Categoria: Passaggi

MERIDIONALI SI DIVENTA: MASTRONARDI NELLA QUESTIONE ITALIANA

*Articolo pubblicato in precedenza qui su Le parole e le cose

 

di Sandro Abruzzese

 

Letteratura e Questione italiana

 

Nel capitolo dedicato al miracolo economico della sua Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi Paul Ginsborg sottolinea giustamente come il 1960 sia l’anno de La dolce vita e di Rocco e i suoi fratelli, per poi concludere chiosando: “Non vi fu nel campo della produzione letteraria di quegli anni un’opera che potesse rivaleggiare con il Rocco di Visconti”. È questo passaggio, poche righe, a riportare alla mia mente Lucio Mastronardi e a spingermi qui a una rilettura de Il meridionale di Vigevano, ultimo tassello della trilogia sulla città padana.

 

Il fatto è che, se volessimo tracciare un percorso non solo del boom economico, ma relativo alla rappresentazione della Questione italiana (o meridionale che dir si voglia), – di cui il boom è certo una delle tappe più rilevanti – in questa prospettiva più ampia, il terzo libro del settentrionale oriundo Lucio Mastronardi apparirebbe in una luce tale da risultare addirittura indispensabile. E invece il vigevanese, con Bianciardi, viene perlopiù relegato al ruolo di autore del boom, del microcosmo Vigevano, mentre a carattere nazionale altri sono i nomi che sovvengono: da Verga, Silone, Alvaro, Carlo Levi, Russo, a Ottieri, Strati, per farne alcuni.

 

Ebbene, ho come l’impressione che Mastronardi resti confinato nello spazio circoscritto dai primi due grandi libri e che l’attenzione dedicata dalla critica al meridionale non solo sia nel complesso minore, ma a volte generi vere e proprie stroncature. È il caso di Gian Carlo Ferretti che vi trovò “un linguaggio incerto”, una struttura meno coinvolgente, un “discorso (…) descrittivo, sproblematizzato, nel quale non c’è più né cattiveria né divertimento né disperazione”.

 

Per la verità troviamo disaccordo critico su buona parte delle opere del vigevanese pure incrociando i giudizi autorevoli di Contini, Calvino e Asor Rosa. Contini amerà Il calzolaio ma non Il maestro. Per il ligure è Il calzolaio(lettera del 3 dicembre 1960) a dare una visione dell’umanità espressa in maniera “oggettiva e unitaria”. Asor Rosa invece ritiene lo stesso libro “rozzo e sommario”, tuttavia il più penetrante.

 

Se non c’è unanimità è però sempre Calvino, colui che seppe essere amico di Mastronardi per molto tempo, soprattutto dopo la dipartita di Vittorini, a confessargli: “la cosa più bella che hai scritto in vita tua è il capitolo dei meridionali al telefono pubblico (…)”. Certo anche il ligure non lesina, con la consueta franchezza, alcuni rilievi, e infatti il vigevanese riscriverà più volte, prassi consolidata, fino all’uscita, nel ’64.

 

In casa d’altri

La trilogia di Vigevano nel suo insieme assume una fisionomia completa e finisce per perdere il carattere frammentario dei singoli libri. Si tratta di volumi complementari, in cui Il meridionale di Vigevano sembra avere il compito di restituire all’esodo delle masse contadine uno sguardo prospettico particolare. Si guarda ancora alla Vigevano del boom, ma stavolta il punto di vista è a un tempo interno e esterno. In esso, infatti, l’io narrante e alter-ego di Mastronardi è un impiegato meridionale del fisco, testimone coinvolto eppure distante, a tratti implacabilmente alienato alla maniera del Silvio D’Arzo di Casa d’altri, e per questo in grado di riportare con estrema efficacia l’incontro-scontro tra meridionali e padani.

 

Beninteso, fin dal principio, attraverso un condensato di forza icastica e sarcasmo, Il meridionale di Vigevano getta il lettore nel magma di un nuovo mondo: “Quando i portinai possono combinare un matrimonio”, scrive l’autore,“sono contenti che sembrano loro gli sposi”. Gli fa eco la teoria delle razze della portinaia: “I figli nati fra calabresi e vigevanesi sono più intelligenti che belli. I figli nati fra siciliani e vigevanesi sono piuttosto piccoli. Fra abruzzesi e vigevanesi vengono fuori figli, uhm!, così e così (…)”, ricorda con ironia lo scrittore, egli stesso figlio di un abruzzese nativo di Cupello, sposato a una maestra vigevanese.

 

In questa Vigevano dunque i meridionali sono ormai dappertutto: affollano cortili di vecchie cascine, sale di conventi, gremiscono bagni pubblici, rive di fiumi, canali: “I figli fanno i muratori (…) Le figlie fanno le giunture. I genitori vanno in fabbrica, e si portano ancora a casa del lavoro. Anche i piccoli hanno lasciato la scuola per fare i garzoni”.

 

Se uno dei segreti del boom è il basso costo della manodopera al cospetto del neonato mercato unico europeo, Mastronardi ne racconta il carattere caotico, disperato e disordinato, che assume le forme di una vicenda individuale o familiare, capace di tratteggiare le fattezze di un nuovo aberrante spirito nazione. L’Italia di Mastronardi è priva di una strategia collettiva, orfana di mano pubblica, i nuovi arrivati vi si arrangiano in tuguri, la definizione di “miracolo” non può che apparire una beffa. Come può una nazione che si avvia a tale ricchezza, vien fatto di pensare col meridionale, destinare così poco a una parte più che consistente della sua popolazione?

 

Tra il ’51 e il ’74 più di quattro milioni di italiani provenienti dalle aree maggiormente penalizzate delle fasce collinari e montane della penisola, quasi del tutto abbandonate al loro destino, lasceranno il Sud e le aree interne italiane. Contestualmente Vigevano passa da poco più di quarantamila abitanti a circa settantamila. I nuovi arrivati saranno accolti da un razzismo manifesto, disposti a orari di lavoro massacranti, senza alcun grado di sicurezza: “Voi meridionali avete il senso dell’imprudenza”, fa dire alla moglie di un funzionario Mastronardi, “(…) Vedete quello? – seguitò indicandomi un muratore – Quello ha famiglia. Dico: ci vuol niente a cadere (…) Anche quello ha famiglia (…) Sa, questi sono venuti qui alla ventura (…)”.

 

Una massa di persone disprezzata, ricattata da contratti brevi e, spesso, come poi mostrerà Gianni Amelio in Così ridevano, organizzata dall’opportunismo di caporali compaesani o corregionali. È ancora Mastronardi, puntuale, a scrivere a riguardo della “maffia” di un tizio che “prometteva gente che si contenta. Veniva giù al paese (…) si faceva dare un tanto da quelli che volevano la sistemazione, e un tanto dagli industriali”.

 

In fin dei conti si tratta degli albori di un’Italia priva di guida e valori collettivi che abbiamo imparato a conoscere, in cui l’unica strada sensata sembra essere il manifesto egoismo che darà luogo all’ossessione monomaniacale della roba e del denaro. Un mondo improvvisato, certo, e per questo ridotto a pura questione personale, in cui si impone il problema della casa – La speculazione edilizia di Calvino è del ’63 – ovviamente nell’urbanizzazione incontrollata, preda degli avvoltoi del settore edile.

La scena di Calvino e il nuovo mondo

 

Il meridionale di Vigevano pullula di un’umanità rurale: “Nel mio paese c’è gente buona e cattiva; è come dappertutto, nel mio paese. Non è mai successo niente di brutto al mio paese”, sente il bisogno di dire tra sé e sé il protagonista durante la scena del telefono di cui parla Calvino nella sua lettera.

 

Siamo in una domenica cittadina, nell’aria pregna di fumo della saletta della Stipel, la telefonista chiama uno per volta i paesani in fila per telefonare alle famiglie lontane. Arrivato il suo turno, però, l’io narrante è preso da un improvviso pudore che gli piega le gambe e la voce. L’idea del paese natale lo tramortisce. L’operatrice prosegue con la girandola infinita di nomi dell’Italia rurale: Croce Ferrata, Monterosso, Stornara, Roccapalomba, Partinico, Cinquefrondi, Grazzanise, Ginosa. La scena è dotata di un ritmo e di un’intensità tali che non sfugge al lettore Calvino.

 

Altrettanto potente è, poco più avanti, l’alterco tra il protagonista e l’aggressiva fidanzata Olga, la quale, vistasi scoperta nella sua povera doppiezza, per ripicca tenta di raggiungere il paese del fidanzato per “giudicarne la gente”. Sicché arrivata in stazione ferroviaria, sale su un vagone e sventola il biglietto del treno: “il treno era preso d’assalto. Sull’uscita c’erano padri con bambini in braccio (…) Io glieli mostravo a Olga. Le mostravo i meridionali, che anche loro guardavano la locomotiva e il treno come bambini”, racconta lo scrittore.

 

Resta il tempo per l’epilogo della storia di Consiglia. È qui che si chiude, con una carrellata sui campi avvizziti di questi contadini-operai venuti da lontano, Il meridionale di Vigevano.

 

Ora, seguendo i soccorritori, egli si ritrova nell’umile abitazione della sua compaesana Consiglia: “(…) qualche metro quadrato di spazio, con tre pareti di cartone e fòrmica”. Fa in tempo a vedere la donna avvicinarsi all’orecchio del figlio: “Quante volte te lo dicevo, Cosimino, che qui non ci stiamo. Che non è posto, questo, per noi”.

 

Nel mezzo di questi poli estremi vi sono, nel meridionale, tutti i meccanismi di rimozione di qualsiasi sradicamento: i tic, gli sconquassi familiari, l’indigenza, la paranoia, la nevrosi. L’alter-ego dell’autore attraversa rassegnato furibonde gelosie, subisce i rimbrotti e gli ammiccamenti dell’imprenditore Esposito: “Li terroni non sanno fare proprio niente (…) più che figli non sanno fare”. “Più che un terrone non può essere (…) i terroni non hanno il senso del rispetto della roba degli altri!”.

“Gli Esposito”, egli mostra, sono balzani e bipolari, e d’improvviso “parlavano di noi meridionali (…) che siamo una razza superiore, inutile dire, troppo superiore”.

 

C’è poi l’invidia per chi, come il napoletano Pedale, ha fatto ancora più fortuna e può permettersi di assumere solo operai settentrionali e ne ha circa 400. Nel suo ufficio campeggia un cartello con su scritto: “vietato l’ingresso ai cani, ai porci, ai terroni!”.

Oppure l’irpino Oreste, armato di pistole, coltelli, sempre pronto alla rissa per difendere il suo desueto, anacronistico concetto d’onore.

Ci sono le mondine, anch’esse meridionali, che cantano, verso l’imbrunire, il lamento della vedova nelle risaie. La sera “la strada era piena di contadini diventati operai”. Le strade di Vigevano ormai portano i nomi di via Campania, via Calabria, via Sicilia, e via dicendo.

 

Revisioni

 

Nel meridionale di Vigevano, dunque, va in scena la brutale forza centripeta del capitalismo spontaneo all’italiana. E se è vero che il Mastronardi del meridionale è già uno scrittore in crisi d’ispirazione, a distanza di decenni gli stessi aspetti ritenuti da Gian Carlo Ferretti più deboli, sembrano tramutarsi nei suoi principali punti di forza. Si apprezza cioè del meridionale, oltre all’assenza di toni elegiaci in un argomento a cui non è estranea la componente nostalgica, quella distanza dal mondo e dagli altri in grado di connotare l’io narrante trincerandolo in una misurata rassegnazione. La precisione descrittiva e visuale, il carattere frammentario, gli scatti, la prevalenza del nitore sui brevi obnubilamenti, si innestano in dialoghi semplici, terragni, eppure necessari, che restituiscono un costante senso del vacuo, insieme all’aderenza a una realtà trasfigurata dalla sua lente d’ingrandimento. Il narratore è sì trascinato dagli eventi, tra pause di parole taciute, giudizi sospesi, ma quella stessa postura accondiscendente favorisce la rappresentazione di un’umanità degradata, grottesca e irrazionale. È cioè l’arma di una protesta silenziosa e isolata, basata su un arreso pudore al cospetto degli accenti e delle linee di fuga del familismo italiano, della montante cultura di massa consumistica. Le accelerazioni, i cosiddetti difetti di struttura, ripresi oggi, alla luce dell’omologazione che l’industria culturale è andata via via imponendo alla letteratura, diventano elementi dinamici del tutto coerenti con uno scrittore viscerale e riottoso. Uno scrittore che è sempre marcatamente autobiografico, e si esprime attraverso una lingua viva, intensa, spontanea, incapace di lirismo, anzi fitta di brevi invettive e sproloqui. Una lingua, giusto per schematizzare, votata al plurilinguismo e per questo vicina a un filone che ha dei precedenti in Gadda come in Testori.

