Categoria: Passaggi

Nessuna vergogna per Mario

mario capozzi Genova 2001

Mario Capozzi al G8 di Genova del 2001

Tempo fa, durante un incontro pubblico, chiesi al sindaco di Grottaminarda “verità” per Mario Capozzi. Oggi abbiamo una sentenza, la quale “per fortuna” non ha trovato responsabili.
Comunque oggi è l’anniversario della morte di Mario e se la verità giudiziaria è che non ci sono responsabili, la realtà è che chiunque potesse avere delle seppur minime responsabilità ha fatto di tutto per evitare di assumersele. Anche questa è una verità, sebbene senza indagini, e insegna qualcosa.
La morte di Mario misura il livello della dignità, dei valori condivisi di una comunità. Non è necessario indicare quali siano questi valori, ognuno lo capisce da solo, e non è necessario puntualizzare che si tratta di una vicenda vergognosa. E la vergogna che genera questa vicenda non deve neppure trarre troppo in inganno: la vergogna è un sentimento che alberga in animi nobili, e questa, da qualsiasi punto la si osservi, è solo una storia di viltà istituzionale e individuale.
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Gianmaria Testa, Da questa parte del mare

Poetarum Silva

Gianmaria Testa, Da questa parte del mare, Einaudi 2016; € 12,00, ebook € 6,99

Il motivo per cui ho molto amato Da questa parte del mare, libro postumo di Gianmaria Testa, curato dalla moglie Paola, innanzitutto sta nei suoi presunti “difetti”. È come se fosse sopraffatto dalla sincerità e dall’urgenza, ed è come se la sua intimità, la delicatezza, ci rendessero intrusi in un mondo nobile, ma nobile perché spurio e mescolato, semplice e umanissimo, che è il contrario della purezza sofisticata a cui vorrebbero anelare certe idee di libri e cose perfette.
Da questa parte del mare possiede una lingua altrettanto semplice e autentica. Testa mette gli occhi sulle ginocchia e guarda il mondo. Da lì vede lo spaesamento, lo smarrimento di un’epoca, percepisce la perdita dei nomi e dell’identità del prossimo, lo sradicamento di Babasunde per esempio, rassegnato a farsi chiamare in altro modo: un uomo che ha…

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Il mondo grande e terribile di Gramsci

*Articolo apparso su Poetarum silva
Vita di Nino 

Di quando, recluso dall’8 novembre del ’26, gli caddero uno a uno 12 denti, a Gramsci, e qualche anno di carcere dopo, in pochi mesi, aveva perso 7 chili.

Di quando, nel ’31, i medici produssero certificati, prove: male di Pott, lesioni tubercolari, febbre, ipertensione, insonnia, e non ricevette cure adeguate per altri due anni, per esser sicuri che non ce l’avrebbe fatta.

D’altronde, nella requisitoria milanese, l’accusatore Isgrò si era tradito goffamente con una frase grossolana ma di una violenza emblematica: “Per vent’anni, dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare”, aveva detto. Era evidentemente il problema del fascismo: la paura prodotta da quella grande testa, – “la testa di un rivoluzionario” – scrisse di lui Piero Gobetti, su un corpo malfermo, quasi da bambino; la paura di quella fievole voce, affinché non parlasse, non organizzasse la vita degli operai e dei contadini italiani. Fu condannato a vent’anni e passa di carcere. Avrebbe fatto in tempo a scontarne undici.

Di quando da ragazzo, al ginnasio di Santulussurgiu, vendeva pasta, olio, formaggio della sua dispensa, per acquistare i libri prediletti. Fin dalle elementari, dirà egli stesso in una lettera alla moglie Julca, aveva maturato “l’istinto della ribellione, che da bambino era contro i ricchi, perché non potevo andare a studiare, io che avevo preso 10 in tutte le materie (…) esso si allargò per tutti i ricchi che opprimevano i contadini della Sardegna, ed io pensavo allora che bisognava lottare per l’indipendenza nazionale della regione. (…) Poi ho conosciuto la classe operaia di una città industriale e ho capito ciò che realmente significavano le cose di Marx (…)”.

O di quando a Cagliari, per l’ultimo anno del liceo, non usciva per la vergogna dei vestiti lisi e scriveva al padre Francesco la sua impotenza, l’umiliazione. Cosa che avrebbe replicato a Torino, consumandosi nel freddo gelido del capoluogo sabaudo, senza possedere nemmeno un cappotto. All’epoca di Cagliari, viveva ancora con Nannaro, il fratello maggiore, un socialista. Il fratello qualche tempo dopo sarebbe poi stato scambiato per Nino e massacrato fino a perdere un dito e rischiare la morte per dissanguamento, dopodiché sarebbe fuggito in Francia.

Ma già nel ’24, a capo del Pci, Gramsci aveva compreso la natura e le difficoltà del suo compito: i compagni “Credono che io sia una sorgente inesauribile (…) Domandano troppo da me, si aspettano troppo e ciò mi impressiona sinistramente”. Risulta eletto alla Camera, in Veneto, e questo gli farà scrivere: “Quando penso a ciò che sono costati agli operai e ai contadini i voti datimi, (…) che parecchi sono stati bastonati a sangue per ciò, giudico che una volta tanto l’essere deputato ha una valore e un significato”.

Era stato, dopo aver abbandonato l’università, un giornalista attivissimo al Grido del popolo, all’Ordine nuovo, il suo acume lo aveva portato all’attenzione di Lenin. Il Gramsci torinese era cresciuto e aveva sviluppato un carattere pignolo e spigoloso, fatto di una intransigente severità verso se stesso, e quindi verso gli altri. Il suo amore per il pensiero, in questi importanti anni di formazione, lo avrebbe portato a rifiutare qualsiasi settarismo, qualsiasi esteriorità o forma di vanità. Spesso non avrebbe firmato nemmeno i suoi articoli, oppure avrebbe usato pseudonimi, e questo ben prima che la sua vita fosse in pericolo per via delle persecuzioni fasciste.

Cresciuto nell’indigenza, Nino Gramsci, fin da bambino aveva condotto una vita grama, acuita dai difetti fisici, dalla povertà familiare seguita all’arresto del padre per peculato e altri capi d’accusa. Ebbene, fu in Russia, in qualità di rappresentante del Pci nell’esecutivo dell’Internazionale comunista, che la sua vita ebbe un’importante svolta. Ricoverato nel sanatorio di Sieriebriani Bor, per il consueto esaurimento nervoso, conobbe Julca, la futura moglie. Concepirono il primo figlio, Delio.

“Il tuo amore”, le scriverà nel ’24 da Roma, “mi ha rafforzato, ha veramente fatto di me un uomo”. Si vedranno ancora nella capitale, lei ripartirà nell’estate del ’26, in attesa del secondogenito Giuliano. A causa del seguente arresto, Nino non conoscerà mai, se non per foto, il suo secondo figlio, né rivedrà gli amati Julca e Delio.

*

A Roma avviene l’ultima fase della sua vita in libertà. Durante la crisi Matteotti, ha il tempo di riconoscere i tratti della “fase acuta della civiltà borghese in decomposizione galoppante (…)” ma è costretto a evidenziare che il proletariato “non ha l’organizzazione sufficiente per prendere il potere. Demoralizzazione, vigliaccheria, corruzione, assumono gradi inauditi”.

