Etichettato: eterni ritorni

ETERNI RITORNI

di Giovanna Iorio

Di freddo non si muore

 

Giovanna Iorio

Giovanna Iorio

 

Si cerca di usare espressioni meno definitive.

È venuto a mancare. Quando lo dico mi sembra che un giorno tornerai, come se fossi partito per un viaggio. Anche se tu non viaggiavi mai. L’unico viaggio è stato il servizio militare a Palermo. Due anni bellissimi, dicevi con nostalgia. Una volta a Natale una commessa suggerì di regalarti una valigia. E io ti ho comprato una sciarpa. Te la ricordi? Quella rossa che poi indossasti a Capodanno, come un pupazzo di neve.

Si è spento. Perché? Forse un giorno ti riaccenderai? Sei diventato un albero di Natale.

Non è più. Non sei più? Non sei più mio padre? Non sei più nella stanza? Non sei più dietro ai vetri? Non sei più seduto in poltrona?

La casa è vuota e noi andiamo avanti, l’illusione di quelli che restano. Per fortuna esiste l’eterno ritorno.

E ieri è tornato il freddo che tiene svegli di notte, lo stesso freddo che da bambina mi faceva gelare i piedi. Sentivo freddo. Avevamo rischiato di morire per le esalazioni del carbone della stufa e ti eri messo in testa che il freddo fa più bene del caldo. Di freddo non si muore. Ma a volte il gelo si metteva tra le coperte e me, come un lenzuolo. Io mi svegliavo battendo i denti ed ero certa che, se avessi acceso la luce, avrei visto la neve cadere nella stanza. Mi mancava il coraggio di vedere quel prodigio ma nella stanza di notte c’era la neve.

Ieri ho dormito nella vecchia casa e ho sentito quello stesso freddo. Gli altri dormivano ma io mi sono svegliata. Sono rimasta a guardare il buio e poi mi sono alzata. Sono andata nella stanza dove dormivo da bambina, l’ultima della casa, ho acceso la lampada e l’ho vista. La neve era là. Cadeva impalpabile dal soffitto, un fiocco alla volta.

Allora avevo ragione. Tutto ritorna. E avevi ragione tu. Di freddo non si muore. E se la neve c’è, forse ci sei anche tu.

Sono rimasta a guardare il prodigio per un po’ e poi ho spento la luce. Domani, alla luce del giorno ci sarà solo un velo bianco d’intonaco. Andiamo avanti. Eterni ritorni.

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La mucca e Lazzaro

eterni ritorni
Eterni ritorni di Giovanna Iorio

Certe telefonate, ne sono sicura, arrivano da un altro pianeta. Il telefono a casa non ce l’ho, ma quando vado a trovare i miei genitori squilla in continuazione. Credetemi, quando quel telefono squilla, può accadere (o è già accaduto) di tutto.
Vi racconto due telefonate dell’assurdo, entrambe di una zia che non esce mai di casa per colpa di una grave allergia. Anche suo marito, mio zio, non sta molto bene. Tempo fa, per un problema cardiaco, ha subito un intervento delicatissimo al cuore di cui io non sapevo nulla: un mini defibrillatore. Per farvela semplice, quando il cuore di mio zio si ferma, una piccola scossa lo fa ripartire. Vi risparmio i dettagli tecnici dell’operazione di cui voleva mettermi al corrente mia cugina, più o meno con queste parole…”ma come non ne sai niente! Sette anni fa… lo hanno aperto con la motosega…”
E così la zia ogni tanto telefona e annuncia:
– E’ morto.
La prima volta a mia madre è preso un colpo.
– Poi… è ripartito.
Ultimamente mio zio ha la tendenza a morire spesso. Bisognerebbe chiedergli come mai, ma lui, come me, non ama il telefono.
A Natale ho preso io la telefonata:
– Auguri! Come va, zia! Tutto bene?
– Abbiamo passato una brutta nottata…
– E’ successo qualcosa?
– Tuo zio… è morto … di nuovo.
– Morto? Di nuovo?
– So’ già tre volte.
– E poi?
– Riparte.
E così scopro di avere uno zio “alieno”, una specie di Lazzaro che muore e risorge come niente fosse. La telefonata prosegue con dettagli minori (elenchi di medicine, termini tecnici, sbadigli) e io resto con gli occhi spalancati a immaginare la scena madre…
Un’altra storia incredibile e… soprannaturale? A settembre, racconta mia madre, sempre mia zia telefona per annunciare che il genero si è rotto una gamba:
– E com’è successo?
– Era andato a cercare funghi e gli è caduta addosso… Non ci crederai!
– Cosa? Una frana?
– No…
– Un albero?
– No…
– Un meteorite?
– Eh?
– Me lo vuoi dire o no?
– Una mucca.
– Una mucca?
– Si, gli è caduta addosso una mucca.

