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Il mestiere di vivere di Pasquale Stiso

 

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Nella poesia Avrò un domani, Pasquale Stiso scrive Mio padre segue il lento carro / rotolante nel brecciame. / Vado verso una nuova vita / verso il sapere. / Una voce insiste nel cuore di mio padre / “io avrò un domani / un domani”.
Ebbene, Stiso riuscì effettivamente ad andare verso il sapere, divenne avvocato e poi sindaco del suo paese, Andretta. Ebbe inoltre, grazie allo studio, il suo domani, e tuttavia questo non volle mai dire dimenticare i problemi della sua gente. Non accade all’intellettuale Stiso quello che Gramsci nei Quaderni aveva rimproverato a Croce, ovvero di allontanare gli intellettuali di campagna dalle questioni dei loro borghi per urbanizzarli, proiettandoli lontano dalle loro origini.
Stiso, invece, utilizza il sapere della città, insieme alla militanza nel partito comunista, per vedere ancor più nitidamente, attraverso gli occhi del paese e della campagna, il mondo intero, e con esso la sua stessa terra.
Se non poteva essere che un mondo poverissimo, quello gramo e ventoso della pur bella terra dell’osso, in cui essere povero / è qualcosa di più / è un freddo / che ti agghiaccia le ossa /, tuttavia il dolore e il lamento di quella povertà conservano sentimenti che nell’Italia di oggi sembrano del tutto smarriti: quando si è poveri / la dignità / si gonfia in chiuso orgoglio.
Già, erano dignitosi e orgogliosi i contadini dell’Alta Irpinia, e dopo aver occupato le terre, dopo aver lottato con coraggio, nella sconfitta e nell’assenza dello Stato seppero riannodare i propri fili, partendo per andare altrove, alla ricerca di nuovi posti da costruire, fatti degli stessi laboriosi sacrifici, della medesima pazienza e rassegnazione.
Forse non li dimentica questi poveri, Stiso, proprio perché come egli stesso dice, è restato ragazzo / anche se i fili bianchi / compaiono alle tempie / e l’ombra della morte / s’insinua sottile / nel mio cuore. E i ragazzi ricordano sempre i luoghi dove sono cresciuti, ne portano dentro le vie con i volti, le fontane e i tratturi, per non dire delle violenze e degli amori.
Stiso non dimentica i migranti e scrive di loro, dei morti di Mattmark, nel ’65, dopo quelli di Marcinelle. Scrive col consueto umanissimo sguardo: maledetta è soprattutto quella politica che costringe i nostri uomini, le nostre forze migliori a mendicare un po’ di lavoro all’estero in condizioni di esistenza paragonabili a quelle degli schiavi.
Oppure, tre decenni dopo il sisma del 1930, in merito alle condizioni di Aquilonia: Lo stato che ben potrebbe e dovrebbe intervenire nel campo dell’edilizia, dell’istruzione, della sanità, continua a restare assente e la sensazione che se ne riporta è che quella terra sembra distaccata dal mondo che progredisce.
Ebbene, le sue parole di protesta non sono mai scioviniste o stupidamente identitarie, ma figlie di una pietas universale, pervase da un profondo senso comune dell’umano. Il suo cordoglio non è retorico o opportunistico. La sua visione politica dei rapporti sociali è sempre universalistica, mai angusta né locale.
Quanta distanza, verrebbe da dire, rispetto all’attuale incapacità italiana di immaginare un destino comune, che ha ridotto la stessa Penisola alla gretta somma di tante spinte disgregatrici, dai vecchi e tristi leghisti fino ai loro epigoni neo-borbonici. Penso che leggere Stiso oggi dia la misura del tracollo culturale e politico italiano avviatosi proprio con la stagione, piena di errori e contraddizioni, del ’68. Un vero e proprio principio di cedimento da cui si dipana lentamente la strada che da Craxi porta al berlusconismo e parallelamente allo smarrimento della sinistra italiana.
C’è poi nel mondo rurale di Stiso, contro la lunga tradizione culturale vandeana che ha considerato la civiltà contadina solo come paradigma di arretratezza, la convinzione che si poteva partire dall’infinitamente piccolo dei borghi, si poteva conservarne i valori positivi come punto di partenza per la conquista dell’emancipazione.
Non è necessario, sembra dire Stiso, rinunciare a quell’universo di valori, a quel rapporto spaziale e sociale, a quella vicinanza comunitaria, anzi il singolo può e deve realizzarsi compiutamente nella propria comunità, ma bisogna renderla libera da rapporti di dominio, nonché dignitosa e giusta; perché se è vero che la vita stessa è permanenza, permanere vincendo il tempo consente all’uomo di scacciare, attraverso il progresso, l’atavica angoscia.
Ho ritrovato la pietas contadina di Pasquale Stiso nella musica di Gian Maria Testa, nei versi del Tasso o in alcune pagine del Manzoni, in quelli ancor più noti di Scotellaro, Pierro e Pavese. L’elenco sarebbe infinito e credo che i problemi odierni nel campo ecologico, politico, culturale e umanitario, dimostrino quanto l’omeostasi di quel mondo meritasse maggiore attenzione e rispetto.
Beninteso, a questa consapevolezza, la parte maggioritaria della cultura e della politica europea ha corrisposto una continua prova di estraneità e ingratitudine. Di lì a qualche decennio, infatti, quella civiltà sarebbe finita del tutto, partita per andare ad affollare sobborghi cittadini, creando un mondo di periferie e nuove subalternità, privo di memoria e senso, di cui la globalizzazione ha messo in evidenza la portata e che la storia non smette di ripetere.
Nessuno, dunque, ha voluto o saputo pensare al miglioramento di quelle condizioni, di quei rapporti particolari. Restano inascoltate non solo le note posizioni di Carlo Levi e Simone Weil, di Pasolini e De Martino, ma anche quelle più semplici e nascoste della maestra di paese tanto cara al poeta di Andretta: l’antica maestra, il suo corpo anziano è così curvo e stanco, sono però gli occhi ancora pieni di ardore e di coraggio e rammentano quando fiorente di bellezza / e altera / c’insegnavi / nessun uomo è servo all’altro uomo.

