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Da Mezzogiorno padano a CasaperCasa

*articolo comparso sul Quotidiano del sud il 25 marzo del 2018

di Paolo Speranza

L’Italia smarrita di Sandro Abruzzese

Certo, Torre del Greco “non è Manhattan”, e questo lo si sapeva, vicina com’è alla “terra dei fuochi” e all’epicentro di Gomorra. La vera rivelazione, semmai, è che neanche la ricca, civile, progressista Emilia-Romagna può più accreditarsi come la “terra promessa” per i tanti che, di nuovo e silenziosamente, emigrano dal Sud per una vita migliore: “questa non è Hollywood”, sentenzia amaramente Maria, che da Torre del Greco si è trasferita con la famiglia a Parma per assicurare a sua figlia, affetta dalla nascita da una malattia rara, un’assistenza sanitaria adeguata. Senonchè, quello che doveva essere un temporaneo “pellegrinaggio della salute”, da Sud a Nord, è diventato invece un trasferimento definitivo: permanente e senza via d’uscita come la solitudine assoluta con cui Maria è costretta a convivere in quella “immensa e ricca pianura in cui, quando mi sento sola, non resta che andarsene all’iper, a fare la spesa”. Più simile alla depressione strisciante che ad una forma di sognante saudade, questa solitudine amplifica nell’animo della casalinga venuta dall’area vesuviana quel magma di nostalgia, sensi di colpa e rassegnazione di cui è irrimediabilmente prigioniera da ormai vent’anni.
No, non è davvero Hollywood, e non le somiglia neanche lontanamente, quella Padania che da oltre un decennio accoglie (ma sarebbe più corretto dire: ospita) gli attori della nuova e inarrestabile ondata migratoria dalle regioni del Sud Italia: un movimento carsico, inedito nelle sue dinamiche, che ancora oggi i più preferiscono rimuovere, pochi si sforzano di analizzare, quasi nessuno ha raccontato davvero.
Per questo è importante, ricco com’è di qualità letteraria e di coraggio civile, l’esordio narrativo di Sandro Abruzzese, che tre anni fa con Mezzogiorno padano, edito da manifestolibri con prefazione di Vito Teti (presentato in Irpinia a Grottaminarda ed allo Sponz Fest di Calitri in un’iniziativa coordinata da Franco Fiordellisi, Rita Labruna e chi scrive), ha dato vita ad una sorta di “Spoon River meridiana” dei nostri giorni, intrecciando con uno stile già coinvolgente e maturo storie personali di donne e uomini del Sud, sopravvissuti e resistenti, marginali o migranti. Storie semplici nella loro struttura eppure emblematiche, percorse da un vivo realismo e da una partecipe e a tratti vibrante caratterizzazione dei personaggi: “Queste storie apparentemente separate appaiono un unico romanzo sul dolore del nostro tempo presente. Queste storie, apparentemente fatte di scarti e di frammenti, raccontano le vicende eroiche e drammatiche della normalità, di un mondo di sradicati, di persone in fuga per arrivare in nessun luogo e per accorgersi che il luogo forse, come recitano i versi di Scotellaro, è là dove nasce l’erba nella terra e là dove il seme può spostarsi per trapiantarsi lontano”, scrive nella prefazione Teti, autorevole antropologo e meridionalista, estimatore convinto di Abruzzese (che dalla nativa Grottaminarda si è trasferito da anni a Ferrara), tanto da inserirlo fra le firme della nuova collana che dirige per Rubbettino, “Che ci faccio qui?”, per la sua seconda opera narrativa CasaperCasa – presentazione a Grottaminarda alle 19.00 del 30 marzo alla Mondadori – con la quale il giovane docente irpino, blogger e fondatore del progetto “Racconti viandanti” (attraverso cui promuove incontri sul tema dell’erranza) si conferma come una delle voci più interessanti e sincere della nuova narrativa italiana, in grado di cimentarsi con una polifonia di temi, generi e toni.
Se Mezzogiorno padano è infatti una silloge ben articolata di storie e racconti, filtrati dalle voci e dal flusso di memoria dei protagonisti, CasaperCasa è una sorta di odissea esistenziale, con echi joyciani, del protagonista (un insegnante in anno sabbatico dopo un matrimonio fallito) che si svolge tra le strade, le case e l’hinterland di Ferrara, fitta di sensazioni ed incontri a cui l’io narrante cerca di dare un ordine narrativo, costruendo così, come rileva l’estensore della scheda editoriale, “un reportage involontario, ironico e disarmante, di una ricerca di senso condotta con tenacia e leggerezza”. Il reportage foto-cartografico rappresenta una delle particolarità dell’opera seconda di Abruzzese, oltre alla tenace, progressiva conquista di uno stile sempre più personale ed interiorizzato, senza rinunciare (al contrario, esternandoli quasi con orgogliosa passione) ai richiami e agli apporti linguistici e morali di una solida teoria di buone letture e visioni d’autore.
La Ferrara narrata dal giovane scrittore meridiano non ha più l’opulenza fascinosa e dai risvolti talora torbidi del “romanzo di Ferrara” di Bassani o l’aristocratica eleganza di certi squarci dei film di Antonioni, per citare due tra i suoi figli più illustri, bensì è pienamente partecipe del grigio declino dell’Italia e d’Europa, di cui anche l’ampia e suggestiva appendice fotografica di CasaperCasa sembra restituirci, insieme all’antica bellezza, un retrogusto di spenta grandeur di provincia, di ripiegamento e di vuoto.
«Paese incridibile questo, Alecsandro, tantasorpresa, tanto riccopaese questo, o no? Anche tanto stranopaese di questi cosechecapita in riccopaese, o no? Certi volte questo che sento qui è di paesestrano, molto moltoancora più di che Ucraina sai?», commenta nel suo improbabile italiano Giorgio “Aggiustatutto”, l’immigrato ucraino che diventa compagno di viaggio ed amico del tormentato Ulisse di CasaperCasa, finendo per scoprire una città ed una Italia molto più complesse, tristi e ripiegate in se stesse di quanto lui, e come lui tanti migranti attratti dal “miraggio europeo”, avrebbe potuto mai prevedere. Ma non va meglio, peraltro, a tanti personaggi autoctoni, emigrati dal Sud o residenti “storici”, feriti e confusi da una vita privata e collettiva sempre più povera di umanità e di sorrisi, di relazioni sociali, di antidoti etici e culturali a una sorda, e sempre meno sotterranea, violenza.
Questa non è Hollywood, appunto. E non tornerà ad esserlo, se mai lo è stata. Perché se il futuro appare problematico e incerto, ancor meno senso ha il rifugio nella nostalgia di un recente passato, benchè indubbiamente migliore.
Scrive Abruzzese in una delle pagine più profonde del libro, citando uno dei suoi autori preferiti: “Portami con te, scrive in una poesia dedicata al figlio Attilio il poeta Caproni, e invece sa benissimo che il bello di questo mondo è prendere la propria strada, sperando sia la volta buona, il verso giusto, tentare di inseguirlo”. Come l’Ulisse che è in ognuno di noi, il più delle volte represso o nascosto in nome di un’esistenza più comoda e sicura. Ma di quelle certezze rassicuranti che hanno come protetto in un involucro di benessere, fino a ieri, Ferrara e l’Emilia e gran parte d’Italia, non vi è traccia nei personaggi di Mezzogiorno padano e di CasaperCasa. Ai quali non resta che affidarsi, in una vita che è sempre più resistenza quotidiana, alle residue risorse di vitalità ed ai barlumi di solidarietà umana e civile che a tratti illuminano la lunga strada, piena di foschia, che li separa dall’approdo alla loro personale e ancor sconosciuta Itaca.

