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Riabitare l’Italia, o della Questione italiana

*Questo articolo in precedenza è stato pubblicato qui su Osservatoriodelsud.it

riabitare l'italia

Riabitare l’Italia, Le aree interne tra abbandoni e riconquiste (Donzelli 2018), è un libro che ha diversi pregi, ne sottolineo qui, per cominciare, due: un consuntivo dettagliato di anni di studi e ricerche multidisciplinari sull’argomento; l’attenzione a un altro modo di guardare la penisola che indica delle possibilità e delle strade concrete in termini di strategia della politica nazionale sui territori e di rapporti con le istituzioni locali.

Come scrive nell’introduzione il curatore Antonio De Rossi, attraverso l’inversione dello sguardo, il libro tenta di restituire una rappresentazione dell’Italia vista dai margini molto più profonda e veritiera della versione mediatica del Paese. Una prospettiva che innanzitutto vuol dire non fermarsi alla classica dicotomia nord-sud, per fotografare, come sottolineato da Cersosimo nel primo capitolo, un’Italia dei vuoti e dei pieni, fatta di varietà incredibili ma anche di divari abnormi, in cui la dimensione demografica, per esempio, svela l’incidenza delle cosiddette risorse umane sullo sviluppo: i territori che attraggono maggiormente giovani laureati nella fascia 25-39 anni segnano un fattore determinante nella crescita e nello sviluppo di un territorio. Basti dire, per dare una cifra, che “la percentuale di cittadini laureati sotto i 40 anni nella provincia di Bologna, Firenze, Triste e Milano è più del doppio dell’analoga incidenza che si riscontra nelle province di Imperia e Barletta-Andria-Trani”.

Tra l’Italia dei pieni e dei vuoti, dunque, cambia anche la dimensione economica e sociale, motivo per cui nelle aree vuote o semivuote (spesso relative al centro-sud, ma non solo) è più rischioso fare impresa, i servizi e le infrastrutture sono assenti o scadenti, insomma lo svantaggio di partenza per il cittadino come per l’attore economico si fa addirittura schiacciante. In questa situazione l’attuazione della Costituzione e i diritti di cittadinanza restano mero proposito astratto, si vive in assenza di equità, le persone sono legate alla lotteria del luogo di nascita, ricorda Cersosimo, e il divario sociale di questa Italia mostra un’asimmetria inaccettabile.

Se poi si tiene conto della varietà italiana, ecco che, sottolineano Carrosio e Faccini, alla natura policentrica del territorio italiano dovrebbe rispondere un’implementazione dei servizi di base: un piano per incidere sulla qualità della vita attraverso un innalzamento dei livelli di inclusione sociale. L’Italia interna, per intenderci, è un’area che racchiude all’incirca il 60 per cento del territorio italiano e il 52 per cento dei comuni. Questo vuol dire che 13 milioni di abitanti, prevalentemente delle zone alpine e appenniniche, hanno meno opportunità e servizi (occupazione, reddito medio, mobilità). La conseguenza è lo spopolamento e l’abbandono del territorio, che non vuol dire solo perdita della superficie agricola, bensì dissesto idrogeologico (si veda il capitolo di Piero Bevilacqua all’interno del volume), contrazione demografica, sottoutilizzo o degrado del patrimonio edilizio pubblico e privato, e nel lungo periodo impoverimento generale della popolazione.

Occorrono, lo ribadisce da tempo il gruppo riunito da Fabrizio Barca intorno alla Strategia nazionale per le aree interne, politiche orientate ai luoghi e livelli essenziali di cittadinanza. Dopodiché occorrerà lavorare sul ruolo “scardinatore” delle istituzioni centrali, che devono aprire e emancipare le elites locali, spesso chiuse nei privilegi delle loro prerogative. Si tratta di veri e propri “soggetti propulsori” da attivare sui luoghi, per dirla con Bonomi, che vengano coadiuvati dalla rigenerazione della rappresentanza e attraverso il rapporto con le istituzioni centrali.

Riabitare l’Italia, quindi, ha l’indiscutibile merito di riportare al centro del discorso elementi di solito relegati “nella penombra del discorso mediatico”. Il fatto è che si impoverisce una popolazione non solo per via dell’inarrestabile e antico esodo rurale e poi intellettuale, ma per la perdita del patrimonio storico, del saper fare artigianale, della qualità e specificità delle risorse primarie. Insomma, se ripopolare e riabitare nella sinergia tra nuove tecnologie e vecchi saperi è una strada, l’altra parte della medaglia, di cui nessuno o quasi vuole parlare, è la decompressione delle aree massicciamente urbanizzate, per ridisegnare il territorio secondo un assetto più equilibrato e sostenibile. Il punto poi, dicono esplicitamente Lanzani e Curci, è la quasi completa assenza di una politica nazionale e regionale che abbia la capacità di guardare al tutto, e non solo a settori specifici, per altro sempre slegati e miopemente parcellizzati.

In conclusione, rimandando ai numerosi contributi interni, tra cui Clemente, Bevilacqua, Sacco, solo per citarne alcuni, è opportuno sottolineare che l’Italia fragile, dei pieni e vuoti, produce anche sradicamento, migrazioni, sdoppiamenti, gemmazioni, nostalgia (si veda il capitolo di Teti), e con esse una sostanziale continua richiesta di ri-appaesamento, e che questi stati d’animo portano parte della cittadinanza al rancore, al voto anti-sistema, al nazionalismo di stampo etnico, alla rabbia dei cosiddeti luoghi dimenticati, a cui la politica nazionale pare rispondere – prova ne è la questione degli sbarchi nel Mediterraneo – con un sostanziale populismo xenofobo più o meno bipartisan.

Allora, sebbene sia auspicabile una riterritorializzazione della politica in grado di calarsi nelle diversità e articolarsi sulla storia dei luoghi, come ricorda Clemente, questo non può passare che per una parallela politica di omogeneizzazione dei livelli socio-economici e culturali del Paese: base e ossatura della nazione. Solo la ricomposizione o almeno l’attenuazione dello squilibrio italiano, rimettendo al centro la Costituzione, potrà assopire le istanze pseudo-identitarie, gli egoismi regionali, il degrado inarrestabile del linguaggio e della proposta politica della classe dirigente nostrana, di cui è esempio lampante il tentativo di secessione mascherata dell’attuale locomotiva economica del Paese (Lombardia, Veneto, Emilia Romagna), chiamata autonomia differenziata.