Pasquale Stiso vede la sua terra morire a poco a poco, la gente emigrare, le porte e le finestre chiuse, i vicoli dell’infanzia vuoti e silenziosi, rivedere nel tempo il suo piccolo altipiano ventoso gli fa dire che anche la gente / della mia terra / conserva l’antico volto / segnato d’amarezza. / È ancora senza speranza / la mia gente / d’Alta Irpinia (…) la mia terra / muore / oggi definitivamente / l’ho compreso.
La sua poesia è dunque costantemente attraversata dal pensiero della scomparsa dei luoghi e delle persone. Il paese vi ritorna incessantemente. L’ombra della morte poi è un’intima presenza, compagna che si insinua nel cuore: Non tornerò più nella mia casa, dirà a un certo punto, oppure Non ho abbandonato ancora la speranza / è un tenue filo che ancora mi sorregge / e mi dona un palpito di luce / agli occhi doloranti. E infine Io t’ho lasciato mio amato paese / il segno d’un amaro destino / è tradito nel fondo del mio cuore. (…) perché la vita sia bella / a volte / è necessario morire.
Al cospetto di una figura come quella di Stiso, del suo impegno politico e civile, pure vien fatto di pensare alla sua fine che rimanda la mente a vicende simili come quelle di Pavese, Primo Levi o Alexander Langer. Da Primo Levi abbiamo appreso quanto sia pericoloso tentare, in solitudine, di arginare o spiegare il male. Farlo può costituire una fatica insormontabile.
È più facile restare soli, quando si vuole essere per tutti, ha scritto Adriano Sofri, pensando a Langer. Credo bastino queste parole per riflettere su quanto una personalità aperta sul mondo e forse priva di una certa, a volte necessaria, dose di egoismo, possa assumere su se stesso il peso di mille preoccupazioni, battaglie personali, intime, oppure collettive e pubbliche.
Ritengo che su questo punto ogni tentativo di spiegazione sia superflua, perché nulla aggiungerebbe al profilo di Stiso, tanto ben delineato dal lavoro pluridecennale di Paolo Speranza, che ha affrontato anche questo aspetto col consueto garbo che lo contraddistingue.
Se però occorressero dei versi, in un bellissimo scritto indirizzato a San Cristoforo, Alex Langer recitava: Tu eri uno che sentiva dentro di sé tanta forza e tanta voglia di fare (…) Avevi deciso di voler servire solo un padrone che valesse la pena seguire, una Grande Causa che davvero valesse più delle altre (…) penso che oggi in molti siamo in una situazione simile alla tua, e che la traversata richieda forze impari.
Non mi chiederò oltre, allora, del peso, delle forze impari che hanno piegato Pasquale Stiso, mi basta capire quanto fosse dalla parte giusta e quanto, fino all’ultimo, abbia rappresentato un’occasione di riscatto per la parte più povera e sola dell’Irpinia.
E allora leggere Stiso, oggi, significa imparare che siamo stati poverissimi ma anche dignitosi e onesti, che siamo stati gli ultimi, i dannati della terra, e nonostante questo abbiamo saputo edificare intere città e fornito le nostre vite, il nostro corpo, ai sogni di dominio e sviluppo che non erano nostri, anche se poi lo sono diventati.
E significa rammentare il volto antico delle nostre donne, così come le descrive il poeta: Le donne del mio paese / voi non le conoscete / a trent’anni sono già vecchie / e il loro volto è duro / come la terra che lavorano / non c’è sorriso / sulla bocca amara / delle donne del mio paese / di domenica / quando vanno in chiesa / non vanno per incontrarsi con Dio / ma per godere di un’ora di riposo (…).
Non credevo potessimo mai dimenticarli quei volti, eppure è proprio quello che, intorno a noi, accade di continuo. Sono gli stessi volti disprezzati e dileggiati negli anni ’90 dai soldati olandesi dell’Onu in Bosnia, per esempio, le cui scritte eloquenti contro le contadine slave restano sui muri del comando di Potocari, a Srebrenica. Sono i volti di dolore degli eritrei in fuga, dei guatemaltechi e degli ispanici al cospetto dei muri di Trump o di Visegrad; sono i volti dei siriani, dei contadini cinesi o turchi.