Registra poi una implacabile polarizzazione in cui i partiti intermedi svaniscono:  i riformisti non acconsentono a massicce forme di protesta unitarie, l’estrema sinistra sventola il frazionismo, i fascisti picchiano e minacciano. In questo contesto Gramsci sente una “(…) solitudine oltre ogni cosa, anche per l’organizzazione illegale del partito che costringe al lavoro individuale e indipendente”.

Nel suo unico discorso del 16 maggio 1925 alla Camera, con voce debole e sottile, a chi gli rinfacciava di non conoscere il Meridione aveva risposto:
“Io sono meridionale”! (…) “In Italia il capitalismo si è potuto sviluppare in quanto lo Stato ha premuto sulle popolazioni contadine, specialmente nel Sud. (…) per fare opera seria e concreta dovreste cominciare col restituire alla Sardegna i 100-150 milioni di imposte che ogni anno estorcete alla popolazione sarda”.

È una convinzione che aveva anticipato in numerosi articoli, che confluirà nel saggio del ’26 sulla Questione meridionale, e che aveva avuto modo di ribadire fondando il quotidiano L’Unità: “noi dobbiamo dare importanza specialmente alla questione meridionale, cioè alla questione in cui il problema dei rapporti tra operai e contadini si pone non solo come un problema di rapporto di classe, ma anche e specialmente come un problema territoriale, cioè come uno degli aspetti della questione nazionale”.

Tornando al carcere, quando fu arrestato, aveva 35 anni. Non poterono molto i tentativi del Vaticano e nemmeno le proteste internazionali capeggiate da Romain Rolland, grazie alle informazioni veicolate da Piero Sraffa.

“Il carcere è una bruttissima cosa”, scriverà alla mamma, “ma per me sarebbe ancora peggiore il disonore per debolezza morale e per vigliaccheria”. Nessuna richiesta di grazia, mai. Nessun compromesso. Bensì solo ciò che la legge prevede, e questo per rimarcare la posizione di intransigente oppositore al fascismo e sottolineare la sua condizione, come dirà Giuseppe Fiori, di “combattente irriducibile”.

Sempre alla cara mamma, dal carcere scrive: “Occorre che tu sia forte, nonostante tutto, come sono forte io, e che mi perdoni con tutta la tenerezza del tuo immenso amore e della tua bontà (…) io sono tranquillo e sereno. Moralmente ero preparato a tutto. (…) mi piange il cuore nel pensare che non sempre sono stato con voi affettuoso e buono come avrei dovuto essere e come meritavate. Vogliatemi sempre bene e ricordatevi di me”.

Dal ’28 sarà completamente isolato: pochissime le lettere di Julca, affetta da un grave esaurimento nervoso, poche quelle da Ghilarza (Peppina muore il 30 dicembre del ’32), dissente dalla linea del partito di Togliatti e dalla svolta dell’Internazionale, si allontana per dissidi e incomprensioni anche dai compagni carcerati a Turi. Pochi mesi e, – se non fosse per Tatiana, sorella di Julca, che vive in Italia e gli sarà accanto quasi costantemente dalla detenzione in poi, – in completa solitudine, avvia la stesura dei Quaderni.

Gli ultimi anni sono durissimi: “(…) per me il passato ha una grande importanza, come unica cosa certa nella mia vita (…)”. La malattia avanza e nel ’33 è a uno stadio tale che a Tania scrive: “sono mezzo abbrutito o forse completamente abbrutito per il non poter dormire e riposare la notte: in certi momenti mi pare di diventar pazzo (…)”, o ancora “non riesco più a reagire al male fisico e sento che le forze mi vengono sempre più a mancare (…)”, e infine “(…) ciò che ancora mi da un po’ di forza è il pensiero che ho delle responsabilità verso Julca e verso i bambini; altrimenti non lotterei neppure, tanto il vivere mi è diventato gravoso e odioso”.

Ormai, nel ’35, la situazione è critica. A sue spese, aiutato sempre e comunque dall’amico Piero Sraffa, fu trasferito a Formia e poi, per gli ultimi giorni, a Roma. Cerca di rincuorare Julca: “(…) Occorre resistere, tener duro, cercare di acquistare forza. D’altronde ciò che è accaduto non era del tutto imprevedibile (…) ricordi quando ti dicevo che andavo alla guerra? (…) era il vero e in realtà così sentivo. Sii forte e fa di tutto per star meglio. Ti abbraccio teneramente coi nostri ragazzi”.

Muore a Roma, il 27 aprile del 1937, all’età di 46 anni. Il padre Francesco gli sopravvive per due settimane, a volte rileggeva le cose che il figlio aveva scritto alla mamma Peppina come questa:

“Cara mamma vorrei proprio abbracciarti, perché sentissi quanto ti voglio bene, e come vorrei consolarti di questo dispiacere che ti ho dato: ma non potevo fare diversamente. La vita è così, molto dura e i figli qualche volta devono dare dei grandi dolori alle loro mamme, se vogliono conservare il loro onore e la loro dignità di uomini”.

*

© Sandro Abruzzese

Il mondo grande e terribile di Gramsci

vita di Gramsci

Poetarum Silva

fonte dell’immagine Fondazione Feltrinelli

Il mondo grande e terribile di Gramsci

Vita di Nino 

Di quando, recluso dall’8 novembre del ’26, gli caddero uno a uno 12 denti, a Gramsci, e qualche anno di carcere dopo, in pochi mesi, aveva perso 7 chili.

Di quando, nel ’31, i medici produssero certificati, prove: male di Pott, lesioni tubercolari, febbre, ipertensione, insonnia, e non ricevette cure adeguate per altri due anni, per esser sicuri che non ce l’avrebbe fatta.

D’altronde, nella requisitoria milanese, l’accusatore Isgrò si era tradito goffamente con una frase grossolana ma di una violenza emblematica: “Per vent’anni, dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare”, aveva detto. Era evidentemente il problema del fascismo: la paura prodotta da quella grande testa, – “la testa di un rivoluzionario” – scrisse di lui Piero Gobetti, su un corpo malfermo, quasi da bambino; la paura di quella fievole voce, affinché non parlasse, non organizzasse…

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Sulla mafia a Ostia e i luoghi

Fiumicino, litorale.

Fiumicino, litorale.

Sulla mafia a Ostia, vorrei capire quanto contino i luoghi,
vorrei capire quanto questa criminalità sia legata allo sviluppo abnorme e incontrollato della città di Roma. Vorrei capire quanto conti il “problema casa” a Roma (e a Ostia ovviamente), il “problema viabilità e trasporti” romano, e quanto questo si riverberi sulla provincia.

Scommetto che a Ostia e sul litorale romano, negli anni ’80 vivessero la metà delle persone che ci vivono ora. Su wikipedia ho trovato i dati di Fiumicino, sono relativi al quindicennio 2000-2015. Ebbene, solo in questo breve lasso temporale la popolazione è aumentata di ben 15000 persone. Chi sono? Da dove vengono? Ci torno dopo.

Però bisognare andarci in questi luoghi per sentire l’alito di Roma. L’inquinamento dei fiumi e del mare, le speculazioni, le discariche, i costi proibitivi a fronte di servizi scadenti. Solite storie.

