Categoria: Lettere settentrionali

Ancora un anno

img_5975Caro Mario,

lo sappiamo per chi avresti votato, No? C’è stato il referendum e ha vinto il No. Allora ti aggiorno un po’. Innanzitutto sappi però che secondo un certo Testa (che si fa chiamare “Chicco”, o secondo  Vittorio Zucconi – ma lì è arteriosclerosi -) , è stata “colpa” del Sud, del “nostro” Sud, se la riforma è fallita. Io gli avrei risposto: la Costituzione al Sud è in vigore? L’articolo 3, per esempio, oppure il primo, sono rispettati? E Milano non è Sud? Chi c’è nelle caserme, nelle scuole, negli uffici pubblici, in fabbrica: chi c’è? Non li vedete i meridionali? I medici, i magistrati, i notai, i venditori ambulanti: ditemi, ma sono solo io a vedere un’Italia costruita sullo sradicamento costante e continuato dei meridionali prima e ora degli stranieri?  Tu forse avresti risposto:  è il capitalismo, bellezza!

Ma avrei fatto il loro gioco rispondendo così, poiché polarizza e divide pregiudizialmente chi non ha argomenti, chi vuole confusione e non chiarezza. È la contrapposizione cieca, priva di argomenti razionali (il binomio amico-nemico, non è altro che lo schema del populismo imperante).

Avrei dovuto dire: comunque il fatto è che tu puoi avere, sì, di grazia, il 40% di disoccupazione giovanile; comunque puoi avere un reddito pro-capite pari alla metà delle regioni del centro-nord; tu puoi esportare una città di medie dimensioni all’anno fatta di tuoi cittadini emigrati; ebbene, sì, puoi pure sottostare, in alcuni casi, al controllo mafioso del territorio, vivendo nel terrore e nella minaccia costante: puoi stare, si capisce, in assenza di ferrovie e strade, anche in assenza di diritti:
ma se poi voti come ti pare…, questo è davvero troppo, questo no.

Ma avrei fatto il loro gioco: un’ennesima contrapposizione: nord- sud, italiano- straniero e via dicendo… Invece l’unica contrapposizione che accetto è tra ricchi e poveri, e il potere raramente sta dalla parte dei secondi. Il razzismo imperante dell’Italia odierna, fomentato da politica e tv, giornali, per esempio, è contro i poveri, non contro gli stranieri.

Ma tu la sai la storia come è partita, dapprincipio. Negli anni ’90, a voi militanti, a voi, i vostri stessi compagni lasciarono intendere che sì, va bene impegnarsi però senza esagerare che al resto ci pensavano loro, a Napoli, a Roma, a Milano. D’accordo, la partecipazione, ma insomma, sappiamo benissimo cosa c’è da fare per cui pensate alla famiglia, al lavoro, al campionato. Non ce l’avete un palo della cuccagna lì in provincia, ebbene aggrappatevi e portatevi a casa un bel prosciutto, cosa volete di più? Perché qui ci siamo noi, non c’è alcun bisogno di tutta questa buona volontà: siete al sicuro, nelle nostre capaci mani, tornate a casa, guardatevi la tv, distraetevi, è tutto a posto.

Così finì il cambiamento, scoraggiarono qualsiasi tentativo dal basso. Così sono morti gli anni ’70 nel resto d’Italia. Quegli stessi gruppi di potere oggi ci chiedono ancora una volta di stare a casa e lasciare a loro ancora più potere. Dobbiamo solo votare, nient’altro. Non vi azzardate a discutere, a portare istanze autonome, altrimenti siete vecchi, lenti, e invece loro sono veloci, impavidi, e sanno benissimo cosa fare per il Paese.

E allora che facciamo, Mario? Io davvero non lo so. So che c’è la giustizia, la verità, e il resto so’ chiacchiere, è giusto Marié? Ho detto giusto?  So che al di sopra della morale, c’è solo l’esempio civile, è giusto Marié? Per cui qua è tutto da rifare. Non abbiamo alcun esempio. L’unica cosa, ho smesso di avere paura. È l’ultimo tassello, questo. Ti fanno paura col mercato internazionale, col fallimento dello Stato. Minacce continue, ammiccamenti e bonus, mancette. Ma chi ha bisogno delle mancette ha dignità, Mario? E poi come faccio a votare Sì a una proposta incomprensibile, che aumenta i poteri del governo, senza sapere con quale legge elettorale sarà eletto il nuovo parlamento? Allora, dico io, Marié, ma se la soluzione era una sola, facevamo il plebiscito e non il referendum. Non era meglio? Se si poteva solo acclamare, magari qualcuno che andava in piazza lo trovavamo (pensionati ovviamente).

Solo la Costituzione si ricorda che cos’era il fascismo. Ogni sua parola parla del totalitarismo e vi si oppone costantemente. La fiducia cieca è per principianti. E noi saremo pure pessimisti, tuttavia non senza ragioni, marié, è vero o no?

Un abbraccio. Prometto che non ti scrivo più. (forse)

 

P. S.

Lo vedi che qualcosa di te è rimasto negli altri? Muoiono del tutto solo le persone dimenticate. Allora svaniscono le parole, i suoni, le immagini. Invece di te, caro Mario Capozzi, qua ci sta ancora un sacco di gente che si ricorda, che ricorda il tuo stare al mondo partigiano, convulso, contraddittorio, passionale. Quel tuo stare al mondo così “vivo”.

