Etichettato: racconto

Un certo tipo di voce

(prove per un racconto)mare e barche)

 

La tavola di mia madre non ha nulla a che vedere con la mia tavola. La tavola di mia madre è rizomatica, tentacolare, è profonda.
I pomodori della tavola di mia madre, per esempio, provengono da Pila ai Piani, li va a prendere da Pinuccia, mia madre. Sono i migliori, dice. Non ci sono diserbanti, pesticidi, non ci sono trattamenti.  I pomodori di Pinuccia sono più buoni per quello che non hanno, più che altro. Ciò che li fa migliori, in sintesi, è l’assenza, la sottrazione.

Pinuccia poi ha tre figli, uno in particolare ha la mia stessa età, ora fa il geometra a Roma. Sì, lo so, è un’altra storia, ma è solo per farvi capire fin dove può arrivare la tavola di mia madre.

E questi sono solo i pomodori. Non è che le cose cambino con il vino.

Il vino di mia madre, dunque, lo produce il bidello della sua ex scuola, è un vino dolcissimo o completamente d’aceto, perché non ci mette niente, dice mia madre. Il vino del bidello ricorda Orazio perché è buono per un raro e a volte impercettibile frangente, che va colto, altrimenti l’attimo è fuggito e resta il vino. Il vino d’aceto, intendo.
Ma il fatto è che, per il vino, il bidello non sempre vuole compensi e allora tocca contraccambiare, per cui entra in scena il dono, ovvero tutto un certo tipo di flora, di fauna specifica: conigli, polli, e storie di cacciagione, funghi, asparagi, formaggi, raccolti da qualcuno chissà quando e portati a casa del bidello.

Per non dire della carne, della lattuga, delle pere, della tavola di mia madre. Per non dire dell’olio e del pane. Ogni prodotto, ogni pietanza, hanno una storia.

Insomma, forse quello che volevo dire, è che la tavola di mia madre a volte è un mondo, altre un intero universo, in grado di produrre linee continue, arabeschi, cerchi, volute di ritorni, salti. La tavola di mia madre è Tiresia, è Penolepe, Ulisse, Euclide. E’ un luogo di intrecci e risalite, di legami e litigi, è un eterno racconto imbandito che, di contro, mi fa pensare alla mia di tavola.

E al cospetto la mia tavola è superficiale, monca, decapitata: le tracce si esauriscono alla Conad, alla Coop, nei grandi centri commerciali. E’ una tavola anonima e muta, la mia, e assomiglia più a un simulacro: imita il mondo e l’universo, sì, ma ne è solo un lontano e sbiadito riflesso. E non ha storie da raccontare, è silenziosa. E forse è per questo che la amo, la mia tavola, perché mi costringe a immaginare, a osservare di più e meglio, a costruire e imbastire come fossi su delle macerie, tutto daccapo.

Forse è il rapporto tra queste due tavole, la mia e quella di mia madre, che mi spinge a raccontare. Magari si narra perché dentro, dietro il silenzio, – da qualche parte, – si è abituati alla propria lingua madre e a un certo tipo di voce, che risuona, soprattutto quando manca.

Sandro Abruzzese

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La città di Monica

Testo e foto di Sandro Abruzzese

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… E poteva andare a studiare in America, Monica, però non ci va in America, per tanti motivi, non se la sente. Per dirne una, quando i colleghi hanno respinto a maggioranza un alunno privo di aiuti familiari e con seri problemi, lei ha scritto e fatto tutto ciò che poteva, ma poi non le è restato che piangerne impotente: con te sarebbe stato diverso, mi ha detto con voce spenta. Allora il padre del ragazzo la rincuorava dicendole tu maestra Monica, ce la fai tu l’iscrizione a Roberto per l’anno prossimo? Faccela tu, ci sei l’anno prossimo, non scherzare mica te ne vai lo lasci solo a Roberto? Se ci stai tu è tutt’appost! Allora Monica ha detto che c’era, ma non è per questo che non se ne va in America.

