Categoria: Passaggi

Lettera a Elda

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Cara Elda,
credo di capire e nel leggerti ricordo “La storia” di un’altra Elsa, il suo sguardo sugli indifesi, la sua filosofia della storia. Aggiungo alle tue amare parole innanzitutto che il silenzio e la menzogna di cui si nutre il potere sono legati al bisogno, oggi come ieri, poi all’assuefazione. Che “la terra” siamo noi, nominarla è solo un modo per parlare a noi stessi e di noi stessi, non altro. E le radici possono essere i nostri alibi e difetti, a cui oppongo il corpo e la mente. Perché la terra è una sola proprio come gli esseri umani sono rimasti l’unica specie e le radici siamo noi, sì, è il nostro rimanere bambini. Ma tutti i bambini desiderano prima o poi essere adulti. Allora sogno un Paese adulto, mentre vivo in un’Italia piccola e meschina, e vivo un Mezzogiorno perennemente bambino. Il silenzio e le menzogne di una volta forse non devono essere disprezzate del tutto perché restavano un modo di difendersi dal potere. Ma quelli di oggi? Cosa possiamo fare noi se non dipanare la matassa di menzogne organica e funzionale al potere? Le tradizioni, quelle poche autentiche rimaste, testimoniano appunto la capacità di quelle classi subalterne, contadine, di sopravvivere, di cercare certezze e sicurezza contro l’ingiustizia e la sopraffazione. Le tradizioni sono anche quel meraviglioso stare fuori e dentro il tempo in una volta, quel mito che ritorna alla storia, la capacità di uscire da quel mondo maledetto e nero di miseria di cui parli tu e lo stare, il ritornare nello spazio considerandolo sacro e quindi sopportabile. Perché incolpare il rimedio, la parte necessaria e in quanto tale nobile? Quello di cui diffido, insieme a te credo, è il piegare e usare le tradizioni, le terre, le identità a “strumenti del regnante”. Perché anche l’identità deve servire a capire quali sono le colpe e chi i colpevoli del “marcio”. Anche le radici, una volta indagate e conosciute ci consentono di volare, di scioglierle dalle caviglie e sentirsi liberi. Sono convinto che per volare non occorra guardare il cielo, bensì scavare a fondo. Se ciò che resta è poco, da lì si dovrà ripartire e setacciare con cura ogni singolo elemento, per distinguere nell’inferno, quello che inferno non è. Cercare di capire, comprendere, Elda, e poi tentare di esprimere ciò di cui siamo testimoni. Spero di averti ascoltata e, anche solo in parte, intesa.

Grazie

S.

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L’unione di mondi del baccalà alla pertecaregna

Articolo apparso in precedenza qui su Doppiozero

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Il cibo costruisce mappe in grado di tracciare linee, di legare e unire punti lontanissimi nel mondo. Così consente di abitare lo spazio, di creare luoghi e relazioni, ha inoltre la capacità di divenire, da innovazione, tradizione e poi addirittura memoria.
Se c’è un piatto che amo, perché in grado di tracciare un meridiano tra l’estremo Nord del pianeta e la dorsale appenninica meridionale, questo è il baccalà alla pertecaregna. È un piatto popolare irpino e lucano, cucinato principalmente alla vigilia dei giorni di festa, Natale e Pasqua; giorni in cui, come sappiamo, per motivi religiosi ci si astiene dal mangiare carne.
Si tratta di merluzzo salato, è la salagione a consentire al merluzzo, da secoli, di vincere il tempo e la distanza, e viaggiare lontano, fino a unire i pescatori dell’Oceano atlantico settentrionale ai contadini sanniti o ai pastori delle aree interne italiane. Una volta messo in ammollo e dissalato, il baccalà viene preparato con olio, aglio, prezzemolo. Saranno i peperoni cruschi, anch’essi pazientemente essiccati, fatti di colore e fragranza, di sapore inconfondibile, a imprimere quel gusto deciso, solare e mediterraneo che contraddistingue la nostra pietanza.
Amo questo piatto per la sua povertà raffinata, per le storie che porta con sé di cose accadute e volti di un passato ricco di significati.
Ricordo tante vigilie davanti al camino ardente della vecchia masseria in pietra di via Ruvitiello. E nei ricordi il volto delle donne è lo stesso di quello cantato dal poeta e sindaco comunista di Andretta, Pasquale Stiso: “Le donne del mio paese / voi non le conoscete / a trent’anni sono già vecchie / e il loro volto è duro / come la terra che lavorano / non c’è sorriso / sulla bocca amara / delle donne del mio paese / di domenica / quando vanno in chiesa / non vanno per incontrarsi con Dio / ma per godere di un’ora di riposo (…)”.

Già! Comprare il pesce restava un lusso e un sacrificio per i contadini, ma aveva un senso nell’interruzione dell’austerità, della severa parsimonia. La domenica o i giorni di festa erano tali per il “riposo”, e perché allentavano la frugalità e i ritmi del lavoro. La festa durava poco e ancor meno da essa ci si attendeva, quasi fosse, rispetto al resto dei giorni, nient’altro che una tregua. Era la breve pausa rispetto a una continua conquista quotidiana di libertà. Nella festa si rinnovavano i rapporti umani, senza particolari regali né ostentazioni che non fossero semplici auguri o piccoli doni.

I contadini della valle dell’Ufita, pure loro erano seriosi, severi e misurati, come dicono i versi di Stiso. E senza aver mai letto un libro, solo per istinto o consuetudine, hanno però sempre intuito quello che Hans Jonas contesterà al vecchio Marx: “la libertà consiste e vive nel misurarsi con la necessità”, senza di essa “la libertà si annulla come la forza senza resistenza”. Ciò è stato, nella loro vita dura e piena, esercizio e pratica costante, anche quando non più strettamente necessario. E d’altronde la parola lavoro nel lessico meridionale non esisteva se non tradotta col termine fatica, la quale restituiva valore e dignità, soprattutto in assenza di dipendenza, o con un basso grado di coercizione.

A pensarci bene, anche i peperoni cruschi delineano le fattezze di quel vecchio mondo. Venivano, un tempo, infilati a mano in corone e collane di cotone, restando, durante la stagione, appesi sulle pertiche ad essiccare. Il dialetto nzerta porta alla mente l’idea di punte acuminate, di aghi e crune adatti a trafiggere più che legare, e tuttavia pare che in latino il termine significasse proprio legare insieme, da cui appunto ghirlanda e corona. Sono frutto della pazienza, i peperoni cruschi, del tempo giusto, del clima secco dell’Italia interna, e di un’attesa che oggi diremmo del tutto antieconomica. Forse per questo appartengono a quel mosaico variegato di sapori dato dall’antica policoltura mediterranea. Riguardano una delle mille esperienze e abilità di cui il vecchio homo faber, caro a Hannah Arendt, era capace.

