano dalle loro origini.
Stiso, invece, utilizza il sapere della città, insieme alla militanza nel partito comunista, per vedere ancor più nitidamente, attraverso gli occhi del paese e della campagna, il mondo intero, e con esso la sua stessa terra.
Se non poteva essere che un mondo poverissimo, quello gramo e ventoso della pur bella terra dell’osso, in cui essere povero / è qualcosa di più / è un freddo / che ti agghiaccia le ossa /, tuttavia il dolore e il lamento di quella povertà conservano sentimenti che nell’Italia di oggi sembrano del tutto smarriti: quando si è poveri / la dignità / si gonfia in chiuso orgoglio.
Già, erano dignitosi e orgogliosi i contadini dell’Alta Irpinia, e dopo aver occupato le terre, dopo aver lottato con coraggio, nella sconfitta e nell’assenza dello Stato seppero riannodare i propri fili, partendo per andare altrove, alla ricerca di nuovi posti da costruire, fatti degli stessi laboriosi sacrifici, della medesima pazienza e rassegnazione.
Forse non li dimentica questi poveri, Stiso, proprio perché come egli stesso dice, è restato ragazzo / anche se i fili bianchi / compaiono alle tempie / e l’ombra della morte / s’insinua sottile / nel mio cuore. E i ragazzi ricordano sempre i luoghi dove sono cresciuti, ne portano dentro le vie con i volti, le fontane e i tratturi, per non dire delle violenze e degli amori.
Stiso non dimentica i migranti e scrive di loro, dei morti di Mattmark, nel ’65, dopo quelli di Marcinelle. Scrive col consueto umanissimo sguardo: maledetta è soprattutto quella politica che costringe i nostri uomini, le nostre forze migliori a mendicare un po’ di lavoro all’estero in condizioni di esistenza paragonabili a quelle degli schiavi.
Oppure, tre decenni dopo il sisma del 1930, in merito alle condizioni di Aquilonia: Lo stato che ben potrebbe e dovrebbe intervenire nel campo dell’edilizia, dell’istruzione, della sanità, continua a restare assente e la sensazione che se ne riporta è che quella terra sembra distaccata dal mondo che progredisce.
Ebbene, le sue parole di protesta non sono mai scioviniste o stupidamente identitarie, ma figlie di una pietas universale, pervase da un profondo senso comune dell’umano. Il suo cordoglio non è retorico o opportunistico. La sua visione politica dei rapporti sociali è sempre universalistica, mai angusta né locale.
Quanta distanza, verrebbe da dire, rispetto all’attuale incapacità italiana di immaginare un destino comune, che ha ridotto la stessa Penisola alla gretta somma di tante spinte disgregatrici, dai vecchi e tristi leghisti fino ai loro epigoni neo-borbonici. Penso che leggere Stiso oggi dia la misura del tracollo culturale e politico italiano avviatosi proprio con la stagione, piena di errori e contraddizioni, del ’68. Un vero e proprio principio di cedimento da cui si dipana lentamente la strada che da Craxi porta al berlusconismo e parallelamente allo smarrimento della sinistra italiana.
C’è poi nel mondo rurale di Stiso, contro la lunga tradizione culturale vandeana che ha considerato la civiltà contadina solo come paradigma di arretratezza, la convinzione che si poteva partire dall’infinitamente piccolo dei borghi, si poteva conservarne i valori positivi come punto di partenza per la conquista dell’emancipazione.
Non è necessario, sembra dire Stiso, rinunciare a quell’universo di valori, a quel rapporto spaziale e sociale, a quella vicinanza comunitaria, anzi il singolo può e deve realizzarsi compiutamente nella propria comunità, ma bisogna renderla libera da rapporti di dominio, nonché dignitosa e giusta; perché se è vero che la vita stessa è permanenza, permanere vincendo il tempo consente all’uomo di scacciare, attraverso il progresso, l’atavica angoscia.
Ho ritrovato la pietas contadina di Pasquale Stiso nella musica di Gian Maria Testa, nei versi del Tasso o in alcune pagine del Manzoni, in quelli ancor più noti di Scotellaro, Pierro e Pavese. L’elenco sarebbe infinito e credo che i problemi odierni nel campo ecologico, politico, culturale e umanitario, dimostrino quanto l’omeostasi di quel mondo meritasse maggiore attenzione e rispetto.
Beninteso, a questa consapevolezza, la parte maggioritaria della cultura e della politica europea ha corrisposto una continua prova di estraneità e ingratitudine. Di lì a qualche decennio, infatti, quella civiltà sarebbe finita del tutto, partita per andare ad affollare sobborghi cittadini, creando un mondo di periferie e nuove subalternità, privo di memoria e senso, di cui la globalizzazione ha messo in evidenza la portata e che la storia non smette di ripetere.
Nessuno, dunque, ha voluto o saputo pensare al miglioramento di quelle condizioni, di quei rapporti particolari. Restano inascoltate non solo le note posizioni di Carlo Levi e Simone Weil, di Pasolini e De Martino, ma anche quelle più semplici e nascoste della maestra di paese tanto cara al poeta di Andretta: l’antica maestra, il suo corpo anziano è così curvo e stanco, sono però gli occhi ancora pieni di ardore e di coraggio e rammentano quando fiorente di bellezza / e altera / c’insegnavi / nessun uomo è servo all’altro uomo.