Bisogna pur soffermarsi su quanto le città ingrossate a dismisura come Roma, senza criterio se non speculativo, incoraggino il proliferare di una criminalità urbana. Occuparsi di quanto questi agglomerati siano luoghi della disuguaglianza, e che non c’è democrazia senza lavoro, ma nemmeno senza politica urbana e demografica che garantisca diritti costituzionali. Infatti, a Roma c’è il lavoro, ma non sempre il resto.

Tralascio il legame tra la perdita di senso delle comunità locali, lo smarrimento dei cittadini di fronte al cambiamento della composizione sociale, lo stravolgimento dei quartieri, la cui paura e ignoranza diventa il bacino naturale di voti per le destre e gli xenofobi (quanto casapound racimola da queste situazioni? Quanto queste storie sono simili ai leghismi?), tralascio i costi e le sofferenze individuali legate allo sradicamento continuo e costante di alcune popolazioni.

In ultimo, se l’urbanizzazione è generata da persone che emigrano, (tralasciando i migranti dall’estero, anche se a livello globale il problema diventa simile), da dove arrivano questi nuovi cittadini ostiensi o romani?
Da dove vengono in grossa parte gli impiegati, pendolari e non, delle aziende farmaceutiche di Pomezia, o del ministero, o della guardia di finanza di Fiumicino, o i carabinieri e i militari di Ostia, i facchini dell’aeroporto? Gli insegnanti? I medici?
Chi sono?
Oggi Roma è il simbolo del fallimento dello stato italiano, ma l’urbanizzazione fallimentare italiana è legata al selvaggio spopolamento di altre aree del paese o della centro-città precluso ai non abbienti, quindi viene dopo il primo fallimento, che è quello della Questione meridionale, la quale è sempre stata (lo dicevano Gramsci e Carlo Levi) Questione nazionale.

Sandro Abruzzese

Sillabario irpino

 

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In lontananza Ariano Irpino e i monti Picentini

 

Paese-Campagna

Una volta, in quel bel libro che è L’abusivo di Antonio Franchini, incontrai una frase che poi ho sempre portato con me: chi da un luogo se ne è andato non ha diritto di parlare se non del luogo che lasciò.
Del luogo che ho lasciato, dunque, ricordo mia nonna Maria che, quando grandinava, piangendo per la disperazione, si strappava i capelli e graffiava tutta la faccia perché la grandine rovinava il raccolto. Oppure, ricordo un letto di morte, il silenzio e la linea della bocca contrita di nonno Stefano, stretto nel divanetto bigio, pietrificato nella veglia per suo figlio Antonio.

Ma più di ogni cosa, in generale, viene alla mente il disprezzo che la gente del paese nutriva per quella di campagna. Non ho alcuna intenzione di difenderlo, il mondo di mio nonno. Ma era fatto pure di parsimonia, di un lavoro infaticabile che non si distingueva né scindeva dalla vita. Quel mondo per qualche ragione non veniva migliorato, bensì continuamente esecrato.
Io stesso abitavo in paese e ho partecipato a quell’odio. Nel tragitto per la scuola prendevamo a offendere i nostri compagni, figli dei contadini di contrada Piani o Bosco. È buffo: senza saperlo, facevo quello che altri, come me, in passato avevano fatto a mio padre, da bambino.
Se parte dell’Irpinia odierna è diventata quello che è, se le campagne non sono ambite bensì deturpate, e manca l’amore per la terra, ebbene, credo ciò sia dovuto un po’ anche a quel disprezzo oppressivo inculcatoci dalla nostra cara vita urbana.

Margini

Ovunque vada porto con me ancora tre versi che mi sono estremamente cari, è una poesia dove Caproni scrive Tutti i luoghi che ho visto / che ho visitato / – ora so, ne sono certo: / non ci sono mai stato.
Me la porto dietro perché per me significa che da certi luoghi non si va mai via per davvero e non si smette di tornare.

Il mio paese si trova nella valle dell’Ufita, ai margini della Campania, a due passi dalla Puglia, dal Molise e dalla Lucania. C’è una cosa che ho appreso in questa parte di Irpinia, nel bel mezzo dell’Appennino, ed è lo starsene ai margini. Magari da ciò deriva l’attrazione per tutto ciò che è confine, per ogni luogo dove si incontrano altri luoghi, fino ai limiti estremi, dove fine vuol dire ancora una volta principio. Ecco, Grottaminarda e la sua valle mi hanno insegnato a riconoscere i margini. Quello linguistico, per esempio: i suoni della vicina Puglia nella lingua dei paesi verso levante, quelli del napoletano a ponente. Oppure il margine agricolo e paesaggistico, laddove il giallo delle monocolture del grano pugliese, quasi sull’Ufita, incontra il verde della policoltura mediterranea o i castagneti, gli ulivi, i vitigni e i boschi delle alture.

Centro

A un certo punto, però, fino ai margini è arrivato il nuovo mondo. L’incombere della Storia porta il nome di A16, o Autostrada dei due mari. L’autostrada Napoli-Bari e l’insediamento della Fiat Iveco danno vita a una piccola area industriale. Finalmente l’intera valle si trova al centro di qualcosa.
Alla Fiat Iveco penso sempre con affetto. Tanti amici, prima di perdere il posto, ci lavoravano. In verità, la ricordo con affetto soprattutto perché, nei dintorni, di notte noi ragazzi ci andavamo a fare l’amore. E di giorno, come fosse un parco pubblico, potevi vederci i podisti correre intorno al suo perimetro chilometrico, tra fazzoletti accartocciati e preservativi rotti.

Terremoto

In realtà al centro di qualcosa l’Irpinia lo sarebbe stata anche in seguito, a partire dal 23 novembre 1980. Quei devastanti novanta secondi, con i suoi tremila morti insabbiati, lasciati a morire sotto le macerie di un Paese privo di Protezione civile, mentre il presidente della Repubblica Pertini inveiva contro l’assenza e poi la lentezza dei soccorsi, avrebbe portato altra agognata centralità.
Dunque, nel dopo-sisma, insieme al mio corpo bambino, crescevano caseggiati o villette geometrili bianche, con archi, veneziane, torrette merlate, cuspidi. L’avranno fatta coi soldi del terremoto, si diceva appena spuntava un’altra casa.
Non potevo certo immaginare che il cemento e il ferro, oltre alle case, stessero armando un’invincibile sistema di potere politico-clientelare tuttora vigente.
Il terremoto diede il colpo di grazia alla già prostrata civiltà contadina irpina. E a volte mi illudo che senza di lui sarebbe stato diverso. Preferisco puerilmente dare la colpa a lui e dire che saremmo stati migliori, che fu lui, il terremoto, a depositare come una polvere sottile dappertutto e in ognuno: tra le case, su per ogni singola narice. E così il mondo successivo alla scossa inoculò il germe da cui è scaturita una sorta di allergia collettiva per ogni sorta di responsabilità e per qualsiasi bene comune.