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La trincea creativa di Generoso Spagnuolo in Irpinia

Riguardo la foto per riacciuffare il passato, pure se recente. E’ una luce meridiana questa che illumina le memorie di una testa tagliata in un pomeriggio di mezza estate. Poi le linee d’ombra si stendono su un cartone di colori e colla e il cutter giallo riposa. Non sono venuto nello studio di Generoso Spagnuolo perché è un vecchio amico. L’amicizia, anzi, è causa di reticenza. Quello che mi porta nella sua bottega è una sorta di attrazione per l’abilità delle mani associate alla mente, la capacità di trarre figure plastiche da ogni tipo di materiale. In realtà è il modo di stare al mondo di Generoso che scava nella mia curiosità. Una postura determinata e inattuale che, in un paese lontano dall’arte come Grottaminarda, nell’entroterra irpino, lo porta a vivere alla continua ricerca di espressione.

memorie di una testa tagliata

memorie di una testa tagliata

Strumenti

Strumenti

Generoso Spagnuolo

Generoso Spagnuolo

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Mentre parliamo degli ultimi progetti e gli rubo qualche scatto, guardo alcune opere. Sembra quasi che Generoso abbia fatto un giuramento, che si sia giurato di non diventare sterile, in qualche modo asservito. La sua bottega è lontana da pubblicità e clamore, è situata fuori dal centro del paese. Le sue soddisfazioni, i premi, i riconoscimenti, da un punto di vista retributivo, rispondono solo parzialmente ai suoi sforzi. Insomma, le regole di Generoso non sono quelle di qualsiasi altra persona. E’ chiaro che lui la vita l’ha infilata a modo suo. Ed è chiaro che i suoi lavori tacciono i sacrifici, i dubbi, le ansie di una scelta del genere e mostrano solo il volto della riuscita, dell’approdo. Quello che ha dentro pare si attorcigli a ciò che sta fuori, prende forma, fuoriesce dalla superficie e diventa qualcos’altro.

