Categoria: viaggio ai margini della gardesana orientale

Il Veneto cambia musica con l’Orchestra Multiculturale del Baldo-Garda

In Veneto, da un po’, c’è aria di buona musica. L’Associazione Baldo Fest del vecchio amico Leo Pericolosi ancora una volta ci ha visto giusto. L’idea si chiama Orchestra Multiculturale del Baldo-Garda. Per chi non lo sapesse, il Baldo è la cresta di terra a nord di Verona che pianta le sue radici nel lago più grande d’Italia: il Benaco dei romani, meglio noto col nome di Garda. Il monte si alza a circa duemila metri e, a est, scende attraverso i suoi conoidi nella Val’d’Adige. Un solco profondo centinaia di chilometri divide due mondi: quello germanico e il mediterraneo. Ma noi siamo qui per qualcosa che unisce, che – quando riesce bene – fonde.

Se il Baldo Fest cercava qualcosa che aiutasse a scavalcare le barriere, direi che lo ha trovato. Quello che ho visto e ascoltato al Teatro sociale di Rovigo, grazie all’attenta programmazione del jazz club locale, coglie in pieno le aspettative.

L'orchestra multiculturale al Teatro sociale di Rovigo

L’orchestra multiculturale al Teatro sociale di Rovigo

La passione dei maestri Marco Pasetto e Tommaso Castiglioni ha costruito un gruppo che pian piano prende forma manipolando la musica del mondo. C’è il Sudamerica, la Lapponia, l’Africa. C’è un unico genere, quello umano.

Il maestro Tommaso Castiglioni

Il maestro Tommaso Castiglioni

Il maestro Marco Pasetto

Il maestro Marco Pasetto

Le mani di dio, il portento della Guinea. Il suo ritmo, la sua potenza ti entrano nel petto e finiscono per bussare alle ossa. Ti suona nel cuore questo ragazzo, e canta. Canta una nenia di un’altra terra. Oppure di tutta le Terra del mondo.

Le mani di dio arrivano dalla Guinea

Le mani di dio arrivano dalla Guinea

Il liuto arabo di Hamza Sellami vibra, ha il suono dell’altra sponda del mediterraneo. Suona, Hamza, e ogni tanto sorride a Roberta, la sua compagna siciliana che lo osserva. L’Algeria la porta appresso, la condivide attraverso i suoi polpastrelli.

Il liuto arabo di Hamza Sellami

Il liuto arabo di Hamza Sellami

Il basso di Carlos Cuesta

Il basso di Carlos Cuesta

La linea ritmica di Carlos indica la strada, i fiati si attorcigliano, salgono e scendono. Anna riempie il petto e, a ruota, segue. Osserva piena di concentrazione il direttore d’orchestra, e soffia le note precise dentro il flauto: lasciati andare Anna.

Anna Bergamini

Anna Bergamini

La corista scalza, coi piedi bianchi sul marmo, dice che ha caldo. Forse il freddo sotto la pianta  allenta la tensione. Fatto sta che si lancia in una danza e il suo corpo non sembra più suo. Il suo corpo è un’onda. Allora Pasetto imbraccia lo strumento a fiato e svisa, corre con le dita sul corpo di questa giovane danzatrice e il pubblico capisce, applaude, annega.

Abbraccio Sergio Pesca, percussionista e, in più, vero amico. E’ una stretta che serve sempre, quando ci si è divisi la vita.

La musica è immediata, trascende, penso mentre attraverso il Grande Fiume per tornare a casa. Sul ponte una grande massa d’acqua, carica di detriti, spinge verso il Delta, verso la foce. Stasera anche l’acqua trova il suo passo, un corso lento, che detta il ritmo. Stasera anche il Po, che divide e unisce, a suo modo, suona una nenia dalle Alpi verso l’Adriatico che arriva a fondersi a mescolarsi con i Balcani, la Grecia: tutto il nostro vecchio mare, fatto di contrasti e di mille storie d’incontri.

La danzatrice scalza

La danzatrice scalza

 

 

Testo e foto di Sandro Abruzzese

 

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Le mani su Cavaion Veronese

Progetti per una giornata senza pretese

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Ho scelto un luogo, a ridosso tra Incaffi e Cavaion. Lì, a poche curve dalla chiesa di San Giovanni, in mezzo al verde, c’è una lapide:

23 GIUGNO 1945: Maria di anni 9, Enzo di anni 9, Angiolina di anni 11, Arsenio di anni 15. La mia amica Elena è cresciuta alla Ca’ Orsa, un tempo una delle vie più caratteristiche e belle del paese. Mi ha raccontato che una mina tolse l’esistenza a questi bambini mentre giocavano tra gli alberi.