Pasquale Stiso vede la sua terra morire a poco a poco, la gente emigrare, le porte e le finestre chiuse, i vicoli dell’infanzia vuoti e silenziosi, rivedere nel tempo il suo piccolo altipiano ventoso gli fa dire che anche la gente / della mia terra / conserva l’antico volto / segnato d’amarezza. / È ancora senza speranza / la mia gente / d’Alta Irpinia (…) la mia terra / muore / oggi definitivamente / l’ho compreso.
La sua poesia è dunque costantemente attraversata dal pensiero della scomparsa dei luoghi e delle persone. Il paese vi ritorna incessantemente. L’ombra della morte poi è un’intima presenza, compagna che si insinua nel cuore: Non tornerò più nella mia casa, dirà a un certo punto, oppure Non ho abbandonato ancora la speranza / è un tenue filo che ancora mi sorregge / e mi dona un palpito di luce / agli occhi doloranti. E infine Io t’ho lasciato mio amato paese / il segno d’un amaro destino / è tradito nel fondo del mio cuore. (…) perché la vita sia bella / a volte / è necessario morire.
Al cospetto di una figura come quella di Stiso, del suo impegno politico e civile, pure vien fatto di pensare alla sua fine che rimanda la mente a vicende simili come quelle di Pavese, Primo Levi o Alexander Langer. Da Primo Levi abbiamo appreso quanto sia pericoloso tentare, in solitudine, di arginare o spiegare il male. Farlo può costituire una fatica insormontabile.
È più facile restare soli, quando si vuole essere per tutti, ha scritto Adriano Sofri, pensando a Langer. Credo bastino queste parole per riflettere su quanto una personalità aperta sul mondo e forse priva di una certa, a volte necessaria, dose di egoismo, possa assumere su se stesso il peso di mille preoccupazioni, battaglie personali, intime, oppure collettive e pubbliche.
Ritengo che su questo punto ogni tentativo di spiegazione sia superflua, perché nulla aggiungerebbe al profilo di Stiso, tanto ben delineato dal lavoro pluridecennale di Paolo Speranza, che ha affrontato anche questo aspetto col consueto garbo che lo contraddistingue.
Se però occorressero dei versi, in un bellissimo scritto indirizzato a San Cristoforo, Alex Langer recitava: Tu eri uno che sentiva dentro di sé tanta forza e tanta voglia di fare (…) Avevi deciso di voler servire solo un padrone che valesse la pena seguire, una Grande Causa che davvero valesse più delle altre (…) penso che oggi in molti siamo in una situazione simile alla tua, e che la traversata richieda forze impari.
Non mi chiederò oltre, allora, del peso, delle forze impari che hanno piegato Pasquale Stiso, mi basta capire quanto fosse dalla parte giusta e quanto, fino all’ultimo, abbia rappresentato un’occasione di riscatto per la parte più povera e sola dell’Irpinia.
E allora leggere Stiso, oggi, significa imparare che siamo stati poverissimi ma anche dignitosi e onesti, che siamo stati gli ultimi, i dannati della terra, e nonostante questo abbiamo saputo edificare intere città e fornito le nostre vite, il nostro corpo, ai sogni di dominio e sviluppo che non erano nostri, anche se poi lo sono diventati.
E significa rammentare il volto antico delle nostre donne, così come le descrive il poeta: Le donne del mio paese / voi non le conoscete / a trent’anni sono già vecchie / e il loro volto è duro / come la terra che lavorano / non c’è sorriso / sulla bocca amara / delle donne del mio paese / di domenica / quando vanno in chiesa / non vanno per incontrarsi con Dio / ma per godere di un’ora di riposo (…).
Non credevo potessimo mai dimenticarli quei volti, eppure è proprio quello che, intorno a noi, accade di continuo. Sono gli stessi volti disprezzati e dileggiati negli anni ’90 dai soldati olandesi dell’Onu in Bosnia, per esempio, le cui scritte eloquenti contro le contadine slave restano sui muri del comando di Potocari, a Srebrenica. Sono i volti di dolore degli eritrei in fuga, dei guatemaltechi e degli ispanici al cospetto dei muri di Trump o di Visegrad; sono i volti dei siriani, dei contadini cinesi o turchi.
Quanto sarebbe lungo l’elenco?
Ora che tutto il globo è scosso da incessanti e disperate migrazioni, che la perpetua diaspora interna meridionale non si è mai arrestata, e il pianeta stesso non è mai stato così ricco e disuguale, così potente e disarmato, così grande e terribile nell’annichilire l’umano per ridurlo a ingranaggio di una macchina finanziario-capitalistica onnipotente e sovranazionale, non possiamo dimenticare i volti di Stiso, perché sono ancora e sempre i nostri. E perché sulla Terra, lui ci insegna, una patria che sia veramente tale, la si costruisce nel rispetto del genere umano.
Di conseguenza, non è vero che Ora possiamo anche morire / perché abbiamo imparato a vivere / dopo secoli d’ignominia.
Questa volta dovremo contraddire il poeta di Andretta per ribadire, magari con Fortini, che l’ignominia non è mai cessata e, dopo la prematura dipartita di Stiso, anche il suo universo morale è andato quasi del tutto disperso.
Tutto rimane, in Italia, soprattutto sotto il profilo morale e civile, quasi interamente da rifare. E non vi è altro modo per farlo che lottare, attraverso la memoria collettiva e lo studio, contro l’apoliticismo; essere per il lavoro e la salvaguardia della dignità umana, alla ricerca di un rinnovato rapporto con la natura e le altre forme di vita.
All’odierno disprezzo per gli ultimi, per i poveri e gli umili, alla totale assenza di una seria riflessione politica sul tema del lavoro, nonché al razzismo manifesto, privo di vergogna, dei governi xenofobi europei e transoceanici, fanno eco i versi solidali, umanitari e pacifisti di Pasquale Stiso. Di questo ragazzo di un piccolo paese irpino, che col suo perenne dolore nel cuore inneggia fino alla fine alla giustizia e alla fratellanza scrivendo (…) A me piace che ogni bellezza / ci inondi l’animo / e che ognuno s’attristi / se un bimbo piange per fame.
E che nel suo testamento politico, Confessione, scrive che il lavoro, è la sola cosa di cui gli uomini / possano andar fieri (…) la sola cosa pulita della vita / sia se compiuto da uomini liberi / che da schiavi, perché chi lavora onestamente non sfrutta nessun altro e così facendo sottrae al mondo la propria porzione di male.
E invece la disonestà e la sete di potere portano alla guerra: imparai a maledirla (…), – scrive – quando ragazzo / vidi le ferite / bluastre / al braccio spezzato / di mio padre. (…) E imparai a maledirla / la guerra / quando vidi partire / i miei giovani amici. (…) E non solo per questo / imparai a maledirla / né per il gran numero di morti / ma per il tesoro / distrutto / di civiltà / e di gentilezza / accumulato dall’uomo / nella sua lotta / di millenni (…).
Il mio desiderio è che gli uomini vivano di giustizia / (…) nella comprensione dei diritti e dei doveri / nello sforzo quotidiano / di strappare al suolo / ogni più nascosta ricchezza.
Pasquale Stiso, grazie a Paolo Speranza, è un poeta ritrovato. La sua figura, per via di questa capacità di ricondurre il particolare all’universale e il paese all’intero universo, si colloca nell’alveo di un umanitarismo cosmopolitico che gli consente di percepirsi quale (…) fervido atomo vivo / nella luce / dell’immenso cielo, abitante di un unico cosmo e di un solo sogno, in cui l’umanità sia parte del medesimo destino di giustizia e libertà.
Rileggere Stiso, quindi, vuol dire comprendere d’un colpo non solo quanto le lancette della storia siano state riportate indietro dalla colta barbarie del nostro tempo, ma anche quale sia la strada da riprendere e con quale abnegazione affrontarla, perché oggi è sempre più chiaro che se c’è un futuro, questo avrà di certo un cuore antico e simile, molto simile a quello della civiltà perduta di Stiso.

