Etichettato: Antonio Gramsci

Un posto nel mondo: appunti sulla provincia

ai ragazzi di Sala Consilina

padula

Forse in provincia, in una provincia votata al dubbio, al sospetto,

in una provincia plasmata e migliorata nell’alterità

e a volte nell’opposizione agli aspetti più deleteri della metropoli,

si potrebbe essere individui e comunità “sovranamente”, direbbe Bataille,

laddove l’anonimato e l’impotenza urbani

riducono sovente l’essere umano a cosa

Partirei, per un dialogo sulla provincia, dal fatto che “avere un posto nel mondo” è qualcosa di essenziale, che in certe condizioni politiche, come le nostre attuali, può sembrar banale, ma basti pensare all’ex Jugoslavia o alla Palestina, alla Siria, luoghi geograficamente e culturalmente vicini all’Europa mediterranea, per capire che si tratta di una fortuna da cui partire per costruire. Condividere un luogo ricco di risorse, senza particolari attriti, senza odio, guerra, terrorismo, è già una fortuna immensa, lo dico con la mente e il cuore a Srebrenica, per esempio, dove per varie ragioni accade il contrario.

Avere un posto nel mondo”, dunque, fa pensare al concetto di patria: potrei dire con Arendt che la più grande privazione dei diritti umani è avvenuta ai danni di una popolazioni privata di un posto nel mondo: gli ebrei.

Così come accade oggi con i migranti del mediterraneo, è la perdita della comunità politica il passo verso il baratro, la fuoriuscita dall’umanità di chi non ha casa, nome, lingua. Avere un posto nel mondo non è questione da poco. È questione di corpi e spazio che formano luoghi, occorre poi soprattutto “averne cura”.

Permettetemi questa premessa e di dire qui, nel Mezzogiorno, a Sala Consilina, una volta terra di contadini e migranti, che nessuno che abbia perso la patria dovrebbe trovarsi mai nell’impossibilità di trovarne un’altra: si tratti del diritto al radicamento, della libertà di restare, o del diritto all’estraneità, la sostanza non cambia. Oggi escludere un individuo vuol dire cacciarlo dall’umanità, questo non è ammissibile, deve essere ritenuto un crimine: non è il migrante un fuorilegge, ma chiunque lo abbia messo in quelle condizioni, ad esserlo. Chiunque, distruggendo mondi, colonizzandoli e dominandoli, renda priva di senso e disperata l’esistenza altrui, è un criminale.

I migranti del mediterraneo rappresentano ormai l’essere umano nato al momento sbagliato, privo di dignità umana, che non ha più valore assoluto ma è ridotto a membro di un popolo oppure esposto nella sua nuda vita, bandito, direbbe Agamben.

Ancora una volta nella storia abbiamo il profugo (o l’apolide) a porci il problema dell’internamento. Oppure della naturalizzazione.

E ancora una volta in Italia la vita pubblica è stata ridotta a una somma di interessi privati, dove la personalità morale è annichilita, dove l’atomizzazione della società di massa riproduce nuove forme di spietatezza e totalitarismo.

Oggi che l’essere servili e docili al cospetto del potere e dei governi viene scambiato per una normale attività culturale o intellettuale, dobbiamo per giunta registrare il fatto inedito che i territori non esprimono più identità, ma ne importano una posticcia e irreale dai mass media, regredendo così da comunità a località. Così i residenti dei territori, della provincia vivono nelle riserve, spettatori delle vite vere, urbane, cioè quelle rappresentate mediaticamente. È prima di tutto uno sradicamento spirituale, poi materiale, quello di cui siamo vittime.

Ci è mancata, per far fronte a tutto questo, in Italia, fin dal principio una borghesia matura politicamente e siccome il progresso deriva dall’educazione politica, ovunque oggi vediamo dilagare se non ostentare le forme più retrive di miopia e egoismo, caratteristiche sempiterne della reazionaria piccola borghesia italiana, ormai senza più argini. L’Italia, immemore della lezione di Gramsci, Gobetti, vive un continuo presente astorico e apolitico: è una condizione, lo vediamo col salvinisimo, potenzialmente antidemocratica e reazionaria.

La provincia

Dunque, in questo contesto, cosa può fare la provincia? Come agire?

La provincia è subalterna, d’accordo, ha nel suo dna l’esser dominata dalla città anche e soprattutto perché tenta di emularla. La provincia è pure limite e confine, è margine, lontananza dal centro, e questo spesso inocula il germe della partenza, coltivata e nascosta, sbandierata o nutrita nell’intimo. L’idea della partenza deriva in parte anche dal ritratto che se ne fornisce, o meglio dalla proiezione provinciale nell’immaginario comune: l’essere minoritari e periferici apre all’idea di arretratezza, all’antiquato, al chiuso, angusto, cattivo. Per questo essa pone in chi la abita un altrove: il riscatto, la partenza, il sogno.

Partenza e ritorno: Vito Teti, antropologo del restare, insegna la scissione del luogo, del paese, il migrante alter ego, i risvolti dolorosi dello spopolamento.

E allora per capire i luoghi indifesi e dimenticati, per riconciliarci con i paesi e le campagne che compongono il paesaggio italiano, occorre soprattutto comprenderla, la provincia.