Comunque, per dire com’è Monica, e con questo mi fermo, ebbene quando Michele, un pittore dotato e un po’ toccato, le ha chiesto di leggere brani di Dostoevskij mentre lui disegnava lì, in libreria, ebbene, che ha fatto Monica? Siccome l’idea le è piaciuta un casino, ha passato i due giorni successivi a selezionare i brani da leggere, e quando l’ha richiamato per dire che era pronta, che, sì, aveva accuratamente selezionato soprattutto da Memorie del sottosuolo; ebbene Michele dopo due giorni del progetto non ricordava praticamente più nulla: cancellato, perso, assorbito nei meandri di quella sua meravigliosa testa, dietro quel volto dagli occhi tagliati d’azzurro e dai lineamenti simmetrici, dentro quel corpo slanciato e proporzionato, tra le spalle larghe da nuotatore e le braccia da ragazzino. Il progetto era finito da qualche parte, sprofondato tra i suoi capelli lunghi e ormai bianchi, con quel portamento regale, sempre elegante, qualsiasi capo indossi. E allora Monica me l’ha raccontato e ha riso. Ha riso tanto come fa lei quando qualcosa la diverte. Ha riso rumorosamente di leggerezza e partecipazione alla follia di Michele, e la gente al tavolino di via Mazzini si destava e voltava curiosa di quella curiosità generata dall’allegria che fa un po’ invidia e un po’ contagio. Ha riso della follia di Michele e della nostra, che poi non è dissimile da tutte le follie di cui è costituito il Cosmo, così com’è costellato di lontani pianeti e stelle e possibilità infinite. Ha riso finché non è arrivato Paolo il fotografo che spesso è lì, al tavolo del bar, e ha detto: ciò, ma si può sapere, voi due scribacchin, che c’è da ridere così tanto? E allora noi ci siamo guardati negli occhi e abbiamo risposto: niente, però abbiamo continuato a ridere tanto e capita che ancora ne ridiamo.

 

Quante volte è morto Enzino Sandokan

Non so quanta gente ci fosse al funerale di Enzino Sandokan, non so che malattia avesse e nemmeno come è morto. Di Enzino posso dire che aveva un passo svelto, sincopato, questo sì! Posso dire che, nella vita, almeno per camminare aveva trovato il tempo giusto. Così percorreva le strade d’asfalto e cemento con il suo ritmo cadenzato, spingeva la punta del piede sinistro un po’ all’interno e sembrava andasse sempre da qualche parte. «A me mi piaceva», disse Maria la prima volta che seppe dei suoi problemi psicologici. E il parlare al passato, quell’espressione definitiva, voleva dire che Enzino sarebbe potuto essere come ognuno di noi, invece aveva finito col varcare una soglia oltre la quale l’esistenza resta sospesa. Oltre la quale nessuno è disposto a venirti a prendere né a trovare. E allora camminava e camminava, Enzo, sempre con lo stesso ritmo, e sempre camminando, una volta, dopo che si fu arrampicato sul cornicione di un palazzo di cemento, minacciò di buttarsi giù se non gli avessero dato un lavoro. Allora non accade la classica scena da film in cui i cittadini ti dissuadono dal farla finita, accadde l’esatto contrario, qualcuno, pensando che fosse debole e fragile, lo incitò addirittura a suicidarsi. Enzo lo era, ma ebbe il coraggio di scendere dal cornicione e riprendere a camminare nonostante gli inviti a uccidersi. Fu così che la sua vita sospesa perse l’ultimo lembo di consistenza, il suo corpo perse le ossa, la carne, finanche l’ultimo briciolo di materia. In effetti il solo gesto compiuto, la minaccia, avevano raggiunto lo scopo senza l’ultimo passo. Fu allora che Enzo morì, o meglio continuò a camminare e camminare col suo passo svelto e sincopato, col piede sinistro che dava leggermente verso l’interno, col tempo giusto e l’aria indaffarata, ma nessuno lo vide mai più per davvero e lui tenne la testa perennemente calata sull’asfalto.

L’ultima volta che è morto, Enzo, dicono urlasse dal dolore e dallo spavento. Nei mesi precedenti aveva avuto continui mal di testa e rivolgeva la parola a qualcuno solo per chiedere analgesici e antidolorifici. Venne l’ambulanza ma non ci fu niente da fare. Alcuni, sebbene lo vedessero di rado, furono contenti che morisse perché teneva lo stereo troppo alto. Le giovani coppie di disoccupati furono contente perché si era liberato l’appartamentino che occupava alle case popolari. Alcuni andarono subito al Comune per chiedere il suo posto e l’impiegato consigliò, per superare lungaggini burocratiche e code, di sfondare la porta e occupare l’abitazione.

S.