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Sud: basta aspettare che ci liberino da noi stessi

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Chiesa di Cotronei

testo e foto di Sandro Abruzzese

Quando alla tv, sui giornali, sui social network, vedo scorrere le immagini dei luoghi più belli del Meridione, da meridionale che vive da tempo nel nord del Paese, provo una vena di rammarico mista a un lieve e indecifrabile fastidio. Dietro le cartoline, i video che mostrano le bellezze del Sud, rivedo gli alibi dei meridionali, i complessi di inferiorità, le giustificazioni. Vedo una risposta puerile ai fallimenti, false assoluzioni, assenza di colpe e colpevoli. Forse è questo fare autoassolutorio che mi ferisce. Ma non solo. C’è pure l’amarezza per il fatto che la bellezza della natura non è un nostro agire concreto e quella delle città risale a secoli addietro. Forse è l’amarezza dovuta al fatto che non c’è merito in quel che viene mostrato, che nulla è stato progettato e costruito (a volte nemmeno semplicemente custodito) da noi. Insomma, pure lei, pure la bellezza, sento che in qualche modo tradisce il Sud e finisce per fargli più male che bene. Lo fa parlando di menzogne, rifacendosi al passato che ognuno legge a suo modo, e così inganna, contribuendo alla confusione perpetua che ci attanaglia.
È difficile sentir parlare del Mezzogiorno sui giornali e le tv nazionali senza incorrere in visioni spesso superficiali e stereotipate, concordo con Di Consoli. Il Nord da cui scrivo ha un’idea vaga, indefinita del Sud, tramandata dal contatto con migranti o da fugaci vacanze estive nelle zone costiere. Questo è un aspetto fondamentale da cui partire. È qui, nelle immagini e nella narrazione dei fatti e degli accadimenti, che la Calabria e il Sud dimostrano la necessità di conquistare chiarezza e lucidità, o per citare l’articolo di Vito Teti, “verità”. L’opinione pubblica locale, – prima che quella nazionale, – i suoi giornali, gli intellettuali, hanno il dovere di descrivere ciò che realmente accade nella loro terra. E avrebbero pure il diritto di raccontarlo senza per questo mettere a repentaglio l’esistenza. Ma si sa che la Calabria è un’isola. Quei piccoli Pirenei rappresentati dal Pollino sono il suo ennesimo mare. Molti giornalisti calabresi hanno messo a rischio la loro vita per raccontare la verità. Credo fermamente che questo sia il punto cardine da cui ripartire, la prima conquista per cui lottare: essere in grado di raccontare la verità, mettere al centro del discorso pubblico i nostri limiti e i meriti, attraverso un costante esercizio razionale, significa sconfiggere “il cono d’ombra” di cui parla Di Consoli e svolgere le funzioni a cui ci richiama Teti. È una battaglia culturale chiara che si deve servire delle associazioni e della scuola e, una volta intrapresa e portata a termine, essa costringerà i mezzi di informazione nazionali a prendere atto di cosa siano realmente la Calabria e il Mezzogiorno. Solo quando noi saremo riusciti a darne la vera e complessa immagine a noi stessi, altri non potranno che prenderne atto. Perché questo momento arrivi, occorre smettere di aspettare che qualcuno ci liberi da noi stessi. Così aspettavamo Napoleone e i francesi per la repubblica, Così i sabaudi si accordarono con i gattopardi, così gli americani usarono la mafia, e Portella della Ginestra resta a imperitura memoria. Così i fascisti accolsero i notabili locali. Così rinnoviamo l’attesa passando dalla Democrazia cristiana al Berlusconismo che sembra aver trovato degni eredi e prosecutori nel fantomatico Partito della nazione. Quando si parla di Sud, mi pare si parli sempre di attesa, pazienza, rassegnazione. Se è così, almeno si mostrino i colpevoli, le connivenze, i tradimenti locali e nazionali. Se è così, almeno si dica il vero perché senza non è possibile giustizia e nemmeno orgoglio.
Se il primo punto è la verità, trovo che essa sia intimamente legata a una serie di altri punti. Essa apre al problema della libertà, di un Sud libero in cui il territorio sia nelle mani salde dello Stato. Non è possibile parlare di libertà senza far fronte a necessità primarie da soddisfare. Ecco che subito il discorso, da locale, diventa di carattere nazionale. Il Sud e la Calabria hanno il problema della libertà, e la libertà, l’indipendenza vengono dalla dignità del lavoro.
Il grande tema assente e orfano di partito, oggi, in Italia e nel Meridione, è il lavoro. La condizione delle nostre terre, non dando giusta retribuzione a sforzi e rischi, fiacca gli animi, demoralizza, abitua alla partenza e alla rinuncia. L’assenza del lavoro apre alla piaga ormai endemica e insopportabile dell’emigrazione, dello sradicamento, motivo per cui oggi esistono più calabresi all’estero o nel resto d’Italia che non in Calabria. Esistono altrettanti meridionali al Nord che vanno a formare un vero e proprio Mezzogiorno padano.
A questo si aggiunga una classe politica e dirigente dalle responsabilità gravissime (anche qui concordo con Teti), specchio del debole tessuto socio-economico. Mentre esistono caratteristiche oggettive di svantaggio per il territorio calabrese nel fare impresa (penso all’orografia, alla distanza e alla viabilità), non esiste alcuna valida giustificazione per le condizioni in cui versano la sanità, la scuola, le università, i centri di ricerca, le strade, i bilanci. Ma di nuovo, inesorabilmente, i temi via via presi in rassegna riportano a problemi nazionali, perché è vero ed è stato detto spesso che ciò che accade nel resto del Paese è come se si ingigantisse nelle sue estreme propaggini. Un organismo malato mostra i propri cedimenti nella parte più debole e esposta del corpo.
Se “la linea della palma” di cui parlava Sciascia è arrivata a Milano, sono persuaso ancora delle parole di Carlo Levi, quando sostiene che non esiste una questione meridionale. Esiste il problema dello Stato italiano e oggi potremmo aggiungere dell’Unione europea. O con Gramsci, quando sostiene che esiste il problema del rapporto tra città e campagna, tra civiltà industriale e contadina, tra il Nord urbano e il Sud contadino.
Ci sarebbe ancora la questione demografica: l’Italia è un paese vecchio, dove le risorse sono nelle mani di una classe media che è avanti con l’età e in questo panorama, l’emigrazione dei giovani meridionali specializzati crea un continuo travaso di forze e anticorpi da luoghi che ne hanno estremo bisogno a luoghi costituzionalmente più sani: un lento stillicidio confermato dai rapporti Svimez degli ultimi anni.
In conclusione, guardando all’Europa e alla Storia, ho l’impressione che tutto il mondo intellettuale europeo, e italiano in particolare, abbia ricevuto un colpo letale non tanto dalla caduta del comunismo, quanto dall’abbandono tout court del marxismo. Si è finito per abbandonare lo studio e l’analisi di stampo marxista, quando era e rimane una grande fucina intellettuale (penso alla scuola di Francoforte, a Pasolini, per fare i primi due nomi che sovvengono) in grado di decodificare le imposture del nostro sistema nazionale e globale. Oggi nessuno ha più idea di che Italia occorra costruire. Niente casa comune, né idea di comunità. C’è uno smarrimento silente e assordante fatto di individui soli. Inm definitiva, non siamo riusciti a costruire il futuro, anche se quest’ultimo sembra essersi servito di noi. Di conseguenza oggi l’Italia è un Paese incompiuto, di cui rimane in eredità quello che Banfield ebbe modo di definire il suo “familismo amorale”, quello sì è ruiscito a inerpicarsi, dalla linea della palma, fino alle più remote pendici delle Alpi.
S.A.