In definitiva, se si è guardato all’Italia sempre dal punto di vista urbano, una maggiore reciprocità prospettica, o, come dice Clemente citando Adorno, il centro visto dalla periferia, porta alla costruzione di una rete che per natura è policentrica e plurale. Si tratta di edificare il corpo democratico di un Paese e questo non può che darsi con un New deal dell’inclusione e della partecipazione, senza più margini né dimenticanze o veri e propri deliberati abbandoni.

Sandro Abruzzese

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UN PAESE CI VUOLE?

SU COME CITARE PAVESE A SPROPOSITODSCF0283

*Questo articolo è stato pubblicato in precedenza qui su Poetarum silva

Una delle pagine più citate di Pavese, nella Luna e i falò, è la parte finale del suggestivo, lungo incipit, dove l’io narrante dice: “un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.
Quante volte abbiamo letto con troppa fretta queste parole e magari travisato le intenzioni del suo autore?
Di solito vengono intese quale sorta di inno alla necessità di una comunità di appartenenza. Infatti, raramente chi le cita prosegue fino ad arrivare al resto e cogliere la parte più inquieta: “Ma non è facile starci tranquillo. Da un anno che lo tengo d’occhio […]”, confessa Anguilla, “[…] e quando posso ci scappo da Genova, mi sfugge di mano. Queste cose si capiscono col tempo e l’esperienza. Possibile che a quarant’anni, e con tutto il mondo che ho visto, non sappia ancora cos’è il mio paese?”.
Ebbene, è davvero questo che Pavese vuole dire?
È indubbio che Anguilla, quest’orfano cresciuto nelle Langhe, passato di famiglia in famiglia, e poi emigrato in America per far fortuna e poter ritornare da vincente, conservi un legame profondo col passato e con la sua terra. Sarà sempre Anguilla a giustificarsi con se stesso: “ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che un comune giro di stagione”, o ancora, qualche pagina dopo: “Così questo paese, dove non sono nato, ho creduto per molto tempo che fosse tutto il mondo. Adesso che il mondo l’ho visto davvero e so che è fatto di tanti piccoli paesi, non so se da ragazzo mi sbagliavo poi molto”.
Ma per capire fino in fondo se un paese ci vuole, e cioè per non banalizzare la riflessione di Pavese, occorre forse incrociare Anguilla con il suo doppio, ovvero Nuto, l’amico rimasto a casa. Infatti lo stesso Anguilla, al cospetto di Nuto, è costretto ad ammettere che il suo amico “voleva ancora capire il mondo, cambiare le cose, rompere le stagioni […]. Ma io, che non credevo alla luna, sapevo che tutto sommato soltanto le stagioni contano, e le stagioni sono quelle che ti hanno fatto le ossa, che hai mangiato quand’eri ragazzo. Canelli è tutto il mondo – Canelli e la valle del Belbo – e sulle colline il tempo non passa.”
Il fatto è che al Nuto politicizzato non basta che il tempo non passi. Quello di cui si compiace l’emigrante nostalgico Anguilla, a Nuto non può bastare perché egli comprende che quando il tempo non passa la storia si ripete, e che quando la storia è ingiusta un luogo può divenire qualcosa da cambiare a ogni costo oppure da abbandonare per sempre. E allora Nuto ribadisce che “superstizione è soltanto quella che fa del male, e se uno adoperasse la luna e i falò per derubare i contadini e tenerli all’oscuro, allora sarebbe lui l’ignorante e bisognerebbe fucilare in piazza”.
Se Anguilla, per sua stessa ammissione, tutto sommato ritorna al paese per un fatto personale, per vedere melanconicamente qualcosa che aveva già visto, che era dentro di lui, egli è pur sempre in grado di riconoscere che il suo amico Nuto “non è andato per il mondo, non ha fatto fortuna. Poteva succedergli come succede in questa valle a tanti – di venir su come una pianta […] ma anche a lui è toccato un destino – quella sua idea che le cose bisogna capirle, aggiustarle, che il mondo è mal fatto e che a tutti interessa cambiarlo”.
Ed è proprio la conferma che ritroviamo nel breve dialogo tra i due amici che segue:

– “In America c’è di bello che sono tutti bastardi”, dice Anguilla.

– “Anche questa è una cosa da aggiustare. Perché ci deve essere chi non ha nome né casa? Non siamo tutti uomini?”, risponde Nuto.