 

La rivolta impossibile

 

Quella di Mastronardi è, come ha giustamente titolato Riccardo De Gennaro nella sua preziosa biografia dell’autore, una rivolta impossibile. Ricostruendo il percorso del vigevanese, De Gennaro sottolinea come tra i motivi di fondo della sua opera vi sia una rivolta dai tratti marcatamente politici e esistenziali, dunque non ascrivibile, se non banalizzandola, esclusivamente ai problemi psichici e familiari. Vi è nella vicenda dello scrittore, secondo il biografo, una ricchezza e molteplicità di piani che va dal difficile rapporto con la figura ingombrante del padre Luciano, alla fragilità di nervi, a cui si somma la sua strenua lotta contro la spinta omologatrice degli anni in questione. Lo scrittore è quindi pienamente ascrivibile alla storia intellettuale di quegli anni al pari dei Bianciardi, Pasolini, Calvino, Sciascia. Di certo lo aiuta nella scrittura questa sua capacità di captare il mondo circostante per osmosi, la sua forza istintuale, alimentata dal sentirsi esule in casa propria, in un legame con la città fatto di consuetudine e repulsione.

 

Mastronardi, poi, possiede questa sorta di fiuto per la realtà, confermato dalla famosa inchiesta del gennaio ’62 condotta da Giorgio Bocca sul Giorno, Mille fabbriche nessuna libreria, dove si annota con sarcasmo: “Ebbene, se voi credete che la montagna dei capitali produca redditi adeguati vi sbagliate. Altrove i redditi industriali saranno del dieci, del venti per cento, qui neppure dell’uno. Si vede che interi carichi di scarpe colano a picco nel tempestoso oceano, forse migliaia di macchine utensili vengono travolte dalle piene del Ticino (…).

 

Quasi vent’anni dopo, nello scandalo delle false fatturazioni scoppiato in tutta Italia, emerse che nella sola Vigevano, così riporta Guido Crainz nel Paese reale, “andavano in galera 29 esattori dell’Iva su 30”. Lo scandalo condusse Maurizio Chierici, in un articolo per il Corriere della Sera, a ricordare che se Mastronardi fosse stato ancora in vita, a questo punto avrebbe potuto scrivere L’esattore di Vigevano. Evidentemente anche stavolta, al di là della boutade, sfuggiva ai più Il meridionale di Vigevano, libro incentrato sulla corruzione italiana, oppure il ruolo di personaggi ricorrenti nella trilogia come l’avvocato siciliano Racalmuto, definito da Domenico Scarpa “un piccolo dio dei ladri e dei commercianti”.

 

Meridionali si diventa

 

Intendiamoci, qui non si tratta solo di annoverare Mastronardi tra i grandi del Secondo novecento. Nella trasfigurazione di Vigevano vi è un essenziale contributo alla decodificazione della storia italiana recente, contestualmente alla messa a fuoco di linee di continuità e storture nazionali che arrivano direttamente ai nostri giorni. Ciò che Mastronardi scrive, dunque, in linea con ciò che il cinema e la letteratura della Questione italiana rappresentano nel Secondo dopoguerra, oggi confligge vistosamente con l’immaginario mediatico prodotto negli ultimi trent’anni. Sicché se lo scrittore del Meridionale sottolinea i prodromi dei futuri problemi del paese – l’assenza endemica di riforme strutturali, la creazione di un sistema di potere burocratico ipertrofico e inefficiente fondato sulla tolleranza dell’evasione fiscale e del lavoro nero, sulle tangenti e i voti della malavita – questi affosseranno definitivamente le speranze di riduzione degli abnormi divari del paese, prima di sommare, al malcontento rassegnato del Sud, quello inedito del Nord per “Roma ladrona” e i terroni. Queste e non altre sono le ragioni principali del fallimento italiano.

È a questo punto che, con Tangentopoli e l’irrompere della Questione settentrionale nella scena politica italiana, scrive Guido Crainz: “Il Sud diventa luogo centrale e simbolico del degrado, con un salto di qualità nella stessa percezione del problema”. Si dimentica cioè, aggiunge Vito Teti nella Razza maledetta, che Tangentopoli ha la sua capitale a Milano, e invece “il Nord si scopriva improvvisamente sfruttato (…) vittima dei meridionali e dei partiti che avevano curato soltanto i loro interessi”. Ecco che gli stessi “ (…) meridionali che avevano popolato città, campagne e paesi del Nord, riempito fabbriche, costruito economie”, come Mastronardi attesta, “(…) diventavano, per i leghisti, i responsabili della corruzione e degli imbrogli portati avanti dai partiti di governo, al Nord e al Sud, dal 1948 in poi”.

Ebbene, ogni polarizzazione, ogni schematica opposizione noi-loro, italiano-straniero, nord-sud, ci ricorda che il capro espiatorio della balcanizzazione ha la doppia funzione di fornire alibi, magari vittime, per salvare i veri colpevoli.

 

È la lunga stagione berlusconiano-leghista a produrre il ribaltamento della percezione generale della Questione italiana per una riedizione dell’antico pregiudizio antimeridionale. Si rimuove quella fusione “vigevanese” tra Nord e Sud, quel Mezzogiorno padano sostanzialmente mai interrottosi nel corso della storia repubblicana, eppure – sostiene ancora Teti – “era facile accorgersi che le due entità geografiche, culturali, morali erano ormai mescolate, erano l’esito di un processo unitario di oltre un secolo (…) sia nei successi che nelle responsabilità, sia nelle conquiste che nelle degenerazioni”.

 

La complementarità delle varie parti d’Italia nel decennio scorso è stata sapientemente cristallizzata da Roberto Saviano – uno dei pochi giornalisti di una certa visibilità mediatica a battersi strenuamente e costantemente contro le falsificazioni leghiste – il quale in Gomorra racconta, insieme al sistema-paese e all’economia-mondo, lo smaltimento illegale dei rifiuti dell’Italia industrializzata nella Terra dei fuochi, unendo così ancora una volta l’Italia nell’inestricabile intreccio delle sue tante contraddizioni.

 

Altro discorso meriterebbe il successo dei pamphlet neo-borbonici alla Pino Aprile, che rilanciano la polarizzazione schematica dello scontro, finendo implicitamente per assolvere le classi dirigenti meridionali e rivolgersi contro il nemico esterno. Si attua così una sorta di leghismo meridionale più raffinato e erudito, che a sua volta, facendo un uso distorto di reali accadimenti storici, preferisce imputare ogni colpa della storia d’Italia alla sola parte settentrionale del paese. È la conferma dell’incapacità di farsi “soggetto di pensiero”, direbbe Franco Cassano, di auto-rappresentarsi senza cadere in patetici orgogli identitari, o in narrazioni irreali e emotive di un fantomatico “cuore meridionale”.

Un Sud che sembra sempre più condannato a dover essere speciale, in cui la sudditanza di un nuovo contro-immaginario generato per reazione nasce perché da troppo tempo in molte sue parti non si è messi in condizione di diventare normali.

Il resto è storia recente. La Lega al governo occupa le tv e rompe definitivamente argini e indugi: abituati ai Borghezio e Calderoli, a Zaia e Salvini, non desta alcuna sorpresa il recente siparietto Feltri-Giordano sui “meridionali inferiori”. È il solco di un terreno arato da decenni proprio grazie a tv, radio e pamphlet giornalistici.

 

Il leghismo, nel frattempo strumentalmente passato dalla secessione al federalismo, partendo da alcune ragioni di fondo, ha abilmente imposto il suo lessico e la sua agenda politica alla nazione, tracimando nello stesso Partito democratico per l’attuazione di imprecisate quanto frettolose proposte di autonomie regionali differenziate. Questa paradossale ancorché granitica deriva populistica e xenofoba fonde spinte disgregatrici e nazionalismo, religione e linciaggi mediatici. Grazie alla crisi economica del 2008 e alla martellante Questione migranti, per via dell’insipienza di un centro-sinistra in perpetua crisi d’identità, ingrossa le sue file fino a portare alla beffa del voto in massa dei meridionali per la Lega di Salvini. Siamo all’ultimo colpo di teatro.

 

In fondo quel che è successo in questo ventennio è l’aver abdicato, come stato e classe dirigente, al’’idea di una reale unione dell’Italia. La sfiducia di questi anni trasforma la Questione meridionale alla stregua di dispute folcloristiche tra tifoserie. Allora leggere Il meridionale di Vigevano oggi è più che mai opportuno per combattere i clamorosi e a volte voluti strabismi, e per ripartire da alcuni essenziali punti fermi sulla rappresentazione della realtà nazionale.

 

Bibliografia essenziale

 

Alberto Asor Rosa, Uno scrittore ai margini del capitalismo, in Quaderni piacentini, anno III, Gennaio 1964

Italo Calvino, Lettere, 1940-1985, Mondadori, Milano, 2000

Guido Crainz, Il paese reale, Donzelli, Roma, 2012

Guido Crainz, Autobiografia di una Repubblica, Feltrinelli, Milano, 2009

Riccardo De Gennaro, La rivolta impossibile, vita di Lucio Mastronardi, Ediesse, Roma, 2012

Emanuele Felice, Perché il Sud è rimasto indietro, Il Mulino, Bologna, 2013

Paul Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi, Einaudi, Torino, 1996

Lucio Mastronardi, La trilogia di Vigevano, Einaudi, Torino, 1994

Roberto Saviano, Gomorra, Mondadori, Milano, 2006

Domenico Scarpa, La farfalla vola nel prato, pref. a Il maestro di Vigevano, Utet, Torino, 2007

Vito Teti, La razza maledetta, Manifestolibri, Roma, 1993

Vito Teti, Maledetto sud, Einaudi, Torino, 2013

Per un sillabario su Primo Levi

Per un sillabario su Primo levi

Poetarum Silva

Primo Levi, immagine da Prospect Magazine

Per un sillabario su Primo Levi

di Sandro Abruzzese

Esistono vari piani, diversi fili all’interno delle opere di Primo Levi. Credo che come spesso accade per i grandi scrittori, questi fili siano in grado di unire i suoi libri in un’unica grande opera. I sommersi e i salvati, l’ultimo scritto del 1986, è considerato uno dei libri più importanti del ‘900. Ciò che però mi ha colpito dell’opera leviana è notare che in questo saggio si approfondiscono riflessioni che apertamente o in nuce avevamo già avuto modo di incontrare quarant’anni prima in Se questo è un uomo e poi via via nel resto della produzione dello scrittore torinese. È significativo, dice molto sulle sue capacità, il fatto che Levi, a poco più di venticinque anni, certo grazie alla diretta conoscenza di una parte del sistema concentrazionario, – “il Lager è stata una Università; ci…

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Langer e Leogrande: dialogo tra le frontiere

*Articolo uscito in precedenza qui su Le parole e le cose

La recente pubblicazione del volume Dialogo sull’Albania (Alphabeta Verlag 2019), curato dall’insegnante e scrittore Giovanni Accardo, incrocia i percorsi intellettuali di Alexander Langer e Alessandro Leogrande a cominciare dall’attenzione che entrambi hanno dedicato al paese balcanico nel corso della loro vita. Un lavoro che, riportandoci alla caduta della Cortina di ferro orientale, ci offre l’occasione per ripercorrere alcune tappe del passaggio di consegne tra i due osservatori sull’Albania, nonché di tentare di comprenderne, almeno in parte, le motivazioni. Si tratta di un intreccio di prospettive che, affrontando temi delicati quali il ruolo delle frontiere, la capacità di dialogo interetnico, l’identità, la memoria, e la tragedia del Mediterraneo, apre a una ripresa di argomenti costantemente al centro del discorso politico odierno.