*L’intervento si riallaccia a due articoli dei giorni scorsi, firmati da Andrea Di Consoli prima, sull’Unità del 26/03, e da Vito Teti poi, sul Quotidiano del Sud del 31/03, che hanno aperto a una riflessione sullo stato della Calabria e del Meridione in generale.

* *L’articolo che è uscito su Il quotidiano del Sud del 3 aprile 2016

Taccuino rodigino

 

A Rovigo ci vado per la presentazione del libro. Tento di dire dell’Italia incompiuta, del Mezzogiorno padano fatto pure dai meridionali che stanno al Nord; da questa strana gente: sradicati, studenti, fuggitivi, scontenti, insomma emigrati. Viene pure Giorgio, rinuncia alla finale di Sanremo e soprattutto a Napoli-Juventus per una serata insieme, porta in dono ciò che ha di più prezioso: il tempo. Grazie alla sua presenza non percepisco ansia né distanza, di colpo il mondo si alleggerisce: è l’illusione della compagnia, – stare con chi si condividerebbe volentieri il pane, – a sorreggere il peso del mondo stasera. Gli chiederò di leggere qualche brano, ancora non lo sa ma, alla fine, non si tirerà indietro. Poco fuori Ferrara, oltrepassiamo il Po che è già notte, ma prima la visione della centrale elettrica che si staglia deforme e luminosa e un po’ ti scopre sempre bambino nello stupore.

Quaranta chilometri volano. Giorgio si chiede come abbia fatto Edoardo Nesi a vincere il premio Strega, vuole per forza farmi leggere Canale Mussolini, dice che parla della sua terra, lui che è figlio di un immigrato veneto nell’agro pontino e di una campana.

Il locale di Maura, a Rovigo, prende l’angolo della strada in via Miani, ha due o tre belle vetrate da cui si vede ogni cosa. Ci accoglie la consueta gentilezza di Marco e quella di Erika. Al tavolo, poco dopo, si uniscono Clorinda e Pino, due insegnanti meridionali al Nord, in seguito accoglieremo Vincenzo, musicista mestrino che studia al conservatorio e scrive le partiture dei pezzi suonati sui tovaglioli. Clorinda è siciliana, però la mamma è originaria di Melfi e il padre di Taurasi. Pino viene da Cosenza ed è un grande conoscitore del Cosenza Calcio. Mi chiede se ho giocato a calcio, lui sì. Ricorda quando la Cavese vinse contro il Milan, controlla chi segnò sul telefonino. Ricorda quando il Cosenza fu sconfitto a Latina. Dice che l’arbitro era venduto. Tutti si lamentano di Rovigo per svariati motivi: perché non c’è niente, perché la gente, perché il clima, perché il lavoro, la ricchezza, la mentalità, perché la vita, perché la lega…la storia… la provincia…

I musicisti che suonano sono di Lugo e Adria, Quello di Lugo vive a Bologna, si complimenta, dice che è d’accordo con me e sono stato bravo, ma alla fine non comprerà il libro. Marco, invece, mentre dialoghiamo a un certo punto cita Cioran e Salgado, concludendo con Viaggio in Italia di Ceronetti. Giorgio legge tre brani. Due ragazze di Loreo applaudono, partecipano con interesse, promettono di leggere, salvo poi andare via senza acquistare il libro. Un’altra coppia sembra più preoccupata che il loro cane non pisci nel ristorante che altro.