Dunque, all’umanitarismo di Nuto è destinata la parte di contraltare della visione esistenzialista di Anguilla, il quale comunque mostra la consapevolezza che un paese a volte non solo non basta, ma forse addirittura “non sempre ci vuole”, e che ha ragione Nuto quando sostiene che “vivere in un buco o in un palazzo è lo stesso, che il sangue è rosso dappertutto, e tutti vogliono essere ricchi, innamorati, far fortuna”.
Insomma, rifugiarsi nel mito, al di fuori della storia, per dirla con Carlo Levi, non basta nemmeno ad Anguilla.
Per l’orfano Anguilla la città e l’America sono state l’occasione per uscire dall’immobilismo del paese e prendere in mano il proprio destino di bastardo, ecco perché egli pensa così intensamente a Cinto, al ragazzo storpio incontrato in collina, e vuole “mettergli voglia di andarsene via”, almeno a Genova. Perché un paese ci vuole, ma non per Cinto, e Anguilla lo sa bene. Uno zoppo in campagna, come un orfano, sarà sempre un servo, e soprattutto occorre salvarlo dal padre Valino, forse per la miseria e la rabbia, violento fino alla follia.
Anguilla e Nuto, dunque, rappresentano alcune delle diverse anime del paese e Pavese è lì, nel mezzo, a dire che se non c’è alternativa tra paese e mondo, tra unità e varietà, ebbene non c’è neppure una sola risposta possibile.
Superato il mito, il paese mostra la sua antica rete di conflittualità: il contrasto tra immobilismo e attivismo, quello tra palingenesi collettiva, privilegio, e salvezza individuale, come nella Casa in collina o in Paesi tuoi, anche stavolta emerge e si fa violento.
Come violento e tragico è il destino di Gisella in Paesi tuoi, così nessuno sembra salvarsi dall’epilogo della Luna e i falò. Tristissimi saranno i destini delle pur ricche Irene e Silvia, e d’altronde in un breve passaggio del romanzo lo stesso Anguilla era stato avvertito, quando il conte decaduto, – e per questo continuamente vilipeso dai paesani, – gli dice: “lei non sa che cos’è vivere senza un pezzo di terra in questi paesi”.
In fondo, la verità è che l’io narrante, pur desiderando un paese, capisce di esservi lontano, di essere distante dal suo stesso mondo di provenienza, anzi sente di non esser più di alcun luogo, perché vivere in molti paesi vuol dire proprio non averne alcuno, e fermare il tempo è solo un’illusione a cui cede, ovunque, solo chi cerca riparo dall’indifferenziazione nella continuità.
A ben guardare, Anguilla è tentato dalle origini, egli per un attimo cede all’idea di comunità, alla speranza che essa in qualche modo lo riconosca e lo lasci vivere, qualsiasi cosa accada. Ma quello che accade mostra la distanza e la misura del caso. Mostra la lunga strada da percorrere per emancipare e trasformare la comunità, per piccola che sia, in una società.
È questo il sogno del buon amico Nuto, che non si dà pace, e prende con sé il piccolo storpio Cinto per insegnargli un mestiere. Cinto forse si salverà grazie a Nuto, la cui vita è tutt’uno con le ingiustizie del mondo, e non c’è paese che tenga, nella sua prospettiva, senza giustizia e libertà. Nuto vuole che ogni paese sia mondo, che ognuno abbia un paese e un nome, cosicché ogni carne abbia finalmente valore umano, perché il sangue è rosso per tutti e alla fine ognuno prima o poi sogna gli stessi sogni.
In mezzo a tutto questo, c’è il mondo di Cesare Pavese, con i suoi incubi e le sue intensissime passioni. Se un paese ci vuole, sembra dire lo scrittore piemontese, avrà bisogno di tantissimi Nuto, e di tutto l’impegno e il coraggio possibile. E ancora non è detto che, in tal modo, un paese sia un luogo per tutti.

©Sandro Abruzzese

Città natale

*Questo brano fa parte del volume curato da Adelina Picone, dal titolo Cripta. Dentro le aree interne, visioni di futuro per Grottaminarda e il suo territorio (Aión edizioni 2019).

“son, take a good look around
this is your hometown,
this is your hometown…”
My hometown, Bruce Springsteen.

È inverno, il cielo attraversato da piccole nubi basse, l’aria umida e abbastanza mite, è quella delle colline tra il Calore e l’Ufita.
Passano, tra i lampioni, attraverso la lunga fila di insegne pubblicitarie, auto di seconda mano, ogni tanto qualche fuoriserie.
È già buio. Dalla finestra auto parcheggiate ovunque, sostano sui passi carrai, sui marciapiedi, gli uomini vanno a giocare a carte al bar Roxy, le donne in macelleria o alla vicina farmacia.
Dall’autostrada dei due mari, come al solito arrivano i veicoli e le merci. Per via dell’autostrada la radio nazionale conosce il paese, e così il suo nome, Grottaminarda, echeggia fino a riverberare negli abitacoli dell’intera penisola.
Dall’autostrada arrivano i carichi di droga, i camion del contrabbando, i profughi, i pendolari. Lei ha spento vecchi tragitti, seppellito usi, sostituito costumi. Come una droga, poi, ha accelerato il metabolismo cittadino, lo ha reso più veloce e dinamico, più luminoso e appariscente, finendo per rendere maggiormente scaltri e intraprendenti i suoi stessi abitanti.
Sono diventati come le strade, gli abitanti. Come le vistose insegne, anche loro hanno finito per cercare di comunicare attraverso l’involucro di bagliori e forme esteriori. Come le strade battute dai veicoli, sono divenuti, nello spazio caotico, altrettanto frenetici e disordinati.
È stata lei, l’autostrada, a calamitare il corpo cittadino e gli abitanti verso di sé. E a lei ormai si fa riferimento per arrivare dritti al cuore di ogni cosa. L’autostrada è il nuovo fiume. Le statali sono i suoi affluenti. Ecco perché è importante guardare la fila consueta, il flusso familiare.

Nel paese dell’autostrada, nella città dei servizi, d’altronde è del tutto naturale starsene sulle panchine a osservare l’incedere del traffico. È un modo come un altro per passare il tempo. Anzi, da ragazzi osservare le partenze e gli arrivi era un modo per sognare mondi lontani. I pullman per Zurigo, quelli per Milano e la Germania, portavano con sé i migranti. Noi sapevamo solo che partire era un vento, sapevamo che c’era, esisteva e spirava, questo ci bastava. Non pensavamo di certo che avrebbe mai soffiato sui nostri volti. E poi l’andirivieni era un metronomo: l’arrivo dei pullman, delle Marozzi, dei Di Maio, scandivano i tempi della giornata; e i flussi di traffico, al pari di un orologio o delle ore canoniche, dettavano il ritmo cittadino.
I nottambuli e gli insonni, per esempio, magari insieme ai matti, aspettavano, prima di rincasare, la Marozzi delle tre e mezza del mattino che, dall’Italia più profonda, da Leuca, da Bari, portava noi meridionali nel mondo sviluppato.