Dal punto di vista politico, dopo Gramsci, Carlo Levi, De Martino, Pasolini, stando agli anni recenti, è toccato a un intellettuale di campagna, nativo di Sterzig (Vipiteno), a un politico come Alexander Langer, ricordare che se l’inurbamento pone il problema ecologico, della diseguaglianza, dei costi della vita, della mobilità, dell’alienazione e della violenza, a questo punto è la provincia a diventare d’un colpo il luogo dove la vita è innanzitutto sostenibile, in cui è possibile vivere con pochissimo denaro, in cui si è al riparo dal potere e il dominio stesso è un’attività alla lunga deludente. Langer invita la provincia a rifiutare la competizione con la metropoli, per imparare a cooperare e solidarizzare, così da costruire un futuro nell’alterità rispetto al dominio, rispetto alla tracotanza e alla follia dell’inurbamento che porta il pianeta all’autodistruzione.

Forse in provincia, in una provincia plasmata e migliorata, si potrebbe essere “sovranamente”, dico pensando a Bataille, laddove l’anonimato e l’impotenza metropolitana riducono l’essere umano a cosa.

Sì, perché la provincia è in parte anche maggiore prossimità alla vita rurale, alla campagna. Della civiltà rurale, nonostante i suoi vistosi difetti, può conservare i pregi, partendo da una forma di pietas che viene da quella capacità di ridurre tutto all’Uno, dalla prossimità fatta di necessità, dove vi è la consapevolezza, a volte tragica, del destino comune.

Provenire dal mondo degli ultimi, della semplicità rurale, aiuta a guardare i “nuovi ultimi moderni”, i migranti, con la consapevolezza innata della comune miseria umana. C’è nell’infinitamente piccolo della provincia qualcosa che rimanda davvero all’universo e al cosmo: vedere le comunità, la lingua, i gesti precedenti svanire, assistere alla perdita di senso e significato dei valori di un mondo precedente, anche questo è il potenziale istruttivo e sovversivo della provincia: la misura, l’equilibrio, la memoria, la convivialità, la compartecipazione, la pietas, la parsimonia mista alla generosità.

Tante cose della provincia risultano invisibili, ma essa offre spazio e tempo. Molti rapporti sono basati sul dono e sulla gratuità, sull’ospitalità e l’accoglienza.

La provincia è per ora smarrita, confusa, mescola tradizione e post-modernità, ma è qui che si può e si deve combattere per difendere “la diversità comunitaria dalla dipendenza del mercato”, e dalla semplice diversità individuale (Bauman).

Il grande problema, lo avevano capito i già citati Carlo Levi, De Martino, poi Pasolini, è che gli individui vengono schiacciati dalla massa, dal mercato, dallo stato, dalla burocrazia, e che la tradizione, posto che sia all’altezza di essere conservata nei suoi valori positivi e duraturi, può aiutare la comunità a farsi “cosciente, razionalizzata, organizzata e plasmata”, fino a diventare una società (De Martino).

Se c’è una cosa terribile, a riguardo, non è l’amore per la propria cultura o il binomio esclusivo identità-radici, ma il fatto che si desideri che la cultura e le radici fungano da barriera o siano esportate con violenza agli altri, facendone un ennesimo strumento di potere. L’altra faccia terrificante di questa situazione, lo dico pensando alle ultime strumentali proposte della Lega sul crocifisso, è che si difende una civiltà che tuttavia non si conosce, la si difende nell’ignoranza più cupa, e questa sì è la più grande forma di bigotto provincialismo esistente.

Oppongo poi la provincia al cosmopolitismo, ma non a quello fatto di pace universale e fratellanza degli stoici, di Cicerone, di Kant, bensì all’idea del cosmopolitismo posticcio della globalizzazione, perché il problema è che il capitalismo senza temperamento rende inferno ciò che non lo è. E perché anche l’individuo esercita la sua cittadinanza in un luogo che ha a cuore per continuità generazionale, o in un luogo che conosce bene, dove intrattiene forti relazioni umane e quindi politiche, oppure perché spostarsi richiede un patrimonio di saperi che non tutti possono permettersi (lingua, cultura, denaro) e senza cui si finisce preda del mondo. L’inferno, diceva Carlo Levi, è un mondo di spaesati, di gente senza passato e memoria.

Va detto che la provincia e la comunità del futuro necessitano di far parte di grandi case comuni europee, internazionaliste, progressiste, che estendano e amplifichino la pietas contadina contro l’angusto nazionalismo di stampo fascista, proposto sotto false spoglie attraverso il neologismo “sovranista”.

Si può nutrire il sogno che il mondo diventi un’unica città, uniforme per diritti, tuttavia questo non può voler dire occidentalizzare il mondo. Oggi, tra l’altro, avremmo i mezzi tecnologici e economici per superare la visione ormai riduttiva nazionale di queste vicende e porle al centro del dibattito politico globale. In poche parole si tratta di ricevere i benefici della ricchezza e si tratta del dovere di collaborare a ciò in condizioni di libertà, di opportunità uguali. Questa potrebbe darsi come strada per edificare un mondo fatto di libertà autentica, ma siamo nell’ambito di un discorso complesso che lascio ad altra sede, nel frattempo è giusto essere almeno cittadini di una sola città, è giusto ricordarsi che siamo limitati e come diceva Lorenzo Milani, nella vita possiamo dedicarci a non più di 3-400 persone. Anche questo è un principio saldo che, mentre l’inurbamento sregolato coltiva l’illusione dell’illimitato, dell’apparenza e dell’esteriorità, la provincia ricorda e tramanda.