Ferrara, gennaio 2019                                                                            Sandro Abruzzese

* Questa è la postfazione presente nel volume di saggi dello studioso Paolo Speranza sul poeta di Andretta Pasquale Stiso, la raccolta si intitolata Il poeta ritrovato (Mephite edizioni 2019).

L’unione di mondi del baccalà alla pertecaregna

Articolo apparso in precedenza qui su Doppiozero

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Il cibo costruisce mappe in grado di tracciare linee, di legare e unire punti lontanissimi nel mondo. Così consente di abitare lo spazio, di creare luoghi e relazioni, ha inoltre la capacità di divenire, da innovazione, tradizione e poi addirittura memoria.
Se c’è un piatto che amo, perché in grado di tracciare un meridiano tra l’estremo Nord del pianeta e la dorsale appenninica meridionale, questo è il baccalà alla pertecaregna. È un piatto popolare irpino e lucano, cucinato principalmente alla vigilia dei giorni di festa, Natale e Pasqua; giorni in cui, come sappiamo, per motivi religiosi ci si astiene dal mangiare carne.
Si tratta di merluzzo salato, è la salagione a consentire al merluzzo, da secoli, di vincere il tempo e la distanza, e viaggiare lontano, fino a unire i pescatori dell’Oceano atlantico settentrionale ai contadini sanniti o ai pastori delle aree interne italiane. Una volta messo in ammollo e dissalato, il baccalà viene preparato con olio, aglio, prezzemolo. Saranno i peperoni cruschi, anch’essi pazientemente essiccati, fatti di colore e fragranza, di sapore inconfondibile, a imprimere quel gusto deciso, solare e mediterraneo che contraddistingue la nostra pietanza.
Amo questo piatto per la sua povertà raffinata, per le storie che porta con sé di cose accadute e volti di un passato ricco di significati.
Ricordo tante vigilie davanti al camino ardente della vecchia masseria in pietra di via Ruvitiello. E nei ricordi il volto delle donne è lo stesso di quello cantato dal poeta e sindaco comunista di Andretta, Pasquale Stiso: “Le donne del mio paese / voi non le conoscete / a trent’anni sono già vecchie / e il loro volto è duro / come la terra che lavorano / non c’è sorriso / sulla bocca amara / delle donne del mio paese / di domenica / quando vanno in chiesa / non vanno per incontrarsi con Dio / ma per godere di un’ora di riposo (…)”.

Già! Comprare il pesce restava un lusso e un sacrificio per i contadini, ma aveva un senso nell’interruzione dell’austerità, della severa parsimonia. La domenica o i giorni di festa erano tali per il “riposo”, e perché allentavano la frugalità e i ritmi del lavoro. La festa durava poco e ancor meno da essa ci si attendeva, quasi fosse, rispetto al resto dei giorni, nient’altro che una tregua. Era la breve pausa rispetto a una continua conquista quotidiana di libertà. Nella festa si rinnovavano i rapporti umani, senza particolari regali né ostentazioni che non fossero semplici auguri o piccoli doni.