ETERNI RITORNI (3)

Foto Giovanna Iorio

Foto Giovanna Iorio

La notte che il mio paese sparì
C’era la luna
Era novembre e il melo
Aveva foglie appuntite
morse dal gelo

Ricordo il pianto dei vecchi e il silenzio dei bambini
Il latrato del cane incatenato a un cancello vuoto
Mio padre che urlava i nostri nomi come un cieco
Tra le rovine di un paese cancellato.

La nebbia ebbe pietà di noi
Coprì la paura con un velo di stupore
E chiuse gli occhi alle case squarciate dal dolore.

La luna ci fissava senza parole
I tetti scoperchiati come pentole fumanti
Il ventre della terra ancora pulsante
La tavola sparecchiata dalla mano di un gigante

Rimase tutta la notte a vegliarci, la Luna,
Spuntava di tanto in tanto tra i sassi
La sua luce lieve priva di passi

Giunse dopo ore infinite e lente, il Sole
Insieme alla pioggia sottile invernale
il fango le ruspe le tende
una luce bianca e indifferente.

(La notte che il mio paese sparì, di Giovanna Iorio in La polvere e la luna: i poeti del 23 novembre a cura di Paolo Saggese (Delta 3 edizioni, 2010)

La dentiera

Mio padre, la notte del terremoto del 1980, rischiò la vita per recuperare la dentiera a un’anziana signora. Lei piangeva, senza denti, come un neonato vecchio. Non ci pensò su neanche un minuto, mio padre entrò nella vecchia casa e trovò la tazza con la dentiera. Lo vedemmo tornare in un lampo. Lei pianse di gioia quando rivide i suoi denti. E’ ancora viva, oggi l’ho incontrata. Mi ha sorriso. Con la stessa dentiera. L’ho detto a mio padre. Non se lo ricorda.

La candela

Una sera, tanti anni fa, cominciò a nevicare forte. Mio padre era uscito con il camion, sarebbe dovuto tornare presto e invece non tornava. Lo aspettavamo alla finestra, dietro ai vetri, io e mio fratello e non parlavamo. Il vetro era freddo e la neve scendeva come se qualcuno volesse far scomparire il paese, le case. Pensai che mio padre, tornando, non avrebbe visto la casa, che sarebbe passato senza vederci. Poi mia madre accese una candela alla finestra. Allora mio padre ci vide e tornò a casa.

Il quaderno

Mio padre aveva un tavolino dove la sera si metteva a fare i conti. Apriva un cassetto e prendeva un piccolo quaderno nero. Poi con la penna scriveva a lungo. Ogni sera la stessa cosa: scriveva, scriveva, scriveva. Poi rimetteva dentro il quaderno e chiudeva a chiave il cassetto. Lo so che su quel quaderno c’erano soltanto numeri e cifre. Ma io, nei miei sogni, lo riempivo di parole. Su quel quaderno ho scritto le mie prime storie.

Il secchio

Era un secchio di plastica azzurro. Mio padre lo riempiva d’acqua. La prendeva sempre dal pozzo del giardino, l’acqua. Diceva che era più fresca. Nel secchio ci metteva una bottiglia di vino. Si metteva il secchio sotto alle gambe e beveva con piacere. Mandava giù e diceva: Bello fresco. Un giorno io e mio fratello riempimmo il secchio con l’acqua della fontana, per fare prima. Dicemmo che era del pozzo. Mio padre ci guardò tutto serio e disse: mi avete detto una bugia.