Il ritmo è però diminuito da un po’ a questa parte. Una bretella viaria consentendo di aggirare il paese, ha distratto una parte consistente del traffico. Molte persone ne sono dispiaciute. Credono che il passante abbia amputato il posto. È come se il traffico viario investisse di un ruolo e conferisse un senso al paese e che ora il passante lo abbia esautorato.
Comunque, passano dei tir lungo via Valle, anche se meno di un tempo. Passano e, sul cruscotto, i camionisti mettono ancora in mostra il proprio nome: Salvatore, Pasquale, Antonio, Carmine, Vincenzo. Si intravvedono sul parabrezza, insieme ad amuleti, portafortuna, neon luccicanti, vecchie foto di Padre Pio.
È un’immagine familiare anche quella dei tir. Molti miei compagni erano figli di camionisti e i tir di via Valle in estate facevano vibrare incessantemente le finestre di alluminio dorato della mia camera da letto. Nelle notti agostane i camion, viaggiando lenti e stracarichi dalla Capitanata verso le industrie conserviere dell’agro nocerino, portavano sul dorso i cari pomodori pugliesi. Ma i camionisti a volte, per dormire in paese, si fermavano a metà strada, sicché dopo la mezzanotte era possibile avvistare, sui cigli dei rimorchi, ombre scaltre e laboriose. Erano le donne del rione Dante, svettavano furtive, tra una cesta e l’altra, occupate a raccogliere una piccola parte del carico.
La notte si possono ancora vedere, a volte, i tir parcheggiati davanti alle case di via Napoli, o al quartiere Pioppi. I camionisti hanno paura dei ladri di tir, quindi sono costretti, per dormire tranquilli, a portare le motrici fin sotto le finestre delle proprie abitazioni. I ladri si mimetizzano nei flussi, anche loro, come tutto il resto, provengono dall’autostrada e dalla sua velocità.

*
Da piccolo, ora che ci penso, mi aggiravo prevalentemente tra via Valle, una delle strade dei flussi, e il rione Dante.
È rimasto tutto sommato com’era il rione: un corpo reticolare di case popolari, manca però il campo di calcio, sostituito da nuovi edifici, bar, pizzerie, ferramenta. Il campo lo avevamo fatto noi ragazzi. O meglio, noi ragazzi avevamo comprato la benzina e cosparso il lotto di terreno col liquido infiammabile, il resto lo avevano deciso il fuoco e i pompieri. Ne eravamo fieri.
Prima del campo nuovo, al rione, solitamente giocavamo nel parcheggio delle poste, oppure, se il numero lo richiedeva, scavalcavamo il cancello del Consorzio di bonifica, attiguo alle poste, e usavamo lo slargo asfaltato sul retro. Dunque, noi, il nostro spazio sapevamo ricavarlo. Anzi il paese era un immenso spazio scavato, scavalcato, plasmato e adibito alle nostre fantasie più strambe.
Adesso tutto sommato non è che sia tanto diverso. I bambini e i ragazzi del paese tentano di perseguire i propri fini nei giardini pubblici, in cui tutto ciò che accade sarebbe vietato. È lo spazio dove gli adolescenti sfrecciano in bici e sugli skateboard, mentre i piccoli imparano a camminare, e altri ancora, tra le aiuole e gli alberi di ulivo, giocano a pallone.

È strano, dopo tanti anni, pensare di camminare nel paese. Conosco una ad una le porte e i visi, anche se non tutti i nomi. Mi capita di scrutare, nella mente, le facciate invecchiate e pensare a chi non c’è più. D’altronde, cos’altro è una comunità se non un insieme di vivi che ricordano gli assenti? Cos’altro sono i luoghi se non tramiti, ponti che uniscono e che, tenendo insieme, formano microcosmi che donano senso, attraverso il passato, alla parola futuro?
Del paese ho come l’impressione di ricomporre un’unica immagine frutto di innumerevoli episodi, anche se a dispetto del quadro, dei pezzi, della struttura, qualcosa non coincide del tutto. L’immagine interiore è quasi svanita, ma è pur vero che bastano pochi giorni per riportarla, incredibilmente, vivida e più vera di qualsiasi altro mondo mai conosciuto, alla sua condizione originaria.
Allora ecco che ricompongo una sorta di scissione tra memoria e realtà, tra ciò che è dentro e quello che se ne sta fuori. Sono rette originate dallo stesso punto che in principio tendevano ad allinearsi e che ora, al passaggio di due decenni, scavano un solco sempre più profondo e parallelo. Un solco a tratti talmente divergente da spingere a dimenticare il punto di partenza.

Pensare la città natale vuol dire rivivere e rivangare. Si finisce, prima o poi, per andare al principio, agli avi, e a quel che resta dei ruderi del borgo vecchio. E non tanto per ammirarlo, quanto per un esercizio di continua sottrazione e sostituzione di elementi.
Il borgo vecchio è fatto di assenze. Abbandonato in seguito ai terremoti del ‘900, fu via via raso al suolo e riedificato. Vi sopravvivono, tra le disparate abitazioni recenti, il castello e un paio di chiese.
Il castello aveva decine di ingressi segreti ed era, prima del suo recupero, completamente dimenticato. Vi entravamo, saltando su documenti antichi, carrozze e vasellame, dal retro della torre. Oppure andavamo nel bosco del macchio con in testa, abbastanza ridicoli, le avventure di Indiana Jones appena viste nei vhs pirata, acquistati al mercato del lunedì. Salivamo poi su per la Fratta, dove si bucavano i tossici, e facevano l’amore le coppiette, dove le spose vestite di bianco, nel giorno delle nozze domenicali, venivano immortalate dai loro improvvisati fotografi.
La Fratta è stato l’ultimo quartiere storico del paese, e per questo il più amato. Partiva dal lato orientale della collina per ruotare e affacciarsi, attraverso le sue casette di pietra bianca, semplici ma lineari e simmetriche come un alveare, sul fiume e sul bosco. Dalla graziosa piazza San Giovanni si vedevano i tre colli di Ariano e la campagna melitese fino all’Orneta.
Della Fratta, prima furono rubate le pietre, trafugati i portali, divelte le maniglie di ottone e le porte, poi un piano di edilizia distrusse quasi per intero il borgo. Così le chiese e il castello restano lontane reliquie di un passato sempre più ignoto.
Beninteso, forse un luogo ancora importante c’è, tra queste vie, che occorrerebbe ricordassimo tutti. Mi riferisco al Largo Sedile, dove vien fatto di pensare al poeta Osvaldo Sanini. In pochi ancora lo ricordano, il confinato Sanini. Era ligure, visse in un monolocale del Largo fino alla morte. Sbattuto dai fascisti in una delle valli più povere e isolate d’Italia, vessato e amareggiato, scrisse:
“Irpinia bella, in maschera / vil, uomini a’ più rei crimini pronti / volean ch’io quaggiù lasciassi l’ossa, / e ne l’inverno gelido / entro la cerchia bianca dei tuoi monti / mi gettarono come in una fossa”.
Dovette attendere una generazione, il poeta. Nell’isolamento fu ascoltato in parte dai giovani ed è proprio agli esuli come lui che dobbiamo i germi fecondi del successivo antifascismo irpino. Se i notabili del luogo, monarchici e poi fascisti, se ne fecero beffe, furono gli abitanti della campagna, i cittadini indigenti e semplici, a dargli solidarietà; oppure gli intellettuali di paesi vicini. Grazie a loro e nonostante tutto, alla fine Sanini poté scrivere: “il cuor non sa esprimerlo: / ma è grande in lui come se fosse nato / da Te, la gioia di cantarti, o Irpinia.”