È il cibo di un mondo duraturo e solido, quello di cui parlo. In cui la proliferazione dei bisogni e dei desideri degli inurbati, così come l’irrealtà del regno mediatico, erano del tutto marginali. Anche la sua lingua è quella delle cose vere e materiali, i suoi gesti sono minimi e ponderati, così come i suoi oggetti ricchi di aneddoti.
Nel cibo tradizionale è impressa come una cristallizzazione di antichi rapporti, di una cultura popolare sedimentata e stratificata in millenni di vicende umane.
Certo, dietro l’angolo vi è il pericolo misurato di una certa dose di sentimentalismo o nostalgia che dir si voglia, lo sapeva bene Meneghello, eppure riferendosi a Malo scrisse: “Perché questo paese mi pare certe volte più vero di ogni altra parte del mondo che conosco?”. Deve averlo saputo bene anche Soldati, se la lontananza americana fece sì che constatasse con amarezza e disillusione che “Il più povero contadino del più povero paese d’Italia conserverà modi umani che gli americani non hanno”.

Sandro Abruzzese

Il corpo del mondo

*Articolo comparso in precedenza su 00

La ricetta dell’Appennino irpino che sto per illustrare l’ho appresa in casa, da ragazzo, sulla tavola di mia madre. L’ho appresa poi nelle piazze del mio paese, o a casa di amici. E pure l’ho appresa, parafrasando Vasco Brondi, “alle feste dell’Unità che non ci sono più”, sono scomparse ormai da tempo nell’Appennino irpino.

Insomma, è una ricetta semplicissima, composta da pochi ingredienti, una pasta col sugo chiamata cicatielli a ciambuttella col pulieo. I cicatielli sono fatti di pasta fresca, la ciambuttella è invece un sugo di conserva di pomodoro a cui si aggiungono dei peperoni soffritti, in ultimo occorre un’erba aromatica selvatica, il pulieo, legata alla famiglia della menta.

Se ho scelto questa ricetta non è tanto per la tradizione, a cui pur sono legato, quanto perché il suo carattere conviviale mi ricorda una frase di Baudrillard in L’America: più triste di un mendicante, scriveva trent’anni fa il francese, dopo aver osservato le strade di New York all’ora del pranzo, “è l’uomo che mangia solo in pubblico”.

Ripenso spesso a questa immagine di solitudine della grande metropoli, anche perché la mia ricetta è quella delle feste, dell’ospitalità e dello stare insieme.

 

Favorisci, infatti, usano ripetere davanti alla tavola imbandita, nel loro dialetto spigoloso, i vecchi dell’Appennino meridionale. La parola favorisci risponde a un imperativo categorico, meccanico e rituale. Si invita l’ospite a scacciare insieme a noi la morte, poiché la sazietà dona la forza per affrontare il mondo.

Dunque, mangiare insieme, in qualche modo, vuol dire non essere soli. Vuol dire accettare e essere accettati, è il riconoscimento reciproco di una matrice comune, di un senso comune dell’umano. Efavorisci è un ormai desueto invito che implica inesorabilmente il restare, mandando all’aria ogni altro proposito. Qualsiasi cristiano deve favorire, e d’altronde cristiano, ricorda Carlo Levi nel Cristo si è fermato a Eboli, per i contadini significa nient’altro che essere umano.

 

Oggi non c’è quasi più traccia delle Zelinda di D’Arzo, di Zebio Còtal di Cavani, dei volti di Silone, di Jovine e Dolci, dei personaggi di Carlo Levi e Scotellaro, dei paesani di Meneghello. Quei volti sapientemente descritti restano negli ottuagenari o nelle vecchie fotografie analogiche che ritraggono un passato distante, più che lontano. L’abbondanza ha ingentilito i corpi e la medaglia si è capovolta: alla fame, come ben ricordava Vito Teti in Il colore del cibo, si è sostituita la dieta mediterranea.

Tuttavia, basterebbe davvero poco per rivederli quei volti, e vederli negli occhi di altri giovani, per giunta. Dovremmo solo abbandonare le ultime dorsali irpine per le vicine terre di pianura del caporalato pugliese. Dopo Vallata e Candela, ecco Cerignola, Stornara, Orta Nova, ecco le campagne gremite di raccoglitori di pomodori polacchi, rumeni, africani. È lì vicino che la nostra storia, ci ha insegnato Alessandro Leogrande, si replica senza concedere alcuna farsa; è lì che, alla luce del sole, la nostra fortuna relativa diviene la sfortuna di qualcun altro.

I corpi e i volti parlano chiaro, il corpo del mondo non mente, non ne ha bisogno, e magari anche i pomodori della nostra ricetta, del nostro piatto festivo e conviviale, qualche volta saranno venuti da quei luoghi di dolore e sfruttamento.

 

Ebbene, sono convinto che il cibo abbia in seno, al pari del linguaggio, le caratteristiche per costituire una sua archeologia del saper vivere. Seguirlo può spiegare molte cose su questa terra madre e sulla sua stessa discorsività. Se le antiche ricette, nelle loro stratificazioni, nei sedimenti, trattengono impronte, tracce, insieme a un relativo spazio di indagine, e finiscono per disegnare le fattezze di una civiltà solida e radicata; di contro la filiera della grande distribuzione del cibo porta dritta all’irrazionalità con cui, nell’ingiustizia globale, si continua a produrre e sfruttare, senza limiti né responsabilità.

 

In fin dei conti, di mondi, ce n’è ben più di uno sul pianeta. Questa mia ricetta parla solo di quello agricolo, che non va rimpianto, bensì contestualizzato, poiché patrimonio necessario a ripensare l’odierna relazione uomo-ambiente.

L’altro mondo in questione, invece, quello mediatico, liquido e superficiale, lo sappiamo bene, è abitato dai peggiori istinti di un eterno presente. Si impone ovunque e, avendo cura di uniformare o distruggere, laddove approda, occupa qualsiasi orizzonte. Alle sue spalle, svanite orme e tragitti, sopravvive un unico indistinto deserto, in cui non resta che perdersi. Più triste di un mendicante, è l’uomo che mangia solo in pubblico.

sandro abruzzese

Un certo tipo di voce

(prove per un racconto)mare e barche)

 

La tavola di mia madre non ha nulla a che vedere con la mia tavola. La tavola di mia madre è rizomatica, tentacolare, è profonda.
I pomodori della tavola di mia madre, per esempio, provengono da Pila ai Piani, li va a prendere da Pinuccia, mia madre. Sono i migliori, dice. Non ci sono diserbanti, pesticidi, non ci sono trattamenti.  I pomodori di Pinuccia sono più buoni per quello che non hanno, più che altro. Ciò che li fa migliori, in sintesi, è l’assenza, la sottrazione.