Alla fine arriva la notizia del gol della Juve all’88esimo. Poco dopo il locale si riempie. L’amarezza per il risultato della partita si mescola con un senso di gratitudine indecifrabile. Non so dire se sono grato per l’ospitalità, per l’accoglienza, per la compagnia: è tutto questo e qualcos’altro che ha a che fare col semplice fatto di vivere alcuni momenti in un certo modo, è qualcosa a cui non so dare un nome. Alla fine, fuori dal locale incontriamo una coppia, sono altri due studenti del conservatorio. Roberto viene da Foggia e la sua fidanzata, Zoe, dalla Sardegna. Hanno già assistito alle presentazioni di Marco e letto Vincent Zandri, scrittore statunitense da lui prodotto. Quindi acquistano pure il mio libro. Prima di ripartire, in strada, un’auto di corsa quasi ci investe, sgomma e riparte senza badare a noi. Una volta in auto, riprendiamo il discorso su Nesi e il premio Strega.

 

Sandro Abruzzese

Recensione a Mezzogiorno padano su Il Fatto Quotidiano

Di seguito la recensione a Mezzogiorno padano di Enrico Fierro, del 20/01/2016 , libro edito da Manifestolibri nella collana società narrata (nell’articolo c’è un refuso in merito alla casa editrice).

recensione il fatto del 20 :01:16

 

Caro Mario che non ci sei più

Mario Capozzi al G8 di Genova del 2001

Mario Capozzi al G8 di Genova del 2001

Ogni volta a fine novembre l’assillo dell’Immacolata. A chi scrivo Mario? Non prendiamoci in giro, non ci credo e basta. Sei finito insieme al tuo corpo steso a terra, al fianco di un rogo che da tempo non ha più nulla di sacro. Sei finito col corpo steso sulla stessa terra dove ho celebrato la mia prima comunione. Quella terra in un giorno di gioia e emozione mi ha dato un sacramento e anni dopo ha accolto col gelo tutto il tuo peso. E noi siamo solo corpo, Mario. Il resto, quella che ci ostiniamo a definire coscienza, non è altro che la nostra sporca memoria. “Il corpo di Cristo” disse Don Rocco, che pure era un uomo come te, con le ossa, i nervi, il sangue tuo e mio. Poi andammo al ristorante Kristal di Ariano a mangiare e bere e da allora a Cristo non ci ha pensato più nessuno. Pensiamo a noi, però. Continuamente e solo, come una malattia, a noi. Mi vedo bambino. Apro la bocca e accolgo il corpo di Cristo mentre siamo dentro a una bocca di mistero e affrontarla da soli è il più grande supplizio a cui ci sottoponiamo. “Sai chi è morto?” Chiese mio padre quasi con le lacrime agli occhi. E io non l’ho mai visto piangere, allora con timore sospirai “Mario”. Si voltò e evitammo qualsiasi imbarazzo.

Abbiamo bisogno più di verità che di follia. Abbiamo bisogno di discernere e invece viviamo in quell’amalgama che conosciamo tanto bene, in cui non si capisce mai chi siano i buoni e chi i cattivi. Questo ti direi se potessimo ancora occuparci di politica. La distanza tra ciò che è giusto e sbagliato non esiste. Ai criminali, ai vili, si dice “ti sia lieve la terra”, quando hanno ammorbato l’aria e quella stessa terra non si rivolta, non trema per dire vergogna. Trema, quando crede, su tutti, e così facciamo noi, indistintamente crediamo che per avere mani pulite occorra solo lavarle. Ma la memoria rimane sporca. L’acqua scorre tra le mani e non lambisce alcuna coscienza.

Forse prima o poi ci vorrà qualcuno che discerna e pronunci parole di verità. A quale terra serve quella cultura che sa parlare e occuparsi solo di sé? A quale terra serve una scuola che passa il tempo immersa nella burocrazia e tra lezioni private? Se chi ha studiato non tenta di salvare ciò che gli sta intorno, mi chiedo cosa abbia studiato e per chi? Questo mi chiedo mentre scrivo. E scrivo che dove sei morto tu ora ci sono le giostrine per i bambini e qualcuno di loro, di quei bambini, riproverà immensa gioia su quel luogo maledetto dove sei morto e dove anni prima dalle mani di don Rocco ebbi per la prima volta il corpo di Cristo.

