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Dalla fine della Sinistra al Salvinismo

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È difficile rimanere ottimisti di questi tempi rispetto alla situazione politica. Sembra che l’Italia sia immersa in una febbre antica. Si risponde al problema delle migrazioni puntando il dito contro i neri. Sono i neri il problema, diciamocelo, anzi i negri. È difficile dimenticare i fatti di Macerata, Firenze, di San Calogero, l’Aquarius.

La disorganizzazione dello stato italiano produce, oltre alle mafie e ad altre forme di acceso squilibrio, anche questa deriva ignobile. Si vive di capri espiatori come in epoche tutte da dimenticare, utilizzando slogan degni dei periodi più bui della storia.

La regressione del livello politico dei partiti, dell’informazione, e di conseguenza dei cittadini, è il termometro delle condizioni attuali: si ragiona per municipi, interessi di ceto, addirittura emerge un nuovo, fantomatico, interesse nazionale.

Se solo il fascismo mascherato è più odioso dei fascismi, tuttavia i Salvini o i Berlusconi non possono essere considerati la causa, bensì il prodotto della condizione odierna. Per arrivare a questo punto è occorso abituare le persone a narrazioni illogiche, emotive, irrazionali. Occorrono decenni di complicità trasversali per cancellare la ragione, boicottare i nessi logici, ignorare costantemente le cause prime degli eventi e puntare tutto sullo sfruttamento del rancore e della paura. Solo così lo sradicamento, l’emarginazione, la solitudine, le frustrazioni, diventano il bacino d’odio a cui attingono le destre dei vari Salvini. Ma prima di ciò bisogna privare i cittadini di comunità, spaesarli, togliergli assistenza e voce, privarli di senso, per domiciliarli nell’estraniamento, farli sentire insignificanti e inutili. Per arrivare a Macerata, San Calogero e all’Europa odierna bisogna spogliare le persone della loro dignità e abituarle a un certo grado di servilismo, occorre atomizzare la gente per renderla così fragile e debole. È la messa al bando della ragione e della politica a generare la viltà di oggi. Quello che vediamo è solo il prodotto di una lontana e ignominiosa resa.

Tanto più che qualsiasi analisi seria e argomentata, anche se razionale, documentata, veritiera, ormai è destinata a essere zittita dagli schiamazzi di ringalluzziti leader politici e seguaci. Hanno la maggioranza e gli italiani sono con loro, dicono. Allora qualcuno dovrebbe ricordare che tuttavia democrazia non è sempre decidere a maggioranza, poiché non vi è democrazia se non sono assicurate le condizioni democratiche, che vengono prima della maggioranza.

E invece per il problema dei migranti la soluzione proposta da decenni è spostarli, evitarli. Si cerca solo di farli sparire alla vista. Non conta altro.

Qualcuno obietterà che i migranti non fanno parte della famiglia, non sono italiani e per di più sono neri. Ma il fatto è che una patria realmente democratica si costruisce nel rispetto del genere umano, non della famiglia. Una patria democratica, mi riferisco anche all’Europa, è reciprocità, la sua base è la giustizia. E ogni volta che il privilegio soppianta la giustizia, muore un po’ di patria, come sta morendo la nostra, verrebbe da dire.

Prendiamo l’indignazione per le spese dovute ai migranti: stranamente questa indignazione non compare per l’endemica corruzione, per lo strapotere mafioso, per l’inefficienza della giustizia, della sanità, stiamo parlando di cifre ben più cospicue che però hanno un filo in comune: queste, sì, sarebbero responsabilità della nostra classe politica e dirigente.

Dunque, si potrebbe abbozzare una risposta al fenomeno migratorio, tutti sanno che è generato dalla forza centripeta del capitalismo. È il capitalismo, la nostra forma finto-opulenta di esistenza globalizzata, invasiva e distruttiva, a metterci in rapporto di reciprocità con chiunque, una forma economica basata sull’energia e il lavoro a basso costo, per cui il tema dell’egoismo nazionale è non solo anacronistico ma anche un ulteriore svilimento del discorso. Se c’è un debito è dei paesi ricchi verso il resto del mondo, ricordava Langer, poiché sappiamo bene che questa ricchezza è fondata sull’oppressione, la distruzione e l’inquinamento di interi altri mondi possibili. La nostra è una storia di una violenza e di una vigliaccheria inaudita, ma far finta di non averne memoria è davvero il colmo.

Stiamo parlando del sistema politico-economico delle grandi potenze in cui, tra l’altro, da tempo si registra la gravissima subalternità della politica all’economia, per non parlare della dittatura della crescita: un ossimoro che ignora l’ecologia, la sostenibilità, i diritti umani. Ancora una volta siamo vittime di una realtà autodistruttiva e, anzi, tutto il mondo risulta basato sui suoi astuti feticci: quello della potenza, quello del benessere: è una colossale follia globale. La stessa follia proposta sulla pelle dei profughi che fuggono dalle nostre guerre, sulla pelle dei migranti che fuggono dai nostri dittatori. È la politica dello struzzo che pur di non ridistribuire la ricchezza farebbe di tutto.