Paese-Città

Oggi la Fiat Iveco è chiusa, forse per sempre. Sembra che pure quei corpi caldi e avidi di piacere, quei vetri appannati dagli ansimi dei ragazzi che facevano l’amore nelle viuzze della zona industriale, si siano smarriti. Non so dove vadano a fare l’amore adesso, i ragazzi irpini. Dovrei chiedere in giro ma ne verrebbe fuori una scenetta imbarazzante, credo.
Nel frattempo sul Corso Vittorio Veneto non passeggia più nessuno, le saracinesche dei negozi, su cui campeggiano i cartelli Affittasi, restano serrate. Anzi, cammino in un cantiere aperto tra zone interdette, buche, sampietrini e basoli. Qualcuno ha distrutto marciapiedi intonsi per ricostruirli daccapo. In passato, hanno tagliato gli alberi dei giardini comunali, e i bambini si sono abituati a giocare sotto il sole cocente. Prima ancora avevano demolito il vecchio centro storico, il rione Fratta. Così abbiamo imparato a distruggere per questuare qualche fondo pubblico.

Certo, rispetto all’Irpinia contadina e artigiana, che sapeva produrre e costruire, questo continuo dissipare ha davvero il sapore di una mutazione genetica. È inevitabile che le mie parole risultino ingiuste verso qualcuno. Anzi, la descrizione potrebbe indurre a pensare ai paesi appenninici fatti di desolazione e spopolamento. E invece Grottaminarda, come Lioni, Ariano Irpino, Atripalda, Solofra, è un luogo che in centocinquanta anni ha visto raddoppiata la popolazione. E la gente che non passeggia più da queste parti, se ne va al centro commerciale del Passo di Mirabella. Il fatto è che siamo orfani o emuli, vuoti e pieni, ambivalenti come il resto della Penisola. Al vuoto invernale opponiamo la parossistica stagione estiva. Ai paesi inattuali corrispondono i paesi-città sradicati, sformati, bulimici, ingrossati fino a incarnare il simulacro delle città osservate alla televisione. È la nostra attuale compresenza dei tempi.

Partenza-restanza

Mentre scrivo queste righe, con in mente l’Irpinia che lascio e ritrovo ogni volta, leggo un’intervista a Franco Fiordellisi, segretario della Cgil di Avellino. La disoccupazione si attesta poco sotto il 20%. Sembra che ogni anno più di duemila persone abbandonino il territorio.
Spenderei ogni singolo centesimo rimasto, ogni energia intellettuale, per conquistare la libertà di restare. A patto che restare, per nessuno mai, significhi umiliazione o sacrificio, e che sia una possibilità di avere e dare un futuro. Ma sono di parte, so bene cosa vuol dire non essere più di alcun luogo. So che l’idea della partenza a volte nasce più dall’umiliazione generata dalla politica che dalla necessità, fino a incarnare il riflesso chimerico di una liberazione o di un riscatto. Credo però che il senso della libertà individuale stia in una vera e plurale comunità, in una vita locale che sia intessuta di relazioni umane.
Un Paese democratico, oltre le leggi, ha un corpo. E questo corpo deve fondarsi su una miriade di centri e reti, senza nessun margine. Invece l’Italia che dimentica gli Appennini, le isole, fatta di grandi città che fagocitano ciecamente risorse e individui, ebbene, produce costantemente nuovi margini e continue periferie, abitate da individui soli, circondati dalla diseguglianza, nello sradicamento.

Sandro Abruzzese

*Articolo apparso in precedenza su Doppiozero

Simone Weil: sulla guerra e l’oppressione

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In Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale lo sforzo continuato di Weil è volto contro le forme di dominio, contro la parte di società che opprime spiritualmente e moralmente i suoi sottoposti. Weil vuole semplicemente difendere chi è più debole da chi comanda, e in generale l’individuo dalla collettività. Per questo, nel tentativo di pensare una società più giusta, finisce, a volte rasentando l’anarchismo, per concludere che solo nelle società con un livello basso di produzione, dove la divisione del lavoro è quasi del tutto assente, l’oppressione si affievolisce. Via via che la società si specializza però, che si passi dai riti religiosi alla tecnica al servizio della produzione, si avvia il monopolio degli specialisti e con esso la diseguaglianza. Ecco che l’equilibrio diviene una chimera, mentre la lotta per il potere pone subito il dominio e l’oppressione. Che siano la ricchezza, la produzione, la guerra a guidare una società, sostiene Weil, ciò che la compromette è il rovesciamento “del rapporto tra mezzo e fine”.

“Non è possibile concepire nulla di più grande per l’uomo di una sorte che lo metta direttamente alle prese con la necessità nuda, senza che egli possa attendersi nulla se non da se stesso, e tale che la sua vita sia una perpetua creazione di se stesso da parte di se stesso”, scrive a un certo punto la filosofa. Il fatto è che la società, la collettività, non consentono all’uomo di agire e determinare in toto la propria vita. Allora l’ideale di libertà sarà avere la possibilità di agire sulla società, di controllarla affinché ci renda indipendenti. A tal proposito la cultura è chiamata a incidere “sulla vita reale”.

Per quanto riguarda la vita contemporanea, il dominio quantitativo della tecnica sulla razionalità e la giustizia diventa totalitario. Gli stati centralizzati concentrano nelle loro mani un potere schiacciante sulla massa dei cittadini. Per vivere, gli uomini necessitano della società e del denaro e qualsiasi saggezza o buon senso è soppiantato dal criterio scientifico dell’efficacia, dello sviluppo, non dell’utilità sociale.

Weil, nel ’34, a poco più di vent’anni è già in grado di descrivere un mondo caotico di sprechi e stoltezza, dove la pubblicità e la speculazione regnano incontrastate opponendo le opinioni alla verità e facendo del mondo un luogo di debiti, di “spese folli”. È il capitalismo, ma anche la società totalitaria (Hitler vince le elezioni tedesche nel ’33), è il potere a incidere sul pensiero. Ne nasce una umanità addomesticata dalla scomparsa di idee chiare, disavvezza ai procedimenti logici, ragionevoli; una società che nulla può contro chi possiede i mezzi di produzione, le armi, la tecnica, i media. Ma pur trovandosi di fronte a quesiti insolubili, Weil ricorda “che la vita sarà tanto meno inumana quanto più grande sarà la capacità individuale di pensare e agire”.

*

Nel recentissimo Sulla guerra (ilSaggiatore, 2017), tradotto e curato da Donatella Zazzi, volume che raccoglie gli scritti di Simone Weil sul tema dal 1933 al 1943, tornano pagine preziose su questi nodi cruciali. Vi troviamo per esempio le riflessioni sul fatto che uno Stato in guerra, attraverso la burocrazia e l’esercito, attraverso la coscrizione, la legge marziale, opprime prima di tutto i suoi cittadini abili alle armi: “il massacro è la forma più radicale di oppressione”. Sono riflessioni che inevitabilmente rimandano alla storia italiana, portano la mente ai Cadorna o allo stolto e odioso generale Leone di Un anno sull’altipiano. Insomma, le parole di Weil rimandano allo sterminio dei contadini sardi o calabresi nel corso della Prima guerra mondiale, e in generale al rapporto di stampo coloniale che gli stati moderni hanno mantenuto nei confronti del mondo contadino e poi operaio. Siamo di fronte al “fanatismo esasperato” dello stato burocratico: “un’immensa macchina, che senza sosta ghermisce gli uomini, e di cui nessuno conosce i comandi”, a cui bisogna opporre la difesa di tutti i valori umani, ricorda ancora la scrittrice. Anche perché, continua, la storia è piena di buone intenzioni capitolate di fronte alla Ragion di Stato: ne sono esempi sia Robespierre, spianando la strada a Napoleone, che Lenin con il successore Stalin.

