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Donnarumma all’assalto e l’eterna Questione italiana (meridionale)

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Donnarumma all’assalto andrebbe letto su un’altura. Andrebbe bene l’altura di Caserta Vecchia, per esempio. A quel punto, però, magari insieme a La città distratta di Pascale. O andrebbe bene il Belvedere di Tramonti, per non dire delle pendici riarse dal fuoco degli incendi vesuviani o del Monte Somma. Da lì avremmo modo di vedere la distesa senza fine di edifici e strade, quello sviluppo parziale e incontrollato che ha compromesso la Campania felix, trasformandola in una contraddittoria conurbazione di 4 milioni di persone che va da Caserta e Mondragone, passando per Napoli, Pompei, Salerno, fino a Eboli e Battipaglia. Ma a quel punto, sul Vesuvio intendo, andrebbe letto pure Nel corpo di Napoli oppure, ancora meglio, Di questa vita menzognera di Montesano.

Insomma, nella lunga fase odierna in cui prevalgono i Marchionne e le delocalizzazioni, e la parola stessa Lavoro è bandita dai palinsesti, e soprattutto in una lunga fase in cui la politica del Lavoro e quella Industriale risultano praticamente assenti dall’agenda partitica e parlamentare, Donnarumma all’assalto è un libro di estremo valore per comprendere alcuni termini della Questione meridionale e nazionale.

Innanzitutto il protagonista: è lui, selezionatore del personale per una grande fabbrica del Nord, che nel compiere il suo mestiere finisce per dare l’idea di un innesto. Egli stesso, intendo, lentamente si innesta su un corpo, su una nervatura, la percorre e vi attecchisce, fino a diventarne parte, per poi staccarvisi slabbrato e ritornare indietro, non prima di aver compreso e sviscerato le sue componenti.

Il protagonista è l’uomo razionale, moderno, fiducioso negli strumenti tecnici e culturali in grado di generare la tanto attesa palingenesi meridionale. Nondimeno è dotato della sensibilità, dell’empatia per comprendere tutte le contraddizioni a cui il suo lavoro di selezionatore del personale lo espone.

Santa Maria poi, il paese narrato da Ottieri ispirandosi alla sua esperienza autobiografica a Pozzuoli per conto della Olivetti, a volte ricorda Orano, così come il paesaggio circostante e la luce ricordano, a tratti, lo sguardo meridiano di Camus.

Se ne scrivo, e magari ne scrivo da un’altura, è perché dalle pagine di Ottieri emerge la convinzione che ritessere il tessuto socio-economico del Mezzogiorno o di qualsiasi altra parte del Paese, passa anche per la fabbrica e che qualsiasi territorio ampiamento popolato non può fare a meno di un certo, necessario, livello di industrializzazione.

Senza l’industria si rimane poveri, sembra dire lo scrittore. Ed è vero, la povertà può essere anche un valore, tuttavia espone quegli stessi territori e le sue popolazioni agli esodi, alla colonizzazione culturale, all’eventualità di essere acquistati, svenduti, come spesso accade, e di essere svenduti a quella stessa parte di mondo ricca e industrializzata da cui si cerca di affrancarsi.

Goffredo Parise, a questo proposito, in un suggestivo articolo giornalistico, scrisse della necessità della povertà, del valore della povertà. Ma questo, vien fatto di pensare, o lo si fa tutti insieme oppure diventa un autoannientamento.

Tornando a Ottieri, lo stesso scrittore a un certo punto, difendendo l’esperienza della fabbrica e la coscienza che in essa vi matura, confuta la dialettica servo-padrone, mostrandosi fiducioso in un capitalismo illuminato, dal volto umano, in grado di superare le divisioni.

Ma cosa intende Ottieri quando da buon sociologo ricorda il rapporto demografico di quella fascia costiera campana? “Ma Torre ha sessantamila abitanti, il paesetto di Santa Maria quarantamila, in questa fascia costiera la popolazione è densa come nelle più dense province cinesi”, scrive l’autore. “Il dramma dei dintorni e della città, ricca di regge e povera in ogni suo buco, antica capitale depressa, nel dramma del Mezzogiorno”. Ebbene, Ottieri sottolinea che il livello di vita di quella popolazione passa per la capacità di fare industria.

-“E Donnarumma?

– Donnarumma è pazzo, dottore”, risponde un impiegato, interrogato dal selezionatore.

Donnarumma è il sottoproletario preda della sua cocciuta convinzione, per cui si rifiuta di spedire la domanda di lavoro. È il rifiuto delle regole del gioco, forse perché la disperazione non è un gioco. Ma non è il rifiuto atono con cui il Bartleby di Melville replica al proprio datore di lavoro “Avrei preferenza di no”. È pazzo, sì, Donnarumma, ma il suo rifiuto è ribelle perché alla miseria e alla disperazione, all’assenza di dignità, di giustizia sociale, oppone il suo folle e minaccioso stare al mondo, oppone quello “sguardo duro”. Così, divenendo incubo e minaccia, inculca la paura negli esaminatori.

Donnarumma oppone il suo corpo, la sua ostinazione, il suo essere un uomo attanagliato dal bisogno, a qualsiasi regola o ragione: “Che domanda e domanda. Io debbo lavorare, io voglio faticare, io non debbo fare nessuna domanda”, dice l’uomo al protagonista. Eccola, la sua rivolta rabbiosa, assoluta, monomaniacale; ecco la sua fissazione prevalere su tutto, al pari di un qualsiasi folle eroe ariostesco, solo che questa volta siamo tra le secche del sottoproletariato partenopeo.

Ancora non basta. C’è un punto su cui Ottieri si ferma, credo volontariamente, solo di passaggio. È quando il suo protagonista incontra un vecchio compagno che fa il suo stesso lavoro per un’altra fabbrica settentrionale. Dal dialogo si evince che mentre la fabbrica di Donnarumma assolve il suo compito con correttezza e buona fede, selezionando in maniera equanime e giudiziosa, altre fabbriche si preoccupano solo di non assumere dei comunisti, questa è la loro unica selezione.

Se è chiaro almeno dai tempi della polemica di Salvemini sul giolittismo che senza la buona fede il Mezzogiorno è destinato alla cupidigia delle sue affezionate iene, in questo passaggio breve c’è, si intravede almeno, il destino prossimo (Ottieri scrive nel ’59, in pieno boom economico), la futura lottizzazione politica delle industrie di stato e non, cooptate, a volte obbligate a installare stabilimenti o ad assumere personale solo per rispondere a logiche politico-clientelari, passando magari per il beneplacito della criminalità organizzata.

Dunque, Ottieri non affronta questa parte del discorso. E anche se il suo è solo un lampo, in quel frangente si percepisce che per farcela il Mezzogiorno avrebbe avuto bisogno di onestà e verità, di giustizia e dignità; in una parola: per evitare di finire a brandelli avrebbe avuto bisogno di uno “Stato”. Quindi lo scrittore, di fronte alla messinscena quotidiana del dramma rappresentato dalla disoccupazione meridionale, risponde che è quella l’alienazione, è lì che si annida la mancanza di dignità più grande, nello stato dei vari Accettura e Donnarumma, non certo nell’esperienza di fabbrica.