Pinuccia poi ha tre figli, uno in particolare ha la mia stessa età, ora fa il geometra a Roma. Sì, lo so, è un’altra storia, ma è solo per farvi capire fin dove può arrivare la tavola di mia madre.

E questi sono solo i pomodori. Non è che le cose cambino con il vino.

Il vino di mia madre, dunque, lo produce il bidello della sua ex scuola, è un vino dolcissimo o completamente d’aceto, perché non ci mette niente, dice mia madre. Il vino del bidello ricorda Orazio perché è buono per un raro e a volte impercettibile frangente, che va colto, altrimenti l’attimo è fuggito e resta il vino. Il vino d’aceto, intendo.
Ma il fatto è che, per il vino, il bidello non sempre vuole compensi e allora tocca contraccambiare, per cui entra in scena il dono, ovvero tutto un certo tipo di flora, di fauna specifica: conigli, polli, e storie di cacciagione, funghi, asparagi, formaggi, raccolti da qualcuno chissà quando e portati a casa del bidello.

Per non dire della carne, della lattuga, delle pere, della tavola di mia madre. Per non dire dell’olio e del pane. Ogni prodotto, ogni pietanza, hanno una storia.

Insomma, forse quello che volevo dire, è che la tavola di mia madre a volte è un mondo, altre un intero universo, in grado di produrre linee continue, arabeschi, cerchi, volute di ritorni, salti. La tavola di mia madre è Tiresia, è Penolepe, Ulisse, Euclide. E’ un luogo di intrecci e risalite, di legami e litigi, è un eterno racconto imbandito che, di contro, mi fa pensare alla mia di tavola.

E al cospetto la mia tavola è superficiale, monca, decapitata: le tracce si esauriscono alla Conad, alla Coop, nei grandi centri commerciali. E’ una tavola anonima e muta, la mia, e assomiglia più a un simulacro: imita il mondo e l’universo, sì, ma ne è solo un lontano e sbiadito riflesso. E non ha storie da raccontare, è silenziosa. E forse è per questo che la amo, la mia tavola, perché mi costringe a immaginare, a osservare di più e meglio, a costruire e imbastire come fossi su delle macerie, tutto daccapo.

Forse è il rapporto tra queste due tavole, la mia e quella di mia madre, che mi spinge a raccontare. Magari si narra perché dentro, dietro il silenzio, – da qualche parte, – si è abituati alla propria lingua madre e a un certo tipo di voce, che risuona, soprattutto quando manca.

Sandro Abruzzese

Un posto nel mondo: appunti sulla provincia

ai ragazzi di Sala Consilina

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Forse in provincia, in una provincia votata al dubbio, al sospetto,

in una provincia plasmata e migliorata nell’alterità

e a volte nell’opposizione agli aspetti più deleteri della metropoli,

si potrebbe essere individui e comunità “sovranamente”, direbbe Bataille,

laddove l’anonimato e l’impotenza urbani

riducono sovente l’essere umano a cosa

Partirei, per un dialogo sulla provincia, dal fatto che “avere un posto nel mondo” è qualcosa di essenziale, che in certe condizioni politiche, come le nostre attuali, può sembrar banale, ma basti pensare all’ex Jugoslavia o alla Palestina, alla Siria, luoghi geograficamente e culturalmente vicini all’Europa mediterranea, per capire che si tratta di una fortuna da cui partire per costruire. Condividere un luogo ricco di risorse, senza particolari attriti, senza odio, guerra, terrorismo, è già una fortuna immensa, lo dico con la mente e il cuore a Srebrenica, per esempio, dove per varie ragioni accade il contrario.

Avere un posto nel mondo”, dunque, fa pensare al concetto di patria: potrei dire con Arendt che la più grande privazione dei diritti umani è avvenuta ai danni di una popolazioni privata di un posto nel mondo: gli ebrei.

Così come accade oggi con i migranti del mediterraneo, è la perdita della comunità politica il passo verso il baratro, la fuoriuscita dall’umanità di chi non ha casa, nome, lingua. Avere un posto nel mondo non è questione da poco. È questione di corpi e spazio che formano luoghi, occorre poi soprattutto “averne cura”.

Permettetemi questa premessa e di dire qui, nel Mezzogiorno, a Sala Consilina, una volta terra di contadini e migranti, che nessuno che abbia perso la patria dovrebbe trovarsi mai nell’impossibilità di trovarne un’altra: si tratti del diritto al radicamento, della libertà di restare, o del diritto all’estraneità, la sostanza non cambia. Oggi escludere un individuo vuol dire cacciarlo dall’umanità, questo non è ammissibile, deve essere ritenuto un crimine: non è il migrante un fuorilegge, ma chiunque lo abbia messo in quelle condizioni, ad esserlo. Chiunque, distruggendo mondi, colonizzandoli e dominandoli, renda priva di senso e disperata l’esistenza altrui, è un criminale.

I migranti del mediterraneo rappresentano ormai l’essere umano nato al momento sbagliato, privo di dignità umana, che non ha più valore assoluto ma è ridotto a membro di un popolo oppure esposto nella sua nuda vita, bandito, direbbe Agamben.

Ancora una volta nella storia abbiamo il profugo (o l’apolide) a porci il problema dell’internamento. Oppure della naturalizzazione.

E ancora una volta in Italia la vita pubblica è stata ridotta a una somma di interessi privati, dove la personalità morale è annichilita, dove l’atomizzazione della società di massa riproduce nuove forme di spietatezza e totalitarismo.

Oggi che l’essere servili e docili al cospetto del potere e dei governi viene scambiato per una normale attività culturale o intellettuale, dobbiamo per giunta registrare il fatto inedito che i territori non esprimono più identità, ma ne importano una posticcia e irreale dai mass media, regredendo così da comunità a località. Così i residenti dei territori, della provincia vivono nelle riserve, spettatori delle vite vere, urbane, cioè quelle rappresentate mediaticamente. È prima di tutto uno sradicamento spirituale, poi materiale, quello di cui siamo vittime.

Ci è mancata, per far fronte a tutto questo, in Italia, fin dal principio una borghesia matura politicamente e siccome il progresso deriva dall’educazione politica, ovunque oggi vediamo dilagare se non ostentare le forme più retrive di miopia e egoismo, caratteristiche sempiterne della reazionaria piccola borghesia italiana, ormai senza più argini. L’Italia, immemore della lezione di Gramsci, Gobetti, vive un continuo presente astorico e apolitico: è una condizione, lo vediamo col salvinisimo, potenzialmente antidemocratica e reazionaria.

La provincia

Dunque, in questo contesto, cosa può fare la provincia? Come agire?