La provincia, come ho detto, ma vale la pena ripetersi, può lottare per la sua alterità, per il progresso morale oltre che materiale, solo se non vive di proiezioni e di riflessi; può, attraverso una lotta consapevole, resituirci buona parte di ciò che abbiamo perso (ambiente, ecologia, sostenibilità). Può diventare nobile nel momento in cui riporta il lavoro agricolo all’assenza di dominio, lo rende insieme agli altri lavori materiali rispettabile in quanto matrice da cui tutto comincia, in quanto lavoro che non sfrutta nessun altro: per questo la lotta è culturale oltre che economica. Per farlo bisogna difendere lo spazio concreto, certo, ma anche lo spazio dell’immaginario e dell’immaginazione, bisogna difendersi dai media, ripensare la vita, prendersi cura della propria intimità, della sfera privata, perché è soprattutto dal mondo interiore decolonizzato, è dalla solitudine che non è isolamento, ma è per l’altro e con gli altri, che nasce il senso del mondo che vogliamo costruire e condividere.

Infine, la provincia può invertire il rapporto col mondo, può fare emergere tutto dal basso, o almeno mediare, produrre dalla realtà cirocostante: in un mondo dove tutto arriva e ci piove addosso dall’alto, la provincia può, per usare un titolo caro a Luca Rastello, far piovere all’insù e opporre la complessità alla superficialità, la comunità all’isolamento, la cultura del lavoro in assenza di dominio ai disegni di potenza e conquista, il mondo come dimora comune all’esclusione, il sapere come autoregolamentazione e liberazione, la responsabilità e l’autodeterminazione contro i vaneggiamenti del Pil, la cura dell’umano e del circostante all’incuria. Opporre magari la semplicità al narcisismo collettivo, opporre l’attenzione alla bassezza del cinismo, opporre il passato che consente la ricostruzione storica al presente astorico e apolitico, opporre il nostro, tutto da ricostruire, universo morale, umanistico, popolare, alla vergognosa indifferenza della modernità.

Sandro Abruzzese

Annunci

Dalla fine della Sinistra al Salvinismo

IMG_3828.JPG

È difficile rimanere ottimisti di questi tempi rispetto alla situazione politica. Sembra che l’Italia sia immersa in una febbre antica. Si risponde al problema delle migrazioni puntando il dito contro i neri. Sono i neri il problema, diciamocelo, anzi i negri. È difficile dimenticare i fatti di Macerata, Firenze, di San Calogero, l’Aquarius.

La disorganizzazione dello stato italiano produce, oltre alle mafie e ad altre forme di acceso squilibrio, anche questa deriva ignobile. Si vive di capri espiatori come in epoche tutte da dimenticare, utilizzando slogan degni dei periodi più bui della storia.

La regressione del livello politico dei partiti, dell’informazione, e di conseguenza dei cittadini, è il termometro delle condizioni attuali: si ragiona per municipi, interessi di ceto, addirittura emerge un nuovo, fantomatico, interesse nazionale.

Se solo il fascismo mascherato è più odioso dei fascismi, tuttavia i Salvini o i Berlusconi non possono essere considerati la causa, bensì il prodotto della condizione odierna. Per arrivare a questo punto è occorso abituare le persone a narrazioni illogiche, emotive, irrazionali. Occorrono decenni di complicità trasversali per cancellare la ragione, boicottare i nessi logici, ignorare costantemente le cause prime degli eventi e puntare tutto sullo sfruttamento del rancore e della paura. Solo così lo sradicamento, l’emarginazione, la solitudine, le frustrazioni, diventano il bacino d’odio a cui attingono le destre dei vari Salvini. Ma prima di ciò bisogna privare i cittadini di comunità, spaesarli, togliergli assistenza e voce, privarli di senso, per domiciliarli nell’estraniamento, farli sentire insignificanti e inutili. Per arrivare a Macerata, San Calogero e all’Europa odierna bisogna spogliare le persone della loro dignità e abituarle a un certo grado di servilismo, occorre atomizzare la gente per renderla così fragile e debole. È la messa al bando della ragione e della politica a generare la viltà di oggi. Quello che vediamo è solo il prodotto di una lontana e ignominiosa resa.

Tanto più che qualsiasi analisi seria e argomentata, anche se razionale, documentata, veritiera, ormai è destinata a essere zittita dagli schiamazzi di ringalluzziti leader politici e seguaci. Hanno la maggioranza e gli italiani sono con loro, dicono. Allora qualcuno dovrebbe ricordare che tuttavia democrazia non è sempre decidere a maggioranza, poiché non vi è democrazia se non sono assicurate le condizioni democratiche, che vengono prima della maggioranza.

E invece per il problema dei migranti la soluzione proposta da decenni è spostarli, evitarli. Si cerca solo di farli sparire alla vista. Non conta altro.

Qualcuno obietterà che i migranti non fanno parte della famiglia, non sono italiani e per di più sono neri. Ma il fatto è che una patria realmente democratica si costruisce nel rispetto del genere umano, non della famiglia. Una patria democratica, mi riferisco anche all’Europa, è reciprocità, la sua base è la giustizia. E ogni volta che il privilegio soppianta la giustizia, muore un po’ di patria, come sta morendo la nostra, verrebbe da dire.

Prendiamo l’indignazione per le spese dovute ai migranti: stranamente questa indignazione non compare per l’endemica corruzione, per lo strapotere mafioso, per l’inefficienza della giustizia, della sanità, stiamo parlando di cifre ben più cospicue che però hanno un filo in comune: queste, sì, sarebbero responsabilità della nostra classe politica e dirigente.

