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Costermano senza perdono: Il tempo dei campi elisi


Costermano, sulle alture alle spalle di Garda, un comune che insieme ad altri suggestivi paesini come Castion, Marciaga, Albarè, cinge la splendida insenatura naturale gardesana. E’ un posto estremamente trafficato, in cui passano centinaia di auto al giorno che si dirigono sul lago di Garda. La maggior parte del flusso turistico è diretto nei centri lacustri trasformati in boutique commerciali a tempo pieno. Costermano invece è un posto in cui puoi non ricordare di esser passato, oppure fare come me oggi, rovistarci dentro per cercare di non dimenticare.
Passeggio con gli amici del posto Daniele e Sabrina nel cimitero militare tedesco che ospita i soldati caduti dell’ultimo conflitto mondiale, un reliquiario a cielo aperto di ventimila ragazzi, vittime di quella pazzia collettiva definita seconda guerra mondiale. Queste salme sono confluite qui dai cimiteri e dai luoghi di guerra di tutta l’Italia settentrionale. Molti di questi giovani sono periti nel biennio ‘44-45, mandati a morte in una guerra che a quel punto si sapeva ormai persa. Su circa ventiduemila soldati, quattordicimila hanno tra i 18 e i 25 anni. Non so se ritornerò mai più in questo cimitero ma difficilmente dimenticherò il cielo di questa giornata: una potente luce primaverile che trova la sua misura nel rapporto incostante con queste immense nuvole alpine che da giorni nutrono una vegetazione esaltata dalle precipitazioni.
Questo è un luogo aperto dal sorgere al calar del sole, in cui la superficie delle tombe, visto il comune destino dei caduti sepolti, è appositamente uniforme. Questo è un luogo, recita ancora l’iscrizione all’ingresso, del dolore, della commemorazione e del perenne ammonimento. Per affiggere questa targa ci è voluto lo sdegno e la protesta diplomatica congiunta delle forze democratiche italo-tedesche (circoli cittadini, società civile), le quali il 13 novembre del 2004 manifestarono tutto il loro dissenso contro la sepoltura in questi campi elisi di alcuni criminali di guerra nazisti: lo avrebbero fatto anche l’anno successivo, per fortuna con alcuni positivi riscontri.
Sulla collina più alta, affacciata al lago, sventolano le bandiere dell’Italia, della Germania e dell’Europa. In maniera automatica mi metto alla ricerca di quei tre squadristi di nome Christian, Gottfried e Franz, i quali neanche nella morte sono uguali agli altri, e il male che hanno generato su questa terra chiede ancora di loro, che non usurpino questo suolo calpestato da vivi come stragisti, criminali di guerra e persecutori di esseri umani spesso inermi. Secondo lo storico Frediano Sessi, Christian Wirth era una SS, criminale di guerra che in qualità di comandante del campo di sterminio di Treblinka, si rese responsabile ed esecutore materiale di una serie innumerevole di omicidi, tra cui molti bambini ebrei del ghetto di Varsavia. Era giunto in Italia per organizzare lo sterminio alla risiera di San Sabba, in Friuli. Morì vittima di un agguato partigiano nel ’44.
Gottfried Schwarz operò nei campi di sterminio di Belzec e Majdanek, mentre Franz Reichleitner fu comandante del campo di sterminio di Sobibor, in cui ideò e attuò la tortura dei prigionieri prima della loro uccisione nelle camere a gas. Perì in un attentato partigiano nel gennaio del ’44. Un lungo iter diplomatico nel 2006 ha portato alla cancellazione dei tre SS dai libri d’onore nel frattempo divenuti libri dei nomi. Sono solo alcuni dei nomi scomodi del cimitero e ci sono volute diverse interpellanze parlamentari per arrivare a questo risultato. In questo modo si chiude una questione che andava avanti dal 1988, sebbene il cimitero fosse aperto addirittura dal 1967. Una magra consolazione.
Quando ho raccontato questa storia a un’intera classe di studenti quello che ho ottenuto è stato ciò che mi prefiggevo: un profondo silenzio attonito. L’ho fatto perché volevo si rendessero conto di cosa può voler dire guerra, affinché sviluppassero quella sensibilità per l’argomento che spesso manca anche agli organi di informazione, ai parlamenti, agli interventisti di ogni risma: gli interventisti con i figli degli altri.
Un essere umano può dirsi tale solo se è disposto a riconoscere agli altri la dignità che da a se stesso e ai propri cari. Compassione, capacità di patire insieme a chi soffre, perché nel volto dell’altro devo essere in grado di rivedere me stesso. Bisogna vedere attraverso la divisa, al di là della bandiera, riconoscersi.
Questo ho appreso dalla Storia dell’Italia partigiana di Giorgio Bocca o dall’opera di Renzo De Felice, Emilio Gentile, Salvatore Lupo, maestri di antifascismo intransigente. O ancora Giovanni Amendola, Giacomo Matteotti, Piero Gobetti, Antonio Gramsci, i fratelli Rosselli, la famiglia Cervi.
Tuttavia non riesco a pensare a questo luogo con la clemenza dovuta. Non riesco a perdonare quei tre e a non compiacermi per la fine che hanno fatto. La loro presenza, anche senza il nome sui registri, anche se sono state affisse targhe che menzionano le gravi responsabilità del nazifascismo, ai miei occhi ha cambiato la natura del cimitero, lo ha reso lugubre, ne ha avvelenato l’erica che spunta da ogni dove. Stavolta la letteratura, la storia non sono servite. Ci sono cose che non si possono comandare neanche a se stessi, oggi l’amaro e il senso di colpa vincono su tutto.

