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I “pirati” di Lentiscosa

camerota

*Questo articolo è apparso in precedenza qui su Doppiozero

Nel Cilento meridionale, all’estremo limite della Campania, tra l’Alpe del monte Bulgheria e il Tirreno, è qui che si trova Lentiscosa, frazione di Camerota a circa 300 metri d’altitudine sul livello del mare. Ed è qui, nel Parco nazionale del Cilento, in un podere avito, a Santa Maria del Piano, che Nino Belluccio, insieme ad altri produttori, semina e raccoglie il maracuoccio. Sembra quasi di vederlo, Gaetano, con la sua fronte alta, le spalle inarcate e il sorriso delicato, fatto di linee che suggeriscono mestizia. In autunno prepara il terreno alla semina, e mesi dopo raccoglie i baccelli da cui germogliano i caratteristici semi irregolari, ognuno diverso dall’altro, ognuno colorato e squadrato. Certo, non è così semplice raccoglierne i frutti, perché pare che il maracuoccio cresca meglio se sotto lo strato di terra si trova della pietra calcarea e sopra l’aria asciutta della collina, quindi occorrono alture un po’ distanti dal mare, proprio come il paese di Lentiscosa, che prende il nome dal lentisco.

Nino, poi, il maracuoccio lo custodisce gelosamente, la sua produzione è limitata e la farina ricavata da questa leguminosa autoctona vicina alla famiglia della cicerchia, macinata a pietra, gli serve per il ristorante che gestisce giù alla marina di Camerota. Quanto alla preparazione: dopo aver aggiunto della farina di grano saragolla, fatto cuocere il tutto lentamente in acqua bollente e sale, e rimestato fino a fine cottura, sarà pronta la maracucciata. Una polenta a cui basta aggiungere dei tozzi di pane rosolati in olio extravergine di oliva e cipolla, questa è la maracucciata. Un cibo povero, nutriente, tramandato e ripreso dalla Comunità dei produttori del Maracuoccio di Lentiscosa e da tempo, nel solco tracciato da Carlin Petrini, presidio Slow food. Una ricetta che ricorda quanto dura e al contempo ingegnosa fosse l’alimentazione delle classi subalterne del Mediterraneo, abituate al pane nero, fatto di crusche e scarti, alla raccolta di erbe; a cui, al contrario di quanto ci portano a credere le vulgate del momento, erano preclusi alimenti oggi ritenuti fondamentali per la cosiddetta dieta mediterranea come la farina bianca e lo stesso olio extravergine d’oliva, prodotti un tempo destinati, come pure la carne, al commercio, al consumo delle classi agiate, e alle festività.

La storia di Nino la devo a Giovanni, guida e amico camerotano da decenni. Non è strano che Nino e Giovanni siano a loro volta amici e abbiano dei tratti comuni. Alla fine, insieme a tanti mestieri praticati, sono pur sempre un contadino e un pescatore. E quindi abituati a un buon grado di solitudine e silenzio. Abituati a rimestare i pensieri, a misurare i gesti, prima di incamminarsi o fare parola con qualcuno.
Giovanni, senza aver letto Pirenne, dice che Lentiscosa è figlia dei pirati, che il nucleo deve la sua esistenza alla fuga dal mare e dalle coste, quando gli ottomani dominavano il Tirreno, e furono attirati in questi profondi fondali dalla sicurezza del porto naturale degli Infreschi.
Conduce lentamente il suo racconto, Giovanni, che si intreccia a queste montagne appenniniche finite nel mare. Da sessant’anni tutti lo conoscono con un nome non suo. Se il destino ancora in fasce gli ha tolto il padre, i parenti decisero di levargli anche il nome d’anagrafe, scelto proprio dal papà pochi mesi innanzi. Dunque lo ribattezzarono Domenico, come il genitore appena trapassato e il santo patrono di Marina. È così che dalla vita egli non solo non ha avuto un padre, ma non ha potuto ricevere nemmeno il nome che questi gli aveva lasciato.

Giovanni instancabile, magro, ossuto e nero di sole, senza scuola, né licenze o diplomi, ma pescatore, muratore, bagnino, guida, contadino; insomma costantemente in fuga e affaccendato in qualcosa; che tutti chiamano Cuccio, diminutivo di Domenico e che, tra un lavoro e l’altro, sa usare la lingua per difendersi e, se necessario, affermarsi. Una lingua acuta, veloce, con cui mostra tutta la sua intelligenza e a volte dirupa, si blocca o incespica, anche se meno di un tempo. E che rimane, a dispetto degli anni, burbero e gentile compagno, declinando in questo suo modo paradossale, ironico e generoso, l’esistenza e con essa l’amicizia. È lui ad annuire insieme a Nino, a rammentare che la storia degli esseri umani è storia di semi, senza cui, dice, non ci saremmo nemmeno noi. Tutti dobbiamo in qualche modo, proprio come semi, adattarci a ciò che ci circonda.
Così il seme del maracuoccio attecchisce e cresce poco sopra la roccia e con la sua tenacia riporta a quella di Nino e Giovanni, ognuno diverso, ognuno colorato e squadrato a suo modo. Forse a Camerota o a Lentiscosa, ben difesi dai monti cilentani, qualcuno può ancora voltare le spalle al mondo, rivolgersi al mare o alle colline, come hanno fatto loro.

Tuttavia, visto da Lentiscosa, Camerota, Licusati, l’Italia è un Paese lontano, quasi come voltasse le spalle ai suoi limiti estremi, alle sue pendici, al Mediterraneo.
A ben guardare la stessa Campania sembra condensare e riprodurre in scala, con i suoi vuoti e pieni, gli squilibri territoriali e i difetti della Penisola. Al vuoto del Cilento, del Sannio e dell’Irpinia, oppone le valli massicciamente urbanizzate che da Battipaglia e Salerno portano a Napoli e Caserta, una conurbazione in cui vivono circa quattro dei cinque milioni di abitanti campani.
Resta da capire come avrebbero potuto questi luoghi di migranti, gemmazioni, sdoppiamenti, fatti di tante isole e montagne, vissuti in una continua emorragia di giovani, per giunta laureati e diplomati, diventare d’un colpo quello che si desiderava in un altrove di nome Roma, Milano, Bruxelles, o chissà chi altro. A ognuno, vien fatto di pensare, il suo mascherato nomos della terra.
Alla fine, lo sappiamo, i limiti, le pendici, hanno preso a cercare da sé altri luoghi e nuovi nomi: il Venezuela, il Belgio, l’America.
“Un alito”, scrisse Scotellaro a tal proposito in La mia bella patria, “può trapiantare il mio seme lontano”, soprattutto quando la patria non è altro che un esile filo d’erba.

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UN PAESE CI VUOLE?

SU COME CITARE PAVESE A SPROPOSITODSCF0283

*Questo articolo è stato pubblicato in precedenza qui su Poetarum silva

Una delle pagine più citate di Pavese, nella Luna e i falò, è la parte finale del suggestivo, lungo incipit, dove l’io narrante dice: “un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.
Quante volte abbiamo letto con troppa fretta queste parole e magari travisato le intenzioni del suo autore?
Di solito vengono intese quale sorta di inno alla necessità di una comunità di appartenenza. Infatti, raramente chi le cita prosegue fino ad arrivare al resto e cogliere la parte più inquieta: “Ma non è facile starci tranquillo. Da un anno che lo tengo d’occhio […]”, confessa Anguilla, “[…] e quando posso ci scappo da Genova, mi sfugge di mano. Queste cose si capiscono col tempo e l’esperienza. Possibile che a quarant’anni, e con tutto il mondo che ho visto, non sappia ancora cos’è il mio paese?”.
Ebbene, è davvero questo che Pavese vuole dire?
È indubbio che Anguilla, quest’orfano cresciuto nelle Langhe, passato di famiglia in famiglia, e poi emigrato in America per far fortuna e poter ritornare da vincente, conservi un legame profondo col passato e con la sua terra. Sarà sempre Anguilla a giustificarsi con se stesso: “ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che un comune giro di stagione”, o ancora, qualche pagina dopo: “Così questo paese, dove non sono nato, ho creduto per molto tempo che fosse tutto il mondo. Adesso che il mondo l’ho visto davvero e so che è fatto di tanti piccoli paesi, non so se da ragazzo mi sbagliavo poi molto”.
Ma per capire fino in fondo se un paese ci vuole, e cioè per non banalizzare la riflessione di Pavese, occorre forse incrociare Anguilla con il suo doppio, ovvero Nuto, l’amico rimasto a casa. Infatti lo stesso Anguilla, al cospetto di Nuto, è costretto ad ammettere che il suo amico “voleva ancora capire il mondo, cambiare le cose, rompere le stagioni […]. Ma io, che non credevo alla luna, sapevo che tutto sommato soltanto le stagioni contano, e le stagioni sono quelle che ti hanno fatto le ossa, che hai mangiato quand’eri ragazzo. Canelli è tutto il mondo – Canelli e la valle del Belbo – e sulle colline il tempo non passa.”
Il fatto è che al Nuto politicizzato non basta che il tempo non passi. Quello di cui si compiace l’emigrante nostalgico Anguilla, a Nuto non può bastare perché egli comprende che quando il tempo non passa la storia si ripete, e che quando la storia è ingiusta un luogo può divenire qualcosa da cambiare a ogni costo oppure da abbandonare per sempre. E allora Nuto ribadisce che “superstizione è soltanto quella che fa del male, e se uno adoperasse la luna e i falò per derubare i contadini e tenerli all’oscuro, allora sarebbe lui l’ignorante e bisognerebbe fucilare in piazza”.
Se Anguilla, per sua stessa ammissione, tutto sommato ritorna al paese per un fatto personale, per vedere melanconicamente qualcosa che aveva già visto, che era dentro di lui, egli è pur sempre in grado di riconoscere che il suo amico Nuto “non è andato per il mondo, non ha fatto fortuna. Poteva succedergli come succede in questa valle a tanti – di venir su come una pianta […] ma anche a lui è toccato un destino – quella sua idea che le cose bisogna capirle, aggiustarle, che il mondo è mal fatto e che a tutti interessa cambiarlo”.
Ed è proprio la conferma che ritroviamo nel breve dialogo tra i due amici che segue:

– “In America c’è di bello che sono tutti bastardi”, dice Anguilla.