La provincia è subalterna, d’accordo, ha nel suo dna l’esser dominata dalla città anche e soprattutto perché tenta di emularla. La provincia è pure limite e confine, è margine, lontananza dal centro, e questo spesso inocula il germe della partenza, coltivata e nascosta, sbandierata o nutrita nell’intimo. L’idea della partenza deriva in parte anche dal ritratto che se ne fornisce, o meglio dalla proiezione provinciale nell’immaginario comune: l’essere minoritari e periferici apre all’idea di arretratezza, all’antiquato, al chiuso, angusto, cattivo. Per questo essa pone in chi la abita un altrove: il riscatto, la partenza, il sogno.

Partenza e ritorno: Vito Teti, antropologo del restare, insegna la scissione del luogo, del paese, il migrante alter ego, i risvolti dolorosi dello spopolamento.

E allora per capire i luoghi indifesi e dimenticati, per riconciliarci con i paesi e le campagne che compongono il paesaggio italiano, occorre soprattutto comprenderla, la provincia.

Dal punto di vista politico, dopo Gramsci, Carlo Levi, De Martino, Pasolini, stando agli anni recenti, è toccato a un intellettuale di campagna, nativo di Sterzig (Vipiteno), a un politico come Alexander Langer, ricordare che se l’inurbamento pone il problema ecologico, della diseguaglianza, dei costi della vita, della mobilità, dell’alienazione e della violenza, a questo punto è la provincia a diventare d’un colpo il luogo dove la vita è innanzitutto sostenibile, in cui è possibile vivere con pochissimo denaro, in cui si è al riparo dal potere e il dominio stesso è un’attività alla lunga deludente. Langer invita la provincia a rifiutare la competizione con la metropoli, per imparare a cooperare e solidarizzare, così da costruire un futuro nell’alterità rispetto al dominio, rispetto alla tracotanza e alla follia dell’inurbamento che porta il pianeta all’autodistruzione.

Forse in provincia, in una provincia plasmata e migliorata, si potrebbe essere “sovranamente”, dico pensando a Bataille, laddove l’anonimato e l’impotenza metropolitana riducono l’essere umano a cosa.

Sì, perché la provincia è in parte anche maggiore prossimità alla vita rurale, alla campagna. Della civiltà rurale, nonostante i suoi vistosi difetti, può conservare i pregi, partendo da una forma di pietas che viene da quella capacità di ridurre tutto all’Uno, dalla prossimità fatta di necessità, dove vi è la consapevolezza, a volte tragica, del destino comune.

Provenire dal mondo degli ultimi, della semplicità rurale, aiuta a guardare i “nuovi ultimi moderni”, i migranti, con la consapevolezza innata della comune miseria umana. C’è nell’infinitamente piccolo della provincia qualcosa che rimanda davvero all’universo e al cosmo: vedere le comunità, la lingua, i gesti precedenti svanire, assistere alla perdita di senso e significato dei valori di un mondo precedente, anche questo è il potenziale istruttivo e sovversivo della provincia: la misura, l’equilibrio, la memoria, la convivialità, la compartecipazione, la pietas, la parsimonia mista alla generosità.

Tante cose della provincia risultano invisibili, ma essa offre spazio e tempo. Molti rapporti sono basati sul dono e sulla gratuità, sull’ospitalità e l’accoglienza.

La provincia è per ora smarrita, confusa, mescola tradizione e post-modernità, ma è qui che si può e si deve combattere per difendere “la diversità comunitaria dalla dipendenza del mercato”, e dalla semplice diversità individuale (Bauman).

Il grande problema, lo avevano capito i già citati Carlo Levi, De Martino, poi Pasolini, è che gli individui vengono schiacciati dalla massa, dal mercato, dallo stato, dalla burocrazia, e che la tradizione, posto che sia all’altezza di essere conservata nei suoi valori positivi e duraturi, può aiutare la comunità a farsi “cosciente, razionalizzata, organizzata e plasmata”, fino a diventare una società (De Martino).

Se c’è una cosa terribile, a riguardo, non è l’amore per la propria cultura o il binomio esclusivo identità-radici, ma il fatto che si desideri che la cultura e le radici fungano da barriera o siano esportate con violenza agli altri, facendone un ennesimo strumento di potere. L’altra faccia terrificante di questa situazione, lo dico pensando alle ultime strumentali proposte della Lega sul crocifisso, è che si difende una civiltà che tuttavia non si conosce, la si difende nell’ignoranza più cupa, e questa sì è la più grande forma di bigotto provincialismo esistente.

Oppongo poi la provincia al cosmopolitismo, ma non a quello fatto di pace universale e fratellanza degli stoici, di Cicerone, di Kant, bensì all’idea del cosmopolitismo posticcio della globalizzazione, perché il problema è che il capitalismo senza temperamento rende inferno ciò che non lo è. E perché anche l’individuo esercita la sua cittadinanza in un luogo che ha a cuore per continuità generazionale, o in un luogo che conosce bene, dove intrattiene forti relazioni umane e quindi politiche, oppure perché spostarsi richiede un patrimonio di saperi che non tutti possono permettersi (lingua, cultura, denaro) e senza cui si finisce preda del mondo. L’inferno, diceva Carlo Levi, è un mondo di spaesati, di gente senza passato e memoria.

Va detto che la provincia e la comunità del futuro necessitano di far parte di grandi case comuni europee, internazionaliste, progressiste, che estendano e amplifichino la pietas contadina contro l’angusto nazionalismo di stampo fascista, proposto sotto false spoglie attraverso il neologismo “sovranista”.

Si può nutrire il sogno che il mondo diventi un’unica città, uniforme per diritti, tuttavia questo non può voler dire occidentalizzare il mondo. Oggi, tra l’altro, avremmo i mezzi tecnologici e economici per superare la visione ormai riduttiva nazionale di queste vicende e porle al centro del dibattito politico globale. In poche parole si tratta di ricevere i benefici della ricchezza e si tratta del dovere di collaborare a ciò in condizioni di libertà, di opportunità uguali. Questa potrebbe darsi come strada per edificare un mondo fatto di libertà autentica, ma siamo nell’ambito di un discorso complesso che lascio ad altra sede, nel frattempo è giusto essere almeno cittadini di una sola città, è giusto ricordarsi che siamo limitati e come diceva Lorenzo Milani, nella vita possiamo dedicarci a non più di 3-400 persone. Anche questo è un principio saldo che, mentre l’inurbamento sregolato coltiva l’illusione dell’illimitato, dell’apparenza e dell’esteriorità, la provincia ricorda e tramanda.

La provincia, come ho detto, ma vale la pena ripetersi, può lottare per la sua alterità, per il progresso morale oltre che materiale, solo se non vive di proiezioni e di riflessi; può, attraverso una lotta consapevole, resituirci buona parte di ciò che abbiamo perso (ambiente, ecologia, sostenibilità). Può diventare nobile nel momento in cui riporta il lavoro agricolo all’assenza di dominio, lo rende insieme agli altri lavori materiali rispettabile in quanto matrice da cui tutto comincia, in quanto lavoro che non sfrutta nessun altro: per questo la lotta è culturale oltre che economica. Per farlo bisogna difendere lo spazio concreto, certo, ma anche lo spazio dell’immaginario e dell’immaginazione, bisogna difendersi dai media, ripensare la vita, prendersi cura della propria intimità, della sfera privata, perché è soprattutto dal mondo interiore decolonizzato, è dalla solitudine che non è isolamento, ma è per l’altro e con gli altri, che nasce il senso del mondo che vogliamo costruire e condividere.