*
Largo sedile, Porta aurea, Via Roma, dunque, sono i raggi che uniscono il punto più alto, la sommità del castello, aI Corso principale. Il Corso è un semicerchio che delimita la parte antica e la congiunge al paese più recente, sviluppatosi a valle.
In passato su questa arteria che porta ad Ariano e ad Avellino le case erano basse, simili a quelle di contadini, per cui il cielo era grande e la strada luminosa e soleggiata. Oggi i palazzi si stagliano fino al terzo piano e concludono la loro ascensione in vecchie mansarde o nuove terrazze ricoperte di lamiere zincate e poliuterano.
Il Corso quindi si è alzato, è cresciuto a scapito della sua luce.
La sua fontana è stata da poco restaurata, la strada pavimentata gode di una nuova illuminazione ma, nonostante la cosmesi urbana, sui marciapiedi non vi passeggia più nessuno. Le saracinesche dei negozi, su cui campeggiano i cartelli Affittasi, restano serrate. Un cantiere interminabile, aperto tra zone interdette, buche, sampietrini e basoli, in cui qualcuno ha distrutto marciapiedi intonsi per ricostruirli daccapo, ha allontanato ulteriormente le parti del paese.
È come se ogni cantiere ferisse il suo corpo. Ogni intervento, pur ripristinando la parte, debilita il tutto. Ecco quindi che la gente se ne va direttamente al centro commerciale del Passo di Mirabella, o ad Ariano, a Benevento.
Così abitiamo, nell’ambivalenza, il vuoto e il pieno della valle. Il vuoto silenzioso delle pendici, quello invernale delle strade cittadine, e il pieno della parossistica stagione estiva, infarcita di sfilate, fuochi d’artificio, star televisive e festival vari. Ai paesi-presepe inattuali e spenti dei dintorni, corrispondono i paesi-città sradicati, sformati, bulimici, come il nostro, ingrossati fino a incarnare il simulacro delle città osservate alla televisione.
È questa la nostra attuale compresenza dei tempi.

Qualcosa di simile, e forse più grave, era accaduto pure in precedenza. Anche la piazza principale è stata più volte rimaneggiata, ma gli ultimi velleitari lavori di qualche decennio fa generarono una spinta centrifuga in grado di sparpagliare i consueti luoghi di ritrovo lungo le strade più trafficate.
Il paese da allora divenne eccentrico.
Per cui ora è costituito da una rete di punti in cui la percorribilità, la visibilità, l’immediatezza, hanno preso il sopravvento sul resto. Oggi l’autostrada e i bar, le vie del commercio, assurgono a spazio in cui ci si riconosce in base a una funzione. Sono ormai gli abitanti a seguire le funzioni: frequentano i luoghi di passaggio, gli spazi commerciali, le pompe di benzina.
Se il paese vecchio, nascendo sul fiume, per accedere all’acqua e fruire dei boschi, rappresentava il tutto, oggi probabilmente le sue ragioni si rispecchiano nel fiume di merci e passaggi garantiti dall’autostrada e dalle statali, per cui non resta che accontentarsi di una parte, che è lo spazio funzionale.

Ebbene, come detto in precedenza, oggi che la variante SS 90 ha esautorato il paese, liberando la città da una parte del traffico incessante e dall’inquinamento dei decenni passati, Grotta si è ritrovata vuota e sola. D’un colpo è ritornato visibile tutto quello che le luci avevano saputo occultare: il paese si è rarefatto. È ormai discontinuo e pulviscolare. Ogni scossa ha contribuito a trasformare il corpo in una confusa località del presente. Per giunta non di un presente autentico, in cui si crede ciecamente, come quello di una città americana qualsiasi, bensì un presente meridiano, sempre un po’ scettico e fatalista per indole, in cui la stessa ironia popolare che ci pervade deve provenire dall’atavica pazienza e dall’abitudine all’attesa rassegnata.

Insomma, la fine del paese-vetrina non lascia che l’implacabile riflesso della città-specchio. L’immagine, inesorabilmente, mostra tutte le difficoltà del caso, ma non è detto che ciò sia un male. Se il passaggio alla città-specchio è doloroso, guardarsi dentro è forse il vero punto in questione.
All’orizzonte poi, grazie ai progetti riguardanti i treni ad alta velocità e capacità, per la Valle Ufita sembra si prospettino nuove possibilità. I treni veloci, come in passato l’autostrada, congiungendo immediatamente l’Irpinia a Napoli e Bari, consentirebbero al margine di diventare finalmente legittima periferia del centro.
È un rapporto che non mi convince del tutto. Tuttavia, messa da parte la radicata sensazione di dipendere da un altrove, se tutto andasse per il meglio, ancora una volta il futuro passerebbe per l’antica vocazione geografica del territorio.
Allora la paura è che la geografia urbana da sola, a meno che non si traduca in grammatica civile, non basti. E che al paese non serva soltanto comprimere lo spazio e dilatare il tempo, ma potenziare la capacità di autodeterminarsi per costruire pian piano una sua piccola idea di mondo. Altrimenti, così come in precedenza è scivolato verso l’autostrada, stavolta il rischio è che il suo corpo venga sospinto verso la nuova stazione dei treni, incarnando una replica sbiadita di vecchie e dannose vicende.