Sandro Supplentuccio Abruzzese

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Il miracolo terminale di Campo di Brenzone

foto Daniele Delaini

foto Daniele Delaini

Sulla riviera degli ulivi, la parte alta della sponda est del lago di Garda, superato Torri del Benaco prende forma un fiordo norvegese dal clima mediterraneo: cielo e montagna che incombono sull’acqua.

Sono diretto a Campo di Brenzone prima di tutto perché è un villaggio abbandonato, un borgo di ruderi caduto in disgrazia, isolato dalla rete stradale, abitato più o meno da cinque residenti tra cui Oscar, Elena e Giordano Simonetti. Poi perché come dicevo è raggiungibile solo a piedi, attraverso le antiche mulattiere delle pendici del Baldo, quindi per il fatto che non ci sono strade ma sentieri e quello che cade a pezzi insieme a un posto come Campo siamo noi, i nostri limiti, gli errori. Sono diretto in buona compagnia a Campo per fuggire almeno un giorno i ristoranti, le gelaterie, le boutique alla moda, spinto dalla luce giusta di un cielo terso di maggio che sembra novembre, la parte positiva di una primavera che stenta ad arrivare. Non manca una discreta voglia di camminare, di smarrirsi.
Lo spopolamento di Campo ha portato i suoi migranti in tutti i continenti, nel bar improvvisato da una gentile signora che accoglie i viandanti col caffè a prezzi popolari, vedo le foto di una anziana donna, ormai americana di Boston. Capostipite di una intensa scia di esodi. Non escludo di amare questo posto proprio perché è stato abbandonato, così come io ho abbandonato il mio. Tuttavia, a differenza di altri luoghi d’Italia, qui nel dopoguerra molti sono tornati per stabilirsi nelle vicine contrade di Biaza, Fasor, o a Castelletto sulla più comoda gardesana orientale, soprattutto grazie al nascente turismo in prevalenza tedesco.
Senza preavviso cerco Oscar e la sua famiglia, sperando che mi spieghino cosa si provi a vivere in borgo isolato e pieno di assenza, mentre il resto del lago straripa di turismo. Campo è un luogo tale per cui non mi stupisce che Oscar faccia il pastore, lo scrittore e il poeta. Immerso in questo spazio non puoi ignorarne l’energia. Guardo queste case in pietra e penso alle case in pietra in Irpinia, le stesse costruzioni contadine di un’Italia che i contadini hanno sempre subito. Uno Stato che a cavallo dei due secoli scorsi ha costretto i lavoratori della terra all’emigrazione interna ed esterna, avendo cura di frapporre all’esodo due guerre mondiali fatte combattere a loro in prima linea.
Guardo questa terra ricca di detriti lasciati dal ritiro dei ghiacciai e ruderi abbandonati dal ritiro degli essere umani e penso all’Italia interna: la spina dorsale della penisola tante volte raccontata dal poeta Franco Arminio. Chissà se davvero da qui può partire un nuovo modo di abitare la natura, di pensare la vita.
Campo è la stessa storia dell’Italia interna ed è ancora più grave visto che su queste pendici transitano due milioni di persone all’anno provenienti da tutto il mondo. Un flusso equivalente a quello delle blasonate Venezia, Roma, Firenze, Pompei. Intendo dire che Campo non è un malato, ma un miracolo terminale. A poche centinaia di metri da questo villaggio il prezzo delle case e dei suoli si impenna vertiginosamente. E infatti sul Garda soffre solo ciò che rimane se stesso, che rifiuta la legge del commercio, delle cento vetrine. Questo posto con la sua acqua che scende direttamente dalla montagna, circondato da ulivi e cipressi secolari, in cui sono ben conservati gli affreschi bizantini della chiesetta di San Pietro in Vincoli, testimonia che esistono alternative, si può essere qualcos’altro nell’era della rivoluzione digitale.
Qui hanno scelto di vivere Oscar ed Elena anche se sono nati e cresciuti a Verona fino a più di vent’anni.
All’inizio lei ci accoglie come i soliti turisti, stufa di dover recitare la stessa sceneggiatura per i curiosi del giorno, vive qui da quindici anni proprio per non dover recitare alcuna parte. I suoi occhi chiari, il suo volto si apre quando capisce che siamo lì per ascoltare e condividere il nostro tempo. Allora spalanca la sua casa, offre del vino, racconta la sua storia e ci invita a narrarle la nostra. Io le parlo della valle del Calore e dell’Ufita, lei racconta l’amore per la natura, per gli animali, l’avversione per gli hotel, i resort, i villaggi turistici: se arrivassero loro se ne andrebbero via.
Molti pensano di salvare questo posto aprendolo al turismo di massa lacustre. Quello che risulta evidente è che in questo modo Campo non sarebbe salva, non sarebbe se stessa, bensì finita per sempre alla stregua di un trofeo imbalsamato da esibire nella stagione estiva. Credo sia per questo che Elena ci parla con scetticismo dei progetti del comune, dei generosi tentativi della “fondazione campo”, del sogno di una università del restauro, artigianato, laboratori della civiltà contadina. Progetti sulla carta positivi ma che risultano meno appetibili per gli investitori privati del cemento che ogni anno edificano residence in tutto il Garda.
Le chiedo delle poesie di Oscar e mi mette tra le mani “Campo, La poesia nell’abbandono”. Versi che risentono della solitudine e del disfacimento. Poesia delle piccole cose e del disincanto. Cito la parte finale dell’introduzione: “(…) la lezione che possiamo ricavare dall’abbandono sta proprio in questo imparare ad osservare e ad ascoltare tutto ciò che ci circonda senza pretendere che ci appartenga. (…) lasciare che fluisca dentro di noi la memoria, quella memoria che ci permetterà di ricordare dove abbiamo lasciato le chiavi, permettendoci, alfine, di ritornare. Di comprendere cosa significhi abitare”.