La guerra in questa parte di mondo ha aperto molte faglie, e il gelo di giugno ha rubato piccole vite inermi. Ha aperto voragini colmate col dolore. E il piccolo altare innocente scava e brucia nella cava della sofferenza: morire di giugno, “ci vuole tanto, troppo coraggio”.

Questo elenco dolente incrina il resto della giornata e la rende stanca. E i pochi fiori ai piedi della colonna dicono che qualcuno ancora non ha dimenticato. Non so se sia bene o male.

Leggo i nomi uno per uno, nomi autentici di un’altra Italia, di quando significavano ancora qualcosa. Di getto associo questo vangelo di morti ingiuste ad Antigone e la lotta contro la legge ignobile per seppellire suo fratello, o la bella Gisella e il suo destino in mano alla famiglia, con quella sorte cruenta nel finale di Paesi tuoi di Pavese.
A tutto pone giustificazione la guerra, qualcuno ha piazzato dell’esplosivo e dei bambini sono morti.

Tolstoi ha raccontato lo strano assunto per cui la storia dice che uno Stato che depredi, un condottiero che porti il suo esercito al successo, debba essere ricordato a vita come un eroe per aver ucciso, rubato, violentato, e seminato ordigni tra i boschi in maniera più efficace e distruttiva del proprio nemico. E allora lode ai signori della guerra per il bottino racimolato.

Riprendo la mia strada. Attraverso Cavaion, come centinaia di altre volte. Stavolta lo trovo intollerabile nel suo via vai sterile che disegna un deserto affollato. Il Comune da anni svende il paese al cemento, generando un’accozzaglia di seconde e terze case per i facoltosi vacanzieri del Lago di Garda.

Nuovi quartieri a Cavaion Veronese

Nuovi quartieri a Cavaion Veronese

Trovo intollerabile il vecchio borgo sceso dalle pendici alla pianura, trasformato in un dormitorio a cinque stelle. I fitti quartieri con i cartelli VENDESI a ogni angolo. Mi dispiace anche il decoro, i prati all’inglese, le grate alle finestre, le siepi alte. E’ un posto dove c’è tutto, tranne che la piazza:

davanti al Municipio c’è un calzolaio, il comandante degli agenti municipali siciliano dalla stazza rilevante, più in basso il fornaio che vende il pane a 5 euro al chilo, proseguendo due buoni ristoranti, uno pugliese e l’altro calabrese.

Ma un luogo che non ha una piazza è un paese?

A riguardo, grazie all’impegno civico di Adriana Bozzetto scopro le amare parole del geografo Eugenio Turri che nel 1973 scriveva:

“(…) è cresciuto male e si avverte imminente la fine di Cavaion come paese con una sua vita peculiare. Tra pochi anni esso potrà diventare un paese anonimo, senza più grazia, guastato dall’edificazione più abnorme e squallida (…) il problema è di organizzare centri che non guastino il vivere civile, la serenità, l’ordine, che accrescano la socialità.”

All’epoca forse si era ancora in tempo, mentre ora l’insieme di case man mano si sforma, il paese si smaglia fin dentro alla campagna. La gente preferisce andare in riva al lago, finisce col vivere altrove e dormire a Cavaion.

La chiesa madre

La chiesa madre

Eppure la Chiesa dedicata al Battista si staglia alta con la sua facciata gialla, esposta a sud e visibile in tutta la vallata. Nella parte alta le corti ricordano ancora il passato.

E’ come se non ci si rendesse conto che il paesaggio conta. Che la bellezza dona levità alla vita. E l’urbanistica contribuisce al vivere civile.

Ma anche oggi ho camminato abbastanza e nel tempo ho sentito tante Cassandre inascoltate a cui non intendo unirmi. Questo rimane il giorno della sorte ingiusta. Dei ragazzini impressi sul marmo perché morti per gioco, a guerra finita. Cavaion mi passa attraverso acre, trasparente, e finisce per occupare solo lo sfondo, assorbe la rabbia.

Per il resto, mi accontento del sole di una assai mite giornata di dicembre, dell’alito freddo della bocca del Brennero che mi ha schiuso le narici otturate da un raffreddore di stagione, insieme a una lapide a pochi passi da un paese che ha perso il suo scopo smarrendo la sua forma.