opere

opere

opere 2

opere 2

Allora penso a Generoso Spagnuolo, a Grottaminarda, al suo giuramento caparbio rispetto a quello che lo circonda, mi vengono in mente i versi di una vecchia canzone di Springsteen:

“abbiamo fatto una promessa / abbiamo giurato che l’avremmo mantenuta / nessuna ritirata, credimi, nessuna resa / come soldati in una notte d’inverno / con un giuramento da rispettare / nessuna ritirata, credimi, nessuna resa”.

La bottega in cui sono immerso è una trincea scavata su queste colline dove l’inverno è davvero lungo. Non rimane che sperare in nessuna resa, nessuna ritirata. Le speranze sono ben riposte. Se questo è un giuramento, è quello di rimanere vivo, di scegliere la strada con passione e istinto, e a tal proposito Generoso Spagnuolo non accetterebbe neanche un comodo armistizio.

opere 3

opere 3

 

 

Sandro Abruzzese

Viaggio in Australia: il nuovo mondo di Gerardino, classe 1926!

di GERARDO LIETO

Nuovo mondo

Nuovo mondo

Gerardino, classe 1926, di Grottaminarda, fu per qualche tempo parte di quel fenomeno migratorio del dopoguerra, ritenuta funzionale per l’Italia a fronte della fragilità industriale e l’arretratezza del mondo agricolo. Orgoglioso come molti della sua età, accoglie le domande come una sorta di riflessione e di ostentata liberazione, come se non vedesse l’ora di parlare; e parlerà senza che nessuno gli faccia domande, senza che nessuno lo fermi, si commuoverà e ricorderà bene quello che è stato. “Ero folle della mia giovinezza”. “Si può dire che non sono stato un vero e proprio emigrante, perché semplicemente a casa vivevo modestamente; ero curioso, c’era una voglia di cambiamento, avevo una forte aspettativa di vita, o banalmente e semplicemente volevo fare più soldi”.

Prima di te, c’è stato qualche emigrato nella tua famiglia?
“I miei zii prima, mio padre Antonio li raggiunse nel 1903-04, stavano tutti a Boston, Stati Uniti. Al paese faceva il ciabattino, calzolaio, e di sicuro l’America non lo cambiò per questo aspetto; tentò, ma sempre il lustrascarpe fece per tutto il tempo, finché qualche anno dopo rimpatriò. Con quale animo non lo so.”

La situazione familiare prima di partire nel 1955? Economica, lavorativa, abitativa?
“Sposai nel 45, con Rosaria, sempre del paese; inizialmente rimasi in casa con i miei; il mio mestiere, scalpellino / marmista; con il tempo e qualche risparmio insieme a mia moglie aprimmo un negozio di casalinghi. Lei rimaneva in negozio e io facevo l’ambulante in giro per i vari paesi. La situazione economica sembrava essere nella media, non navigavamo nell’oro, si facevano tanti sacrifici; ma ci potemmo permettere di comprare la casa, l’attuale casa. Però non ci allontanammo dalle nostre famiglie e dai nostri vicini. Nacquero tre figlie, nel 46’ 48’ e 52’, tutte femmine, ma una malattia alla nascita si portò via la prima.”

La scelta che ti ha portato alla partenza? C’è stato qualche ripensamento?
“Mi trovavo a Napoli per un carico di lavoro, quando incontrai un amico che conobbi durante il servizio militare. Lui incominciò a parlare di questa terra lontana dove un suo parente lo aveva mandato a chiamare. Poi in paese era diventata una consuetudine, anche solo parlarne mi incuriosiva. Io ero desideroso, volenteroso, e poi la fame durante la guerra l’avevo vista e vissuta, avevo una forte sete di guadagno ed ero ambizioso, soprattutto.
Con tutto ciò, l’attaccamento alla famiglia, alla terra e la malinconia che mi prese, mi impedì di partire la prima volta che ci provai. Era il 1953, non so cosa mi prese ma restai a letto per quindici giorni.”