GIOVANNA IORIO

LA BAMBAGIA AND BEAUTIFUL, CRONACHE DI UN DOPO PRANZO

foto Giovanna Iorio

foto Giovanna Iorio

Sono a casa dei miei genitori. Certe cose non cambiano. Anzi, certe cose cambiano e altre no. Prima di tutto è cambiato il numero di televisori e le loro dimensioni. Ora in casa ci sono (aspettate, fatemele contare) 5 TV (per due persone). L’ultima è arrivata due giorni fa e, sebbene sia l’ultima arrivata, è gigantesca. Mio padre ha fatto l’operazione ad un occhio, ma non è andata bene. Per questo motivo ha deciso di non operare l’altro occhio, coperto dalla cataratta. In altre parole ci vede pochissimo. E’ un’ottima ragione per avere nella stanza una TV/cinema.
Mio padre prima non guardava mai la TV. Soltanto a pranzo, il TG. O la sera, di nuovo il TG. Sembrava che gli piacessero soltanto le brutte notizie: politica, cronaca, sport. Ora che mi ricordo, gli piacevano anche i film western che commentava con appassionata empatia e qualche volta un pugno sul tavolo.
Ora guarda di tutto. Persino un canale che si chiama Tele Padre Pio; tra i suoi preferiti. Non ci volevo credere quando mia madre me lo ha detto. Tele Padre Pio! Il rosario e cose simili. A volte mio padre, quando esce la Madonna chiede a mia madre: guarda, somiglia a Giovanna? E lei risponde: no, è la Madonna.
Ma parliamo delle cose che non cambiano: Beautiful. Abbiamo appena finito di pranzare, mio padre è seduto in cucina a tamponare una piccola ferita. Il barbiere viene in casa a fargli la barba e oggi ha sbagliato. Forse lo abbiamo distratto noi, o forse mio padre si è mosso. Ad ogni modo credo che mio padre abbia paura di morire dissanguato. Colpa di una malattia che non permette al sangue di coagulare, e così tutte le volte che si taglia ha una grande paura di “scorrere via” insieme al sangue. Sono salita a prendergli dell’acqua ossigenata e del cotone idrofilo: la bambagia. Così l’ha chiamata mio padre. Posso avere altra bambagia. E’ l’ovatta. Si, sembra Carducci mio padre: Su le nubi dorate e inargentate/Che paion di bambagia…
Non sentivo il suono di questa parola da una vita. Quando mio padre non ci sarà più scomparirà anche il suono morbido della bambagia.
Ma parliamo di quello che non scomparirà mai: Beautiful! Mia madre non ha mai smesso di seguire la soap opera americana, che sopravvive e si riproduce come un batterio. Ci sono ancora le stesse attrici, invecchiate, resuscitate dal botulino, tenute in vita da una serie infinita di sventure che avrebbero mandato al manicomio qualunque essere umano. Alcune novità: Ridge è scomparso, Thorn si è sposato venticinque volte, pure con sua madre, che poi è morta. Il complesso edipico alimenta questa mostruosa famiglia che si è messa più corna di un cesto di marruche (alias le lumache). Sono rimasta a guardare la puntata di oggi facendo a mia madre un miliardo di domande. Poi Brooke è svenuta! Cavolo, è di nuovo incinta! E questa volta è riuscita a farsi mettere incinta dal genero. Ho quasi urlato di rabbia. Ma insomma, non hai ancora imparato Brooke Logan? Era il 1987, io ero una bambina e tu una biondissima donna. Hai fatto solo cazzate Brooke! Perché non ti ribelli, ti devi ribellare Brooke! Poi rivolta a mia madre, ho detto: e tu non dici niente?
E lei: A chi? A Brooke? Sai, è fatta così.

GIOVANNA IORIO

ETERNI RITORNI

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C’è un cordone ombelicale che ci tiene legati ai paesi dove siamo nati. Come un elastico che prima ci fa schizzare via e poi ci costringe a tornare. E così in eterno. Da venti anni non faccio che subire la forza dell’eterno ritorno. Ed è questa ripetizione entusiastica la caratteristica principale dei miei eterni ritorni.
Proverò a raccontarveli, per un po’, qui su Racconti Viandanti. Voi ricambiate con un sorriso circonfuso di luce, come quello che colse il pastore di Nietzsche quando, all’improvviso, un giorno s’avvide della bellezza dell’eterno ritorno.