Dunque, si potrebbe abbozzare una risposta al fenomeno migratorio, tutti sanno che è generato dalla forza centripeta del capitalismo. È il capitalismo, la nostra forma finto-opulenta di esistenza globalizzata, invasiva e distruttiva, a metterci in rapporto di reciprocità con chiunque, una forma economica basata sull’energia e il lavoro a basso costo, per cui il tema dell’egoismo nazionale è non solo anacronistico ma anche un ulteriore svilimento del discorso. Se c’è un debito è dei paesi ricchi verso il resto del mondo, ricordava Langer, poiché sappiamo bene che questa ricchezza è fondata sull’oppressione, la distruzione e l’inquinamento di interi altri mondi possibili. La nostra è una storia di una violenza e di una vigliaccheria inaudita, ma far finta di non averne memoria è davvero il colmo.

Stiamo parlando del sistema politico-economico delle grandi potenze in cui, tra l’altro, da tempo si registra la gravissima subalternità della politica all’economia, per non parlare della dittatura della crescita: un ossimoro che ignora l’ecologia, la sostenibilità, i diritti umani. Ancora una volta siamo vittime di una realtà autodistruttiva e, anzi, tutto il mondo risulta basato sui suoi astuti feticci: quello della potenza, quello del benessere: è una colossale follia globale. La stessa follia proposta sulla pelle dei profughi che fuggono dalle nostre guerre, sulla pelle dei migranti che fuggono dai nostri dittatori. È la politica dello struzzo che pur di non ridistribuire la ricchezza farebbe di tutto.

Ma come è stata possibile tale regressione? Tornando all’Italia, quel che è mancato negli ultimi trent’anni è una vera sinistra internazionalista, pacifista, che rinvigorisse l’imprescindibile critica della società di stampo marxista e con essa rinnovasse l’attenzione alla vita delle persone. E invece la distanza tra società e politica si è fatta siderale e esiziale. Non ultima, è venuta meno quella tensione culturale, il dovere morale della continua ricerca di equità e giustizia propria della sinistra. La critica politico-economica è diventata ricetta stantìa, come le forme di protesta, gli slogan, l’apporto si è fatto talmente narcisistico, egocentrico, da risultare aperto personalismo.

Ciò che rimane nell’immaginario collettivo di trent’anni di politica di sinistra italiana sono i salotti televisivi e i cashmere di Bertinotti, la barca a vela di D’Alema, i romanzi improponibili di Veltroni, l’umiliante deriva verticistica renziana.

Mentre tutti i leader politici occupavano più i talk-show che gli scranni parlamentari, veniva completamente abbandonata la rete capillare delle strutture partitiche della penisola, essenziali luoghi di condivisione, coinvolgimento e partecipazione: vera ossatura della penisola.

Nel frattempo, i luoghi, i territori periferici, abbandonati dai partiti, hanno subito i cambiamenti senza comprenderli e senza potervi partecipare, la vita privata ha preso il sopravvento un po’ ovunque. E il risultato è che i luoghi oggi non esprimono più alcuna identità, non creano cultura, ma la importano dai mass media. Si vive di un riflesso artificiale, regredendo così da comunità a mere località di spaesati. Così i residenti vivono in delle riserve, spettatori delle vite vere, urbane (sempre più artificiali), cioè quelle rappresentate mediaticamente. Nelle riserve la politica oggi arriva solo per le elezioni, a chiedere il voto. È prima di tutto uno sradicamento spirituale, quello di cui parlo, poi materiale, certo, su cui è stato facile soffiare il fuoco della paura, della frustrazione, della rabbia. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: e allora è il caso di citare Gramsci per dire: Istruitevi perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza.

Sandro Abruzzese

L’Italia nazionale-popolare di Gramsci

Nella foto Antonio Gramsci. Fonte Fondazione Feltrinelli

Dal fallimento politico rinascimentale ai cesarismi

Nel volume dei Quaderni denominato Risorgimento, in continuità col De Sanctis, Gramsci chiarisce che il Rinascimento “disfece l’Italia e la condusse serva dello straniero”. Al suo interno vi erano spinte progressive e regressive, ma queste ultime ebbero la meglio, mentre le prime proseguirono nell’Europa degli stati nazionali.

Bisognerà attendere il corso del ‘700, l’indebolimento papale, la rivoluzione francese, per riallacciare l’Italia alla storia d’Europa. È una soluzione nobile, coraggiosa, basata sui valori di indipendenza e unità, tuttavia spesso mossa da eccessiva astrattezza e comunque basata sul volontarismo più che sulla mobilitazione nazionale-popolare. Infatti, per Gramsci l’assenza del coinvolgimento delle masse rende il volontarismo uno strumento pericoloso, dagli sbocchi incerti. Il volontarismo è un “surrogato dell’intervento popolare”, (…) ma per costruire storia duratura non bastano i migliori, occorrono le più vaste e numerose energie nazionali-popolari”.

Ciò che il sardo auspica per l’Italia è il passaggio a un cosmopolitismo di stampo moderno, dove la nazione non serva ad appropriarsi dei frutti del lavoro altrui, a dominare gli altri, bensì a “esistere e svilupparsi”. Quello che tuttavia accade dopo Cavour è che la borghesia capitalistica e i latifondisti trovano in Crispi e Giolitti degli esecutori: “il Nord concretamente era una piovra che si arricchiva alle spese del Sud”, dirà Gramsci in un celebre passaggio dei Quaderni, “e il suo incremento economico-industriale era in rapporto diretto con l’impoverimento dell’economia e dell’agricoltura meridionale”.