Perché l’Australia? Chi ti ha indirizzato?
“L’Australia, perchè mi mandò a chiamare quell’amico che incontrai a Napoli, ci tenevamo in contatto. Questa volta un anno dopo, il 54’, decisi di non farmi prendere la “pecuntria” (malinconia), e forte della mia decisione partii. Mia moglie aveva il negozio e aveva la protezione di tutta la famiglia. E poi non si sarebbe mai e poi mai spostata. Era il mese di Aprile ed era primavera.”

Cosa hai dovuto fare per organizzare il viaggio?
“Io dovetti comprare il biglietto della nave, 360 lire, e dovetti aspettare l’atto di richiamo. Era un semplice documento che gli immigrati facevano per richiedere e accogliere altre persone, per motivi di lavoro o matrimonio. La richiesta partiva da un amico o parente ivi residente e che poteva garantire un posto di lavoro. Dichiarando di essere idoneo a lavorare, feci anche una visita medica, insomma garantivano per te. Aspettai.”

Come hai affrontato il viaggio?
“La nave. Cielo e mare mi fecero compagnia per trenta giorni e trenta notti. Partimmo dal porto di Napoli, puoi immaginare la tristezza mista ad euforia. Su quel mondo galleggiante eravamo in 1500. Li conobbi qualcosa che non avevo mai visto o sentito, ero un cittadino del mondo. Quanto mangiavamo…; tre volte al giorno cose mai immaginate e provate prima; pensa che a metà pomeriggio ci servivano tè con biscotti, impensabile. Si giocava e si passava il tempo in qualsiasi modo. Lì presi la fama di essere un buon oratore; facevo discorsi, cantavo e suonavo il mandolino per gli altri, ricordando le nostre terre, come se già fosse passata una vita. Così sembrava.”

Arrivato, quali sono stati i tuoi contatti, cosa facesti? I primi lavori?
“Quando arrivai era maggio. A Melbourne inaspettatamente l’amico non c’era, lo aspettai fino a sera, ma niente. Qualcuno mi notò, ero infreddolito, sporco, stanco, mi chiamò, non so perché ma mi voltai subito, disse: “spaghetti, italiano?”, forse me l’aspettavo una cosa del genere. Era la polizia che mi prese e mi portò con loro, mostrai l’atto di richiamo e i documenti, chiamarono il titolare e mi misero su un Bus in direzione Richmond, un sobborgo della città. Era li che lavoravano gli italiani, lì c’erano le miniere e tanti campi da trattare. Di certo non trovai la ricchezza che mi era stata promessa per lettera e raccontata. Erano partiti da contadini e continuavano a fare i contadini. Io, comunque, con quel mio amico presi il mio primo lavoro da emigrato, scesi in miniera,una miniera di carbon-fossile, ma per soli quindici giorni; non era per me. Stavo sempre nero. Allora mi misi in moto e cercai tramite tramite qualche mio paesano. Così feci, tanto che da quel posto sperso me ne andai per tornare un po’ più in città. Ero andato lì per migliorare non per peggiorare. L’ufficio del lavoro, se così si chiamava, mi diede cinque sterline per vivere una settimana. Mi indirizzarono verso una fabbrica di caramelle ma non mi presero. Furono giorni duri e tristi ma riuscì a trovare tramite un mio paesano a Melbourne il lavoro che facevo al mio paese prima di aprire il negozio da commerciante, scalpellino/marmista. Comunque era un lavoro che mi faceva felice.”

Dove vivevi? Eri circondato da italiani? Vivevi in comunità?
“Dove vivevo e vivevamo era un grande quartiere di soli italiani. Una miscela di italiani, nord, sud tutti insieme. Si parlava esclusivamente italiano per certi versi, in certe occasioni dialetto. Era una vera comunità, sembrava di stare in famiglia. Certo dovevamo arrangiarci come potevamo, stipati in abitazioni da quattro massimo cinque persone. Ci si organizzava. Il lavoro, siccome ero bravo, mi dava molte soddisfazioni, non era duro trattandosi più di precisione che altro, però il padrone era esigente, e come. Diceva: ”spaghetti, tu ok ma lento”. Comunque si viveva così, si lavorava insieme, si mangiava insieme, si dormiva, ci si divertiva insieme.”