Salgo in auto e accolgo con un pizzico di sollievo la radio che suona le parole di una canzone amica. Mi affido a lei come ad una boa in mare aperto. Il pianoforte scalda e la voce roca dice che una giornata senza pretese può essere il modo di sentirsi vivi in mezzo all’incertezza, che a volte basta semplicemente starsene fermi, abbracciati, ricordarsi del proprio amore, e non fare nient’altro. Nient’altro… che aspettare la sera!

Sandro Abruzzese
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I mulini a vento di Rivoli Veronese

Vigneti, Rivoli Veronese e le montagne del Baldo e della Lessinia.

Vigneti, Rivoli Veronese e le montagne del Baldo e della Lessinia.

Sono andato sul forte austriaco di Rivoli Veronese perché ero certo che lì ci fosse il vento, e perché volevo un orizzonte ampio, in poco tempo, da cui scrutare i miei mulini a vento.

Ci sono andato prima di pranzo, e in macchina avevo il pane e il latte. Poco prima la signora del pane si era sbagliata a fare i conti, e comunque raramente mi fa uno sconto. Ho guardato attentamente lo scontrino. Lo faccio sempre, soprattutto le prime volte che entro in un negozio, lo leggo come fosse una carta d’identità che mi aiuti a decifrare il posto.

Il forte Wohlgemuth sovrasta il passo dell’Adige, a nord di Verona. Questa zolla di mondo ha un nome nobile: la terra dei forti. Fu Radetzky, alla metà dell’800, a farli costruire per scongiurare il passato. Infatti, nella gola di Rivoli Napoleone, con un po’ di fortuna, aveva inflitto una dura lezione agli austriaci. Era la Campagna d’Italia del gennaio 1797.

All’inizio avrei voluto raggiungere forte Mollinary, a Monte. Desideravo ripercorrerne il sentiero, ignorare il divieto di transito e varcare le pareti annichilite di quell’eremo logoro di guerra. E versare anch’io preziosi istanti nel suo abbandono, ospite di una carcassa inerme: piccolo Pinocchio, o vecchio Achab senza baleniera.

Tuttavia i sentieri impervi e la forza di attrazione per l’abbandono, hanno lasciato spazio al desiderio di questo avamposto pensile dalle forme del razionalismo architettonico di Piacentini.

il forte rivoli

Un cerchio di marmo bianco dal cielo di terra verde, che scruta l’intorno con la sua aria diffidente, in cerca di altra gente che abbia in qualche modo le sembianze della differenza. Ma la guerra è finita, caro Generale, “il nemico è vinto”, e senza onore hanno prevalso i giganti, i quali ci hanno immersi fino alle unghie nell’oceano della tecnica: è rimasto solo Ulisse a tentare invano il ritorno, povero lui, passato da astuto a poco più che fesso.

Salgo sul monte Castello e si vede la Val d’Adige fino a Rivalta, e col volto nascosto dalla macchina fotografica punto alla gola verso Gaium, prima ancora l’ansa del fiume porta a Volargne.

All’apice del colle un uomo sulla quarantina, affabile, fa in tempo a dirmi che viene da Bovolone ed è grafico pubblicitario. Riparte subito e io avrei sperato qualcosa di più da questo incontro fortuito, se n’è andato e mi è dispiaciuto. Ancora avverto lo stupore per il fatto che dal mio agire possa scaturire qualcosa, un incontro, un avvenimento nuovo. Prima accadeva solo il consueto, e io pensavo che tutto il mondo fosse consueto.

Ora seguo maggiormente l’istinto, mi affido ad alcune percezioni. Le stesse che mi fanno desistere dal proseguire adesso. Decido improvvisamente che non ho alcuna voglia di musei della guerra e feritoie, di vessilli lisi e polveriere, artiglieria, caserme, patriottismo.

Abbandono il forte e mi accontento degli dei del vento. A Rivoli le pale eoliche non le avevano mai viste, sono arrivate da poco, ma sembra che gli abitanti già ci abbiano fatto l’abitudine. Mi ero promesso di entrare nel bar del paese, intitolato a Napoleone, come tutto il resto qua intorno, poi ho preferito percorrere una strada secondaria che tirava dritto fino ad Affi.

Le pale eoliche di Rivoli Veronese

Le pale eoliche di Rivoli Veronese

Le pale mi hanno messo in testa il Formicoso, quella immensa distesa di grano gremita di mulini e vento, tra le puglie e il mar mediterraneo, a un respiro dalla mia valle.

