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L’identità del paese

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Il luogo dell’identità, il primo ordine del mondo, è stato, per me, il microcosmo del paese. Un paese rurale come tanti, nell’entroterra irpino, Appennino meridionale. Le linee, i punti di fuga, i meridiani, i paralleli, tutto, a dispetto del tempo, ovunque vada, ancora riesce sorprendentemente a partire e ritornare in quella valle.
Intendiamoci, all’epoca si capiva che oltre c’era di più e di meglio, ma una volta aderito a un ordine, una volta ambientati in una struttura portante reale e permeati dal suo immaginario, il resto appare comunque qualcosa di caotico e disordinato, che può essere scoperto, ma solo un passo alla volta e non senza fatica.

Occorre anche rinnegare per creare e riconoscersi, e d’altronde è Pavese nell’incipit della Luna e i falò a far dire a Anguilla: “ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che un comune giro di stagione”, o ancora, qualche pagina dopo: “Così questo paese, dove non sono nato (il protagonista è un orfano), ho creduto per molto tempo che fosse tutto il mondo. Adesso che il mondo l’ho visto davvero e so che è fatto di tanti piccoli paesi, non so se da ragazzo mi sbagliavo poi molto”.

Rispetto alle parole di Pavese, oggi il mondo a cui lo scrittore si riferiva è fatto quasi più di città e conurbazioni, di agglomerati e periferie, che di paesi; le identità pian piano cambiano e nonostante tutto un luogo – qualsiasi luogo – rimane sempre in parte violento e lacunoso. Un luogo innanzitutto costringe, quindi contribuisce a edificare e costruisce i suoi stessi abitanti. Sarà il costruito, poi, opponendosi all’incerto del mondo, a scacciare l’abisso.
E allora la mia identità, la matrice – come per tanti – è nella lingua, nei gesti, nei pensieri e negli oggetti, nelle idee e nelle norme del paese natale. Sono i suoi simboli e il suo scheletro, il mondo a cui il mio corpo si è dovuto adattare e di cui in seguito ho dovuto in parte liberarmi.
La cosa sembra banale, eppure ho visto tante persone non riuscire a trovare una forma al suo interno. Tanti amici fragili a cui ritorno spesso con la mente, sono spariti, inghiottiti dai loro incubi peggiori. I figli degli emigrati di ritorno, per esempio, gli americani, gli svizzeri, i romani, i tedeschi, i cui genitori avevano deciso di tornare per sempre, capitava finissero in un limbo. Non riuscivano più, quei ragazzi “evoluti”, a occultarsi e uniformarsi. Avevano avuto troppo e visto di più, di conseguenza il paese era la loro prigione silenziosa e loro si limitavano, standosene ai margini, a tratteggiarne i confini.
Noialtri, invece, un po’ come dei nuovi albigesi, o come dei berberi, abitavamo con naturalezza posti ancora privi di velocità e quantità, privi di frenesia; dalle impercettibili diseguaglianze sociali. Chiunque, in paese, era equidistante dal centro come nella più perfetta polis greca. E il paese intero risultava percorribile, esplorabile, in parte manipolabile, in un rapporto di esperienza in cui lo spazio circostante, la possibilità insita nello spazio, era la cifra fondante della nostra formazione. Vi erano meno povertà e indigenza, nessun contrasto sociale, meno stimoli e competizione, pochissime possibilità, annacquati strumenti di potere e nessuna parvenza di organizzazione criminale.
In comune con le città avevamo però il disprezzo atavico per la campagna e i contadini. Quel mondo laborioso e autonomo, non veniva migliorato, bensì continuamente esecrato. E forse se ancora oggi le campagne irpine non sono ambite, in qualche misura ciò è dovuto anche al disprezzo oppressivo e all’assenza di lealtà, all’incapacità di vedere le possibilità insite in un diverso universo morale, permeato com’era dalla vocazione al lavoro e da un alto grado di autodeterminazione.

Insomma, per la maggioranza, è valso quello che scrive Meneghello in Libera nos a Malo: “Mezzogiorno col sole, quando l’estate è ancora illimitata, ai tavoli del caffè in Piazzetta con un bicchiere di vino bianco, io e mio padre scambiando poche parole, attendendo gli amici, osservando la gente che conosciamo. Gioia somma e perfetta, astratta dal tempo, in mezzo al paese, come fuori la portata della morte.”
Ecco, forse Meneghello trova una via, forse è questo il segreto della ricerca d’identità, ovvero la forza irresistibile delle origini che combattono strenuamente, insieme alla continuità generazionale, contro l’idea della morte. O forse la verità è nelle parole di Soldati: “Non capisce”, scrisse in America primo amore, “forse, non ama il proprio paese chi non l’ha abbandonato almeno una volta, e credendo fosse per sempre”. Soldati capì, nel viaggio americano, che per conoscersi bisogna essere con i luoghi amati in rapporto di vicinanza e lontananza.
Bisognerebbe abbandonarli come degli esiliati, aggiungo. Solo così potremmo capire gli emarginati, lo straniero, la diversità, ed essere in grado un giorno di ambire a una patria nel rispetto del genere umano, senza cortine di ferro né limiti invalicabili.
Ed è proprio questo che sembra voler dire l’ormai adulto Nuto in risposta al suo amico trovatello Anguilla:

“In America c’è di bello che sono tutti bastardi”, dice Anguilla.