Frontiere

“Le frontiere cambiano, non rimangono mai fisse. Si allarga l’Europa e mutano i punti di ingresso. Scoppiano guerre, cadono dittature, (…) e si aprono nuovi varchi. I varchi a loro volta creano un mondo”, ha scritto Alessandro Leogrande nella Frontiera, tassello imprescindibile di quello scavo alla ricerca di categorie interpretative della storia recente che è la sua produzione intellettuale.

In questo libro Leogrande, ricostruendo il mondo degli altri, e lottando contro il silenzio che avvolge le vittime del Mediterraneo, raccoglie pazientemente storie che finiscono per tratteggiare le linee di un unico sistema concentrazionario dai confini variabili. L’Eritrea di Afewerki, uno dei fili che consentono all’autore di collegare le ex colonie italiane allo sviluppo di feroci dittature, non è altro che un campo di concentramento in grado di riportare la mente ai peggiori misfatti del ‘900.

E a una sorta di sistema concentrazionario rimandano le insidie e i pericoli dei migranti. Nel viaggio di esuli, profughi e fuggiaschi, è lo stesso Leogrande a parlare di sommersi e salvati in preda a poliziotti sudanesi, trafficanti libici, campi di detenzione, tortura, e infine naufragi. La legge a cui le condizioni dei viaggi conducono i naufraghi, poi, è quella della sopravvivenza, del pensare per sé. Anche in queste storie vi è, come per i profughi seppelliti al cimitero di Agrigento, la scomparsa dei nomi, e il ritorno di semplici numeri identificativi, spesso finiti su delle croci. Per i salvati, quando va bene, non vi è che il caos dell’accoglienza italiana, con tutti i suoi limiti e umori politici.

Leogrande segue i confini europei, da Lesbo a Lampedusa, finché la vicenda del curdo Shorsh non lo conduce a Bolzano, un’altra provincia in cui il fascismo nel corso del ’900 ha generato tensioni tali che oltre settant’anni di Repubblica non sono riusciti a risolvere, e in cui la composizione plurietnica della regione continua a vivere di rispettive separazioni e diffidenze.

È in questo piccolo ginepraio italiano che emerge la figura carismatica di Alexander Langer. Ed è proprio al politico di Sterzing che Leogrande guarda quando si fa, come in questo libro, esploratore di confini, per superare ostacoli e protendersi verso gli altri. È egli stesso, quasi in chiusura del libro, a ribadirlo: “è un elogio dell’autocritica e del tradimento, quello di Langer. Un invito a tradire non questa o quella persona, ma semplicemente l’idea stessa che i gruppi etnici e linguistici debbano rimanere compatti”.

Dialogo

A questo punto non è un caso che il capitolo della Frontiera intitolato Trafficanti narri del viaggio di Francesco d’Assisi in Palestina durante la crociata del 1219. Siamo davanti a un eclatante tentativo di superare barriere, di parlare a un’altra lingua, e – ricorda lo scrittore – a un fallimento, perché Francesco rientrerà sì illeso dalle file nemiche, ma senza alcun risultato tangibile, anzi del tutto scoraggiato per il sentimento di impotenza maturato nell’attraversamento della frontiera. Il frate comprende e dimostra, a un tempo, quanto sia ardua la strada verso la conciliazione di prospettive e ragioni molto distanti.

E proprio a Francesco pensava lo stesso Langer quando, nel Convegno giovanile di Assisi del Natale del 1994, con un lessico estremamente vicino agli scritti del frate umbro, parlò agli astanti di riconciliazione con la natura e stile di vita democratico, moltiplicabile per tutta la popolazione mondiale. Un mondo fatto di reale esperienza di condivisione interetnica, in un rapporto paritario, fondato sulla dignità e la giustizia tra Nord e Sud del mondo.

L’assunto di Langer partiva dalla lezione esperita in Sudtirolo, e cioè che la diversità consente solo due strade: i muri di odio, forieri di epurazione, esclusione, fanatismo; oppure attrezzarsi alla convivenza, nel dialogo, nella cultura, nella legislazione, nella società.

Il mondo plurietnico, andrebbe ricordato più spesso, non è un’opinione, ma un fatto. Ed è diretta conseguenza, Fanon e Said insegnano, dell’interconnessione globale avvenuta in un rapporto di dominio e sfruttamento di popoli, i quali si spostano, fuggono, come documenta Leogrande in Albania e Eritrea, per via della sistematica distruzione del sostrato sociale, economico e politico dei paesi dominati da parte dei colonizzatori. O più semplicemente perché non si può negare ai giovani di qualsiasi luogo di desiderare ciò che è facilmente alla portata dei loro coetanei occidentali.

Per questo Leogrande e Langer pensano al vagabondo e pontiere Francesco, e per questo il sudtirolese, nella sua lettera a San Cristoforo, ricorda la forza e l’umiltà del santo traghettatore di viandanti: “prendere sulle spalle un bambino per portarlo dall’altra parte, un compito per cui non occorreva certo essere un gigante come te (…)”. E invece di fronte alla scoperta di interi mondi in fuga, i due intellettuali divisi da una generazione capiscono che essere nel giusto non basta, anzi si scoprono entrambi inermi, sovrastati, proprio come era accaduto a Francesco dopo la Palestina.

Se per Langer, quindi, all’origine dell’interesse per i conflitti interetnici vi è l’esperienza dolorosa della propria terra, nonché una militanza trentennale tra le maglie etniche europee, Leogrande viene da quel meridione d’Italia, terra di caporalato e migrazioni, di mafie e politicanti, che si può ben ritenere una delle più grandi occasioni perse del paese.

La Taranto da cui Leogrande parte e ritorna ogni volta è simbolo di un’idea di Meridione calata dall’alto, della grande industrializzazione nazionale, dove le acciaierie hanno decretato, al pari di un sisma, la distruzione dell’assetto sociale, urbanistico e territoriale della provincia.

Dunque, se guardiamo agli scritti del tarantino, il focus dei suoi interessi sembra estendersi e svilupparsi in cerchi concentrici dalla Puglia all’Italia e al Mediterraneo: dalla raccolta postuma su Taranto e l’epopea di Cito, alla vicenda del naufragio della Katër i Radës, dalla ricostruzione del caporalato pugliese alle sorti dell’Albania orfana di Enver Hoxha, e poi dei naufraghi del Mediterraneo. Con Leogrande, come per Langer, siamo dunque di fronte a un intellettuale a tutto campo, stavolta proveniente dalla nobile tradizione meridionalista di Salvemini e Fiore.

Verso la libertà

Tornando al paese delle Aquile, la prima parte del Dialogo sull’Albania, siamo nel dicembre del ’90, principia dalla crisi della guida politica albanese comunista vista e raccontata, nelle vesti di parlamentare europeo in missione estera, da Alex Langer.

Gli studenti affollano le piazze, invocano l’Europa, in molti conoscono l’italiano e considerano l’Italia un approdo e un partner naturale. L’Albania è un paese con fortissime differenze tra città e campagna e, sebbene non si capisca come avverrà, Langer registra un inevitabile processo di cambiamento che giudica fin da subito irreversibile. Quanto ai giovani, scrive: “basta ascoltarli e ammirare la loro incredibile conoscenza delle lingue occidentali per capire che l’Europa è il loro riferimento”. In questa fase – accadrà in futuro per l’ex Jugoslavia – egli intravvede chiaramente la possibilità per l’Europa di esercitare, nell’area balcanica, dopo il lunghissimo regime di Hoxha, definito un “carcere di massa”, una leadership stabilizzatrice.

Tuttavia nel giugno del ’91 la rabbia è per l’insipienza del governo italiano, reo di pretendere, con argomenti pretestuosi quali la raggiunta libertà politica del paese, il blocco delle migrazioni verso l’Italia. Sparare su chi fugge, speronare e ricacciare indietro profughi in evidente e gravissimo stato di bisogno, farà esclamare a un esasperato Langer: “Che vergogna, tutti quei carabinieri, poliziotti e guardie di finanza mobilitati a imbarcare con l’inganno e con la forza, gli albanesi delle zattere, per rispedirli in patria!”. Un intervento inclusivo e generoso, secondo il bolzanino, avrebbe invece fermato l’escalation balcanica, mentre il progetto di una sola Europa ricca non avrebbe evitato un futuro di esodi.

Poco tempo dopo “Un popolo intero, per secoli fiero della sua austera povertà e del suo senso di indipendenza, per un certo tempo si è trasformato in una folla di mendicanti, che chiedevano aiuti all’estero e i cui giovani tentavano in massa di fuggire dal paese per cercare altrove un possibile avvenire di prosperità”, annoterà il bolzanino.

Un paese in cui risorgono problemi etnici con la minoranza greca, in cui la magistratura, come l’informazione, dipende ancora dal potere politico, ma che pian piano, dal ’92 al ‘94, mostra, anche grazie alle rimesse dei numerosi emigrati, piccoli segnali di miglioramento e apertura.

Il paese di fronte

È da qui che un giovanissimo Leogrande, allo svoltare del millennio, riprende il filo, registrando da subito la biforcazione albanese: un doppio volto che passa dalla massiccia e disordinata urbanizzazione di Tirana e Durazzo alle attività criminali del porto franco di Valona.

Ormai gli albanesi si muovono in Europa col passaporto biometrico, e all’esodo del “paese di fronte” corrisponde in Leogrande l’immagine degli immigrati meridionali di un tempo: vi è la stessa mobilità del mondo rurale, dei piccoli paesi verso le aree più sviluppate della penisola.

Nondimeno l’Italia nel marzo del ’97 è colpevole dello speronamento della motovedetta Katër i Radës, in cui muoiono 58 persone. Traspare nei resoconti e nelle analisi di Leogrande, che vanno dall’accoglienza del mercantile Vlora del ’91 alla tragedia della Katës e ai tempi recenti, il desiderio di un Sud e di un’Italia migliori. È come se la vicenda albanese riflettesse ciò che l’Italia e gli italiani sono diventati. L’Albania è in parte ciò che siamo stati, sembra dire il tarantino, e non può, proprio quell’Italia una volta contadina, terra di migranti, non capire di trovarsi al cospetto forse dell’ultima civiltà contadina europea.

Leogrande dell’Albania ama la compresenza di tempi: le tracce sedimentate del fascismo e del comunismo, le ravvicinate contraddizioni, tra nuove ostentazioni di potere, lusso, e antica miseria. Del paese più giovane d’Europa scrive: “passeggiare per Tirana vuol dire attraversare (…) vari piani sociotemporali”.

Purtroppo il mancato dialogo dell’Italia con questa regione, è giudicato un fallimento che verrà replicato dall’Europa con i popoli del Mediterraneo, e allora il punto del suo lavoro sarà cercare di capire come l’impoverimento culturale europeo riesca a ridurre l’opinione pubblica a una sostanziale “indifferenza per la morte” e per il destino altrui, nella convinzione che questa incredibile indifferenza parli ancora una volta non solo delle loro terribili vicissitudini, ma di noi.

Nel frattempo l’Albania si volge ad altri paesi. Rapidamente i suoi giovani imparano altre lingue, guardano altrove. La sua classa dirigente rimuove il passato doloroso con un linguaggio sempre più falso e vuoto.

Rimozione e memoria

Eppure, venendo ai nostri giorni, verrebbe fatto di chiedersi cosa avrebbero pensato Langer e Leogrande se avessero potuto ascoltare, solo pochi giorni fa, in piena emergenza pandemia dovuta al Covid19, le parole del presidente albanese Edi Rama mentre si accinge a spedire una squadra di trenta sanitari in aiuto dell’Italia. Data l’eloquenza, l’umiltà e la ritrovata fierezza delle parole che seguono, vale la pena riportarne qualche stralcio:

“Lo so che a qualcuno qui in Albania sembrerà strano che trenta medici e infermieri della nostra piccola armata in tenuta bianca partano oggi per la linea del fuoco in Italia. (…)”, dice il presidente Rama, “Ma so anche che laggiù è oramai casa nostra da quando l’Italia e le nostre sorelle e fratelli italiani ci hanno salvati, ospitati e adottati in casa loro quando l’Albania versava in dolori immensi. (…) È vero che tutti sono rinchiusi dentro le loro frontiere, anche Paesi ricchissimi hanno girato la schiena agli altri, ma forse perché non siamo ricchi ma neanche privi di memoria, non ci possiamo permettere di non dimostrare all’Italia che gli albanesi e l’Albania non abbandonano mai l’amico in difficoltà”.