Infine, la provincia può invertire il rapporto col mondo, può fare emergere tutto dal basso, o almeno mediare, produrre dalla realtà cirocostante: in un mondo dove tutto arriva e ci piove addosso dall’alto, la provincia può, per usare un titolo caro a Luca Rastello, far piovere all’insù e opporre la complessità alla superficialità, la comunità all’isolamento, la cultura del lavoro in assenza di dominio ai disegni di potenza e conquista, il mondo come dimora comune all’esclusione, il sapere come autoregolamentazione e liberazione, la responsabilità e l’autodeterminazione contro i vaneggiamenti del Pil, la cura dell’umano e del circostante all’incuria. Opporre magari la semplicità al narcisismo collettivo, opporre l’attenzione alla bassezza del cinismo, opporre il passato che consente la ricostruzione storica al presente astorico e apolitico, opporre il nostro, tutto da ricostruire, universo morale, umanistico, popolare, alla vergognosa indifferenza della modernità.

Sandro Abruzzese

Da Mezzogiorno padano a CasaperCasa

*articolo comparso sul Quotidiano del sud il 25 marzo del 2018

di Paolo Speranza

L’Italia smarrita di Sandro Abruzzese

Certo, Torre del Greco “non è Manhattan”, e questo lo si sapeva, vicina com’è alla “terra dei fuochi” e all’epicentro di Gomorra. La vera rivelazione, semmai, è che neanche la ricca, civile, progressista Emilia-Romagna può più accreditarsi come la “terra promessa” per i tanti che, di nuovo e silenziosamente, emigrano dal Sud per una vita migliore: “questa non è Hollywood”, sentenzia amaramente Maria, che da Torre del Greco si è trasferita con la famiglia a Parma per assicurare a sua figlia, affetta dalla nascita da una malattia rara, un’assistenza sanitaria adeguata. Senonchè, quello che doveva essere un temporaneo “pellegrinaggio della salute”, da Sud a Nord, è diventato invece un trasferimento definitivo: permanente e senza via d’uscita come la solitudine assoluta con cui Maria è costretta a convivere in quella “immensa e ricca pianura in cui, quando mi sento sola, non resta che andarsene all’iper, a fare la spesa”. Più simile alla depressione strisciante che ad una forma di sognante saudade, questa solitudine amplifica nell’animo della casalinga venuta dall’area vesuviana quel magma di nostalgia, sensi di colpa e rassegnazione di cui è irrimediabilmente prigioniera da ormai vent’anni.
No, non è davvero Hollywood, e non le somiglia neanche lontanamente, quella Padania che da oltre un decennio accoglie (ma sarebbe più corretto dire: ospita) gli attori della nuova e inarrestabile ondata migratoria dalle regioni del Sud Italia: un movimento carsico, inedito nelle sue dinamiche, che ancora oggi i più preferiscono rimuovere, pochi si sforzano di analizzare, quasi nessuno ha raccontato davvero.
Per questo è importante, ricco com’è di qualità letteraria e di coraggio civile, l’esordio narrativo di Sandro Abruzzese, che tre anni fa con Mezzogiorno padano, edito da manifestolibri con prefazione di Vito Teti (presentato in Irpinia a Grottaminarda ed allo Sponz Fest di Calitri in un’iniziativa coordinata da Franco Fiordellisi, Rita Labruna e chi scrive), ha dato vita ad una sorta di “Spoon River meridiana” dei nostri giorni, intrecciando con uno stile già coinvolgente e maturo storie personali di donne e uomini del Sud, sopravvissuti e resistenti, marginali o migranti. Storie semplici nella loro struttura eppure emblematiche, percorse da un vivo realismo e da una partecipe e a tratti vibrante caratterizzazione dei personaggi: “Queste storie apparentemente separate appaiono un unico romanzo sul dolore del nostro tempo presente. Queste storie, apparentemente fatte di scarti e di frammenti, raccontano le vicende eroiche e drammatiche della normalità, di un mondo di sradicati, di persone in fuga per arrivare in nessun luogo e per accorgersi che il luogo forse, come recitano i versi di Scotellaro, è là dove nasce l’erba nella terra e là dove il seme può spostarsi per trapiantarsi lontano”, scrive nella prefazione Teti, autorevole antropologo e meridionalista, estimatore convinto di Abruzzese (che dalla nativa Grottaminarda si è trasferito da anni a Ferrara), tanto da inserirlo fra le firme della nuova collana che dirige per Rubbettino, “Che ci faccio qui?”, per la sua seconda opera narrativa CasaperCasa – presentazione a Grottaminarda alle 19.00 del 30 marzo alla Mondadori – con la quale il giovane docente irpino, blogger e fondatore del progetto “Racconti viandanti” (attraverso cui promuove incontri sul tema dell’erranza) si conferma come una delle voci più interessanti e sincere della nuova narrativa italiana, in grado di cimentarsi con una polifonia di temi, generi e toni.
Se Mezzogiorno padano è infatti una silloge ben articolata di storie e racconti, filtrati dalle voci e dal flusso di memoria dei protagonisti, CasaperCasa è una sorta di odissea esistenziale, con echi joyciani, del protagonista (un insegnante in anno sabbatico dopo un matrimonio fallito) che si svolge tra le strade, le case e l’hinterland di Ferrara, fitta di sensazioni ed incontri a cui l’io narrante cerca di dare un ordine narrativo, costruendo così, come rileva l’estensore della scheda editoriale, “un reportage involontario, ironico e disarmante, di una ricerca di senso condotta con tenacia e leggerezza”. Il reportage foto-cartografico rappresenta una delle particolarità dell’opera seconda di Abruzzese, oltre alla tenace, progressiva conquista di uno stile sempre più personale ed interiorizzato, senza rinunciare (al contrario, esternandoli quasi con orgogliosa passione) ai richiami e agli apporti linguistici e morali di una solida teoria di buone letture e visioni d’autore.
La Ferrara narrata dal giovane scrittore meridiano non ha più l’opulenza fascinosa e dai risvolti talora torbidi del “romanzo di Ferrara” di Bassani o l’aristocratica eleganza di certi squarci dei film di Antonioni, per citare due tra i suoi figli più illustri, bensì è pienamente partecipe del grigio declino dell’Italia e d’Europa, di cui anche l’ampia e suggestiva appendice fotografica di CasaperCasa sembra restituirci, insieme all’antica bellezza, un retrogusto di spenta grandeur di provincia, di ripiegamento e di vuoto.
«Paese incridibile questo, Alecsandro, tantasorpresa, tanto riccopaese questo, o no? Anche tanto stranopaese di questi cosechecapita in riccopaese, o no? Certi volte questo che sento qui è di paesestrano, molto moltoancora più di che Ucraina sai?», commenta nel suo improbabile italiano Giorgio “Aggiustatutto”, l’immigrato ucraino che diventa compagno di viaggio ed amico del tormentato Ulisse di CasaperCasa, finendo per scoprire una città ed una Italia molto più complesse, tristi e ripiegate in se stesse di quanto lui, e come lui tanti migranti attratti dal “miraggio europeo”, avrebbe potuto mai prevedere. Ma non va meglio, peraltro, a tanti personaggi autoctoni, emigrati dal Sud o residenti “storici”, feriti e confusi da una vita privata e collettiva sempre più povera di umanità e di sorrisi, di relazioni sociali, di antidoti etici e culturali a una sorda, e sempre meno sotterranea, violenza.
Questa non è Hollywood, appunto. E non tornerà ad esserlo, se mai lo è stata. Perché se il futuro appare problematico e incerto, ancor meno senso ha il rifugio nella nostalgia di un recente passato, benchè indubbiamente migliore.
Scrive Abruzzese in una delle pagine più profonde del libro, citando uno dei suoi autori preferiti: “Portami con te, scrive in una poesia dedicata al figlio Attilio il poeta Caproni, e invece sa benissimo che il bello di questo mondo è prendere la propria strada, sperando sia la volta buona, il verso giusto, tentare di inseguirlo”. Come l’Ulisse che è in ognuno di noi, il più delle volte represso o nascosto in nome di un’esistenza più comoda e sicura. Ma di quelle certezze rassicuranti che hanno come protetto in un involucro di benessere, fino a ieri, Ferrara e l’Emilia e gran parte d’Italia, non vi è traccia nei personaggi di Mezzogiorno padano e di CasaperCasa. Ai quali non resta che affidarsi, in una vita che è sempre più resistenza quotidiana, alle residue risorse di vitalità ed ai barlumi di solidarietà umana e civile che a tratti illuminano la lunga strada, piena di foschia, che li separa dall’approdo alla loro personale e ancor sconosciuta Itaca.