– “Anche questa è una cosa da aggiustare. Perché ci deve essere chi non ha nome né casa? Non siamo tutti uomini?”, risponde Nuto.

Ma, tornando all’identità del paese, se il radicale Nuto è portatore di una volontà di progresso morale universale, ed è uno che il mondo lo vuole cambiare da capo a piedi, il paese reca con sé un’ambivalenza che, a suo modo, svela alcuni ostacoli frapposti. Infatti è un microcosmo che oscilla e che, lasciato a se stesso, può rivelarsi – penso alla sua mai emancipata borghesia di Luigini italici – servile e amorale, privo di verità e giustizia, in preda al familismo e al baronaggio. Può essere, se slegato dal resto della nazione, un luogo di smarrimento, in cui la storia non fa che ripetersi incessantemente.
E d’altra parte, però, quello stesso luogo – lo si scorge in Meneghello come in altri – a volte diviene un riparo contro la minaccia esterna: lo stato, la burocrazia, la disoccupazione, o qualsiasi altra forma di coercizione.
Il fatto è che il paese in certi casi risponde come può a tutto il resto, e lo fa soprattutto perché non sempre si possiedono mezzi, e dunque il fallimento non è più una colpa, ma al massimo una bizzarra forma di resistenza.
E allora nell’ambivalenza, è come se l’identità del paese oscillasse continuamente tra la possibilità di dirsi che l’origine altro non è che “la radice dell’intero”, e che l’identità è sempre una parte dell’universo, qualcosa di unico ma naturale e comune; e la bieca chiusura identitaria, che è angustia culturale, e diviene fatica ad ammettere che “tutte le carni sono uguali” e che tutti siamo esseri umani e mondo.
Ebbene, forse il paese-pendolo è già metafora delle oscillazioni del mondo globale, e se Nuto e Anguilla vivessero oggi, così deterritorializzati, potrebbero vedere con i loro occhi, nelle città come nei paesi, l’incredibile processo di de-umanizzazione normativa, disciplinare e mediatica a cui siamo sottoposti nei confronti dell’altro e soprattutto dei poveri del mondo.
Saremmo costretti ad ammettere, al cospetto dei personaggi di Pavese, non solo che sembra prevalere e imporsi chi sostiene che “non siamo tutti uomini”, ma che ovunque, nelle istituzioni come sui giornali o alla tv, al prezzo di nuovi sciovinismi e vecchie xenofobie, sembra di nuovo lecito lo sprezzo dei diritti universali e la negazione della dignità umana.

sandro abruzzese

*Questo brano è per Rocco Meninno, e per Mario, suo fratello. Con cui abbiamo condiviso la grande strada, via Valle, che ci unisce e separa. Da allora ogni cosa ci tiene sullo stesso filo, da cui ci si allontana senza mai dimenticare.

Monteleone di Puglia

Cani pastori in mezzo a un cerchio di gregge

Cani pastori in mezzo a un cerchio di gregge

Esistono terre del grano e del vento, in mezzo al vecchio mondo.

Mentre le percorro, i falchi tracciano il  confine tra Irpinia e Daunia.

Più di ottocento metri d’altitudine per il secondo comune più alto della provincia di Foggia.

Ma Monteleone non è di nessuno, anche se è vero che da una parte si staglia la Puglia,

dall’altra, attraverso l’Irpinia, si arriva fino a Napoli.

A vista, in lontananza, le ossa verdi del Vulture su cui si appoggia la Lucania alta. La facciata della chiesa di Monteleone di Puglia

Corso Umberto I a Monteleone di Puglia

Corso Umberto I a Monteleone di Puglia

La villa comunale si affaccia sulla sella di Savignano,

più a nord una costellazione di pale eoliche, dietro ci sono Greci, Ariano, fino al Molise.

Una villa comunale protesa al grano e al vento

Una villa comunale protesa al grano e al vento

Verso la Campania, Montevergine e i Picentini, insieme a Chiusano,

chiudono uno degli anfiteatri dell’Italia interna.

Non si fa più qui il mondo, Federico II è morto da troppo tempo.

Se ne accorsero presto sull’altura di questa terra di briganti.

Tegole divelte, supersantos e sassi appesi ai tetti tentano

di scoraggiare l’unica forza costante di queste lande: il vento.

supersantos sui tetti ricoperti di sassi per arginare il vento

supersantos sui tetti ricoperti di sassi per arginare il vento

Negli anni ’50 Monteleone possedeva cinquemila anime di vita.

Monteleone una volta di Avellino e poi di Puglia,

un’altra madreluna degli emigranti, attualmente conserva mille testimoni,

mille abitanti, dicono che il mondo si è fatto lungo, lontano.

Tuttavia a me pare strano che tutto questo mondo non faccia

a botte per Monteleone, per Sant’Agata, per Anzano.

Mi pare sempre strano, quando vedo quello che vedo,

che non si faccia guerra e pace

per queste lande,

per questo meridione di un altro mondo.

 

 

Sandro Abruzzese

Questo brano appare anche sulla rivista online  Erodoto108