Categoria: Passaggi

In memoria di Gianni Celati

Gianni Celati è stato un intellettuale originale che ha fornito per tutta la vita nuove prospettive critiche e narrative nel panorama culturale italiano. Personalmente, Verso la foce o Narratori delle pianure  mi hanno aiutato a comprendere che la realtà circostante è una cura contro l’omologazione dell’immaginario mediato dalle tv e dall’industria culturale. Inoltre, i suoi saggi critici mi hanno insegnato che rileggere gli autori classici è un atto di costante rielaborazione scevra da pregiudizi e mode letterarie.

Celati ha portato alle estreme conseguenze intuizioni di Benjamin, Wittgenstein, Zavattini, liberandoci dagli editor, dalle idee calate dall’alto, dalla letteratura priva di passione, e dimostrando che saper guardare è sempre un’avventura, perché può voler dire mettersi da parte per ritrovare il mondo, occupandosi, attraverso l’uso del proprio corpo, dell’altrove, ovunque esso sia. 

Non meno importante è la sua lezione sull’assenza di radici, se l’intellettuale deve avere vicinanza e lontananza col mondo, con Celati è chiaro che l’intellettuale lotta con le origini fino a scoprirsi essere senza origini, in grado di creare nuove e inedite ramificazioni, che rispondono alla ricerca della verità ma soprattutto a un rapporto autentico con la vita. 

Da Celati ho imparato che si può raccontare il vuoto, l’assenza, l’inezia, senza mai ammiccare al lettore o all’editore. Narrare magari come atto sempre nuovo eppure antichissimo, sempre gravido, con la forza dell’oralità, delle voci narranti dei senza voce, ai margini, sempre in bilico tra moderno e pre-moderno.

Ecco, è questo coraggio di scrivere, questo fuggire dall’irrealtà attraverso una lingua che vivifica, che devo a Gianni Celati, è lui che ci ha insegnato a rincorrere il mito, riportando però il fantastico alla terrestrità. Con lui abbiamo capito che essere “umani” vuol dire fallire onestamente, con tutto il coraggio di essere fragili.

Sandro Abruzzese 

La via Romea come frontiera

Il nostro itinerario all’interno di questo vasto spazio, uno degli ultimi grandi vuoti della pianura padana, non ha particolari mete. Ci aggiriamo a caso con la convinzione che il mondo circostante sia comunque incapace di mentire allo sguardo, per cui nei dintorni c’è sempre qualcosa da vedere che parli di noi e di come effettivamente funziona il mondo. Certo, viaggiare nella pianura, decifrarne i segni, vuol dire innanzitutto attenersi alla realtà concreta. Per cui passare alla rinfusa da Contane, ignorando che si tratti del luogo più basso d’Italia, o veleggiare di soppiatto a Jolanda di Savoia e Mezzogoro, ebbene fa sempre un certo effetto. Da Contane, dove oggi non c’è un filo di vento e il cielo opaco rende la terra ancora più bruna, per strade secondarie, stavolta ci dirigiamo verso il litorale. Sbuchiamo sulla Romea che è una strada particolarmente amata perché vi si costeggiano limiti non solo geografici, ma di un confine invisibile, in cui si sovrappongono elementi, e dove il mondo progettato e studiato dallo stato, dalla regione e da chi per loro, si affievolisce del tutto. 

La Romea è un confessionale ibrido, ribadisce il divano blu elettrico abbandonato sotto la pensilina di un distributore di metano. Un luogo dove la pianura, anche la più reticente, si confessa, e dove l’omogeneo e l’uniforme vi si compiono e falliscono a un tempo, oppure dove le illusioni cittadine, mondane, lasciano il posto a una buona dose di franchezza, per cui nel paesaggio inerme, spuntano trame sotto traccia e disfunzioni, come la discarica clandestina appena sequestrata qui di fianco, a Lagosanto. Non sono solo gli incidenti, la pericolosità di questa arteria, bensì le variabili e le intenzioni che si incrociano in questo punto-limite a raccontare l’Italia. È un posto per i segreti, per i rifiuti, per il proibito, la Romea. È il posto giusto per far perdere le proprie tracce, per pentiti di mafia, traffici o amori clandestini. Vi si può mangiare e dormire facilmente, anzi la vita vi prende come un sapore di accessibilità, per inciso dequalificata, tirata all’osso, flessibile, ma è pur sempre sopravvivenza ed espletamento di bisogni fisiologici primari. Motel a basso costo, camere a ore, cibo a basso costo, cibo a tutte le ore. Sesso a basso costo. Droga, supermercati. Tutto il mondo com’è e come accade, passa per la frontiera che è la Romea e vi si fonde. E tutto ciò che si trova oltre questa strada, verso il mare, a Boccasette, Scardovari, fino all’Isola dell’Amore o alle Vene di Bellocchio, rappresenta un’altra storia, fatta di cieli ancora più ampi, di campi se possibile ancora più sconfinati, di geometrie e forme che rimandano a un continuo altrove. 

Di questo e altro, dopo una mattinata di osservazione disordinata, mentre a fianco al nostro tavolo due amanti litigano e due vecchi migranti partenopei conversano col loro nipotino alternando il tedesco e il napoletano, discutiamo in osteria con Marco. Guardiamo le foto, decidiamo il da farsi, e dopo un po’ litighiamo pure noi, e sul Sessantotto, per giunta. Lui difende le forme libertarie e anarchiche, rimpiange un’Italia d’avanguardia. Io invece in quella divisione, nella velocità dell’avanguardia urbana, ritrovo l’abbandono delle retroguardie e delle province, e l’incapacità di camminare insieme, di radicarsi per non lasciare nessuno indietro, anzi di essere compatti e solidali fin nelle lande più remote del paese, proprio come questi luoghi. Anche in questo diverbio conta l’esperienza e la provenienza, è il dialogo tra un cittadino e un paesano, tra un settentrionale e un meridionale, e prova ancora una volta l’importanza e la necessità di incrociare le prospettive secondo una reciprocità essenziale alla comprensione delle parti come tutto. Una subcultura della frammentazione, invece, un’analisi continua e univoca delle parti, senza più sintesi, è questa la morsa che non lascia scampo all’Italia di oggi. Ed è per questo che il vuoto della pianura, la sua parte più debole e eterogenea, può aiutare a comprendere la realtà nazionale. È una prospettiva senza voce, o al limite con una voce letteraria, ma senza il politico e sociale.

È già ora di rientrare. Lungo la strada ripensiamo alla giornata. Nella mente ormai la Romea è un grumo in cui si addensano scarti e resti: venditori ambulanti, canali, rimesse, veicoli in panne, zucche e sacchi di patate, pattume. È un confine di cui resta questo suo essere sintesi, quasi una cerniera meticcia di campi agricoli e spiagge adriatiche. La ripetitività desolata della monocoltura del Mezzano e quel pieno stagionale dei vacanzieri ai Lidi, appaiono comunque due mondi a loro modo reificati, a senso unico, e quindi in grado di smarrire qualsiasi reale senso. La Romea separa e attraversa questa riduzione bipolare del mondo, in cui la modernità è a un tempo applicata e sospesa, così da generare attraversamento e vuoto. Se il Mezzano è privo di vita umana e insediamenti, i Lidi sono semi vuoti in inverno.