Quanto sarebbe lungo l’elenco?
Ora che tutto il globo è scosso da incessanti e disperate migrazioni, che la perpetua diaspora interna meridionale non si è mai arrestata, e il pianeta stesso non è mai stato così ricco e disuguale, così potente e disarmato, così grande e terribile nell’annichilire l’umano per ridurlo a ingranaggio di una macchina finanziario-capitalistica onnipotente e sovranazionale, non possiamo dimenticare i volti di Stiso, perché sono ancora e sempre i nostri. E perché sulla Terra, lui ci insegna, una patria che sia veramente tale, la si costruisce nel rispetto del genere umano.
Di conseguenza, non è vero che Ora possiamo anche morire / perché abbiamo imparato a vivere / dopo secoli d’ignominia.
Questa volta dovremo contraddire il poeta di Andretta per ribadire, magari con Fortini, che l’ignominia non è mai cessata e, dopo la prematura dipartita di Stiso, anche il suo universo morale è andato quasi del tutto disperso.
Tutto rimane, in Italia, soprattutto sotto il profilo morale e civile, quasi interamente da rifare. E non vi è altro modo per farlo che lottare, attraverso la memoria collettiva e lo studio, contro l’apoliticismo; essere per il lavoro e la salvaguardia della dignità umana, alla ricerca di un rinnovato rapporto con la natura e le altre forme di vita.
All’odierno disprezzo per gli ultimi, per i poveri e gli umili, alla totale assenza di una seria riflessione politica sul tema del lavoro, nonché al razzismo manifesto, privo di vergogna, dei governi xenofobi europei e transoceanici, fanno eco i versi solidali, umanitari e pacifisti di Pasquale Stiso. Di questo ragazzo di un piccolo paese irpino, che col suo perenne dolore nel cuore inneggia fino alla fine alla giustizia e alla fratellanza scrivendo (…) A me piace che ogni bellezza / ci inondi l’animo / e che ognuno s’attristi / se un bimbo piange per fame.
E che nel suo testamento politico, Confessione, scrive che il lavoro, è la sola cosa di cui gli uomini / possano andar fieri (…) la sola cosa pulita della vita / sia se compiuto da uomini liberi / che da schiavi, perché chi lavora onestamente non sfrutta nessun altro e così facendo sottrae al mondo la propria porzione di male.
E invece la disonestà e la sete di potere portano alla guerra: imparai a maledirla (…), – scrive – quando ragazzo / vidi le ferite / bluastre / al braccio spezzato / di mio padre. (…) E imparai a maledirla / la guerra / quando vidi partire / i miei giovani amici. (…) E non solo per questo / imparai a maledirla / né per il gran numero di morti / ma per il tesoro / distrutto / di civiltà / e di gentilezza / accumulato dall’uomo / nella sua lotta / di millenni (…).
Il mio desiderio è che gli uomini vivano di giustizia / (…) nella comprensione dei diritti e dei doveri / nello sforzo quotidiano / di strappare al suolo / ogni più nascosta ricchezza.
Pasquale Stiso, grazie a Paolo Speranza, è un poeta ritrovato. La sua figura, per via di questa capacità di ricondurre il particolare all’universale e il paese all’intero universo, si colloca nell’alveo di un umanitarismo cosmopolitico che gli consente di percepirsi quale (…) fervido atomo vivo / nella luce / dell’immenso cielo, abitante di un unico cosmo e di un solo sogno, in cui l’umanità sia parte del medesimo destino di giustizia e libertà.
Rileggere Stiso, quindi, vuol dire comprendere d’un colpo non solo quanto le lancette della storia siano state riportate indietro dalla colta barbarie del nostro tempo, ma anche quale sia la strada da riprendere e con quale abnegazione affrontarla, perché oggi è sempre più chiaro che se c’è un futuro, questo avrà di certo un cuore antico e simile, molto simile a quello della civiltà perduta di Stiso.