I contadini della valle dell’Ufita, pure loro erano seriosi, severi e misurati, come dicono i versi di Stiso. E senza aver mai letto un libro, solo per istinto o consuetudine, hanno però sempre intuito quello che Hans Jonas contesterà al vecchio Marx: “la libertà consiste e vive nel misurarsi con la necessità”, senza di essa “la libertà si annulla come la forza senza resistenza”. Ciò è stato, nella loro vita dura e piena, esercizio e pratica costante, anche quando non più strettamente necessario. E d’altronde la parola lavoro nel lessico meridionale non esisteva se non tradotta col termine fatica, la quale restituiva valore e dignità, soprattutto in assenza di dipendenza, o con un basso grado di coercizione.

A pensarci bene, anche i peperoni cruschi delineano le fattezze di quel vecchio mondo. Venivano, un tempo, infilati a mano in corone e collane di cotone, restando, durante la stagione, appesi sulle pertiche ad essiccare. Il dialetto nzerta porta alla mente l’idea di punte acuminate, di aghi e crune adatti a trafiggere più che legare, e tuttavia pare che in latino il termine significasse proprio legare insieme, da cui appunto ghirlanda e corona. Sono frutto della pazienza, i peperoni cruschi, del tempo giusto, del clima secco dell’Italia interna, e di un’attesa che oggi diremmo del tutto antieconomica. Forse per questo appartengono a quel mosaico variegato di sapori dato dall’antica policoltura mediterranea. Riguardano una delle mille esperienze e abilità di cui il vecchio homo faber, caro a Hannah Arendt, era capace.

È il cibo di un mondo duraturo e solido, quello di cui parlo. In cui la proliferazione dei bisogni e dei desideri degli inurbati, così come l’irrealtà del regno mediatico, erano del tutto marginali. Anche la sua lingua è quella delle cose vere e materiali, i suoi gesti sono minimi e ponderati, così come i suoi oggetti ricchi di aneddoti.
Nel cibo tradizionale è impressa come una cristallizzazione di antichi rapporti, di una cultura popolare sedimentata e stratificata in millenni di vicende umane.
Certo, dietro l’angolo vi è il pericolo misurato di una certa dose di sentimentalismo o nostalgia che dir si voglia, lo sapeva bene Meneghello, eppure riferendosi a Malo scrisse: “Perché questo paese mi pare certe volte più vero di ogni altra parte del mondo che conosco?”. Deve averlo saputo bene anche Soldati, se la lontananza americana fece sì che constatasse con amarezza e disillusione che “Il più povero contadino del più povero paese d’Italia conserverà modi umani che gli americani non hanno”.

Sandro Abruzzese

Il corpo del mondo

*Articolo comparso in precedenza su 00

La ricetta dell’Appennino irpino che sto per illustrare l’ho appresa in casa, da ragazzo, sulla tavola di mia madre. L’ho appresa poi nelle piazze del mio paese, o a casa di amici. E pure l’ho appresa, parafrasando Vasco Brondi, “alle feste dell’Unità che non ci sono più”, sono scomparse ormai da tempo nell’Appennino irpino.

Insomma, è una ricetta semplicissima, composta da pochi ingredienti, una pasta col sugo chiamata cicatielli a ciambuttella col pulieo. I cicatielli sono fatti di pasta fresca, la ciambuttella è invece un sugo di conserva di pomodoro a cui si aggiungono dei peperoni soffritti, in ultimo occorre un’erba aromatica selvatica, il pulieo, legata alla famiglia della menta.

Se ho scelto questa ricetta non è tanto per la tradizione, a cui pur sono legato, quanto perché il suo carattere conviviale mi ricorda una frase di Baudrillard in L’America: più triste di un mendicante, scriveva trent’anni fa il francese, dopo aver osservato le strade di New York all’ora del pranzo, “è l’uomo che mangia solo in pubblico”.

Ripenso spesso a questa immagine di solitudine della grande metropoli, anche perché la mia ricetta è quella delle feste, dell’ospitalità e dello stare insieme.

 

Favorisci, infatti, usano ripetere davanti alla tavola imbandita, nel loro dialetto spigoloso, i vecchi dell’Appennino meridionale. La parola favorisci risponde a un imperativo categorico, meccanico e rituale. Si invita l’ospite a scacciare insieme a noi la morte, poiché la sazietà dona la forza per affrontare il mondo.

Dunque, mangiare insieme, in qualche modo, vuol dire non essere soli. Vuol dire accettare e essere accettati, è il riconoscimento reciproco di una matrice comune, di un senso comune dell’umano. Efavorisci è un ormai desueto invito che implica inesorabilmente il restare, mandando all’aria ogni altro proposito. Qualsiasi cristiano deve favorire, e d’altronde cristiano, ricorda Carlo Levi nel Cristo si è fermato a Eboli, per i contadini significa nient’altro che essere umano.

 

Oggi non c’è quasi più traccia delle Zelinda di D’Arzo, di Zebio Còtal di Cavani, dei volti di Silone, di Jovine e Dolci, dei personaggi di Carlo Levi e Scotellaro, dei paesani di Meneghello. Quei volti sapientemente descritti restano negli ottuagenari o nelle vecchie fotografie analogiche che ritraggono un passato distante, più che lontano. L’abbondanza ha ingentilito i corpi e la medaglia si è capovolta: alla fame, come ben ricordava Vito Teti in Il colore del cibo, si è sostituita la dieta mediterranea.