 

La mucca e Lazzaro

eterni ritorni
Eterni ritorni di Giovanna Iorio

Certe telefonate, ne sono sicura, arrivano da un altro pianeta. Il telefono a casa non ce l’ho, ma quando vado a trovare i miei genitori squilla in continuazione. Credetemi, quando quel telefono squilla, può accadere (o è già accaduto) di tutto.
Vi racconto due telefonate dell’assurdo, entrambe di una zia che non esce mai di casa per colpa di una grave allergia. Anche suo marito, mio zio, non sta molto bene. Tempo fa, per un problema cardiaco, ha subito un intervento delicatissimo al cuore di cui io non sapevo nulla: un mini defibrillatore. Per farvela semplice, quando il cuore di mio zio si ferma, una piccola scossa lo fa ripartire. Vi risparmio i dettagli tecnici dell’operazione di cui voleva mettermi al corrente mia cugina, più o meno con queste parole…”ma come non ne sai niente! Sette anni fa… lo hanno aperto con la motosega…”
E così la zia ogni tanto telefona e annuncia:
– E’ morto.
La prima volta a mia madre è preso un colpo.
– Poi… è ripartito.
Ultimamente mio zio ha la tendenza a morire spesso. Bisognerebbe chiedergli come mai, ma lui, come me, non ama il telefono.
A Natale ho preso io la telefonata:
– Auguri! Come va, zia! Tutto bene?
– Abbiamo passato una brutta nottata…
– E’ successo qualcosa?
– Tuo zio… è morto … di nuovo.
– Morto? Di nuovo?
– So’ già tre volte.
– E poi?
– Riparte.
E così scopro di avere uno zio “alieno”, una specie di Lazzaro che muore e risorge come niente fosse. La telefonata prosegue con dettagli minori (elenchi di medicine, termini tecnici, sbadigli) e io resto con gli occhi spalancati a immaginare la scena madre…
Un’altra storia incredibile e… soprannaturale? A settembre, racconta mia madre, sempre mia zia telefona per annunciare che il genero si è rotto una gamba:
– E com’è successo?
– Era andato a cercare funghi e gli è caduta addosso… Non ci crederai!
– Cosa? Una frana?
– No…
– Un albero?
– No…
– Un meteorite?
– Eh?
– Me lo vuoi dire o no?
– Una mucca.
– Una mucca?
– Si, gli è caduta addosso una mucca.

Lettere settentrionali 23 (Non è per sempre)

Caro Martino,

Chi l’avrebbe mai detto che ci saremmo trovati a questo punto?

La mia renault 5 e il Cilento non sono durati per sempre. Non c’è niente che sia per sempre, cantano gli Afterhours.

E non farmi diventare uno di quei nostalgici della memoria, coi lunghi flashback dalla giovinezza indimenticata.

Nelle giornate terse qualche volta penso a Postiglione, sotto la cresta dolomitica dei tuoi monti Alburni, dove si vede la piana di Paestum e all’orizzonte il resto del golfo fino a Capri, i monti Lattari, il Vesuvio.

Sempre a parlare del nostro meridione, e invece la tua bambina nascerà in Francia e i miei dopo Verona, da poco sono qui a Ferrara. Credo che pure ogni tanto senti che il tuo posto sarebbe da qualche altra parte. Tanto poi passa.

E i discorsi su Gramsci, Canfora, la classe dirigente, gli intellettuali organici e la pubblica amministrazione? E quanto eravamo scettici sull’unità d’Italia? Fenestrelle, i massacri di Pontelandolfo e Casalduni. Il generale Cialdini arriverà nei manuali di storia delle nostre scuole quando non servirà più a nulla.

La vita era su una strada dissestata tra Palinuro e Pisciotta, verso Castellabbate. Per gioco facevi il paragone col passato e ti chiedevi come fossimo arrivati da Parmenide di Elea a Giggino a’ purpetta, Luigi Cesaro.

Sai che ti dico? Non importa. Che loro passino, e che rimangano dentro di noi la baia di Trentova e porto Infreschi.  Oppure Teggiano con le sue chiese, dritta in mezzo al Vallo di Diano. Tanto non c’è niente che sia per sempre.

E gli scrittori russi? Tolstoj, Dostoevskij? Mi hai aperto al primo tomo di Guerra e pace, questo te lo devo. Io ti ho donato Lessico famigliare della Ginzburg quando hai raggiunto Torino.

Il meridione. Il ministro degli interni ha dichiarato che in Italia gli assassini prima o poi vengono assicurati alla giustizia. Nessuno gli ha ricordato di aggiungere un “quasi”. Tutti, tranne i morti per mano di mafia, camorra. La fanno franca nove su dieci. Tutti, tranne gli assassini di Angelo Vassallo, il sindaco pescatore di Pollica, il comune che tanto ami.