Mi vergogno, Mario, di un paese pieno delle parcelle dei medici, delle fatture dei commercialisti, delle lezioni private degli insegnanti, dell’egoismo e dell’incuria. È piena di rinunce, la nostra terra. Mi vergogno del mio paese per come sei morto. Non siamo mai diventati adulti e solo i bambini possono dire “non sono stato io”. A un paese bambino gli si vuole ugualmente bene. Ma la tua morte è di un paese intero, e quindi è pure colpa mia, dei miei fratelli, di chiunque si volti dall’altra parte per non diventare adulto.

Tutto si mescola stamane, nella testa, proprio come la legna nel rogo della festa. Da anni l’Immacolata non lo è più. È solo un’altra data, quel lento crepitìo che scandisce, ora dopo ora, il solito conto alla rovescia. È solo un’altra nottata livida senza preghiere e misericordia, e per questo funesta. E il rogo arde nello stomaco e brucia. Brucia la tua morte perché sei tu – che eri pieno di vita – e sarebbe potuto accadere a chiunque altro. Sarebbe stato lo stesso. E non ho mai capito la differenza tra i miei figli e quelli degli altri. Non la vedo, Mario. Insieme al tuo corpo steso su quella terra fredda, è accaduto altro. La tua storia ha finito per nutrire il mondo delle mie recriminazioni. Non voglio una strada a tuo nome. Non lo so nemmeno io che cosa voglio. Forse che non ci si dimentichi di come sei morto, perché lì si nascondono colpe e vergogna, lì si nascondono le ragioni principali di tutti i nostri inaccettabili limiti.

 

S.

In memoria di Mario Capozzi.

Parole per una sola donna

Parole solo per una donna

Ho nella testa i cornetti da Beatrice, i gelati al bar Jonathan, i baci nei vicoli di Napoli, ne ricordo uno lunghissimo in via Cisterna dell’Olio, davanti al Velvet. Chissà se c’è ancora, il Velvet. Oppure i tuoi diciassette anni, quel libro in mano e il vestito bianco, i bambini col sale sulla pelle scura e la luce gialla, il cielo vasto del Cilento, col mare chiuso tra le punte di Licosa e Tresino.
Pensavo di conquistarti, da ragazzo, mostrandoti il mio finto coraggio. Ti dissi – appena conosciuta – che un giorno ci saremmo sposati, e già mi deridevi. Allora credevo fosse la bellezza, l’unico filo che attorciglia i corpi. Non capivo il filo della pazienza, quello della grazia. Tempo dopo, ti saresti innamorata forse più delle paure che delle mie certezze, finendo per svegliarti presto la mattina e accudire una ad una le nostre giornate, per poi crollare, stanca, con la testa arresa sulle mie ginocchia, come fai ora la sera.

L’altro giorno, mentre preparavi una torta, a un certo punto hai chiesto: “sei preoccupato?”. Ti ho detto di no. Osservavo il tuo modo di stare al mondo, la postura leggera che infonde grazia in ogni cosa che sfiora. Avrei dovuto dirti che hai attorcigliato il filo della tua grazia alla vita dei nostri corpi, che li hai stretti e tenuti allacciati nell’esistenza, nella nostra e in quella dei tuoi figli. Oppure parlarti delle tue fattezze, dirti che il tempo, con la tua luce, ha ingaggiato una battaglia persa. Ma non sono parole per sempre, queste. Non reggono un volto. Escono quando, soli, si è nudi davanti alle proprie colpe, e frughi in ogni anfratto livido della coscienza, sperando di trovare l’obolo in grado di estinguere, come per magia, tutti i debiti. Si imprimono sul foglio senza una fonte precisa, sgorgano da nessun luogo e non hanno indirizzo, queste parole, e restano impronunciabili da qualsiasi altra parte.

Mi chiedo come fai a vivere al di sopra della cattiveria, senza ambizione, priva di secondi fini. Te l’ho visto fare senza alcuno sforzo, eppure non mi è riuscito di impararlo.
Da parte mia, ho finito per cercare intorno, nelle vetrine, almeno un dono, riuscendo nel miracolo assurdo di tornare a mani vuote per un anno intero. Ho camminato con la vista del cieco e l’attenzione di un bambino. Niente mi è sembrato all’altezza, e so che ti sarebbe bastato poco.
Allora stamattina guardavo i vostri corpi vicini, il tuo e quello dei nostri bambini, disegnare una o due lettere dell’alfabeto. La vostra immagine, quei corpi a forma di N o di H, di colpo, nella mia testa, hanno declinato il sillabario di conquiste che è stata in parte la nostra piccola, quieta storia. Zeno dormiva con le braccia alte, Stefano le lasciava quasi conserte. Hanno il tuo naso piccolo, il sorriso, però le mie narici a forma di goccia, questo lo ricordi spesso. Guardavo i lineamenti, i loro occhi grandi incapaci, per adesso, di nascondere qualcosa, in grado di riflettere la gioia e lo spavento: il riflesso di quello che scoprono nel mondo. Hanno la bocca piccola e il labbro superiore sporgente. Poi ho visto le tue mani che tante volte, in maniera automatica, hanno accarezzato la loro fronte, terso le lacrime, messo a tacere, – come in un gioco di prestigio, – ogni ansia, ogni dolore.