Sono parole importanti. Oggi che Tirana non è più quell’incrocio di fatiscenza, abusivismo e disperazione, e il primo ad ammettere lo scetticismo del decennio scorso sulle possibilità di un futuro diverso per l’Albania è proprio il suo attuale presidente, le parole sopracitate mostrano a un tempo di voler rimuovere la rimozione del ’97, e di non avere complessi di inferiorità, ma gratitudine. E ancora, il fatto che circa cinquecentomila albanesi vivano stabilmente in Italia, insieme allo stretto rapporto intercorso negli anni ’90, dimostrano la produzione di relazioni e risultati positivi. È lo stesso Langer nel Dialogo sull’Albania a chiarirlo quando spiega, numeri alla mano, come l’Italia, la Grecia, la Germania, tra il ’91 e il ’93, siano stati i maggiori contributori dell’Albania. Quasi la metà delle cospicue somme elargite furono veri e propri doni, e circa il 76% del totale degli aiuti proveniva dalla Comunità europea. La proporzione degli aiuti, scrive il politico sudtirolese, chiarisce “dove cercare i migliori amici dell’Albania”. Rama con le sue parole sembra proprio riconoscerlo.

E infine, chissà se Leogrande avrebbe mai immaginato che una via del centro di Tirana, all’ingresso del Parco Grande, potesse un giorno portare il nome dell’italiano che raccontò la storia degli albanesi: Rruga Alessandro Leogrande. Una via che conduce idealmente alla piazza principale di Tuzla, in Bosnia, dove una targa color argento e un giovane tiglio, dal ’95 sono dedicati all’amico di Tuzla, Alex Langer.

Capita a volte, e forse questo è il caso, che la storia ritrovi le sue trame più esili, e con i suoi tempi lunghi cristallizzi, piuttosto che i grandi avvenimenti, una parte minuta di quei piccoli intervalli, riportando alla luce qualcosa di coraggioso e fragile di quel tutto inestricabile che è il suo fluire. Potremmo a questo punto fare nostro il motto che Edi Rama racconta in Kurban: “Mio padre era solito dire: «Niente vale di più che lasciare dietro di sé un buon ricordo».”

Metamorfosi delle frontiere

Dialogo sull’Albania inevitabilmente conduce ad alcune riflessioni di ordine generale sulle frontiere nell’ultimo trentennio. Se la frontiera è il nostro bisogno di circoscrivere per costruire, è limite e riparo, se è sempre ambivalente e permeabile, non è mai eterna né del tutto naturale. Basta osservare la storia d’Italia con le sue barriere geografiche: l’Italia dei bruzii, quella dei romani, spostano continuamente i confini, proprio come fa l’Europa odierna nel suo allargamento a Est. Vuol dire che la frontiera riguarda la nostra capacità di progettare, è convenzionale e arbitraria, e risponde alla necessità di delimitare il mondo per produrlo e ripensarlo nel tempo.

Tuttavia, proprio come lo Schmitt del Nomos della terra metteva in luce la ridiscussione dello spazio globale ad opera delle nuove potenze mondiali rispetto all’Europa dell’800, oggi l’economia e la finanza, i mezzi di comunicazione e tecnologici, obbligano a ridisegnare il globo secondo proiezioni inedite. Se i dati, il capitale, le guerre, i virus, non hanno frontiere, le ragioni stesse della lotta di classe, della difesa ecologica del pianeta, da tempo hanno superato qualsiasi frontiera nazionale e reso impotente ogni discorso che non implichi la coesistenza in un rapporto di reciprocità.

Langer prima, e Leogrande in seguito, grazie a una visione nitida, di lungo periodo, delle dinamiche internazionali, indicano la strada per gettare le basi di un futuro amico, laddove, sotto gli occhi di tutti, accade l’esatto contrario. Ovvero le frontiere diventano trincee e al futuro si sostituisce la creazione ad arte di continui nemici. Gli sbarchi, grazie a un’informazione compiacente, occupano ossessivamente il centro del dibattito pubblico e il freddo numero di profughi, di vite umane, finisce per spostare il gradimento dei sondaggi e guidare la cinica tattica di partiti vuoti e desueti, da cui emergono leader di carta, mossi da sfacciato opportunismo.

Insomma, le ragioni di xenofobia e nazionalismo, alimentate dalla crisi morale, socio-politica, di rappresentanza, della democrazia attuale, mettono le frontiere al centro della politica nazionale. I limiti, i confini, ricorda Etienne Balibar, non sono più all’esterno, sul ciglio, bensì nel cuore del discorso politico. Sicché il bisogno di sicurezza sociale porta dritti all’identità nazionale, ovvero a una difesa schizofrenica delle radici europee, benché condita di sentimenti antieuropeisti. Si difende cioè il particolare dell’Europa, rifiutandone l’universale, senza comprendere che l’uno dimora inscindibilmente nell’altro. Si difende il simbolo di Cristo, il crocifisso, si richiamano le radici cristiane dell’Europa, dimenticando il Vangelo. Si esaltano sovranità e libertà, calpestando qualsiasi costituzione o diritto.

Ciò che succede in Polonia, Ungheria, Turchia, o quello che Leogrande ha documentato nella Grecia di Alba dorata, è un virus ben peggiore e duraturo del Covid19: la comparsa di un odio etnico cieco, antico e inedito, da cui nessun paese europeo è immune.

Se neofascismo e xenofobia attecchiscono laddove regna l’esclusione a vari livelli, e i discorsi sull’identità emergono quando le difficoltà del caso sono già in stato avanzato, ecco che allora identità e frontiere finiscono per rappresentare il termometro della crisi.

Ciò che Langer e Leogrande portano alla mente è che, come la nazione è stato un progetto dirompente, plurietnico, che ha disintegrato vincoli di sangue e privilegi per solcare nuovi confini, così l’Europa – davanti a decenni in cui interi popoli si muovono nel tentativo disperato di raggiungerla – è chiamata a ripensare il suo ruolo.

È in questo contesto che Alexander Langer e Alessandro Leogrande si collocano in qualità di mediatori e pontieri, per un’idea umanissima di mondo. È duro e forse anche retorico, ancorché verissimo, constatare che, in un mondo così grande e terribile, avremmo avuto ancora estremo bisogno di tutta la loro intelligenza.

 

sandro abruzzese

 

Bibliografia essenziale

Alexander Langer, Il viaggiatore leggero, Palermo, Sellerio, 1996

Alessandro Leogrande, Dalle macerie, Milano, Feltrinelli, 2018

Alessandro Leogrande, La frontiera, Milano, Feltrinelli, 2015

Alessandro Leogrande, Uomini e caporali, Milano,Mondadori, 2008

Dialogo sull’Albania, a cura di Giovanni Accardo, Merano, Alphabeta Verlag, 2019

Etienne Balibar, La paura delle masse, Mimesis Eterotopia, Milano, 2001

Sandro Mezzadra, Terra e confini, Manifestolibri, Roma, 2016

Edi Rama, Kurban, Il sacrificio, Rubbettino, Soveria mannelli, 2018

*Quasi tutti gli scritti di Alexander Langer sono disponibili sul sito della Fondazione Langer:

https://www.alexanderlanger.org/it

Per una grammatica sul dialetto di Rotonda

*articolo uscito in precedenza qui su Poetarum silva

Il 26 marzo del 1927 il recluso e perseguitato antifascista Antonio Gramsci scrive una lettera a Teresina, sua sorella prediletta, chiedendole del nipote, il piccolo Franco. È in questa lettera che il politico comunista sardo, nativo della remota e contadina Ghilarza, ribadisce: «Spero che lo lascerete parlare in sardo […]. È stato un errore, per me, non aver lasciato che Edmea, da bambinetta, parlasse liberamente in sardo. Ciò ha nuociuto alla sua formazione intellettuale e ha messo una camicia di forza alla sua fantasia. […] Ti raccomando, proprio di cuore, di non commettere un tale errore e di lasciare che i tuoi bambini succhino tutto il sardismo che vogliono e si sviluppino spontaneamente nell’ambiente naturale in cui sono nati: ciò non sarà un impaccio per il loro avvenire, tutt’altro.»
È questo il primo brano che mi viene in mente sfogliando l’accurata pubblicazione sulla grammatica del dialetto di Rotonda, i suoi tanti brani, le poesie, i proverbi. Per non parlare delle meravigliose riflessioni che Carlo Levi dedica al dialetto dei contadini di Aliano nel Cristo. Il torinese si accorse della materialità, della forza plastica e creaturale delle parole dei contadini lucani e ne fu testimone per il resto della vita. Sarebbero tornati, al pari di lontani antenati, i paesani lucani, in ogni altro libro e viaggio, dalla Sicilia alla Sardegna, fino alla Russia e al testamento del Quaderno a cancelli.
L’amore per la pluralità linguistica italiana, per le sue tante particolarità, potrebbe aprirsi a un discorso che, da Dante in poi, procede, solo per citare alcuni protagonisti, fino al Canzoniere italiano di Pasolini, alle ricerche di Calvino, agli studi di Gianni Celati, senza dimenticare l’istrionico Dario Fo. Nel saggio introduttivo al Canzoniere, Pasolini sottolinea la provenienza dal basso, l’anima popolare e dominata, il sostanziale bilinguismo italiano, fino alla “miseria psicologica demartiniana” di canti e poesia regionale. Dunque lingua e dialetti, registro alto e basso, si intrecciano in tutta la storia della lingua italiana: Boccaccio, Pulci, Burchiello, e il rapporto con una visione popolare sarà, da Verga in poi, attraversato in opere di Pavese, Vittorini, Scotellaro, e ancora in Gadda, Testori.
Nondimeno la tradizione letteraria italiana e il dialetto studiato da Enzo Fittipaldi in questa grammatica ci consentono di riflettere sulla storia d’Italia fino agli approdi attuali. Se il Gramsci dei Quaderni ha avuto il merito di sottolineare la frattura italiana tra intellettuali e popolo, nella lingua parlata degli italiani vi sono invenzione e innovazione (Pasolini); anche se con lo sviluppo economico dell’Italia, mentre la tradizione popolare resta quasi appannaggio solo delle aree meno sviluppate, il resto del paese vive, attraverso il sistema scolastico, la radio e la televisione, l’omologazione dell’italiano standard e in seguito un vero e proprio mutamento antropologico.
Ebbene, grazie alla stagione degli studi etno-antropologici di intellettuali come Cocchiara e De Martino, fino ad arrivare agli odierni Vito Teti, Franco Cassano, Piero Bevilacqua, potremmo seguire la Questione italiana per arrivare alla divaricazione sociale e culturale, oltre che economica, delle varie Italie della penisola. E infatti alla luce dell’odierna frammentazione nazionale, delle spinte autonomiste, degli egoismi regionali, e consapevoli dello spopolamento di Rotonda come di quasi tutto il sud rurale del paese, dell’ormai endemica disoccupazione, dell’assenza di piani e progetti di respiro nazionale e europeo, che passano per i limiti di una classe dirigente locale non sempre all’altezza delle sfide dei tempi, ecco che il lavoro di Enzo Fittipaldi appare un estremo atto d’amore per il luogo natìo. Un lavoro intriso di passione e etica del lavoro al servizio di un interesse  pubblico e comune. La grammatica di un dialetto nobilita e ricostruisce, è umile e lontana dal disprezzo e dall’alterigia delle accademie. È sì connotativa, normativa, ma senza ergersi a fustigatrice, anzi è rivolta quasi a rinnovare l’attenzione per le peculiarità più nobili degli aspetti popolari.
Studiare per ricostruire il passato e la memoria, dunque, farlo nell’unico modo possibile, ovvero con onestà e serietà intellettuale e morale, vuol dire sempre comprendere e dispiegare, quindi radicarsi non in bieco conservatorismo reazionario e tribale, come i morbi leghisti di cui oggi è affetto il paese, bensì nella profondità, nel terreno universale della conoscenza, scevra com’è da qualsiasi tipo di pregiudizio, da qualsiasi pulsione esclusivistica e settaria.