Lo so, lo sapevo che sarei finito a contare i morti, a parlare di un Paese a cui servono ancora gli eroi. Tanto se la osservi dall’alto, la tua Francia o il mio Veneto, l’Emilia, sono sempre la stessa Terra, non lasciamoci ingannare dalla forma. Siamo noi a distinguere il tempo, i luoghi, il vento. Forse già quando si nasce, alla prima luce che si scorge, qualcosa spinge ad aggrapparsi all’erba, quando l’unica cosa di cui avremmo bisogno è un incedere deciso, sprezzante, dritto verso il niente. Ma il nostro problema è tutto dentro.

Niente è capace di fermare il tempo e allora, per fortuna, guardiamo dall’alto tutta la penisola e l’Europa unita. Il Sud, la Campania fino a Capo Miseno, oppure sconfiniamo al di là del Garigliano, verso Formia e le isole pontine. O, ancora, all’Argentario e l’isola d’Elba. Lasciamoci così, a Ventimiglia, però stando in alto, che quello che vedi arrivi da lontano, in qualche modo ci farà meno male: tanto non c’è niente che sia per sempre!

 

 

 

 

SANDRO ABRUZZESE

 

La nuova vita di Michele e il caffè di via dei Lucchesi

Il Caffè di Michele, in via Lucchesi

Il Caffè di Michele, in via Lucchesi

E’ un giorno di sole e di pioggia sotto il cielo di Ferrara. La città oscilla tra la tentazione di cedere al grigio cupo dell’inverno e il torpore azzurro di questa seconda estate d’ottobre. I suoi mattoni in cotto recitano, obbedienti, la loro parte senza sbavature: lividi, seriosi col grigio, vividi e accesi appena stesi al sole.

Guardo fuori dalla finestra e scorgo un convento lottizzato. Morte le ultime suore rimaste, è sopravvissuta la piccola chiesa. Gli appartamenti hanno un costo altissimo. Chissà cosa avrebbe pensato in proposito Cristo. Di sicuro lo avrebbe atteso un Grande Inquisitore qualsiasi, accusandolo di eresia. In qualche modo sarebbe finito comunque, di nuovo, tra i pali di una croce o le maglie roventi di una graticola.

Osservo le finestre, le grondaie, i tetti. Trovo quei versi di Franco Fortini che dicono “Qua e là, sul tetto, sui giunti / e lungo i tubi, gore di catrame, calcine / di misere riparazioni. Ma vento e neve, / se stancano il piombo delle docce, la trave marcita / non la spezzano ancora.

Penso con qualche gioia / che un giorno, e non importa / se non ci sarò io, basterà che una rondine / si posi un attimo lì perché tutto nel vuoto precipiti / irreparabilmente, / quella volando via”.

foglie in cortebella

Scendo in strada e piovono foglie in corso Isonzo. Piovono foglie nei viali alberati. Qualcosa finisce. Intorno nessuno pare curarsene. Gli uomini non ci fanno più caso. Le foglie di platano ricoprono l’asfalto, i ciottoli di fiume. Imbocco via Garibaldi e cerco il mio caffè preferito. In via Lucchesi una volta dimoravano gli industriali, i commercianti d’olio toscani, da lì il nome. Oggi trovo la saracinesca chiusa e mi viene alla mente che, dopo 35 anni, Michele Maglione se n’è andato via. L’avevo conosciuto per via del suo ottimo caffè. I nostri accenti si erano presi, incollati, riconosciuti. Michele Maglione, napoletano dagli occhi azzurri di ghiaccio, ha aperto il caffè di via dei Lucchesi una quindicina di anni fa. Con il timore dell’outsider, ha messo in piedi un locale che offriva esclusivamente caffè delle più svariate miscele. Non altro. Oggi, a distanza di anni, molti tentano di emularlo.

In precedenza aveva vissuto in qualche posto sperduto dell’Africa e commerciato in legname, Michele. Rientrato in Italia, a Ferrara decise di tornare alle origini. Darsi una calmata. Una boccata di vita sedentaria. Le origini, quelle di quando, a sedici anni, passava il tempo nell’azienda di torrefazione dello zio, a Napoli. Apprese il mestiere. Questa è, in parte, la vicenda del Caffè di via Lucchesi.

Oggi la saracinesca di questa storia minuta, semplice, è chiusa.