È incredibile come il pensiero di Weil sullo Stato idolo-burocratico, che si sviluppa incessantemente per tutti gli anni ’30, approdi a conclusioni molto vicine a quelle che Carlo Levi esprimerà in Paura della libertà, libro scritto nel ’39, nell’esilio francese di La Baule. Tuttavia non è un caso. Sarà lo stesso Levi a spiegare l’arcano nel ’52, allorché confesserà che di capitale importanza per le sue riflessioni è stato l’incontro con la filosofia di Alain, maestro della stessa Weil. Entrambi i discepoli, fino alla fine, resteranno persuasi che nulla di giusto e autentico sia possibile laddove non c’è spazio per il cuore degli esseri umani.

*

Se le guerre ci sono sempre state, in Risposta a una domanda di Alain Weil evidenzia che paradossalmente la nostra epoca è quella in cui, alla stregua di schiavi, la guerra la combattono i deboli e gli esposti,  a cui quello stesso Paese, al suo interno, non accorda alcuna dignità. E anche qui tornano alla mente gli attuali eserciti professionali. Fu il Michael Moore di Bowling a Columbine a mostrare i meccanismi di reclutamento dell’esercito americana a Flint e nel resto del Paese, dove i militari, davanti alle high school delle province più povere e depresse degli Stati Uniti, illustrano i vantaggi dell’arruolamento. Ma basterebbe pensare all’attuale esercito italiano, composto in maggioranza di ragazzi meridionali provenienti dalle aree più disagiate della penisola.

È una continua battaglia razionale e morale, quella che emerge dalle pagine di Sulla guerra,  volta a ritrovare misura e limite, per indicare che il fine della lotta sta nel benessere degli uomini, non nella volontà di dominio. E così Weil ammette le responsabilità della Francia imperiale e coloniale nell’oppressione della Germania pre-hitleriana, e comprende che in questa rivalità non vi è altro obiettivo se non sconfiggere l’avversario per accrescere i propri mezzi in vista di altri scontri. Per cui da parte sua si fa strada un pacifismo a oltranza, esasperato dalla consapevolezza, dettata dall’esperienza come volontaria nella guerra civile spagnola, che nulla è peggio di un lungo conflitto armato, il quale in queste condizioni per l’Europa equivarrebbe a una sciagura di dimensioni colossali.

Sappiamo che Weil fu costretta dagli eventi a lasciare Parigi e rifugiarsi a Marsiglia, New York e poi Londra, dove troverà la morte. Gabriella Fiori, nella sua biografia della francese, parte proprio dalla solitudine londinese e dalla penosa fine fatta di privazioni, lì ad Ashford, nel Kent. In Sulla guerra apprendiamo che è Simone stessa a scrivere di suo pugno da New York a Maurice Schumann per chiedere di aiutarla a raggiungere Londra. Siamo nel luglio del ’42. In questa lettera la studiosa ammette che “Conoscevo abbastanza la mia forma particolare di immaginazione per sapere che la sventura della Francia mi avrebbe fatto molto più male da lontano che da vicino” (Sulla guerra, p. 145).

La parte finale del libro riporta alla spiritualità e al misticismo dei Quaderni. La filosofa francese fa in tempo a individuare la follia europea nel nichilismo, nell’assenza di scopo capace di produrre una terribile, spaventosa indifferenza: “L’Europa è piombata in questa apatia dopo l’ultima guerra. Per questo non ha fatto quasi nessuno sforzo per sfuggire ai campi di concentramento” (Sulla guerra, p. 150).

La soluzione, la maniera per sconfiggere l’eterna oscillazione umana tra bene e male, è nel “bene assoluto”, ovvero nella religione: ” Si tratta solo di porre, nella vita di un popolo come nella vita di un’anima, questo infinitamente piccolo (Dio) al centro”.

Sandro Abruzzese

**Questo articolo è comparso sul blog Poetarum Silva

CARLO LEVI, LA TERRA CEDE E SCIVOLA

(o come dare torto e ragione a Calvino su Carlo Levi)

Paesaggio calanchivo di Aliano, foto di Sandro Abruzzese

 

“Io uso dire, in modo paradossale, che l’Italia ha due capitali e che una è Torino e l’altra è Matera”.

“Nulla è sicuro invece nel mondo contadino, il tempo non vi è segnato dagli orologi e non vi scorre, e ogni immagine scoperta può essere perduta. Esse stesse, le immagini, sono i soli punti certi e raggiunti, la sola difesa di una vita personale in continuo rischio: perciò esse tendono a fissarsi, a diventare ripetibili e quasi rituali, a trasformarsi in formule magiche o evocatorie, (…) in questo continuo sforzo del mondo contadino di esprimersi, noi vediamo, mi pare, il continuo fenomeno della creazione del linguaggio, poiché le parole non sono altro che la memoria dei nomi che rappresentano l’atto della distinzione da un oggetto, la creazione, cioè, degli oggetti dalla indifferenziazione”.
Carlo Levi, Il contadino e l’orologio.

 

Nel saggio introduttivo al Cristo, Italo Calvino sostiene che per comprendere la poetica di Levi occorre partire da Paura della libertà, libro scritto nel ’39 a La Baule, durante l’esilio in Francia. In esso infatti affiora per la prima volta la riflessione dello scrittore in merito allo Stato-idolo. Sono riflessioni molto belle, che risentono della filosofia europea, da Vico, Spengler, a Hegel, Gramsci, Gobetti. Levi al cospetto del fascismo e dei totalitarismi vi sostiene che quando si combatte per un idolo, quando gli stati sprezzano l’individuo imbrigliandolo nell’esercito, nella macchina burocratica, nell’organizzazione centralistica, la libertà lascia il posto alla crescente e continua oppressione. Per uno Stato del genere, poi, la guerra è “il sacrificio perfetto”. A uno Stato del genere occorrono nemici, schiavi, servi. E nessuno meglio degli stranieri, di estranei può fare al caso. “L’idolo statale”, scrive Levi, “può reggersi soltanto finché avrà di fronte a sé uno straniero: un nemico necessario, che dovrà essere continuamente espulso e continuamente ritrovato, una vittima provvidenziale” (p. 114). Quando si combatte per un idolo, quando si è in una guerra religiosa, lo Stato ha bisogno di una massa informe, di cui le grandi città, i sobborghi di “gente senza storia”, insieme al tecnicismo, sono il risultato. È questo Stato a generare un mondo “impoetico, anonimo, ripetitivo”.

In Paura della libertà Levi intuisce pure che l’urbanesimo, il corpo sformato del Paese, è legato a una cultura del non senso, di massa, a suo modo totalitaria, perché intrisa di propaganda, la quale serve allo Stato-idolo per produrre l’identità indistinta, confusionaria e priva di molteplice. È un’umanità informe, “sradicata da ogni determinazione”. Inoltre egli riflette sulla compresenza dei tempi e delle civiltà, individuandone lungo la penisola una militare e una contadina. La prima è statolatra, religiosa e giuridica, il cui tempo risulta lineare; la seconda anarchica, irreligiosa e poetica, fuori dalla storia poiché immobile. È quest’ultimo il mondo portato alla luce da Levi in Cristo si è fermato a Eboli. Ed è questa compresenza dei tempi che egli testimonia e per cui giustamente Calvino rimanda a Paura della libertà.