Ferrara, gennaio 2019                                                                            Sandro Abruzzese

* Questa è la postfazione presente nel volume di saggi dello studioso Paolo Speranza sul poeta di Andretta Pasquale Stiso, la raccolta si intitolata Il poeta ritrovato (Mephite edizioni 2019).

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Un luogo è giusto quando si trova nelle mani dei bambini

deserto

C’è un luogo, uno solo, in cui si aggirano i poeti e i folli,

solo lì i primi intuiscono il mondo, lo rammendano,

e i secondi atterriti rifiutano.

Tutto il giorno risuonano le orazioni

in cui oppongono il brillante monologo

del loro corpo all’ingenuo gioco

degli adulti e dei bambini.

In un mondo affollato,

parlano di polvere e deserto.

 

È stato quando sono arrivato che ho capito.

Fuori non ci sarebbe mai stato posto.

Da allora mi sono fatto spazio dentro le ossa.

Ogni tanto, lì dove abito, ancora appoggio

le dita della mani sulle costole.

Sono le grate della mia unica finestra.

 

Quando è inospitale, un luogo,

la prima cosa che ti ricorda,

è che non sei a casa tua.

Quello che non svela,

è che non lo sarà mai.

 

Un luogo si capisce subito quando è immorale,

basta osservare il prezzo del pane.

Il resto, prima o dopo, verrà da sé.

 

Un luogo è giusto quando si trova

nelle mani dei bambini.

 

Sandro Abruzzese

Una corona di spine

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Il tempo adulto

a un certo punto lo comprendi

quando ti volti indietro

diventa una corona di spine.

Se allora protendi lo sguardo

in avanti scorgi le ultime

cortine ricoperte

di ferro le respiri e scopri,

ovunque posi gli occhi,

che il futuro di un uomo ha il fiato

disseminato di mine.