Marcella

Marcella

caffè

Un giorno, dopo mezza vita emiliana, Michele vende il caffè a Marcella e Monia. Due sorelle more, immerse nei chicchi di caffè, che si impegnano a conservarlo così come lui lo aveva concepito. Vende la sua creatura e acquista un pezzo di terra rossa verso la Murgia brindisina, nel parco degli ulivi secolari, in mezzo a due mari. Prova a realizzare un vecchio sogno, Maglione. Quello di costruirsi una casa fatta di quel legno che tante volte aveva maneggiato e che conosce bene. Poi affittare camere a qualche turista di passaggio, coltivare la terra, preparare il caffè, stavolta per sé e per i propri ospiti.

sacchi di caffè

Qualcuno sostiene sia un viaggio, questa piccola Odissea chiamata vita. Altri, col volto accigliato, parlano di una perpetua lotta, di un’infinita Iliade senza vincitori, in cui risultiamo tutti assediati, vinti. Stretto tra questi pensieri di una giornata qualunque, mi accontento di una folla che si stringe senza farti troppa compagnia. E’ Ferrara con una saracinesca abbassata e una storia da raccontare. Mi basta un sabato pomeriggio di una vecchia città ostinata, che fa ancora il suo mestiere. In cui la gente vive, sogna, si innamora, soffre, riparte. In cui di continuo qualcuno approda, mentre alla stazione qualcun altro saluta.

Sandro Abruzzese

lettere settentrionali 22 (Peppe, Biagio, Michele, e Francesco)

Peppe il compagno, nato a Ferrandina, sindacalista cobas a Reggio Emilia, andata e ritorno percorre più di venti chilometri in bicicletta solo per andare all’iper a comprare il pane di Matera, che arriva col treno della notte tre volte a settimana. Dice che la lotta continua e quando mi vede saluta ancora col pugno chiuso. Non so a quale lotta si riferisca, anche perché non vota dall’attentato a Togliatti, dice che ha fatto un’eccezione solo per Berlinguer. Ogni anno compila la domanda di trasferimento e ogni anno la cestina poco prima di consegnarla. Dice che gli manca il coraggio. Che se n’è andato da ragazzo, quando l’incoscienza si sovrappone a qualsiasi cosa. Dice che non c’è niente da fare:  per lui la lotta politica è Reggio Emilia, e il pane…rimane  Matera.

Biagio è un ingegnere idraulico nativo di Cancellara, fa il professore di matematica a Cento e si ostina a spiegare la maggior parte del programma in dialetto potentino. E’ un neo-borbonico, e lo fa un po’ per nostalgia, e un po’ per dispetto.

Michele è approdato a Ferrara da Napoli, dopo trentatré anni di permanenza, fra una settimana vende la sua caffetteria del centro storico dove fa il caffè più buono del centro-nord. Si è comprato un pezzo di terra in Puglia, verso la murgia. Ci costruisce una casa in legno, apre un bed and breakfast e invecchia adagiato su quella terra rossa, in mezzo a due mari, circondato dagli ulivi secolari.

Francesco viene con la famiglia da Mugnano di Napoli e si è trasferito a Ponti sul Mincio perché il padre per fortuna ha trovato lavoro alla Franke. All’alberghiero di Valeggio sul Mincio l’hanno bocciato già tre volte. Quest’anno finalmente ce l’ha fatta, i suoi insegnanti per non sopportarlo un altro anno avrebbero fatto carte false. I compagni lo chiamano “il poeta”, dicono che in classe faceva certi versi incredibili e i professori letteralmente “uscivano pazzi”.  Non capivano mai chi li emetteva. Ha preso la maturità e a luglio parte per la Francia, vuole fare il pizzaiolo nel ristorante dello zio. a Lione.

 