Intanto il nostro è lo scarto tra un uomo e una donna. Poi credo che la tua grazia dipenda da questo: che non ti curi di restare e di volere più del necessario. E non ti curi di colmare il vuoto, di fermare il tempo, lo accetti inesorabile, come una forza che abbia il tuo stesso diritto di farsi valere. Vorrei imparare la discrezione, la reticenza, e a ridere, come sai, davanti ai film di Fantozzi. Il tuo passo leggero è questo: il mestiere di conservare, in ogni occasione della vita, la parte che più conta.

 

Sandro Abruzzese

Un fallimento annunciato

A me pare che la vita, nelle sue modalità, abbia tutte le caratteristiche di un fallimento annunciato. Mi pare che, vista dai troiani, l’Iliade sia Un fallimento annunciato ma a ben guardare nemmeno agli eroi achei poi è andata tanto bene: penso alla fine di Achille o Agamennone.
Pensate solo se Enea avesse avuto la premonizione di Mafia Capitale, della P2, dello Ior, della P3, della banda della Magliana. Mi pare chiaro che Roma oggi è Un fallimento annunciato.

Comunque Un fallimento annunciato è un certo modo inaudito e inusitato di interpretare la vita. Avere a mente il principio ma soprattutto la fine. Quindi vivere ricordando che c’è un epilogo.
Un fallimento è l’iniziativa di Antigone, quando seppellisce suo fratello sa benissimo a cosa va incontro. Ma non mi viene in mente un esempio migliore di disobbedienza civile, di lotta contro una legge ingiusta. Erano ampiamente previsti i fallimenti di Amleto, Don Chisciotte, del capitano Achab contro Moby Dick, del brigantaggio contro l’esercito regolare dei piemontesi. Era annunciato quello di Lorenzo Milani. La sua scuola, il suo Stato, sono rimasti nei nostri desideri e nelle sue preziose parole.

Fallì Annibale con la sua schiera di elefanti, non prima di aver seminato il panico per anni all’interno del più grande impero dell’antichità. Ne valse la pena.
Oppure il folle volo di Ulisse narrato da Dante, proporsi di raggiungere l’irraggiungibile, di violare le leggi divine per amor di miglioramento e conoscenza.
Un fallimento è quello di Ettore che scende in campo contro Achille, ma non mi viene in mente un esempio più eroico, più dignitoso.
O la vicenda del marinaio Billy Budd, la sua esecuzione. Ma non ricordo una persona più pura di Budd. Vogliamo parlare di Werther o di Jacopo Ortis? Vogliamo parlare di Tom Joad?
Io per esempio parlerei tutto il tempo di Cesare Pavese quando scrive “Vorrei sognare i vostri stessi sogni”, oppure “Non fate troppi pettegolezzi”. Quante volte Pavese ha annunciato il suo fallimento?

Non voglio essere blasfemo ma un Fallimento annunciato è la parabola di Gesù, una lotta impari per un obiettivo grandioso: estendere la dignità a tutta l’umanità attraverso l’uguaglianza, la non-violenza. Insomma, era chiaro che avrebbe vinto il Grande Inquisitore allora come ora.
Un fallimento annunciato è quello di Marx contro il capitalismo, dei Malavoglia quando si imbarcano nella storia del commercio dei lupini. Quello di Zeno Cosini quando si propone di smettere di fumare o di Mattia Pascal quando tenta di cambiare identità. Allora permettetemi di ribadire che la vita, da qualunque punto la si osservi, non è altro che UN Fallimento annunciato di cui andare, se va bene, orgogliosi.

Un fallimento annunciato è stata l’Italia che volevano Mazzini o Garibaldi, quella di Falcone e Borsellino, quella di Pertini e Berlinguer, delle indagini sulla strage di Bologna o di Ustica, piazza della Loggia, i Georgofili, Aldo Moro come pure le imprese di Che Guevara o quelle dei repubblicani spagnoli nel ’36.
Allora cosa rimane? Rimane la possibilità di fermarci a osservare la caparbietà della ginestra, rimane la possibilità di inginocchiarsi, congiungere le mani per una piccola preghiera laica, solidale, onesta. Soprattutto di scegliere da che parte stare, da che parte valga la pena fallire: se stare con gli oppressi o gli oppressori.

In questo senso oggi reclamiamo Un Fallimento annunciato, che la vita sia, su tutto, una meravigliosa storia da raccontare.
Ecco che cos’è un fallimento annunciato: sdraiarsi al fianco di chi sta a terra, tenersi compagnia, dividersi la fatica, affrontare la paura, prestarsi il coraggio e la compassione. Mescolarsi, magari donarsi le parole migliori, uno degli ultimi miracoli è questo del linguaggio, usarlo per donarsi le parole migliori. E fare il possibile perché tutto questo diventi un fallimento felice.

Sandro Abruzzese

*Intervento introduttivo alla festa per i 2 anni di Racconti viandanti: Un fallimento annunciato

Per amore del Mezzogiorno alle elezioni

Un Sud di nemici e di orgoglio

Siamo le comparse alla cerimonia, una liturgia del potere che si rinnova, questa delle elezioni. Un passaggio di consegne dove il banco vince sempre. 

Voglio vedere in faccia i miei nemici! Uno a uno.

Nessuno cambierà la nostra Terra per noi! Nessuno sostituirà gli emigrati di Boston, di Zurigo o Colonia, Camberra, Torino, Milano, Modena. Nemmeno le persone oneste che se ne stanno a casa saranno sostituite, o peggio ancora chi non vota.