Foto di Sandro Abruzzese

Credo inoltre che l’abnegazione e l’impegno riposti in questo libro siano un atto di ritorno  e restanza ideale dell’autore. Un atto di chi, pur essendo partito, non ha mai realmente lasciato le vicende e i destini del paese e del Meridione, per cui attraverso il lavoro e la progettualità ha finito per creare e agire con la funzione di contribuire al miglioramento delle condizioni culturali del luogo oggetto di studi.
Il Meridione ha un estremo bisogno di attenzioni del genere, e ne ha bisogno non certo in quanto terra speciale o particolare, ma al contrario per le fragilità estreme che lo accomunano a tanti altri sud del mondo. Solo così, mi permetto di dire, è necessario amare i luoghi: nella loro unicità, mai slegata dalla propria condizione universale, dal legame e dal rapporto con gli altri infiniti mondi possibili, che sempre, in qualche modo, parlano di noi.

© Sandro Abruzzese
Ferrara, 27 febbraio 2020

Sandro Abruzzese, Per una grammatica sul dialetto di Rotonda

Per una grammatica sul dialetto di Rotonda

Poetarum Silva

Foto di Sandro Abruzzese

Per una grammatica sul dialetto di Rotonda

Il 26 marzo del 1927 il recluso e perseguitato antifascista Antonio Gramsci scrive una lettera a Teresina, sua sorella prediletta, chiedendole del nipote, il piccolo Franco. È in questa lettera che il politico comunista sardo, nativo della remota e contadina Ghilarza, ribadisce: «Spero che lo lascerete parlare in sardo […]. È stato un errore, per me, non aver lasciato che Edmea, da bambinetta, parlasse liberamente in sardo. Ciò ha nuociuto alla sua formazione intellettuale e ha messo una camicia di forza alla sua fantasia. […] Ti raccomando, proprio di cuore, di non commettere un tale errore e di lasciare che i tuoi bambini succhino tutto il sardismo che vogliono e si sviluppino spontaneamente nell’ambiente naturale in cui sono nati: ciò non sarà un impaccio per il loro avvenire, tutt’altro.»
È questo il primo brano che mi viene in mente…

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Andrà tutto bene

*ARTICOLO USCITO IN PRECEDENZA QUI SU POETARUM SILVA
A sinistra del coronavirus

Tutto si può dire dell’emergenza che stiamo vivendo per via del coronavirus tranne che non sia un’esperienza inedita, in grado di stravolgere il nostro punto di vista sulla realtà, fornendo altre prospettive. Intanto, ridisegnando lo stile di vita delle nostre città e dei paesi, pone la questione dell’essenziale rispetto al superfluo. Mostra cioè il volto della decrescita, un mondo più sobrio e povero, in cui la società diviene nuovamente da ripensare negli spazi e nel tempo secondo un nuovo senso comune dell’umano, tutto da ricostruire, magari all’insegna del lento, profondo, soave langeriano.
Poi l’ampia diffusione del contagio ha spogliato il discorso politico della iniziale sinofobia, lo ha de-etnicizzato, rendendolo pian piano universale. E questa universalità ha a sua volta zittito i vari leader xenofobi italiani, improvvisamente orfani di monotoni argomenti a loro cari per fomentare la paura e la fobia etnica, lasciandoci solo la doppiezza tronfia dell’abborracciato Renzi alla CNN.
Ma stando alla Lega, sul piano nazionale sono disponibili le giravolte di Salvini, passato dal “non si può fermare tutto” al “si fermi chi può”, il filmato di Zaia sui topi mangiati dai cinesi, le performance surrealiste di Sgarbi, sui cui davvero non vale la pena indugiare. Questo, nel silenzio di Berlusconi, è quel che resta della destra italiana. Ma nel frattempo il virus, propagandosi velocemente, rammenta che finalmente il problema non sono più i poveri, i migranti, gli sfruttati, non gli spacciatori nigeriani, non gli zingari o gli accattoni, non i clochard o i meridionali. Non erano loro a rubare il posto all’ospedale, all’asilo, alle case popolari. Anzi, le misure restrittive si abbattono in maniera fortemente disuguale proprio su chi non gode di reti sociali, di ampi spazi e risorse personali. L’emergenza colpisce fortemente chi è più fragile: i detenuti, i centri di accoglienza, le famiglie dei ceti medio-bassi letteralmente stipate in alloggi al limite della claustrofobia.
L’universale del virus, ponendo ovunque il pericolo del contagio, finalmente libera i capri espiatori, i vecchi untori – in precedenza usati per coprire i vizi italici della corruzione, della cattiva gestione dello stato – dal fardello della colpa. Il virus mostra i tagli allo stato sociale costringendoci a scegliere tra chi salvare e chi abbandonare.
Dunque, la pandemia non solo pone la necessità di un forte stato sociale, l’importanza della coordinazione e dell’equilibrio tra le varie parti del paese nel sistema ospedaliero, nell’istruzione, ma ridicolizza trent’anni di politiche neoliberiste bipartisan, nonché buona parte della classe politica nata da Tangentopoli.
Come se non bastasse, poi, con una istantanea obsolescenza non programmata, rende irricevibile e anacronistico qualsiasi progetto di autonomia differenziata in salsa leghista o piddina; e infine riporta l’attenzione sui lavoratori (medici, poliziotti, cassieri, magazzinieri, rider, ecc.), – parola desueta, lo so, – costretti a lavorare ugualmente per non fermare i servizi e l’economia italiana, a rischio della loro salute e di quella dei familiari.
Insomma, un evento del genere invita a ripensare il mondo per una configurazione diversa. Sembra lo shock, la catastrofe messianica benjaminiana, l’accelerazione (o la brusca frenata?) della storia capace di contestare alla radice un sistema tecnocratico e un modello economico per vari e comprovati motivi criticato, ma mai realmente messo in discussione.
A questo punto, rimandando ai problemi sollevati da Agamben (qui) nell’intervento del 26 febbraio sul Manifesto, e poi alle puntuali osservazioni del collettivo Wu Ming nel loro Diario virale sulla pervasività del controllo statale sui cittadini, la creazione e l’utilizzo ad arte dello stato emergenziale (qui l’articolo), mi limito a sottolineare che il virus, parlando di questo nostro essere in comune nel mondo, mostra i limiti del pantano politico italiano-europeo: di ogni discorso di solo impianto localistico, di sola impronta occidentale, o di qualsiasi politica che non sia proiettata in una sfera internazionalista, fatta di popoli e diritti umani inclusivi e estensibili.
La pandemia pone la questione di enormi passioni sopite, di utopie concrete, per troppo tempo messe da parte per la cupezza e il livore, per l’egoismo, l’indifferenza, le menzogne ereditate da questo trentennio. Ma se, in questo processo di elaborazione e risposta globale al virus, le destre europee svelano i tratti della loro inquietante natura, di solito nascosta dalla pavidità e dalla confusione del mondo progressista, il discorso del premier britannico Johnson, per fare un esempio, non solo risulta incredibilmente primonovecentesco, fondato su una concezione dello stato quasi machiavellica, frutto di una missione di dominio del mondo che sacrifica il ruolo del popolo per la grandezza della nazione; nondimeno riesce a negare il fatto che in uno stato democratico non esiste altro destino che il popolo, verrebbe da dire con Jean-Luc Nancy.
E il destino di un popolo è il popolo stesso nella sua continuità e nella costruzione di senso dell’esistenza. In democrazia non si tratta di destini imperiali, bensì di essere insieme agli altri come popolo, e non certo come moltitudini atomizzate da lasciare a se stesse.
Ebbene, il virus dirime anche questo: smaschera e costringe a scegliere tra due strade: la potenza delle nazioni, basata su una competizione internazionale senza freni né regole, che d’altronde ha caratterizzato il ‘900; la condivisione del globo a partire dal riconoscimento degli altri, dunque una nuova produzione di senso che investa la condivisione di questo spazio comune.
Il virus ha abbattuto le frontiere che i “sovranisti”, gli etnocentristi, ma anche l’imbarazzante finto progressismo rappresentato finora dal centro-sinistra a guida Pd, inventano di continuo basandosi su una versione dello stato nazionale superata dalla realtà pluralistica odierna. Così facendo, però, la pandemia reclama un nuovo nomos della terra: la ridiscussione di limiti, misure, confini, simboli, modelli. È, come dice Marco Revelli in un articolo per il Manifesto dell’11 marzo, (qui l’articolo) “una visione del mondo da rovesciare”.
Il vero pericolo politico e sociale, deve essere chiaro, è quel mondo che nega la coesistenza all’altro e che si chiama e si è sempre chiamato, anche se larvato, truccato, rinominato, semplicemente Fascismo. Con esso, si negano non delle opinioni, ma un fatto: il diritto di co-esistere, proprio mentre l’integrazione e interconnessione globale degli esseri viventi realizzata da un modello tecnologico-economico, si riversa con violenza sul piano sociale, ecologico, e quindi di nuovo politico.
Ecco perché la versione neoliberista e sovranista di Boris Johnson, al di là del pragmatismo nichilista, non deve sorprendere: esprime sì uno stile britannico, ma anche il cortocircuito di uno stato che tutela l’interesse capitalista, sacrificando il bene comune, ovvero il suo stesso popolo.
L’auspicio finale è che lo slogan “Andrà tutto bene”, adoperato sui social come atto di resistenza e ottimismo dalla società civile italiana, non significhi che torneremo alla nostra cara disinformazione pubblica, o a distruggere ecosistemi, ad alzare muri e speronare navi gremite di disperati nel Mediterraneo per poi gioire della loro morte, che torneremo al razzismo diffuso, alle politiche di distruzione dello stato sociale, alla de-umanizzazione di poveri e diversi. Passato il virus, occorre un mondo realmente umano. Altrimenti non avremo imparato nulla dall’universale del virus. L’auspicio, insomma, è che vada e “andrà tutto bene”, per noi, ma anche per il resto del mondo.

© Sandro Abruzzese

Sandro Abruzzese, Andrà tutto bene. A sinistra del coronavirus

Su poetarum silva il mio articolo sul coronavirus

Poetarum Silva

Andrà tutto bene
A sinistra del coronavirus

Tutto si può dire dell’emergenza che stiamo vivendo per via del coronavirus tranne che non sia un’esperienza inedita, in grado di stravolgere il nostro punto di vista sulla realtà, fornendo altre prospettive. Intanto, ridisegnando lo stile di vita delle nostre città e dei paesi, pone la questione dell’essenziale rispetto al superfluo. Mostra cioè il volto della decrescita, un mondo più sobrio e povero, in cui la società diviene nuovamente da ripensare negli spazi e nel tempo secondo un nuovo senso comune dell’umano, tutto da ricostruire, magari all’insegna del lento, profondo, soave langeriano.
Poi l’ampia diffusione del contagio ha spogliato il discorso politico della iniziale sinofobia, lo ha de-etnicizzato, rendendolo pian piano universale. E questa universalità ha a sua volta zittito i vari leader xenofobi italiani, improvvisamente orfani di monotoni argomenti a loro cari per fomentare la paura e la fobia etnica…

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La misura del mondo di Mario La Cava

*Questo articolo è stato pubblicato in precedenza qui su Leparoleelecose

 

Dal centro del mondo

La parabola letteraria di Mario La Cava riemerge chiaramente dal carteggio che ebbe con Leonardo Sciascia quasi ininterrottamente dai primi anni ’50 agli anni ’80 del ‘900. Si tratta di una serie di lettere raccolte nel volume Lettere dal centro del mondo, 1951-1988, dall’editore Rubbettino, in cui, a voler essere sintetici, si intersecano due direttrici: da una parte vi è lo scrittore affermato La Cava, maestro di stile, in cui il rigore etico e la semplicità del linguaggio diventeranno un tratto distintivo; dall’altra il più giovane Sciascia, ancora lontano dai suoi approdi, ovvero da quella fusione del tema politico col poliziesco, e con gli elementi del giallo, che ne decreteranno la definitiva ascesa nel panorama letterario italiano. È inoltre la storia dell’amicizia di due intellettuali di provincia, entrambi inquieti e direi asserviti al demone della letteratura, i quali cercheranno per tutto il corso della vita, tra inevitabili alti e bassi, di scrivere per rappresentare il mondo circostante. Per La Cava basti questo stralcio, uno dei tanti, di una lettera del ’56, dove descrive all’amico siciliano le sofferenze della sua intellettualmente angusta quotidianità: “Io faccio una vita poco allegra, con molti, con troppi fastidi di famiglia, che intralciano gravemente il mio lavoro. (…) Intanto i miei miserabili guadagni con le collaborazioni assorbono gran parte del mio tempo”.