Alcuni versi:
Non so ancora decidermi/ se tifare per il ragno o per la mosca.

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Al primo vetro rotto mi sono detta:
“Ora qualcuno verrà ad aggiustarlo!”
Al secondo mi sono spazientita.
Dal terzo in poi non ci ho fatto più caso.
In fondo, una finestra aperta
È una buona occasione per fare nuove amicizie.

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Così è la vita:
quelli che mi abitavano sognavano di avere l’acqua in casa;
ora che se ne sono andati,
piove dappertutto.
Oscar Simonetti

Non è necessario vedere queste case, questi scorci per capire le accorate parole di Oscar, tuttavia questo posto restituisce qualcosa, lui intuisce e scrive che “dal punto di vista di una formica” l’abbandono di un luogo da parte degli uomini “non è altro che un cambio di scena”. Questo posto così piccolo e solo invita a cogliere nel circostante l’universale, e a riconsiderare la piccola, non indispensabile e breve storia della nostra narcisista ed egocentrica umanità, non scevra da grossolani abbagli nel proprio sistema di vita.
Dopo questo tempo speso bene nell’abbandono di Campo non riesco nemmeno a pagare il libro che porto via con me, la padrona di casa si dice sicura che Oscar a noi lo avrebbe regalato. Prometto di tornare per incontrare suo marito, il figlio Giordano: su queste pendici la promessa di un uomo sembra ancora solenne, la voglia di mantenere la parola diventa un onere.
Questo è stato un giorno di valore e di fiducia, un tempo che non dovrebbe mai cessare, che mette levità: il corpo non prova fatica, e abbiamo camminato tanto. Non avverto fame, ci hanno pensato odori, parole, sorrisi e suoni che non sembrano mai rumori. Forse la forza che sento in questo lungo pomeriggio di maggio deriva dalla percezione che per persone come Elena e Oscar alcuni aspetti della vita non siano contendibili, non abbiano prezzo. Questa certezza dona sicurezza, chiarisce le idee, il resto è semplicità mista a consapevolezza.

Sandro Supplentuccio Abruzzese
sandroabruzzese78@gmail.com
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Fotografo Daniele Delaini http://www.closeyoureyesproject.eu/en/