Non è la prima volta che mi sfugge un luogo. Sembra impossibile, lo so. E’ lì davanti, però non ci sei più tu. O non sei lo stesso di un attimo prima. E per incontrarsi occorre essere almeno in due. Rivoli Veronese si è sottratta insieme alle sue duemila anime, e ho conservato solo il promontorio del forte e i nuovi signori dell’eolico.

Mi sono sentito un intruso e ho preferito scendere nella gola infiammata da una luce generosa, allo scavo archeologico della chiesetta di San Michele a Gaium. Una pieve quasi in riva al fiume, recuperata in parte grazie all’impegno dell’associazione Baldo Festival, di Walter Pericolosi, con l’ausilio dell’amico archeologo Luciano Pugliese.

E’ un luogo solo, ha per compagni rocce e anse della Chiusa di Ceraino e l’Adige. Credo di aver finalmente trovato ciò che cercavo. Su questo millenario selciato resuscitato al fango, seduto a margine di una strada ferma, la mia testa diventa leggera e prima di tornare riesco ad annotare alcune frasi sparse:

“È poi più tempo di nascondere il volto?
mi manca a volte una persona.
Quando era in vita non era mai l’ora

Prego i limiti di ogni singolo giorno
Per la sensazione inferma di vivere inerme.

nella clessidra a tempo in cui piovono macigni
e tu con quel sorriso allergico alla polvere.

Ancora è sempre inverno senza sole,
o dove rimani
seppure in eterno circondato
solo.

Non resta che il tempo per passare alla chiusa, ancora in riva al fiume, una locanda, delle canoe solcano il canyon. Alcuni familiari ricordano un uomo, hanno piantato un Leccio, accadde poco dopo l’armistizio dell’8 settembre.

Sandro Abruzzese
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Il profilo di Napoleone

profilo di napoleone

Dal mio balcone i tetti di Calmasino, San Michele
e il profilo di Napoleone,

in lontananza le vette che delimitano la Penisola:
all’arco alpino quasi per un principio di reazione,
risponde lieve l’anfiteatro morenico del Garda.

Nei giorni tetri la nostra massa d’acqua
si esprime con le onde, ferisce la superficie
con increspature profonde.

Arrivano le nuvole e nell’inverno quotidiano
conosco molta gente che cura
la vite corvina e rondinella.

Altri affogano qualsiasi aspettativa
nell’ennesimo calice prodotto dalla terra
frutto di rossa vernice,
radice scelta,
traditrice.

Sandro Abruzzese
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Un fotografo viticoltore a Bardolino

Geografia dell’istinto di un fuoriuscito e dei suoi sogni

Daniele in cantina

Questa è la storia di un cambiamento radicale che coinvolge un ragazzo ricco di una merce rara in questa nostra grande coperta di terra chiamato Bel Paese: mi riferisco alla voglia di plasmare il proprio cammino gettandosi nel futuro ancor prima che arrivi.
Ovvio che non è una storia indolore, di soli pregi, e ci saranno fallimenti, forse rimpianti. Anticipo la testardaggine del mulo, condita con l’ambizione del visionario sconsiderato e l’aria del fuoriuscito.

E’ anche una svolta verso coordinate inattese, determinate dall’intima geografia dell’istinto.

E il principio di questa storia all’inizio fu una Pentax k1000, “il Kalashnikov delle macchine fotografiche”:
“a 12 anni, sul vaporetto fotografavo come un forsennato, è stato allora che mio malgrado ho scoperto che un rullino contiene solo 36 scatti”.

Qualche anno dopo l’incontro col fotografo americano Micheal Ackerman “gli cambiò la vita”. Fu un solco che portò verso la vera fotografia: mutò lo sguardo, la prospettiva quotidiana, la geometria dei luoghi, quindi l’essenza delle cose.

Non so dire se nella vita determinati spartiacque esistano davvero, o se più semplicemente siamo noi ad aver deciso di svoltare e scegliere una data, una persona o un libro, per decidere di camminare soli.

Fatto sta che il nostro protagonista inizia ad utilizzare il linguaggio fotografico per narrare quello che lo circonda e generare immagini dotate di una loro forza interiore, capaci di intensa evocazione.

E’ il caso del progetto Close your eyes: un universo di soggetti ritratti con gli occhi chiusi in ogni paese dell’Unione Europea, a cui viene chiesto cosa rappresenti per loro la libertà.