Quanto a Sciascia, da parte sua scriverà a Bovalino qualche anno dopo: “La coscienza dell’inutilità dello scrivere in me ha quasi raggiunto quella della inutilità del vivere”, e poi in procinto di trasferirsi a Roma, che “Nonostante tutto, il dover lasciare la Sicilia mi travaglia di rimorsi; mi pare di compiere una specie di diserzione di fronte al nemico”, e tuttavia temporaneamente fuggirà alla ricerca di maggiore tranquillità.

La Cava non smetterà di perorare i progetti e le riviste di Sciascia, mettendolo in contatto con consulenti quali Vittorini e Bassani, fornendo gli indirizzi di Alvaro, Sinisgalli, Fortini, Pasolini, Roversi, e spedendo spesso a sue spese i libri dell’amico in giro per l’Italia. Il giovane Sciascia, in una lettera del febbraio 1954, ribadisce a sua volta: “Io mi compiaccio sempre, come di casa mia, del tuo successo che ti tocca”.

Infatti, La Cava ha tra i suoi estimatori recensori come Caproni che sui Caratteri scrive: “Moderno sì, ma anche (e questo è forse uno dei suoi maggiori segreti) classico a un tempo, e non solo per la scrittura che, apparentemente dimessa, ha invece la fermezza sapiente di un testo antico, ma altresì, e soprattutto, per questo suo saper cogliere di una persona, in pochi tratti essenziali, perfino le più sottili pazzie, e per questo suo saper distendere, in pochi concisi paragrafi (e senza l’aiuto o trucco di una sola didascalia) un intero momento dell’anima nostra, e del nostro umano costume».

Le parti però, vent’anni dopo, sono totalmente invertite, sicché nel dicembre del ’73 è La Cava a scrivere all’amico: “tu non sei uno di quelli che cambiano modi a seconda della loro fortuna. Sei uguale a te stesso”.

Dunque la parabola di La Cava, iniziata tra le due guerre, ai massimi livelli proprio negli anni ’50 e ’60, discende fin verso un lento e inesorabile isolamento dovuto a problemi fisici, all’amministrazione delle terre avite, al repentino cambiamento dell’industria culturale e della stessa società italiana.

Quella di Sciascia invece, dal Giorno della civetta in poi (Einaudi, 1961), è un’ascesa inarrestabile fino agli editoriali degli anni ’70 e ’80 sul Corriere e sulla Stampa, ai passaggi radiofonici, televisivi, alle collaborazioni cinematografiche.

Forse per riassumere i problemi non di critica ma di successo di La Cava, (la ricerca continua di editori per le sue opere, le collaborazioni numerose ma pur sempre incerte e intermittenti con i grandi quotidiani nazionali), bastano qui le parole accorate con cui Calvino lo accoglie in una lettera datata 15 marzo 1982: “(…) ho ancora una volta apprezzato la tua finezza nelle notazioni psicologiche più lievi, il tuo garbo, la tua fedeltà a una civiltà letteraria fatta di classicità e misura. Ma come far sentire una voce discreta come la tua in mezzo ai fragori assordanti dell’epoca in cui viviamo?”.

È il mercato, come sembra dire il ligure, ovvero l’evoluzione dell’industria culturale, insomma la moda e i tempi, questi sono i fattori che fanno di La Cava un isolato? Oppure è il fatto che dei suoi protagonisti così miserabili, del suo mondo – quella terra dell’osso così immobile e crudele – all’Italia del boom e della massiccia urbanizzazione, ormai non interessa più nulla?

 

I fatti di Casignana

Eppure c’è un’opera che, come ha ricordato Goffredo Fofi nella prefazione all’edizione del 2018, riesce a condensare tutte le qualità dello scrittore di Bovalino, per cui si può parlare di definitivo capolavoro. Mario La Cava comincia a lavorare ai Fatti di Casignana nel dicembre del ’70, finirà tre anni dopo e il libro uscirà per i Coralli di Einaudi nel ’74. È lui stesso a darne notizia in una lettera a Leonardo Sciascia: “Io ho cominciato un nuovo romanzo (…) di ispirazione etico-politica (…) su alcuni fatti accaduti in Calabria nel 1922”. Tre anni dopo, ritornando sul discorso, La Cava ribadirà a riguardo: “Parlo di cose vecchie, al solito, ma l’animo mio era teso alle vicende odierne del nostro paese (l’Italia)”. Con ogni probabilità lo scrittore di Bovalino si riferisce alla strage di Piazza Fontana, o a uno degli episodi precedenti e collaterali che inaugurano gli anni di piombo e la strategia della tensione, e che riportano l’autore agli anni del fascismo. La Cava lo definirà “il serpente nero”, questo ritorno stragista, in grado di attraversare le epoche e insinuarsi di nuovo, con tutto il suo veleno, nei gangli dello Stato. Egli riconosce in quella brutale violenza, nel ricatto, il vecchio volto del potere amorale che aveva rubato la sua giovinezza e portato il paese alla completa distruzione. Questa è la molla che lo conduce verso il romanzo storico, insieme all’intima e antica convinzione che “il costume liberale è veramente assente dall’Italia. I liberali veri sono un’eccezione, come i poeti, e possono trovarsi in qualunque partito o fuori dai partiti”.

I fatti di Casignana, dunque, se traggono linfa dalla strategia della tensione, prendono le mosse dal Decreto Visocchi che, nel 1919, aveva acconsentito all’occupazione di terre incolte da parte dei contadini. Pochi anni dopo, però, l’Italia vira a destra e la libertà di assunzione, la revisione di molti concordati, il peggioramento dei patti agrari, cambiano nuovamente gli equilibri delle zone rurali italiane. Nel frattempo a Casignana il giovane medico Filippo Zanco e l’ex brigadiere dei carabinieri Colombo, guidano i contadini alla vittoria delle comunali e all’occupazione delle terre incolte dei Nicota, la foresta Callistro. Il futuro sembra a portata di mano, ma l’epilogo non tarderà a palesare il volto del nascente fascismo: sul sogno della palingenesi meridionale, sugli ideali di fratellanza e socialismo umanitario, si abbatte la violenza squadrista. Le forze conservatrici dei principi di Roccella, di Don Luigi Nicota e sodali, i farabutti che da sempre soggiogano il paese, la faranno franca anche questa volta, e non solo nella locride, o in Calabria, ma stavolta in tutta la penisola e per un lunghissimo ventennio.

Indubbiamente, l’amaro epilogo di La Cava riporta alla mente il grumo di poteri piccolo-borghesi che schiaccia i contadini di Aliano nel Cristo, e l’indimenticata descrizione della categoria dei Luigini nell’Orologio di Carlo Levi. Se però ad Aliano non vi è nessuna speranza di cambiamento e i contadini vivono al di fuori della storia, a Casignana invece la storia stessa finalmente irrompe nel mito, sorprende e scombussola vecchi prìncipi e nuovi baroni. Dimostra che tutto può cambiare. Evidentemente è solo un sussulto e non basta. Come non basta il piglio antropologico di La Cava, quella sua acuta capacità di osservazione notata da Vittorini nei Caratteri, oppure la ferma convinzione che gli esseri umani possano cambiare il corso degli eventi, ammesso che ne abbiano realmente le precondizioni. Anche qui, come nei Racconti di Bovalino, il destino si abbatte sugli umili della costa ionica come in un rinnovato Ciclo dei vinti. Solo che stavolta non abbiamo a che fare con il capo-popolo Triglia dei Racconti, ciarliero venditore di giustizia dalla condotta bislacca e contraddittoria, ma con l’irreprensibile e generoso Filippo Zanco. Di conseguenza l’ingiustizia lascia sì ancora una volta il campo al destino, che in La Cava ha la forza tragica degli antichi, e tuttavia la sua concezione tragica, seppur preponderante, resta sempre provvisoria per via di un altro filo costantemente intrecciato al fato: si tratta della speranza. Speranza già presente nei Racconti di Bovalino, come nella famiglia del fattore, in cui i protagonisti passano dall’idillio al dramma della povertà e alla ricostituzione del nucleo familiare: “Forse ci vuole anche fortuna nelle cose del mondo; oppure date le premesse, quelli dovevano essere i risultati”, scrive La Cava, fatto sta che “la felicità anche a quel modo era possibile, là nella nuda casa del poggio, ombreggiata dalla dolce vite, dove la famiglia, dopo il matrimonio, prese a stabilirsi”.

È come se lo spirito dell’osservatore La Cava, la sua indipendenza e statura morale, i numerosi viaggi intrapresi all’estero, dalla Russia alla Polonia, a Israele, gli dessero una lucida capacità di giudizio sui luoghi vissuti, nonché una consapevolezza illuministica.

Lo scrittore di Bovalino è sì un outsider, ma è intellettualmente e moralmente legato al discorso meridionalista e nazionale. Prova ne sia quel Viaggio in Lucania del ’52, due settimane in cui lo scrittore si muove per la Basilicata quasi a continuare un dialogo con Giustino Fortunato, Zanotti Bianco, Leonardo Sinisgalli, Rocco Scotellaro. È qui che La Cava scrive: “(…) il lato negativo ha sempre la sua origine non nell’inferiorità degli uomini, ma nelle circostanze secolari della loro vita”. E bene ha fatto Giuseppe Lupo a sottolineare che la sensibilità dello scrittore è in questo “sentirsi appartato ma non estromesso dai destini di una nazione in movimento, un aderire coerente all’atteggiamento di marginalità (…) senza peraltro rinunciare a vivere la letteratura come una sorta di impegno per il bene di una civiltà periferica”.

Insomma, nei Racconti come nei Fatti di Casignana la coralità del bovalinese si sposa con la consueta lingua precisa, moderna eppur antica, che aveva fatto dire a Sciascia: “Le cose di La Cava costituivano per me esempio e modello del come scrivere: della semplicità, essenzialità, rapidità a cui aspiravo”. La tragicità degli eventi, poi, nei Fatti viene mitigata dalla sobrietà stilistica, sicché nella materia etico-politica lo scrittore riesce a fondere il suo tempo poetico, ed essere ancora una volta contemporaneo e remoto, vicino e lontano al suo tempo. Così I fatti di Casignana, attraverso un filo rosso indelebile, si collegano all’essenza contraddittoria della storia d’Italia: ai Placido Rizzotto, ai Pio La Torre, a Portella della Ginestra, alle stragi e alle tante ragion di stato, a Falcone, Borsellino, ai Georgofili, e a tutte le speranze tradite, a tutti i soprusi e le convergenze degli apparati, a tutte le servili manovre di istituzioni piegate ai raggiri.

Infine, sempre per stare alla modernità dei Racconti, e anche per chiudere con una suggestione apparentemente lontana, nel rileggerli oggi, pur trattandosi di temi e umanità molto differenti, a volte vi si coglie una aria talmente rarefatta, quella totale assenza di sentimentalismo, in una prosa così asciutta, da portare alla mente alcuni aspetti di quel particolare tentativo incompiuto di affresco poetico di sentimenti umani costituito dai Sillabari di Goffredo Parise.

 

Campagna e città

Per capire ulteriormente la parabola dello scrittore La Cava forse occorre scrutare un po’ provocatoriamente la storia della letteratura italiana a ritroso. Basterebbe sfogliare una delle numerose antologie presenti nell’attuale panorama editoriale, magari delle scuole superiori, dove personalmente lavoro da più di un decennio, per scoprire che della letteratura sui contadini italiani, o sul rapporto nord-sud, o sulla migrazione degli italiani all’estero, non vi sono che poche, risibili tracce. Non solo poeti come Bodini, Scotellaro, non trovano spazio nelle pagine del canone odierno, ma nemmeno vere e proprie pietre miliari della Questione nazionale come Cristo si è fermato a Eboli del già citato Levi, Conversazione in Sicilia di Vittorini, e Donnarumma all’assalto di Ottieri, riescono a trovare lo spazio che forse meriterebbero. L’elenco sarebbe lungo.