Certo, si dice che basterebbe imparare dagli errori passati per evitare che la storia si ripeta, ma se siamo a questo punto vuol dire che non deve essere così semplice.
Per quanto mi riguarda, comunque vadano le cose, a un paese bambino si vuole ugualmente bene. Anzi, la sua fragilità è forse il vero motivo per cui occorre averlo a cuore. Per questo e per tante altre ragioni non smetterò di essere, anche a distanza, dentro la sua prospettiva particolare.
I tratti del paese, le sue forme e i simboli, insomma tutto ciò che compone il suo universo e il suo immaginario, hanno contribuito a formare il mio. E la città natale è il luogo a cui si torna, soprattutto se, in un modo o nell’altro, ovunque siamo, guardiamo il mondo attraverso i suoi occhi.

Sandro Abruzzese

Grottaminarda, particolare della piazza

Grottaminarda, particolare della piazza nuova

Paesaggio (sul riabitare)

La mia apertura al mondo è legata a un luogo, poco lontano dalla casa in cui sono cresciuto, che, aperto com’è sull’Italia interna, offre un paesaggio davvero unico. Non riuscivo ancora a definire, da ragazzo, alla vista di quel paesaggio, l’ammirato stupore e la curiosità che eliminano il disagio, né riuscivo a dare un nome al desiderio di riconoscere. Eppure dall’altura dei Limiti, a Frigento, abbracciavo la valle riuscendo a superare il mio consueto orizzonte. Bastava raggiungere le vette di Trevico o Frigento, per vedere le terre di Lucania, il Vulture, o i paesi più alti del Fortore e della Puglia dauna. Sull’altura dei Limiti, dopo i monti del Matese, il Taburno, rare volte, faceva capolino la vetta arrotondata della Maiella. Verso il tirreno invece, era uno scherzo inseguire con la mente il Sele, la discesa delle sue acque fino alle ruvide pendici dei dolomitici Alburni, o immaginare i detriti dell’Ofanto spingersi fin nell’Adriatico. Ma la sfida vera riguardava Greci, l’unico paese arbrëschë della Campania, oppure la sella in cui è riparato Savignano, con le sue casette bianche ben proporzionate, affacciate sul principio della strada per la valle del Bovino.
A oriente, la sfida era scorgere Monteleone dai portali scolpiti, il paese più alto della Puglia, e ai suoi piedi Zungoli bianca e pendente, appesa a una parete ripida, sopra una forra. Spuntavano qua e là piccole zone industriali, intersecate dall’autostrada dei mari, dritta come la sutura di una cicatrice mai rimarginata.
L’autostrada corre ancora lungo il margine agricolo, dove il giallo delle monocolture del grano pugliese, quasi sull’Ufita, incontra il verde della policoltura mediterranea o i castagneti, gli ulivi, i vitigni e i boschi delle montagne.
In seguito, spesso mi sono chiesto cosa nascondesse questo inseguire luoghi di un mondo minore. Credo sia nel rapporto con lo spazio, la risposta. Il mondo di cui scrivo non è altro che un unico luogo in cui le persone e le cose, le parole e i gesti, si muovono come qualcosa che è già dentro di me e che ri-conosco.
Guardare il mondo con gli occhi del paese, dai margini, farlo partendo da uno Stato fondato su un gravissimo e annoso squilibrio territoriale come l’Italia, in un momento storico in cui l’imporsi di un nuovo spazio, quello virtuale, in grado di abolire le distanze, ha messo in crisi le grandi conquiste del ‘900, è diventato un modo di stare al mondo e abitare.

*Sono stato invitato da Francesca Iarrusso, Domenico Rapuano e Nicola Flora dell’Università Federico II, Facoltà di architettura, a scrivere un capitolo per una pubblicazione di prossima uscita sul “riabitare le aree interne”.
Questo paragrafo è una piccola parte dello scritto, si intitola “Paesaggio”.

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L’unione di mondi del baccalà alla pertecaregna

Articolo apparso in precedenza qui su Doppiozero

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Il cibo costruisce mappe in grado di tracciare linee, di legare e unire punti lontanissimi nel mondo. Così consente di abitare lo spazio, di creare luoghi e relazioni, ha inoltre la capacità di divenire, da innovazione, tradizione e poi addirittura memoria.
Se c’è un piatto che amo, perché in grado di tracciare un meridiano tra l’estremo Nord del pianeta e la dorsale appenninica meridionale, questo è il baccalà alla pertecaregna. È un piatto popolare irpino e lucano, cucinato principalmente alla vigilia dei giorni di festa, Natale e Pasqua; giorni in cui, come sappiamo, per motivi religiosi ci si astiene dal mangiare carne.
Si tratta di merluzzo salato, è la salagione a consentire al merluzzo, da secoli, di vincere il tempo e la distanza, e viaggiare lontano, fino a unire i pescatori dell’Oceano atlantico settentrionale ai contadini sanniti o ai pastori delle aree interne italiane. Una volta messo in ammollo e dissalato, il baccalà viene preparato con olio, aglio, prezzemolo. Saranno i peperoni cruschi, anch’essi pazientemente essiccati, fatti di colore e fragranza, di sapore inconfondibile, a imprimere quel gusto deciso, solare e mediterraneo che contraddistingue la nostra pietanza.
Amo questo piatto per la sua povertà raffinata, per le storie che porta con sé di cose accadute e volti di un passato ricco di significati.
Ricordo tante vigilie davanti al camino ardente della vecchia masseria in pietra di via Ruvitiello. E nei ricordi il volto delle donne è lo stesso di quello cantato dal poeta e sindaco comunista di Andretta, Pasquale Stiso: “Le donne del mio paese / voi non le conoscete / a trent’anni sono già vecchie / e il loro volto è duro / come la terra che lavorano / non c’è sorriso / sulla bocca amara / delle donne del mio paese / di domenica / quando vanno in chiesa / non vanno per incontrarsi con Dio / ma per godere di un’ora di riposo (…)”.