In Note su Machiavelli poi, si fa strada la convinzione che, grazie al partito politico, le masse di contadini hanno l’occasione di entrare nella storia, è attraverso questo “moderno principe”, propugnatore della riforma intellettuale e morale, che si potrà sviluppare una forma “superiore e totale di civiltà moderna”. Questo passa per un cambiamento dei rapporti economici all’interno della società, e allo stesso tempo occorrerà acquisire quello spirito di partito in grado di ridimensionare l’individualismo in politica, affinché l’eliminazione delle classi comporti la stessa scomparsa dei partiti.

Certo, ricorda Gramsci, “in realtà è più facile formare un esercito che formare dei capitani”, e i partiti possono svolgere funzione progressiva, attraverso meccanismi democratici, ma anche arroccarsi in funzione burocraticamente centralizzata, così come la burocrazia statale può cristallizzarsi in casta e fomentare corruzione e dissoluzione morale: a quel punto però “il suo nome di partito politico è una pura metafora mitologica”.

Dunque, per una riforma morale degli italiani, per una saldatura nazionale-popolare, bisognerà trovare la passione, perché “solo chi fortemente vuole identifica gli elementi necessari alla realizzazione della sua volontà”. E perché nei periodi di crisi organica dei partiti, cioè quando lo scollamento tra gruppi sociali e partiti si acuisce, questa crisi della classe dirigente apre il campo a soluzioni pericolose. Si tratta della comparsa del cesarismo: “una situazione in cui le forze in lotta si equilibrano in modo catastrofico”, dimodoché se la risposta è progressista, rivoluzionaria (Cesare, Napoleone I), abbiamo un passaggio evolutivo. Se, al contrario, il cesarismo è regressivo (Napoleone III, Bismarck), anche se “non esistono restaurazioni in toto”, ci troveremo davanti a una vera e propria restaurazione. È un passo importante, se si considera il periodo vissuto, le figure quali Lenin e Mussolini sullo sfondo, ed è un passo che risente, come ha notato Luciano Canfora in Su Gramsci, della entusiastica considerazione che Marx ha per la figura del condottiero romano.

Ad ogni modo, secondo il leader comunista è stato Machiavelli durante il Rinascimento a indicare la strada per sopravanzare lo stallo della penisola: un consenso attivo delle masse popolari alla monarchia assoluta avrebbe consentito all’Italia di non essere soggiogata dallo straniero, avrebbe messo fine all’anarchia feudale, al potere papale e alla sua funzione antieconomica, reazionaria, e fondato uno stato territoriale nazionale su base popolare.

Sandro Abruzzese

 

Gramsci: intellettuali e carattere italiano

 

“Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza”, scriveva l’ordinovista Antonio Gramsci nel ’19. Dietro questo motto, giustamente segnalato da Eugenio Garin in Con Gramsci, vi è l’intuizione che fa da sfondo a una delle più interessanti riflessioni del leader comunista: quella sul ruolo degli intellettuali nella società moderna. Se la borghesia rurale ha i suoi funzionari statali e liberi professionisti, argomenta Gramsci, se la borghesia cittadina fornisce i tecnici delle industrie, l’unica classe produttiva che non possiede dei rappresentanti e che anche quando li produce finisce per perderli poiché assimilati alle altre categorie, è quella contadina. A tal proposito, occorre staccare gli intellettuali dal blocco dominante per creare una nuova cultura che li saldi al popolo, generando un inedito blocco nazionale.

Tornando agli intellettuali classici, restano celebri alcune pagine in cui il sardo traccia il profilo di oratori eloquenti e sentimentali, avulsi dalla realtà effettuale, dalla vita pratica e dai problemi delle masse: si tratta di “parolai”. A questo genere di intellettuali Gramsci replica che “le idee sono grandi in quanto attuabili”, per cui occorre mostrare concretamente la strada da percorrere e, nel farlo, occorre rappresentare una volontà collettiva, essere in grado di organizzarla.

“Gramsci è nell’alveo di Lenin”, scriverà in merito a questa concezione Luciano Gruppi. Gli intellettuali sono gli organizzatori, il trait d’union tra teoria e pratica, gli educatori di un carattere nazionale e internazionale che superi la mera appartenenza a un gruppo socio-economico specifico. E a chi sottolinea un carattere italiano individualista, che vive e si affida ad espedienti piuttosto che a forme organizzative moderne, di stampo politico e sindacale, egli ribatte che il proliferare di forme criminali come le mafie o le consorterie politiche corrisponde all’incapacità delle classi dirigenti nazionali di risolvere i bisogni economici immediati dei cittadini.

Il rinnovamento dello stato, quindi, non può che avvenire attraverso la saldatura degli intellettuali agli strati “economicamente e culturalmente” più bassi della penisola. Questo rinnovamento passa per la lotta al settarismo e all’apoliticismo, i quali hanno occupato i partiti trasformandoli in un insieme di “galoppini e maneggioni elettorali”. Infatti, se carattere permanente del popolo italiano è “l’ammirazione ingenua e fanatica per l’intelligenza come tale – (…) forse unica forma di sciovinismo popolare in Italia (…) -, essere partigiano della libertà in astratto non conta nulla”. La realtà delle classi dirigenti italiane di fine ‘800, inizio ‘900, – Gramsci ne è convinto,- è fatta più di miseria culturale che di serietà politica. La stessa accademia, l’università e l’istruzione, risentono dell’apoliticismo condannando i funzionari e la burocrazia di cui sono espressione alla estraneità alle masse.