Ma come è stata possibile tale regressione? Tornando all’Italia, quel che è mancato negli ultimi trent’anni è una vera sinistra internazionalista, pacifista, che rinvigorisse l’imprescindibile critica della società di stampo marxista e con essa rinnovasse l’attenzione alla vita delle persone. E invece la distanza tra società e politica si è fatta siderale e esiziale. Non ultima, è venuta meno quella tensione culturale, il dovere morale della continua ricerca di equità e giustizia propria della sinistra. La critica politico-economica è diventata ricetta stantìa, come le forme di protesta, gli slogan, l’apporto si è fatto talmente narcisistico, egocentrico, da risultare aperto personalismo.

Ciò che rimane nell’immaginario collettivo di trent’anni di politica di sinistra italiana sono i salotti televisivi e i cashmere di Bertinotti, la barca a vela di D’Alema, i romanzi improponibili di Veltroni, l’umiliante deriva verticistica renziana.

Mentre tutti i leader politici occupavano più i talk-show che gli scranni parlamentari, veniva completamente abbandonata la rete capillare delle strutture partitiche della penisola, essenziali luoghi di condivisione, coinvolgimento e partecipazione: vera ossatura della penisola.

Nel frattempo, i luoghi, i territori periferici, abbandonati dai partiti, hanno subito i cambiamenti senza comprenderli e senza potervi partecipare, la vita privata ha preso il sopravvento un po’ ovunque. E il risultato è che i luoghi oggi non esprimono più alcuna identità, non creano cultura, ma la importano dai mass media. Si vive di un riflesso artificiale, regredendo così da comunità a mere località di spaesati. Così i residenti vivono in delle riserve, spettatori delle vite vere, urbane (sempre più artificiali), cioè quelle rappresentate mediaticamente. Nelle riserve la politica oggi arriva solo per le elezioni, a chiedere il voto. È prima di tutto uno sradicamento spirituale, quello di cui parlo, poi materiale, certo, su cui è stato facile soffiare il fuoco della paura, della frustrazione, della rabbia. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: e allora è il caso di citare Gramsci per dire: Istruitevi perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza.

Sandro Abruzzese

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CINQUE STORIE DI DONNE DA QUATTRO CONTINENTI

Tra le altre cose che mia moglie mi ha costretto a fare nella vita, c’è anche questo corso di alfabetizzazione per stranieri, organizzato dall’azienda sanitaria locale per incrementare le abilità linguistiche delle assistenti domiciliari, volgarmente dette badanti.
Quindi insegno italiano ad un gruppo di stranieri di ogni dove, che avrebbero bisogno di un corso accelerato di dialetto del meridione veronese. Tutto questo per entrare poi nelle nostre dimore, assistere i nostri genitori mentre noi siamo occupati a lavorare per pagare le rate di una smart tv o di un’auto presa a rate, probabilmente entrambe costruite all’estero con la manodopera a basso costo dei mariti che le mie corsiste hanno dovuto abbandonare per via che non riuscivano a campare. Tant’è.

KARINA E LAILA
Inizia la colombiana. In verità non vuole parlare, anzi si inventa una storia suggestiva di lei che viene arrestata all’aeroporto di Venezia in quanto portatrice sana di due chili e mezzo di polvere bianca. Le faccio notare che un film di Johnny Depp aveva una trama molto simile alla sua storia e lei con disinvoltura allude a qualcosa di sconcio che avrebbe fatto se avesse avuto tra le mani Depp. Poi quando siamo soli Karina aggiunge più seriamente che ha una figlia in Svizzera partorita a quindici anni, che a quarantasei anni è già nonna di una splendida bambina e preferisce l’Italia alla Colombia, dal volto intendo che non sarebbe facile e opportuno ricordare altro. Le mancano la figlia, la nipote, il cielo di Bogotà.

Con la giovane e allegra Laila l’umore cambia, l’Italia è una sua libera scelta senza necessità. Lei ha seguito i fratelli a Mantova che hanno una società di servizio bodyguard, poi siccome conosce il francese ha lavorato ad Aosta come cameriera, quindi si è stabilita a Villafranca. E’ orgogliosa di vivere e sostenersi da sola. Ci tiene a ribadire che aveva una vita libera in Marocco e fa altrettanto qui a Verona. Dal suo sorriso, dall’inflessione della voce si capisce che è sincera. Le mancano il mare di Casablanca, i colori e gli odori della sua terra, parte della sua famiglia.