Di rientro, dopo aver camminato per qualche chilometro su una striscia di terra in mezzo alla laguna comacchiese, attraversiamo il Mezzano all’imbrunire, tra nutrie e fagiani, tra strade sconfinate degne di una canzone di Springsteen. Qualcuno, su una casupola grigia, con dello spray nero, ha scritto “Duce idiota”. Ci lasciamo alle spalle la laguna grigia, sempre più scura per via del sole calante dietro l’arco appenninico. 

La sensazione è che chiunque, in questi luoghi, per come sono stati concepiti, possa essere solo un ospite, e che il provvisorio, sotto forma enigmatica e misteriosa, regni incontrastato, anzi, addirittura incomba. Il resto lo farà il mare, con la sua avanzata lenta, impercettibile quanto incontrastabile, sarà lui a riprendersi definitivamente l’estremo limite della pianura.

sandro abruzzese

Viaggio a Serravalle

Il paesaggio padano, quello della locomotiva economica del Belpaese, verso il limite estremo della pianura finisce per tradire quella sua aura protestante dovuta all’esasperato funzionalismo produttivo, per lasciare spazio ai resti, all’ibrido, alle deviazioni verso il particolare. E i particolari, dando luogo alle contro-condotte più esasperate, svelano i recessi e il recondito dei luoghi. Ecco perché da Francolino, da Copparo o Argenta, andare verso oriente significa varcare soglie invisibili che parlano dell’Italia tutta, non solo della parte più ricca e efficiente, di solito gremita di capannoni industriali. Qui la pianura, proprio perché molteplice, si mostra più fragile e sincera. 

La golena di Serravalle, per esempio, stretta com’è tra Santa Maria in Punta e Papozze, laddove il Po si ramifica in due tronconi, quello di Venezia e di Goro, è uno dei tratti più suggestivi del Parco del Delta. La golena è fitta di boschi e, anche qui, come a Borgo Santa Maura a Polesella, chiuso il ristorante che molti rimpiangono, a gestire i bungalow e il molo delle barche è un signore tedesco che vive sul fiume tutto l’anno. Lo cerchiamo ma stavolta siamo sfortunati.

Sul molo ci accompagnano Sergio e Elisabeth. Sergio fa cenno di guardare in alto, in cima a un palo che funge da padimetro svetta il livello spaventoso della piena del Po del 2000. 

Sergio, orafo e ceramista, uruguaiano trapiantato per amore di Elisabeth sulla riva destra del Po sedici anni fa, ci dice che i vecchi qui vivono in maniera essenziale, acquistando il poco che non sono in grado di produrre. Si accontentano di sopravvivere, a volte. Non rinunciano al lavoro. Per loro non è un problema. È vita, il lavoro. Anche la fatica, il sudore, è vita. Quello che ti restituisce qualcosa, però. C’è una cesura generazionale tra il mondo agricolo, artigianale e i ragazzi di oggi che, invece, sono simili a quelli di qualsiasi altro posto: hanno il profilo Instagram, il corpo tatuato, lo stesso taglio di capelli dei milanesi o dei romani, affollano le bacheche con i selfie e le foto delle sere passate in discoteca. È a loro che occorre rispondere, alle loro legittime aspirazioni. Così a volte viene meno la continuità, anche se il lavoro ci sarebbe, non sempre c’è chi vuole portarlo avanti, soprattutto nelle aziende agricole dei dintorni.

Ho raccontato altrove (CasaperCasa, Rubbettino 2018) la storia di Sergio, l’emigrazione dall’Uruguay all’Argentina, i difficili anni dell’Argentina, l’approdo a Bologna. Con Elisabeth, che a Serravalle è nata e cresciuta, hanno scelto di crescere qui i propri figli. Sergio ha rinunciato a fare l’orafo, la filiera della ceramica moralmente gli restituisce sonni più tranquilli, dice, e ricorda la frase di Gandhi che ama: “Dobbiamo essere noi il cambiamento”. 

Inoltre, a Serravalle ha imparato, dal padre di Elisabeth, agricoltore, a fare un po’ di tutto, e a sua volta lui ha portato i suoi valori ecologisti nella campagna ferrarese. Da qui, per ridare fiato alla terra, il progetto di un bosco di bambù, una pianta che risana l’ambiente. 

Andiamo in piazza. Marco fotografa il campanile, in cima alla guglia c’è una palla che sta per cadere, indica. Io invece mi soffermo sull’edificio in cemento armato, una sorta di architettura da socialismo ferrarese piena di pilastri. 

Riprendiamo a girare, con lo sguardo cerco uno scivolo, un parco, qualcosa di costruito e pensato per ragazzi e bambini, niente. O meglio, ci sono i bar, ne ho contati almeno cinque, i tabacchi, bed and breakfast, insomma c’è tutto ciò che si trova o che manca nei paesi di oggi. 

Ma forse più che dall’interno, è da fuori che si può dire qualcosa di più su Serravalle. Dall’esterno si nota che l’area artigianale e industriale, del cui tessuto fanno parte aziende importanti anche a livello internazionale, si sposa quasi senza soluzione di continuità con i campi coltivati. Da fuori si notano poi i ponti sui canali, ne attraversiamo uno in ristrutturazione da tempo e ad accesso limitato. 

Serravalle dunque si fa più lontana anche per via di una viabilità non sempre adeguata. A risentirne è il suo comparto industriale, sono i cittadini che percorrono strade non sempre sicure. In fondo, Serravalle mostra questo suo doppio volto: l’incontro tra una civiltà agricola e artigiana, autosufficiente; e l’industria, anche a carattere internazionale, per cui occorrerebbe competere, avere istituzioni e politiche adeguate alle continue sfide del mercato. Il paesaggio rurale poi, qui, come dappertutto, non deve ingannare: all’inquinamento dell’aria, delle acque, dei terreni, ai danni subiti dalla pianura più industrializzata d’Europa, non si sfugge. Il paradosso venuto a crearsi è che i paesi della pianura patiscono gli stessi problemi di inquinamento delle aree urbane, senza averne in cambio i servizi. 

C’è il tempo per parlare della Pro Loco, che è vivace, attiva, per una visita alla diroccata Villa Giglioli, un luogo evocativo della storia agraria padana, dove conosciamo un conte senza più contea, che subito ci corregge: “In Italia i titoli sono stati aboliti”. 

Di nuovo in cammino, ripensiamo alla giornata trascorsa: se da una parte in provincia ci sarebbe la possibilità di applicare una nuova cultura ecologista, di essere e fare altro, più liberi e autonomi, più giusti e solidali, dall’altra questo trovarsi nell’interdipendenza eterodiretta dai centri di potere la rendono inerme ingranaggio di una macchina burocratica lontana e indifferente. Anche così la provincia finisce per sognare gli stessi sogni di grandezza delle città e delle tv, dunque è nell’immaginario che si smarrisce. I paesi, senza servizi, senza lavori che rispondano alle aspirazioni giovanili, diventano località smunte. Se i giovani se ne vanno, nessuno può cambiare più nulla. All’orizzonte, nessuna emancipazione. In questo modo, la provincia italiana finisce per diventare retroguardia e Vandea, ovvero il bacino della reazione, in cui ci si aggrappa alla xenofobia, ai discorsi identitari o territoriali, se ne strumentalizzano i disagi fino ad arrivare – è il caso dei fatti della vicina Goro del 2016 – a respingere con le barricate e i sit-in un gruppo di profughi destinati all’ostello del paese.

