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Da Mezzogiorno padano a CasaperCasa

*articolo comparso sul Quotidiano del sud il 25 marzo del 2018

di Paolo Speranza

L’Italia smarrita di Sandro Abruzzese

Certo, Torre del Greco “non è Manhattan”, e questo lo si sapeva, vicina com’è alla “terra dei fuochi” e all’epicentro di Gomorra. La vera rivelazione, semmai, è che neanche la ricca, civile, progressista Emilia-Romagna può più accreditarsi come la “terra promessa” per i tanti che, di nuovo e silenziosamente, emigrano dal Sud per una vita migliore: “questa non è Hollywood”, sentenzia amaramente Maria, che da Torre del Greco si è trasferita con la famiglia a Parma per assicurare a sua figlia, affetta dalla nascita da una malattia rara, un’assistenza sanitaria adeguata. Senonchè, quello che doveva essere un temporaneo “pellegrinaggio della salute”, da Sud a Nord, è diventato invece un trasferimento definitivo: permanente e senza via d’uscita come la solitudine assoluta con cui Maria è costretta a convivere in quella “immensa e ricca pianura in cui, quando mi sento sola, non resta che andarsene all’iper, a fare la spesa”. Più simile alla depressione strisciante che ad una forma di sognante saudade, questa solitudine amplifica nell’animo della casalinga venuta dall’area vesuviana quel magma di nostalgia, sensi di colpa e rassegnazione di cui è irrimediabilmente prigioniera da ormai vent’anni.
No, non è davvero Hollywood, e non le somiglia neanche lontanamente, quella Padania che da oltre un decennio accoglie (ma sarebbe più corretto dire: ospita) gli attori della nuova e inarrestabile ondata migratoria dalle regioni del Sud Italia: un movimento carsico, inedito nelle sue dinamiche, che ancora oggi i più preferiscono rimuovere, pochi si sforzano di analizzare, quasi nessuno ha raccontato davvero.
Per questo è importante, ricco com’è di qualità letteraria e di coraggio civile, l’esordio narrativo di Sandro Abruzzese, che tre anni fa con Mezzogiorno padano, edito da manifestolibri con prefazione di Vito Teti (presentato in Irpinia a Grottaminarda ed allo Sponz Fest di Calitri in un’iniziativa coordinata da Franco Fiordellisi, Rita Labruna e chi scrive), ha dato vita ad una sorta di “Spoon River meridiana” dei nostri giorni, intrecciando con uno stile già coinvolgente e maturo storie personali di donne e uomini del Sud, sopravvissuti e resistenti, marginali o migranti. Storie semplici nella loro struttura eppure emblematiche, percorse da un vivo realismo e da una partecipe e a tratti vibrante caratterizzazione dei personaggi: “Queste storie apparentemente separate appaiono un unico romanzo sul dolore del nostro tempo presente. Queste storie, apparentemente fatte di scarti e di frammenti, raccontano le vicende eroiche e drammatiche della normalità, di un mondo di sradicati, di persone in fuga per arrivare in nessun luogo e per accorgersi che il luogo forse, come recitano i versi di Scotellaro, è là dove nasce l’erba nella terra e là dove il seme può spostarsi per trapiantarsi lontano”, scrive nella prefazione Teti, autorevole antropologo e meridionalista, estimatore convinto di Abruzzese (che dalla nativa Grottaminarda si è trasferito da anni a Ferrara), tanto da inserirlo fra le firme della nuova collana che dirige per Rubbettino, “Che ci faccio qui?”, per la sua seconda opera narrativa CasaperCasa – presentazione a Grottaminarda alle 19.00 del 30 marzo alla Mondadori – con la quale il giovane docente irpino, blogger e fondatore del progetto “Racconti viandanti” (attraverso cui promuove incontri sul tema dell’erranza) si conferma come una delle voci più interessanti e sincere della nuova narrativa italiana, in grado di cimentarsi con una polifonia di temi, generi e toni.
Se Mezzogiorno padano è infatti una silloge ben articolata di storie e racconti, filtrati dalle voci e dal flusso di memoria dei protagonisti, CasaperCasa è una sorta di odissea esistenziale, con echi joyciani, del protagonista (un insegnante in anno sabbatico dopo un matrimonio fallito) che si svolge tra le strade, le case e l’hinterland di Ferrara, fitta di sensazioni ed incontri a cui l’io narrante cerca di dare un ordine narrativo, costruendo così, come rileva l’estensore della scheda editoriale, “un reportage involontario, ironico e disarmante, di una ricerca di senso condotta con tenacia e leggerezza”. Il reportage foto-cartografico rappresenta una delle particolarità dell’opera seconda di Abruzzese, oltre alla tenace, progressiva conquista di uno stile sempre più personale ed interiorizzato, senza rinunciare (al contrario, esternandoli quasi con orgogliosa passione) ai richiami e agli apporti linguistici e morali di una solida teoria di buone letture e visioni d’autore.
La Ferrara narrata dal giovane scrittore meridiano non ha più l’opulenza fascinosa e dai risvolti talora torbidi del “romanzo di Ferrara” di Bassani o l’aristocratica eleganza di certi squarci dei film di Antonioni, per citare due tra i suoi figli più illustri, bensì è pienamente partecipe del grigio declino dell’Italia e d’Europa, di cui anche l’ampia e suggestiva appendice fotografica di CasaperCasa sembra restituirci, insieme all’antica bellezza, un retrogusto di spenta grandeur di provincia, di ripiegamento e di vuoto.
«Paese incridibile questo, Alecsandro, tantasorpresa, tanto riccopaese questo, o no? Anche tanto stranopaese di questi cosechecapita in riccopaese, o no? Certi volte questo che sento qui è di paesestrano, molto moltoancora più di che Ucraina sai?», commenta nel suo improbabile italiano Giorgio “Aggiustatutto”, l’immigrato ucraino che diventa compagno di viaggio ed amico del tormentato Ulisse di CasaperCasa, finendo per scoprire una città ed una Italia molto più complesse, tristi e ripiegate in se stesse di quanto lui, e come lui tanti migranti attratti dal “miraggio europeo”, avrebbe potuto mai prevedere. Ma non va meglio, peraltro, a tanti personaggi autoctoni, emigrati dal Sud o residenti “storici”, feriti e confusi da una vita privata e collettiva sempre più povera di umanità e di sorrisi, di relazioni sociali, di antidoti etici e culturali a una sorda, e sempre meno sotterranea, violenza.
Questa non è Hollywood, appunto. E non tornerà ad esserlo, se mai lo è stata. Perché se il futuro appare problematico e incerto, ancor meno senso ha il rifugio nella nostalgia di un recente passato, benchè indubbiamente migliore.
Scrive Abruzzese in una delle pagine più profonde del libro, citando uno dei suoi autori preferiti: “Portami con te, scrive in una poesia dedicata al figlio Attilio il poeta Caproni, e invece sa benissimo che il bello di questo mondo è prendere la propria strada, sperando sia la volta buona, il verso giusto, tentare di inseguirlo”. Come l’Ulisse che è in ognuno di noi, il più delle volte represso o nascosto in nome di un’esistenza più comoda e sicura. Ma di quelle certezze rassicuranti che hanno come protetto in un involucro di benessere, fino a ieri, Ferrara e l’Emilia e gran parte d’Italia, non vi è traccia nei personaggi di Mezzogiorno padano e di CasaperCasa. Ai quali non resta che affidarsi, in una vita che è sempre più resistenza quotidiana, alle residue risorse di vitalità ed ai barlumi di solidarietà umana e civile che a tratti illuminano la lunga strada, piena di foschia, che li separa dall’approdo alla loro personale e ancor sconosciuta Itaca.