Vengo rapito da una incredibile girandola di personaggi che comunicano i più disparati sentimenti che il genere umano possa produrre. Ecco Cedric, Pascal e Victor, bambini che nelle vie parigine sognano di giocare per sempre a calcio, e non andare mai più a scuola.

Oppure, a La Courneve, il comunista nostalgico Piero, che per sentirsi libero aspira semplicemente a non lavorare più, anela alla totale conquista del proprio tempo, e non credo di poterlo biasimare.

dal progetto fotografico Close your eyes, a La Courneve, il comunista Piero

dal progetto fotografico Close your eyes, a La Courneve, il comunista Piero

Ancora, il piccolo Andrea, occhi chiusi e la maglietta da pirata nei vicoli di Palermo, già sogna i soldi, immagina che gli diano tutto quello che occorre. L’avrà appreso dagli adulti che lo circondano, perché un bambino non può essere così ingenuo. Per ora gli auguro che tutto si risolva come spera.

progetto Close your eyes: il piccolo Andrea nei vicoli di Palermo

progetto Close your eyes:
il piccolo Andrea nei vicoli di Palermo

Nei vicoli di Napoli, con l’altarino della madonna alle spalle, la signora Teresa chiude gli occhi e rimpiange la sua giovinezza.
Ad Oslo, Grethe desidera una vacanza, mentre in Spagna l’operaio Gherasim vuole semplicemente tornare a casa, magari lo aspetta un figlio, che forse pende dalle sue labbra, e ogni sera spera in un regalo.

Mi perdo e chiudo gli occhi a mia volta: la libertà stasera è il vento, la sua leggerezza pulita e il sibilo potente che spira a volte dalle Alpi verso il Lago di Garda. Sono sulla scrivania e il resto del petto lo riempie la voce del mio bambino che gioca spensierato. E non oso chiedere altro.

CALICANTUS
Torno al nostro protagonista, al suo studio intenso del mondo vitivinicolo francese e al ritorno controcorrente in questa Italia.
Riparte dalla Francia verso le radici, e passa per la Loira e la Borgogna, lambisce più volte la regione del Bordeaux e del Cahors, il Beaujolais, la Cote du Rhone.
La virata narrata è verso le colline natie: un ettaro e mezzo di vigne esposte al sole di un’altura morenica sul lago più grande d’Italia.

Calmasino dalla collina di Calicantus

Calmasino dalla collina di Calicantus

Oggi l’ultimo temerario e ambizioso progetto è il vino di Villa Calicantus. Dimostrare come nel territorio del Bardolino sia possibile, attraverso una estrema cura per le vigne, lavorate in biologico e poi biodinamico, dare vita a un grande vino da invecchiamento.

Negli anni ho appreso che il calice deve girare con sapienza tra le mani, per sprigionare il suo bouquet come dio vuole. Ciò che contiene è elemento vivo, capace di sposare il legno e il tempo beffandosi di entrambi. Come materia viva è dotato di personalità, struttura, colore, corpo, profumo, nondimeno di un intenso rapporto con la terra che lo nutre attraverso la vite.

Non c’è bisogno di scomodare Lucrezio per ricordare che “nulla nasce dal nulla”, ma il tutto è anche una questione di rispetto per le capacità della natura, a cui non bisogna chiedere mai più del dovuto.

Un’altra impresa. Anni di intenso sacrificio ed esperimenti generano uno dei vini più originali e coraggiosi del territorio veronese.
Il resto è storia recente. Nell’estate del 2013 questo fotografo viticoltore ha iniziato a vendere in Italia e in Francia la sua annata 2011. E Oggi vive stabilmente a Calmasino di Bardolino con la compagna Sabrina, il gatto Mirò, e innumerevoli, a volte strampalati, progetti per il futuro.

Se vi capita, chiedete di lui.

Il suo nome? Daniele Domenico Delaini.

Ruota ancora il bicchiere nella mano, il vino che stasera allieta questo corpo assorto, immerso in immagini profonde, fonde il palato e mostra tutto il suo intenso mondo, per lunghi attimi non ho niente da opporre, da pretendere. Chiedo solo, gentilmente, ancora un calice…per favore.

Non fermarti Daniele…continua a correre!!!