Il problema delle classi dirigenti, continua Gramsci in Passato e presente, riguarda anche i suoi capi: bisogna distinguere se siamo di fronte a “grande ambizione”, la quale è indissolubile dal bene collettivo e dalla crescita generale degli strati sociali, oppure a “piccola ambizione”, la quale, attorno a sé, crea solo il deserto. A questo punto è chiaro che i capi devono costruire partiti in grado di perseguire “fini politici organici di cui queste masse sono il necessario protagonista storico”. Ed è chiaro che per farlo è necessario superare il culto italico dell’intelligenza retorica, provinciale e sterile, per avviare quella riforma morale e intellettuale attesa fin dal Rinascimento, in grado di riavvicinare finalmente gli intellettuali italiani alle masse e l’Italia all’Europa.

Andando a ritroso, alla ricerca storica delle cause di questa arretratezza, negli Intellettuali Gramsci sottolinea che la divisione politica della penisola dalla caduta dell’Impero romano al 1870 ha prodotto intellettuali con una visione internazionale e cosmopolita legata al ruolo tradizionale dell’Impero prima e del Papato poi. La frattura tra intellettuali cosmopoliti e popolo si riverbera, soprattutto per quanto riguarda i dotti, nell’uso della lingua latina, la quale taglia il popolo dalla partecipazione per secoli. Di conseguenza, mentre gli altri stati europei costruiscono la loro coscienza collettiva sulla base di ceti intellettuali nazionali, gli intellettuali italiani restano cosmopoliti e addirittura emigrano nel resto d’Europa in qualità di tecnici. A quel punto, con l’involuzione politica rinascimentale, l’incapacità di superare la stagione municipale e quella delle signorie, non rimane che la vulgata del genio italico, il quale non è considerato dal sardo degno di nota senza la conseguente capacità di socializzarne gli approdi, di renderli universali e collettivi all’interno della nazione, ciò che è precipuo compito delle élites.

© Sandro Abruzzese

Articolo apparso su Poetarum silva

Leggi anche Il mondo grande e terribile di Gramsci

Il mondo grande e terribile di Gramsci

*Articolo apparso su Poetarum silva
Vita di Nino 

Di quando, recluso dall’8 novembre del ’26, gli caddero uno a uno 12 denti, a Gramsci, e qualche anno di carcere dopo, in pochi mesi, aveva perso 7 chili.

Di quando, nel ’31, i medici produssero certificati, prove: male di Pott, lesioni tubercolari, febbre, ipertensione, insonnia, e non ricevette cure adeguate per altri due anni, per esser sicuri che non ce l’avrebbe fatta.

D’altronde, nella requisitoria milanese, l’accusatore Isgrò si era tradito goffamente con una frase grossolana ma di una violenza emblematica: “Per vent’anni, dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare”, aveva detto. Era evidentemente il problema del fascismo: la paura prodotta da quella grande testa, – “la testa di un rivoluzionario” – scrisse di lui Piero Gobetti, su un corpo malfermo, quasi da bambino; la paura di quella fievole voce, affinché non parlasse, non organizzasse la vita degli operai e dei contadini italiani. Fu condannato a vent’anni e passa di carcere. Avrebbe fatto in tempo a scontarne undici.

Di quando da ragazzo, al ginnasio di Santulussurgiu, vendeva pasta, olio, formaggio della sua dispensa, per acquistare i libri prediletti. Fin dalle elementari, dirà egli stesso in una lettera alla moglie Julca, aveva maturato “l’istinto della ribellione, che da bambino era contro i ricchi, perché non potevo andare a studiare, io che avevo preso 10 in tutte le materie (…) esso si allargò per tutti i ricchi che opprimevano i contadini della Sardegna, ed io pensavo allora che bisognava lottare per l’indipendenza nazionale della regione. (…) Poi ho conosciuto la classe operaia di una città industriale e ho capito ciò che realmente significavano le cose di Marx (…)”.

O di quando a Cagliari, per l’ultimo anno del liceo, non usciva per la vergogna dei vestiti lisi e scriveva al padre Francesco la sua impotenza, l’umiliazione. Cosa che avrebbe replicato a Torino, consumandosi nel freddo gelido del capoluogo sabaudo, senza possedere nemmeno un cappotto. All’epoca di Cagliari, viveva ancora con Nannaro, il fratello maggiore, un socialista. Il fratello qualche tempo dopo sarebbe poi stato scambiato per Nino e massacrato fino a perdere un dito e rischiare la morte per dissanguamento, dopodiché sarebbe fuggito in Francia.

Ma già nel ’24, a capo del Pci, Gramsci aveva compreso la natura e le difficoltà del suo compito: i compagni “Credono che io sia una sorgente inesauribile (…) Domandano troppo da me, si aspettano troppo e ciò mi impressiona sinistramente”. Risulta eletto alla Camera, in Veneto, e questo gli farà scrivere: “Quando penso a ciò che sono costati agli operai e ai contadini i voti datimi, (…) che parecchi sono stati bastonati a sangue per ciò, giudico che una volta tanto l’essere deputato ha una valore e un significato”.