 

Tuttavia, sebbene lo scritto del ’39 sia un saggio ricco di riflessioni interessanti sull’arte, sulla lingua, sul sacro e sul religioso, quello che il Cristo aggiunge è lo sguardo, la capacità percettiva dell’esule torinese, e quella scrittura “erotica”, certo a volte venata di atteggiamenti tronfi o paternalistici, ma che nasce sempre dall’amore per la vita e l’umano, dalla passione per la libertà e la giustizia. La scrittura di Levi, avrà modo di dire Giulio Ferroni, “ha il dono (…) di saper dare il senso di una vita distesa nel tempo, di uno spazio pullulante di presenze, di speranza, di sensazioni, di delusioni”.
Non solo. In Carlo Levi il paesaggio, l’ambiente, la luce, prendono corpo. Credo che la fisicità, la corporeità lucana, nonché l’impatto che su di lui ha avuto la lunga permanenza forzata a contatto col mondo contadino sia qualcosa di simile a un’agnizione per l’intellettuale cittadino. Levi è un corpo estraneo, un intellettuale europeo, illuminista, proveniente da una Torino già industriale, ed è come se proprio in quanto corpo estraneo egli sia in grado di mettere a fuoco le contraddizioni lampanti ma aggrovigliate della società meridionale. È questa matassa che Levi dipana grazie agli intensi e precedenti studi meridionalistici e all’esperienza diretta del confino.

Se volessimo trovare qualcosa di simile, e di pari, capitale importanza nella cultura italiana, verrebbe fatto di pensare al meridionale sardo Antonio Gramsci, trapiantato dalla piccola Ghilarza alla grande città industriale sabauda grazie a una borsa di studio. Nondimeno negli stessi anni, tra Francia e Inghilterra, per altre vie del tutto originali, sarà Simone Weil ad avvicinarsi e approfondire le stesse tematiche dell’autore del Cristo, questo per via dell’influenza su entrambi del filosofo Alain.

Craco, foto di Sandro Abruzzese
(paese dove Rosi girò parte di Cristo si è fermato a Eboli)

Ma che cosa rappresenta la Lucania per Levi? Più di una volta egli stesso definisce la regione un insieme di isole. E come tante isole vede ed enumera i paesi circostanti Aliano: sospesi, accartocciati sui poggi, svettanti e divisi da chilometri tortuosi di valli malariche e monti. Ogni comune rurale è una piccola patria che risponde a regole proprie. Grazie alla massiccia emigrazione siamo di fronte a un nuovo matriarcato, paesi di donne nelle cui case fanno mostra i ritratti di Roosevelt e della Madonna di Viggiano, dirà il confinato. E nello specifico è l’isolamento della Lucania, il paesaggio vuoto e remoto del materano, sono i volti, i gesti, la cultura dei contadini di questo mondo antico a colpire profondamente Levi per la loro poeticità. Nel Cristo continui, incessanti si fanno i riferimenti al paesaggio di Grassano e Aliano. Deve essere chiaro che ciò che si presenta agli occhi dello scrittore sotto forma di calanchi argillosi e balze deserte è, dal punto di vista geografico e antropico, un disastro idrogeologico. È uno scenario biblico, ancestrale, certo fascinoso. Ma pur sempre una sciagura. Quello che Levi contempla è un paesaggio desolato, e lo stesso Don Trajella, il parroco misantropo del Cristo, avverte il confinato: “Qui ci sono continue frane. Quando piove, la terra cede e scivola, e le case precipitano. (…) Fra qualche anno questo paese non esisterà più. Sarà tutto in fondo al precipizio. (…) Non ci sono alberi né rocce, e l’argilla si scioglie, scorre in basso” (Cristo, p. 37-38). Certo Grassano è un paese più grande, meno originale risulta il paesaggio circostante, ma comunque vi era “Soltanto una distesa uniforme di terra abbandonata”. E ancora su Aliano: “Su una terra remota come la luna, bianca in quella luce silenziosa, senza una pianta né un filo d’erba, tormentata dalle acque di sempre, scavata, rigata, bucata” (C, p. 197).

Casa del confino di Levi ad Aliano. Foto di Sandro Abruzzese

La Lucania meridionale quindi è un luogo remoto che volta le spalle all’Europa ed è il luogo dove prende forma evidente il contrasto gramsciano tra campagna e città che Levi non manca di sottolineare. Il fascismo ha ignorato il problema e in generale lo Stato ha dato risposte generiche a condizioni particolarissime. È una diagnosi che in futuro abbraccerà la Sicilia e la Sardegna. Dal punto di vista economico, per esempio, “le foreste sono state tagliate, i fiumi si sono fatti torrenti, gli animali si sono diradati, invece degli alberi, dei prati e dei boschi, ci si è ostinati a coltivare il grano in terre inadatte. Non ci sono capitali, non c’è industria, non c’è risparmio, non ci sono scuole, l’emigrazione è diventata impossibile, le tasse sono insopportabili e sproporzionate: e dappertutto regna la malaria” (C, p.221).

È il corpo della Lucania, questa terra dei boschi ridotta a brandelli desertici, a far dire all’autore che “Non può essere lo Stato a risolvere la questione meridionale, per la ragione che quello che noi chiamiamo problema meridionale non è altro che il problema dello Stato”. Ed è l’incontro con quella piccola borghesia dei paesi, odiosa e feudale, che vive di soprusi e privilegi e schiaccia i contadini nella miseria, a turbare Levi e dargli conferma che solo uno Stato che parta dall’individuo, uno Stato fatto di tante comunità autonome, potrà evitare l’oppressione di una parte del Paese sull’altra. Solo la partecipazione e la cooperazione, in un mondo costituito dal basso, attraverso le autonomie delle istituzioni e delle forme di vita sociale potrebbe, secondo l’azionista, rendere possibile la coesistenza di queste due civiltà.

Dall’esperienza lucana in poi, nei suoi viaggi, Levi troverà sempre conferma della sua compresenza dei tempi, definizione coniata da Italo Calvino. Così in Tutto il miele è finito, taccuino relativo ai due viaggi in Sardegna del 1952 e del 1962, egli ritrova la coesistenza del mondo eterno dei contadini e dei pastori a fianco alle città operaie di Carbonia e Iglesias, dove invece tutto si conta in minuti e ore.
Carbonia, agli occhi dello scrittore ” (…) è il virile inferno di uomini piovuti da ogni parte d’Italia, siciliani, veneti, romagnoli, toscani, mandati qui senza preparazione, quindici anni fa, nel 1939, quando queste lande erano ancora un assoluto deserto (…)” (T., p. 26).