Il fatto è che vedere che cos’è diventata la provincia oggi è molto più facile che comprenderne le cause e i vari livelli di responsabilità. Forse la domanda vera è: chi e cosa produce la provincia com’è oggi?

Il sisma del 1980 e l’Irpiniagate di Enrico Fierro

*Articolo comparso in precedenza qui su Poetarum silva

Scrivo queste righe a poche settimane dalla scomparsa del giornalista e scrittore Enrico Fierro, avellinese, classe 1951, guarda caso nato lo stesso giorno del terremoto irpino, il 23 novembre. A questo evento e a questa data Enrico avrebbe legato buona parte della sua vita. Con grande coraggio, – quel coraggio che lo ha contraddistinto nei successivi libri sulla ‘Ndrangheta, sulla Mafia, negli articoli sul suo amato Sud e su Riace, e fino alla fine dei suoi giorni – nel 1990 insieme a Rita Pennarola e Andrea Cinquegrani firmò un notevole libro inchiesta sul post-sisma irpino.
Enrico Fierro e i suoi colleghi con Grazie Sisma! 10 anni di potere e terremoto («La voce della Campania»), andarono incontro a ostracismo, denunce, minacce, processi, e tra l’altro, scrivendo di camorra, come dimostrano i tempi del sequestro da parte delle Br dell’assessore napoletano all’Urbanistica e plenipotenziario democristiano Ciro Cirillo, o come dimostra l’attentato della camorra cutoliana al procuratore della Repubblica di Avellino, Antonio Gagliardi, misero seriamente a repentaglio la loro vita, quella dei loro cari, e i rapporti con il luogo d’origine.
Enrico Fierro avrebbe poi seguito i lavori conclusivi della Commissione d’inchiesta sul post-sisma presieduta da Oscar Luigi Scalfaro e, dalle colonne dell’«Unità», del «Fatto», di «Domani giornale», nei decenni, ha continuato ad alimentare la memoria e la ricostruzione di questo evento cardine della storia d’Italia.

Oggi che Enrico non c’è più, personalmente, oltre al vuoto incolmabile per la perdita di un compagno di viaggio e di militanza partigiana, sempre dalla parte dei senza voce e degli ultimi, mi chiedo quanto e cosa resti alla pubblica opinione nazionale della memoria del sisma irpino del 1980.
È nota la tragedia epocale per l’Italia, con più di tremila morti e la distruzione del patrimonio culturale di tanti paesi appenninici del sud Italia. Forse ciò che è meno noto alle nuove generazioni è la storia della ricostruzione post-sisma, di cui ha scritto lo storico di Teora Stefano Ventura (Storia di una ricostruzione, Rubbettino 2020), ricordando giustamente, oltre agli scandali, la pagina positiva del volontariato, alcuni esempi e casi di buona ricostruzione locale.
Ma magari, in questa nostra nuova epoca della frammentazione, priva com’è di coscienza storica, e proiettata costantemente in un presente posticcio e irreale, rischia di cadere nel dimenticatoio proprio quell’Irpiniagate a cui Enrico Fierro aveva dedicato passione e energie inesauste, ovvero il sacco dei fondi pubblici a opera della classe dirigente democristiana, vicenda che tanto scalpore aveva generato negli anni ’80 e ’90 del ‘900.
Nel complesso, se, dal punto di vista politico, l’uso dei fondi del dopo-sisma drogò e accelerò il metabolismo economico campano, portando alcuni reali benefici nel breve periodo, in seguito, per via degli errori relativi a un modello di sviluppo parzialmente slegato dal contesto e per via delle clamorose frodi, compromise le chances future della regione. Dunque, dopo una prima fase espansiva dovuta agli investimenti pubblici, l’Irpinia ritorna ora, ai nostri giorni, lo descrive Generoso Picone nel recente Paesaggio con rovine (Mondadori, 2020), a un destino che non era affatto segnato: la produzione di nuovi emigranti, lo spopolamento, l’abbandono del territorio.
È indubbio che lo stato attuale è diretta conseguenza di scelte politiche precise della classe dirigente locale, passata ai vertici di quella nazionale, proprio grazie al sisma.
Certo, qualcosa è rimasto, ma molto meno di ciò che si prospettava e solo attraverso una lottizzazione spietata e una cessione spaventosa di prerogative dallo stato alla politica e alla criminalità.

Per dare qualche cifra, lo storico Ventura rivela che la ricostruzione effettiva dell’industrializzazione che prospettava circa 15000 posti di lavoro, riuscì a realizzarne in una prima fase poco più di 4000, e nei decenni successivi (dati al 2005) circa il 53 per cento della stima iniziale.
«È abbastanza chiaro», scrive lo studioso, «che la lontananza tra obiettivi fissati e risultati raggiunti dimostrano errori, voluti o non voluti, commessi in fase di progettazione dell’intervento pubblico. Ci sono però altri elementi che completano la gamma dello spreco dei fondi statali […] in realtà l’applicazione di questi provvedimenti fu largamente disattesa e dimostrò di essere funzionale ad altre logiche […] la ricchezza prodotta non restava nelle zone in cui era prodotta e, contemporaneamente, si alimentava un sistema di potere locale a carattere clientelare e a favore di pochi gruppi politico-imprenditoriali».
Dal punto di vista sociale, invece, il post-sisma e il clientelismo hanno trasformato definitivamente l’inconscio e la cultura dei meridionali, piegandoli in parte a forme estreme di individualismo e sudditanza. A riguardo, il sociologo di Pagani Isaia Sales, ormai quasi trent’anni fa, in Leghisti e sudistiscriveva: «Non si ha ancora la necessaria consapevolezza di quanto questo cambiamento abbia inciso nel profondo della struttura economica e sociale, abbia modificato il ruolo della politica e delle istituzioni, abbia trasformato il rapporto con la società civile, abbia infine radicalmente cambiato il rapporto dell’insieme della società meridionale con lo Stato».
Ebbene, nella vicenda del post-sisma irpino le classi dirigenti non hanno solo contratto un debito insolvibile con le generazioni successive, ma hanno avallato, quando non direttamente almeno moralmente, la criminalità attraverso le loro condotte istituzionali. Scrive ancora il sociologo Sales: «La mafia, in quanto criminalità che accumula anche risorse pubbliche, non trova nessun ostacolo né morale, né culturale, né di altro tipo». Anzi, il reale consenso clientelare seguito alla gestione fu percepibile finanche dall’incremento dei voti che avrebbe portato alla maggioranza assoluta democristiana in provincia di Avellino del 1992. Gabriele Moscaritolo, sociologo eclanese, allievo di Gabriella Gribaudi, in Memorie dal cratere (Editpress 2020) sottolinea che «quando si avviarono i flussi di denaro e la ricostruzione entrò nel vivo, il consenso elettorale (della Dc) passò al 50,17 nel 1987 e al 51,64 nel 1991».
Il salto di qualità della Camorra, come quello della classe politica locale democristiana, principia anch’esso con il terremoto irpino, e se guardiamo al Nord, anche la Questione settentrionale, di cui Aldo Bonomi ha scritto con perizia, e la relativa strumentalizzazione leghista, mostrano la stessa matrice, lievitando nel medesimo ambiente di malaffare e corruzione locale e nazionale generalizzato. Il nocciolo della Questione morale invocata da leader del PCI Enrico Berlinguer nel ’79, si rivelava del tutto politico: la distanza tra partiti, istituzioni, e società, lo scollamento del paese si fece, con la condotta del post-sisma, sempre più grave, e quasi irreparabile. Le inchieste di Mani pulite, la foga e la rabbia della società civile, con tutti i  limiti di un potere che ne sostituisce un altro, arriveranno laddove la politica si era rifiutata di arrivare. Verrà decapitato ciò che andava, e da tempo, assolutamente riformato.
In ultimo, sempre sotto il profilo sociale, in questa storia mancano le centinaia di migliaia di persone costrette alla fuga dalla Campania e dalla Basilicata in questi quarant’anni. Come sempre, ce lo ha insegnato Tolstoj in Guerra e pace, manca la vita silente delle persone che comunque fanno la storia: i figli dei contadini, gli artigiani di Flumeri o Calitri, i muratori di Scampitella e Gesualdo, i medici di Frigento o Nola, i commercialisti e i sarti di Montemiletto e Atripalda, gli insegnanti o avvocati precari in fuga dal vesuviano e dall’agro nocerino-sarnese, o i giovani laureati potentini e salernitani, i chirurghi e i magistrati partenopei emigrati a Roma e a Milano.