– “Anche questa è una cosa da aggiustare. Perché ci deve essere chi non ha nome né casa? Non siamo tutti uomini?”, risponde Nuto.

Dunque, all’umanitarismo di Nuto è destinata la parte di contraltare della visione esistenzialista di Anguilla, il quale comunque mostra la consapevolezza che un paese a volte non solo non basta, ma forse addirittura “non sempre ci vuole”, e che ha ragione Nuto quando sostiene che “vivere in un buco o in un palazzo è lo stesso, che il sangue è rosso dappertutto, e tutti vogliono essere ricchi, innamorati, far fortuna”.
Insomma, rifugiarsi nel mito, al di fuori della storia, per dirla con Carlo Levi, non basta nemmeno ad Anguilla.
Per l’orfano Anguilla la città e l’America sono state l’occasione per uscire dall’immobilismo del paese e prendere in mano il proprio destino di bastardo, ecco perché egli pensa così intensamente a Cinto, al ragazzo storpio incontrato in collina, e vuole “mettergli voglia di andarsene via”, almeno a Genova. Perché un paese ci vuole, ma non per Cinto, e Anguilla lo sa bene. Uno zoppo in campagna, come un orfano, sarà sempre un servo, e soprattutto occorre salvarlo dal padre Valino, forse per la miseria e la rabbia, violento fino alla follia.
Anguilla e Nuto, dunque, rappresentano alcune delle diverse anime del paese e Pavese è lì, nel mezzo, a dire che se non c’è alternativa tra paese e mondo, tra unità e varietà, ebbene non c’è neppure una sola risposta possibile.
Superato il mito, il paese mostra la sua antica rete di conflittualità: il contrasto tra immobilismo e attivismo, quello tra palingenesi collettiva, privilegio, e salvezza individuale, come nella Casa in collina o in Paesi tuoi, anche stavolta emerge e si fa violento.
Come violento e tragico è il destino di Gisella in Paesi tuoi, così nessuno sembra salvarsi dall’epilogo della Luna e i falò. Tristissimi saranno i destini delle pur ricche Irene e Silvia, e d’altronde in un breve passaggio del romanzo lo stesso Anguilla era stato avvertito, quando il conte decaduto, – e per questo continuamente vilipeso dai paesani, – gli dice: “lei non sa che cos’è vivere senza un pezzo di terra in questi paesi”.
In fondo, la verità è che l’io narrante, pur desiderando un paese, capisce di esservi lontano, di essere distante dal suo stesso mondo di provenienza, anzi sente di non esser più di alcun luogo, perché vivere in molti paesi vuol dire proprio non averne alcuno, e fermare il tempo è solo un’illusione a cui cede, ovunque, solo chi cerca riparo dall’indifferenziazione nella continuità.
A ben guardare, Anguilla è tentato dalle origini, egli per un attimo cede all’idea di comunità, alla speranza che essa in qualche modo lo riconosca e lo lasci vivere, qualsiasi cosa accada. Ma quello che accade mostra la distanza e la misura del caso. Mostra la lunga strada da percorrere per emancipare e trasformare la comunità, per piccola che sia, in una società.
È questo il sogno del buon amico Nuto, che non si dà pace, e prende con sé il piccolo storpio Cinto per insegnargli un mestiere. Cinto forse si salverà grazie a Nuto, la cui vita è tutt’uno con le ingiustizie del mondo, e non c’è paese che tenga, nella sua prospettiva, senza giustizia e libertà. Nuto vuole che ogni paese sia mondo, che ognuno abbia un paese e un nome, cosicché ogni carne abbia finalmente valore umano, perché il sangue è rosso per tutti e alla fine ognuno prima o poi sogna gli stessi sogni.
In mezzo a tutto questo, c’è il mondo di Cesare Pavese, con i suoi incubi e le sue intensissime passioni. Se un paese ci vuole, sembra dire lo scrittore piemontese, avrà bisogno di tantissimi Nuto, e di tutto l’impegno e il coraggio possibile. E ancora non è detto che, in tal modo, un paese sia un luogo per tutti.

©Sandro Abruzzese

Città natale

*Questo brano fa parte del volume curato da Adelina Picone, dal titolo Cripta. Dentro le aree interne, visioni di futuro per Grottaminarda e il suo territorio (Aión edizioni 2019).

“son, take a good look around
this is your hometown,
this is your hometown…”
My hometown, Bruce Springsteen.

È inverno, il cielo attraversato da piccole nubi basse, l’aria umida e abbastanza mite, è quella delle colline tra il Calore e l’Ufita.
Passano, tra i lampioni, attraverso la lunga fila di insegne pubblicitarie, auto di seconda mano, ogni tanto qualche fuoriserie.
È già buio. Dalla finestra auto parcheggiate ovunque, sostano sui passi carrai, sui marciapiedi, gli uomini vanno a giocare a carte al bar Roxy, le donne in macelleria o alla vicina farmacia.
Dall’autostrada dei due mari, come al solito arrivano i veicoli e le merci. Per via dell’autostrada la radio nazionale conosce il paese, e così il suo nome, Grottaminarda, echeggia fino a riverberare negli abitacoli dell’intera penisola.
Dall’autostrada arrivano i carichi di droga, i camion del contrabbando, i profughi, i pendolari. Lei ha spento vecchi tragitti, seppellito usi, sostituito costumi. Come una droga, poi, ha accelerato il metabolismo cittadino, lo ha reso più veloce e dinamico, più luminoso e appariscente, finendo per rendere maggiormente scaltri e intraprendenti i suoi stessi abitanti.
Sono diventati come le strade, gli abitanti. Come le vistose insegne, anche loro hanno finito per cercare di comunicare attraverso l’involucro di bagliori e forme esteriori. Come le strade battute dai veicoli, sono divenuti, nello spazio caotico, altrettanto frenetici e disordinati.
È stata lei, l’autostrada, a calamitare il corpo cittadino e gli abitanti verso di sé. E a lei ormai si fa riferimento per arrivare dritti al cuore di ogni cosa. L’autostrada è il nuovo fiume. Le statali sono i suoi affluenti. Ecco perché è importante guardare la fila consueta, il flusso familiare.

Nel paese dell’autostrada, nella città dei servizi, d’altronde è del tutto naturale starsene sulle panchine a osservare l’incedere del traffico. È un modo come un altro per passare il tempo. Anzi, da ragazzi osservare le partenze e gli arrivi era un modo per sognare mondi lontani. I pullman per Zurigo, quelli per Milano e la Germania, portavano con sé i migranti. Noi sapevamo solo che partire era un vento, sapevamo che c’era, esisteva e spirava, questo ci bastava. Non pensavamo di certo che avrebbe mai soffiato sui nostri volti. E poi l’andirivieni era un metronomo: l’arrivo dei pullman, delle Marozzi, dei Di Maio, scandivano i tempi della giornata; e i flussi di traffico, al pari di un orologio o delle ore canoniche, dettavano il ritmo cittadino.
I nottambuli e gli insonni, per esempio, magari insieme ai matti, aspettavano, prima di rincasare, la Marozzi delle tre e mezza del mattino che, dall’Italia più profonda, da Leuca, da Bari, portava noi meridionali nel mondo sviluppato.

Il ritmo è però diminuito da un po’ a questa parte. Una bretella viaria consentendo di aggirare il paese, ha distratto una parte consistente del traffico. Molte persone ne sono dispiaciute. Credono che il passante abbia amputato il posto. È come se il traffico viario investisse di un ruolo e conferisse un senso al paese e che ora il passante lo abbia esautorato.
Comunque, passano dei tir lungo via Valle, anche se meno di un tempo. Passano e, sul cruscotto, i camionisti mettono ancora in mostra il proprio nome: Salvatore, Pasquale, Antonio, Carmine, Vincenzo. Si intravvedono sul parabrezza, insieme ad amuleti, portafortuna, neon luccicanti, vecchie foto di Padre Pio.
È un’immagine familiare anche quella dei tir. Molti miei compagni erano figli di camionisti e i tir di via Valle in estate facevano vibrare incessantemente le finestre di alluminio dorato della mia camera da letto. Nelle notti agostane i camion, viaggiando lenti e stracarichi dalla Capitanata verso le industrie conserviere dell’agro nocerino, portavano sul dorso i cari pomodori pugliesi. Ma i camionisti a volte, per dormire in paese, si fermavano a metà strada, sicché dopo la mezzanotte era possibile avvistare, sui cigli dei rimorchi, ombre scaltre e laboriose. Erano le donne del rione Dante, svettavano furtive, tra una cesta e l’altra, occupate a raccogliere una piccola parte del carico.
La notte si possono ancora vedere, a volte, i tir parcheggiati davanti alle case di via Napoli, o al quartiere Pioppi. I camionisti hanno paura dei ladri di tir, quindi sono costretti, per dormire tranquilli, a portare le motrici fin sotto le finestre delle proprie abitazioni. I ladri si mimetizzano nei flussi, anche loro, come tutto il resto, provengono dall’autostrada e dalla sua velocità.

