Etichettato: Ulisse

La parte di mondo di Cristiano Mastella: cultore del viaggio e della terra

Cristiano e il suo vecchio camper, in Marocco.

Cristiano e il suo vecchio camper, in Marocco.

Cristiano è un insegnante e un geologo che non ha mai smesso di essere ragazzo, e per questo è bravo nel suo lavoro.

Ha poco più di cinquanta anni, e al peso della vita risponde con l’amore per il viaggio, per la natura e gli ecosistemi, per la terra in ogni sua forma ed elemento.

Ha un metodo il prof. Mastella, appena può coinvolge, mette ai voti ogni decisione che sia condivisibile, rispetta il verdetto e ama il metodo democratico fin dove può essere utilizzato con degli adolescenti. E per questo i ragazzi pur non temendolo, lo rispettano. E per di più lo seguono con attenzione.

– Camminare vuol dire sfida, conquista, metafora di una vita spesa in maniera attiva e agonistica, dove l’ambiente circostante è rispettato, conosciuto e distinto nella sua essenza. Camminare vuol dire vita – mi dice.

Ha iniziato a girare il mondo attraverso la forza delle sue gambe a dodici anni, in bici da Verona fino a Bologna con il fratello. L’anno successivo a Roma.
A quattordici valicò le Alpi all’altezza di Aosta: novello Annibale Barca in bici, in cerca dei suoi elefanti smarriti.

Oggi rimangono pochi i posti del mondo in cui non sia stato. Cristiano è Atlante mentre sorregge il globo e guarda col sorriso la sua parte di mondo. L’America in autostop a quindici anni, ospite di una sconosciuta del New Hampshire, poi Boston, New York. O quella volta in autostop fino al centro dell’Europa, a Lussemburgo.

Nel ’90 era con la moglie in una Romania ancora in subbuglio per la caduta della dittatura di Ceausescu, in una scassatissima Renault 4 piena di incoscienza.

Quando qualche tempo fa i suoi tre figli maschi furono abbastanza grandi, però, dopo aver sentito sulla faccia il vento delle highlands scozzesi, condiviso con le mani il cous-cous preparato nelle case dei contadini marocchini dei dintorni di Marrakech, giocato a nascondino con i bimbi della Cappadocia e della Siria, attraversato tutta la west coast statunitense; finalmente ebbero il coraggio di rifiutarsi di seguirlo per iniziare a scegliere il proprio percorso.

Cristiano e i suoi tre ragazzi

Cristiano e i suoi tre ragazzi

Quell’anno lui trovò opportuno lasciare a ognuno il proprio spazio e partire in solitaria alla scoperta dell’Himalaya, affittò una moto e percorse la regione in lungo e in largo, solo con uno zainetto:

redivivo Ulisse delle montagne, orfano dei suoi marinai, senza bisogno di alcuna orazion picciola.

Questo è Cristiano Mastella, energico entusiasmo esposto verso ragazzi che fra un po’ scriveranno la loro storia come meglio credono.

Arranco e gli sto alle calcagna, e mentre la salita si fa ripida penso che valga la pena cercare di essere migliori, magari necessari, di svolgere al massimo il compito della vita, mai indifferenti. Nel bel mezzo della fatica ho nella mente pochi versi sparsi di Antonio Gramsci:

– Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto -.

Nulla è scontato, e osservando questo compagno di viaggio, mi pare chiaro che un insegnante non può sempre scindere quello che è da ciò che dice e fa. In qualche misura vige il dovere di quel tipo di coerenza che squarcia il velo dell’ipocrisia, svela ciò che siamo, dà il senso di quello che rappresentiamo.

Non fermarti Cristiano…continua a correre!!!

SANDRO ABRUZZESE

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I mulini a vento di Rivoli Veronese

Vigneti, Rivoli Veronese e le montagne del Baldo e della Lessinia.

Vigneti, Rivoli Veronese e le montagne del Baldo e della Lessinia.

Sono andato sul forte austriaco di Rivoli Veronese perché ero certo che lì ci fosse il vento, e perché volevo un orizzonte ampio, in poco tempo, da cui scrutare i miei mulini a vento.

Ci sono andato prima di pranzo, e in macchina avevo il pane e il latte. Poco prima la signora del pane si era sbagliata a fare i conti, e comunque raramente mi fa uno sconto. Ho guardato attentamente lo scontrino. Lo faccio sempre, soprattutto le prime volte che entro in un negozio, lo leggo come fosse una carta d’identità che mi aiuti a decifrare il posto.

Il forte Wohlgemuth sovrasta il passo dell’Adige, a nord di Verona. Questa zolla di mondo ha un nome nobile: la terra dei forti. Fu Radetzky, alla metà dell’800, a farli costruire per scongiurare il passato. Infatti, nella gola di Rivoli Napoleone, con un po’ di fortuna, aveva inflitto una dura lezione agli austriaci. Era la Campagna d’Italia del gennaio 1797.