Il tempo libero?
“Ho conosciuto il cinema il sabato sera, in Australia! La domenica mattina da buon paesanotto andavo in chiesa. La sera dopo il lavoro a scuola d’inglese, lì incominciai a frequentare persone diverse, ma sempre emigranti, maltesi, greci, ecc, insomma incominciai a masticare la lingua. Mi improvvisavo barbiere per i miei amici vicini di casa, loro si accontentavano. La fama di oratore mi seguì. Invitato sempre, mi mettevo al centro dell’attenzione in feste non mie. Per esempio in alcuni matrimoni prendevo la parola e pronunciavo discorsi d’auguri per gli sposi, tutti applaudivano, mi invitavano per questo; oppure andavamo a fare le serenate alle spose la sera prima delle nozze. Io suonavo il mandolino. Vero italiano, li facevo sentire a casa. Piangevano. Una volta mi arrestarono pure per disturbo, me la cavai con una multa. Ero molto fanatico, mi piaceva vestire bene la sera e non ti nascondo che le donne straniere…..beh si facevano guardare, noi eravamo abituati ad altro.”

I soldi che guadagnavi li mandavi al paese?
“Dopo due anni da scalpellino litigai con il datore di lavoro e abbandonai tutto per poi trovare un altro posto, ma molto meno gratificante. Era una piccola fabbrica che costruiva abbeveratoi per animali. Mi pagavano bene, prendevo 11 sterline più le mance,era semplicemente un cottimo.
Mandavo bei soldi a casa e mia moglie li depositava in banca, tra l’altro la prima banca a nascere a Grottaminarda, nata anche grazie ai soldi di noi emigranti.”

Come vi trattavano gli australiani autoctoni ?
“Non benissimo, io mi sentivo un re dentro la mia comunità, ma come mettevi il piede fuori dal quartiere e ti incamminavi verso la loro città le cose cambiavano. A lavoro comunque eri sempre e solo un numero, il padrone era proprio come ve lo potete immaginare. E’ vero c’erano diritti e doveri ma eri controllato a vista, indipendentemente. Eri sempre e comunque per loro un spaghettaro e mandolinaro. Ad esempio: un giorno in un tram mi alzai per far sedere una persona anziana, per rispetto, ma fui trattato malissimo da quel signore perché aveva mal capito la mia frase al momento di cedergli il posto, capì che lo avevo dato per una donnaccia. Penso che fu solo un pretesto crudele e banale per farmi segnalare dalla polizia, perché così finì. Ancora oggi ci penso a quell’umiliazione.
Io sono sempre stato un tipo nostalgico, vedi la prima volta, ma in quel periodo particolarmente.”

Hai mandato a chiamare qualcuno che conoscevi in Italia? Parenti o amici.
“In quel periodo, proprio perché mi sentivo giù, mandai a chiamare mio fratello Michele. Lavorò con me per altri due anni. Vivevamo insieme. Lui poi c’è rimasto quindici anni.
Feci un atto di richiamo per mia nipote, da parte di mia moglie, che a sua volta reclutò tutti i suoi. Attualmente vivono ancora lì. Ci sentiamo qualche volta.”

Quando sei tornato e perché?
“Io non vedevo l’ora di tornare. Avevo guadagnato qualcosa, ma non stavo più bene. Non dovevo più fare sacrifici, anche perché se ci penso oggi non so perché feci tutto, non vivendo proprio nella miseria. Curiosità, follia,voglia di cambiare vita, con quale aspettativa però? Non avevo le stesse ragioni del migrante comune ma chi lascia il paese d’origine prova le stesse emozioni, lo stesso allontanamento dalla famiglia, gli stessi problemi di integrazione e conosce la stessa incertezza che ruota attorno ai migranti e alle loro famiglie.
Sono tornato nel 60’,con qualcosa in più sicuramente, feci un altro figlio, maschio, presi il diploma e concorsi per un posto da vigile urbano e poi con pazienza aspettai qualche anno diventando comandante maresciallo dei vigili urbani di Grottaminarda, fino alla pensione.”

Orgoglioso, onorato, già di carattere, mi mostra la medaglia d’oro di cavaliere ricevuta al momento del ritiro.

Intervista a cura di Gerardo Lieto

LETTERE SETTENTRIONALI 5

Ombra al cimitero di costermano
Michela parte ogni mattina. Si alza alle 4, prende il pullman ariano-foggia. Quindi il treno per Vasto. Prima però prepara la colazione ai due figli di 11 e 14 anni. Tutto quello che guadagna lo spende tra viaggio e assenza. Torna alle 18 e per le tre ore successive cerca di fare la mamma e la moglie. Fa l’amore la domenica mattina. Lei va a lavoro per i punti in graduatoria della scuola. In quattro anni ha ricevuto molti punti, perso diversi soldi, alcuni eventi, in attesa del trasferimento.
Nel frattempo la piccola è diventata grande.
Il primo figlio ha perso un anno a scuola e qualche volta fuma.
Il marito ha trovato un’amante, si vedono ogni tanto in pausa pranzo, ma niente di importante.