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Il Vangelo secondo Matteo… Salvini

“Nulla è più lontano dalla nostra preoccupazione che la vita politica, dal momento che un solo stato riconosciamo di tutti, il mondo”. Tertulliano, Apologetico.

Alla tv c’è Salvini che giura qualcosa, col Vangelo in mano si insedia da ministro, parla del rosario che ha nelle sue tasche.
Ieri ha preso di mira i rom pronunciando, tra le altre scempiaggini, una gravissima frase discriminatoria: “quelli italiani purtroppo ce li dobbiamo tenere”.
È acclamato Salvini, lo osservo e mi sovviene una frase trovata nella Repubblica di Platone: “credono veramente di essere uomini politici per il fatto di venire lodati dalla folla”.
È chiaro che Salvini sa con chi sta parlando, sa quel che dice anche se è profondamente contraddittorio.
Il leghista brandisce simboli del cristianesimo, religione universale, cosmopolita, avversa ai comunitarismi identitari, per selezionare e aizzare la sua comunità dell’odio e della rabbia, altro che carità.
Vale la pena ricordare che è stato Paolo a rendere universale il cristianesimo, dopo che Gesù aveva esteso il concetto di dignità umana a tutti.
Ora, visto che nel cristianesimo ciò che conta è l’amore, nel Vangelo di Salvini ci sono degli aspetti che proprio non tornano: egli è quanto di più distante dalla miseria umana e dallacompassione. La sua figura rabbiosa strumentalizza i ceti medio-bassi, cavalca lo spaesamento attraverso la questione sicurezza e immigrazione: egli è totalmente sprovvisto di quello che Jullien ha definito il senso comune dell’umano. Senza dimenticare che, proponendo una selvaggia flat tax a favore dei ricchi, il nostro ricorda più la parodia di un Robin Hood venuto male, che il soccorso del prossimo.
Le condizioni perturbanti del suo agire, poi, riguardano una cattiveria superflua, non necessaria, non solo manca di qualsiasi equilibrio, ma anzi attraverso la violenza verbale ammicca già a una società degradata, esclusiva, fondata sull’odio per il diverso, sullo sprezzo delle regole costituzionali, su una continua riproposizione della dicotomia nemico/amico (Nord/Sud, Italiano/Straniero, Italia/Europa, Cristiano/Islamico).
Non so davvero quale sia il Vangelo di Salvini, anche perché sarebbe banale ricordare che Cristo era povero e vagabondo, “nomadava” per dirla con la povera Meloni, e dopo di lui lo fu Francesco, dunque forse più che al cristianesimo della povertà, Salvini aspira a un finto clericalismo.
In definitiva, se Cristo si pone il problema del male, e il messaggio cristiano, ricorda Simone Weil, è volto a impedire la nostra porzione di male, parole come pietà, carità, interrogano ancora una volta la politica dell’odio e l’aspetto discriminatorio del ministro Salvini e del suo partito.

Tornando al senso comune dell’umano, viene utile ciò che scriveva in Vita activa la Arendt: “una sensibile diminuzione nel senso comune in una comunità e un sensibile aumento di superstizione e credulità sono pertanto segni quasi infallibili di alienazione dal mondo”.
Ho già scritto che questa massa di alienati non è stata creata da Salvini né da Berlusconi o Renzi. Se loro hanno contribuito notevolmente, il cedimento è avvenuto ben prima e ha coinvolto tutti: politica, giornalismo, istituzioni.
Oggi che la nuova ricerca di un’identità collettiva sordida sopperisce all’assenza di identità dell’individuo, ormai orfano di senso comune, si profila una società minorata, antidemocratica e antipolitica, di cui il leader della lega è il prototipo: la sua guida naturale.

© Sandro Abruzzese, 19 giugno 2018

 

* Questo articolo è apparso precedentemente su Poetarum silva

Dalla fine della Sinistra al Salvinismo

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È difficile rimanere ottimisti di questi tempi rispetto alla situazione politica. Sembra che l’Italia sia immersa in una febbre antica. Si risponde al problema delle migrazioni puntando il dito contro i neri. Sono i neri il problema, diciamocelo, anzi i negri. È difficile dimenticare i fatti di Macerata, Firenze, di San Calogero, l’Aquarius.

La disorganizzazione dello stato italiano produce, oltre alle mafie e ad altre forme di acceso squilibrio, anche questa deriva ignobile. Si vive di capri espiatori come in epoche tutte da dimenticare, utilizzando slogan degni dei periodi più bui della storia.