Sandro Abruzzese

Giuseppe Semeraro: Due parole in croce a Tricase e Specchia

testo e foto di Sandro Abruzzese

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I tre figli del poeta Giuseppe Semeraro indossano i suoi stessi occhi e dormono sulle sedie di plastica bianche, esausti. Dormono nel cortile di un sontuoso palazzo storico, nel centro del borgo di Specchia. “La poesia serve a disordinare gli ordini”, scrive Semeraro sulla mia copia di Due parole su tre croci, l’ultima raccolta di poesie, per le edizioni de Il Raggio Verde.
Quando esci per strada / riempiti le tasche di grazie e ricorda / che a casa è meglio tornare con le tasche vuote / senza neanche un grazie messo da parte, recita accompagnato da una chitarra e un organetto. Ricordo, qualche tempo fa, i suoi versi stracciati sui muri di Aliano. La sua lingua potente che si nutre di anafore, metafore la ritrovo in queste pagine. Ritrovo lui scalzo, a Specchia come in precedenza a Tricase, dove alle spalle sventolava un lenzuolo bianco con su scritto “Ciascuno cresce solo se sognato”, un verso di una poesia di Danilo Dolci. Giuseppe ama la poesia che non si scinde dalla vita, per questo cita Dolci. Ama la poesia in mezzo alla strada e alle persone, per questo, mentre legge, si dimena, alza le braccia al cielo, prende fiato, perché le sue parole non si staccano dal corpo e non si scostano dalla vita.

Il poeta Giuseppe Semeraro

Il poeta Giuseppe Semeraro

Ciascuno cresce solo se sognato, il lenzuolo dedicato a Danilo Dolci

Ciascuno cresce solo se sognato, il lenzuolo dedicato a Danilo Dolci

Ci sono cose / che bisogna amare con le unghie / con il silenzio delle cose concrete / ci sono cose / che bisogna amare / offrendo il meglio / le costole e il verbo, scrive Semeraro nella lotta personale contro l’inutile. Come si può dargli torto? Come affrontare l’inutile senza unghie? Oppure senza amore?
E’ vero ciò che dice Mauro Marino nella prefazione, quello di Semeraro è un dialogo tra il suo corpo e il mondo, è il dialogo di un attore-poeta militante che cerca e trova “il tempo della scrittura”. Resta intimo / tra i nostri corpi / tutto quello che chiamiamo noi, risponde Semeraro. Le sue forze per scacciare la solitudine, le unghie per difendersi, premono contro il petto, qui a Tricase, o a Specchia, mentre lo riascolto. E’ bello scoprire di avere ragione, scivolare nelle curve del Salento di notte, riempirsi le tasche di chilometri per incontrare le parole di Giuseppe Semeraro.

La metà del letto di Matteo Bianchi

Matteo Bianchi

Matteo Bianchi

“L’elemento scatenante è la sofferenza, da ragazzo era l’essere accettato dagli adulti. In seguito sarebbe diventata una necessità, una forma del mio essere”. Ecco perché ha cominciato a scrivere, Matteo Bianchi. E’ la prima domanda che gli pongo. Scopro un uomo meno timido di quel che credessi. Trovo delle risposte attente e, quando si parla di scrittura, avvolte da un approccio rigoroso.

“La poesia ha bisogno di un suo tempo, la parola deve muovere all’azione”, si fa serio quando pensa alla scrittura. Quando pensa alla lingua, al suo farsi, vuole che lasci un’impronta, che serva a conoscersi, che avvicini.

Ne La metà del letto (Barbera editore, 2015) invece incontro, tra le righe di uno spiccato senso della misura, la sua urgenza. Dopo aver letto il libro mi viene da pensare che, attraverso la misura, il limite, Matteo esprima una sorta di reticenza, il tentativo di nascondersi, pur avendo un estremo desiderio di essere trovato. Poi le parole, all’improvviso, si impennano, tradiscono la misura e svelano. E’ una poesia, quella che ho tra le mani, a cui non occorrono particolari filtri e nemmeno giochi di prestigio. La metà del letto è un libro chiaro e intimo, in cui la famiglia, i ricordi, l’amore si intrecciano fino a scorrere con naturalezza tra gli argini della vita.

Non basta. “La tela, una volta tessuta e tesa, già non è più tua”, scrive e, allo stesso modo, mi pare che i suoi versi abbiano il dono di liberarsi velocemente dell’autore, portano addosso la capacità di affrancarsi per diventare subito nostri. Quelli che ho sulla scrivania in una grigia domenica di fine marzo sono i versi di un uomo che, nonostante l’incomunicabilità e l’incomprensione, crede e aderisce alla forza salvifica dell’amore. “L’amore risolto invecchia, quello insoluto eterna”, sostiene. Anche se forse non imparerà mai a pronunciare la parola “sempre”, ho come l’impressione che in qualche maniera vi aneli. Quindi gioca con l’idea di eterno consapevole che tutto è “uno scherzo, uno sbalzo di stagione”. Il suo è uno sguardo che si traduce in forme plastiche. Fin dal titolo, entriamo in un mondo fatto di oggetti quotidiani: tende, poltrone, zaini, finestre, treni. Le due città che compaiono, i luoghi, sono Ferrara e Venezia, in mezzo il Grande Fiume.