Mi sono sempre preso troppo sul serio. Un po’ per carattere, un po’ per mancanza d’ironia. Sono partito per Roma, all’accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico. Ho avuto successo, sì! Sto addirittura in televisione e mo’ quando torno a casa i vicini vogliono l’autografo. Perché la mia convinzione ha sempre superato tutti, perfino il mio valore. A volte non ero il più bravo, ma il più determinato. E’ che da un certo punto in poi, nella vita, la gente non ha tempo, e allora aderisce in misura ingenua o esagerata a tutto quello in cui crediamo noi. E’ andata così: Io ci ho creduto. E pure loro.

Non mi sono mai preso troppo sul serio e sono rimasto. Aspettavo che qualcuno mi dicesse “sei il più bravo”, e quando accadeva, pareva lo facessero per amicizia.
E’ che il mio talento ha sempre superato la mia convinzione, il valore la determinazione.
Ho capito che ero il migliore durante una registrazione: l’esecuzione era perfetta, magistrale.
C’era un suono inconfondibile, quel tocco che avevo cercato da sempre e che diceva “questa è la mano di Enrico Santoli”. L’ho capito chiaramente a 56 anni, dopo trent’anni di prove in cantina e matrimoni. E’ avvenuto tardi, ognuno ha i suoi tempi e non ho avuto successo.
E’ che da un certo punto in poi, nella vita, la gente non ha tempo, e allora aderisce in misura ingenua o esagerata a tutto quello in cui crediamo noi. E’ andata così: Io non ci ho creduto. E neppure loro.

Ero in procinto di partire. Adesso mi giudicano tutti e non ha senso parlarne più di tanto. E’ che la moralità in un certo senso è progressiva. Ognuno ha la sua scala di valori in base al gradino che occupa. Per dire: anche l’escort in qualche misura crede di essere superiore alla puttana.
Ma comunque, sono rimasta perché me l’ha scritto per contratto: segretaria particolare con l’obbligo di fare l’amore quattro volte al mese, una per settimana. Rispetto a passare la notte in fabbrica, non mi sembrava certo di spostare una montagna.

Peppe è sempre stato esterofilo e poco campanilista. Lui, da piccoli, a Grottaminarda preferiva Ariano Irpino. Crescendo ha maturato la convinzione che Napoli fosse meglio di Avellino. Adesso che siamo adulti dice che la Spagna è cento volte meglio dell’Italia. Ultimamente parla molto bene della Nuova Zelanda. Ho sempre pensato che Peppe fosse avanti, che arrivasse un poco prima degli altri.
L’unica cosa che non capisco è perché è rimasto, so quarant’anni che abita la stessa casa, in via Firenze numero 12, e non si schioda.

Sandro Abruzzese

IRPINIA PIETRA VIVA

Via Aldo Moro, Grottaminarda, Irpinia.

Via Aldo Moro, Grottaminarda, Irpinia.

L’idea di una bomba intelligente per i paesi spenti della penisola.

Ai paesi spenti di ogni latitudine e circostanza, alle radici e alle ali, ai viandanti, agli stanziali. Al nord e al sud di ognuno. E perché no, ai rancorosi disarmanti, agli invidiosi, alle terre dei detrattori ubiqui, ai delatori come ai dottori e professori senza cuore, ma soprattutto alla gente capace e onesta che non ne può più e ha finito per starsene per sé.

