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La Resistenza, i giovani e il 25 aprile

foto Roberta Bergamaschi

foto Roberta Bergamaschi

Questo 25 aprile molti ragazzi ventenni non lo capiscono, niente pathos o commozione, vuota retorica. Ciò accade per un motivo principale di cui non hanno colpa: non esiste nel loro sguardo nulla di collettivo, non un ideale, non un’utopia. Tutto è individuale nel loro incedere, e quindi egoistico. Ma non lo hanno creato loro l’egoismo, non l’hanno costruita loro la società, ne sono preda, spesso inermi. Alla fine i ragazzi, pure quelli egoisti, nel complesso sono preferibili rispetto agli adulti, i responsabili della situazione odierna.

La festa della “liberazione” non è una festa di parte, perché prima che dall’invasore-alleato essa ci libera “dal peggio di noi stessi”. Per essere liberi del tutto, però, occorre disegnare i tratti della propria parte di responsabilità, e affrontare il riscatto.

La resistenza rappresenta il riscatto ed è per tutti! Si tratta di una Iliade moderna, della nostra Odissea di terra, è una pagina epica ed eroica della storia italiana come poche altre.
Mi chiedo agli occhi dei giovani cosa sia mancato, cosa abbia contribuito a svuotare questa pagina del proprio significato. Un’altra risposta la trovo nella nostra incapacità di narrarci. Ciò che ha trovato degna eco nelle pagine della letteratura, penso a Calvino o Fenoglio, non ha avuto un seguito all’altezza nel cinema o in televisione. E’ mancato il neorealismo della resistenza, immagino pure per motivi politici nell’Italia dell’epoca. Un paragone potrebbe essere il Vietnam per gli americani, ma loro vivono della capacità di narrarsi, vivono nella continua contemporaneità.

La struttura portante del nostro paese invece continua a poggiare sulla divisione, perpetuando l’Italia meschina e frammentata del Discorso sopra i costumi degli italiani di Leopardi. Per tutta risposta invece di ricordare e raccontare il valore, la parte migliore della nostra storia, si è scelto di virare e puntare il banco sull’astuzia di Ulisse.
L’unica dote incontestabile del maggiore protagonista degli ultimi vent’anni di politica italiana è la furbizia. La riedizione della furbizia di Berlusconi è la giovane scaltrezza del renzismo.

Il risultato è che se buona parte dell’eterogeneo schieramento della resistenza aveva una propria idea di patria, un patrimonio condiviso di valori, le nuove generazioni sono impegnate ad abbandonarla senza nemmeno un sussulto. Siamo passati dalla costruzione della patria al proposito di abbandonarla in meno di settanta anni. Quando vuole la politica sa essere veloce! Ma non tutto può essere giustificato dalla crisi economica, la nostra è prima di tutto crisi di identità e valori.