Cosa è accaduto dopo Ottieri e il suo Donnarumma?

Per saperlo basterebbe la consultazione dei rapporti Svimez degli ultimi anni. Scopriremmo che sessanta anni dopo Ottieri e a circa settantacinque dal Cristo di Carlo Levi, al Sud risiedono i tre quarti delle famiglie povere italiane, e sempre secondo i dati Svimez relativi al 2009, cioè prima della crisi, circa 700.000 persone erano già emigrate verso il Nord in meno di un decennio (non oso citare ciò che è accaduto dopo la crisi).

Ecco che dal punto di vista della coesione territoriale e dell’idea stessa di Stato, questo perenne esodo biblico (a cui si somma il massiccio e incontrollato urbanesimo, lo spopolamento delle campagne e degli Appennini, la parallela crescita esponenziale di mafie dallo strapotere finanziario inarrestabile) rappresenta un incontrovertibile fallimento delle classi dirigenti italiane.

– “E Donnarumma?

– Donnarumma è pazzo, dottore”. Su questo non c’è che dire.

*

 

Sandro Abruzzese

 

* Secondo il rapporto Svimez 2009 sono 700.000 i meridionali emigrati al Nord in meno di un decennio. Sottolineo la cifra datata che si ferma al principio della crisi economica avviatasi in quel periodo. Ancora qualche dato lo prendo da un libro che dovrebbe essere nella biblioteca di ogni italiano, mi riferisco a La scuola è di tutti (Minimum fax, 2010), di Girolamo De Michele. Secondo lo scrittore e insegnante, sempre ottimamente documentato, “al Sud risiedono i tre quarti delle famiglie povere italiane”.

 

 

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La città di Monica

Testo e foto di Sandro Abruzzese

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… E poteva andare a studiare in America, Monica, però non ci va in America, per tanti motivi, non se la sente. Per dirne una, quando i colleghi hanno respinto a maggioranza un alunno privo di aiuti familiari e con seri problemi, lei ha scritto e fatto tutto ciò che poteva, ma poi non le è restato che piangerne impotente: con te sarebbe stato diverso, mi ha detto con voce spenta. Allora il padre del ragazzo la rincuorava dicendole tu maestra Monica, ce la fai tu l’iscrizione a Roberto per l’anno prossimo? Faccela tu, ci sei l’anno prossimo, non scherzare mica te ne vai lo lasci solo a Roberto? Se ci stai tu è tutt’appost! Allora Monica ha detto che c’era, ma non è per questo che non se ne va in America.

Comunque, per dire com’è Monica, e con questo mi fermo, ebbene quando Michele, un pittore dotato e un po’ toccato, le ha chiesto di leggere brani di Dostoevskij mentre lui disegnava lì, in libreria, ebbene, che ha fatto Monica? Siccome l’idea le è piaciuta un casino, ha passato i due giorni successivi a selezionare i brani da leggere, e quando l’ha richiamato per dire che era pronta, che, sì, aveva accuratamente selezionato soprattutto da Memorie del sottosuolo; ebbene Michele dopo due giorni del progetto non ricordava praticamente più nulla: cancellato, perso, assorbito nei meandri di quella sua meravigliosa testa, dietro quel volto dagli occhi tagliati d’azzurro e dai lineamenti simmetrici, dentro quel corpo slanciato e proporzionato, tra le spalle larghe da nuotatore e le braccia da ragazzino. Il progetto era finito da qualche parte, sprofondato tra i suoi capelli lunghi e ormai bianchi, con quel portamento regale, sempre elegante, qualsiasi capo indossi. E allora Monica me l’ha raccontato e ha riso. Ha riso tanto come fa lei quando qualcosa la diverte. Ha riso rumorosamente di leggerezza e partecipazione alla follia di Michele, e la gente al tavolino di via Mazzini si destava e voltava curiosa di quella curiosità generata dall’allegria che fa un po’ invidia e un po’ contagio. Ha riso della follia di Michele e della nostra, che poi non è dissimile da tutte le follie di cui è costituito il Cosmo, così com’è costellato di lontani pianeti e stelle e possibilità infinite. Ha riso finché non è arrivato Paolo il fotografo che spesso è lì, al tavolo del bar, e ha detto: ciò, ma si può sapere, voi due scribacchin, che c’è da ridere così tanto? E allora noi ci siamo guardati negli occhi e abbiamo risposto: niente, però abbiamo continuato a ridere tanto e capita che ancora ne ridiamo.

 

Pachamama: Sergio ed Elisabeth, verso la foce, a Serravalle

Sergio con la sua classe elementare. Seduto in basso, il secondo da sinistra

Sergio con la sua classe elementare. Seduto in basso, il secondo da sinistra

Sergio nato in Uruguay, vive a Serravalle, provincia di Ferrara. A casa un bambino di quasi nove anni lo aspetta per giocare, prima di dormire. Sergio, figlio di un padre alcolizzato in una casa senza mattonelle, col pavimento di terra, le porte aperte, una madre affetta da precoce artrite reumatoide. Gli occhi neri, i capelli ricci, una sorella e poco da mangiare. Quel poco gli bastava, però la famiglia cerca fortuna a Buenos Aires perché  “per essere felice devi avere, questo il tranello capitalista”.

“A Buenos Aires, nel quartiere popolare Boedo, in frigo c’era sempre la coca cola e io credevo fossimo ricchi. Poi mio padre perse il lavoro. Presi un secchio d’acqua, mi inventai un mestiere lavando le vetrine dei negozi della città ogni pomeriggio, fino a raggiungere 50 pesos al giorno, in un mese diventava la paga di un operaio.”

 

Sergio

Sergio

Intanto, la mattina frequentava il liceo. Un giorno qualcuno gli poggia la mano sulla fronte. E’ un giorno come un altro in cui il sole per l’ennesima volta è risorto. Qualcuno tocca delicatamente la sua testa e chiede “come sta la tua anima, Sergio?”.

E’ la professoressa di letteratura Beatriz Luque, un fratello desaparecido e il coraggio di non calare mai la testa di fronte ai militari. Sergio con la cresta punk, poi fricchettone, comunista, anarchico che non perde occasione per gettare la sua rabbia in Plaza de Mayo, negli scontri con la Celere, a lottare contro un sistema iniquo, ingiusto. Osserva questa donna e inizia a credere di poter cambiare. Ha visto tanti amici di infanzia risucchiati nelle favelas, persi per sempre.

Manifestazione di protesta contro il default argentino del duemila

Manifestazione di protesta contro il default argentino del duemila

Da quel giorno iniziò ad apprezzare la poesia, l’arte. Quel giorno forse ha scelto lui, lo ha convinto a diventare un uomo, nonostante tutto. Sarebbe potuto rimanere tra i vicoli di Buones Aires. Invece, stasera, mentre scrivo, il ragazzo del quartiere Boedo chiude il suo banco colorato di cactus, tartarughe, animali, lune, stelle, e torna da un bambino che lo aspetta per giocare prima di dormire, lì, giù a Serravalle.