È una storia vecchia, lo so, e il presente richiede invece, al pari di sostanze stupefacenti, continue novità editoriali. Ho tentato altrove (Mezzogiorno padano, Manifestolibri 2015) di narrare l’Italia ibridata e la deformità di uno stato nazionale monco, che non è mai riuscito ad arginare le migrazioni e a rispondere alle esigenze di un terzo del paese reale.
La storia della ricostruzione del post-sisma irpino riguarda anche questi milioni di persone trapiantati altrove, partiti per andare a costruire altri mondi, in un flusso inarrestabile che arricchisce di vita e sapere il Centro-nord,  l’Europa, depauperando la parte più fragile dell’Italia che a fasi alterne si finge di voler risollevare. L’austerità di questi anni, infine, rivolta contro le regioni meridionali, è anch’essa in parte figlia della vicenda nazionale di sperperi assurdi che stiamo narrando.

Per concludere, sebbene datati, e inoltre per dare delle cifre e scendere in qualche dettaglio esemplificativo, ma anche per gratitudine nei confronti di cronisti come Goffredo Locatelli e Enrico Fierro, trovo sia opportuno ripercorrere, anche solo per sommi capi, l’inchiesta Irpiniagate (Irpiniagate, Goffredo Locatelli, Newton Compton editori, 1989), sulla vicenda.
L’inchiesta di Locatelli e quella di Fierro e colleghi, a distanza di tre decenni, restano uno spaccato vivido dell’oblio generato dalla conduzione fraudolenta del post-sisma e riportano fedelmente la temperie di un’epoca, in grado di spiegare tanti avvenimenti della nostra storia patria recente.
Tralasciando le trame più losche, che vedono l’impegno democristiano per la scarcerazione dell’assessore Ciro Cirillo (ci vorrebbe un libro a parte), a cui abbiamo già fatto cenno, rapito dalle Br, e liberato tramite la camorra di Cutolo, forse con soldi e fondi destinati al terremoto, da Locatelli e Fierro sappiamo che la spesa erogata al 1989 è di circa 47.000 miliardi di lire su 63.000 preventivati, cifra erogata dallo Stato per compensare più di tremila decessi e 362.000 case danneggiate. Nel frattempo i comuni colpiti passarono da 339 a 687, coinvolgendo diverse province e regioni.
Lo Stato, dunque, versa 15.000 miliardi per i privati, il resto rimane bloccato nelle banche e frutta svariati interessi che innalzano il valore delle azioni degli Istituti di credito come la Banca popolare dell’Irpinia.
Valga per tutti l’operato del sindaco democristiano di Bisaccia e Ministro per il Mezzogiorno Salverino De Vito che, ricorda Locatelli, acquista 400 container per 10 miliardi di lire, prefabbricati mai usati, venduti dalla azienda Isopol del sindaco democristiano di Montemiletto Vittorio De Sanctis, suo amico e inoltre Presidente degli industriali irpini.
Come se non bastasse, sebbene a scegliere le industrie per la creazione delle zone produttive del cratere è, non del tutto autonomo ovviamente, il lombardo commissario Giuseppe Zamberletti, tra l’altro riabilitato nel suo operato da Stefano Ventura, le zone prescelte dalla Commissione Fasano, composta da democristiani e qualche socialista, sono quelle di Nusco, paese di Ciriaco De Mita, con tre aree industriali per 14 aziende; l’area di Calaggio, con 9 industrie, nel comune del sindaco di Bisaccia Salverino De Vito; Morra De Sanctis, amministrata da socialisti, che prevede 3 industrie sul suo territorio, paese dell’astro nascente e pupillo demitiano Giuseppe Gargani. Le zone prescelte quindi combaciano precisamente con i paesi e i bacini di voti di eminenti dirigenti locali della Dc avellinese.
Quanto alla scelta delle attività produttive da insediare, nonostante la commissione presieduta dal Prefetto di Salerno Nestore Fasano si avvalga di due strumenti tecnici per valutare le candidature dell’aziende (un’istruttoria bancaria e una industriale) tuttavia per ben 17 aziende ignorerà il parere negativo dell’istruttoria bancaria e per 8 quello dell’istruttoria industriale.
È la nuova Irpinia: un labirinto di leggi, ben 17, ammetterà l’attuale Presidente della Repubblica Mattarella rispondendo in parlamento a 26 interrogazioni parlamentari.
Ebbene, se il capitolo legislativo è ampiamente criticato in Storia di una ricostruzione, spesso le concessioni saranno attribuite senza gare d’appalto ad aziende a volte prive di requisiti.
Un esempio? In Irpiniagate di Locatelli veniamo a sapere che un’azienda come l’Infrav si aggiudicherà i lavori per l’infrastruttura viaria Lioni-Nusco, sebbene dal 1968 la Ferrocemento di Roma, che ne fa parte, non avesse ancora ultimato la diga di Conza, e l’inchiesta Grazie sisma! di Fierro, Pennarola, Cinquegrani conferma che il prezzo dei lavori della diga nel frattempo era salito da circa 14-15 a 100 miliardi di lire.