GIOVANNA IORIO

Uomini con gli stivali e gatti senza stivali

C’è gente che sogna di morire dolcemente, magari nel sonno, per colpa di una silenziosa esalazione velenosa. Io credo che i miei genitori siano quel tipo di persone.
Ma la storia che voglio raccontarvi comincia tanti anni fa, in una freddissima sera d’inverno. C’era mezzo metro di neve nel mio paese. Era isolato, senza elettricità e mia madre aveva messo il braciere di carboni ardenti nella camera da letto, per riscaldarla. Quando salimmo al piano di sopra, ci preparammo a dormire tutti nella stessa stanza: io, mio fratello e i miei genitori. Ci addormentammo quasi subito, respirando anidride carbonica. Prima però mia madre ci fece recitare la preghiera dell’angelo di dio. E fuori, nel nero, nevicava.
Dopo qualche ora mio padre si svegliò: qualcuno si lamentava nel sonno. Era mia madre, e noi respiravamo a fatica. Non si sa come, ma riuscì a tirarsi su e a strisciare fino al balcone. Lo aprì, vomitò e chiamò aiuto.
Nonostante la neve, in quell’istante, sotto casa nostra passeggiavano due uomini. Videro mio padre sul balcone, capirono che stava succedendo qualcosa di grave e buttarono giù la porta a spallate. Vennero a salvarci, giusto in tempo. Io ero viola, mio fratello arancione.
Quando mio padre ci racconta questa storia, i nostri soccorritori li chiama” gli angeli “. E questo spiega perché, secondo me, gli angeli indossano grossi stivali di gomma e se ne vanno in giro di notte nelle tormente di neve.
Ricordo che mia madre indossava una vestaglia di ciniglia color glicine, anche lei sembrava un angelo. Era così giovane. Quando la presero in braccio per portarla in un’altra stanza i pon pon di piuma continuarono a oscillare per un po’. Era pallida e bellissima. Persino i due angeli rimasero a guardarla incantati fino a quando anche lei vomitò e fu fuori pericolo.

Sono passati più di trent’anni e i miei genitori ci riprovano. Questa volta con il CH4, il gas metano. Lo scorso aprile sono andata a trovarli con tutta la famiglia. Sono costretta dalla follia dei miei vicini di casa, qui a Roma, a chiedere rifugio per i nostri gatti. Si tratta di una storia penosa e incredibile: mi minacciano con una denuncia perché le nostre due gatte nere (adottate nel rifugio di randagi di Torre Argentina) disturbano la quiete condominiale.
Dopo aver tentato la mediazione, mi sono trovata di fronte a un muro; avrei voluto abbatterlo a picconate (trattandosi di muro ottuso e insensibile) ma ho dovuto aggirarlo. In altre parole: per il benessere dei nostri gatti (e anche per paura che potessero avvelenarli in nostra assenza) decidiamo di portarli al Sud, “dai nonni”!

Appena apro la porta della casa dei nonni, però, avverto un fortissimo odore di gas. La reazione dei miei genitori è di fastidio: nipoti rumorosi, due gatti neri, una gigantesca confezione di cibo in scatola (e quando mio padre la vede mi chiede: gli avanzi non li mangiano i gatti di Roma?). Avere un gas in fuga per casa non sembra essere grave quanto l’arrivo di due gatti romani.
Decido di telefonare all’Italgas; i tecnici arrivano nel giro di pochi minuti, è sabato, sono meticolosi, verificano tutto ed è subito fuga conclamata di metano. Per sicurezza mettono i sigilli al contatore. Restiamo senza gas per tutto il sabato e la domenica. Le scatolette di carne garantiscono cena e pranzo ai gatti. Panini e due maglioni per tutti gli altri.
Il tecnico, Antonio, mi promette di tornare a riparare il guasto per prima cosa il lunedì mattina. Noi ce ne torniamo a Roma domenica pomeriggio, mia madre ci saluta disorientata sulla porta di casa, con i gatti in braccio. Ho il cuore talmente scuro che comincia a piovere.
Poi tutto si aggiusta. Il bravo Antonio, di Italgas, mi telefona il giorno dopo e dice: “Fatto, i suoi genitori sono sani e salvi! E pure i gatti… Sua madre mi ha raccontato. Mi permetto di dirle che i suoi vicini di casa sono una schifezza.”
Ringrazio, riaggancio e sospiro. Rifletto sul senso di questo ennesimo “ritorno”.
Il gas, la casa dei miei genitori, i gatti neri. Mi rendo improvvisamente conto che l’odio dei miei vicini di casa per i miei gatti ha salvato i miei genitori. Per la seconda volta sono scampati all’esalazione di un gas. E anche gli angeli ritornano, se ne vanno in giro in coppia. Nella neve bianca, due uomini. Nel condominio, due gatti. Con gli stivali. Senza stivali.

GIOVANNA IORIO