E se è vero che durante gli anni ’50-’60 l’Italia vive, contestualmente al boom economico, la riscoperta del premoderno, la stagione degli etnologi, gli studi di De Martino, tuttavia sia il marxismo che i liberali guarderanno sempre con sufficienza alle sorti della questione contadina. Lo stesso Pavese, il quale ha indagato con profondità il rapporto tra premoderno e moderno, spesso viene travisato e banalizzato fino ad assurgere a cantore conservatore di un nostalgico ritorno al passato. Per non parlare del “reazionario” Pasolini delle Belle bandiere, che attribuisce al neo-capitalismo l’accentuarsi del divario delle varie Italie per poi chiosare: “Nell’Italia del Sud la scelta politica è ancora dominata dalla miseria – economica e psicologica ”. Pasolini aveva compreso che la nuova Italia inurbata produceva non solo merce, ma nuovi rapporti sociali: “Tale nuova cultura (…)”, scriverà in una risposta pubblica a Calvino dell’ottobre 1975, “(…) ha distrutto cinicamente le culture precedenti: da quella tradizionale borghese, alle varie culture particolaristiche e pluralistiche popolari”.

Vent’anni dopo, l’ultimo intellettuale in ordine di tempo a porsi nei confronti del mondo rurale in una posizione di riflessione, ascolto, e rispetto, è stato quell’Alex Langer partito da un remoto villaggio del Sudtirolo per diventare, prima della precoce dipartita, anima dei verdi italiani, costruttore di ponti, e esempio di cittadino del mondo.

 

Uomini e Caporali

Ebbene, l’Italia di oggi sembra ripresentare tutti i conti delle rimozioni del passato. Il genocidio della civiltà contadina ha lasciato dietro di sé, nell’assenza di reali programmi nazionali, un deserto di paesi, colline, isole e montagne spopolate. I divari e la frammentazione non cessano di approfondirsi. Lo squilibrio sociale ed economico delle varie aree del paese, l’emigrazione costante verso il nord del mondo, la bassissima natalità, l’urbanizzazione massiccia con relativo incremento delle ingiustizie sociali e dell’indigenza, non ultimo il potere incontrastato dei clan criminali e dei cartelli politico-clientelari, restituiscono l’immagine di uno stato diviso in fazioni, in cui prevale l’egoismo territoriale, malamente mascherato da progetti di secessione delle regioni più ricche, o dalla dittatura del ricatto dei pacchetti di voti dei notabili locali.

In questo contesto, qualsiasi progetto politico naufraga per una sostanziale incomprensione delle varie parti del paese, per la complessità dei problemi di fondo, o peggio ancora, nel lungo e medio periodo, per il completo disinteresse verso la loro risoluzione.

Insomma, tornando ai fatti di Casignana, è una storia esemplare di una matrice comune italiana in cui ritornano prepotentemente l’insipienza o la collusione delle classi dirigenti, e tornano, nel recupero delle svastiche, delle intimidazioni verso le minoranze, nel cinismo machista di piccoli e puerili giovani leader, antiche pulsioni mai del tutto accantonate.

Ma ancora, leggendo di Casignana, non si può non pensare alle odierne lotte bracciantili dei nuovi invisibili, da Borgo Mezzanone a San Ferdinando, passando per l’Agro pontino, e chiedersi se è forse lo stesso disinteresse odierno per i nostri lager moderni, il lontano riflesso del disinteresse dell’Italia del boom per i contadini di La Cava.

Castel Volturno, Rosarno, la rotta balcanica, il mare nostrum, l’isola di Lesbo, i muri e le cortine messicane, sembrano le nuove Marcinelle, le Ellis Island, di un’umanità superflua, costantemente de-umanizzata, un mondo di terroni e Okies in fuga, di cui ancora una volta a nessuno interessa realmente qualcosa.

E quanto vale la vita di Soumaila Sacko, freddato a colpi di fucile mentre tenta di costruire una capanna di lamiere nei pressi di Vibo Valentia?

Quanto vale il corpo di Becky Moses, quel corpo abusato, cresciuto nella povertà, bruciato nella miseria di una favela italiana, dopo averle negato il diritto d’asilo?

Ed è un caso che a ricordare Giuseppe Di Vittorio negli ultimi anni, dopo Uomini e caporali di Leogrande, ci abbia pensato quasi esclusivamente il sindacalista italo-ivoriano, difensore dei braccianti e dei lavoratori della filiera agroalimentare, Aboubakar Soumahoro?

Ecco fin dove arrivano I fatti di Casignana. È in questo libro, dunque, che Mario La Cava ha portato gli ultimi della costa ionica nella storia del ‘900, ritrovando la sua misura del mondo, e, con essa, l’alta funzione morale di cui ha sempre investito la sua militanza intellettuale e il suo impegno letterario.

sandro abruzzese

 

 

Bibliografia essenziale

Mario La Cava, Caratteri, Donzelli, Roma 2007

Mario La Cava, I fatti di Casignana, Rubbettino, Soveria Mannelli 2018

Mario La Cava, I racconti di Bovalino, Rubbettino, Soveria Mannelli 2008

Mario La Cava, Viaggio in Lucania, Rubbettino, Soveria Mannelli 2019

Mario La Cava, Leonardo Sciascia, Lettere al centro del mondo, 1951-1988, Rubbettino, Soveria Mannelli 2012

Italo Calvino, Lettere 1940-1985, I meridiani, Mondadori, Milano 2000

La versione del fotografo: Salvatore Piermarini

*Questo articolo è apparso in precedenza qui su 00

 

Aquila, 2010.

Il perduto incanto

Gli occhi luminosi dei bambini sardi, le luci notturne infinite di una immensa New York, i tanti lavoratori, i passanti ritratti in giro per il mondo, oppure gli artisti, gli intellettuali, le città, i paesi: a scorrere è la “vita” nella fotografia e nella prosa di Salvatore Piermarini.

Nel Perduto incanto. Indagini sulla fotografia (Rubbettino, 2019), l’autore rivela che fotografare è stata la strada per ricercare un unico e continuo dialogo col mondo e l’umano. Dunque, grazie alla macchina fotografica, il cosmopolita Piermarini, attraverso lo sguardo, e poi la liturgia dell’analogico, è riuscito ad abitare ogni luogo in cui è approdato, a orientarsi fin da subito, ovunque.

Il perduto incanto è la traccia profonda di questo passaggio: un ibrido, uno zibaldone, una breve storia della fotografia, nonché un quaderno intimo che diviene trattato di estetica, e tanto altro ancora. Piermarini, vien fatto di pensare, in questo suo percorso, è prima di tutto un uomo libero, e libero perché in grado di ri-guardare autenticamente, di conoscere per riuscire a comprendere. La disciplina e l’etica della fotografia di cui è testimone lo hanno portato a raccontare, avendo sempre cura e rispetto di ciò che aveva davanti agli occhi.

Leggendo i suoi scritti, quindi, torna alla mente il Merleau-Ponty dell’Occhio e lo spirito e il suo invito a saper vedere come reale apertura al mondo. E tuttavia apertura fatta di sogno, risonanza, di mestiere, comunque di scelta che vada inesorabilmente in direzione contraria alla proliferazione indiscriminata delle immagini, del rumore di fondo dei server e della troppa facilità del collezionista, con cui si distrugge, secondo l’autore, l’incanto di quella che è stata la grande vicenda fotografica tra ‘800 e ‘900.

Apocalissi

In questo lungo viaggio, è come se Piermarini scorgesse, seguendo il suo amato Baudrillard, nella frenesia schizofrenica della società occidentale odierna, una inarrestabile mortificazione. Sappiamo che l’immagine, agli albori, è il calco del defunto, dunque ombra, specchio, imitazione e mimesi. Ma forse il punto per l’autore è che la vita stessa, come in preda a un ipnotico gioco di prestigio, finisce per plasmarsi a immagine del calco. Non più la rappresentazione della realtà, bensì la realtà di sole immagini, trasforma il mondo in un balbettìo tautologico insignificante, conducendo Salvatore Piermarini verso il De Martino dell’Apocalisse culturale, e a ritroso al Carlo Levi di Paura della libertà.

 

Massimo Troisi, 1988.
Ecco perché egli ricorda, portando alla mente Bergson, che il pensiero visivo è ricerca nella ripetizione del reale che si fa differenza. Sicché la sua fotografia sembra voler accogliere il reale nel suo intimo, e per questo non risulta mai predatoria né angosciata, perché il suo punctum, l’aspetto emotivo, è nella relazione instaurata. Nel ripristino di fili spezzati, di discorsi persi e taciuti, vi è la capacità di stabilire un contatto e di essere accolto. C’è inoltre in Piermarini quella consapevolezza e coscienza politica che se i sentimenti morali sono radicati nel passato, e la civiltà industriale distrugge e attenta continuamente alla memoria, occorre esservi presente con lo sguardo, ritessere come sorta di pietas. D’altronde è l’autore stesso a ricordare che l’ospitalità, l’amicizia, sono già linguaggio, discorso, processo. E infatti Il Perduto incanto è anche un libro d’amore, che riporta gli incontri e i sodalizi stretti con Vito Teti, Sandro Onofri, Bruna Trincas, Cesare Tacchi, le sorelle Annechini, e tanti altri compagni di viaggio.

È inoltre un libro di cinema e letteratura, capace di intrecciare i percorsi artistici di Cortázar e Coppola, di Calvino, Antonioni e Kubrick. Ed è fitto di brani, di recensioni e attenzioni ai lavori di nuove generazioni di fotografi come Alberto Gangemi e Giulio Rimondi, nonché di confronto a distanza con maestri quali Mulas e Dondero.

Luoghi

Tornando alla fotografia, se l’autore stesso scrive che il ritratto è un corpo a corpo, che “fare un ritratto presume sempre il consenso e l’assenso del soggetto fotografato”, non meno attenzione egli ha dedicato allo spazio, al corpo delle cose. Così, dopo il sisma del 24 agosto 2016, in un reportage da fermo per Doppiozero, Sulle tracce della faglia, è riuscito a raccontare i Sibillini, la loro essenza, per giunta a farlo senza mostrare rovine né macerie o disperazione. Dal Pizzo del diavolo dei Sibillini al corpo martoriato dell’Aquila (L’Aquila Magnitudo 0, Quodlibet 2012), oltre che nei volti, è nello spazio che Piermarini intuisce e sviluppa la ricerca di quel senso dei luoghi per altri versi indagato da Wim Wenders e dal già citato Teti. Paesaggi e città, forme e simboli, vengono ritratti con la consapevolezza che decifrare lo spazio prodotto dall’uomo nel rapporto con la natura vuol dire riportare in superficie e decodificare, attraverso la realtà, qualcosa che si approssima alla verità.

Essere innamorati “delle infinite arguzie del mondo”, certo, e non per fermarsi al pittoresco, bensì perché la realtà, egli scrive, “(…) con seria e inossidabile verità ci riporta con i piedi per terra (…) basta la pura e dura verità ad incantarci e disincantarci nuovamente”, questa la sua versione del fotografo.

E allora Il perduto incanto è sì la declinazione della fotografia sotto forma di disciplina e mestiere da applicare al visibile e all’invisibile, al buio e alla luce, per distinguere il vero dal falso, ma è anche parallelamente ribadire il primato della vita intrisa delle più nobili facoltà dell’umano. L’attuale riproducibilità, invece, l’inarrestabile dinamismo tecnologico, sovrastano l’occhio e il pensiero visivo, e l’eccessiva mediazione falsifica la realtà sospingendola verso il reality. Per cui l’invito è a “andare sui posti e faticare per raggiungerli”, coltivare la memoria, agire per corrispondenze e metafore, e farlo come rivolta dell’occhio e scelta consapevole affinché si onori lo “spettacolo dell’immaginazione” e il “teatro dell’immaginario”.