Quanto alle industrie che arrivavano dal Nord, vennero definite da Aniello De Chiara, Presidente socialista del Consiglio regionale della Campania, scarti e aziende obsolete, che si muovono per mettere le mani su quel 75% dell’investimento elargito dallo stato.
Una volta anticipati 1000 miliardi per 152 aziende, molte di queste incasseranno i soldi senza proseguire, e altre non rispetteranno i termini degli accordi, fino a costringere il governo, nel novembre del 1986, a riaprire i termini per nuove domande di insediamento. Un’implicita ammissione di fallimento.
Resterebbero le infrastrutture. Basti dire che alcune sono in completamento ancora oggi: la Lioni-Grottaminarda, per esempio. Nel complesso la previsione, seguendo Locatelli e Fierro, era di 1750 miliardi per 150 km di strade, 10 miliardi a chilometro, ma la Fondo valle Sele viene realizzata solo per il 60%, così come solo parzialmente viene realizzata l’Ofantina, e restano al 1989 incomplete le aree di Buccino, Palomonte, San Mango.
Ci sarebbe poi l’articolo 21 a destinare alle imprese di Campania, Puglia, Basilicata un contributo che arriva fino all’85% dell’investimento a carico delle finanze pubbliche (1550 miliardi). In molti casi si gonfiano artificiosamente i computi metrici delle perizie del terremoto per sottrarre ancora altri fondi.
Infine, è sempre lo stesso Mattarella, nel rispondere alle già citate 26 interrogazioni parlamentari, ad ammettere che il ginepraio irpino ha una gestione contestata anno per anno dalla Corte dei conti, e a 8 anni dal sisma, con 47.000 miliardi stanziati, lascia ancora famiglie senza tetto, e mancate ricevute e documentazioni di spese per centinaia e centinaia di miliardi.

Questi, per esigenze di spazio, sono solo alcuni annosi fatti relativi alla gestione del sisma irpino, che della laboriosa civiltà contadina spazzata via dai terremoti del ’30, del ’62 e dell’80, verrebbe da dire, conserva ben poco. Si tratta più che altro di un vero e proprio sacco nazionale, guidato dalla sub-cultura del piccoloborghesismo italico, magari a volte dai tratti brillanti, ma sempre indecentemente egoista e miope nel lungo periodo, con propaggini che assurgono a emblema di un’epoca e ritraggono le fattezze e i limiti dell’Italia politica del tempo.
Nel post-sisma è stato dilapidato il futuro non solo di un ampio territorio meridionale che avrebbe potuto avere un’altra storia, ma si è messa a repentaglio la tenuta dell’intera nazione.
La stagione leghista è ormai alle porte, la Caduta del Muro e la fine dell’Urss renderanno inutile l’intermediazione della classe dirigente meridionale democristiana, la quale, insieme ai socialisti, può finalmente essere spazzata via dalle inchieste dei giudici di Mani pulite.
In politica estera, una volta cessato lo spauracchio sovietico, e messa da parte la paura interna che le grandi masse di disoccupati meridionali confluissero verso il Pci, ecco pronte le rivendicazioni secessioniste padane e una nuova politica a due velocità, con la fine del finanziamento di opere e spesa pubblica al Sud, e il definitivo spostamento dell’egemonia nazionale tra Roma e Milano. Alle porte il federalismo, l’autonomia differenziata, l’aumento dei divari territoriali denunciati anno per anno dallo SVIMEZ di Adriano Giannola, stanno attualmente facendo il resto.
Il terremoto irpino è una delle porte scorrevoli che hanno configurato l’Italia di oggi, mai così distante, frammentata, disomogenea, ma anche mai così dimentica degli errori pregressi e dell’interesse generale.
Un’Italia sempre più politicamente debole, dunque municipale, quindi incapace di esprimere una cultura nazionale all’altezza delle sue reali possibilità, la cui classe politica oggi è addirittura commissariata dal’Unione europea e si affida alla tecnocrazia e al dispotismo illuminato di Mario Draghi (ironia della sorte, anch’egli di origini avellinesi). Un’Italia in cui non vi è più traccia di parole come partecipazione popolare, occupazione, Questione meridionale e interesse generale del paese, ma l’astensionismo supera il cinquanta per cento degli aventi diritto al voto.
Il post-sisma irpino, si può dire che non sia mai finito, è solo passato a nuove forme: alle alluvioni, ai sibillini, alle faglie dell’Abruzzo, o alla Calabria, fino ad arrivare al Covid19. Anzi l’emergenza, alimentata dal combustile eternamente rinnovabile ed ecologico della paura, è diventato fenomeno e realtà quotidiana di una nuova transizione. Anche questo è il Mezzogiorno padano: un paese inclinato, in cui tutto scivola e si polarizza verso l’ignoto altrove post-moderno e post-democratico.

@SandroAbruzzese

Domenico Carrara: dalla parte del dolore

Metto qui per chi è lontano il testo dell’articolo comparso ieri sul Quotidiano del Sud-Avellino per le poesie di Domenico.