All’inizio avrei voluto raggiungere forte Mollinary, a Monte. Desideravo ripercorrerne il sentiero, ignorare il divieto di transito e varcare le pareti annichilite di quell’eremo logoro di guerra. E versare anch’io preziosi istanti nel suo abbandono, ospite di una carcassa inerme: piccolo Pinocchio, o vecchio Achab senza baleniera.

Tuttavia i sentieri impervi e la forza di attrazione per l’abbandono, hanno lasciato spazio al desiderio di questo avamposto pensile dalle forme del razionalismo architettonico di Piacentini.

il forte rivoli

Un cerchio di marmo bianco dal cielo di terra verde, che scruta l’intorno con la sua aria diffidente, in cerca di altra gente che abbia in qualche modo le sembianze della differenza. Ma la guerra è finita, caro Generale, “il nemico è vinto”, e senza onore hanno prevalso i giganti, i quali ci hanno immersi fino alle unghie nell’oceano della tecnica: è rimasto solo Ulisse a tentare invano il ritorno, povero lui, passato da astuto a poco più che fesso.

Salgo sul monte Castello e si vede la Val d’Adige fino a Rivalta, e col volto nascosto dalla macchina fotografica punto alla gola verso Gaium, prima ancora l’ansa del fiume porta a Volargne.

All’apice del colle un uomo sulla quarantina, affabile, fa in tempo a dirmi che viene da Bovolone ed è grafico pubblicitario. Riparte subito e io avrei sperato qualcosa di più da questo incontro fortuito, se n’è andato e mi è dispiaciuto. Ancora avverto lo stupore per il fatto che dal mio agire possa scaturire qualcosa, un incontro, un avvenimento nuovo. Prima accadeva solo il consueto, e io pensavo che tutto il mondo fosse consueto.

Ora seguo maggiormente l’istinto, mi affido ad alcune percezioni. Le stesse che mi fanno desistere dal proseguire adesso. Decido improvvisamente che non ho alcuna voglia di musei della guerra e feritoie, di vessilli lisi e polveriere, artiglieria, caserme, patriottismo.

Abbandono il forte e mi accontento degli dei del vento. A Rivoli le pale eoliche non le avevano mai viste, sono arrivate da poco, ma sembra che gli abitanti già ci abbiano fatto l’abitudine. Mi ero promesso di entrare nel bar del paese, intitolato a Napoleone, come tutto il resto qua intorno, poi ho preferito percorrere una strada secondaria che tirava dritto fino ad Affi.

Le pale eoliche di Rivoli Veronese

Le pale eoliche di Rivoli Veronese

Le pale mi hanno messo in testa il Formicoso, quella immensa distesa di grano gremita di mulini e vento, tra le puglie e il mar mediterraneo, a un respiro dalla mia valle.

Non è la prima volta che mi sfugge un luogo. Sembra impossibile, lo so. E’ lì davanti, però non ci sei più tu. O non sei lo stesso di un attimo prima. E per incontrarsi occorre essere almeno in due. Rivoli Veronese si è sottratta insieme alle sue duemila anime, e ho conservato solo il promontorio del forte e i nuovi signori dell’eolico.

Mi sono sentito un intruso e ho preferito scendere nella gola infiammata da una luce generosa, allo scavo archeologico della chiesetta di San Michele a Gaium. Una pieve quasi in riva al fiume, recuperata in parte grazie all’impegno dell’associazione Baldo Festival, di Walter Pericolosi, con l’ausilio dell’amico archeologo Luciano Pugliese.

E’ un luogo solo, ha per compagni rocce e anse della Chiusa di Ceraino e l’Adige. Credo di aver finalmente trovato ciò che cercavo. Su questo millenario selciato resuscitato al fango, seduto a margine di una strada ferma, la mia testa diventa leggera e prima di tornare riesco ad annotare alcune frasi sparse:

“È poi più tempo di nascondere il volto?
mi manca a volte una persona.
Quando era in vita non era mai l’ora

Prego i limiti di ogni singolo giorno
Per la sensazione inferma di vivere inerme.

nella clessidra a tempo in cui piovono macigni
e tu con quel sorriso allergico alla polvere.

Ancora è sempre inverno senza sole,
o dove rimani
seppure in eterno circondato
solo.

Non resta che il tempo per passare alla chiusa, ancora in riva al fiume, una locanda, delle canoe solcano il canyon. Alcuni familiari ricordano un uomo, hanno piantato un Leccio, accadde poco dopo l’armistizio dell’8 settembre.

Sandro Abruzzese
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