Tuttavia, basterebbe davvero poco per rivederli quei volti, e vederli negli occhi di altri giovani, per giunta. Dovremmo solo abbandonare le ultime dorsali irpine per le vicine terre di pianura del caporalato pugliese. Dopo Vallata e Candela, ecco Cerignola, Stornara, Orta Nova, ecco le campagne gremite di raccoglitori di pomodori polacchi, rumeni, africani. È lì vicino che la nostra storia, ci ha insegnato Alessandro Leogrande, si replica senza concedere alcuna farsa; è lì che, alla luce del sole, la nostra fortuna relativa diviene la sfortuna di qualcun altro.

I corpi e i volti parlano chiaro, il corpo del mondo non mente, non ne ha bisogno, e magari anche i pomodori della nostra ricetta, del nostro piatto festivo e conviviale, qualche volta saranno venuti da quei luoghi di dolore e sfruttamento.

 

Ebbene, sono convinto che il cibo abbia in seno, al pari del linguaggio, le caratteristiche per costituire una sua archeologia del saper vivere. Seguirlo può spiegare molte cose su questa terra madre e sulla sua stessa discorsività. Se le antiche ricette, nelle loro stratificazioni, nei sedimenti, trattengono impronte, tracce, insieme a un relativo spazio di indagine, e finiscono per disegnare le fattezze di una civiltà solida e radicata; di contro la filiera della grande distribuzione del cibo porta dritta all’irrazionalità con cui, nell’ingiustizia globale, si continua a produrre e sfruttare, senza limiti né responsabilità.

 

In fin dei conti, di mondi, ce n’è ben più di uno sul pianeta. Questa mia ricetta parla solo di quello agricolo, che non va rimpianto, bensì contestualizzato, poiché patrimonio necessario a ripensare l’odierna relazione uomo-ambiente.

L’altro mondo in questione, invece, quello mediatico, liquido e superficiale, lo sappiamo bene, è abitato dai peggiori istinti di un eterno presente. Si impone ovunque e, avendo cura di uniformare o distruggere, laddove approda, occupa qualsiasi orizzonte. Alle sue spalle, svanite orme e tragitti, sopravvive un unico indistinto deserto, in cui non resta che perdersi. Più triste di un mendicante, è l’uomo che mangia solo in pubblico.

sandro abruzzese

Sillabario irpino

 

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In lontananza Ariano Irpino e i monti Picentini

 

Paese-Campagna

Una volta, in quel bel libro che è L’abusivo di Antonio Franchini, incontrai una frase che poi ho sempre portato con me: chi da un luogo se ne è andato non ha diritto di parlare se non del luogo che lasciò.
Del luogo che ho lasciato, dunque, ricordo mia nonna Maria che, quando grandinava, piangendo per la disperazione, si strappava i capelli e graffiava tutta la faccia perché la grandine rovinava il raccolto. Oppure, ricordo un letto di morte, il silenzio e la linea della bocca contrita di nonno Stefano, stretto nel divanetto bigio, pietrificato nella veglia per suo figlio Antonio.

Ma più di ogni cosa, in generale, viene alla mente il disprezzo che la gente del paese nutriva per quella di campagna. Non ho alcuna intenzione di difenderlo, il mondo di mio nonno. Ma era fatto pure di parsimonia, di un lavoro infaticabile che non si distingueva né scindeva dalla vita. Quel mondo per qualche ragione non veniva migliorato, bensì continuamente esecrato.
Io stesso abitavo in paese e ho partecipato a quell’odio. Nel tragitto per la scuola prendevamo a offendere i nostri compagni, figli dei contadini di contrada Piani o Bosco. È buffo: senza saperlo, facevo quello che altri, come me, in passato avevano fatto a mio padre, da bambino.
Se parte dell’Irpinia odierna è diventata quello che è, se le campagne non sono ambite bensì deturpate, e manca l’amore per la terra, ebbene, credo ciò sia dovuto un po’ anche a quel disprezzo oppressivo inculcatoci dalla nostra cara vita urbana.

Margini

Ovunque vada porto con me ancora tre versi che mi sono estremamente cari, è una poesia dove Caproni scrive Tutti i luoghi che ho visto / che ho visitato / – ora so, ne sono certo: / non ci sono mai stato.
Me la porto dietro perché per me significa che da certi luoghi non si va mai via per davvero e non si smette di tornare.

Il mio paese si trova nella valle dell’Ufita, ai margini della Campania, a due passi dalla Puglia, dal Molise e dalla Lucania. C’è una cosa che ho appreso in questa parte di Irpinia, nel bel mezzo dell’Appennino, ed è lo starsene ai margini. Magari da ciò deriva l’attrazione per tutto ciò che è confine, per ogni luogo dove si incontrano altri luoghi, fino ai limiti estremi, dove fine vuol dire ancora una volta principio. Ecco, Grottaminarda e la sua valle mi hanno insegnato a riconoscere i margini. Quello linguistico, per esempio: i suoni della vicina Puglia nella lingua dei paesi verso levante, quelli del napoletano a ponente. Oppure il margine agricolo e paesaggistico, laddove il giallo delle monocolture del grano pugliese, quasi sull’Ufita, incontra il verde della policoltura mediterranea o i castagneti, gli ulivi, i vitigni e i boschi delle alture.

Centro

A un certo punto, però, fino ai margini è arrivato il nuovo mondo. L’incombere della Storia porta il nome di A16, o Autostrada dei due mari. L’autostrada Napoli-Bari e l’insediamento della Fiat Iveco danno vita a una piccola area industriale. Finalmente l’intera valle si trova al centro di qualcosa.
Alla Fiat Iveco penso sempre con affetto. Tanti amici, prima di perdere il posto, ci lavoravano. In verità, la ricordo con affetto soprattutto perché, nei dintorni, di notte noi ragazzi ci andavamo a fare l’amore. E di giorno, come fosse un parco pubblico, potevi vederci i podisti correre intorno al suo perimetro chilometrico, tra fazzoletti accartocciati e preservativi rotti.