Sandro Abruzzese

ETERNI RITORNI

TESTO E FOTO DI GIOVANNA IORIO
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RIFLESSIONI NEL FRIGORIFERO
Ce lo abbiamo tutti un frigorifero. Qualcuno ce l’ha più grande, qualcuno ce l’ha più piccolo. Qualcuno ce l’ha pieno, qualcuno ce l’ha vuoto. Qualcuno ce l’ha in cucina, qualcuno ce l’ha in camera da letto. Tutti lo adorano. Tutti lo odorano.
Vi parlo, se non vi dispiace, del frigorifero di mia madre perché oggi l’ho rovistato in cerca di avanzi da buttare e credo di aver visto il rosso della sua anima. In realtà era una anguria. Ma abbiate fede…Leggete e, forse, capirete.
Il frigorifero che abita a casa dei miei genitori è gigantesco: grigio e solitario mi mette soggezione. Io lo apro con timore reverenziale e, subito lo richiudo per paura di disturbarlo, tanto mi sembra assorto.
Mia madre lo ama. Molto prima di Banana Yoshimoto in lui ha scoperto l’amico, il compagno fedele, il padre. Nel corso degli anni il frigorifero è diventato sempre più importante nella sua vita; anche lui è cresciuto – un po’ come noi figli.
Quando ero bambina, infatti, il frigorifero era solo un po’ più alto di me. Un tozzo Rex color crema, con un maniglione che quando lo afferravi sembrava di aprire lo sportello di una Fiat 850.
Anche il motore era quello di una Fiat 850 e, se avesse avuto le ruote, lo avremmo usato per fare il giro del paese, in estate (con un notevole vantaggio: l’aria condizionata!).
Mia madre ha sempre usato il frigorifero in modo originale: lasciava la frutta e la verdura in una cassetta in cantina e nel frigo metteva solo quello che voleva proteggere (non conservare). Presto i pomodori marcivano, le mele annerivano, le insalate si ammosciavano. Nel frigo c’erano altre cose. Io assistevo impotente e, mentre le mie amiche apprendevano dalle loro madri l’arte di sistemare la spesa nel frigo, io imparavo a trattare questo oggetto come un essere umano. Ancora oggi chi apre il mio frigorifero nota i segni di una infanzia “diversa”.
Mio padre, invece, il frigorifero lo ha sempre guardato con sospetto. L’acqua doveva essere “fresca di fontana”;   il vino “raffreddato”  in un secchio di acqua tirata su dal pozzo. La frutta “a temperatura ambiente” perché se è troppo fredda si “mette sullo stomaco”. Anche le uova, diceva, dovevamo tenerle in cantina nel cartone. Il frigo era il suo antagonista. Quasi sempre vuoto, diventava poi “il nemico numero uno” quando il postino consegnava la bolletta dell’ENEL. Mio padre diceva che non avrebbe pagato e che potevano venire a staccare “la luce”.
Il tempo è passato. Io e il frigo siamo cresciuti. Io me ne sono andata a vivere in altri paesi, accanto ad altri frigoriferi- più normali, più efficienti, più organizzati. Mio padre è invecchiato e mia madre si è legata di più al frigorifero. Gli ha dato un posto centrale in casa, nella sua vita. Dopo tre generazioni, mia madre ha finalmente in casa un frigorifero gigantesco che potrebbe conservare uno dei miei figli (quello di sette anni).
Oggi ho passato un po’ di tempo a pulirlo mostrando, nei confronti dei suoi mille reparti estranei, la timidezza di una figlia adottiva.
L’ingegnere che lo ha progettato, però, si suiciderebbe se vedesse quello che mia madre pensa degli scomparti per le uova, per il formaggio, per il burro, per il latte, per la carne, per il pesce, per il vino, per l’acqua, per le verdure a foglia verde, per gli ortaggi, per i surgelati, per i gelati, per le granite, per le arance, per le centrifughe, per la pasta fresca, per i dolci… Niente viene messo dove dovrebbe. Regna la totale anarchia.
Ora che mio padre è vecchio e malato, mia madre sa che un frigorifero gigantesco può addirittura proteggerla: una specie di guardia del corpo alta due metri e larga uno e mezzo. In alto a sinistra ha un display luminoso, un cuore artificiale che batte solo per lei. Di notte, al buio, emana una luce azzurra che riscalda tutta la casa. Non fa quasi rumore, è più un respiro il suo, un sussurro. Forse parla…
Nel frigo mia madre mette tutto quello che avanza;  poi se lo dimentica. Paradossalmente, però, la frutta e la verdura continua a tenerle in una cassetta, in cantina.
Solo all’anguria, in estate, è concesso il privilegio di entrare in frigo. Mio padre non sarebbe d’accordo. E infatti, quando se ne ricorda, dice “caccia l’anguria dal frigo”. Ma la temperatura giusta dell’anguria per mio padre è un’altra storia.
In questo momento nel frigorifero gigante abita un’anguria di ventidue chili. Mia madre se la mangia come le pare. E gli avanzi nel frigo stanno a guardare.

Lettere settentrionali 19 (Io, Sonia, e l’Altro)

Stavamo davanti a un bar verso via Zamboni ed ero solo all’ottava birra, non ricordo ancora per quale motivo attaccai un discorso sull’etica per un figlio di Savater con due rumene sedute al tavolino affianco, di nome Sonia e Janina.