Credo che Matteo Bianchi sia un uomo alla continua ricerca di una “destinazione razionale”, anche se confessa che in tale ricerca sembra perdersi, annegare. Insegue con costanza un ordine, però, portando con sé la consapevolezza che la battaglia è persa. Ha ventotto anni, Matteo. In queste righe, non a caso, l’ho definito un uomo. Definirlo “giovane” poeta sarebbe ingrato. Trovo che quando la scrittura, attraverso la costruzione di un mondo interiore, combatte con l’idea della morte, della solitudine, dell’ineffabile, a scrivere è sempre un uomo o una donna. Quando la poesia si occupa con cura dello “scarto tra noi e l’esistenza”, a quel punto l’essere giovane non vuol dire molto: sarebbe un gelido simulacro.

In ultimo, l’amore. Ne La metà del letto, è un amore andato a male, magari senza ragioni precise. Ma se penso a un fallimento, tuttavia dentro rimane una voglia matta di riamare.

Sandro Abruzzese

Bocca di radici

 

foto di Paola Setaro

foto di Paola Setaro

 

 

Vorrei che la mia Terra fosse tutta la terra del mondo

e il pane fosse uno solo come l’uomo, come la pena…

… di tutta la gente sparpagliata per il pane…

…anche senza fame

 

Che l’unica battaglia

al mondo fosse vinta o persa

invece è solo l’armistizio sterile di un figlio

che tende puerile le mani,

nel tentativo di arginare il mare.

 

La mia Terra si mostra fino al fondo

dalla spina dorsale disegna un ponte

tra l’adriatico,  il Tirreno, dondola

scopre un filo di pancia

e tutti a sparlare delle cicatrici

fino al  torace accumula detriti che

riempiono la bocca di radici,

a settembre,

tutti a salire le consuete pendici.

 

 

 

 

 

Sandro Abruzzese

 

 

 

 

Una reporter nella nebbia

ovvero come spiegare la nebbia ad un’amica

nebbia

Si cammina e si vive in questi giorni in una nebbia antica.
Come non se ne vedeva più da trent’anni.
Il palazzo dove nacque De Pisis è divenuto invisibile, pur essendo lì, a portata di mano.
È quasi una festa, questa nebbia. Nessuno se ne lamenta.
Al mattino presto, soli nella strada, la senti amica e non vorresti uscirne.
Non fa freddo quando c’è nebbia.
Il rumore dei tacchi sul marciapiede è quello di un passo rilassato, senza fretta.
Lo senti, non è il tuo, ma è come se lo fosse.
Nella nebbia si perdono i contorni delle cose, ma non la voglia di incontrarsi, nella nebbia.

Gian Paolo Benini

Abbecedario provvisorio di paesologia

foto fabio nigro

Aquilonia, andretta, bisaccia, cairano ,conza , calitri , lacedonia, morra, teora, rocca, guardia, sant’andrea, monteverde, trevico e altri paesi ancora. È in irpinia d’oriente, già terra dell’osso, che la paesologia e il suo fondatore, Franco Arminio, sono nati. E se osso deve essere, la paesologia è una scapola del paesaggio che si lascia corteggiare dalla poesia e dalla geografia. Una scienza malferma, ma in grado di scardinare pregiudizi anche solo invitando ad accarezzare i cardi nei cimiteri, vive dell’infiammazione emotiva che una residenza anche provvisoria in un paese provoca, a volte bastano solo alcuni minuti. La folla che si accalca intorno al discorso la tiene lontana, il suo baricentro è la percezione solitaria.