SHAMA
L’atmosfera si fa intima con l’indiana Shama, la quale ci informa che le donne indiane del Punjab non portano il cognome né del padre e né del marito. E solo se ritengono ne scelgono uno, spesso in onore della propria madre o della propria religione. Per esempio le donne Sikh spesso si chiamano kaur , “leonesse”, la loro religione è priva di caste e molti dettami sono simili al cristianesimo: le donne sikh hanno pari dignità rispetto agli uomini, lei lo dice con orgoglio e se le cose stanno così ne ha tutte le ragioni. Sembra davvero una nobile religione quella di cui mi parlano queste coraggiose donne indiane con i loro profondi occhi neri che luccicano.
Comunque sia Shama è di religione indù, da poco tempo è stata costretta ad assumere un cognome per vivere in Italia senza inconvenienti, visto che un po’ pirandellianamente senza un cognome era come se non esistesse: i software dell’anagrafe o della banca non riuscivano ad andare avanti senza quella vocina con l’asterisco obbligatorio. E Shama è finita per incarnare la versione internazionale e femminile del povero Mattia Pascal! Suo malgrado, visto il lungo iter burocratico, è riuscita ad ottenere un cognome ed ha scelto quello della madre per onorarne la memoria. Quest’ultima è morta quando lei aveva solo otto anni, lei e i suoi fratelli sono stati tirati su dal padre che ha sempre fornito loro tutto quello di cui avevano bisogno. La sua voce flette solo quando ricorda che il padre è morto a tre mesi dal suo arrivo in Italia. Non gli ha potuto parlare mai più e oggi le sue figlie le riempiono le giornate. Le mancano il papà, la mamma, le feste indiane come matrimoni e compleanni, il resto lo ottiene dalla parabola satellitare.

MAIA
Dal sud della Russia, una città della regione del Mar Caspio di nome Rostov sul Don, arriva Maia. Quando è venuta in Italia da clandestina ha rinunciato alla figlia di otto anni che è rimasta con delle zie. Per sette anni ha condotto una vita d’inferno per via della clandestinità, faceva la badante e dovunque andasse si faceva apprezzare anche se nessuno provvedeva a chiedere il permesso di soggiorno e lei non poteva vivere appieno la sua esistenza, non poteva nemmeno far venire la figlia in Italia. Solo a Villafranca di Verona le hanno restituito l’identità e la vita regolarizzandola, cosicché ha potuto ospitare i suoi parenti, stipulare contratti, emergere dall’anonimato, e infine sposarsi. Quindi Maia ha subito l’Italia nei primi sette anni della sua vita perché lei era clandestina, e quando ha risolto questo problema era ormai troppo tardi per il resto.
La sua bella figlia ora ventitreenne, di cui mi mostra una foto che porta sul desktop del cellulare, era ormai diventata adolescente e giustamente non ha voluto rinunciare ai suoi sedici anni di vita a Rostov. Poi aggiunge che oggi nonostante la sua casa sia l’Italia pensa spesso che avrebbe dovuto tenere duro e andare avanti in quella cittadina sul mar Caspio, di sicuro avrebbe avuto una vita più piena d’affetto e meno ricca di cose, di possibilità economiche. Ancora una volta sono davanti a qualcuno che è rimasto nel mezzo del guado. Le manca aver rinunciato ad essere mamma, l’aver perso quel legame con la figlia che non si è più ricostituito.
I racconti sono ovunque, e io sono solo una delle tante vittime sul lavoro di questa terra di storie che è la scuola: continuo ad assorbire umanità e quando non ne posso più la espello raccontando, per tornare ad essere leggero, ad asciugarmi le ossa con le immagini migliori, dimenticando per qualche attimo l’oceano che ci circonda, questo dolore preponderante dell’esistenza a volte nostra, a volte altrui.

LILY
Per nostra fortuna arriva il racconto di Lily a stemperare l’intensa atmosfera venutasi a creare. La sua pazza storia trasuda emozioni del tutto diverse da ognuno. Lei a trentotto anni dirigeva non so quale ufficio pubblico della città di Bucarest, il giovedì andava al teatro nazionale, di giorno si relazionava con una ottantina di persone e non aveva alcuna necessità economica che la spingesse ad emigrare. Molto più praticamente Lili ha risposto ad un appuntamento al buio organizzatole dalla sua amica perché aveva una voglia matta di sposarsi e diventare mamma. In Lily traspare allegria e sicurezza, soprattutto sembra una persona che ha ben chiare le sue priorità, che prende la vita per ciò che è. Dopo quattro giorni dall’incontro con l’uomo che sarebbe diventato suo marito è venuta in Italia, le cose per fortuna sono andate bene. Ha avuto una bambina di cui parla spessissimo che ora ha undici anni, sembra davvero soddisfatta. Le mancano le serate al teatro e la carriera del lavoro, su tutto la vita cittadina di Bucarest rispetto alla sua casa circondata dai campi di Sommacampagna, almeno per ora non altro.

Sandro Abruzzese