Già! Comprare il pesce restava un lusso e un sacrificio per i contadini, ma aveva un senso nell’interruzione dell’austerità, della severa parsimonia. La domenica o i giorni di festa erano tali per il “riposo”, e perché allentavano la frugalità e i ritmi del lavoro. La festa durava poco e ancor meno da essa ci si attendeva, quasi fosse, rispetto al resto dei giorni, nient’altro che una tregua. Era la breve pausa rispetto a una continua conquista quotidiana di libertà. Nella festa si rinnovavano i rapporti umani, senza particolari regali né ostentazioni che non fossero semplici auguri o piccoli doni.

I contadini della valle dell’Ufita, pure loro erano seriosi, severi e misurati, come dicono i versi di Stiso. E senza aver mai letto un libro, solo per istinto o consuetudine, hanno però sempre intuito quello che Hans Jonas contesterà al vecchio Marx: “la libertà consiste e vive nel misurarsi con la necessità”, senza di essa “la libertà si annulla come la forza senza resistenza”. Ciò è stato, nella loro vita dura e piena, esercizio e pratica costante, anche quando non più strettamente necessario. E d’altronde la parola lavoro nel lessico meridionale non esisteva se non tradotta col termine fatica, la quale restituiva valore e dignità, soprattutto in assenza di dipendenza, o con un basso grado di coercizione.

A pensarci bene, anche i peperoni cruschi delineano le fattezze di quel vecchio mondo. Venivano, un tempo, infilati a mano in corone e collane di cotone, restando, durante la stagione, appesi sulle pertiche ad essiccare. Il dialetto nzerta porta alla mente l’idea di punte acuminate, di aghi e crune adatti a trafiggere più che legare, e tuttavia pare che in latino il termine significasse proprio legare insieme, da cui appunto ghirlanda e corona. Sono frutto della pazienza, i peperoni cruschi, del tempo giusto, del clima secco dell’Italia interna, e di un’attesa che oggi diremmo del tutto antieconomica. Forse per questo appartengono a quel mosaico variegato di sapori dato dall’antica policoltura mediterranea. Riguardano una delle mille esperienze e abilità di cui il vecchio homo faber, caro a Hannah Arendt, era capace.

È il cibo di un mondo duraturo e solido, quello di cui parlo. In cui la proliferazione dei bisogni e dei desideri degli inurbati, così come l’irrealtà del regno mediatico, erano del tutto marginali. Anche la sua lingua è quella delle cose vere e materiali, i suoi gesti sono minimi e ponderati, così come i suoi oggetti ricchi di aneddoti.
Nel cibo tradizionale è impressa come una cristallizzazione di antichi rapporti, di una cultura popolare sedimentata e stratificata in millenni di vicende umane.
Certo, dietro l’angolo vi è il pericolo misurato di una certa dose di sentimentalismo o nostalgia che dir si voglia, lo sapeva bene Meneghello, eppure riferendosi a Malo scrisse: “Perché questo paese mi pare certe volte più vero di ogni altra parte del mondo che conosco?”. Deve averlo saputo bene anche Soldati, se la lontananza americana fece sì che constatasse con amarezza e disillusione che “Il più povero contadino del più povero paese d’Italia conserverà modi umani che gli americani non hanno”.

Sandro Abruzzese

Sillabario irpino

 

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In lontananza Ariano Irpino e i monti Picentini

 

Paese-Campagna

Una volta, in quel bel libro che è L’abusivo di Antonio Franchini, incontrai una frase che poi ho sempre portato con me: chi da un luogo se ne è andato non ha diritto di parlare se non del luogo che lasciò.
Del luogo che ho lasciato, dunque, ricordo mia nonna Maria che, quando grandinava, piangendo per la disperazione, si strappava i capelli e graffiava tutta la faccia perché la grandine rovinava il raccolto. Oppure, ricordo un letto di morte, il silenzio e la linea della bocca contrita di nonno Stefano, stretto nel divanetto bigio, pietrificato nella veglia per suo figlio Antonio.

Ma più di ogni cosa, in generale, viene alla mente il disprezzo che la gente del paese nutriva per quella di campagna. Non ho alcuna intenzione di difenderlo, il mondo di mio nonno. Ma era fatto pure di parsimonia, di un lavoro infaticabile che non si distingueva né scindeva dalla vita. Quel mondo per qualche ragione non veniva migliorato, bensì continuamente esecrato.
Io stesso abitavo in paese e ho partecipato a quell’odio. Nel tragitto per la scuola prendevamo a offendere i nostri compagni, figli dei contadini di contrada Piani o Bosco. È buffo: senza saperlo, facevo quello che altri, come me, in passato avevano fatto a mio padre, da bambino.
Se parte dell’Irpinia odierna è diventata quello che è, se le campagne non sono ambite bensì deturpate, e manca l’amore per la terra, ebbene, credo ciò sia dovuto un po’ anche a quel disprezzo oppressivo inculcatoci dalla nostra cara vita urbana.

Margini

Ovunque vada porto con me ancora tre versi che mi sono estremamente cari, è una poesia dove Caproni scrive Tutti i luoghi che ho visto / che ho visitato / – ora so, ne sono certo: / non ci sono mai stato.
Me la porto dietro perché per me significa che da certi luoghi non si va mai via per davvero e non si smette di tornare.

Il mio paese si trova nella valle dell’Ufita, ai margini della Campania, a due passi dalla Puglia, dal Molise e dalla Lucania. C’è una cosa che ho appreso in questa parte di Irpinia, nel bel mezzo dell’Appennino, ed è lo starsene ai margini. Magari da ciò deriva l’attrazione per tutto ciò che è confine, per ogni luogo dove si incontrano altri luoghi, fino ai limiti estremi, dove fine vuol dire ancora una volta principio. Ecco, Grottaminarda e la sua valle mi hanno insegnato a riconoscere i margini. Quello linguistico, per esempio: i suoni della vicina Puglia nella lingua dei paesi verso levante, quelli del napoletano a ponente. Oppure il margine agricolo e paesaggistico, laddove il giallo delle monocolture del grano pugliese, quasi sull’Ufita, incontra il verde della policoltura mediterranea o i castagneti, gli ulivi, i vitigni e i boschi delle alture.