Ceramiche

Le ceramiche di Pachamama

Serravalle frazione di Berra, cinquemila anime verso il Delta del Po. Quasi alla foce del Grande Fiume. Serravalle che non va in televisione. Poco distante da Padova, Ferrara, Ravenna, eppure lontana dal mondo perché non appare, sembra non servire. Serravalle provincia di dove finisce la provincia e i ragazzi fuggono a Bologna, a Milano, a Padova. Fuggono, ignari del fatto che non si sfugge al luogo in cui si cresce. Serravalle tra acqua e terra, estremo lembo orientale, adriatico, di un Nord ancora bizantino. Un luogo lontano dal clamore, nel cuore del settentrione. Una scura e profonda pianura il cui suolo sa ancora di mare.

 

In Patagonia “ho visto la vita da vicino e la mia esperienza dice che chi possiede meno è più generoso”. E’ stato il viaggio più bello prima di approdare in Europa. “Mi manca molto mia nonna. Una donna analfabeta, madre di undici figli. Una persona saggia che per me aveva sempre il sorriso”.

 

Nonna Maria

Nonna Maria

Dopo il diploma sceglie la Scuola di Oreficeria Statale. E’ andata così: lui lavava le vetrine e, sulla stessa strada, un orafo cileno vendeva la sua merce. Sergio si avvicina per fargli i complimenti e l’orafo lo invita a sedersi: “chiunque è capace di imparare”. Questo episodio fu un ennesimo inizio. Ma nel duemila arrivò il fallimento dell’Argentina. Si ritrovò di nuovo al verde, in mezzo a una strada. Spinto dal bisogno di sostenere se stesso e la propria famiglia, da clandestino, il nostro ragazzo approda a Madrid, quindi a Bologna. Nella città dei portici si inventa maestro di spagnolo:

“La prima volta che vidi la Sala Borsa, sede di una grande biblioteca, non riuscii a trattenere le lacrime. E’ difficile spiegare da dove vengo e cosa sia l’Europa per un ragazzo uruguaiano poco più che ventenne della provincia del Rio Negro. E’ stato prendere uno shuttle per andare su Saturno“.

A Bologna trova lavoro come orafo, viene assunto, legalizzato. Mette da parte un bel gruzzolo, deciso a ritornare in Argentina. Prima però, insieme a tre amici, un ultimo viaggio verso il sud dell’Italia. Nessuno gli poggia la mano sulla fronte, stavolta. Nessuno a chiedergli come stia la sua anima ora che, a migliaia di chilometri da casa, ha dei risparmi. Ora che è quasi un uomo. Il viaggio finisce prima di cominciare. Termina sull’isola d’Elba, dove i suoi occhi neri si fermano su quelli altrettanto scuri di Elisabeth, artigiana, ceramista ferrarese. Mentre gli occhi sono occupati, fermi, lei attraversa l’anima, cammina sui suoi desideri, seguendoli prende asilo nel cuore di Sergio. Neanche sei mesi e viene concepito il piccolo Inaki.

Elisabeth

Elisabeth

Ceramista, fondatrice del laboratorio artigianale Pachamama

Ceramista, fondatrice del laboratorio artigianale Pachamama

Elisabeth e Sergio: Pachamama

Nel frattempo si è sviluppata Pachamama. Nella antica lingua Incas “madre terra”. Il progetto di Elisabeth prende il nome proprio dalla terra. Nulla di meglio per chi, come lei, da tempo lavora con le mani nell’argilla.

“Tutto ciò che è pietre preziose, oro, è sporco di sangue”. “Preferisco guidare il mio vecchio furgone Ducati. Preferisco le mani nell’argilla, la nostra ceramica a chilometri 45”, tanto dista Serravalle da Ferrara.

“Nella mia vita è un pesce palla che surfa, non un delfino. Da tempo ho abbandonato gli slogan, i passamontagna, la protesta. Quello in cui credo cerco di dimostrarlo con l’esempio, con la mia vita”.

Il ragazzo del Rio Negro, quello delle vetrine da lavare, l’orafo, l’insegnante di spagnolo, vissuto al Boedo, dove “costa meno una pallottola che un preservativo”, è cresciuto e oggi la sua anima sta bene. A casa un bambino di quasi nove anni lo aspetta per giocare, prima di dormire. Sergio che viene da una casa senza mattonelle, col pavimento di terra. Gli occhi neri, i capelli ricci una sorella e poco da mangiare. Uomo, padre che sa come si diventa uomo. Uomo che sa come fare il padre.

Hasta siempre, cari Sergio ed Elisabeth!

 

 

 

 Il sito di Pachamama

La pagina fb di Pachamama

 

 

 

Sandro Abruzzese

Viaggio in Australia: il nuovo mondo di Gerardino, classe 1926!

di GERARDO LIETO

Nuovo mondo

Nuovo mondo

Gerardino, classe 1926, di Grottaminarda, fu per qualche tempo parte di quel fenomeno migratorio del dopoguerra, ritenuta funzionale per l’Italia a fronte della fragilità industriale e l’arretratezza del mondo agricolo. Orgoglioso come molti della sua età, accoglie le domande come una sorta di riflessione e di ostentata liberazione, come se non vedesse l’ora di parlare; e parlerà senza che nessuno gli faccia domande, senza che nessuno lo fermi, si commuoverà e ricorderà bene quello che è stato. “Ero folle della mia giovinezza”. “Si può dire che non sono stato un vero e proprio emigrante, perché semplicemente a casa vivevo modestamente; ero curioso, c’era una voglia di cambiamento, avevo una forte aspettativa di vita, o banalmente e semplicemente volevo fare più soldi”.

Prima di te, c’è stato qualche emigrato nella tua famiglia?
“I miei zii prima, mio padre Antonio li raggiunse nel 1903-04, stavano tutti a Boston, Stati Uniti. Al paese faceva il ciabattino, calzolaio, e di sicuro l’America non lo cambiò per questo aspetto; tentò, ma sempre il lustrascarpe fece per tutto il tempo, finché qualche anno dopo rimpatriò. Con quale animo non lo so.”

La situazione familiare prima di partire nel 1955? Economica, lavorativa, abitativa?
“Sposai nel 45, con Rosaria, sempre del paese; inizialmente rimasi in casa con i miei; il mio mestiere, scalpellino / marmista; con il tempo e qualche risparmio insieme a mia moglie aprimmo un negozio di casalinghi. Lei rimaneva in negozio e io facevo l’ambulante in giro per i vari paesi. La situazione economica sembrava essere nella media, non navigavamo nell’oro, si facevano tanti sacrifici; ma ci potemmo permettere di comprare la casa, l’attuale casa. Però non ci allontanammo dalle nostre famiglie e dai nostri vicini. Nacquero tre figlie, nel 46’ 48’ e 52’, tutte femmine, ma una malattia alla nascita si portò via la prima.”

La scelta che ti ha portato alla partenza? C’è stato qualche ripensamento?
“Mi trovavo a Napoli per un carico di lavoro, quando incontrai un amico che conobbi durante il servizio militare. Lui incominciò a parlare di questa terra lontana dove un suo parente lo aveva mandato a chiamare. Poi in paese era diventata una consuetudine, anche solo parlarne mi incuriosiva. Io ero desideroso, volenteroso, e poi la fame durante la guerra l’avevo vista e vissuta, avevo una forte sete di guadagno ed ero ambizioso, soprattutto.
Con tutto ciò, l’attaccamento alla famiglia, alla terra e la malinconia che mi prese, mi impedì di partire la prima volta che ci provai. Era il 1953, non so cosa mi prese ma restai a letto per quindici giorni.”