Terremoto

In realtà al centro di qualcosa l’Irpinia lo sarebbe stata anche in seguito, a partire dal 23 novembre 1980. Quei devastanti novanta secondi, con i suoi tremila morti insabbiati, lasciati a morire sotto le macerie di un Paese privo di Protezione civile, mentre il presidente della Repubblica Pertini inveiva contro l’assenza e poi la lentezza dei soccorsi, avrebbe portato altra agognata centralità.
Dunque, nel dopo-sisma, insieme al mio corpo bambino, crescevano caseggiati o villette geometrili bianche, con archi, veneziane, torrette merlate, cuspidi. L’avranno fatta coi soldi del terremoto, si diceva appena spuntava un’altra casa.
Non potevo certo immaginare che il cemento e il ferro, oltre alle case, stessero armando un’invincibile sistema di potere politico-clientelare tuttora vigente.
Il terremoto diede il colpo di grazia alla già prostrata civiltà contadina irpina. E a volte mi illudo che senza di lui sarebbe stato diverso. Preferisco puerilmente dare la colpa a lui e dire che saremmo stati migliori, che fu lui, il terremoto, a depositare come una polvere sottile dappertutto e in ognuno: tra le case, su per ogni singola narice. E così il mondo successivo alla scossa inoculò il germe da cui è scaturita una sorta di allergia collettiva per ogni sorta di responsabilità e per qualsiasi bene comune.

Paese-Città

Oggi la Fiat Iveco è chiusa, forse per sempre. Sembra che pure quei corpi caldi e avidi di piacere, quei vetri appannati dagli ansimi dei ragazzi che facevano l’amore nelle viuzze della zona industriale, si siano smarriti. Non so dove vadano a fare l’amore adesso, i ragazzi irpini. Dovrei chiedere in giro ma ne verrebbe fuori una scenetta imbarazzante, credo.
Nel frattempo sul Corso Vittorio Veneto non passeggia più nessuno, le saracinesche dei negozi, su cui campeggiano i cartelli Affittasi, restano serrate. Anzi, cammino in un cantiere aperto tra zone interdette, buche, sampietrini e basoli. Qualcuno ha distrutto marciapiedi intonsi per ricostruirli daccapo. In passato, hanno tagliato gli alberi dei giardini comunali, e i bambini si sono abituati a giocare sotto il sole cocente. Prima ancora avevano demolito il vecchio centro storico, il rione Fratta. Così abbiamo imparato a distruggere per questuare qualche fondo pubblico.

Certo, rispetto all’Irpinia contadina e artigiana, che sapeva produrre e costruire, questo continuo dissipare ha davvero il sapore di una mutazione genetica. È inevitabile che le mie parole risultino ingiuste verso qualcuno. Anzi, la descrizione potrebbe indurre a pensare ai paesi appenninici fatti di desolazione e spopolamento. E invece Grottaminarda, come Lioni, Ariano Irpino, Atripalda, Solofra, è un luogo che in centocinquanta anni ha visto raddoppiata la popolazione. E la gente che non passeggia più da queste parti, se ne va al centro commerciale del Passo di Mirabella. Il fatto è che siamo orfani o emuli, vuoti e pieni, ambivalenti come il resto della Penisola. Al vuoto invernale opponiamo la parossistica stagione estiva. Ai paesi inattuali corrispondono i paesi-città sradicati, sformati, bulimici, ingrossati fino a incarnare il simulacro delle città osservate alla televisione. È la nostra attuale compresenza dei tempi.

Partenza-restanza

Mentre scrivo queste righe, con in mente l’Irpinia che lascio e ritrovo ogni volta, leggo un’intervista a Franco Fiordellisi, segretario della Cgil di Avellino. La disoccupazione si attesta poco sotto il 20%. Sembra che ogni anno più di duemila persone abbandonino il territorio.
Spenderei ogni singolo centesimo rimasto, ogni energia intellettuale, per conquistare la libertà di restare. A patto che restare, per nessuno mai, significhi umiliazione o sacrificio, e che sia una possibilità di avere e dare un futuro. Ma sono di parte, so bene cosa vuol dire non essere più di alcun luogo. So che l’idea della partenza a volte nasce più dall’umiliazione generata dalla politica che dalla necessità, fino a incarnare il riflesso chimerico di una liberazione o di un riscatto. Credo però che il senso della libertà individuale stia in una vera e plurale comunità, in una vita locale che sia intessuta di relazioni umane.
Un Paese democratico, oltre le leggi, ha un corpo. E questo corpo deve fondarsi su una miriade di centri e reti, senza nessun margine. Invece l’Italia che dimentica gli Appennini, le isole, fatta di grandi città che fagocitano ciecamente risorse e individui, ebbene, produce costantemente nuovi margini e continue periferie, abitate da individui soli, circondati dalla diseguglianza, nello sradicamento.