Probabilmente, ma è solo un’ipotesi, è il film di Vittorio De Seta, Banditi a Orgosolo, a contribuire alla scelta del secondo viaggio sardo del ’62. Questo ritorno lo porta a riflettere sul fatto che, se solo la memoria vince sulla distruzione e corrosione dovuta al tempo, ebbene anche l’uomo è fatto di memoria, di passaggi, epoche che si sedimentano e convivono: ecco che anche l’essere umano, come le società osservate, risulta costituito di compresenza e identità: “Come la realtà è molteplice… “, egli esclama a un certo punto, “… come, in ogni cosa, in ciascuno di noi, coesistono tempi diversi e lontanissimi!”.
Orgosolo è per Levi, sulla scia di De Seta, un misto di arcaico e coloniale, un circolo chiuso teso verso la tragedia, dove lo Stato finisce per inasprire i rapporti, aggravare i problemi, avvalendosi di un disinteresse e di una cecità propri del colonialismo.
Pure, dopo dieci anni dal primo viaggio sardo, Levi registra l’incedere del nuovo “medioevo speculativo” (da Cagliari a Pirri, Monserrato, Quartu), insieme all’avanzare dello spopolamento e dell’emigrazione (Nuraminis, Villagreca, Serrenti). Temi che aveva avuto modo di trattare con lungimiranza già nel lontano ’39, nell’esilio di La Baule.

Tutto il miele è finito si chiude lasciando sullo sfondo la Barbagia e l’antico contrasto tra mondo contadino e pastorale. Orune è paese di pastori e emigranti. Ma trent’anni fa lo era di contadini. In trent’anni, dal ’30 al ’60, i contadini sono scomparsi di nuovo. Venne la crisi agricola, la battaglia del grano, Già cent’anni prima, racconta un anziano cieco, i pastori di Orune si fecero contadini. Dopo la Grande guerra i boschi furono tagliati, le mucche e i maiali lasciarono il campo, “Con la distruzione dei boschi, nella grande guerra, vennero le pecore, e vennero i contadini a coltivare le terre disboscate”.

È una storia minore, che si perpetua, questa che Levi apprende dal cieco, è la storia di Aliano, della Lucania, del Meridione; è la storia di “cittadini” in balìa di uno Stato sordo, estraneo e lontano. Un mondo fagocitato, in cui l’unica soluzione rimane la fuga individuale verso altri mondi remoti, lontani, dolorosi.
E non cambia il discorso nel viaggio sovietico del ’55 narrato ne Il futuro ha un cuore antico. Una delle prime annotazioni sulla città di Mosca, sui volti di chi la abita, riguarda l’impressione di una città creata da contadini: e la prima simpatia di Levi per i russi è dovuta proprio all’analogia con la Lucania, il paese dei contadini.
Col passare dei giorni poi i sovietici appaiono sempre più “i custodi dei sentimenti e dei costumi dell’Europa”, è come se Levi percepisse di trovarsi davanti a un mondo che deviando la sua storia da quella europea con la svolta del ’17, avesse “lasciati integri i valori fondamentali che il mondo contadino e operaio portava in sé”; la chiusura stessa delle relazioni aveva immobilizzato gusti, sentimenti. Nei volti dei russi lo scrittore riconosce “(…) quella semplicità, quella genuinità, quell’onestà, quella pulizia morale, quella timidezza (…)”, che il resto dell’Europa in qualche modo ha già smarrito. Un’Europa che non ha più verità ideali né sentimenti comuni, ma ha disperso, reciso radici, perduto legami. Mentre questa Europa perde il suo senso storico, i suoi limiti, per farsi simile all’America del rifiuto della storia, la Russia appare “il miraggio del paese dell’infanzia, il miraggio semplificato di un’Europa immaginaria e perduta” (Il f., p. 75).

Forse si potrebbe partire dalla fine per comprendere al meglio Carlo Levi. Sì, saltare L’orologio, questo importante romanzo-reportage sulle condizioni di disfacimento di città come Roma e Napoli nel secondo dopoguerra, un libro in grado di descrivere le fasi concitate del tentativo di cambiamento dovuto alla nascita del governo Parri e il conseguente ritorno alla carica dei Luigini italiani, pronti a svuotare dall’interno qualsiasi reale riforma progressista.
Si potrebbe saltare, dicevo, anche se davvero suggestivo, l’incontro siciliano con Danilo Dolci che racconta delle condizioni critiche di Trappeto e Partinico, una Sicilia di miseria, analfabetismo, banditismo e prostituzione; o l’incontro con la madre del sindacalista Salvatore Carnevale, assassinato dalla mafia, episodio raccontato ne Le parole sono pietre; o per contraddire Calvino potremmo partire da quel Quaderno a cancelli, pubblicato postumo nel ’79, in cui lo scrittore scrive che “(…) l’occhio vede e non possiede. Passa su tutte le cose senza toccarle, né muoverle, né urtarle, (…)”. L’occhio non possiede, tuttavia “È il potere dell’immagine che unifica e dà realtà alle cose, il potere poetico che, vedendole, le crea per la prima volta, e fa della nera natura, immagine, riconoscibile e certa”. (p. 90-91)

cimitero di aliano, tomba di carlo levi, foto di Sandro Abruzzese
Cimitero di Aliano, tomba di Carlo Levi. Foto di Sandro Abruzzese

In questo libro angosciato, malinconico, e per questo diversissimo dai libri energici, volitivi a cui lo scrittore ci ha abituati, sovente tornano le immagini di Aliano, i ricordi del cane Barone, delle argille calanchive. Il Quaderno è un flusso di memoria in cui ritornano idee e esperienze. È un libro che raccoglie la poetica di Levi e dimostra che essa, pur partendo da solide basi teoriche, è tutta nello sguardo e nel rapporto con i luoghi: “(…) questo darsi e lasciarsi prendere, questa orgogliosa e superba umiltà e santità, meravigliosa dolcezza di chi sta nelle cose e vi partecipa, e vi si dona rimanendo intatto e accrescendovisi, questa virtù suprema e divina del non difendersi, del non razzismo, del non settarismo, (…)”. Tornano in questa convalescenza le immagini e le parole del confino, al punto che l’autore cita dei versi:

Esiliato su un monte
rituale e feroce
guardo con occhi aperti un mondo antico…

e si chiede perché riaffiorino costantemente.

A distanza di quarant’anni da Paura della libertà, nel Quaderno a cancelli Levi trova che il nostro mondo sia diventato un unico luogo di emigrati per cui annota che “Tutti sanno ormai di essere in esilio; in un mondo esiliato da sé stesso” (Q, p. 81). Sono davvero tanti nel Quaderno i riferimenti al disfacimento e alla costruzione di altri mondi, c’è l’America degli emigrati a simboleggiare la violenza dell’esilio. Un luogo sconosciuto di solitudine, di incertezze e insulti.
Le parole del confinato torinese sono tristemente profetiche. Nello Stato-idolo burocratico non c’è spazio per il mondo astorico dei contadini, i quali nel frattempo sono stati sradicati e trasferiti nella Storia e nel Tempo lineare.

Giovanni Russo, in quel piccolo grande libro che è Lettera a Carlo Levi, stima in circa quattro milioni e mezzo di contadini dai quindici ai quarant’anni, l’esodo che piega definitivamente la civiltà contadina meridionale. Carlo Levi, ovviamente inascoltato, aveva avvisato per tempo: l’idolatria statale produce alienazione e sacrificio sociale, e così un mondo privo del senso di umanità, privo di rapporti umani autentici, il mondo che partorisce campi di concentramento e “un individualismo che arriva a negare nei fatti l’esistenza stessa dell’individuo”, ebbene, è già un inferno mostruoso, e ai suoi abitanti non rimane che registrare il continuo, incessante spavento.