Sandro Abruzzese
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Per approfondire la conoscenza di Daniele Delaini:

http://www.villacalicantus.it

http://www.facebook.com/VillaCalicantus

http://www.closeyoureyesproject.eu

Costermano senza perdono: Il tempo dei campi elisi


Costermano, sulle alture alle spalle di Garda, un comune che insieme ad altri suggestivi paesini come Castion, Marciaga, Albarè, cinge la splendida insenatura naturale gardesana. E’ un posto estremamente trafficato, in cui passano centinaia di auto al giorno che si dirigono sul lago di Garda. La maggior parte del flusso turistico è diretto nei centri lacustri trasformati in boutique commerciali a tempo pieno. Costermano invece è un posto in cui puoi non ricordare di esser passato, oppure fare come me oggi, rovistarci dentro per cercare di non dimenticare.
Passeggio con gli amici del posto Daniele e Sabrina nel cimitero militare tedesco che ospita i soldati caduti dell’ultimo conflitto mondiale, un reliquiario a cielo aperto di ventimila ragazzi, vittime di quella pazzia collettiva definita seconda guerra mondiale. Queste salme sono confluite qui dai cimiteri e dai luoghi di guerra di tutta l’Italia settentrionale. Molti di questi giovani sono periti nel biennio ‘44-45, mandati a morte in una guerra che a quel punto si sapeva ormai persa. Su circa ventiduemila soldati, quattordicimila hanno tra i 18 e i 25 anni. Non so se ritornerò mai più in questo cimitero ma difficilmente dimenticherò il cielo di questa giornata: una potente luce primaverile che trova la sua misura nel rapporto incostante con queste immense nuvole alpine che da giorni nutrono una vegetazione esaltata dalle precipitazioni.
Questo è un luogo aperto dal sorgere al calar del sole, in cui la superficie delle tombe, visto il comune destino dei caduti sepolti, è appositamente uniforme. Questo è un luogo, recita ancora l’iscrizione all’ingresso, del dolore, della commemorazione e del perenne ammonimento. Per affiggere questa targa ci è voluto lo sdegno e la protesta diplomatica congiunta delle forze democratiche italo-tedesche (circoli cittadini, società civile), le quali il 13 novembre del 2004 manifestarono tutto il loro dissenso contro la sepoltura in questi campi elisi di alcuni criminali di guerra nazisti: lo avrebbero fatto anche l’anno successivo, per fortuna con alcuni positivi riscontri.
Sulla collina più alta, affacciata al lago, sventolano le bandiere dell’Italia, della Germania e dell’Europa. In maniera automatica mi metto alla ricerca di quei tre squadristi di nome Christian, Gottfried e Franz, i quali neanche nella morte sono uguali agli altri, e il male che hanno generato su questa terra chiede ancora di loro, che non usurpino questo suolo calpestato da vivi come stragisti, criminali di guerra e persecutori di esseri umani spesso inermi. Secondo lo storico Frediano Sessi, Christian Wirth era una SS, criminale di guerra che in qualità di comandante del campo di sterminio di Treblinka, si rese responsabile ed esecutore materiale di una serie innumerevole di omicidi, tra cui molti bambini ebrei del ghetto di Varsavia. Era giunto in Italia per organizzare lo sterminio alla risiera di San Sabba, in Friuli. Morì vittima di un agguato partigiano nel ’44.
Gottfried Schwarz operò nei campi di sterminio di Belzec e Majdanek, mentre Franz Reichleitner fu comandante del campo di sterminio di Sobibor, in cui ideò e attuò la tortura dei prigionieri prima della loro uccisione nelle camere a gas. Perì in un attentato partigiano nel gennaio del ’44. Un lungo iter diplomatico nel 2006 ha portato alla cancellazione dei tre SS dai libri d’onore nel frattempo divenuti libri dei nomi. Sono solo alcuni dei nomi scomodi del cimitero e ci sono volute diverse interpellanze parlamentari per arrivare a questo risultato. In questo modo si chiude una questione che andava avanti dal 1988, sebbene il cimitero fosse aperto addirittura dal 1967. Una magra consolazione.
Quando ho raccontato questa storia a un’intera classe di studenti quello che ho ottenuto è stato ciò che mi prefiggevo: un profondo silenzio attonito. L’ho fatto perché volevo si rendessero conto di cosa può voler dire guerra, affinché sviluppassero quella sensibilità per l’argomento che spesso manca anche agli organi di informazione, ai parlamenti, agli interventisti di ogni risma: gli interventisti con i figli degli altri.
Un essere umano può dirsi tale solo se è disposto a riconoscere agli altri la dignità che da a se stesso e ai propri cari. Compassione, capacità di patire insieme a chi soffre, perché nel volto dell’altro devo essere in grado di rivedere me stesso. Bisogna vedere attraverso la divisa, al di là della bandiera, riconoscersi.
Questo ho appreso dalla Storia dell’Italia partigiana di Giorgio Bocca o dall’opera di Renzo De Felice, Emilio Gentile, Salvatore Lupo, maestri di antifascismo intransigente. O ancora Giovanni Amendola, Giacomo Matteotti, Piero Gobetti, Antonio Gramsci, i fratelli Rosselli, la famiglia Cervi.
Tuttavia non riesco a pensare a questo luogo con la clemenza dovuta. Non riesco a perdonare quei tre e a non compiacermi per la fine che hanno fatto. La loro presenza, anche senza il nome sui registri, anche se sono state affisse targhe che menzionano le gravi responsabilità del nazifascismo, ai miei occhi ha cambiato la natura del cimitero, lo ha reso lugubre, ne ha avvelenato l’erica che spunta da ogni dove. Stavolta la letteratura, la storia non sono servite. Ci sono cose che non si possono comandare neanche a se stessi, oggi l’amaro e il senso di colpa vincono su tutto.