Perché l’Australia? Chi ti ha indirizzato?
“L’Australia, perchè mi mandò a chiamare quell’amico che incontrai a Napoli, ci tenevamo in contatto. Questa volta un anno dopo, il 54’, decisi di non farmi prendere la “pecuntria” (malinconia), e forte della mia decisione partii. Mia moglie aveva il negozio e aveva la protezione di tutta la famiglia. E poi non si sarebbe mai e poi mai spostata. Era il mese di Aprile ed era primavera.”

Cosa hai dovuto fare per organizzare il viaggio?
“Io dovetti comprare il biglietto della nave, 360 lire, e dovetti aspettare l’atto di richiamo. Era un semplice documento che gli immigrati facevano per richiedere e accogliere altre persone, per motivi di lavoro o matrimonio. La richiesta partiva da un amico o parente ivi residente e che poteva garantire un posto di lavoro. Dichiarando di essere idoneo a lavorare, feci anche una visita medica, insomma garantivano per te. Aspettai.”

Come hai affrontato il viaggio?
“La nave. Cielo e mare mi fecero compagnia per trenta giorni e trenta notti. Partimmo dal porto di Napoli, puoi immaginare la tristezza mista ad euforia. Su quel mondo galleggiante eravamo in 1500. Li conobbi qualcosa che non avevo mai visto o sentito, ero un cittadino del mondo. Quanto mangiavamo…; tre volte al giorno cose mai immaginate e provate prima; pensa che a metà pomeriggio ci servivano tè con biscotti, impensabile. Si giocava e si passava il tempo in qualsiasi modo. Lì presi la fama di essere un buon oratore; facevo discorsi, cantavo e suonavo il mandolino per gli altri, ricordando le nostre terre, come se già fosse passata una vita. Così sembrava.”

Arrivato, quali sono stati i tuoi contatti, cosa facesti? I primi lavori?
“Quando arrivai era maggio. A Melbourne inaspettatamente l’amico non c’era, lo aspettai fino a sera, ma niente. Qualcuno mi notò, ero infreddolito, sporco, stanco, mi chiamò, non so perché ma mi voltai subito, disse: “spaghetti, italiano?”, forse me l’aspettavo una cosa del genere. Era la polizia che mi prese e mi portò con loro, mostrai l’atto di richiamo e i documenti, chiamarono il titolare e mi misero su un Bus in direzione Richmond, un sobborgo della città. Era li che lavoravano gli italiani, lì c’erano le miniere e tanti campi da trattare. Di certo non trovai la ricchezza che mi era stata promessa per lettera e raccontata. Erano partiti da contadini e continuavano a fare i contadini. Io, comunque, con quel mio amico presi il mio primo lavoro da emigrato, scesi in miniera,una miniera di carbon-fossile, ma per soli quindici giorni; non era per me. Stavo sempre nero. Allora mi misi in moto e cercai tramite tramite qualche mio paesano. Così feci, tanto che da quel posto sperso me ne andai per tornare un po’ più in città. Ero andato lì per migliorare non per peggiorare. L’ufficio del lavoro, se così si chiamava, mi diede cinque sterline per vivere una settimana. Mi indirizzarono verso una fabbrica di caramelle ma non mi presero. Furono giorni duri e tristi ma riuscì a trovare tramite un mio paesano a Melbourne il lavoro che facevo al mio paese prima di aprire il negozio da commerciante, scalpellino/marmista. Comunque era un lavoro che mi faceva felice.”

Dove vivevi? Eri circondato da italiani? Vivevi in comunità?
“Dove vivevo e vivevamo era un grande quartiere di soli italiani. Una miscela di italiani, nord, sud tutti insieme. Si parlava esclusivamente italiano per certi versi, in certe occasioni dialetto. Era una vera comunità, sembrava di stare in famiglia. Certo dovevamo arrangiarci come potevamo, stipati in abitazioni da quattro massimo cinque persone. Ci si organizzava. Il lavoro, siccome ero bravo, mi dava molte soddisfazioni, non era duro trattandosi più di precisione che altro, però il padrone era esigente, e come. Diceva: ”spaghetti, tu ok ma lento”. Comunque si viveva così, si lavorava insieme, si mangiava insieme, si dormiva, ci si divertiva insieme.”

Il tempo libero?
“Ho conosciuto il cinema il sabato sera, in Australia! La domenica mattina da buon paesanotto andavo in chiesa. La sera dopo il lavoro a scuola d’inglese, lì incominciai a frequentare persone diverse, ma sempre emigranti, maltesi, greci, ecc, insomma incominciai a masticare la lingua. Mi improvvisavo barbiere per i miei amici vicini di casa, loro si accontentavano. La fama di oratore mi seguì. Invitato sempre, mi mettevo al centro dell’attenzione in feste non mie. Per esempio in alcuni matrimoni prendevo la parola e pronunciavo discorsi d’auguri per gli sposi, tutti applaudivano, mi invitavano per questo; oppure andavamo a fare le serenate alle spose la sera prima delle nozze. Io suonavo il mandolino. Vero italiano, li facevo sentire a casa. Piangevano. Una volta mi arrestarono pure per disturbo, me la cavai con una multa. Ero molto fanatico, mi piaceva vestire bene la sera e non ti nascondo che le donne straniere…..beh si facevano guardare, noi eravamo abituati ad altro.”

I soldi che guadagnavi li mandavi al paese?
“Dopo due anni da scalpellino litigai con il datore di lavoro e abbandonai tutto per poi trovare un altro posto, ma molto meno gratificante. Era una piccola fabbrica che costruiva abbeveratoi per animali. Mi pagavano bene, prendevo 11 sterline più le mance,era semplicemente un cottimo.
Mandavo bei soldi a casa e mia moglie li depositava in banca, tra l’altro la prima banca a nascere a Grottaminarda, nata anche grazie ai soldi di noi emigranti.”

Come vi trattavano gli australiani autoctoni ?
“Non benissimo, io mi sentivo un re dentro la mia comunità, ma come mettevi il piede fuori dal quartiere e ti incamminavi verso la loro città le cose cambiavano. A lavoro comunque eri sempre e solo un numero, il padrone era proprio come ve lo potete immaginare. E’ vero c’erano diritti e doveri ma eri controllato a vista, indipendentemente. Eri sempre e comunque per loro un spaghettaro e mandolinaro. Ad esempio: un giorno in un tram mi alzai per far sedere una persona anziana, per rispetto, ma fui trattato malissimo da quel signore perché aveva mal capito la mia frase al momento di cedergli il posto, capì che lo avevo dato per una donnaccia. Penso che fu solo un pretesto crudele e banale per farmi segnalare dalla polizia, perché così finì. Ancora oggi ci penso a quell’umiliazione.
Io sono sempre stato un tipo nostalgico, vedi la prima volta, ma in quel periodo particolarmente.”