Alberi
Quelli solitari, che sono cresciuti senza l’ansia di primeggiare. Potete girargli intorno ma non vi daranno mai le spalle.
Anziani
Storie e rughe stese al sole come lenzuola.
Bar
Non quello all’ultima moda, ma quello con l’insegna dei gelati arrugginita; quello dove dietro al bancone c’è un barista che ha l’età di vostro nonno.
Buio
Di notte dentro e intorno ai paesi c’è ancora.
Campanile
Ha un orologio di solito rotto ma segnatevi l’ora, sarà quella del vostro ritorno.
Cane
Di razza incerta, stanco e sporco, sovente su tre zampe.
Curve
Nessun rettilineo vi condurrà mai a un focolaio di paesologia.
Desolazione
È una damigiana piena ma senza guscio, è difficile da maneggiare.
Elezioni
Prendete la via della campagna.

Formicoso
Luogo circoscritto, carte alla mano: piani della guiva, pero spaccone, lago morto, la toppa, monte felice. È su quest’altopiano che la paesologia ha piantato l’ago della sua bussola.
Geografia
Quella disegnata da un verme in una mela.
H
La lettera h nei paesi non è mai sola, è sempre preceduta dalla lettera c. Le troverete appiccicate ai lati delle targhe di alcune auto. Sono la quarta di copertina di storie lunghe chilometri.
Inverno
Non segue mai la rotta e trascina i paesi alla deriva.
Luce
Indispensabile alla foto-sintesi paesologica.
Manifesto
Quello dei morti. Fate attenzione al nome, all’età e dove è venuto a mancare il caro estinto. Questa settimana Marianna è morta a Firenze, Gerardo in Francia e Giuseppina negli Stati Uniti.
Mestizia
È un ferro del mestiere.
Neve
Quella che cade sui paesi vince sempre. Alla neve si arrendono gli uomini, le macchine, gli alberi e gli animali. La neve battuta delle piste da sci non è paesologica.
Ossigeno
Come piccole bambole a tracolla, così lo portano gli anziani mentre i loro giorni si sfilano dall’orlo.
Ortiche
Crescono nella bocca del paese e la paesologia le assaggia con la sua lingua.
Paesaggio
Ha solo i vostri occhi per compagnia, non lasciatelo solo.
Pietre
Quelle di una vecchia strada di paese condividono le vie di fuga, ma rispettano quotidianamente la fila.
Quiete
Non troverete altro.
Resa
La paesologia la coltiva senza cedimenti piantando la sua bandiera bianca.
Silenzio
In alcuni paesi è infrangibile.
Terra
Prendetela tra le mani e sgranatela come un rosario mentre pregate il paesaggio.
Utopia
È l’unico paracadute che potete indossare prima di precipitare dalla vostra rupe quotidiana.
Vento
Dove non soffia, è possibile solo una paesologia di breve respiro.
Zolle
Per ora sono le uniche a rivoltarsi.

Fabio Nigro

Madrid: Callao e Plaza Major

La città curva
sulla sua vita sfrenata
il postribolo e la chiesa, l’oro e il legno marcio.

La nausea che chiude la bocca dello stomaco
l’odore forte della strada e delle sue tracce
negli occhi

Donne bambine all’alba nel metrò,
la domenica il silenzio raccolto
dietro i banchi e l’occhio del Santo
volto al cielo:
la terra reclama
un suo frutto dolcissimo, troppo maturo

Poi la sera un flauto mi suona dentro
l’aria della città
e nella penombra i corpi accoccolati
sul selciato caldo della piazza sono vicini
nel respiro.

Giorgio Galetto
https://www.facebook.com/Raccontiviandanti

Giorgio Galetto

Giorgio Galetto

FIRENZE

E’ strana la città
ammutolita dal bianco cieco
con questa serpe d’acqua che le trapassa il cuore
a curve e seni
dentro un abbaglio di mura stanche
colte appena dal vetro pieno di fiati

il bus è pieno di voci inquinate di sonno

di energie aurorali

di bozzoli muti inchiodati agli zaini

di fragori implosi pronti alla fuga

la vista si chiude su un guizzo celeste
sul barbaglio della sua intelligenza allegra
e calma

la vita parla da una coppia di luci
e si fa strada nel pensiero ingolfato

Giorgio Galetto
https://www.facebook.com/Raccontiviandanti