Ora che ricordo mi piaceva Sonia. Ma non fu quello. Piuttosto nell’ebbrezza riconobbi al mio fianco quello che nei corsi di filosofia della facoltà di Bologna chiamavano “l’altro”. Erano anni che si faceva un gran parlare di questo “altro”. Altro nel seminario su Levinas, Altro nello studio monografico su Sartre. Sinceramente ero un po’ perplesso su questo concetto basilare della filosofia di tutti i tempi.
Anche perché i professori si riempivano la bocca dell’altro, e puntualmente finivano per farsela tra di loro. Ed io benché lo avessi immaginato più volte, non è che potevo alzarmi nel bel mezzo delle lezioni e chiedere:
“Scusate, in definitiva e con parole semplici, ma chi cazz’è st’altro?”

Allora anche grazie all’alcool salii per una notte su quel binario parallelo rappresentato da Sonia e Janina. Vennero a casa mia pensando a come fregarmi. Bevemmo ancora, e dopo aver fumato tutta l’erba che mi era rimasta giocai la carta della sincerità:
“sono italiano ma non c’ho una lira. Vengo da Frosinone, divido la casa con un lavoratore precario di Pavullo che il fine settimana torna dalla ragazza, ho un dottorato senza borsa di studio e da quindici anni vivo con i soldi che mi mandano i miei genitori, impiegati comunali del comune di Boville.
Non me ne vanto.
D’accordo, potrei aggiungere che ho scritto almeno tre libri di filosofia contemporanea, però non credo che il quadro, ai vostri occhi, cambierebbe colore”.

Che serata con le mie nuove amiche e quanto è lontana questa penisola dalla loro Timisoara!
A volte la sincerità paga. Una puttana che ti rende dei soldi non è evento da tutti i giorni. Dei cinquanta euro che gli avevo offerto per seguirmi me ne resero indietro venticinque, il resto andò in bevande.
Dicevano che ero troppo carino e pazzo. Avrei voluto vedere loro a studiare per diciassette anni senza mai un riconoscimento. E comunque, detto tra noi, non avrei mai creduto che ci si potesse divertire così tanto senza nemmeno scopare.

Con Sonia ci siamo rivisti altre volte, ma non abbiamo mai fatto sesso, credo per paura che non fosse sesso.
Per un po’ erano stati lunghi caffè ristretti in zona Sacro Cuore, dietro la stazione, negli orari più improbabili. Erano state passeggiate con la voglia di raccontarsi tutto. Però le passeggiate non portavano da nessuna parte, anche perchè noi non eravamo proprio una coppia di peripatetici e allora da un giorno all’altro ognuno è tornato ad essere se stesso, a starsene nel suo recinto, a prendere la forma dell’altro.

Almeno non ho più abbandonato questa disarmante forma di sincerità che ormai mi contraddistingue. Senza grossi risultati ovviamente. Il più eclatante dei quali è stata l’amicizia col mio spacciatore, che nella gerarchia sociale di questa società non sarà un cavaliere, però quando abbiamo tempo ci sdraiamo sul prato a fumare e parlare di quanta luce si trovi nel cielo di Marrakech, di quanto ci vorrebbe a piedi da Bologna a Tangeri, o le centinaia di ricette con cui si può preparare il cous cous fatto in casa. Col cellulare mette quella musica araba insopportabile e ogni volta, con quattro soldi, mi riempe della migliore erba del Maghreb almeno per tre mesi.

 

Sandro Abruzzese

Le terre piane e quelle d’acqua… (1)

…da Reggiolo e Moglia, a Concordia sulla Secchia

 

Particolare di una casa danneggiata dal sisma del 2012, di fronte al municipio vecchio

Particolare di una casa danneggiata dal sisma del 2012, di fronte al municipio vecchio

 

Solco una strada in mezzo alla pianura, mi capita spesso negli ultimi anni. Lascio la trappola della A22 del Brennero al casello di Reggiolo, sono nella provincia di Reggio Emilia e mi dirigo ad est. Al mattino scorgo una pianura emiliana suggestiva che mi fa pensare a Luigi Ghirri e al suo tema “dell’accesso al mondo esterno, del guardare attraverso”.  Il paesaggio, attraverso le sue soglie, i cancelli, le porte che aprono alle distese di terra, dà ordine allo sguardo, suggerisce una visione del mondo, e finisce per rubare tutta la mia attenzione. Mi ridesto con dentro ancora la voglia di abbandonare l’auto e infilare un campo aperto senza meta, fino a diventare un punto lontano tra le cose.