Hai mandato a chiamare qualcuno che conoscevi in Italia? Parenti o amici.
“In quel periodo, proprio perché mi sentivo giù, mandai a chiamare mio fratello Michele. Lavorò con me per altri due anni. Vivevamo insieme. Lui poi c’è rimasto quindici anni.
Feci un atto di richiamo per mia nipote, da parte di mia moglie, che a sua volta reclutò tutti i suoi. Attualmente vivono ancora lì. Ci sentiamo qualche volta.”

Quando sei tornato e perché?
“Io non vedevo l’ora di tornare. Avevo guadagnato qualcosa, ma non stavo più bene. Non dovevo più fare sacrifici, anche perché se ci penso oggi non so perché feci tutto, non vivendo proprio nella miseria. Curiosità, follia,voglia di cambiare vita, con quale aspettativa però? Non avevo le stesse ragioni del migrante comune ma chi lascia il paese d’origine prova le stesse emozioni, lo stesso allontanamento dalla famiglia, gli stessi problemi di integrazione e conosce la stessa incertezza che ruota attorno ai migranti e alle loro famiglie.
Sono tornato nel 60’,con qualcosa in più sicuramente, feci un altro figlio, maschio, presi il diploma e concorsi per un posto da vigile urbano e poi con pazienza aspettai qualche anno diventando comandante maresciallo dei vigili urbani di Grottaminarda, fino alla pensione.”

Orgoglioso, onorato, già di carattere, mi mostra la medaglia d’oro di cavaliere ricevuta al momento del ritiro.

Intervista a cura di Gerardo Lieto

Oscurità ai margini della città

Torri gemelle alla stazione di Ferrara

Torri gemelle alla stazione di Ferrara

“Benevenuti a Ferrara”, recita un enorme cartellone situato sul retro della stazione ferroviaria, in via Modena. Nonostante la pioggia ho avvertito la necessità di una lunga camminata e così sono arrivato fin qua.
Nel tragitto tante agenzie immobiliari, i bar degli asiatici in via Mazzini e Garibaldi, un centro massaggi che promette molto di più in via Cassoli, poco dopo una palestra di boxe, e un gitano che suona la sua fisarmonica scassata. In alto, alle finestre, striscioni fatti in casa: “Basta droga”, “Basta spaccio”, e sono già in stazione, dove il colore preminente diventa il nero degli africani.
Sebbene la stazione sia in pieno centro, i volti mi dicono che è iniziata la periferia, rivedo le barriere e l’incuria che annunciano i margini della città, quei luoghi che la borghesia cittadina rifugge, in cui gli immobili si svendono al primo offerente o si affittano a chi non può permettersi di meglio: via Oroboni, Porta Catena, le due torri che svettano in via Stazione.

Cavalcavia ferroviario di via Modena

Cavalcavia ferroviario di via Modena

Oltrepasso la ferrovia e puntuale all’orizzonte spuntano le nubi del petrolchimico. Al di là del cavalcavia finisce Ferrara e ha inizio un posto che potrebbe essere qualsiasi altro al mondo, quelli che Augé non molto tempo fa definì non luoghi. Quartieri popolari si approssimano al polo industriale, in mezzo a pompe di benzina, ruderi, poi una sala bingo, materassi, divani, ed un ristorante, diversi supermercati.

Uscito dalla magia del centro storico, piombo nello squallore ordinato di un posto in cui nessuno vorrebbe abitare e mi chiedo, ingenuamente, perché esistano le periferie. Cosa generi luoghi completamente inadatti alla vita sotto il profilo estetico e funzionale.
A suo modo via Modena è un monumento all’Italia, in ricordo dell’assenza di progettazione urbanistica. Ogni permesso di costruzione a ridosso di zone inquinate, ogni cambio di destinazione d’uso in deroga a piani regolatori, rappresenta una piccola o grande sconfitta politica.

foto edificio DIesel  FRENI  ARIA

Sono partito dal ventre di Ferrara diretto verso i margini, e con le punte dei piedi fradicie penso alle parole di Darkness on the edge of town. Nella parte finale Bruce Springsteen narra come al solito di un perdente delle Badlands – i bassifondi – “Alcuni nascono sotto buone prospettive/ altri se le procurano comunque, in ogni modo io ho perso i soldi e ho perso mia moglie/ ma queste cose non mi sembrano importare tanto ora/ stanotte sarò su quella collina perché non posso fermarmi/ sarò su quella collina con tutto quello che mi è rimasto/ vite sul confine dove i sogni vengono trovati e si perdono/ sarò là in tempo e pagherò il prezzo/ per volere le cose che si possono trovare soltanto/ nell’oscurità ai margini della città””.

I margini di Ferrara mi dicono che è compito della politica evitare l’esistenza di periferie, ghetti, come pure di quartieri, scuole, asili o ospedali peggiori di altri.
A riguardo l’urbanista Bernardo Secchi ha parlato a ragione di città dei ricchi e città dei poveri, nonché di quanto l’urbanistica contribuisca alla giustizia sociale o, al contrario, alla distinzione di classe attraverso un suo uso distorto quando non addirittura immorale.

Alle mie spalle due cartelloni giganti mi danno parziale risposta: il primo “compra oro, argento, gioielli, mentre il secondo si candida a sindaco della città con lo slogan “giustizia, onore, libertà”. Ma le immagini tradiscono una fatale somiglianza e dicono che non c’è poi tanta differenza tra i due propositi.

Cartelloni pubblicitari in via Modena

Cartelloni pubblicitari in via Modena

Ormai penso alla libertà strumentalizzata dalla politica e invece di Norberto Bobbio e della sua “Età dei diritti”, ho in mente il “compro oro” di via Modena, allora riattraverso la barriera del ponte ferroviario, limite della mia umida giornata, e finisco in un capannone diroccato che ospita un mercato dell’usato, dove sembra che pure la vita di ognuno sia di seconda mano.
Oggi è andata così, è una giornata di pioggia che impregna la punta delle scarpe e odora di muffa e polvere del mio grigio mercato dell’usato.
Eppure amo i mercatini che mi danno la continua speranza di imbattermi in qualcosa di raro e introvabile a cui potermi aggrappare.
Una giornata fatta di slogan vuoti e ciminiere di un cielo sporco in mezzo ai cartelloni pubblicitari, con due indiani alla ricerca di un civico che mi chiedono di un certo Giovanni. O di un omaccione che offre la sua merce proibita nascosto nell’oscurità, ai margini della città, e io lo immagino bambino con cui non avrei fatto fatica a giocare tutto il giorno, e invece siamo soli entrambi, su due sponde invisibili che ci rendono talmente lontani, diversi, che non sembriamo neppure esseri umani.

SANDRO ABRUZZESE

Dagger Moth: la ragazza “solitaria” della musica indipendente

Sara Ardizzoni  foto Luca Cameli

Sara Ardizzoni
foto Luca Cameli

L’appuntamento è al caffè Tiffany, nella sala superiore appese ai muri le foto in bianco e nero dei più grandi musicisti della storia, direi che è il posto giusto per ciò che mi aspetta.
Incontro Sara per saperne qualcosa di più sul progetto Dagger Moth, un disco autoprodotto che dalla sua Ferrara la porta in giro per l’Italia a suonare in solitaria: chitarra, voce, e una serie di pedali, loop station, che fanno il resto sotto la sua sempre attenta regia.