Immagini

Nonostante la fotografia abbia accompagnato e documentato l’evoluzione della civiltà industriale di massa, è pur vero che esiste un’antica tradizione di detrattori dell’immagine, di sospettosi iconoclasti della tradizione occidentale, da Platone a Feuerbach, che si uniscono a loro modo al giudaismo, all’Islam, al protestantesimo, e che portano Hans Belting ad ammettere che “nei mass media gli stereotipi prospettici si dimostrano una ricetta longeva al fine di far aprire le illusioni come delle verità documentarie”.

 

Sardegna.
D’altra parte, la capacità di produrre immagini viene esaltata, tra gli altri, dalla sensibilità di Bachelard, il quale associa l’immagine stessa alla liberazione profonda data dall’immaginazione, a un abbandono poetico della concretezza per l’assoluto. Egli si riferisce però all’icona in grado di generare il nuovo che apre al mondo. Quel che accade con i mass-media è diverso. Stando solo al recente passato, è l’incontro tra media e massa, e la conseguente messa in campo di immaginari illusionistici e illusori, funzionali al modello economico finanz-capitalistico (dalla carta stampata all’etere, dal tubo catodico allo smartphone), l’impasse odierno a cui arriviamo seguendo Il perduto incanto. 

Rispetto a ciò, sembra dire Piermarini con le parole di Susan Sontag: occorre “un’ecologia non soltanto delle cose reali, ma anche delle immagini stesse”; un invito del tutto simile a ciò che Franco Fortini si augurava decenni fa per l’uso e la misura delle parole. E d’altronde lo stesso Barthes ricorda che non è l’immagine ad essere diabolica o immorale, ma è la generalizzazione, l’indistinto, a derealizzare il mondo.
Bilanci

A molti di questi dubbi, raccogliendo l’auspicio dell’autore della Camera chiara a scrivere una storia di sguardi, nel suo Storia dello sguardo (Il Saggiatore, 2017), l’irlandese Mark Cousins risponde che se da un lato il sovraccarico visivo sminuisce qualsiasi evento e apre a una vera e propria Babele (Vabele è il termine coniato per unirlo al virtuale), dall’altro il bilancio degli strumenti sviluppati in merito al potenziale creativo espresso nelle arti visive risulta complessivamente positivo.

Dunque, assodato che le rappresentazioni visive proliferano a dismisura e sfociano nei selfie, e che il social network più diffuso è proprio Instagram, nondimeno la bilancia delle innovazioni sarebbe positiva per le possibilità che i vari dispositivi offrono nel campo della memoria, della comunicazione (si pensi solo a Skype per i migranti), della denuncia, della protesta civile e dell’attivismo politico.

Ciò che, per esempio, il mondo ha visto dell’uccisione di John Kennedy a Dallas, potremmo aggiungere su questa linea, dovuto alla 8 millimetri del sarto ebreo di origine ucraina Abraham Zapruder, e ciò che sappiamo delle manifestazioni di Piazza Tahrir, che nel 2011 hanno portato alla caduta di Mubarak, o i filmati degli smartphone siriani e cileni odierni, evidenzierebbero prospettive e aspetti di parziale, ma generale progresso.

Beninteso, Cousins si dice consapevole che il risultato non può che dirsi ambivalente, e  finisce per ammettere che le attuali “mancanze dello sguardo” restano il sostanziale prezzo da pagare come contropartita.

È chiaro che questi elementi non sfuggono nemmeno all’attenzione del fotoreporter romano, che rilancia con i brutali video delle esecuzioni di Gheddafi e Bin Laden, a cui potremmo aggiungere la panottica distruzione filmata dell’intero convoglio del generale iraniano Soleimani: quasi uno spot, una risposta ai dati, alle previsioni, ai sondaggi, per rilanciare l’immagine e la campagna elettorale trumpiana all’interno degli Stati Uniti.

Ebbene, non tutto deve essere mostrato, è la risposta conclusiva di Piermarini. Il medium è il messaggio, potremmo semplificare con McLuhan, ma il processo è parte determinante e integrante del fine. Guardare risponde all’etica, alla disciplina dell’occhio, all’onestà dello sguardo, e la sfida del Perduto incanto in questi termini è più che mai aperta e attuale. La posta in gioco rimane la medesima: saper vedere per restare umani. Cercare, nella verità, di essere il più vicini possibile a ciò che è giusto.

 

Sandro Abruzzese

L’identità del paese

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Il luogo dell’identità, il primo ordine del mondo, è stato, per me, il microcosmo del paese. Un paese rurale come tanti, nell’entroterra irpino, Appennino meridionale. Le linee, i punti di fuga, i meridiani, i paralleli, tutto, a dispetto del tempo, ovunque vada, ancora riesce sorprendentemente a partire e ritornare in quella valle.
Intendiamoci, all’epoca si capiva che oltre c’era di più e di meglio, ma una volta aderito a un ordine, una volta ambientati in una struttura portante reale e permeati dal suo immaginario, il resto appare comunque qualcosa di caotico e disordinato, che può essere scoperto, ma solo un passo alla volta e non senza fatica.

Occorre anche rinnegare per creare e riconoscersi, e d’altronde è Pavese nell’incipit della Luna e i falò a far dire a Anguilla: “ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che un comune giro di stagione”, o ancora, qualche pagina dopo: “Così questo paese, dove non sono nato (il protagonista è un orfano), ho creduto per molto tempo che fosse tutto il mondo. Adesso che il mondo l’ho visto davvero e so che è fatto di tanti piccoli paesi, non so se da ragazzo mi sbagliavo poi molto”.

Rispetto alle parole di Pavese, oggi il mondo a cui lo scrittore si riferiva è fatto quasi più di città e conurbazioni, di agglomerati e periferie, che di paesi; le identità pian piano cambiano e nonostante tutto un luogo – qualsiasi luogo – rimane sempre in parte violento e lacunoso. Un luogo innanzitutto costringe, quindi contribuisce a edificare e costruisce i suoi stessi abitanti. Sarà il costruito, poi, opponendosi all’incerto del mondo, a scacciare l’abisso.
E allora la mia identità, la matrice – come per tanti – è nella lingua, nei gesti, nei pensieri e negli oggetti, nelle idee e nelle norme del paese natale. Sono i suoi simboli e il suo scheletro, il mondo a cui il mio corpo si è dovuto adattare e di cui in seguito ho dovuto in parte liberarmi.
La cosa sembra banale, eppure ho visto tante persone non riuscire a trovare una forma al suo interno. Tanti amici fragili a cui ritorno spesso con la mente, sono spariti, inghiottiti dai loro incubi peggiori. I figli degli emigrati di ritorno, per esempio, gli americani, gli svizzeri, i romani, i tedeschi, i cui genitori avevano deciso di tornare per sempre, capitava finissero in un limbo. Non riuscivano più, quei ragazzi “evoluti”, a occultarsi e uniformarsi. Avevano avuto troppo e visto di più, di conseguenza il paese era la loro prigione silenziosa e loro si limitavano, standosene ai margini, a tratteggiarne i confini.
Noialtri, invece, un po’ come dei nuovi albigesi, o come dei berberi, abitavamo con naturalezza posti ancora privi di velocità e quantità, privi di frenesia; dalle impercettibili diseguaglianze sociali. Chiunque, in paese, era equidistante dal centro come nella più perfetta polis greca. E il paese intero risultava percorribile, esplorabile, in parte manipolabile, in un rapporto di esperienza in cui lo spazio circostante, la possibilità insita nello spazio, era la cifra fondante della nostra formazione. Vi erano meno povertà e indigenza, nessun contrasto sociale, meno stimoli e competizione, pochissime possibilità, annacquati strumenti di potere e nessuna parvenza di organizzazione criminale.
In comune con le città avevamo però il disprezzo atavico per la campagna e i contadini. Quel mondo laborioso e autonomo, non veniva migliorato, bensì continuamente esecrato. E forse se ancora oggi le campagne irpine non sono ambite, in qualche misura ciò è dovuto anche al disprezzo oppressivo e all’assenza di lealtà, all’incapacità di vedere le possibilità insite in un diverso universo morale, permeato com’era dalla vocazione al lavoro e da un alto grado di autodeterminazione.

Insomma, per la maggioranza, è valso quello che scrive Meneghello in Libera nos a Malo: “Mezzogiorno col sole, quando l’estate è ancora illimitata, ai tavoli del caffè in Piazzetta con un bicchiere di vino bianco, io e mio padre scambiando poche parole, attendendo gli amici, osservando la gente che conosciamo. Gioia somma e perfetta, astratta dal tempo, in mezzo al paese, come fuori la portata della morte.”
Ecco, forse Meneghello trova una via, forse è questo il segreto della ricerca d’identità, ovvero la forza irresistibile delle origini che combattono strenuamente, insieme alla continuità generazionale, contro l’idea della morte. O forse la verità è nelle parole di Soldati: “Non capisce”, scrisse in America primo amore, “forse, non ama il proprio paese chi non l’ha abbandonato almeno una volta, e credendo fosse per sempre”. Soldati capì, nel viaggio americano, che per conoscersi bisogna essere con i luoghi amati in rapporto di vicinanza e lontananza.
Bisognerebbe abbandonarli come degli esiliati, aggiungo. Solo così potremmo capire gli emarginati, lo straniero, la diversità, ed essere in grado un giorno di ambire a una patria nel rispetto del genere umano, senza cortine di ferro né limiti invalicabili.
Ed è proprio questo che sembra voler dire l’ormai adulto Nuto in risposta al suo amico trovatello Anguilla:

“In America c’è di bello che sono tutti bastardi”, dice Anguilla.

– “Anche questa è una cosa da aggiustare. Perché ci deve essere chi non ha nome né casa? Non siamo tutti uomini?”, risponde Nuto.

Ma, tornando all’identità del paese, se il radicale Nuto è portatore di una volontà di progresso morale universale, ed è uno che il mondo lo vuole cambiare da capo a piedi, il paese reca con sé un’ambivalenza che, a suo modo, svela alcuni ostacoli frapposti. Infatti è un microcosmo che oscilla e che, lasciato a se stesso, può rivelarsi – penso alla sua mai emancipata borghesia di Luigini italici – servile e amorale, privo di verità e giustizia, in preda al familismo e al baronaggio. Può essere, se slegato dal resto della nazione, un luogo di smarrimento, in cui la storia non fa che ripetersi incessantemente.
E d’altra parte, però, quello stesso luogo – lo si scorge in Meneghello come in altri – a volte diviene un riparo contro la minaccia esterna: lo stato, la burocrazia, la disoccupazione, o qualsiasi altra forma di coercizione.
Il fatto è che il paese in certi casi risponde come può a tutto il resto, e lo fa soprattutto perché non sempre si possiedono mezzi, e dunque il fallimento non è più una colpa, ma al massimo una bizzarra forma di resistenza.
E allora nell’ambivalenza, è come se l’identità del paese oscillasse continuamente tra la possibilità di dirsi che l’origine altro non è che “la radice dell’intero”, e che l’identità è sempre una parte dell’universo, qualcosa di unico ma naturale e comune; e la bieca chiusura identitaria, che è angustia culturale, e diviene fatica ad ammettere che “tutte le carni sono uguali” e che tutti siamo esseri umani e mondo.
Ebbene, forse il paese-pendolo è già metafora delle oscillazioni del mondo globale, e se Nuto e Anguilla vivessero oggi, così deterritorializzati, potrebbero vedere con i loro occhi, nelle città come nei paesi, l’incredibile processo di de-umanizzazione normativa, disciplinare e mediatica a cui siamo sottoposti nei confronti dell’altro e soprattutto dei poveri del mondo.
Saremmo costretti ad ammettere, al cospetto dei personaggi di Pavese, non solo che sembra prevalere e imporsi chi sostiene che “non siamo tutti uomini”, ma che ovunque, nelle istituzioni come sui giornali o alla tv, al prezzo di nuovi sciovinismi e vecchie xenofobie, sembra di nuovo lecito lo sprezzo dei diritti universali e la negazione della dignità umana.

sandro abruzzese

*Questo brano è per Rocco Meninno, e per Mario, suo fratello. Con cui abbiamo condiviso la grande strada, via Valle, che ci unisce e separa. Da allora ogni cosa ci tiene sullo stesso filo, da cui ci si allontana senza mai dimenticare.