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Taccuino rodigino

 

A Rovigo ci vado per la presentazione del libro. Tento di dire dell’Italia incompiuta, del Mezzogiorno padano fatto pure dai meridionali che stanno al Nord; da questa strana gente: sradicati, studenti, fuggitivi, scontenti, insomma emigrati. Viene pure Giorgio, rinuncia alla finale di Sanremo e soprattutto a Napoli-Juventus per una serata insieme, porta in dono ciò che ha di più prezioso: il tempo. Grazie alla sua presenza non percepisco ansia né distanza, di colpo il mondo si alleggerisce: è l’illusione della compagnia, – stare con chi si condividerebbe volentieri il pane, – a sorreggere il peso del mondo stasera. Gli chiederò di leggere qualche brano, ancora non lo sa ma, alla fine, non si tirerà indietro. Poco fuori Ferrara, oltrepassiamo il Po che è già notte, ma prima la visione della centrale elettrica che si staglia deforme e luminosa e un po’ ti scopre sempre bambino nello stupore.

Quaranta chilometri volano. Giorgio si chiede come abbia fatto Edoardo Nesi a vincere il premio Strega, vuole per forza farmi leggere Canale Mussolini, dice che parla della sua terra, lui che è figlio di un immigrato veneto nell’agro pontino e di una campana.