Sandro Abruzzese

*Articolo apparso in precedenza su Doppiozero

La trincea creativa di Generoso Spagnuolo in Irpinia

Riguardo la foto per riacciuffare il passato, pure se recente. E’ una luce meridiana questa che illumina le memorie di una testa tagliata in un pomeriggio di mezza estate. Poi le linee d’ombra si stendono su un cartone di colori e colla e il cutter giallo riposa. Non sono venuto nello studio di Generoso Spagnuolo perché è un vecchio amico. L’amicizia, anzi, è causa di reticenza. Quello che mi porta nella sua bottega è una sorta di attrazione per l’abilità delle mani associate alla mente, la capacità di trarre figure plastiche da ogni tipo di materiale. In realtà è il modo di stare al mondo di Generoso che scava nella mia curiosità. Una postura determinata e inattuale che, in un paese lontano dall’arte come Grottaminarda, nell’entroterra irpino, lo porta a vivere alla continua ricerca di espressione.

memorie di una testa tagliata

memorie di una testa tagliata

Strumenti

Strumenti

Generoso Spagnuolo

Generoso Spagnuolo

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Mentre parliamo degli ultimi progetti e gli rubo qualche scatto, guardo alcune opere. Sembra quasi che Generoso abbia fatto un giuramento, che si sia giurato di non diventare sterile, in qualche modo asservito. La sua bottega è lontana da pubblicità e clamore, è situata fuori dal centro del paese. Le sue soddisfazioni, i premi, i riconoscimenti, da un punto di vista retributivo, rispondono solo parzialmente ai suoi sforzi. Insomma, le regole di Generoso non sono quelle di qualsiasi altra persona. E’ chiaro che lui la vita l’ha infilata a modo suo. Ed è chiaro che i suoi lavori tacciono i sacrifici, i dubbi, le ansie di una scelta del genere e mostrano solo il volto della riuscita, dell’approdo. Quello che ha dentro pare si attorcigli a ciò che sta fuori, prende forma, fuoriesce dalla superficie e diventa qualcos’altro.

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Allora penso a Generoso Spagnuolo, a Grottaminarda, al suo giuramento caparbio rispetto a quello che lo circonda, mi vengono in mente i versi di una vecchia canzone di Springsteen:

“abbiamo fatto una promessa / abbiamo giurato che l’avremmo mantenuta / nessuna ritirata, credimi, nessuna resa / come soldati in una notte d’inverno / con un giuramento da rispettare / nessuna ritirata, credimi, nessuna resa”.

La bottega in cui sono immerso è una trincea scavata su queste colline dove l’inverno è davvero lungo. Non rimane che sperare in nessuna resa, nessuna ritirata. Le speranze sono ben riposte. Se questo è un giuramento, è quello di rimanere vivo, di scegliere la strada con passione e istinto, e a tal proposito Generoso Spagnuolo non accetterebbe neanche un comodo armistizio.

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Sandro Abruzzese

Confessioni di un paesaggista

Foto Massimiliano Ippolito Petrilli

Foto Massimiliano Ippolito Petrilli

Oggi sono nelle mani di Giovanni. Anni prima sono stato nelle mani di Antonio, padre di Giovanni. Prima ancora ero

nelle mani di Giovanni, padre di Antonio e nonno di Giovanni. Sono passato da una mano all’altra come un testimone,

e ogni generazione è stata un giro di pista. Conosco la loro terra e quella dei loro vicini, di tutti i vicini,

palmo a palmo. Quando una zolla appena rivoltata vede la luce, tocca a me svezzarla. Accompagno ogni rivolo d’acqua,

in superficie come in profondità verso la sua fine, che non di rado è un bicchiere. Mi chiamo Nitrato Ammonico. Sono

il sale di questa terra. Un tempo c’erano uomini che mi abbracciavano con una mano. Ero chiuso in sacchi di plastica

da cinquanta chili, mi stringevano forte contro il petto. Sentivo il loro cuore battere mentre attraversavano con

falcate ampie e regolari i campi. Mi afferravano nel pugno e mi spargevano a terra. Oggi tutto è cambiato, mi fanno

girare la testa con lo spandiconcime, è come andare sulle giostre, ed io ritorno bambino. Ho una certa età. Ho visto

la luce nelle foreste del Vietnam. Ho un carattere esplosivo, ma mi considero un paesaggista. Quando a primavera

attraversate in macchina le strade tortuose dell’altopiano e ammirate la bellezza dei campi di grano, sappiate che

quel verde che brilla al sole è merito mio. Questa terra senza di me sarebbe solo una distesa di sassi e cicoria

selvatica. Quando ritornerete a casa, mi troverete a tavola. Io sono in una fetta di pane, in una foglia d’insalata,

in un piatto di pasta … buon appetito.

FABIO NIGRO

Microbiografie dall’altopiano 1

di FABIO NIGRO

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Ottantacinque anni fa era un bambino di un anno, cadde con la faccia nel fuoco e il fuoco non si tirò indietro.

Alcuni sono andati via dal paese perché avevano paura dei cani, così dice la bambina.

La seminatrice
Luigina ha scelto di vivere sempre in primavera, è stata una scelta fatta per amore. Luigina indossa una gonna e solo una camicia, mai una giacca, mai un paio di calze. Luigina ritornò a scuola da adulta e ripiegò il suo grande corpo in un banco dell’ultima fila, lo fece solo per amore ma non bastò, così tolse la porta d’ingresso alla sua casa. Luigina quando ha la testa pesante mette una scarpa sola e camminando per le strade del paese semina i pensieri che escono dal piede nudo. Luigina lo fa solo per amore, ma non basta.

Qui sull’altura il giorno non mette mai la maschera e già dall’alba mostra le sue ossa.

Francesco ha lavorato quarant’anni in una fabbrica di formaggio in Svizzera. È morto nel suo orto, qui sull’altura, stringendo nel pugno sinistro quattro prugne mature.

Qui sull’altura chi perde l’entusiasmo si aggrappa a me, ma io non sono sicura. Sono una corda senza anima. Sono la paura.