Al mio paese dove non vivo, Grottaminarda,
alla tenerezza che provo di fronte ai tentativi di fotografarla per quello che non è, scorci come Santa Maria Maggiore, il castello D’Aquino, Largo Sedile, Porta Aurea, il macchio, rispondo con la scelta di ritrarla dal retro: in alcune circostanze le spalle e la schiena sono più loquaci e sincere di tante illusioni prospettiche.
A dispetto degli inguaribili nostalgici, i luoghi del paese vecchio nulla hanno a che vedere con quella che oso definire senza fatica la triste realtà urbanistica del luogo, anzi assurgono a emblema, ricordano l’esatto contrario di ciò che siamo diventati. Le arterie che ci irrorano e rappresentano sono via Valle, via Aldo Moro, via Cimitero, quel che resta del Corso, il casello autostradale.
Di quel paese rurale dell’entroterra irpino “non è rimasto che qualche brandello di muro”, beninteso ciò è avvenuto in piccola parte per via dei terremoti del 1962 e del 1980, in misura preponderante per la nostra grave scelleratezza. E c’ero anch’io a vivere per me invece di farmi investire dalle ruspe, invece di incatenarmi alla pietra viva della “fratta”, quando hanno finito di sventrare il poco che restava della nostra storia.
Per chi non l’avesse capito, quelle che scrivo sono lettere settentrionali, hanno il sapore di quello che è già andato, ma non conoscono rassegnazione. Le mie corrispondenze sono indirizzate a quello che è, e a ciò che non è stato.
Abbiamo avuto fretta di chiudere con la terra cafona per dirci cittadini, sviluppato traffico, diffuso commerci, forse è per questo che non abbiamo conservato, per poter dire in giro che non era vero niente. Quindi oggi che non siamo zappatori, fatemi chiedere almeno: che c’era di male? A quel po’ di borghesia che ci ha sempre tradito, venduto, a chi si vantasse di avere la pelle chiara da tre generazioni, fatemi dire che se erano avvocato, medico condotto, direttore generale: peggio per loro perché la responsabilità è maggiore.
Il paese dove sono nato è uno spazio senza memoria e senza storia: albero mutilato senza radici, preda del vento più arrogante: cellule impazzite, luci, asfalto e cemento, marmi, gessi, macchine, pullman, camion e cartelloni pubblicitari.
La televisione ha fatto il resto, finendo col far deflagrare gli incontri, i racconti, addirittura gli scontri, ognuno si dà ragione per evitare confronti. Si vagheggiano larghe intese, partiti trasversali, muoiono gli estremi, le idee radicali, trionfano i furbi, espellono gli onesti che intralciano progetti di interesse clientelare: la solita fessa chimera del benessere comune.
Il mio paese spaccia merci, vende gli spazi, non ha più il cuore e quindi mette a disposizione il culo. A onor del vero devo dire che i cittadini sono generosi, devolvono la democrazia a una sorta di consorzio privato, un centro per l’impiego mutilato: Fiat Iveco, centri commerciali? “Spiàno” regolatore insieme a licenze, concessioni?
Quello che scrivo i maestri titolari già lo sanno, è un esercizio sterile che funge da psicologo, risparmio sulle spese mediche in tempo di crisi. Oppure mi rivolgo a chi si chiude in casa, a chi se ne sta fuori, a chi è rimasto dentro: voglio che adesso rifiorisca il seme morto nelle sedi vuote dei partiti, che agisca come detonatore l’idea di una bomba intelligente che spari schegge di dimensione collettiva, dimostri che si può essere feriti dal germe del riscatto generazionale, che si può a prezzo di umile costanza trasformare l’asfalto e il cemento delle nostre teste per RITORNARE PIETRA VIVA.
Che cos’è la pietra viva? Quello di cui abbiamo bisogno. Qualcuno che faccia le cose per gli altri. Noi dovremmo fare le cose per gli altri. Un giorno al mese, magari. Costruire cose semplici, pulire i marciapiedi, insegnare ai bambini a disegnare. Dovremmo essere un po’ più sinceri, umili, schietti. L’impegno per il proprio paese gratuito e addirittura slegato dalle passioni personali. Un piccolo movimento dal basso che faccia cose per gli altri, per i più piccoli. Togliamo le merde dalle strade, recuperiamo, ricicliamo oggetti, riportiamoli in vita. Incontrarsi una sera al mese sarebbe rivoluzionario. Togliere ai bar il monopolio della comunità per restituirlo a delle sedi appropriate. Progettiamo cose di poco valore…non c’è bisogno di partire dall’alto con gli assessori, le liste del pantano politico, quello verrà dopo e da sé. Servono i prerequisiti: imparare a stare insieme, a discutere dialogando per poi agire in un contesto concreto. Serve umiltà, scrivere quello che si farà e portarlo a termine, usare la creatività per ovviare alle risorse economiche. Serve una prospettiva diversa, di lungo respiro. All’Italia interna non servono grandi eventi, bensì quotidiani esempi di alterità, di alternativa all’arido, individuale ed egoistico. Immagino un consorzio liquido e stanziale, una rete di viandanti, che si appoggi a chi ci sta in tutti i paesi circostanti, terra in moto perpetuo, non avanguardia… ma formicaio brulicante di RESISTENZA! Chi ci sta?
Sandro Supplentuccio Abruzzese
Sandroabruzzese78@gmail.com
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DIASPORA CON EMERGENZA in sala professori

Nuovo cinema Diana: una presenza che manifesta tutta l'assenza. Fare da sè, fare dal basso, ci vogliono chilometri passo dopo passo, declinati al plurale, debbono essere passi, mi sa che non bastano nemmeno cento.

Nuovo cinema Diana: una presenza che manifesta tutta l’assenza.
Fare da sè, fare dal basso, ci vogliono chilometri passo dopo passo, declinati al plurale, debbono essere passi, mi sa che non bastano nemmeno cento.