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© Sandro Abruzzese

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Carlo Levi, Paura della libertà, Einaudi
Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli, Einaudi
Carlo Levi, L’orologio, Einaudi
Carlo Levi, Quaderno ai cancelli, Einaudi
Carlo Levi, Tutto il miele è finito, Einaudi
Carlo Levi, Il futuro ha un cuore antico, Einaudi
Giovanni Russo, Lettera a Carlo Levi, Editori Riuniti

L’ASTROFISICO DEL SISTEMA PERIODICO CHE ACCOLSE PRIMO LEVI

DCF 1.0

Ne Il sistema periodico, e precisamente in Potassio, Primo Levi narra come nel gennaio del ’41, da studente di chimica, alla costante ricerca di verità e concretezza, avesse scelto di frequentare un corso di esercitazioni di fisica all’università di Torino. Fu così che incontrò l’assistente che dirigeva il corso: “un giovane assistente, magro, alto, un po’ curvo, gentile e straordinariamente timido, che si comportava in un modo a cui non eravamo abituati”, ricorda nel racconto.

Lo scrittore si riferisce all’insolito atteggiamento scettico e al contempo umile di un uomo che, al contrario dei suoi colleghi, sembra consapevole di trovarsi di fronte a piccole conoscenze, e non certo dinanzi alla vera sapienza inconoscibile. Fu questo giovane studioso, spiega Levi proseguendo, questo trentenne – “sposato da poco, veniva da Trieste ma era di origine greca, conosceva quattro lingue, amava la musica, Huxley, Ibsen, Conrad, ed il Thomas Mann a me caro” – , ebbene, in spregio alle leggi razziali vigenti lo accolse e gli consentì di esercitarsi e portare avanti gli studi.

In Potassio, l’assistente finirà per assurgere al ruolo di magnifico contemplatore meditabondo, a cui lo scrittore opporrà la ferma volontà, molto più terrena e concreta, di rimanere immerso nella brutale realtà politica del tempo.

A proseguire il racconto di Levi, Potassio, ci pensa Stefano Dallaporta. Oggi avrà pressappoco l’età del giovane assistente di Primo Levi. Stefano è un musicista. Ha i capelli lunghi biondi annodati alla nuca. Indossa una giacca di pelle, una maglietta nera, la barba lievemente incolta, gli occhiali da vista. È laureato in Scienza dei materiali, e diplomato al conservatorio. Tra le due strade però ha scelto la seconda, conferma. È lui a proseguire il racconto, e per farlo mescola elementi autobiografici e memoria:

All’inizio, per via del cognome, non è stato facile frequentare l’università di Padova. Il cognome Dallaporta, al dipartimento di Fisica, è sempre stato duro da portare. Il fatto è che a Padova mio nonno, per ben trent’anni, ha tenuto la cattedra di Fisica teorica, per poi passare a quella di Astrofisica teorica.

È morto nel 2003, ricorda Stefano, si chiamava Nicolò Dallaporta Xydias ed era nato a Trieste nel 1910, da genitori greci appartenenti a famiglie originarie dell’isola di Cefalonia. Fino a 16 anni è cresciuto a Marsiglia dove il padre lavorava in una compagnia di navigazione di proprietà. Si era laureato a Bologna, aveva proseguito la carriera a Torino e Padova. Negli anni ’80 fu chiamato a Trieste, sua città natale, dove istituì il settore di Astrofisica e Cosmologia dell’istituto SISSA.

Insomma, Nicolò Dallaporta Xydias, l’uomo di cui parla Stefano, suo nipote, è proprio “l’assistente”, ovvero l’indimenticabile personaggio descritto in Potassio, quell’idealista coerente che ebbe il coraggio di accogliere lo studente ebreo Primo Levi quando tanti altri professori avevano opposto leggi razziali o ragioni di opportunità. Nella sua lunga vita Dallaporta Xydias riceverà premi, onorificenze, scriverà libri. Stefano ricorda la sua compagnia:

amava Bach, Beethoven e i classici, era un frequentatore costante delle serate di musica cittadina e spesso mi portava con lui. Dopo la guerra ripetutamente incontrò Levi. Erano uniti dalla stessa onestà intellettuale e credo fossero divisi soprattutto dalla fede. Mio nonno l’aveva trovata nel tempo, passo dopo passo, per una sua via autonoma.

Le linee tracciate dai racconti di Levi e Stefano per qualche istante si incontrano, finiscono per intrecciarsi. Cerco di seguirne il corso. E seguendo le loro tracce vien fatto di dire che Dallaporta Xydias e Levi, percorrendo sentieri impervi e ambiziosi che già si profilavano in Potassio, si sono immersi con tutte le forze nella complessità del reale. Entrambi, per motivi diversi, avevano avuto modo di conoscere il dolore della separazione e dello sradicamento. Forse questo ha aiutato l’assistente a scegliere di rompere l’emarginazione di Levi. Dallaporta Xydias, confermano le parole di Stefano, fin da giovane fu costretto a rinunciare alla cultura e alla lingua madre francese, alle durature amicizie coltivate a Marsiglia; in futuro sarebbe divenuto un fisico “anomalo” perché costantemente attratto dall’integrazione delle conoscenze e infine dal bisogno di fede.

D’altra parte Levi, in quanto ebreo, si ritrovò sempre più isolato e incredulo durante quel ventennio fascista impregnato di retorica e falsità, incentrato sul disprezzo delle minoranze e la chimera della purezza. Dunque, l’intellettuale torinese nel dopoguerra indagherà le ragioni e i lati oscuri dell’essere umano. E l’astrofisico, questo greco triestino innamorato del Cosmo, si renderà protagonista di un’instancabile vita di ricerca e comunicazione nel campo scientifico e filosofico.

L’amore per la conoscenza sarà la tensione costante in grado di accomunare due uomini originali e tuttavia distanti come Nicolò Dallaporta Xydias e Primo Levi.

 

 Sandro Abruzzese

*Questo articolo è uscito sul blog letterario Poetarum Silva

Carlo Levi, La terra cede e scivola

Poetarum Silva

Carlo Levi, da Biografieonline

Carlo Levi, La terra cede e scivola
(o come dare torto e ragione a Calvino su Carlo Levi)

di Sandro Abruzzese

“Io uso dire, in modo paradossale, che l’Italia ha due capitali e che una è Torino e l’altra è Matera”.

“Nulla è sicuro invece nel mondo contadino, il tempo non vi è segnato dagli orologi e non vi scorre, e ogni immagine scoperta può essere perduta. Esse stesse, le immagini, sono i soli punti certi e raggiunti, la sola difesa di una vita personale in continuo rischio: perciò esse tendono a fissarsi, a diventare ripetibili e quasi rituali, a trasformarsi in formule magiche o evocatorie, (…) in questo continuo sforzo del mondo contadino di esprimersi, noi vediamo, mi pare, il continuo fenomeno della creazione del linguaggio, poiché le parole non sono altro che la memoria dei nomi che rappresentano l’atto della distinzione da un oggetto

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