*
Da piccolo, ora che ci penso, mi aggiravo prevalentemente tra via Valle, una delle strade dei flussi, e il rione Dante.
È rimasto tutto sommato com’era il rione: un corpo reticolare di case popolari, manca però il campo di calcio, sostituito da nuovi edifici, bar, pizzerie, ferramenta. Il campo lo avevamo fatto noi ragazzi. O meglio, noi ragazzi avevamo comprato la benzina e cosparso il lotto di terreno col liquido infiammabile, il resto lo avevano deciso il fuoco e i pompieri. Ne eravamo fieri.
Prima del campo nuovo, al rione, solitamente giocavamo nel parcheggio delle poste, oppure, se il numero lo richiedeva, scavalcavamo il cancello del Consorzio di bonifica, attiguo alle poste, e usavamo lo slargo asfaltato sul retro. Dunque, noi, il nostro spazio sapevamo ricavarlo. Anzi il paese era un immenso spazio scavato, scavalcato, plasmato e adibito alle nostre fantasie più strambe.
Adesso tutto sommato non è che sia tanto diverso. I bambini e i ragazzi del paese tentano di perseguire i propri fini nei giardini pubblici, in cui tutto ciò che accade sarebbe vietato. È lo spazio dove gli adolescenti sfrecciano in bici e sugli skateboard, mentre i piccoli imparano a camminare, e altri ancora, tra le aiuole e gli alberi di ulivo, giocano a pallone.

È strano, dopo tanti anni, pensare di camminare nel paese. Conosco una ad una le porte e i visi, anche se non tutti i nomi. Mi capita di scrutare, nella mente, le facciate invecchiate e pensare a chi non c’è più. D’altronde, cos’altro è una comunità se non un insieme di vivi che ricordano gli assenti? Cos’altro sono i luoghi se non tramiti, ponti che uniscono e che, tenendo insieme, formano microcosmi che donano senso, attraverso il passato, alla parola futuro?
Del paese ho come l’impressione di ricomporre un’unica immagine frutto di innumerevoli episodi, anche se a dispetto del quadro, dei pezzi, della struttura, qualcosa non coincide del tutto. L’immagine interiore è quasi svanita, ma è pur vero che bastano pochi giorni per riportarla, incredibilmente, vivida e più vera di qualsiasi altro mondo mai conosciuto, alla sua condizione originaria.
Allora ecco che ricompongo una sorta di scissione tra memoria e realtà, tra ciò che è dentro e quello che se ne sta fuori. Sono rette originate dallo stesso punto che in principio tendevano ad allinearsi e che ora, al passaggio di due decenni, scavano un solco sempre più profondo e parallelo. Un solco a tratti talmente divergente da spingere a dimenticare il punto di partenza.

Pensare la città natale vuol dire rivivere e rivangare. Si finisce, prima o poi, per andare al principio, agli avi, e a quel che resta dei ruderi del borgo vecchio. E non tanto per ammirarlo, quanto per un esercizio di continua sottrazione e sostituzione di elementi.
Il borgo vecchio è fatto di assenze. Abbandonato in seguito ai terremoti del ‘900, fu via via raso al suolo e riedificato. Vi sopravvivono, tra le disparate abitazioni recenti, il castello e un paio di chiese.
Il castello aveva decine di ingressi segreti ed era, prima del suo recupero, completamente dimenticato. Vi entravamo, saltando su documenti antichi, carrozze e vasellame, dal retro della torre. Oppure andavamo nel bosco del macchio con in testa, abbastanza ridicoli, le avventure di Indiana Jones appena viste nei vhs pirata, acquistati al mercato del lunedì. Salivamo poi su per la Fratta, dove si bucavano i tossici, e facevano l’amore le coppiette, dove le spose vestite di bianco, nel giorno delle nozze domenicali, venivano immortalate dai loro improvvisati fotografi.
La Fratta è stato l’ultimo quartiere storico del paese, e per questo il più amato. Partiva dal lato orientale della collina per ruotare e affacciarsi, attraverso le sue casette di pietra bianca, semplici ma lineari e simmetriche come un alveare, sul fiume e sul bosco. Dalla graziosa piazza San Giovanni si vedevano i tre colli di Ariano e la campagna melitese fino all’Orneta.
Della Fratta, prima furono rubate le pietre, trafugati i portali, divelte le maniglie di ottone e le porte, poi un piano di edilizia distrusse quasi per intero il borgo. Così le chiese e il castello restano lontane reliquie di un passato sempre più ignoto.
Beninteso, forse un luogo ancora importante c’è, tra queste vie, che occorrerebbe ricordassimo tutti. Mi riferisco al Largo Sedile, dove vien fatto di pensare al poeta Osvaldo Sanini. In pochi ancora lo ricordano, il confinato Sanini. Era ligure, visse in un monolocale del Largo fino alla morte. Sbattuto dai fascisti in una delle valli più povere e isolate d’Italia, vessato e amareggiato, scrisse:
“Irpinia bella, in maschera / vil, uomini a’ più rei crimini pronti / volean ch’io quaggiù lasciassi l’ossa, / e ne l’inverno gelido / entro la cerchia bianca dei tuoi monti / mi gettarono come in una fossa”.
Dovette attendere una generazione, il poeta. Nell’isolamento fu ascoltato in parte dai giovani ed è proprio agli esuli come lui che dobbiamo i germi fecondi del successivo antifascismo irpino. Se i notabili del luogo, monarchici e poi fascisti, se ne fecero beffe, furono gli abitanti della campagna, i cittadini indigenti e semplici, a dargli solidarietà; oppure gli intellettuali di paesi vicini. Grazie a loro e nonostante tutto, alla fine Sanini poté scrivere: “il cuor non sa esprimerlo: / ma è grande in lui come se fosse nato / da Te, la gioia di cantarti, o Irpinia.”

*
Largo sedile, Porta aurea, Via Roma, dunque, sono i raggi che uniscono il punto più alto, la sommità del castello, aI Corso principale. Il Corso è un semicerchio che delimita la parte antica e la congiunge al paese più recente, sviluppatosi a valle.
In passato su questa arteria che porta ad Ariano e ad Avellino le case erano basse, simili a quelle di contadini, per cui il cielo era grande e la strada luminosa e soleggiata. Oggi i palazzi si stagliano fino al terzo piano e concludono la loro ascensione in vecchie mansarde o nuove terrazze ricoperte di lamiere zincate e poliuterano.
Il Corso quindi si è alzato, è cresciuto a scapito della sua luce.
La sua fontana è stata da poco restaurata, la strada pavimentata gode di una nuova illuminazione ma, nonostante la cosmesi urbana, sui marciapiedi non vi passeggia più nessuno. Le saracinesche dei negozi, su cui campeggiano i cartelli Affittasi, restano serrate. Un cantiere interminabile, aperto tra zone interdette, buche, sampietrini e basoli, in cui qualcuno ha distrutto marciapiedi intonsi per ricostruirli daccapo, ha allontanato ulteriormente le parti del paese.
È come se ogni cantiere ferisse il suo corpo. Ogni intervento, pur ripristinando la parte, debilita il tutto. Ecco quindi che la gente se ne va direttamente al centro commerciale del Passo di Mirabella, o ad Ariano, a Benevento.
Così abitiamo, nell’ambivalenza, il vuoto e il pieno della valle. Il vuoto silenzioso delle pendici, quello invernale delle strade cittadine, e il pieno della parossistica stagione estiva, infarcita di sfilate, fuochi d’artificio, star televisive e festival vari. Ai paesi-presepe inattuali e spenti dei dintorni, corrispondono i paesi-città sradicati, sformati, bulimici, come il nostro, ingrossati fino a incarnare il simulacro delle città osservate alla televisione.
È questa la nostra attuale compresenza dei tempi.

Qualcosa di simile, e forse più grave, era accaduto pure in precedenza. Anche la piazza principale è stata più volte rimaneggiata, ma gli ultimi velleitari lavori di qualche decennio fa generarono una spinta centrifuga in grado di sparpagliare i consueti luoghi di ritrovo lungo le strade più trafficate.
Il paese da allora divenne eccentrico.
Per cui ora è costituito da una rete di punti in cui la percorribilità, la visibilità, l’immediatezza, hanno preso il sopravvento sul resto. Oggi l’autostrada e i bar, le vie del commercio, assurgono a spazio in cui ci si riconosce in base a una funzione. Sono ormai gli abitanti a seguire le funzioni: frequentano i luoghi di passaggio, gli spazi commerciali, le pompe di benzina.
Se il paese vecchio, nascendo sul fiume, per accedere all’acqua e fruire dei boschi, rappresentava il tutto, oggi probabilmente le sue ragioni si rispecchiano nel fiume di merci e passaggi garantiti dall’autostrada e dalle statali, per cui non resta che accontentarsi di una parte, che è lo spazio funzionale.

Ebbene, come detto in precedenza, oggi che la variante SS 90 ha esautorato il paese, liberando la città da una parte del traffico incessante e dall’inquinamento dei decenni passati, Grotta si è ritrovata vuota e sola. D’un colpo è ritornato visibile tutto quello che le luci avevano saputo occultare: il paese si è rarefatto. È ormai discontinuo e pulviscolare. Ogni scossa ha contribuito a trasformare il corpo in una confusa località del presente. Per giunta non di un presente autentico, in cui si crede ciecamente, come quello di una città americana qualsiasi, bensì un presente meridiano, sempre un po’ scettico e fatalista per indole, in cui la stessa ironia popolare che ci pervade deve provenire dall’atavica pazienza e dall’abitudine all’attesa rassegnata.