Sandro Supplentuccio Abruzzese

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Il miracolo terminale di Campo di Brenzone

foto Daniele Delaini

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Sulla riviera degli ulivi, la parte alta della sponda est del lago di Garda, superato Torri del Benaco prende forma un fiordo norvegese dal clima mediterraneo: cielo e montagna che incombono sull’acqua.

Sono diretto a Campo di Brenzone prima di tutto perché è un villaggio abbandonato, un borgo di ruderi caduto in disgrazia, isolato dalla rete stradale, abitato più o meno da cinque residenti tra cui Oscar, Elena e Giordano Simonetti. Poi perché come dicevo è raggiungibile solo a piedi, attraverso le antiche mulattiere delle pendici del Baldo, quindi per il fatto che non ci sono strade ma sentieri e quello che cade a pezzi insieme a un posto come Campo siamo noi, i nostri limiti, gli errori. Sono diretto in buona compagnia a Campo per fuggire almeno un giorno i ristoranti, le gelaterie, le boutique alla moda, spinto dalla luce giusta di un cielo terso di maggio che sembra novembre, la parte positiva di una primavera che stenta ad arrivare. Non manca una discreta voglia di camminare, di smarrirsi.
Lo spopolamento di Campo ha portato i suoi migranti in tutti i continenti, nel bar improvvisato da una gentile signora che accoglie i viandanti col caffè a prezzi popolari, vedo le foto di una anziana donna, ormai americana di Boston. Capostipite di una intensa scia di esodi. Non escludo di amare questo posto proprio perché è stato abbandonato, così come io ho abbandonato il mio. Tuttavia, a differenza di altri luoghi d’Italia, qui nel dopoguerra molti sono tornati per stabilirsi nelle vicine contrade di Biaza, Fasor, o a Castelletto sulla più comoda gardesana orientale, soprattutto grazie al nascente turismo in prevalenza tedesco.
Senza preavviso cerco Oscar e la sua famiglia, sperando che mi spieghino cosa si provi a vivere in borgo isolato e pieno di assenza, mentre il resto del lago straripa di turismo. Campo è un luogo tale per cui non mi stupisce che Oscar faccia il pastore, lo scrittore e il poeta. Immerso in questo spazio non puoi ignorarne l’energia. Guardo queste case in pietra e penso alle case in pietra in Irpinia, le stesse costruzioni contadine di un’Italia che i contadini hanno sempre subito. Uno Stato che a cavallo dei due secoli scorsi ha costretto i lavoratori della terra all’emigrazione interna ed esterna, avendo cura di frapporre all’esodo due guerre mondiali fatte combattere a loro in prima linea.
Guardo questa terra ricca di detriti lasciati dal ritiro dei ghiacciai e ruderi abbandonati dal ritiro degli essere umani e penso all’Italia interna: la spina dorsale della penisola tante volte raccontata dal poeta Franco Arminio. Chissà se davvero da qui può partire un nuovo modo di abitare la natura, di pensare la vita.
Campo è la stessa storia dell’Italia interna ed è ancora più grave visto che su queste pendici transitano due milioni di persone all’anno provenienti da tutto il mondo. Un flusso equivalente a quello delle blasonate Venezia, Roma, Firenze, Pompei. Intendo dire che Campo non è un malato, ma un miracolo terminale. A poche centinaia di metri da questo villaggio il prezzo delle case e dei suoli si impenna vertiginosamente. E infatti sul Garda soffre solo ciò che rimane se stesso, che rifiuta la legge del commercio, delle cento vetrine. Questo posto con la sua acqua che scende direttamente dalla montagna, circondato da ulivi e cipressi secolari, in cui sono ben conservati gli affreschi bizantini della chiesetta di San Pietro in Vincoli, testimonia che esistono alternative, si può essere qualcos’altro nell’era della rivoluzione digitale.
Qui hanno scelto di vivere Oscar ed Elena anche se sono nati e cresciuti a Verona fino a più di vent’anni.
All’inizio lei ci accoglie come i soliti turisti, stufa di dover recitare la stessa sceneggiatura per i curiosi del giorno, vive qui da quindici anni proprio per non dover recitare alcuna parte. I suoi occhi chiari, il suo volto si apre quando capisce che siamo lì per ascoltare e condividere il nostro tempo. Allora spalanca la sua casa, offre del vino, racconta la sua storia e ci invita a narrarle la nostra. Io le parlo della valle del Calore e dell’Ufita, lei racconta l’amore per la natura, per gli animali, l’avversione per gli hotel, i resort, i villaggi turistici: se arrivassero loro se ne andrebbero via.
Molti pensano di salvare questo posto aprendolo al turismo di massa lacustre. Quello che risulta evidente è che in questo modo Campo non sarebbe salva, non sarebbe se stessa, bensì finita per sempre alla stregua di un trofeo imbalsamato da esibire nella stagione estiva. Credo sia per questo che Elena ci parla con scetticismo dei progetti del comune, dei generosi tentativi della “fondazione campo”, del sogno di una università del restauro, artigianato, laboratori della civiltà contadina. Progetti sulla carta positivi ma che risultano meno appetibili per gli investitori privati del cemento che ogni anno edificano residence in tutto il Garda.
Le chiedo delle poesie di Oscar e mi mette tra le mani “Campo, La poesia nell’abbandono”. Versi che risentono della solitudine e del disfacimento. Poesia delle piccole cose e del disincanto. Cito la parte finale dell’introduzione: “(…) la lezione che possiamo ricavare dall’abbandono sta proprio in questo imparare ad osservare e ad ascoltare tutto ciò che ci circonda senza pretendere che ci appartenga. (…) lasciare che fluisca dentro di noi la memoria, quella memoria che ci permetterà di ricordare dove abbiamo lasciato le chiavi, permettendoci, alfine, di ritornare. Di comprendere cosa significhi abitare”.