Domenico Carrara: dalla parte del dolore

Nel ripetersi delle cose (Homo scrivens, 2021), è la raccolta postuma del poeta di Grottaminarda.Domenico Carrara, Atripalda 1987-Bienno 2021, ci ha lasciati da soli nove mesi, ed è difficile trovare le parole per questi suoi ultimi, preziosi scritti editi dalla sua storica casa editrice, Homo Scrivens di Napoli. Aveva accettato, dopo la laurea in Lettere alla Federico II, una supplenza come bidello a Bienno, in Val Camonica, e lì, precipitando da un dirupo, ha perso la vita. Ci era andato, a Bienno, con quel suo piglio di apertura e curiosità che lo contraddistingueva. Sul posto non avevano faticato a capirlo. Era impossibile, di fronte alla sua personalità complessa, non accorgersi di quel delicato stare al mondo o della sua disponibilità. Domenico era un costruttore di ponti, anzi forse, più di tutto, amava mettere in relazione persone e costruire insieme agli altri. A Bienno, l’hanno ricordato con una cerimonia apposita nella sua scuola, infine il sindaco lombardo ha voluto recarsi personalmente a Grottaminarda per manifestare la vicinanza della sua comunità alla famiglia. Nella sua giovane vita Domenico Carrara ha scritto diversi libri, ha iniziato prestissimo e in ognuno di essi, fin da subito, emergevano un talento acerbo, un potenziale espressivo e intuitivo di valore, che passo dopo passo diventava sempre più solido e manifesto. Questa raccolta poetica postuma, Nel ripetersi delle cose (Homo scrivens, 2021), oltre a indicare il grado di maturità, di misura e consapevolezza raggiunta, ha il merito di condensare molto di ciò che lui ha sempre avuto a cuore. Mi riferisco al controverso rapporto con la nostra provincia, fatto di un amore profondissimo e di una sempre più cosciente presa d’atto delle sue colpe nei confronti delle nuove generazioni: Non sai che porti la provincia dentro: / avverti le tracce che tieni strette / ovunque, nei gesti di tutti i giorni, / in questo sentirsi da sempre poco?Non poteva sfuggire a un attento scrutatore come lui, oltre al tradimento intergenerazionale nei confronti dei giovani meridionali, il caos edilizio successivo al terremoto. Vi era cresciuto in quel teatro di approssimazione, in quel fare che ricostruiva dimenticando, che dissipava la memoria dei luoghi rendendoci, man mano che venivamo su, orfani della nostra storia: Il nostro essere nelle lamiere, / tra i residui, gli scoli, l’amianto, / le case mai finite, i copertoni, / e poi cieli che sembrano vergini, / pieni di luci dei tempi lontani, / gli sguardi terragni dei cani, /le volpi intraviste di notte. Certo, i problemi dell’Irpinia e dell’Italia lo hanno anche costantemente nutrito: Figli di un tremore, / nati sopravvissuti, / nel paesaggio le case / diroccate, spaccate; / eredi del proseguire / di sbalzi, soprassalti, / lo spazio per sbranarci / con le parole o amarci. Come tutti gli scrittori della sua generazione, Domenico ha vissuto la scissione dei tanti meridioni d’Italia, lo smembramento delle comunità dovuto alla continua emigrazione giovanile: Terra, poter dire terra, / che poi è lei a pronunciarci / e siamo solo frasi da poco, / quello che ha per scaldarsi. O ancora La mia terra è diversa nel tuo sguardo, / riesco a perdonarla di più. / A vedere oltre ciò che non può dare, riscoprirla come fossi al primo passo. (…) Io sono diverso nel tuo sguardo, riesco a perdonarmi di più.Le parole terra, provincia, paese, che denotano un lessico antimoderno, non devono trarre in inganno. Domenico Carrara non era avvezzo a facili assoluzioni, non c’è nella sua scrittura un’indistinta nostalgia interclassista ad offuscare le responsabilità, lo sperpero dei fondi pubblici, l’uso clientelare del potere dei nostri ceti medi e delle classi dirigenti locali. Con lui, se di provinciale si tratta, è nell’accezione più nobile di chi sa che il provincialismo è un rapporto di subalternità intellettuale, morale e materiale verso il potere, che nasce nel cuore delle città, ed è un discorso importato dalla quieta accettazione dei valori del mondo urbano. Non è questo il caso. Domenico ha sempre preferito l’inazione “attiva” rispetto alla distruzione, la diserzione rispetto alla violenza, oppure i vicoli, i bar, le piazze, rispetto ai “traguardi calati dall’alto”. Semmai nei suoi versi vi è un umanesimo cosmopolita che lo avvicina agli approdi di un altro poeta irpino scomparso in circostanze tragiche: l’andrettese Pasquale Stiso. Di Pasquale Stiso amava più di tutte quella poesia che recita “Io sono restato ragazzo / anche se fili bianchi / compaiono alle tempie / e l’ombra della morte / s’insinua sottile / nel cuore.” Penso che pochi, come Domenico, potessero incarnare e sentire propri questi versi del “poeta ritrovato” Stiso, com lo ha definito Paolo Speranza in un bel libro a lui dedicato. Forse, Domenico, anche egli uomo di sinistra, vicino alle sorti del mondo operaio e subalterno, dei clochard e dei migranti, riesce a intercettare la sensibilità di Stiso verso i contadini e braccianti di Andretta, e portarla, in altre forme, nelle urgenze del nostro secolo. Tra i due poeti intercorre una distanza di sessant’anni, eppure entrambi restano intellettuali della provincia, in grado di portare il locale in una dimensione universale. Entrambi non si fanno assorbire dalla città, ma restano piantati nei problemi della provincia.In fondo, per capire chi è stato e chi sarebbe potuto diventare Domenico Carrara basta anche solo una poesia:“Casa è dove ridono i tuoi occhi,un posto a cui tornare tutti i giorni;non è semplice luogo il tuo profumoche ora mi abita dentro e in cui riposo.Può spostarsi ovunque, bosco e borgo,strada di periferia, città oppure paese.Può essere spazio accennato o distesa,nel deserto o in tutte le voci del mondo.Può sembrare svanisca e trova l’altrove,rinasce nell’attimo in cui pareva persacome la vita che, se spezzata, rifiorisce;adesso casa è dove ridono i tuoi occhi.”Casa è ovunque, e ogni paese, ogni luogo, è un mondo osservato e compreso dalla parte del dolore.Domenico Carrara è stato dunque sempre dentro i problemi e la realtà concreta dei luoghi in cui viveva. Non aveva mode letterarie o riviste da inseguire, anzi aveva lucidamente scelto tra i poeti favoriti il greco di Baronissi Sotirios Pastakas di cui scrisse: “mai come con Sotirios le parole somigliano all’autore”. Anche Domenico somigliava sempre più alle sue parole e sapeva che il suo ruolo era di retroguardia e di difesa di una provincia fragile, priva di anticorpi contro gli annosi problemi sociali e politici, a cui una volta per tutte ha risposto:Mentre da sopra i palchi / parlano d’uguaglianza / c’è chi a montarli muore, / non uguale abbastanza.Nel ripetersi delle cose è l’ultima traccia di un percorso in fieri. Al di là della misura e del talento in evoluzione, il libro ci dice pure che nessuno prenderà il suo posto. Il suo stesso paese, o la Valle dell’Ufita, ora sono tornati muti. Tutto è di nuovo avvolto dal silenzio. Un silenzio noto e ancestrale, che magari fa comodo a qualcuno. Nel ripetersi delle cose va letto perché ha la forza di rompere questo silenzio.

s.a.