Centro

A un certo punto, però, fino ai margini è arrivato il nuovo mondo. L’incombere della Storia porta il nome di A16, o Autostrada dei due mari. L’autostrada Napoli-Bari e l’insediamento della Fiat Iveco danno vita a una piccola area industriale. Finalmente l’intera valle si trova al centro di qualcosa.
Alla Fiat Iveco penso sempre con affetto. Tanti amici, prima di perdere il posto, ci lavoravano. In verità, la ricordo con affetto soprattutto perché, nei dintorni, di notte noi ragazzi ci andavamo a fare l’amore. E di giorno, come fosse un parco pubblico, potevi vederci i podisti correre intorno al suo perimetro chilometrico, tra fazzoletti accartocciati e preservativi rotti.

Terremoto

In realtà al centro di qualcosa l’Irpinia lo sarebbe stata anche in seguito, a partire dal 23 novembre 1980. Quei devastanti novanta secondi, con i suoi tremila morti insabbiati, lasciati a morire sotto le macerie di un Paese privo di Protezione civile, mentre il presidente della Repubblica Pertini inveiva contro l’assenza e poi la lentezza dei soccorsi, avrebbe portato altra agognata centralità.
Dunque, nel dopo-sisma, insieme al mio corpo bambino, crescevano caseggiati o villette geometrili bianche, con archi, veneziane, torrette merlate, cuspidi. L’avranno fatta coi soldi del terremoto, si diceva appena spuntava un’altra casa.
Non potevo certo immaginare che il cemento e il ferro, oltre alle case, stessero armando un’invincibile sistema di potere politico-clientelare tuttora vigente.
Il terremoto diede il colpo di grazia alla già prostrata civiltà contadina irpina. E a volte mi illudo che senza di lui sarebbe stato diverso. Preferisco puerilmente dare la colpa a lui e dire che saremmo stati migliori, che fu lui, il terremoto, a depositare come una polvere sottile dappertutto e in ognuno: tra le case, su per ogni singola narice. E così il mondo successivo alla scossa inoculò il germe da cui è scaturita una sorta di allergia collettiva per ogni sorta di responsabilità e per qualsiasi bene comune.

Paese-Città

Oggi la Fiat Iveco è chiusa, forse per sempre. Sembra che pure quei corpi caldi e avidi di piacere, quei vetri appannati dagli ansimi dei ragazzi che facevano l’amore nelle viuzze della zona industriale, si siano smarriti. Non so dove vadano a fare l’amore adesso, i ragazzi irpini. Dovrei chiedere in giro ma ne verrebbe fuori una scenetta imbarazzante, credo.
Nel frattempo sul Corso Vittorio Veneto non passeggia più nessuno, le saracinesche dei negozi, su cui campeggiano i cartelli Affittasi, restano serrate. Anzi, cammino in un cantiere aperto tra zone interdette, buche, sampietrini e basoli. Qualcuno ha distrutto marciapiedi intonsi per ricostruirli daccapo. In passato, hanno tagliato gli alberi dei giardini comunali, e i bambini si sono abituati a giocare sotto il sole cocente. Prima ancora avevano demolito il vecchio centro storico, il rione Fratta. Così abbiamo imparato a distruggere per questuare qualche fondo pubblico.

Certo, rispetto all’Irpinia contadina e artigiana, che sapeva produrre e costruire, questo continuo dissipare ha davvero il sapore di una mutazione genetica. È inevitabile che le mie parole risultino ingiuste verso qualcuno. Anzi, la descrizione potrebbe indurre a pensare ai paesi appenninici fatti di desolazione e spopolamento. E invece Grottaminarda, come Lioni, Ariano Irpino, Atripalda, Solofra, è un luogo che in centocinquanta anni ha visto raddoppiata la popolazione. E la gente che non passeggia più da queste parti, se ne va al centro commerciale del Passo di Mirabella. Il fatto è che siamo orfani o emuli, vuoti e pieni, ambivalenti come il resto della Penisola. Al vuoto invernale opponiamo la parossistica stagione estiva. Ai paesi inattuali corrispondono i paesi-città sradicati, sformati, bulimici, ingrossati fino a incarnare il simulacro delle città osservate alla televisione. È la nostra attuale compresenza dei tempi.

Partenza-restanza

Mentre scrivo queste righe, con in mente l’Irpinia che lascio e ritrovo ogni volta, leggo un’intervista a Franco Fiordellisi, segretario della Cgil di Avellino. La disoccupazione si attesta poco sotto il 20%. Sembra che ogni anno più di duemila persone abbandonino il territorio.
Spenderei ogni singolo centesimo rimasto, ogni energia intellettuale, per conquistare la libertà di restare. A patto che restare, per nessuno mai, significhi umiliazione o sacrificio, e che sia una possibilità di avere e dare un futuro. Ma sono di parte, so bene cosa vuol dire non essere più di alcun luogo. So che l’idea della partenza a volte nasce più dall’umiliazione generata dalla politica che dalla necessità, fino a incarnare il riflesso chimerico di una liberazione o di un riscatto. Credo però che il senso della libertà individuale stia in una vera e plurale comunità, in una vita locale che sia intessuta di relazioni umane.
Un Paese democratico, oltre le leggi, ha un corpo. E questo corpo deve fondarsi su una miriade di centri e reti, senza nessun margine. Invece l’Italia che dimentica gli Appennini, le isole, fatta di grandi città che fagocitano ciecamente risorse e individui, ebbene, produce costantemente nuovi margini e continue periferie, abitate da individui soli, circondati dalla diseguglianza, nello sradicamento.

Sandro Abruzzese

*Articolo apparso in precedenza su Doppiozero