Qui sull’altura le regole barbare della poesia legarono il destino di un ospedale alle sorti di una volpe. Una sera mentre attraversava la strada, la volpe fu investita, chi era alla guida non si fermò e l’ospedale non curò più nessuno.

La distanza di Angelina
Angelina è anziana e sola e veste di nero. Il marito è al cimitero e i figli in Svizzera. Angelina esce da casa due volte al giorno, tutti i giorni, la mattina e nel pomeriggio dopo pranzo. Raggiunge a piedi l’orto, dove c’è il suo pollaio. Un chilometro, questa è la distanza. Andata e ritorno sono quattro chilometri al giorno. Angelina dice che sono solo due passi. Andata e ritorno sono centoventi chilometri in un mese. Angelina dice che non conosce il divano. Andata e ritorno in un anno sono millequattrocentosessanta chilometri. Google dice che la casa di Angelina dista da Lucerna solo millecentotrentasette chilometri.

Vivo qui, nei paesi dell’altura. Non sono di facile presa e maneggiarmi è rischioso, come lo è maneggiare una damigiana piena senza manici. Vivo qui, nei paesi dell’altura e drago il giorno dall’alba al tramonto, poi a sera mi ritiro dietro le porte chiuse perché godo di un regime di semi-libertà. Rassodo e conforto, ma non sempre. Ho la vivacità di una rana, ma non salto: frano. Sono la desolazione.

Nei paesi dell’altura non è raro vedere i giorni ridursi a un intervallo tra un funerale e l’altro. Oggi, come ieri, ancora un funerale. Qui la scomparsa ha preso residenza. È la quotidiana morte del paese, ma è una morte che vede la luce ogni giorno.

Fabio Nigro

Abbecedario provvisorio di paesologia

foto fabio nigro

Aquilonia, andretta, bisaccia, cairano ,conza , calitri , lacedonia, morra, teora, rocca, guardia, sant’andrea, monteverde, trevico e altri paesi ancora. È in irpinia d’oriente, già terra dell’osso, che la paesologia e il suo fondatore, Franco Arminio, sono nati. E se osso deve essere, la paesologia è una scapola del paesaggio che si lascia corteggiare dalla poesia e dalla geografia. Una scienza malferma, ma in grado di scardinare pregiudizi anche solo invitando ad accarezzare i cardi nei cimiteri, vive dell’infiammazione emotiva che una residenza anche provvisoria in un paese provoca, a volte bastano solo alcuni minuti. La folla che si accalca intorno al discorso la tiene lontana, il suo baricentro è la percezione solitaria.

Alberi
Quelli solitari, che sono cresciuti senza l’ansia di primeggiare. Potete girargli intorno ma non vi daranno mai le spalle.
Anziani
Storie e rughe stese al sole come lenzuola.
Bar
Non quello all’ultima moda, ma quello con l’insegna dei gelati arrugginita; quello dove dietro al bancone c’è un barista che ha l’età di vostro nonno.
Buio
Di notte dentro e intorno ai paesi c’è ancora.
Campanile
Ha un orologio di solito rotto ma segnatevi l’ora, sarà quella del vostro ritorno.
Cane
Di razza incerta, stanco e sporco, sovente su tre zampe.
Curve
Nessun rettilineo vi condurrà mai a un focolaio di paesologia.
Desolazione
È una damigiana piena ma senza guscio, è difficile da maneggiare.
Elezioni
Prendete la via della campagna.

Formicoso
Luogo circoscritto, carte alla mano: piani della guiva, pero spaccone, lago morto, la toppa, monte felice. È su quest’altopiano che la paesologia ha piantato l’ago della sua bussola.
Geografia
Quella disegnata da un verme in una mela.
H
La lettera h nei paesi non è mai sola, è sempre preceduta dalla lettera c. Le troverete appiccicate ai lati delle targhe di alcune auto. Sono la quarta di copertina di storie lunghe chilometri.
Inverno
Non segue mai la rotta e trascina i paesi alla deriva.
Luce
Indispensabile alla foto-sintesi paesologica.
Manifesto
Quello dei morti. Fate attenzione al nome, all’età e dove è venuto a mancare il caro estinto. Questa settimana Marianna è morta a Firenze, Gerardo in Francia e Giuseppina negli Stati Uniti.
Mestizia
È un ferro del mestiere.
Neve
Quella che cade sui paesi vince sempre. Alla neve si arrendono gli uomini, le macchine, gli alberi e gli animali. La neve battuta delle piste da sci non è paesologica.
Ossigeno
Come piccole bambole a tracolla, così lo portano gli anziani mentre i loro giorni si sfilano dall’orlo.
Ortiche
Crescono nella bocca del paese e la paesologia le assaggia con la sua lingua.
Paesaggio
Ha solo i vostri occhi per compagnia, non lasciatelo solo.
Pietre
Quelle di una vecchia strada di paese condividono le vie di fuga, ma rispettano quotidianamente la fila.
Quiete
Non troverete altro.
Resa
La paesologia la coltiva senza cedimenti piantando la sua bandiera bianca.
Silenzio
In alcuni paesi è infrangibile.
Terra
Prendetela tra le mani e sgranatela come un rosario mentre pregate il paesaggio.
Utopia
È l’unico paracadute che potete indossare prima di precipitare dalla vostra rupe quotidiana.
Vento
Dove non soffia, è possibile solo una paesologia di breve respiro.
Zolle
Per ora sono le uniche a rivoltarsi.

Fabio Nigro