Il Sud, senza nemici, alle elezioni è spacciato. La campagna elettorale è fatta di crepe. Sono le scosse che avvisano della sicura frana.

Non vi è speranza per il Meridione senza l’idea che noi militiamo da una parte e chi danneggia la nostra Terra militi dall’altra.
Voglio una diga, una montagna, voglio un abisso di vergogna, di risentimento tra me, tra noi, e la politica dei delinquenti. Voglio che non si dimentichino i volti e le azioni, i risultati.

Non basterà votare per le persone giuste. Forse non ci sono persone giuste. La tecnica è di stare dall’una e dall’altra parte. Così muoiono i giusti. Muoiono o al più fanno la figura dei fessi!

Quindi una buona volta facciamoci dei nemici! Questo salva la nostra Terra. Dire da che parte stiamo con il corpo oltre che con la voce. Dirlo con la faccia, col disprezzo. Non un gesto deve confonderci, il mio nemico deve ricordare la sua colpa ogni volta che lo incontro, deve sentirsi addosso un cappotto e scorgermi nudo: capire che è la sua viltà che lo veste. Che ci separa.
E che gli onesti vadano da una parte e i vili dall’altra. Abbiamo visto De Luca che imbarca De Mita. Abbiamo visto la direzione nazionale del PD non battere ciglio. Così i sabaudi si accordarono con i gattopardi, così gli americani usarono la mafia, e Portella della Ginestra resta a imperitura memoria. Così i fascisti accolsero i notabili locali. E così noi ci siamo abituati a non avere più orgoglio, e quindi nemici. Non avere nemici significa essere privi di orgoglio!

Il Sud non lo salviamo senza orgoglio e senza nemici! Non senza ricordare ogni giorno il nostro immenso valore. Nessuno cambierà la nostra Terra per noi. Facciamoci dei nemici, facciamolo per il nostro bene.

 

Sandro Abruzzese

LETTERA A UN PADRE

Caro papà,

che cos’è questa storia dello scrivere me lo chiedo io per primo, quindi non vale la pena essere in troppi a farlo. Di sicuro ha a che fare col fatto che anche questa Pasqua, come quella scorsa, la passo lontano da casa. Oppure ha a che fare col fatto che, dovunque vada, a scapito del tempo che passa, la mia unica casa – quella che sento mia – è in via Firenze n 12, a Grottaminarda. Questo mi pare un problema abbastanza grave nelle mie condizioni, per quanto con poche vie d’uscita, povero di soluzioni. Oppure ha a che fare col tuo compleanno, il 31 marzo hai compiuto 72 anni e da almeno 12 io non faccio più parte della vostra quotidianità. Quanti compleanni ho perso? Quante date importanti? L’ho scelta questa strada? Non credo. Sono nato in una Terra del rimorso, che non consente troppe scelte, che non consente amore, e neppure troppo odio. Appena può, con la complicità dello Stato, come un bambino, ti ruba la libertà. Il resto viene da sé, anzi direi che, tolta quella, non rimane poi molto altro. Ma tu queste cose già le sai, vero? Vorrei descrivere l’impotenza della distanza ma proprio non ho parole. Sai, mi riferisco a quando il tempo passa. All’abitudine per l’assenza. Alla normalità dell’assenza. Quando tutto diventa un po’ come se non esistessi. Come se non fossi mai esistito. Non ci si ricorda più com’era quando c’eri. E nemmeno perché non ci sei più. Così tutto finisce per fare meno male, per prendere una piega, e nessuno sa dirti se, quella presa, sia la piega giusta o sbagliata, se esiste un verso migliore di un altro da infilare.

Ti ricordi l’anno dopo la mia laurea? Quanto eri preoccupato per il mio girovagare senza lavoro, anche allora non ne facevi parola. Tu le hai sempre trattenute, le tue parole, ne hai fatto un uso necessario e per contrappasso ti tocca un figlio che le spende pubblicamente e senza alcuno scopo. Le hai trattenute con tuo padre, poi con questo tuo figlio lontano, che non torna. Forse scrivo perché mi sono stancato di trattenere le parole. Le lascio fluire, – finalmente, – che si scavino il letto che meritano. Non sempre fanno più danni del silenzio, le parole.

Proprio tu, che non hai mai chiesto nulla a nessuno, – che lottavi per una società in cui non dovesse essere necessario che le persone chiedessero qualcosa a qualcuno per lavorare – cominciavi a cercare qualche vecchio amico di partito per togliermi l’ansia del fallimento, quella di quando ci si sente che non servi a niente, che la tua laurea è un quadretto su cui pisciarci addosso. E quante parole non dette, papà? Ti chiedevo perché non fossi più amico con taluno o talaltro e rispondevi solo che è il tempo. Poi l’ho capito cosa volessi dire, purtroppo l’ho capito anche se non l’hai mai detto. Le persone non resistono al tempo, più andiamo avanti e più siamo egoisti, e gli adulti si allontanano talmente tanto dai bambini da diventare animali sempre più soli e tristi. Pensiamo di essere furbi non abboccando più a nessun amo. Però una volta finiti a non credere più a nessuno, non ci rimane poi molto, forse non ci rimane proprio più niente.