La regressione del livello politico dei partiti, dell’informazione, e di conseguenza dei cittadini, è il termometro delle condizioni attuali: si ragiona per municipi, interessi di ceto, addirittura emerge un nuovo, fantomatico, interesse nazionale.

Se solo il fascismo mascherato è più odioso dei fascismi, tuttavia i Salvini o i Berlusconi non possono essere considerati la causa, bensì il prodotto della condizione odierna. Per arrivare a questo punto è occorso abituare le persone a narrazioni illogiche, emotive, irrazionali. Occorrono decenni di complicità trasversali per cancellare la ragione, boicottare i nessi logici, ignorare costantemente le cause prime degli eventi e puntare tutto sullo sfruttamento del rancore e della paura. Solo così lo sradicamento, l’emarginazione, la solitudine, le frustrazioni, diventano il bacino d’odio a cui attingono le destre dei vari Salvini. Ma prima di ciò bisogna privare i cittadini di comunità, spaesarli, togliergli assistenza e voce, privarli di senso, per domiciliarli nell’estraniamento, farli sentire insignificanti e inutili. Per arrivare a Macerata, San Calogero e all’Europa odierna bisogna spogliare le persone della loro dignità e abituarle a un certo grado di servilismo, occorre atomizzare la gente per renderla così fragile e debole. È la messa al bando della ragione e della politica a generare la viltà di oggi. Quello che vediamo è solo il prodotto di una lontana e ignominiosa resa.

Tanto più che qualsiasi analisi seria e argomentata, anche se razionale, documentata, veritiera, ormai è destinata a essere zittita dagli schiamazzi di ringalluzziti leader politici e seguaci. Hanno la maggioranza e gli italiani sono con loro, dicono. Allora qualcuno dovrebbe ricordare che tuttavia democrazia non è sempre decidere a maggioranza, poiché non vi è democrazia se non sono assicurate le condizioni democratiche, che vengono prima della maggioranza.

E invece per il problema dei migranti la soluzione proposta da decenni è spostarli, evitarli. Si cerca solo di farli sparire alla vista. Non conta altro.

Qualcuno obietterà che i migranti non fanno parte della famiglia, non sono italiani e per di più sono neri. Ma il fatto è che una patria realmente democratica si costruisce nel rispetto del genere umano, non della famiglia. Una patria democratica, mi riferisco anche all’Europa, è reciprocità, la sua base è la giustizia. E ogni volta che il privilegio soppianta la giustizia, muore un po’ di patria, come sta morendo la nostra, verrebbe da dire.

Prendiamo l’indignazione per le spese dovute ai migranti: stranamente questa indignazione non compare per l’endemica corruzione, per lo strapotere mafioso, per l’inefficienza della giustizia, della sanità, stiamo parlando di cifre ben più cospicue che però hanno un filo in comune: queste, sì, sarebbero responsabilità della nostra classe politica e dirigente.

Dunque, si potrebbe abbozzare una risposta al fenomeno migratorio, tutti sanno che è generato dalla forza centripeta del capitalismo. È il capitalismo, la nostra forma finto-opulenta di esistenza globalizzata, invasiva e distruttiva, a metterci in rapporto di reciprocità con chiunque, una forma economica basata sull’energia e il lavoro a basso costo, per cui il tema dell’egoismo nazionale è non solo anacronistico ma anche un ulteriore svilimento del discorso. Se c’è un debito è dei paesi ricchi verso il resto del mondo, ricordava Langer, poiché sappiamo bene che questa ricchezza è fondata sull’oppressione, la distruzione e l’inquinamento di interi altri mondi possibili. La nostra è una storia di una violenza e di una vigliaccheria inaudita, ma far finta di non averne memoria è davvero il colmo.

Stiamo parlando del sistema politico-economico delle grandi potenze in cui, tra l’altro, da tempo si registra la gravissima subalternità della politica all’economia, per non parlare della dittatura della crescita: un ossimoro che ignora l’ecologia, la sostenibilità, i diritti umani. Ancora una volta siamo vittime di una realtà autodistruttiva e, anzi, tutto il mondo risulta basato sui suoi astuti feticci: quello della potenza, quello del benessere: è una colossale follia globale. La stessa follia proposta sulla pelle dei profughi che fuggono dalle nostre guerre, sulla pelle dei migranti che fuggono dai nostri dittatori. È la politica dello struzzo che pur di non ridistribuire la ricchezza farebbe di tutto.

Ma come è stata possibile tale regressione? Tornando all’Italia, quel che è mancato negli ultimi trent’anni è una vera sinistra internazionalista, pacifista, che rinvigorisse l’imprescindibile critica della società di stampo marxista e con essa rinnovasse l’attenzione alla vita delle persone. E invece la distanza tra società e politica si è fatta siderale e esiziale. Non ultima, è venuta meno quella tensione culturale, il dovere morale della continua ricerca di equità e giustizia propria della sinistra. La critica politico-economica è diventata ricetta stantìa, come le forme di protesta, gli slogan, l’apporto si è fatto talmente narcisistico, egocentrico, da risultare aperto personalismo.

Ciò che rimane nell’immaginario collettivo di trent’anni di politica di sinistra italiana sono i salotti televisivi e i cashmere di Bertinotti, la barca a vela di D’Alema, i romanzi improponibili di Veltroni, l’umiliante deriva verticistica renziana.

Mentre tutti i leader politici occupavano più i talk-show che gli scranni parlamentari, veniva completamente abbandonata la rete capillare delle strutture partitiche della penisola, essenziali luoghi di condivisione, coinvolgimento e partecipazione: vera ossatura della penisola.

Nel frattempo, i luoghi, i territori periferici, abbandonati dai partiti, hanno subito i cambiamenti senza comprenderli e senza potervi partecipare, la vita privata ha preso il sopravvento un po’ ovunque. E il risultato è che i luoghi oggi non esprimono più alcuna identità, non creano cultura, ma la importano dai mass media. Si vive di un riflesso artificiale, regredendo così da comunità a mere località di spaesati. Così i residenti vivono in delle riserve, spettatori delle vite vere, urbane (sempre più artificiali), cioè quelle rappresentate mediaticamente. Nelle riserve la politica oggi arriva solo per le elezioni, a chiedere il voto. È prima di tutto uno sradicamento spirituale, quello di cui parlo, poi materiale, certo, su cui è stato facile soffiare il fuoco della paura, della frustrazione, della rabbia. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: e allora è il caso di citare Gramsci per dire: Istruitevi perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza.

Sandro Abruzzese

Vito Teti su CasaperCasa

frontespizio casapercasa

CasaperCasa, Rubbettino editore 2018

 

 

“…tutto poteva essere pensato, pianificato e fatto meglio, lo riconosco. Ma insomma è andata proprio in questo modo. E’ finita così, ormai non si torna indietro” (Sandro Abruzzese, CasaperCasa, Rubbettino 2018).