Insomma, la fine del paese-vetrina non lascia che l’implacabile riflesso della città-specchio. L’immagine, inesorabilmente, mostra tutte le difficoltà del caso, ma non è detto che ciò sia un male. Se il passaggio alla città-specchio è doloroso, guardarsi dentro è forse il vero punto in questione.
All’orizzonte poi, grazie ai progetti riguardanti i treni ad alta velocità e capacità, per la Valle Ufita sembra si prospettino nuove possibilità. I treni veloci, come in passato l’autostrada, congiungendo immediatamente l’Irpinia a Napoli e Bari, consentirebbero al margine di diventare finalmente legittima periferia del centro.
È un rapporto che non mi convince del tutto. Tuttavia, messa da parte la radicata sensazione di dipendere da un altrove, se tutto andasse per il meglio, ancora una volta il futuro passerebbe per l’antica vocazione geografica del territorio.
Allora la paura è che la geografia urbana da sola, a meno che non si traduca in grammatica civile, non basti. E che al paese non serva soltanto comprimere lo spazio e dilatare il tempo, ma potenziare la capacità di autodeterminarsi per costruire pian piano una sua piccola idea di mondo. Altrimenti, così come in precedenza è scivolato verso l’autostrada, stavolta il rischio è che il suo corpo venga sospinto verso la nuova stazione dei treni, incarnando una replica sbiadita di vecchie e dannose vicende.

Certo, si dice che basterebbe imparare dagli errori passati per evitare che la storia si ripeta, ma se siamo a questo punto vuol dire che non deve essere così semplice.
Per quanto mi riguarda, comunque vadano le cose, a un paese bambino si vuole ugualmente bene. Anzi, la sua fragilità è forse il vero motivo per cui occorre averlo a cuore. Per questo e per tante altre ragioni non smetterò di essere, anche a distanza, dentro la sua prospettiva particolare.
I tratti del paese, le sue forme e i simboli, insomma tutto ciò che compone il suo universo e il suo immaginario, hanno contribuito a formare il mio. E la città natale è il luogo a cui si torna, soprattutto se, in un modo o nell’altro, ovunque siamo, guardiamo il mondo attraverso i suoi occhi.

Sandro Abruzzese

Grottaminarda, particolare della piazza

Grottaminarda, particolare della piazza nuova

Paesaggio (sul riabitare)

La mia apertura al mondo è legata a un luogo, poco lontano dalla casa in cui sono cresciuto, che, aperto com’è sull’Italia interna, offre un paesaggio davvero unico. Non riuscivo ancora a definire, da ragazzo, alla vista di quel paesaggio, l’ammirato stupore e la curiosità che eliminano il disagio, né riuscivo a dare un nome al desiderio di riconoscere. Eppure dall’altura dei Limiti, a Frigento, abbracciavo la valle riuscendo a superare il mio consueto orizzonte. Bastava raggiungere le vette di Trevico o Frigento, per vedere le terre di Lucania, il Vulture, o i paesi più alti del Fortore e della Puglia dauna. Sull’altura dei Limiti, dopo i monti del Matese, il Taburno, rare volte, faceva capolino la vetta arrotondata della Maiella. Verso il tirreno invece, era uno scherzo inseguire con la mente il Sele, la discesa delle sue acque fino alle ruvide pendici dei dolomitici Alburni, o immaginare i detriti dell’Ofanto spingersi fin nell’Adriatico. Ma la sfida vera riguardava Greci, l’unico paese arbrëschë della Campania, oppure la sella in cui è riparato Savignano, con le sue casette bianche ben proporzionate, affacciate sul principio della strada per la valle del Bovino.
A oriente, la sfida era scorgere Monteleone dai portali scolpiti, il paese più alto della Puglia, e ai suoi piedi Zungoli bianca e pendente, appesa a una parete ripida, sopra una forra. Spuntavano qua e là piccole zone industriali, intersecate dall’autostrada dei mari, dritta come la sutura di una cicatrice mai rimarginata.
L’autostrada corre ancora lungo il margine agricolo, dove il giallo delle monocolture del grano pugliese, quasi sull’Ufita, incontra il verde della policoltura mediterranea o i castagneti, gli ulivi, i vitigni e i boschi delle montagne.
In seguito, spesso mi sono chiesto cosa nascondesse questo inseguire luoghi di un mondo minore. Credo sia nel rapporto con lo spazio, la risposta. Il mondo di cui scrivo non è altro che un unico luogo in cui le persone e le cose, le parole e i gesti, si muovono come qualcosa che è già dentro di me e che ri-conosco.
Guardare il mondo con gli occhi del paese, dai margini, farlo partendo da uno Stato fondato su un gravissimo e annoso squilibrio territoriale come l’Italia, in un momento storico in cui l’imporsi di un nuovo spazio, quello virtuale, in grado di abolire le distanze, ha messo in crisi le grandi conquiste del ‘900, è diventato un modo di stare al mondo e abitare.

*Sono stato invitato da Francesca Iarrusso, Domenico Rapuano e Nicola Flora dell’Università Federico II, Facoltà di architettura, a scrivere un capitolo per una pubblicazione di prossima uscita sul “riabitare le aree interne”.
Questo paragrafo è una piccola parte dello scritto, si intitola “Paesaggio”.

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Da Mezzogiorno padano a CasaperCasa

*articolo comparso sul Quotidiano del sud il 25 marzo del 2018

di Paolo Speranza

L’Italia smarrita di Sandro Abruzzese

Certo, Torre del Greco “non è Manhattan”, e questo lo si sapeva, vicina com’è alla “terra dei fuochi” e all’epicentro di Gomorra. La vera rivelazione, semmai, è che neanche la ricca, civile, progressista Emilia-Romagna può più accreditarsi come la “terra promessa” per i tanti che, di nuovo e silenziosamente, emigrano dal Sud per una vita migliore: “questa non è Hollywood”, sentenzia amaramente Maria, che da Torre del Greco si è trasferita con la famiglia a Parma per assicurare a sua figlia, affetta dalla nascita da una malattia rara, un’assistenza sanitaria adeguata. Senonchè, quello che doveva essere un temporaneo “pellegrinaggio della salute”, da Sud a Nord, è diventato invece un trasferimento definitivo: permanente e senza via d’uscita come la solitudine assoluta con cui Maria è costretta a convivere in quella “immensa e ricca pianura in cui, quando mi sento sola, non resta che andarsene all’iper, a fare la spesa”. Più simile alla depressione strisciante che ad una forma di sognante saudade, questa solitudine amplifica nell’animo della casalinga venuta dall’area vesuviana quel magma di nostalgia, sensi di colpa e rassegnazione di cui è irrimediabilmente prigioniera da ormai vent’anni.
No, non è davvero Hollywood, e non le somiglia neanche lontanamente, quella Padania che da oltre un decennio accoglie (ma sarebbe più corretto dire: ospita) gli attori della nuova e inarrestabile ondata migratoria dalle regioni del Sud Italia: un movimento carsico, inedito nelle sue dinamiche, che ancora oggi i più preferiscono rimuovere, pochi si sforzano di analizzare, quasi nessuno ha raccontato davvero.
Per questo è importante, ricco com’è di qualità letteraria e di coraggio civile, l’esordio narrativo di Sandro Abruzzese, che tre anni fa con Mezzogiorno padano, edito da manifestolibri con prefazione di Vito Teti (presentato in Irpinia a Grottaminarda ed allo Sponz Fest di Calitri in un’iniziativa coordinata da Franco Fiordellisi, Rita Labruna e chi scrive), ha dato vita ad una sorta di “Spoon River meridiana” dei nostri giorni, intrecciando con uno stile già coinvolgente e maturo storie personali di donne e uomini del Sud, sopravvissuti e resistenti, marginali o migranti. Storie semplici nella loro struttura eppure emblematiche, percorse da un vivo realismo e da una partecipe e a tratti vibrante caratterizzazione dei personaggi: “Queste storie apparentemente separate appaiono un unico romanzo sul dolore del nostro tempo presente. Queste storie, apparentemente fatte di scarti e di frammenti, raccontano le vicende eroiche e drammatiche della normalità, di un mondo di sradicati, di persone in fuga per arrivare in nessun luogo e per accorgersi che il luogo forse, come recitano i versi di Scotellaro, è là dove nasce l’erba nella terra e là dove il seme può spostarsi per trapiantarsi lontano”, scrive nella prefazione Teti, autorevole antropologo e meridionalista, estimatore convinto di Abruzzese (che dalla nativa Grottaminarda si è trasferito da anni a Ferrara), tanto da inserirlo fra le firme della nuova collana che dirige per Rubbettino, “Che ci faccio qui?”, per la sua seconda opera narrativa CasaperCasa – presentazione a Grottaminarda alle 19.00 del 30 marzo alla Mondadori – con la quale il giovane docente irpino, blogger e fondatore del progetto “Racconti viandanti” (attraverso cui promuove incontri sul tema dell’erranza) si conferma come una delle voci più interessanti e sincere della nuova narrativa italiana, in grado di cimentarsi con una polifonia di temi, generi e toni.
Se Mezzogiorno padano è infatti una silloge ben articolata di storie e racconti, filtrati dalle voci e dal flusso di memoria dei protagonisti, CasaperCasa è una sorta di odissea esistenziale, con echi joyciani, del protagonista (un insegnante in anno sabbatico dopo un matrimonio fallito) che si svolge tra le strade, le case e l’hinterland di Ferrara, fitta di sensazioni ed incontri a cui l’io narrante cerca di dare un ordine narrativo, costruendo così, come rileva l’estensore della scheda editoriale, “un reportage involontario, ironico e disarmante, di una ricerca di senso condotta con tenacia e leggerezza”. Il reportage foto-cartografico rappresenta una delle particolarità dell’opera seconda di Abruzzese, oltre alla tenace, progressiva conquista di uno stile sempre più personale ed interiorizzato, senza rinunciare (al contrario, esternandoli quasi con orgogliosa passione) ai richiami e agli apporti linguistici e morali di una solida teoria di buone letture e visioni d’autore.
La Ferrara narrata dal giovane scrittore meridiano non ha più l’opulenza fascinosa e dai risvolti talora torbidi del “romanzo di Ferrara” di Bassani o l’aristocratica eleganza di certi squarci dei film di Antonioni, per citare due tra i suoi figli più illustri, bensì è pienamente partecipe del grigio declino dell’Italia e d’Europa, di cui anche l’ampia e suggestiva appendice fotografica di CasaperCasa sembra restituirci, insieme all’antica bellezza, un retrogusto di spenta grandeur di provincia, di ripiegamento e di vuoto.
«Paese incridibile questo, Alecsandro, tantasorpresa, tanto riccopaese questo, o no? Anche tanto stranopaese di questi cosechecapita in riccopaese, o no? Certi volte questo che sento qui è di paesestrano, molto moltoancora più di che Ucraina sai?», commenta nel suo improbabile italiano Giorgio “Aggiustatutto”, l’immigrato ucraino che diventa compagno di viaggio ed amico del tormentato Ulisse di CasaperCasa, finendo per scoprire una città ed una Italia molto più complesse, tristi e ripiegate in se stesse di quanto lui, e come lui tanti migranti attratti dal “miraggio europeo”, avrebbe potuto mai prevedere. Ma non va meglio, peraltro, a tanti personaggi autoctoni, emigrati dal Sud o residenti “storici”, feriti e confusi da una vita privata e collettiva sempre più povera di umanità e di sorrisi, di relazioni sociali, di antidoti etici e culturali a una sorda, e sempre meno sotterranea, violenza.
Questa non è Hollywood, appunto. E non tornerà ad esserlo, se mai lo è stata. Perché se il futuro appare problematico e incerto, ancor meno senso ha il rifugio nella nostalgia di un recente passato, benchè indubbiamente migliore.
Scrive Abruzzese in una delle pagine più profonde del libro, citando uno dei suoi autori preferiti: “Portami con te, scrive in una poesia dedicata al figlio Attilio il poeta Caproni, e invece sa benissimo che il bello di questo mondo è prendere la propria strada, sperando sia la volta buona, il verso giusto, tentare di inseguirlo”. Come l’Ulisse che è in ognuno di noi, il più delle volte represso o nascosto in nome di un’esistenza più comoda e sicura. Ma di quelle certezze rassicuranti che hanno come protetto in un involucro di benessere, fino a ieri, Ferrara e l’Emilia e gran parte d’Italia, non vi è traccia nei personaggi di Mezzogiorno padano e di CasaperCasa. Ai quali non resta che affidarsi, in una vita che è sempre più resistenza quotidiana, alle residue risorse di vitalità ed ai barlumi di solidarietà umana e civile che a tratti illuminano la lunga strada, piena di foschia, che li separa dall’approdo alla loro personale e ancor sconosciuta Itaca.