I tuoi nipoti hanno compiuto gli anni lo stesso giorno. Stefano parla un idioma che non è già più il nostro. Parla comunque col suono di una terra di pianura generosa che è l’Emilia, una sorta di seconda casa per la nostra famiglia, ma direi per tutta l’Irpinia. Zeno, invece, quasi cammina. Muove, incerti, i primi passi e ride. Hanno gli occhi della madre. Ma a me pare che guardino la vita come faceva il padre. Sempre proiettati all’esterno, sempre alla ricerca dello sguardo e dell’attenzione degli altri. Come se si vivessero solo nella luce condivisa, sono bambini che non bastano mai a se stessi, che non si accontentano della sola presenza, seppur attenta, dei genitori. Così, declinano l’esistenza, li vorrei solo meno vulnerabili, anche se certe caratteristiche non si scelgono, purtroppo o per fortuna si ereditano.

Ti lascio, so che non ami le lungaggini. Che letto hanno scavato le mie parole? Spero non una fossa. Oggi proprio non ce la facevo a trattenerle, è pur sempre il giorno in cui è morto Gesù. E anche se tu non sei religioso, le ingiustizie, i tradimenti non ti sono mai piaciuti, sono gli unici momenti in cui non ti sei lasciato andare al perdono. Quella di Gesù rimane una storia meravigliosa. Ha davvero poco a che vedere con chi si ostina a usare il suo nome. Un po’ come il Partito Democratico che celebra Ingrao o Berlinguer.

Anche se con queste righe abbiamo recuperato ben pochi minuti, un abbraccio forte a tutti voi. Quest’anno non altri regali che poche parole in fila. Accontentati!

 

S.

Ferrara, 3 aprile 2015

Lettere settentrionali 23 (Non è per sempre)

Caro Martino,

Chi l’avrebbe mai detto che ci saremmo trovati a questo punto?

La mia renault 5 e il Cilento non sono durati per sempre. Non c’è niente che sia per sempre, cantano gli Afterhours.

E non farmi diventare uno di quei nostalgici della memoria, coi lunghi flashback dalla giovinezza indimenticata.

Nelle giornate terse qualche volta penso a Postiglione, sotto la cresta dolomitica dei tuoi monti Alburni, dove si vede la piana di Paestum e all’orizzonte il resto del golfo fino a Capri, i monti Lattari, il Vesuvio.

Sempre a parlare del nostro meridione, e invece la tua bambina nascerà in Francia e i miei dopo Verona, da poco sono qui a Ferrara. Credo che pure ogni tanto senti che il tuo posto sarebbe da qualche altra parte. Tanto poi passa.

E i discorsi su Gramsci, Canfora, la classe dirigente, gli intellettuali organici e la pubblica amministrazione? E quanto eravamo scettici sull’unità d’Italia? Fenestrelle, i massacri di Pontelandolfo e Casalduni. Il generale Cialdini arriverà nei manuali di storia delle nostre scuole quando non servirà più a nulla.

La vita era su una strada dissestata tra Palinuro e Pisciotta, verso Castellabbate. Per gioco facevi il paragone col passato e ti chiedevi come fossimo arrivati da Parmenide di Elea a Giggino a’ purpetta, Luigi Cesaro.

Sai che ti dico? Non importa. Che loro passino, e che rimangano dentro di noi la baia di Trentova e porto Infreschi.  Oppure Teggiano con le sue chiese, dritta in mezzo al Vallo di Diano. Tanto non c’è niente che sia per sempre.

E gli scrittori russi? Tolstoj, Dostoevskij? Mi hai aperto al primo tomo di Guerra e pace, questo te lo devo. Io ti ho donato Lessico famigliare della Ginzburg quando hai raggiunto Torino.

Il meridione. Il ministro degli interni ha dichiarato che in Italia gli assassini prima o poi vengono assicurati alla giustizia. Nessuno gli ha ricordato di aggiungere un “quasi”. Tutti, tranne i morti per mano di mafia, camorra. La fanno franca nove su dieci. Tutti, tranne gli assassini di Angelo Vassallo, il sindaco pescatore di Pollica, il comune che tanto ami.

Lo so, lo sapevo che sarei finito a contare i morti, a parlare di un Paese a cui servono ancora gli eroi. Tanto se la osservi dall’alto, la tua Francia o il mio Veneto, l’Emilia, sono sempre la stessa Terra, non lasciamoci ingannare dalla forma. Siamo noi a distinguere il tempo, i luoghi, il vento. Forse già quando si nasce, alla prima luce che si scorge, qualcosa spinge ad aggrapparsi all’erba, quando l’unica cosa di cui avremmo bisogno è un incedere deciso, sprezzante, dritto verso il niente. Ma il nostro problema è tutto dentro.

Niente è capace di fermare il tempo e allora, per fortuna, guardiamo dall’alto tutta la penisola e l’Europa unita. Il Sud, la Campania fino a Capo Miseno, oppure sconfiniamo al di là del Garigliano, verso Formia e le isole pontine. O, ancora, all’Argentario e l’isola d’Elba. Lasciamoci così, a Ventimiglia, però stando in alto, che quello che vedi arrivi da lontano, in qualche modo ci farà meno male: tanto non c’è niente che sia per sempre!

 

 

 

 

SANDRO ABRUZZESE