Vorrei sapere da dove deriva la sua forza, la sua musica, qual è la sua storia, e le sue parole schiette producono questa prima immagine:

Una bambina disegna sul tavolo della cucina, ritrae delle bambole, oppure un gatto, o ancora la propria mamma. Dalla finestra filtra la luce gialla dell’estate inoltrata. Fra un po’ è il suo compleanno. E’ una bambina magra, timida e un po’ solitaria, che col tempo ha imparato a riempire i suoi pomeriggi con l’immaginazione. Non ci sono fratelli e non ci sono molti coetanei nel suo quartiere, per cui la piccola inventa, apprende come fare da sé.

La piccola Sara ritratta dal papà Giorgio

La piccola Sara ritratta dal papà Giorgio

Accanto alla presenza scenica, a una produzione musicale originale e inconsueta per il panorama italiano, trovo un fare semplice, disponibile, il bell’accento della sua terra, e tanta autoironia.

La seconda immagine porta ancora nel passato:
è quella di una liceale ancora introversa, che grazie alla passione paterna cresce con il blues di B.B. King, Roy Buchanan, Steve Ray Vaughan, col jazz di Django Rienhardt, le note di Coltrane, e gli immancabili Pink Floyd. Cresce e osserva quella chitarra elettrica nel salotto, finché un giorno per caso la imbraccia, e non la molla più.
Quindi la scuola di musica moderna dove incontra i primi amici veri, insieme alla passione.

Ma se l’immagine è ancora quella di una ragazza, il quadro non è del tutto completo. Manca il lato perfezionista e meticoloso di questa liceale, l’impegno scolastico che la porterà dritta alla Laurea in Architettura. Non sembra una che lasci qualcosa di incompiuto, anche se sorridendo confessa che, da quando lavora e suona, i libri li lascia sempre a metà, la stanchezza finisce per sfinire pure la curiosità.

Nel frattempo il tempo passa e lei ha seguito la scena grunge nata a Seattle negli anni ’90, si è nutrita di punk e hardcore, ha scoperto la diabolica chitarra di Marc Ribot, ascolta i Portishead e P. J. Harvey, si innamora dei Fugazi: una delle band culto della scena alternativa americana.

Poi c’è questo pomeriggio e la terza immagine:
Una donna magra che porta lunghi capelli neri e un lieve filo di trucco. Ha una certa dose di sensualità, ma la indossa quasi involontariamente. E’ appena uscita dall’ufficio dove si guadagna da vivere: l’architettura le ha fornito un lavoro e rappresenta il dovere, la musica uno scopo, e incarna la vita.

foto Davide Pedriali

foto Davide Pedriali

Mentre conferma di non aver mai vinto la ritrosia, di portarsi appresso l’antica timidezza, e farsi continua violenza per salire su un palcoscenico davanti al pubblico, Sara sembra essere una donna forte. Conosce i suoi difetti, le paure, e non si sottrae alla sfida continua per superarle. Lo fa col sorriso. Per questo ci vuole coraggio.

“Qualcosa di estremamente doloroso mi ha insegnato che non c’è un attimo da perdere, e da allora ho iniziato a correre. Ho deciso che non mi sarei più fermata, non avrei rimandato ciò che desideravo fare, e i miei mi hanno trasmesso che la vita coincide col fare, non con l’attendere”.

Molte persone credono nella musica di Sara, e il progetto Dagger Moth nel suo piccolo ha realizzato aspirazioni e abbattuto muri. Caparbia, non ha avuto più voglia di aspettare che arrivassero risposte o conferme, e direi che col proprio talento si è appropriata di ciò che le spetta.

Mi descrive ancora incredula quella volta che si ritrovò nella mail la richiesta di una collaborazione da parte di quel Joe Lally che suonava il basso proprio con i suoi amati Fugazi.
Oppure l’album prodotto con l’aiuto della Psicolabel di Giorgio Canali, ex CSI e PGR, che ha cantato in Mind the gap insieme a lei.

Co Giorgio Canali foto Emanuela De Toffani

Con Giorgio Canali
foto Emanuela De Toffani

Questa è Sara Ardizzoni ai miei occhi, anche se per capire il ritratto e dare essenza alle parole occorre ascoltare Dagger Moth, la sua cullante psichedelia, le parole dal ritmo lirico, e il canto mai urlato, accompagnato da un tappeto di arpeggi intensi, in cui a volte irrompe il suono cattivo e saturo della sua chitarra elettrica.

Ascolto Ghost, un’onda che ripetutamente si espande e si ritrae, il cui testo ha un sapore poetico ed essenziale che cerco di tradurre:
“Non posso cancellare/ una luce così forte/ Non un movimento/ Non un’ombra/ Ho migliaia di parole da pronunciare/ che ho fatto sprofondare”.

O ancora Out of shot, scritto a quattro mani con Lally, in cui dichiara che nella vita non si accontenterà di imbrigliare i sogni di qualcun altro, e so che andrà come scrive. “All that I’ve ever learnt/ all that I’ve ever seen/ is not enough for me/ tame your dreams”.

Crushed velvet tra le altre cose è rivendicazione delle proprie scelte, il diritto di scegliersi la propria strada e il modo di amare, inevitabilmente costellato di errori “So I don’t want a ruler to gauge a wrong side of life/ (…) to gauge a wrong side of love”.

E’ un modo di stare al mondo, quello di Dagger Moth. C’è grazia in Sara Ardizzoni e nel suo viaggio. E’ ciò che cerco in questo innocuo e forse inutile vagare verso gli altri! Non mi interessa altro che il moto di chi mi sta davanti e cosa lo genera. E’ un modo come un altro per sentire tra le mani un flusso che scorre inesorabile.

E allora imbraccia la tua chitarra e metti più aria che puoi nei polmoni, così da riuscire ad andare lontano come desideri. Non fermarti Sara…continua a correre!

SANDRO ABRUZZESE
sandroabruzzese78@gmail.com
https://www.facebook.com/Raccontiviandanti

Dagger Moth (Sara Ardizzoni) è su https://www.facebook.com/DaggerMoth?fref=ts
La sua musica è su http://saraardizzoni.wix.com/dagger-moth

Dagger Moth cover

Dagger Moth cover

LETTERE SETTENTRIONALI 12

Nella vita la fortuna arriva quando meno te l’aspetti. Finchè l’ho aspettata non è arrivata.
Quando ho smesso sono stato assunto come ingegnere meccanico in una ditta di Napoli che appaltava il nostro servizio a una tra le più grandi aziende petrolifere italiane.
Da allora vado e vengo. Parto, ma poi torno.
Faccio ventotto giorni di lavoro su una piattaforma nel golfo di Guinea e ventotto di ferie.

Lavoro in un Paese ricchissimo, dove la gente è molto povera. Fin qui niente di nuovo, se non fosse che quando la vedi, la povertà fa un altro effetto. Almeno a me si chiude lo stomaco.

La paga è buona, anche se risponde a una logica sua, come tutto il resto: un indigeno vale venti euro al giorno, un italiano in appalto centocinquanta, un italiano da azienda principale trecento, un francese e un tedesco circa quattrocento. Ah! dimenticavo i sommozzatori a ottocento euro al giorno, però si ficcano completamente nel mare di petrolio e non deve essere una bella sensazione.