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Donnarumma all’assalto e l’eterna Questione italiana (meridionale)

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Donnarumma all’assalto andrebbe letto su un’altura. Andrebbe bene l’altura di Caserta Vecchia, per esempio. A quel punto, però, magari insieme a La città distratta di Pascale. O andrebbe bene il Belvedere di Tramonti, per non dire delle pendici riarse dal fuoco degli incendi vesuviani o del Monte Somma. Da lì avremmo modo di vedere la distesa senza fine di edifici e strade, quello sviluppo parziale e incontrollato che ha compromesso la Campania felix, trasformandola in una contraddittoria conurbazione di 4 milioni di persone che va da Caserta e Mondragone, passando per Napoli, Pompei, Salerno, fino a Eboli e Battipaglia. Ma a quel punto, sul Vesuvio intendo, andrebbe letto pure Nel corpo di Napoli oppure, ancora meglio, Di questa vita menzognera di Montesano.

Insomma, nella lunga fase odierna in cui prevalgono i Marchionne e le delocalizzazioni, e la parola stessa Lavoro è bandita dai palinsesti, e soprattutto in una lunga fase in cui la politica del Lavoro e quella Industriale risultano praticamente assenti dall’agenda partitica e parlamentare, Donnarumma all’assalto è un libro di estremo valore per comprendere alcuni termini della Questione meridionale e nazionale.

Innanzitutto il protagonista: è lui, selezionatore del personale per una grande fabbrica del Nord, che nel compiere il suo mestiere finisce per dare l’idea di un innesto. Egli stesso, intendo, lentamente si innesta su un corpo, su una nervatura, la percorre e vi attecchisce, fino a diventarne parte, per poi staccarvisi slabbrato e ritornare indietro, non prima di aver compreso e sviscerato le sue componenti.

Il protagonista è l’uomo razionale, moderno, fiducioso negli strumenti tecnici e culturali in grado di generare la tanto attesa palingenesi meridionale. Nondimeno è dotato della sensibilità, dell’empatia per comprendere tutte le contraddizioni a cui il suo lavoro di selezionatore del personale lo espone.

Santa Maria poi, il paese narrato da Ottieri ispirandosi alla sua esperienza autobiografica a Pozzuoli per conto della Olivetti, a volte ricorda Orano, così come il paesaggio circostante e la luce ricordano, a tratti, lo sguardo meridiano di Camus.

Se ne scrivo, e magari ne scrivo da un’altura, è perché dalle pagine di Ottieri emerge la convinzione che ritessere il tessuto socio-economico del Mezzogiorno o di qualsiasi altra parte del Paese, passa anche per la fabbrica e che qualsiasi territorio ampiamento popolato non può fare a meno di un certo, necessario, livello di industrializzazione.

Senza l’industria si rimane poveri, sembra dire lo scrittore. Ed è vero, la povertà può essere anche un valore, tuttavia espone quegli stessi territori e le sue popolazioni agli esodi, alla colonizzazione culturale, all’eventualità di essere acquistati, svenduti, come spesso accade, e di essere svenduti a quella stessa parte di mondo ricca e industrializzata da cui si cerca di affrancarsi.

Goffredo Parise, a questo proposito, in un suggestivo articolo giornalistico, scrisse della necessità della povertà, del valore della povertà. Ma questo, vien fatto di pensare, o lo si fa tutti insieme oppure diventa un autoannientamento.

Tornando a Ottieri, lo stesso scrittore a un certo punto, difendendo l’esperienza della fabbrica e la coscienza che in essa vi matura, confuta la dialettica servo-padrone, mostrandosi fiducioso in un capitalismo illuminato, dal volto umano, in grado di superare le divisioni.

Ma cosa intende Ottieri quando da buon sociologo ricorda il rapporto demografico di quella fascia costiera campana? “Ma Torre ha sessantamila abitanti, il paesetto di Santa Maria quarantamila, in questa fascia costiera la popolazione è densa come nelle più dense province cinesi”, scrive l’autore. “Il dramma dei dintorni e della città, ricca di regge e povera in ogni suo buco, antica capitale depressa, nel dramma del Mezzogiorno”. Ebbene, Ottieri sottolinea che il livello di vita di quella popolazione passa per la capacità di fare industria.

-“E Donnarumma?

– Donnarumma è pazzo, dottore”, risponde un impiegato, interrogato dal selezionatore.

Donnarumma è il sottoproletario preda della sua cocciuta convinzione, per cui si rifiuta di spedire la domanda di lavoro. È il rifiuto delle regole del gioco, forse perché la disperazione non è un gioco. Ma non è il rifiuto atono con cui il Bartleby di Melville replica al proprio datore di lavoro “Avrei preferenza di no”. È pazzo, sì, Donnarumma, ma il suo rifiuto è ribelle perché alla miseria e alla disperazione, all’assenza di dignità, di giustizia sociale, oppone il suo folle e minaccioso stare al mondo, oppone quello “sguardo duro”. Così, divenendo incubo e minaccia, inculca la paura negli esaminatori.

Donnarumma oppone il suo corpo, la sua ostinazione, il suo essere un uomo attanagliato dal bisogno, a qualsiasi regola o ragione: “Che domanda e domanda. Io debbo lavorare, io voglio faticare, io non debbo fare nessuna domanda”, dice l’uomo al protagonista. Eccola, la sua rivolta rabbiosa, assoluta, monomaniacale; ecco la sua fissazione prevalere su tutto, al pari di un qualsiasi folle eroe ariostesco, solo che questa volta siamo tra le secche del sottoproletariato partenopeo.

Ancora non basta. C’è un punto su cui Ottieri si ferma, credo volontariamente, solo di passaggio. È quando il suo protagonista incontra un vecchio compagno che fa il suo stesso lavoro per un’altra fabbrica settentrionale. Dal dialogo si evince che mentre la fabbrica di Donnarumma assolve il suo compito con correttezza e buona fede, selezionando in maniera equanime e giudiziosa, altre fabbriche si preoccupano solo di non assumere dei comunisti, questa è la loro unica selezione.

Se è chiaro almeno dai tempi della polemica di Salvemini sul giolittismo che senza la buona fede il Mezzogiorno è destinato alla cupidigia delle sue affezionate iene, in questo passaggio breve c’è, si intravede almeno, il destino prossimo (Ottieri scrive nel ’59, in pieno boom economico), la futura lottizzazione politica delle industrie di stato e non, cooptate, a volte obbligate a installare stabilimenti o ad assumere personale solo per rispondere a logiche politico-clientelari, passando magari per il beneplacito della criminalità organizzata.