Il viaggio di Felicitas Hoppe con Pigafetta

*Articolo comparso in precedenza qui su Poetarum silva

Di cosa ci parla la scrittrice di Hamelin, Felicitas Hoppe, in Pigafetta, Del Vecchio editore 2021, nella traduzione di Anna Maria Curci?
Mentre scrivo ancora non ne sono certo, tuttavia la lettura mi ha dato una gran voglia di rileggere la lezione sulla leggerezza scritta da Italo Calvino per le conferenze americane che purtroppo il ligure non riuscì mai a svolgere.
Se il titolo di questo libro rimanda al vicentino Pigafetta, che nel 1519 sopravvisse alla spedizione di Magellano e la raccontò nel suo diario, sembra chiaro che Hoppe consideri il suo favoloso viaggio intorno al mondo non solo un gioco, bensì una metafora onirica per parlarci della vita. O meglio, per parlarci del rapporto tra scomparsa e presenza, tra sogni e realtà, tra dimorare e risiedere, nella vita.
La nave che parte da Amburgo e in nove giorni compie la circumnavigazione del globo assomiglia tanto al mondo intero, così come il suo carico prezioso – «Il carico ha la priorità» – assomiglia all’umanità, e via dicendo per i pericoli e le piccole gioie narrate, insieme agli strampalati personaggi e alla protagonista.
Il viaggio, dicevamo, è il vero protagonista di questa storia e non solo per il rapporto tra nostos e algos, nostalgia e ritorno, che fa capolino verso la fine del libro, ma per via di protagonisti che sono quelli che «non trovano la strada di casa e che a casa sono ospiti»: i Pinocchio, i Giona, gli Ismaele. Comparse quasi senza volto, abbozzati nei loro tratti essenziali, involontari o disperati avventurieri, oppure ignare vittime di disavventure. La scrittrice consapevolmente indugia su taluni aspetti, richiama la tradizione del romanzo d’avventura e di formazione, avendo cura di lasciare, nel doppio fondo del romanzo, il suo scrigno di enigmi.
Tuttavia, se in Pigafetta si avverte che il tutto rimanda a qualcos’altro, la sua semplicità è un velo oltre cui scorgere il proteiforme multiverso che è l’esistenza. Vi è una tensione costante nella prosa di Hoppe, un gioco continuo tra superficie e profondità, tra spazio e tempo, per cui l’io narrante è costretta ad avvertire che «qui non si fa il conto in ore e in giorni, ma in mesi e in anni». È dunque nel viaggio (e nella vita) che vediamo «tutto ciò a cui non siamo preparati». In questo perdersi e ritrovarsi, la voce narrante, ingenua scolara della navigazione, riesce pian piano a guardare per sprazzi oltre l’orizzonte e il ripetersi delle cose. Ed ecco che i frammenti di questo libro, le frasi, i pensieri, all’improvviso si uniscono in un discontinuo bagliore sotto traccia.
E allora esiste una terra che sia realmente lontana?
Occorre il remoto per tornare e raggiungere una reale vicinanza?
Il mondo è per davvero come lo vediamo e raccontiamo?
Queste e tante altre sono le domande che scaturiscono dalla lettura di Pigafetta, che ha raggiunto l’obiettivo di ogni buon libro, cioè interrogare il lettore, costringendolo a mettere in ordine il suo personale cosmo, per cercare le proprie risposte.
La scrittrice, con la sua prosa trasognata, ricorda pure che «due linee di chiglia possono incrociarsi, senza che si incrocino le rotte», e nella vita occorre manovrare e faticare per incontrarsi realmente e non deragliare o finire tra le sirene delle finte libertà, se non peggio, dei finti affetti.
Un racconto è sempre una menzogna che contiene del vero, e l’essere umano è fatto «come pesci senza branchie inventati male», per citare ancora l’autrice.
Se Pigafetta strizza l’occhio alla tradizione del romanzo di formazione, questa costruzione del sé non può che passare per la crisi dettata dalle incertezze di un mondo ostile, dalle fattezze oscillanti tra antico e moderno: «Che tempi sono questi, in cui tutto all’improvviso cambia proprietario».
In fondo, questa nave in mezzo al mare, che solca oceani e lambisce popolazioni nuove, dai tanti nobili richiami, anela alla ricerca della verità finendo per «inventare tutto onestamente», per usare cioè la menzogna razionale e coprire l’eros o il capriccio che è dietro ogni cosa che ci spinge e ravviva.
«Siamo solo ospiti su questa Terra e senza sosta vaghiamo», conclude Hoppe, e lo fa senza mai scordare il pericolo odierno e di ogni tempo: «chi è dappertutto non è da nessuna parte», occorre saper scegliere dove stare, chi e cosa essere, per questo è ancor più necessario il senso del limite. Ora risulta chiaro: laddove fossimo tutti ospiti, non ci sarebbero più forestieri, bensì un unico mondo da condividere.

© Sandro Abruzzese

Grano nostrum per l’Appennino irpino

*Articolo pubblicato in precedenza qui su Doppiozero

di Sandro Abruzzese

Dove si trova il grano più buono d’Italia?

Ci arriveremo. Prima però occorre premettere che, quando si parla di grano, si parla non solo delle civiltà che hanno dato alla luce la nostra, ma della madre di tutte le filiere, di tutte le divisioni del lavoro, delle stratificazioni e delle gerarchie sociali del mondo occidentale. È dunque un discorso, quello del grano, reticolare e nodale, che può portare alla gloriosa Mesopotamia, all’Antico Egitto, ma anche agli attualissimi belt di grano tenero americani, a quelli di grano duro del Canada, o alle vaste distese dell’Ucraina e della Russia. 

Tuttavia, almeno per ciò che riguarda la trasformazione del grano, per le semole e le farine da cui la produzione di pasta e pizza, per incontrare l’eccellenza bisogna ritornare in Italia, ai grandi e piccoli mulini italiani, e magari proprio nel tanto bistrattato sud Italia, dove il clima secco e la tradizione rendono le regioni meridionali vere e proprie fucine dell’alimentazione di qualità. 

Insomma, è seguendo questo filo dell’eccellenza che sono tornato nella Valle dell’Ufita, a 80 km da Napoli e altrettanti da Foggia, in una piccola valle che si trova nell’Appennino irpino e rappresenta una soglia oltre la quale i vigneti e gli uliveti, il verde dei boschi e dell’agricoltura campana, lasciano il campo a un mare giallo che dall’Appennino dauno scende verso la Capitanata e il Gargano, fino alla capitale del pane, Altamura, e più giù verso Corato e Matera.

Se l’Appennino è sempre un’altra storia rispetto alla pianura, questa parte di Appennino campano è qualcosa di davvero altro e diverso dalla conurbazione della Terra dei fuochi o dall’hinterland napoletano, e ciò rende vano argomentare usando indistintamente la parola “Sud”. Eppure proprio dalla Valle dell’Ufita nasce Grano nostrum, l’idea degli imprenditori Michele e Emanuela Meninno, e della loro Greenfarm, di coinvolgere produttori di grano delle regioni meridionali in una filiera di altissima qualità per costruire un marchio e un prodotto di eccellenza tutto campano, così da creare un ponte tra monti e pianure. 

L’idea nasce da una sfida lanciata al Lingotto di Torino: “sareste in grado, voi, di fare una cosa del genere?”. Michele e sua sorella Emanuela non solo accettano la sfida dello scettico interlocutore, ma con caparbietà riescono a convincere uno dei più grandi mulini d’Italia, il napoletano Mulino Caputo, a entrare nel progetto. 

È a questo punto che ritorna la domanda posta in principio: dove si trova il grano più buono d’Italia? 

La risposta di Michele e Emanuela passa sul mio stupore: è a Castelvolturno, provincia di Caserta, nel cuore della Terra dei fuochi. Stiamo parlando dello stesso luogo eletto a simbolo dello strapotere dei casalesi e del degrado casertano, la terra del Villaggio Coppola, così ben descritta nel Gomorra di Saviano. 

Eppure, sebbene Grano nostrum coinvolga produttori della Puglia, del Molise, del Lazio, della Campania, all’interno della sua produzione i valori proteici più alti, il prodotto qualitativamente migliore, arriva da Castelvolturno. Le eventuali diffidenze, i timori sulla salubrità del territorio, vengono fugati grazie a un sofisticato monitoraggio satellitare che consente al progetto Grano nostrum di seguire e garantire tutte le fasi produttive; il monitoraggio consente inoltre di curare i campi in maniera selettiva attraverso una tracciabilità istantanea, riducendo al minimo necessario l’uso di concimi e fitofarmaci. Il resto lo fanno la terra e il clima del luogo che, in questa storia, si riprende la sua antica vocazione agricola di qualità.

Ma non è tutto. Al progetto si unisce poi la partecipazione della Nuova Cucina Organizzata, le associazioni Terra Felix e Albanova, che gestiscono terreni confiscati alle mafie. 

Ecco come il grano di qualità oggi unisce l’Appennino irpino e la Terra dei fuochi al resto del Meridione, e anche se si tratta solo di una piccola storia, di un granello in uno spietato oceano globale, quella di Grano nostrum è l’ennesima dimostrazione che le idee e la competenza costituiscono già altri sud possibili, esistenti e reali. 