Quando si migra da un paese all’altro, non parlo di città ma di paesi, sei un gatto che arriva dove hanno già pisciato! Per migrare ci vuole determinazione! Anche per restare ce ne vuole, però quello di chi rimane è sopportazione del già noto mentre chi parte deve resistere prima all’ignoto, quindi alla differenza tra quello che ha perso e ciò che non ha guadagnato.
La prima generazione di migranti è gente che rimane sempre in mezzo: cambia residenza, aggiusta l’inflessione, dopo un ventennio non è del posto in cui è nata e non ne bastano trenta affinché diventi del luogo in cui è approdata.
Per esempio solo per rimanere nell’ambito ristretto della provincia di Avellino: a Calmasino è nato Stefano Abruzzese figlio di grottese, e so che c’è Gallucci Francesco di Calitri ragioniere. A Bardolino insegna Sergio Pesca, batterista di Avellino circoscrizione centro; a Garda in Ca’ Beati vive Luciano Pugliese archeologo frigentino. A Legnago nella bassa veronese risiede Nicola di Fontanarosa, è un buon tecnico di radiologia. A Desenzano e a Trento lavorano rispettivamente Orlando Mauro e Morelli Emilio professori, mentre a Bolzano da poco è arrivato Stefano Rossetti con tutta la famiglia: questi ultimi tre sono di Grotta! Alcuni li conosco, altri semplicemente so che esistono e non viceversa. Almeno fino a che non busserò alla loro porta! A Verona c’è Bruno di Atripalda…
Adesso sono costretto ad interrompere il lungo elenco della mia amata diaspora, stavo scrivendo in un ritaglio di tempo, quelle ore buca che gli oraristi della scuola generosamente devolvono ai supplenti. Sento un trambusto, mi dicono che devo chiamare l’ambulanza per Maria, una ragazzina quindicenne piombata in sala professori e riversa ubriaca sopra l’impiantito. Durante la ricreazione si è sbronzata con dell’alcool in acqua minerale. Spero che l’abbia fatto senza un buon motivo e vi assicuro che in un edificio chiuso di seicento anime, l’umanità fornisce le più disparate motivazioni in serie per essere infelici o viceversa.
Pure questo è un giorno normale e in qualche modo come ogni cosa dovrà finire. Penso che Maria un po’ piangendo lo ricorderà in eterno, se se la cava più in là ne riderà con autocommiserazione. La prenderanno in giro per un po’ e non uscirà almeno per un mese. Ora che ci penso forse salta anche la gita…peccato! Lei oggi ha scritto un po’ della sua storia e non volendo anche un po’ della mia: chi non ha fatto una cazzata qualche volta? Il difetto dell’indulgenza è che spesso funziona solo per sé stessi.
Penso a questa vicenda e perdo la concentrazione, la componente lucida e la parte razionale. Avverto più calore, il cervello è attanagliato da una sorta di pensiero dittatore che non mi consente di passare ad altro, il sangue circola a duemila all’ora, sento la pelle d’oca nonostante il mio bel pensare pedagogico. Ma non è sempre andata bene quando ha vinto l’animale: l’altra, la parte razionale, ritorna e chiede il conto, lei guarda al fondo di tutte le vicende e se non riesce a comprendere tutte le azioni del mondo, tuttavia le riesce peggio interpretare il giudice comminatore: che sia per una vittima o per un carnefice.
Ritorno a questo giorno insolito, privo di noia, all’ambulanza che porta via Maria. Ho perso il filo, fuori c’è il sole, il verde acceso di maggio piovoso: intravedo Palazzolo placido e adagiato su un colle caldo che molto tempo fa era gelato. Adesso smetto perché avverto un peso sullo stomaco e non so a cosa sia dovuto. Anzi se ci rifletto meglio, sarà dovuto all’ansia generatasi per quella ragazzina: mi chiedo se provi dolore, se conservi speranze, se riuscirà a vivere bene ciò nonostante. Decido di smettere perché sono un po’ in subbuglio, e a ben guardare questo avveniva anche prima dell’incursione di Maria, realizzo che la giornata era partita male dalle premesse. Mi riferisco proprio al tarlo delle migrazioni, a quell’elenco poi, fatto di vite spese altrove come la mia, come potevo credere che alleggerisse anche solo un momento di vita? E’ vero, pensavo alla mia terra, ma non quella d’agosto, ovvero del ritorno: piuttosto quella un po’ per sé, un po’ per niente e un po’ per convenienze, quella democristiana donna incostante che non si sa se amarla o farne a meno per la conservazione, per la sopravvivenza.

Supplentuccio Abru
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