Dunque, Ottieri non affronta questa parte del discorso. E anche se il suo è solo un lampo, in quel frangente si percepisce che per farcela il Mezzogiorno avrebbe avuto bisogno di onestà e verità, di giustizia e dignità; in una parola: per evitare di finire a brandelli avrebbe avuto bisogno di uno “Stato”. Quindi lo scrittore, di fronte alla messinscena quotidiana del dramma rappresentato dalla disoccupazione meridionale, risponde che è quella l’alienazione, è lì che si annida la mancanza di dignità più grande, nello stato dei vari Accettura e Donnarumma, non certo nell’esperienza di fabbrica.

Cosa è accaduto dopo Ottieri e il suo Donnarumma?

Per saperlo basterebbe la consultazione dei rapporti Svimez degli ultimi anni. Scopriremmo che sessanta anni dopo Ottieri e a circa settantacinque dal Cristo di Carlo Levi, al Sud risiedono i tre quarti delle famiglie povere italiane, e sempre secondo i dati Svimez relativi al 2009, cioè prima della crisi, circa 700.000 persone erano già emigrate verso il Nord in meno di un decennio (non oso citare ciò che è accaduto dopo la crisi).

Ecco che dal punto di vista della coesione territoriale e dell’idea stessa di Stato, questo perenne esodo biblico (a cui si somma il massiccio e incontrollato urbanesimo, lo spopolamento delle campagne e degli Appennini, la parallela crescita esponenziale di mafie dallo strapotere finanziario inarrestabile) rappresenta un incontrovertibile fallimento delle classi dirigenti italiane.

– “E Donnarumma?

– Donnarumma è pazzo, dottore”. Su questo non c’è che dire.

*

 

Sandro Abruzzese

 

* Secondo il rapporto Svimez 2009 sono 700.000 i meridionali emigrati al Nord in meno di un decennio. Sottolineo la cifra datata che si ferma al principio della crisi economica avviatasi in quel periodo. Ancora qualche dato lo prendo da un libro che dovrebbe essere nella biblioteca di ogni italiano, mi riferisco a La scuola è di tutti (Minimum fax, 2010), di Girolamo De Michele. Secondo lo scrittore e insegnante, sempre ottimamente documentato, “al Sud risiedono i tre quarti delle famiglie povere italiane”.

 

 

La città di Monica

Testo e foto di Sandro Abruzzese

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… E poteva andare a studiare in America, Monica, però non ci va in America, per tanti motivi, non se la sente. Per dirne una, quando i colleghi hanno respinto a maggioranza un alunno privo di aiuti familiari e con seri problemi, lei ha scritto e fatto tutto ciò che poteva, ma poi non le è restato che piangerne impotente: con te sarebbe stato diverso, mi ha detto con voce spenta. Allora il padre del ragazzo la rincuorava dicendole tu maestra Monica, ce la fai tu l’iscrizione a Roberto per l’anno prossimo? Faccela tu, ci sei l’anno prossimo, non scherzare mica te ne vai lo lasci solo a Roberto? Se ci stai tu è tutt’appost! Allora Monica ha detto che c’era, ma non è per questo che non se ne va in America.

Comunque, per dire com’è Monica, e con questo mi fermo, ebbene quando Michele, un pittore dotato e un po’ toccato, le ha chiesto di leggere brani di Dostoevskij mentre lui disegnava lì, in libreria, ebbene, che ha fatto Monica? Siccome l’idea le è piaciuta un casino, ha passato i due giorni successivi a selezionare i brani da leggere, e quando l’ha richiamato per dire che era pronta, che, sì, aveva accuratamente selezionato soprattutto da Memorie del sottosuolo; ebbene Michele dopo due giorni del progetto non ricordava praticamente più nulla: cancellato, perso, assorbito nei meandri di quella sua meravigliosa testa, dietro quel volto dagli occhi tagliati d’azzurro e dai lineamenti simmetrici, dentro quel corpo slanciato e proporzionato, tra le spalle larghe da nuotatore e le braccia da ragazzino. Il progetto era finito da qualche parte, sprofondato tra i suoi capelli lunghi e ormai bianchi, con quel portamento regale, sempre elegante, qualsiasi capo indossi. E allora Monica me l’ha raccontato e ha riso. Ha riso tanto come fa lei quando qualcosa la diverte. Ha riso rumorosamente di leggerezza e partecipazione alla follia di Michele, e la gente al tavolino di via Mazzini si destava e voltava curiosa di quella curiosità generata dall’allegria che fa un po’ invidia e un po’ contagio. Ha riso della follia di Michele e della nostra, che poi non è dissimile da tutte le follie di cui è costituito il Cosmo, così com’è costellato di lontani pianeti e stelle e possibilità infinite. Ha riso finché non è arrivato Paolo il fotografo che spesso è lì, al tavolo del bar, e ha detto: ciò, ma si può sapere, voi due scribacchin, che c’è da ridere così tanto? E allora noi ci siamo guardati negli occhi e abbiamo risposto: niente, però abbiamo continuato a ridere tanto e capita che ancora ne ridiamo.

 

Pachamama: Sergio ed Elisabeth, verso la foce, a Serravalle

Sergio con la sua classe elementare. Seduto in basso, il secondo da sinistra

Sergio con la sua classe elementare. Seduto in basso, il secondo da sinistra

Sergio nato in Uruguay, vive a Serravalle, provincia di Ferrara. A casa un bambino di quasi nove anni lo aspetta per giocare, prima di dormire. Sergio, figlio di un padre alcolizzato in una casa senza mattonelle, col pavimento di terra, le porte aperte, una madre affetta da precoce artrite reumatoide. Gli occhi neri, i capelli ricci, una sorella e poco da mangiare. Quel poco gli bastava, però la famiglia cerca fortuna a Buenos Aires perché  “per essere felice devi avere, questo il tranello capitalista”.

“A Buenos Aires, nel quartiere popolare Boedo, in frigo c’era sempre la coca cola e io credevo fossimo ricchi. Poi mio padre perse il lavoro. Presi un secchio d’acqua, mi inventai un mestiere lavando le vetrine dei negozi della città ogni pomeriggio, fino a raggiungere 50 pesos al giorno, in un mese diventava la paga di un operaio.”

 

Sergio

Sergio

Intanto, la mattina frequentava il liceo. Un giorno qualcuno gli poggia la mano sulla fronte. E’ un giorno come un altro in cui il sole per l’ennesima volta è risorto. Qualcuno tocca delicatamente la sua testa e chiede “come sta la tua anima, Sergio?”.

E’ la professoressa di letteratura Beatriz Luque, un fratello desaparecido e il coraggio di non calare mai la testa di fronte ai militari. Sergio con la cresta punk, poi fricchettone, comunista, anarchico che non perde occasione per gettare la sua rabbia in Plaza de Mayo, negli scontri con la Celere, a lottare contro un sistema iniquo, ingiusto. Osserva questa donna e inizia a credere di poter cambiare. Ha visto tanti amici di infanzia risucchiati nelle favelas, persi per sempre.

Manifestazione di protesta contro il default argentino del duemila

Manifestazione di protesta contro il default argentino del duemila

Da quel giorno iniziò ad apprezzare la poesia, l’arte. Quel giorno forse ha scelto lui, lo ha convinto a diventare un uomo, nonostante tutto. Sarebbe potuto rimanere tra i vicoli di Buones Aires. Invece, stasera, mentre scrivo, il ragazzo del quartiere Boedo chiude il suo banco colorato di cactus, tartarughe, animali, lune, stelle, e torna da un bambino che lo aspetta per giocare prima di dormire, lì, giù a Serravalle.

Ceramiche

Le ceramiche di Pachamama

Serravalle frazione di Berra, cinquemila anime verso il Delta del Po. Quasi alla foce del Grande Fiume. Serravalle che non va in televisione. Poco distante da Padova, Ferrara, Ravenna, eppure lontana dal mondo perché non appare, sembra non servire. Serravalle provincia di dove finisce la provincia e i ragazzi fuggono a Bologna, a Milano, a Padova. Fuggono, ignari del fatto che non si sfugge al luogo in cui si cresce. Serravalle tra acqua e terra, estremo lembo orientale, adriatico, di un Nord ancora bizantino. Un luogo lontano dal clamore, nel cuore del settentrione. Una scura e profonda pianura il cui suolo sa ancora di mare.

 

In Patagonia “ho visto la vita da vicino e la mia esperienza dice che chi possiede meno è più generoso”. E’ stato il viaggio più bello prima di approdare in Europa. “Mi manca molto mia nonna. Una donna analfabeta, madre di undici figli. Una persona saggia che per me aveva sempre il sorriso”.

 

Nonna Maria

Nonna Maria

Dopo il diploma sceglie la Scuola di Oreficeria Statale. E’ andata così: lui lavava le vetrine e, sulla stessa strada, un orafo cileno vendeva la sua merce. Sergio si avvicina per fargli i complimenti e l’orafo lo invita a sedersi: “chiunque è capace di imparare”. Questo episodio fu un ennesimo inizio. Ma nel duemila arrivò il fallimento dell’Argentina. Si ritrovò di nuovo al verde, in mezzo a una strada. Spinto dal bisogno di sostenere se stesso e la propria famiglia, da clandestino, il nostro ragazzo approda a Madrid, quindi a Bologna. Nella città dei portici si inventa maestro di spagnolo:

“La prima volta che vidi la Sala Borsa, sede di una grande biblioteca, non riuscii a trattenere le lacrime. E’ difficile spiegare da dove vengo e cosa sia l’Europa per un ragazzo uruguaiano poco più che ventenne della provincia del Rio Negro. E’ stato prendere uno shuttle per andare su Saturno“.