Un romanzo bellissimo, Sandro, un libro vero e profondo. Una lettura necessaria per quanti si occupano e scrivono di luoghi, di paesi, di città, cercandone l’anima, le luci e le ombre, la storia, la memoria, il presente. Un romanzo vero e intenso, leggero e profondo, un viaggio appassionato in una Ferrara che è metafora dell’Italia e dell’Europa, con le sue fobie e le sue generosità e un generale senso di spaesamento e di una costante ricerca di senso. Tra le pagine del taccuino del protagonista prendono vita personaggi sradicati e di grande sensibilità umana e un’intera città, un microcosmo, viene ripensata attraverso una cartografia di luoghi, storie ed esistenze. Un romanzo che è anche un reportage nei luoghi della crisi di una città che non trova, nelle nobili tradizioni culturali del passato, una memoria fondante del presente. Un libro che ci porta a fare i conti con il nostro passato che non parla e con un presente che non riesce ad ascoltare le voci di chi è sempre impegnato a trovare un senso pure nei luoghi della più profonda dispersione.

Con questo romanzo, che appare dopo Mezzogiorno Padano (Manifestolibri, 2015), nella collana “Che ci faccio qui” della Rubbettino, Sandro Abruzzese supera la difficile prova del secondo libro e si conferma scrittore, etnografo, osservatore, una delle voci più originali delle “letterature” dei nostri tempi, che riesce a dare voce a tutti coloro che si sentono senza luogo e senza patria e che, come Alexander Langer, a cui dedica il libro, cerca di individuare e indicare possibili ponti tra passato e futuro, tra figure inquiete solo apparentemente lontane. E lo fa con la sensibilità di chi non dimentica un Sud che, pure da lontano, affiora e rappresenta punto di riferimento ineludibile, per poter abitare un nuovo mondo che va costruito assieme agli altri.

Le mappe e le immagini della città che ci conducono nei luoghi attraversati dai protagonisti fanno parte della storia di una città visibile e invisibile, che accoglie e respinge, si mostra e si rinchiude. Un libro come questo aiuta più di mille analisi e di elaborate riflessioni a capire quanto sta accadendo e perché accade nella vita sociale e politica di un Nord e di un’Italia che, a ragione, vogliono cambiare pagina, ma, forse, lo stanno facendo senza una direzione e una metà precise e condivise.

 

Vito Teti

Perché il REDDITO MINIMO è NECESSARIO!

O  del come non si tratta di democrazia, senza giustizia

comunista piero

dal progetto fotografico Close your eyes, a La Courneve, il comunista Piero, foto di Daniele Domenico Delaini

Per capire l’importanza della discussione intorno al reddito minimo occorre fare un discorso articolato. Cercherò di essere il più conciso possibile.

Oggi i governi democraticamente eletti devono sottostare ai ricatti del mercato, del capitale finanziario. Ma la posta politica in gioco, la massima aspirazione per i cittadini, italiani e non, credo sia il raggiungimento del più alto grado di libertà individuale e collettiva, la posta è il progresso morale e materiale, quindi più capacità di incidere sulla propria vita, sulla realtà, più democrazia, socialità.
E tuttavia la libertà non esiste senza le condizioni materiali di libertà: occorre in primis che nessuno sia sfruttato. La libertà è prima di tutto “lavoro e istruzione”, e un sistema di mercato come il nostro è accettabile solo se non genera “dominio e sfruttamento” ma è contendibile, scalabile dai cittadini o addirittura può essere ignorato: questa è democrazia come spazio di libertà.
È chiaro che in Italia, come ovunque, sul mercato esistono realtà di predominanza, fatte di introiti anche clamorosi, ma a questo punto se non interviene una redistribuzione equa delle risorse ci ritroveremo con dei cittadini di serie A e altri di serie B. La libertà di mercato quindi deve essere un’occasione per tutti i cittadini e non deve essere l’unica strada, anzi la sovranità dei cittadini passa per la libertà di scegliere tra competizione e solidarietà, o gratuità, insomma altri stili di vita a cui partecipare col proprio lavoro o contributo cooperativo.

Prendiamo la condizione odierna: oggi chi non ha denaro è spacciato. Oggi si considera compito di uno stato moderno garantire solo sicurezza, libertà, possesso, ma poi si lascia a ognuno l’onere di trovare lavoro, beni e altro. E invece risulta importantissimo rendere conto volta per volta politicamente delle occasioni, delle possibilità offerte ai cittadini (la costituzione insegna!): la divisione del lavoro, il reddito, la costrizione a dover vendere se stessi, le proprie conoscenze, la forza-lavoro, il tempo, secondo condizioni di “mercato” può non essere una condizione democratica poiché il mercato ha tendenza colonizzatrice e totalizzante, per dirla con Stefano Petrucciani, soprattutto se l’economia è slegata dalla preminenza della politica, come accade al nostro stato oggi.

È inaccettabile quindi che si costringa il cittadino ad accettare compensi e lavori determinati dal dominio del mercato e non dalla giustizia sociale (retribuzione, orario di lavoro, ecc). È in questi termini e per non mettere in discussione il capitalismo (il quale, è bene ricordarlo, col meccanismo dell’ereditarietà dei beni si rende antimeritocratico), né la libertà di mercato, che si pone il problema del reddito di esistenza o comunque si voglia rinominarlo. Si pone il problema, pensando a Marx, di limitare il dominio di classe e l’alienazione dell’individuo nella società.
Oggi, tra l’altro, abbiamo i mezzi tecnologici e economici per superare la visione ormai riduttiva nazionale di queste vicende e porle al centro del dibattito politico globale. In poche parole tutti devono ricevere i benefici della ricchezza e hanno il dovere di collaborare a ciò in condizioni di libertà, di opportunità uguali. Questa è la strada per la costruzione di un mondo fatto di libertà autentica.

Quello che ho scritto lo devo a tante letture che non ho il tempo di elencare, ma è frutto del mio lavoro, e produce valore perché chi lo legge impara qualcosa e questo può essere socialmente rilevante. A tal proposito sovviene ciò che scrive sul reddito d’esistenza Girolamo De Michele, e cioè che non lottando contro l’evasione, non avendo la volontà di redistribuire il reddito attraverso una tassazione più equa e produttiva, “anche senza partecipare ad attività produttive dirette, il mio intelletto è sempre al lavoro, come parte di un intelletto sociale che interagisce col sistema globale della conoscenza e della comunicazione” (La scuola è di tutti, p 61), quindi, il sapere nella nostra società è di per sé produttore di valore, è un’attività continua di elaborazione che merita un reddito minimo di esistenza.
Se l’intera vita viene messa in valore, allora è giusto che una parte di essa venga retribuita, oggi la conoscenza è la sostanza stessa del capitalismo che è diventato cognitivo. La conoscenza genera produzione e valore.

 

Sandro Abruzzese