Ognuno ha un prezzo, e l’ordine comune è che quando sorgono problemi in piattaforma, il petrolio va sversato in mare. Poco dopo arrivano gli elicotteri del governo e scattano le foto per trattare il risarcimento, cosicché la storia affoga due volte: nell’oceano, e nelle tasche della classe dirigente.

Per fortuna, appena arrivato, James mi ha preso in simpatia ed è diventato il mio angelo custode. Mi ha evitato il pesce della mensa, le malattie delle prostitute, gli sguardi minacciosi dei passanti sbagliati. Per via dei racconti di alcuni parenti vissuti ad Afragola lui è convinto che i napoletani siano anche un po’ africani. Gli ho risposto che non è l’unico a esserne convinto. All’inizio mi ero pure offeso, deve essersene accorto perché una volta in mensa quasi a bruciapelo ha pronunciato più o meno queste parole:

“Chi è più povero non è meno degno, e avere altri valori a volte può voler dire essere meno vili. Ci sono molte cose per cui preferirei morire piuttosto che vivere. Un uomo si giudica anche da questo: da quanti motivi ha per vivere, e quanti per morire”, e non c’è stato bisogno di aggiungere altro.

Penso spesso alle parole di James e presto ho capito cosa intendesse. Forse lui considera la mia una civiltà arresa. Una civiltà che ha sostituito lo spirito con le merci e il crocifisso col bancomat. E pure io, venuto qui con la mia presunzione per guadagnare dei soldi vedendo cose che non si possono raccontare, non devo sembrargli chissà cosa.

Magari voleva dire solo che questo è un golfo dannato come il mio. E i sorrisi e gli occhi neri delle donne e dei bambini meridionali sono simili alle sue donne e ai suoi bambini e ai loro sorrisi. Che abbiamo la stessa luce, il chiasso, quella vicinanza rumorosa di chi non sa declinare la vita in altro modo che entrando nella tua. E sappiamo essere fatalisti, scaltri, ma anche prossimi.

L’ironia ha voluto che anche in questo golfo inghiottissi bocconi amari e adesso credo possa bastare, non è facile essere complice di ciò che si disprezza:

cercherò motivi per vivere, e cercherò pure motivi per cui non valga la pena tacere.

“Un uomo si giudica anche da questo: da quanti motivi ha per vivere, e quanti per morire”.

P.S.
Il nonno di James insegnava ai bambini come arrampicarsi sugli alberi quando si imbattevano per caso negli europei. Lui e i suoi amici avevano imparato a temere i bianchi fin da piccoli. Invece io ho iniziato a temerli da poco. Da quando mi sento napoletano e un po’ più africano.

Fra un po’ rientro…però non so se torno.

SANDRO ABRUZZESE

Pomeriggio in Via Cavedone

Via caratteristica della parte medievale delacittà di Ferrara.

Via caratteristica della parte medievale della città di Ferrara.

Il cielo è coperto, me ne sto rannicchiato in una stanza vuota. Stretto tra le facciate di terracotta della città vecchia, ad angolo con Saraceno, ascolto il silenzio dei vicoli, a pochi passi dal nucleo bizantino. Un microcosmo in cui ti lasci accogliere, dall’alto un rombo sinuoso spaccato dalla fenditura di Via Cavedone, che taglia l’isolato e incontra la bella e discreta Via Carmelino.

Sulla cassettiera uno stereo rotto suona i Marlene Kuntz rendendoli più rumorosi del dovuto, pochi libri sparsi: l’Eneide, Fenoglio, Ernesto De Martino, Kafka, Carlo Levi, Silone, Kapuscinski. Poi una bottiglia d’acqua, un’agendina, polvere e fazzoletti.

In questa dimora viva, che porta i segni del terremoto, il parquet scricchiola sotto il peso del corpo, le travi oscillano insieme ai passi scalzi, la casa accompagna i movimenti, sembra rispondere a logiche affini alle mie. Scrivo lettere su un monitor che affaccia sulla schiena del mondo. Le parole scorrono veloci e riempiono la pagina.

Verso la cucina si sentono i bambini dei vicini che giocano e portano la mente ai miei, lontani. Di fronte studenti universitari guardano come al solito la televisione, intanto apro questo grosso volume sulla poesia italiana del novecento e trovo Pavese:

“(…) mio povero vecchio,/ che non hai nulla al mondo,/ se non quel sogno tiepido e un odio disperato,/ io mi struggo di essere come te,/ io che vengo da tanto più lontano,/ ma che ho nel cuore il tuo odio/ e sogno i tuoi stessi sogni./ Verrà una notte,/ forse domani/ che m’accascerò come te/ sotto la nebbia in una via deserta, colla tempia spaccata,/ e sognerò l’ultima volta in quell’istante/ un cibo meraviglioso (…)”.

L’anima oppressa dello scrittore piemontese suona fuori luogo in questa primavera ferrarese. Il suo è un brano di novembre, al massimo gennaio, e noi siamo verso la vita, la potente illusione che dona l’Italia di marzo. Volto pagina. Mi rimuovo insieme al pavimento verso la luce.

Dalla finestra qualche passante porta al guinzaglio il cane, una città in cui passeggiano più cani che bambini vorrà pur dire qualcosa. Piccoli inconvenienti di un luogo che mostra parte del suo fascino nella decadenza, e il resto nella memoria:

“Ferrara cinquecento anni fa era New York”, è scritto su un muro da qualche parte.

Io cinquecento anni fa non c’ero, e ora vedo i vecchi soli, affacciati alle finestre, che quando muoiono lasciano i soldi ai figli e il posto agli universitari. Vedo il mio piccolo microcosmo in cui mi sento accolto:
la pizza di ceci da Orsucci e il calzolaio Vittorio; l’artigiana della tana della tartaruga turchina con quell’aria lieve, dimessa; le piccole librerie; il geometra; la farmacia, la chiesa. Più avanti il ristorante greco messo in piedi da una coppia di albanesi. Poi i fruttivendoli pachistani e i loro bimbi dagli occhi vivi, neri, che se ne stanno tutto il tempo nei negozi, cresciuti dalle loro mame bambine in strada, come si faceva una volta, mentre intorno tanti altri uomini e donne meglio vestiti preferisicono attardarsi nel ruolo di figli. E questa città illude che si possa vivere senza rimpianti.

Non c’ero cinquecento anni fa e a ben guardare nemmeno oggi, perché starsene alla finestra, al pc, o alla tv è un po’ aver abdicato alla vita, la quale sarà in mezzo alla strada o da qualche altra parte, certo non in queste parole sole, e non in questa stanza.

Mi risiedo e scelgo di riascoltare una canzone d’amore in cui alla fine le chitarre elettriche volutamente percorrono la pentatonica sbagliata, un po’ come a dire che l’esistenza può essere pure una declinazione di note e passi falsi, e che se le storie hanno un verso, tuttavia capita che siano percorse contromano:

E’ certo un brivido averti qui con me
in volo libero sugli anni andati ormai
e non è facile, dovresti credermi,
sentirti qui con me perchè tu non ci sei.
Mi piacerebbe sai, sentirti piangere,
anche una lacrima, per pochi attimi.