A Bologna trova lavoro come orafo, viene assunto, legalizzato. Mette da parte un bel gruzzolo, deciso a ritornare in Argentina. Prima però, insieme a tre amici, un ultimo viaggio verso il sud dell’Italia. Nessuno gli poggia la mano sulla fronte, stavolta. Nessuno a chiedergli come stia la sua anima ora che, a migliaia di chilometri da casa, ha dei risparmi. Ora che è quasi un uomo. Il viaggio finisce prima di cominciare. Termina sull’isola d’Elba, dove i suoi occhi neri si fermano su quelli altrettanto scuri di Elisabeth, artigiana, ceramista ferrarese. Mentre gli occhi sono occupati, fermi, lei attraversa l’anima, cammina sui suoi desideri, seguendoli prende asilo nel cuore di Sergio. Neanche sei mesi e viene concepito il piccolo Inaki.

Elisabeth

Elisabeth

Ceramista, fondatrice del laboratorio artigianale Pachamama

Ceramista, fondatrice del laboratorio artigianale Pachamama

Elisabeth e Sergio: Pachamama

Nel frattempo si è sviluppata Pachamama. Nella antica lingua Incas “madre terra”. Il progetto di Elisabeth prende il nome proprio dalla terra. Nulla di meglio per chi, come lei, da tempo lavora con le mani nell’argilla.

“Tutto ciò che è pietre preziose, oro, è sporco di sangue”. “Preferisco guidare il mio vecchio furgone Ducati. Preferisco le mani nell’argilla, la nostra ceramica a chilometri 45”, tanto dista Serravalle da Ferrara.

“Nella mia vita è un pesce palla che surfa, non un delfino. Da tempo ho abbandonato gli slogan, i passamontagna, la protesta. Quello in cui credo cerco di dimostrarlo con l’esempio, con la mia vita”.

Il ragazzo del Rio Negro, quello delle vetrine da lavare, l’orafo, l’insegnante di spagnolo, vissuto al Boedo, dove “costa meno una pallottola che un preservativo”, è cresciuto e oggi la sua anima sta bene. A casa un bambino di quasi nove anni lo aspetta per giocare, prima di dormire. Sergio che viene da una casa senza mattonelle, col pavimento di terra. Gli occhi neri, i capelli ricci una sorella e poco da mangiare. Uomo, padre che sa come si diventa uomo. Uomo che sa come fare il padre.

Hasta siempre, cari Sergio ed Elisabeth!

 

 

 

 Il sito di Pachamama

La pagina fb di Pachamama

 

 

 

Sandro Abruzzese

Viaggio in Australia: il nuovo mondo di Gerardino, classe 1926!

di GERARDO LIETO

Nuovo mondo

Nuovo mondo

Gerardino, classe 1926, di Grottaminarda, fu per qualche tempo parte di quel fenomeno migratorio del dopoguerra, ritenuta funzionale per l’Italia a fronte della fragilità industriale e l’arretratezza del mondo agricolo. Orgoglioso come molti della sua età, accoglie le domande come una sorta di riflessione e di ostentata liberazione, come se non vedesse l’ora di parlare; e parlerà senza che nessuno gli faccia domande, senza che nessuno lo fermi, si commuoverà e ricorderà bene quello che è stato. “Ero folle della mia giovinezza”. “Si può dire che non sono stato un vero e proprio emigrante, perché semplicemente a casa vivevo modestamente; ero curioso, c’era una voglia di cambiamento, avevo una forte aspettativa di vita, o banalmente e semplicemente volevo fare più soldi”.

Prima di te, c’è stato qualche emigrato nella tua famiglia?
“I miei zii prima, mio padre Antonio li raggiunse nel 1903-04, stavano tutti a Boston, Stati Uniti. Al paese faceva il ciabattino, calzolaio, e di sicuro l’America non lo cambiò per questo aspetto; tentò, ma sempre il lustrascarpe fece per tutto il tempo, finché qualche anno dopo rimpatriò. Con quale animo non lo so.”

La situazione familiare prima di partire nel 1955? Economica, lavorativa, abitativa?
“Sposai nel 45, con Rosaria, sempre del paese; inizialmente rimasi in casa con i miei; il mio mestiere, scalpellino / marmista; con il tempo e qualche risparmio insieme a mia moglie aprimmo un negozio di casalinghi. Lei rimaneva in negozio e io facevo l’ambulante in giro per i vari paesi. La situazione economica sembrava essere nella media, non navigavamo nell’oro, si facevano tanti sacrifici; ma ci potemmo permettere di comprare la casa, l’attuale casa. Però non ci allontanammo dalle nostre famiglie e dai nostri vicini. Nacquero tre figlie, nel 46’ 48’ e 52’, tutte femmine, ma una malattia alla nascita si portò via la prima.”

La scelta che ti ha portato alla partenza? C’è stato qualche ripensamento?
“Mi trovavo a Napoli per un carico di lavoro, quando incontrai un amico che conobbi durante il servizio militare. Lui incominciò a parlare di questa terra lontana dove un suo parente lo aveva mandato a chiamare. Poi in paese era diventata una consuetudine, anche solo parlarne mi incuriosiva. Io ero desideroso, volenteroso, e poi la fame durante la guerra l’avevo vista e vissuta, avevo una forte sete di guadagno ed ero ambizioso, soprattutto.
Con tutto ciò, l’attaccamento alla famiglia, alla terra e la malinconia che mi prese, mi impedì di partire la prima volta che ci provai. Era il 1953, non so cosa mi prese ma restai a letto per quindici giorni.”

Perché l’Australia? Chi ti ha indirizzato?
“L’Australia, perchè mi mandò a chiamare quell’amico che incontrai a Napoli, ci tenevamo in contatto. Questa volta un anno dopo, il 54’, decisi di non farmi prendere la “pecuntria” (malinconia), e forte della mia decisione partii. Mia moglie aveva il negozio e aveva la protezione di tutta la famiglia. E poi non si sarebbe mai e poi mai spostata. Era il mese di Aprile ed era primavera.”

Cosa hai dovuto fare per organizzare il viaggio?
“Io dovetti comprare il biglietto della nave, 360 lire, e dovetti aspettare l’atto di richiamo. Era un semplice documento che gli immigrati facevano per richiedere e accogliere altre persone, per motivi di lavoro o matrimonio. La richiesta partiva da un amico o parente ivi residente e che poteva garantire un posto di lavoro. Dichiarando di essere idoneo a lavorare, feci anche una visita medica, insomma garantivano per te. Aspettai.”

Come hai affrontato il viaggio?
“La nave. Cielo e mare mi fecero compagnia per trenta giorni e trenta notti. Partimmo dal porto di Napoli, puoi immaginare la tristezza mista ad euforia. Su quel mondo galleggiante eravamo in 1500. Li conobbi qualcosa che non avevo mai visto o sentito, ero un cittadino del mondo. Quanto mangiavamo…; tre volte al giorno cose mai immaginate e provate prima; pensa che a metà pomeriggio ci servivano tè con biscotti, impensabile. Si giocava e si passava il tempo in qualsiasi modo. Lì presi la fama di essere un buon oratore; facevo discorsi, cantavo e suonavo il mandolino per gli altri, ricordando le nostre terre, come se già fosse passata una vita. Così sembrava.”

Arrivato, quali sono stati i tuoi contatti, cosa facesti? I primi lavori?
“Quando arrivai era maggio. A Melbourne inaspettatamente l’amico non c’era, lo aspettai fino a sera, ma niente. Qualcuno mi notò, ero infreddolito, sporco, stanco, mi chiamò, non so perché ma mi voltai subito, disse: “spaghetti, italiano?”, forse me l’aspettavo una cosa del genere. Era la polizia che mi prese e mi portò con loro, mostrai l’atto di richiamo e i documenti, chiamarono il titolare e mi misero su un Bus in direzione Richmond, un sobborgo della città. Era li che lavoravano gli italiani, lì c’erano le miniere e tanti campi da trattare. Di certo non trovai la ricchezza che mi era stata promessa per lettera e raccontata. Erano partiti da contadini e continuavano a fare i contadini. Io, comunque, con quel mio amico presi il mio primo lavoro da emigrato, scesi in miniera,una miniera di carbon-fossile, ma per soli quindici giorni; non era per me. Stavo sempre nero. Allora mi misi in moto e cercai tramite tramite qualche mio paesano. Così feci, tanto che da quel posto sperso me ne andai per tornare un po’ più in città. Ero andato lì per migliorare non per peggiorare. L’ufficio del lavoro, se così si chiamava, mi diede cinque sterline per vivere una settimana. Mi indirizzarono verso una fabbrica di caramelle ma non mi presero. Furono giorni duri e tristi ma riuscì a trovare tramite un mio paesano a Melbourne il lavoro che facevo al mio paese prima di aprire il negozio da commerciante, scalpellino/marmista. Comunque era un lavoro che mi faceva felice.”

Dove vivevi? Eri circondato da italiani? Vivevi in comunità?
“Dove vivevo e vivevamo era un grande quartiere di soli italiani. Una miscela di italiani, nord, sud tutti insieme. Si parlava esclusivamente italiano per certi versi, in certe occasioni dialetto. Era una vera comunità, sembrava di stare in famiglia. Certo dovevamo arrangiarci come potevamo, stipati in abitazioni da quattro massimo cinque persone. Ci si organizzava. Il lavoro, siccome ero bravo, mi dava molte soddisfazioni, non era duro trattandosi più di precisione che altro, però il padrone era esigente, e come. Diceva: ”spaghetti, tu ok ma lento”. Comunque si viveva così, si lavorava insieme, si mangiava insieme, si dormiva, ci si divertiva insieme.”