Certo, la sfida è solo all’inizio, all’orizzonte l’obiettivo di rendere sostenibile tutta la filiera produttiva, e di rendere la qualità non solo ecologica, ma economicamente sempre più alla portata di tutti. 

Beninteso, molti passi avanti sono stati fatti e nessuno ha intenzione di fermarsi.

Nel fumo della Calabria

Marina di Badolato, agosto 2021, foto Sandro Abruzzese

*Articolo pubblicato in precedenza qui su Terzogiornale

Lettera da una regione devastata dagli incendi, in cui solo la ripresa di un discorso sul Mezzogiorno come grande questione nazionale, oggi europea, potrebbe lasciare intravedere una possibilità di riscatto

Badolato marina, il luogo in cui risiediamo per le cosiddette vacanze, è un paese-pulviscolo, eccentrico, cresciuto come altri sulla strada statale, in cui il volto più umano degli abitati è quello delle case popolari, e quello più asfissiante e anacronistico è fatto invece di palazzi di cemento altissimi, del tutto simili a qualsiasi periferia cittadina da “mani sulla città”.

Anche stanotte, a Badolato, è arrivato il fumo dei roghi appiccati sulle colline della Calabria ionica. Il fumo, ormai lo sappiamo, non viene da solo, ma porta con sé la cenere che pian piano ricopre tutte le superfici e si incunea dappertutto. La cenere la ritroviamo in auto, sulla tavola, nel mare, e persino sul gelato artigianale prodotto nei bar della statale.

Dopo quindici giorni di incendi, la reazione dei nostri corpi alla presenza del fumo non è più la stessa: nessun allarme o insonnia, certo l’olfatto porta le sue informazioni al cervello, ma non accade più nulla, siamo assuefatti all’odore come al rischio costante sottotraccia. E il fumo e l’assuefazione appaiono come le metafore di una condizione collettiva meridionale.

Stamane alle 5 hanno evacuato il borgo di Isca, lambito dalle fiamme. E la stessa sorte ha avuto nei giorni precedenti Badolato superiore, scomparsa in fittissime nuvole di fumo e poi evacuata. Dal mare, assistiamo inermi a questo doloroso gioco delle parti fatto sulla pelle dei calabresi: Canadair ed elicotteri, e i volontari, spengono gli incendi che qualcun altro, la sera stessa, puntualmente appicca. Nella piazza Tropeano, di fronte alla chiesa, un murales ricorda Franco Nisticò – attivista ed ex sindaco deceduto nel 2009 in seguito a un arresto cardiaco durante una manifestazione, in prima linea nella lotta per l’adeguamento della statale 106 –, ma, inoltrandosi sulle colline sbancate del retro del paese, il paesaggio brullo e disordinato sembra dire che da soli non sarà facile venire a capo della situazione.

Va detto che la voce dei badolatesi si è fatta subito sentire con un sit-in e un corteo alla cui testa campeggiava lo striscione con la frase “Bruciateci tutti”; ovviamente la sera stessa i fuochi illuminavano i boschi della montagna, ma almeno la manifestazione ha ribadito che le prime vittime di questa emergenza restano i cittadini, letteralmente ostaggio della strategia incendiaria.

Parlo di strategia anche se, sulle ragioni dei roghi, non mancano gli interventi di protagonisti e osservatori capaci come Tonino Perna, Francesco Bevilacqua, Battista Sangineto, Vito Teti: e tuttavia anche questi commenti, trattando di problemi ormai annosi, fanno parte di un dibattito stanco, ripetitivo, pieno di frustrazione, perché privo di reali interlocutori. Se per esempio prendessimo articoli di dieci o vent’anni fa sull’argomento, li ritroveremmo attualissimi. Il fatto è che i problemi della Calabria si conoscono, le possibili soluzioni pure, ma non accade quasi mai nulla. Se dietro il fenomeno roghi c’è il mercato privato degli spegnimenti affidati ai Canadair, oppure la pressione per assumere i forestali, se si tratta di dolo volontario o involontario, di vendette o tattiche, la sostanza del discorso non cambia.

In genere il controllo del territorio si indebolisce nelle aree ad alta densità criminale, afflitte da disoccupazione endemica; alla base vi è una fortissima disomogeneità territoriale col resto del paese, in grado di pregiudicare il funzionamento delle istituzioni locali e nazionali, dunque di inibire i servizi essenziali. È questo il fumo vero che avvolge la Calabria e Badolato, come tutti i luoghi anche solo parzialmente esclusi dallo sviluppo peninsulare. È questa ripetitività ciclica inesorabile, insieme con l’assenza istituzionale, ad alimentare una sorta di nichilismo meridionale.

Dunque, il tema vero – penso mentre osservo le puntuali colonne di fumo nero innalzarsi verso il cielo – è fatto di parole altrettanto desuete come lavorocontinuità generazionalearresto dell’emigrazione giovanile, piani contro lo spopolamento e il dissesto idrogeologicolotta alla criminalitàgaranzia di servizi di livello nazionale.

È chiaro che l’elenco appena prodotto non può che riguardare una politica e una cultura a carattere nazionale, che abbia una visione del paese nella sua interezza, anche perché se lasciamo il campo al razzismo antropologico non facciamo che il gioco leghista di fazioni impegnate a dividersi il bottino italiano.

Intendiamoci, con questo non voglio negare la parte di responsabilità locale, di cui il cittadino calabrese è investito, bensì sottolineare che l’autorealizzazione personale, o il capitale sociale, per potersi dispiegare liberamente, necessita di luoghi inclusivi, di istituzioni sane e imparziali, e ciò spesso avviene laddove i territori subiscono dei processi di “distruzione creatrice”, cosa che in Calabria, per una serie di ragioni, non è accaduto.

Insomma, in una realtà fatta di reti e conoscenza, di mobilità e competizione, l’omogeneità, la coesione territoriale, la produzione di ricchezza autonoma, devono essere tra gli obiettivi nazionali principali per attenuare distanze e differenze: solo così ci si affranca da alibi identitari ed esotismi meridionalistici, da pregiudizi settentrionali e leghismi. Solo in questa battaglia istituzionale, portando i venti milioni di italiani del sud a livello delle altre Italie, è possibile una politica nazionale di grande respiro nel consesso europeo e mondiale. L’abbandono di questo obiettivo storico sancisce non tanto la crisi della Calabria, ma della politica italiana dopo la caduta del Muro.

È dunque la politica nazionale a dovere, in ogni modo, far sì che le istituzioni diventino realmente garanti costituzionali, altrimenti delle istituzioni viene meno la grande forza configurante e denotante, base primaria per un autentico progresso fatto di diritti.

In questi termini, la Calabria è un punto nevralgico in cui si addensano tutti i problemi italiani, perché è nella parte più debole di un paese che i fenomeni negativi si fanno più evidenti. L’errore più grave sarebbe quello di far finta di credere che si tratti di una questione locale, quando non c’è nulla che sia solo locale in un mondo interdipendente come il nostro.

sandro abruzzese