Il locale di Maura, a Rovigo, prende l’angolo della strada in via Miani, ha due o tre belle vetrate da cui si vede ogni cosa. Ci accoglie la consueta gentilezza di Marco e quella di Erika. Al tavolo, poco dopo, si uniscono Clorinda e Pino, due insegnanti meridionali al Nord, in seguito accoglieremo Vincenzo, musicista mestrino che studia al conservatorio e scrive le partiture dei pezzi suonati sui tovaglioli. Clorinda è siciliana, però la mamma è originaria di Melfi e il padre di Taurasi. Pino viene da Cosenza ed è un grande conoscitore del Cosenza Calcio. Mi chiede se ho giocato a calcio, lui sì. Ricorda quando la Cavese vinse contro il Milan, controlla chi segnò sul telefonino. Ricorda quando il Cosenza fu sconfitto a Latina. Dice che l’arbitro era venduto. Tutti si lamentano di Rovigo per svariati motivi: perché non c’è niente, perché la gente, perché il clima, perché il lavoro, la ricchezza, la mentalità, perché la vita, perché la lega…la storia… la provincia…

I musicisti che suonano sono di Lugo e Adria, Quello di Lugo vive a Bologna, si complimenta, dice che è d’accordo con me e sono stato bravo, ma alla fine non comprerà il libro. Marco, invece, mentre dialoghiamo a un certo punto cita Cioran e Salgado, concludendo con Viaggio in Italia di Ceronetti. Giorgio legge tre brani. Due ragazze di Loreo applaudono, partecipano con interesse, promettono di leggere, salvo poi andare via senza acquistare il libro. Un’altra coppia sembra più preoccupata che il loro cane non pisci nel ristorante che altro.

Alla fine arriva la notizia del gol della Juve all’88esimo. Poco dopo il locale si riempie. L’amarezza per il risultato della partita si mescola con un senso di gratitudine indecifrabile. Non so dire se sono grato per l’ospitalità, per l’accoglienza, per la compagnia: è tutto questo e qualcos’altro che ha a che fare col semplice fatto di vivere alcuni momenti in un certo modo, è qualcosa a cui non so dare un nome. Alla fine, fuori dal locale incontriamo una coppia, sono altri due studenti del conservatorio. Roberto viene da Foggia e la sua fidanzata, Zoe, dalla Sardegna. Hanno già assistito alle presentazioni di Marco e letto Vincent Zandri, scrittore statunitense da lui prodotto. Quindi acquistano pure il mio libro. Prima di ripartire, in strada, un’auto di corsa quasi ci investe, sgomma e riparte senza badare a noi. Una volta in auto, riprendiamo il discorso su Nesi e il premio Strega.

 

Sandro Abruzzese

Recensione a Mezzogiorno padano su Il Fatto Quotidiano

Di seguito la recensione a Mezzogiorno padano di Enrico Fierro, del 20/01/2016 , libro edito da Manifestolibri nella collana società narrata (nell’articolo c’è un refuso in merito alla casa editrice).

recensione il fatto del 20 :01:16

 

Mezzogiorno padano

Mezzogiorno padano

Mezzogiorno padano, Manifestolibri 2015.

Cari viandanti, è nato!

Mezzogiorno padano è un atto d’amore per il Meridione e al contempo un’espiazione. È un modo per essere in più luoghi contemporaneamente, così da poter sognare di restare e ritornare. E come al solito si occupa di Nord e Sud, di partenze e restanza, di piccole, minute storie che compongono il viaggio della vita. È disponibile dal 3 dicembre, fa parte della collana società narrata diretta da Rino Genovese, edito per la casa editrice Manifestolibri, la prefazione è di Vito Teti, la copertina di Tania Schifano.

Qui di seguito un breve estratto della prefazione di Teti:

“(…) queste storie apparentemente separate appaiono un unico romanzo sul dolore del nostro tempo presente. Queste storie, apparentemente fatte di scarti e di frammenti, raccontano le vicende eroiche e drammatiche della normalità, di un mondo di sradicati, di persone in fuga per arrivare in nessun luogo e per accorgersi che il luogo forse, come recitano i versi di Scotellaro, è là dove nasce l’erba nella terra e là dove il seme può spostarsi per trapiantarsi lontano. Come dice Salvatore Borriello, protagonista di uno dei racconti, la terra è di tutti e tutti i luoghi possono essere nostri. Le storie narrate da Abruzzese mi sembrano legate da un forte senso della vita come dolore e come fallimento. A tenerle unite è l’io narrante del racconto di apertura, Un filo d’erba, dove lo stesso autore narra un ritorno che non si realizza e non si compie, la visita nella casa paterna, dove tutto è uguale e tutto è diverso. Tutto è riconoscibile e inafferrabile ormai. Ed è questo che, stamattina, me li rende cari. È questo sentire che il mio algos e l’algos dei personaggi dei racconti corrono nello stesso fiume della vita e del tempo. È il dolore per incontri mancati, per occasioni perse, per pentimenti tardivi, per un’inquietudine che ti allontana da chi ami e ti fa vivere con qualcuno che non conosce quello che pensi davvero, che ti fa vivere da estraneo e sconosciuto”.

Seguo un verso del poeta Giuseppe Semeraro, lui scrive riempitevi le tasche di grazie. E allora grazie a tutti davvero!

S.

 

P. S.

Il libro lo trovate in qualsiasi libreria, basta ordinarlo. Se non volete muovervi da casa,  cliccate qui oppure su Manifestolibri.