Il tempo libero?
“Ho conosciuto il cinema il sabato sera, in Australia! La domenica mattina da buon paesanotto andavo in chiesa. La sera dopo il lavoro a scuola d’inglese, lì incominciai a frequentare persone diverse, ma sempre emigranti, maltesi, greci, ecc, insomma incominciai a masticare la lingua. Mi improvvisavo barbiere per i miei amici vicini di casa, loro si accontentavano. La fama di oratore mi seguì. Invitato sempre, mi mettevo al centro dell’attenzione in feste non mie. Per esempio in alcuni matrimoni prendevo la parola e pronunciavo discorsi d’auguri per gli sposi, tutti applaudivano, mi invitavano per questo; oppure andavamo a fare le serenate alle spose la sera prima delle nozze. Io suonavo il mandolino. Vero italiano, li facevo sentire a casa. Piangevano. Una volta mi arrestarono pure per disturbo, me la cavai con una multa. Ero molto fanatico, mi piaceva vestire bene la sera e non ti nascondo che le donne straniere…..beh si facevano guardare, noi eravamo abituati ad altro.”

I soldi che guadagnavi li mandavi al paese?
“Dopo due anni da scalpellino litigai con il datore di lavoro e abbandonai tutto per poi trovare un altro posto, ma molto meno gratificante. Era una piccola fabbrica che costruiva abbeveratoi per animali. Mi pagavano bene, prendevo 11 sterline più le mance,era semplicemente un cottimo.
Mandavo bei soldi a casa e mia moglie li depositava in banca, tra l’altro la prima banca a nascere a Grottaminarda, nata anche grazie ai soldi di noi emigranti.”

Come vi trattavano gli australiani autoctoni ?
“Non benissimo, io mi sentivo un re dentro la mia comunità, ma come mettevi il piede fuori dal quartiere e ti incamminavi verso la loro città le cose cambiavano. A lavoro comunque eri sempre e solo un numero, il padrone era proprio come ve lo potete immaginare. E’ vero c’erano diritti e doveri ma eri controllato a vista, indipendentemente. Eri sempre e comunque per loro un spaghettaro e mandolinaro. Ad esempio: un giorno in un tram mi alzai per far sedere una persona anziana, per rispetto, ma fui trattato malissimo da quel signore perché aveva mal capito la mia frase al momento di cedergli il posto, capì che lo avevo dato per una donnaccia. Penso che fu solo un pretesto crudele e banale per farmi segnalare dalla polizia, perché così finì. Ancora oggi ci penso a quell’umiliazione.
Io sono sempre stato un tipo nostalgico, vedi la prima volta, ma in quel periodo particolarmente.”

Hai mandato a chiamare qualcuno che conoscevi in Italia? Parenti o amici.
“In quel periodo, proprio perché mi sentivo giù, mandai a chiamare mio fratello Michele. Lavorò con me per altri due anni. Vivevamo insieme. Lui poi c’è rimasto quindici anni.
Feci un atto di richiamo per mia nipote, da parte di mia moglie, che a sua volta reclutò tutti i suoi. Attualmente vivono ancora lì. Ci sentiamo qualche volta.”

Quando sei tornato e perché?
“Io non vedevo l’ora di tornare. Avevo guadagnato qualcosa, ma non stavo più bene. Non dovevo più fare sacrifici, anche perché se ci penso oggi non so perché feci tutto, non vivendo proprio nella miseria. Curiosità, follia,voglia di cambiare vita, con quale aspettativa però? Non avevo le stesse ragioni del migrante comune ma chi lascia il paese d’origine prova le stesse emozioni, lo stesso allontanamento dalla famiglia, gli stessi problemi di integrazione e conosce la stessa incertezza che ruota attorno ai migranti e alle loro famiglie.
Sono tornato nel 60’,con qualcosa in più sicuramente, feci un altro figlio, maschio, presi il diploma e concorsi per un posto da vigile urbano e poi con pazienza aspettai qualche anno diventando comandante maresciallo dei vigili urbani di Grottaminarda, fino alla pensione.”

Orgoglioso, onorato, già di carattere, mi mostra la medaglia d’oro di cavaliere ricevuta al momento del ritiro.

Intervista a cura di Gerardo Lieto

Oscurità ai margini della città

Torri gemelle alla stazione di Ferrara

Torri gemelle alla stazione di Ferrara

“Benevenuti a Ferrara”, recita un enorme cartellone situato sul retro della stazione ferroviaria, in via Modena. Nonostante la pioggia ho avvertito la necessità di una lunga camminata e così sono arrivato fin qua.
Nel tragitto tante agenzie immobiliari, i bar degli asiatici in via Mazzini e Garibaldi, un centro massaggi che promette molto di più in via Cassoli, poco dopo una palestra di boxe, e un gitano che suona la sua fisarmonica scassata. In alto, alle finestre, striscioni fatti in casa: “Basta droga”, “Basta spaccio”, e sono già in stazione, dove il colore preminente diventa il nero degli africani.
Sebbene la stazione sia in pieno centro, i volti mi dicono che è iniziata la periferia, rivedo le barriere e l’incuria che annunciano i margini della città, quei luoghi che la borghesia cittadina rifugge, in cui gli immobili si svendono al primo offerente o si affittano a chi non può permettersi di meglio: via Oroboni, Porta Catena, le due torri che svettano in via Stazione.

Cavalcavia ferroviario di via Modena

Cavalcavia ferroviario di via Modena

Oltrepasso la ferrovia e puntuale all’orizzonte spuntano le nubi del petrolchimico. Al di là del cavalcavia finisce Ferrara e ha inizio un posto che potrebbe essere qualsiasi altro al mondo, quelli che Augé non molto tempo fa definì non luoghi. Quartieri popolari si approssimano al polo industriale, in mezzo a pompe di benzina, ruderi, poi una sala bingo, materassi, divani, ed un ristorante, diversi supermercati.

Uscito dalla magia del centro storico, piombo nello squallore ordinato di un posto in cui nessuno vorrebbe abitare e mi chiedo, ingenuamente, perché esistano le periferie. Cosa generi luoghi completamente inadatti alla vita sotto il profilo estetico e funzionale.
A suo modo via Modena è un monumento all’Italia, in ricordo dell’assenza di progettazione urbanistica. Ogni permesso di costruzione a ridosso di zone inquinate, ogni cambio di destinazione d’uso in deroga a piani regolatori, rappresenta una piccola o grande sconfitta politica.

foto edificio DIesel  FRENI  ARIA

Sono partito dal ventre di Ferrara diretto verso i margini, e con le punte dei piedi fradicie penso alle parole di Darkness on the edge of town. Nella parte finale Bruce Springsteen narra come al solito di un perdente delle Badlands – i bassifondi – “Alcuni nascono sotto buone prospettive/ altri se le procurano comunque, in ogni modo io ho perso i soldi e ho perso mia moglie/ ma queste cose non mi sembrano importare tanto ora/ stanotte sarò su quella collina perché non posso fermarmi/ sarò su quella collina con tutto quello che mi è rimasto/ vite sul confine dove i sogni vengono trovati e si perdono/ sarò là in tempo e pagherò il prezzo/ per volere le cose che si possono trovare soltanto/ nell’oscurità ai margini della città””.

I margini di Ferrara mi dicono che è compito della politica evitare l’esistenza di periferie, ghetti, come pure di quartieri, scuole, asili o ospedali peggiori di altri.
A riguardo l’urbanista Bernardo Secchi ha parlato a ragione di città dei ricchi e città dei poveri, nonché di quanto l’urbanistica contribuisca alla giustizia sociale o, al contrario, alla distinzione di classe attraverso un suo uso distorto quando non addirittura immorale.

Alle mie spalle due cartelloni giganti mi danno parziale risposta: il primo “compra oro, argento, gioielli, mentre il secondo si candida a sindaco della città con lo slogan “giustizia, onore, libertà”. Ma le immagini tradiscono una fatale somiglianza e dicono che non c’è poi tanta differenza tra i due propositi.

Cartelloni pubblicitari in via Modena

Cartelloni pubblicitari in via Modena

Ormai penso alla libertà strumentalizzata dalla politica e invece di Norberto Bobbio e della sua “Età dei diritti”, ho in mente il “compro oro” di via Modena, allora riattraverso la barriera del ponte ferroviario, limite della mia umida giornata, e finisco in un capannone diroccato che ospita un mercato dell’usato, dove sembra che pure la vita di ognuno sia di seconda mano.
Oggi è andata così, è una giornata di pioggia che impregna la punta delle scarpe e odora di muffa e polvere del mio grigio mercato dell’usato.
Eppure amo i mercatini che mi danno la continua speranza di imbattermi in qualcosa di raro e introvabile a cui potermi aggrappare.
Una giornata fatta di slogan vuoti e ciminiere di un cielo sporco in mezzo ai cartelloni pubblicitari, con due indiani alla ricerca di un civico che mi chiedono di un certo Giovanni. O di un omaccione che offre la sua merce proibita nascosto nell’oscurità, ai margini della città, e io lo immagino bambino con cui non avrei fatto fatica a giocare tutto il giorno, e invece siamo soli entrambi, su due sponde invisibili che ci rendono talmente lontani, diversi, che non sembriamo neppure esseri umani.

SANDRO ABRUZZESE