Sandro Abruzzese

Costermano senza perdono: Il tempo dei campi elisi


Costermano, sulle alture alle spalle di Garda, un comune che insieme ad altri suggestivi paesini come Castion, Marciaga, Albarè, cinge la splendida insenatura naturale gardesana. E’ un posto estremamente trafficato, in cui passano centinaia di auto al giorno che si dirigono sul lago di Garda. La maggior parte del flusso turistico è diretto nei centri lacustri trasformati in boutique commerciali a tempo pieno. Costermano invece è un posto in cui puoi non ricordare di esser passato, oppure fare come me oggi, rovistarci dentro per cercare di non dimenticare.
Passeggio con gli amici del posto Daniele e Sabrina nel cimitero militare tedesco che ospita i soldati caduti dell’ultimo conflitto mondiale, un reliquiario a cielo aperto di ventimila ragazzi, vittime di quella pazzia collettiva definita seconda guerra mondiale. Queste salme sono confluite qui dai cimiteri e dai luoghi di guerra di tutta l’Italia settentrionale. Molti di questi giovani sono periti nel biennio ‘44-45, mandati a morte in una guerra che a quel punto si sapeva ormai persa. Su circa ventiduemila soldati, quattordicimila hanno tra i 18 e i 25 anni. Non so se ritornerò mai più in questo cimitero ma difficilmente dimenticherò il cielo di questa giornata: una potente luce primaverile che trova la sua misura nel rapporto incostante con queste immense nuvole alpine che da giorni nutrono una vegetazione esaltata dalle precipitazioni.
Questo è un luogo aperto dal sorgere al calar del sole, in cui la superficie delle tombe, visto il comune destino dei caduti sepolti, è appositamente uniforme. Questo è un luogo, recita ancora l’iscrizione all’ingresso, del dolore, della commemorazione e del perenne ammonimento. Per affiggere questa targa ci è voluto lo sdegno e la protesta diplomatica congiunta delle forze democratiche italo-tedesche (circoli cittadini, società civile), le quali il 13 novembre del 2004 manifestarono tutto il loro dissenso contro la sepoltura in questi campi elisi di alcuni criminali di guerra nazisti: lo avrebbero fatto anche l’anno successivo, per fortuna con alcuni positivi riscontri.
Sulla collina più alta, affacciata al lago, sventolano le bandiere dell’Italia, della Germania e dell’Europa. In maniera automatica mi metto alla ricerca di quei tre squadristi di nome Christian, Gottfried e Franz, i quali neanche nella morte sono uguali agli altri, e il male che hanno generato su questa terra chiede ancora di loro, che non usurpino questo suolo calpestato da vivi come stragisti, criminali di guerra e persecutori di esseri umani spesso inermi. Secondo lo storico Frediano Sessi, Christian Wirth era una SS, criminale di guerra che in qualità di comandante del campo di sterminio di Treblinka, si rese responsabile ed esecutore materiale di una serie innumerevole di omicidi, tra cui molti bambini ebrei del ghetto di Varsavia. Era giunto in Italia per organizzare lo sterminio alla risiera di San Sabba, in Friuli. Morì vittima di un agguato partigiano nel ’44.
Gottfried Schwarz operò nei campi di sterminio di Belzec e Majdanek, mentre Franz Reichleitner fu comandante del campo di sterminio di Sobibor, in cui ideò e attuò la tortura dei prigionieri prima della loro uccisione nelle camere a gas. Perì in un attentato partigiano nel gennaio del ’44. Un lungo iter diplomatico nel 2006 ha portato alla cancellazione dei tre SS dai libri d’onore nel frattempo divenuti libri dei nomi. Sono solo alcuni dei nomi scomodi del cimitero e ci sono volute diverse interpellanze parlamentari per arrivare a questo risultato. In questo modo si chiude una questione che andava avanti dal 1988, sebbene il cimitero fosse aperto addirittura dal 1967. Una magra consolazione.
Quando ho raccontato questa storia a un’intera classe di studenti quello che ho ottenuto è stato ciò che mi prefiggevo: un profondo silenzio attonito. L’ho fatto perché volevo si rendessero conto di cosa può voler dire guerra, affinché sviluppassero quella sensibilità per l’argomento che spesso manca anche agli organi di informazione, ai parlamenti, agli interventisti di ogni risma: gli interventisti con i figli degli altri.
Un essere umano può dirsi tale solo se è disposto a riconoscere agli altri la dignità che da a se stesso e ai propri cari. Compassione, capacità di patire insieme a chi soffre, perché nel volto dell’altro devo essere in grado di rivedere me stesso. Bisogna vedere attraverso la divisa, al di là della bandiera, riconoscersi.
Questo ho appreso dalla Storia dell’Italia partigiana di Giorgio Bocca o dall’opera di Renzo De Felice, Emilio Gentile, Salvatore Lupo, maestri di antifascismo intransigente. O ancora Giovanni Amendola, Giacomo Matteotti, Piero Gobetti, Antonio Gramsci, i fratelli Rosselli, la famiglia Cervi.
Tuttavia non riesco a pensare a questo luogo con la clemenza dovuta. Non riesco a perdonare quei tre e a non compiacermi per la fine che hanno fatto. La loro presenza, anche senza il nome sui registri, anche se sono state affisse targhe che menzionano le gravi responsabilità del nazifascismo, ai miei occhi ha cambiato la natura del cimitero, lo ha reso lugubre, ne ha avvelenato l’erica che spunta da ogni dove. Stavolta la letteratura, la storia non sono servite. Ci sono cose che non si possono comandare neanche a se stessi, oggi l’amaro e il senso di colpa vincono su tutto.

Sandro Supplentuccio Abruzzese

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