Alcuni versi:
Non so ancora decidermi/ se tifare per il ragno o per la mosca.

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Al primo vetro rotto mi sono detta:
“Ora qualcuno verrà ad aggiustarlo!”
Al secondo mi sono spazientita.
Dal terzo in poi non ci ho fatto più caso.
In fondo, una finestra aperta
È una buona occasione per fare nuove amicizie.

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Così è la vita:
quelli che mi abitavano sognavano di avere l’acqua in casa;
ora che se ne sono andati,
piove dappertutto.
Oscar Simonetti

Non è necessario vedere queste case, questi scorci per capire le accorate parole di Oscar, tuttavia questo posto restituisce qualcosa, lui intuisce e scrive che “dal punto di vista di una formica” l’abbandono di un luogo da parte degli uomini “non è altro che un cambio di scena”. Questo posto così piccolo e solo invita a cogliere nel circostante l’universale, e a riconsiderare la piccola, non indispensabile e breve storia della nostra narcisista ed egocentrica umanità, non scevra da grossolani abbagli nel proprio sistema di vita.
Dopo questo tempo speso bene nell’abbandono di Campo non riesco nemmeno a pagare il libro che porto via con me, la padrona di casa si dice sicura che Oscar a noi lo avrebbe regalato. Prometto di tornare per incontrare suo marito, il figlio Giordano: su queste pendici la promessa di un uomo sembra ancora solenne, la voglia di mantenere la parola diventa un onere.
Questo è stato un giorno di valore e di fiducia, un tempo che non dovrebbe mai cessare, che mette levità: il corpo non prova fatica, e abbiamo camminato tanto. Non avverto fame, ci hanno pensato odori, parole, sorrisi e suoni che non sembrano mai rumori. Forse la forza che sento in questo lungo pomeriggio di maggio deriva dalla percezione che per persone come Elena e Oscar alcuni aspetti della vita non siano contendibili, non abbiano prezzo. Questa certezza dona sicurezza, chiarisce le idee, il resto è semplicità mista a consapevolezza.

Sandro Supplentuccio Abruzzese
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