Le mani su Cavaion Veronese

Progetti per una giornata senza pretese

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Ho scelto un luogo, a ridosso tra Incaffi e Cavaion. Lì, a poche curve dalla chiesa di San Giovanni, in mezzo al verde, c’è una lapide:

23 GIUGNO 1945: Maria di anni 9, Enzo di anni 9, Angiolina di anni 11, Arsenio di anni 15. La mia amica Elena è cresciuta alla Ca’ Orsa, un tempo una delle vie più caratteristiche e belle del paese. Mi ha raccontato che una mina tolse l’esistenza a questi bambini mentre giocavano tra gli alberi.

La guerra in questa parte di mondo ha aperto molte faglie, e il gelo di giugno ha rubato piccole vite inermi. Ha aperto voragini colmate col dolore. E il piccolo altare innocente scava e brucia nella cava della sofferenza: morire di giugno, “ci vuole tanto, troppo coraggio”.

Questo elenco dolente incrina il resto della giornata e la rende stanca. E i pochi fiori ai piedi della colonna dicono che qualcuno ancora non ha dimenticato. Non so se sia bene o male.

Leggo i nomi uno per uno, nomi autentici di un’altra Italia, di quando significavano ancora qualcosa. Di getto associo questo vangelo di morti ingiuste ad Antigone e la lotta contro la legge ignobile per seppellire suo fratello, o la bella Gisella e il suo destino in mano alla famiglia, con quella sorte cruenta nel finale di Paesi tuoi di Pavese.
A tutto pone giustificazione la guerra, qualcuno ha piazzato dell’esplosivo e dei bambini sono morti.

Tolstoi ha raccontato lo strano assunto per cui la storia dice che uno Stato che depredi, un condottiero che porti il suo esercito al successo, debba essere ricordato a vita come un eroe per aver ucciso, rubato, violentato, e seminato ordigni tra i boschi in maniera più efficace e distruttiva del proprio nemico. E allora lode ai signori della guerra per il bottino racimolato.

Riprendo la mia strada. Attraverso Cavaion, come centinaia di altre volte. Stavolta lo trovo intollerabile nel suo via vai sterile che disegna un deserto affollato. Il Comune da anni svende il paese al cemento, generando un’accozzaglia di seconde e terze case per i facoltosi vacanzieri del Lago di Garda.

Nuovi quartieri a Cavaion Veronese

Nuovi quartieri a Cavaion Veronese

Trovo intollerabile il vecchio borgo sceso dalle pendici alla pianura, trasformato in un dormitorio a cinque stelle. I fitti quartieri con i cartelli VENDESI a ogni angolo. Mi dispiace anche il decoro, i prati all’inglese, le grate alle finestre, le siepi alte. E’ un posto dove c’è tutto, tranne che la piazza:

davanti al Municipio c’è un calzolaio, il comandante degli agenti municipali siciliano dalla stazza rilevante, più in basso il fornaio che vende il pane a 5 euro al chilo, proseguendo due buoni ristoranti, uno pugliese e l’altro calabrese.

Ma un luogo che non ha una piazza è un paese?

A riguardo, grazie all’impegno civico di Adriana Bozzetto scopro le amare parole del geografo Eugenio Turri che nel 1973 scriveva:

“(…) è cresciuto male e si avverte imminente la fine di Cavaion come paese con una sua vita peculiare. Tra pochi anni esso potrà diventare un paese anonimo, senza più grazia, guastato dall’edificazione più abnorme e squallida (…) il problema è di organizzare centri che non guastino il vivere civile, la serenità, l’ordine, che accrescano la socialità.”

All’epoca forse si era ancora in tempo, mentre ora l’insieme di case man mano si sforma, il paese si smaglia fin dentro alla campagna. La gente preferisce andare in riva al lago, finisce col vivere altrove e dormire a Cavaion.

La chiesa madre

La chiesa madre

Eppure la Chiesa dedicata al Battista si staglia alta con la sua facciata gialla, esposta a sud e visibile in tutta la vallata. Nella parte alta le corti ricordano ancora il passato.

E’ come se non ci si rendesse conto che il paesaggio conta. Che la bellezza dona levità alla vita. E l’urbanistica contribuisce al vivere civile.

Ma anche oggi ho camminato abbastanza e nel tempo ho sentito tante Cassandre inascoltate a cui non intendo unirmi. Questo rimane il giorno della sorte ingiusta. Dei ragazzini impressi sul marmo perché morti per gioco, a guerra finita. Cavaion mi passa attraverso acre, trasparente, e finisce per occupare solo lo sfondo, assorbe la rabbia.

Per il resto, mi accontento del sole di una assai mite giornata di dicembre, dell’alito freddo della bocca del Brennero che mi ha schiuso le narici otturate da un raffreddore di stagione, insieme a una lapide a pochi passi da un paese che ha perso il suo scopo smarrendo la sua forma.

Salgo in auto e accolgo con un pizzico di sollievo la radio che suona le parole di una canzone amica. Mi affido a lei come ad una boa in mare aperto. Il pianoforte scalda e la voce roca dice che una giornata senza pretese può essere il modo di sentirsi vivi in mezzo all’incertezza, che a volte basta semplicemente starsene fermi, abbracciati, ricordarsi del proprio amore, e non fare nient’altro. Nient’altro… che aspettare la sera!

Sandro Abruzzese
https://www.facebook.com/Raccontiviandanti

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