Era stato, dopo aver abbandonato l’università, un giornalista attivissimo al Grido del popolo, all’Ordine nuovo, il suo acume lo aveva portato all’attenzione di Lenin. Il Gramsci torinese era cresciuto e aveva sviluppato un carattere pignolo e spigoloso, fatto di una intransigente severità verso se stesso, e quindi verso gli altri. Il suo amore per il pensiero, in questi importanti anni di formazione, lo avrebbe portato a rifiutare qualsiasi settarismo, qualsiasi esteriorità o forma di vanità. Spesso non avrebbe firmato nemmeno i suoi articoli, oppure avrebbe usato pseudonimi, e questo ben prima che la sua vita fosse in pericolo per via delle persecuzioni fasciste.

Cresciuto nell’indigenza, Nino Gramsci, fin da bambino aveva condotto una vita grama, acuita dai difetti fisici, dalla povertà familiare seguita all’arresto del padre per peculato e altri capi d’accusa. Ebbene, fu in Russia, in qualità di rappresentante del Pci nell’esecutivo dell’Internazionale comunista, che la sua vita ebbe un’importante svolta. Ricoverato nel sanatorio di Sieriebriani Bor, per il consueto esaurimento nervoso, conobbe Julca, la futura moglie. Concepirono il primo figlio, Delio.

“Il tuo amore”, le scriverà nel ’24 da Roma, “mi ha rafforzato, ha veramente fatto di me un uomo”. Si vedranno ancora nella capitale, lei ripartirà nell’estate del ’26, in attesa del secondogenito Giuliano. A causa del seguente arresto, Nino non conoscerà mai, se non per foto, il suo secondo figlio, né rivedrà gli amati Julca e Delio.

*

A Roma avviene l’ultima fase della sua vita in libertà. Durante la crisi Matteotti, ha il tempo di riconoscere i tratti della “fase acuta della civiltà borghese in decomposizione galoppante (…)” ma è costretto a evidenziare che il proletariato “non ha l’organizzazione sufficiente per prendere il potere. Demoralizzazione, vigliaccheria, corruzione, assumono gradi inauditi”.

Registra poi una implacabile polarizzazione in cui i partiti intermedi svaniscono:  i riformisti non acconsentono a massicce forme di protesta unitarie, l’estrema sinistra sventola il frazionismo, i fascisti picchiano e minacciano. In questo contesto Gramsci sente una “(…) solitudine oltre ogni cosa, anche per l’organizzazione illegale del partito che costringe al lavoro individuale e indipendente”.

Nel suo unico discorso del 16 maggio 1925 alla Camera, con voce debole e sottile, a chi gli rinfacciava di non conoscere il Meridione aveva risposto:
“Io sono meridionale”! (…) “In Italia il capitalismo si è potuto sviluppare in quanto lo Stato ha premuto sulle popolazioni contadine, specialmente nel Sud. (…) per fare opera seria e concreta dovreste cominciare col restituire alla Sardegna i 100-150 milioni di imposte che ogni anno estorcete alla popolazione sarda”.

È una convinzione che aveva anticipato in numerosi articoli, che confluirà nel saggio del ’26 sulla Questione meridionale, e che aveva avuto modo di ribadire fondando il quotidiano L’Unità: “noi dobbiamo dare importanza specialmente alla questione meridionale, cioè alla questione in cui il problema dei rapporti tra operai e contadini si pone non solo come un problema di rapporto di classe, ma anche e specialmente come un problema territoriale, cioè come uno degli aspetti della questione nazionale”.

Tornando al carcere, quando fu arrestato, aveva 35 anni. Non poterono molto i tentativi del Vaticano e nemmeno le proteste internazionali capeggiate da Romain Rolland, grazie alle informazioni veicolate da Piero Sraffa.

“Il carcere è una bruttissima cosa”, scriverà alla mamma, “ma per me sarebbe ancora peggiore il disonore per debolezza morale e per vigliaccheria”. Nessuna richiesta di grazia, mai. Nessun compromesso. Bensì solo ciò che la legge prevede, e questo per rimarcare la posizione di intransigente oppositore al fascismo e sottolineare la sua condizione, come dirà Giuseppe Fiori, di “combattente irriducibile”.

Sempre alla cara mamma, dal carcere scrive: “Occorre che tu sia forte, nonostante tutto, come sono forte io, e che mi perdoni con tutta la tenerezza del tuo immenso amore e della tua bontà (…) io sono tranquillo e sereno. Moralmente ero preparato a tutto. (…) mi piange il cuore nel pensare che non sempre sono stato con voi affettuoso e buono come avrei dovuto essere e come meritavate. Vogliatemi sempre bene e ricordatevi di me”.

Dal ’28 sarà completamente isolato: pochissime le lettere di Julca, affetta da un grave esaurimento nervoso, poche quelle da Ghilarza (Peppina muore il 30 dicembre del ’32), dissente dalla linea del partito di Togliatti e dalla svolta dell’Internazionale, si allontana per dissidi e incomprensioni anche dai compagni carcerati a Turi. Pochi mesi e, – se non fosse per Tatiana, sorella di Julca, che vive in Italia e gli sarà accanto quasi costantemente dalla detenzione in poi, – in completa solitudine, avvia la stesura dei Quaderni.