Va già meglio. “Portami con te”, dice in una poesia dedicata al figlio Attilio, il poeta Caproni, e invece sa benissimo che il bello di questo mondo è che prima o poi ognuno è costretto a fare per sé, a prendere la sua strada, sperando che sia la volta buona, che sia il verso giusto, o perlomeno quello voluto.

SANDRO ABRUZZESE

LETTERE SETTENTRIONALI 11

Quando ero piccola la mia migliore amica si chiamava Greta. Ero asfissiata dalla voglia della sua attenzione.
Mi ci sono voluti anni per dirmi che amavo le donne. Che mettermi al livello dei maschi era un modo per rivaleggiare con loro per conquistarle.

Ovvio che ho provato prima con gli uomini. E più che l’aspetto fisico mi scoraggiava l’assillo di fargli pure da mamma. Sembravano fatti in serie: juventini, egoisti, logorroici che Narciso a confronto lavorava per la croce rossa internazionale.

Questo è avvenuto solo alle superiori. Al liceo statale di Foggia negli anni ’90 non c’era molto spazio per l’amore al femminile. Per questo sono partita. Tutti dicevano che a Milano era un’altra cosa, che al Nord c’era la società evoluta, e all’inizio non nego di aver provato una inebriante sensazione di liberazione.
Intendo dire che anche a casa mia sull’argomento ci si esprimeva con termini quali “ricchione” e “frocio”.

Ora l’hinterland milanese è la mia seconda casa. Tuttavia ero fuggita perchè mi sentivo oppressa e discriminata e qui ho scoperto che alcuni gruppi di lesbiche odiano gli uomini, altre disprezzano finanche i gay, e piano piano mi sono ritrovata adulta, un po’ delusa e un’altra volta sola.

Insomma, da ragazza ero sola perché non potevo uscire allo scoperto, e da adulta perché sono uscita troppo allo scoperto.

Nel frattempo ho trovato il coraggio di fare outing, come dicono oggi. E’ stata meno dura di quanto immaginassi. A tal punto che ora mio padre propone continui inviti assillanti alla mia Marika:

andiamo a mangiare il pesce a Manfredonia, facciamo il giro del Gargano fino a Pugnochiuso, vi porto alle Tremiti che so meglio delle Hawaii -, dice.
Parla di un’associazione culturale che a sentirlo Foggia è diventata meglio di San Francisco.

Io penso che a settant’anni mio padre, l’uomo che amo più di me stessa, senta la vita che gli scorre davanti e se ne fotta di tutto il resto. Che se va bene vivrà altri dieci, quindici anni e vorrebbe passarli il più possibile con le persone che ama. A settant’anni molte persone si staccano dalle cose, guariscono dall’illusione dell’eternità e quando va bene iniziano a dubitare pure dell’al di là.

Lui ha capito che bisogna guardare l’essenziale e lasciare a chi ha più tempo i distinguo. Non so come spiegarlo quello che ho vissuto con mio padre. A volte, quando parla di politica, mi sembra addirittura che non voti più nemmeno Forza Italia.
Ora che ci penso saranno anni che non lo sento parlare di Berlusconi, lui che in Puglia ha fondato uno dei primi clubs della nuova speranza degli italiani.

un milione di posti di lavoro -, continuava a ripetermi, – quello coi soldi ci sa fare, altro che i comunisti -.

E adesso invece ha spento la tv e legge Magrelli, vive la natura, poi sabato e domenica in barca, o a funghi alla Foresta Umbra. Da qualche parte ha letto che la Storia emette i propri inesorabili giudizi ogni vent’anni, che manca poco, e il resto sono solo chiacchiere. Ha letto non so dove che quando noi non ci saremo più, ancora per secoli ci saranno il Gargano, il mare, la Foresta Umbra. Per sfotterlo gli rispondo che forse ci sarà pure Berlusconi, però lo trovo un romanzo di formazione dignitoso il suo, per uno che nella vita ha fatto sempre e solo il ragioniere.

P. S.
Quasi dimenticavo, sono Marianna e lavoro allo sportello immigrati di Monza, in Brianza. Loro parlano africano, rumeno, spagnolo, e io mezzo milanese e mezzo foggiano… ci capiamo alla grande!!!

SANDRO ABRUZZESE

LETTERE SETTENTRIONALI 8

Il mio nome è Michele Acampora e sto qui dal 2002.
Ho preso il diploma e oggi è il giorno della mia laurea triennale in Scienze della formazione. Non mi sembra vero.
Ho iniziato a studiare perché avevo tempo e non passava mai.
Sono nato a Napoli in vico Paradiso, una traversa di via Pasquale Scura, e con questo non mi voglio giustificare.

Ve lo dico subito: la vita mi ha fregato! Su questo sono d’accordo con il professore Vitagliano.
Lui sostiene che gira e rigira facevo sempre lo stesso sbaglio, applicavo sempre lo stesso schema. Che il destino è pure una questione di schemi, di meccanismi.

Mi sembra di sentirlo: – E’ che a volte crediamo di scegliere e invece finiamo col rispondere ad automatismi che portano sempre davanti allo stesso muro, nello stesso vicolo cieco -.

Proprio come il mio vico Paradiso, un vicolo cieco dove dalla parte della cumana si bucano i tossici, e dall’altra si vende la roba per i tossici.

All’epoca non mi faceva dispiacere la gente. E allora passavamo veloce con lo scooter, e io acchiappavo le borse, e spartivamo metà per uno già verso piazzetta San Gaetano ai tribunali.

Poi quella volta non so che mi è preso, ci sono andato incerto, poco deciso. Mentre cadevamo ho sentito un rumore sordo come una botta secca. Neanche il tempo di alzarmi e avevo in faccia la morte.

Ve lo dico io che mi ha fottuto. E’ stato che sapevo di essere diventato bravo. Mi ha tradito l’abitudine, portandomi ad abbassare la guardia con la strada. Ad abbassare la guardia con la vita.

Il professore Vitagliano è stato più di un padre al carcere minorile. Lui dice che al mondo non c’è errore peggiore di quando uno crede di essere migliore degli altri. Si chiama presunzione.

Dice: – tutti quanti possono vincere una volta, ma il campione è quello che vince sempre, perché non abbassa mai la guardia, è migliore perché sa che nella vita ogni cosa è provvisoria, e per questo per rimanere in alto ogni giorno che passa bisogna metterci sempre più forza -.

Gli piacciono le frasi a effetto, ma a me sta cosa del campione mi sembra una cazzata, anche se non gliel’ho mai detto.

Ma almeno lui crede che non sono fatto per rubare, che nessuno al mondo è fatto per rubare, e che gli uomini hanno lo scopo di diventare sempre migliori. Che ho avuto solo cattivi esempi, cattivi schemi, cattivi meccanismi.

Gli ho voluto credere e perciò sono rimasto.
Avreste dovuto vederlo alla laurea, piangeva come un bambino e io ridevo.
Lui piangeva per me.
E io ridevo per me, e un po’ pure per lui.

SANDRO ABRUZZESE