Poco oltre, sulla soglia di quasi ogni casa di campagna noto dei bambini indiani con le loro mamme, aspettano che la corriera li porti a scuola. Avevo letto del reclutamento massiccio di indiani da parte dei produttori del formaggio per la cura delle mucche da latte, ma oggi vedo i volti e gli abiti di un altro mondo. Se fosse un racconto, piuttosto che la vita, direi che l’autore ha scelto lo straniamento, invece sono miracoli della terra del parmigiano reggiano.

Proseguo e lambisco il comune di Moglia, mi accorgo di essere finito nell’oltrepò mantovano, quindi nell’estremo lembo meridionale della Lombardia che sposa l’Emilia davanti ai miei occhi, senza tesitmoni. La strada diventa tortuosa e segue gli argini del fiume Secchia, che prima d’ora avevo sentito solo per quella bizzarra opera del Tassoni intitolata La Secchia rapita. A Moglia scopro che esiste un museo a cielo aperto costituito da almeno quattordici chilometri di percorsi ciclo-pedonali sugli argini dei numerosi canali di bonifica e della Secchia. Mi ripropongo di tornarci e sostare alla trattoria che prende il nome dal fiume, a cui, separata dall’argine, quasi si appoggia.

Uno dei chilometrici argini delle terre piane, a Concordia

Uno dei chilometrici argini delle terre piane, a Concordia

Una pausa. Pochi chilometri e sono di nuovo in Emilia, stavolta a Concordia sulla Secchia, uno degli ultimi paesi del modenese. Attraverso il fiume e nonostante i 35 gradi all’ombra scendo dall’auto e inizio a vagare attirato dagli ingenti danni causati dai terremoti del 2012. Mi chiedo dove sia nato il chitarrista Maurizio Solieri, cresciuto in queste strade, ma il caldo ottunde qualsiasi curiosità.

A parte due gelaterie, la città è vuota, ormai sono le sei del pomeriggio, e il centro storico ha l’aria di un reduce aggrappato alla sua stampella. Ogni palazzo puntellato porta le iniziali dei vigili del fuoco che l’hanno messo in sicurezza, ci sono le sigle di molta Italia addossate alle ferite.
Entro in un cantiere spostando le transenne e per gli operai dell’est europeo che lavorano alla ricostruzione non esisto, la mia sicurezza non è un loro problema, osservano senza vedere, uno di loro emette un peto che sa di liberazione, io scivolo verso l’argine uscendo dalla zona proibita.
Passeggiando in mezzo alla città è chiaro cosa significhi il sisma per le imprese edilizie del Paese, annoto la provenienza delle ditte: Mantova, Carpi, Padova, Modena, Bologna, ecc., intanto ricordo la risata dell’imprenditore Piscicelli alla notizia che L’Aquila era crollata addosso ai suoi ottantamila cittadini.

In centro storico a Concordia

In centro storico a Concordia

Chiedo a una signora dove siano finiti i negozi, dove sia la gente, e lei mi indirizza in una zona nuova costruita più lontano dal fiume. Ritrovo i ragazzi che giocano a calcio e quelli che seguono l’oratorio, il comune e la chiesa nuovi di zecca, e un quartiere di containers di un grigiore degno del terremoto dell’Irpinia. A pochi metri spuntano anche le attività commerciali, raggruppate in uno spiazzo asfaltato, fatto di casette in legno stile mercatini di natale.

La chiesa donata dalla provincia autonoma di Trento

La chiesa donata dalla provincia autonoma di Trento

 

Questo itinerario mi sta insegnando ad amare la pianura. Corre sul limite attraverso due regioni, oltrepassa cinque province e ben quattro fiumi. E alterna rettilinei e curve a ridosso degli argini che seguono l’acqua, facendomi sentire una specie di funambolo che usa il confine come una corda, sempre sull’orlo, pronto a cambiare direzione alla prima oscillazione.
Mentre lascio alle spalle Concordia sulla Secchia, immagino che in passato la paura della natura in queste lande fosse caduta sempre dal cielo. Dal nero gravido arrivava l’acqua che ingrossava le vene della terra, e i fiumi esondavano dando forma ai peggiori incubi della gente. Le alluvioni.
Invece il 20 e 29 maggio la paura è sorta all’improvviso dalla terra, in due giornate assolate che avevano il coraggio di anticipare l’estate, si è capovolto un mondo.

Non resta che proseguire verso il centese, dalle terre piane a quelle d’acqua…

 

Sandro Abruzzese

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