Gli ultimi anni sono durissimi: “(…) per me il passato ha una grande importanza, come unica cosa certa nella mia vita (…)”. La malattia avanza e nel ’33 è a uno stadio tale che a Tania scrive: “sono mezzo abbrutito o forse completamente abbrutito per il non poter dormire e riposare la notte: in certi momenti mi pare di diventar pazzo (…)”, o ancora “non riesco più a reagire al male fisico e sento che le forze mi vengono sempre più a mancare (…)”, e infine “(…) ciò che ancora mi da un po’ di forza è il pensiero che ho delle responsabilità verso Julca e verso i bambini; altrimenti non lotterei neppure, tanto il vivere mi è diventato gravoso e odioso”.

Ormai, nel ’35, la situazione è critica. A sue spese, aiutato sempre e comunque dall’amico Piero Sraffa, fu trasferito a Formia e poi, per gli ultimi giorni, a Roma. Cerca di rincuorare Julca: “(…) Occorre resistere, tener duro, cercare di acquistare forza. D’altronde ciò che è accaduto non era del tutto imprevedibile (…) ricordi quando ti dicevo che andavo alla guerra? (…) era il vero e in realtà così sentivo. Sii forte e fa di tutto per star meglio. Ti abbraccio teneramente coi nostri ragazzi”.

Muore a Roma, il 27 aprile del 1937, all’età di 46 anni. Il padre Francesco gli sopravvive per due settimane, a volte rileggeva le cose che il figlio aveva scritto alla mamma Peppina come questa:

“Cara mamma vorrei proprio abbracciarti, perché sentissi quanto ti voglio bene, e come vorrei consolarti di questo dispiacere che ti ho dato: ma non potevo fare diversamente. La vita è così, molto dura e i figli qualche volta devono dare dei grandi dolori alle loro mamme, se vogliono conservare il loro onore e la loro dignità di uomini”.

*

© Sandro Abruzzese

La parte di mondo di Cristiano Mastella: cultore del viaggio e della terra

Cristiano e il suo vecchio camper, in Marocco.

Cristiano e il suo vecchio camper, in Marocco.

Cristiano è un insegnante e un geologo che non ha mai smesso di essere ragazzo, e per questo è bravo nel suo lavoro.

Ha poco più di cinquanta anni, e al peso della vita risponde con l’amore per il viaggio, per la natura e gli ecosistemi, per la terra in ogni sua forma ed elemento.

Ha un metodo il prof. Mastella, appena può coinvolge, mette ai voti ogni decisione che sia condivisibile, rispetta il verdetto e ama il metodo democratico fin dove può essere utilizzato con degli adolescenti. E per questo i ragazzi pur non temendolo, lo rispettano. E per di più lo seguono con attenzione.

– Camminare vuol dire sfida, conquista, metafora di una vita spesa in maniera attiva e agonistica, dove l’ambiente circostante è rispettato, conosciuto e distinto nella sua essenza. Camminare vuol dire vita – mi dice.

Ha iniziato a girare il mondo attraverso la forza delle sue gambe a dodici anni, in bici da Verona fino a Bologna con il fratello. L’anno successivo a Roma.
A quattordici valicò le Alpi all’altezza di Aosta: novello Annibale Barca in bici, in cerca dei suoi elefanti smarriti.

Oggi rimangono pochi i posti del mondo in cui non sia stato. Cristiano è Atlante mentre sorregge il globo e guarda col sorriso la sua parte di mondo. L’America in autostop a quindici anni, ospite di una sconosciuta del New Hampshire, poi Boston, New York. O quella volta in autostop fino al centro dell’Europa, a Lussemburgo.

Nel ’90 era con la moglie in una Romania ancora in subbuglio per la caduta della dittatura di Ceausescu, in una scassatissima Renault 4 piena di incoscienza.

Quando qualche tempo fa i suoi tre figli maschi furono abbastanza grandi, però, dopo aver sentito sulla faccia il vento delle highlands scozzesi, condiviso con le mani il cous-cous preparato nelle case dei contadini marocchini dei dintorni di Marrakech, giocato a nascondino con i bimbi della Cappadocia e della Siria, attraversato tutta la west coast statunitense; finalmente ebbero il coraggio di rifiutarsi di seguirlo per iniziare a scegliere il proprio percorso.

Cristiano e i suoi tre ragazzi

Cristiano e i suoi tre ragazzi

Quell’anno lui trovò opportuno lasciare a ognuno il proprio spazio e partire in solitaria alla scoperta dell’Himalaya, affittò una moto e percorse la regione in lungo e in largo, solo con uno zainetto:

redivivo Ulisse delle montagne, orfano dei suoi marinai, senza bisogno di alcuna orazion picciola.

Questo è Cristiano Mastella, energico entusiasmo esposto verso ragazzi che fra un po’ scriveranno la loro storia come meglio credono.

Arranco e gli sto alle calcagna, e mentre la salita si fa ripida penso che valga la pena cercare di essere migliori, magari necessari, di svolgere al massimo il compito della vita, mai indifferenti. Nel bel mezzo della fatica ho nella mente pochi versi sparsi di Antonio Gramsci:

– Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto -.

Nulla è scontato, e osservando questo compagno di viaggio, mi pare chiaro che un insegnante non può sempre scindere quello che è da ciò che dice e fa. In qualche misura vige il dovere di quel tipo di coerenza che squarcia il velo dell’ipocrisia, svela ciò che siamo, dà il senso di quello che rappresentiamo.

Non fermarti Cristiano…continua a correre!!!

SANDRO ABRUZZESE