Langer e Leogrande: dialogo tra le frontiere

*Articolo uscito in precedenza qui su Le parole e le cose

La recente pubblicazione del volume Dialogo sull’Albania (Alphabeta Verlag 2019), curato dall’insegnante e scrittore Giovanni Accardo, incrocia i percorsi intellettuali di Alexander Langer e Alessandro Leogrande a cominciare dall’attenzione che entrambi hanno dedicato al paese balcanico nel corso della loro vita. Un lavoro che, riportandoci alla caduta della Cortina di ferro orientale, ci offre l’occasione per ripercorrere alcune tappe del passaggio di consegne tra i due osservatori sull’Albania, nonché di tentare di comprenderne, almeno in parte, le motivazioni. Si tratta di un intreccio di prospettive che, affrontando temi delicati quali il ruolo delle frontiere, la capacità di dialogo interetnico, l’identità, la memoria, e la tragedia del Mediterraneo, apre a una ripresa di argomenti costantemente al centro del discorso politico odierno.

Frontiere

“Le frontiere cambiano, non rimangono mai fisse. Si allarga l’Europa e mutano i punti di ingresso. Scoppiano guerre, cadono dittature, (…) e si aprono nuovi varchi. I varchi a loro volta creano un mondo”, ha scritto Alessandro Leogrande nella Frontiera, tassello imprescindibile di quello scavo alla ricerca di categorie interpretative della storia recente che è la sua produzione intellettuale.

In questo libro Leogrande, ricostruendo il mondo degli altri, e lottando contro il silenzio che avvolge le vittime del Mediterraneo, raccoglie pazientemente storie che finiscono per tratteggiare le linee di un unico sistema concentrazionario dai confini variabili. L’Eritrea di Afewerki, uno dei fili che consentono all’autore di collegare le ex colonie italiane allo sviluppo di feroci dittature, non è altro che un campo di concentramento in grado di riportare la mente ai peggiori misfatti del ‘900.

E a una sorta di sistema concentrazionario rimandano le insidie e i pericoli dei migranti. Nel viaggio di esuli, profughi e fuggiaschi, è lo stesso Leogrande a parlare di sommersi e salvati in preda a poliziotti sudanesi, trafficanti libici, campi di detenzione, tortura, e infine naufragi. La legge a cui le condizioni dei viaggi conducono i naufraghi, poi, è quella della sopravvivenza, del pensare per sé. Anche in queste storie vi è, come per i profughi seppelliti al cimitero di Agrigento, la scomparsa dei nomi, e il ritorno di semplici numeri identificativi, spesso finiti su delle croci. Per i salvati, quando va bene, non vi è che il caos dell’accoglienza italiana, con tutti i suoi limiti e umori politici.

Leogrande segue i confini europei, da Lesbo a Lampedusa, finché la vicenda del curdo Shorsh non lo conduce a Bolzano, un’altra provincia in cui il fascismo nel corso del ’900 ha generato tensioni tali che oltre settant’anni di Repubblica non sono riusciti a risolvere, e in cui la composizione plurietnica della regione continua a vivere di rispettive separazioni e diffidenze.

È in questo piccolo ginepraio italiano che emerge la figura carismatica di Alexander Langer. Ed è proprio al politico di Sterzing che Leogrande guarda quando si fa, come in questo libro, esploratore di confini, per superare ostacoli e protendersi verso gli altri. È egli stesso, quasi in chiusura del libro, a ribadirlo: “è un elogio dell’autocritica e del tradimento, quello di Langer. Un invito a tradire non questa o quella persona, ma semplicemente l’idea stessa che i gruppi etnici e linguistici debbano rimanere compatti”.

Dialogo

A questo punto non è un caso che il capitolo della Frontiera intitolato Trafficanti narri del viaggio di Francesco d’Assisi in Palestina durante la crociata del 1219. Siamo davanti a un eclatante tentativo di superare barriere, di parlare a un’altra lingua, e – ricorda lo scrittore – a un fallimento, perché Francesco rientrerà sì illeso dalle file nemiche, ma senza alcun risultato tangibile, anzi del tutto scoraggiato per il sentimento di impotenza maturato nell’attraversamento della frontiera. Il frate comprende e dimostra, a un tempo, quanto sia ardua la strada verso la conciliazione di prospettive e ragioni molto distanti.

E proprio a Francesco pensava lo stesso Langer quando, nel Convegno giovanile di Assisi del Natale del 1994, con un lessico estremamente vicino agli scritti del frate umbro, parlò agli astanti di riconciliazione con la natura e stile di vita democratico, moltiplicabile per tutta la popolazione mondiale. Un mondo fatto di reale esperienza di condivisione interetnica, in un rapporto paritario, fondato sulla dignità e la giustizia tra Nord e Sud del mondo.

L’assunto di Langer partiva dalla lezione esperita in Sudtirolo, e cioè che la diversità consente solo due strade: i muri di odio, forieri di epurazione, esclusione, fanatismo; oppure attrezzarsi alla convivenza, nel dialogo, nella cultura, nella legislazione, nella società.

Il mondo plurietnico, andrebbe ricordato più spesso, non è un’opinione, ma un fatto. Ed è diretta conseguenza, Fanon e Said insegnano, dell’interconnessione globale avvenuta in un rapporto di dominio e sfruttamento di popoli, i quali si spostano, fuggono, come documenta Leogrande in Albania e Eritrea, per via della sistematica distruzione del sostrato sociale, economico e politico dei paesi dominati da parte dei colonizzatori. O più semplicemente perché non si può negare ai giovani di qualsiasi luogo di desiderare ciò che è facilmente alla portata dei loro coetanei occidentali.

Per questo Leogrande e Langer pensano al vagabondo e pontiere Francesco, e per questo il sudtirolese, nella sua lettera a San Cristoforo, ricorda la forza e l’umiltà del santo traghettatore di viandanti: “prendere sulle spalle un bambino per portarlo dall’altra parte, un compito per cui non occorreva certo essere un gigante come te (…)”. E invece di fronte alla scoperta di interi mondi in fuga, i due intellettuali divisi da una generazione capiscono che essere nel giusto non basta, anzi si scoprono entrambi inermi, sovrastati, proprio come era accaduto a Francesco dopo la Palestina.

Se per Langer, quindi, all’origine dell’interesse per i conflitti interetnici vi è l’esperienza dolorosa della propria terra, nonché una militanza trentennale tra le maglie etniche europee, Leogrande viene da quel meridione d’Italia, terra di caporalato e migrazioni, di mafie e politicanti, che si può ben ritenere una delle più grandi occasioni perse del paese.

La Taranto da cui Leogrande parte e ritorna ogni volta è simbolo di un’idea di Meridione calata dall’alto, della grande industrializzazione nazionale, dove le acciaierie hanno decretato, al pari di un sisma, la distruzione dell’assetto sociale, urbanistico e territoriale della provincia.

Dunque, se guardiamo agli scritti del tarantino, il focus dei suoi interessi sembra estendersi e svilupparsi in cerchi concentrici dalla Puglia all’Italia e al Mediterraneo: dalla raccolta postuma su Taranto e l’epopea di Cito, alla vicenda del naufragio della Katër i Radës, dalla ricostruzione del caporalato pugliese alle sorti dell’Albania orfana di Enver Hoxha, e poi dei naufraghi del Mediterraneo. Con Leogrande, come per Langer, siamo dunque di fronte a un intellettuale a tutto campo, stavolta proveniente dalla nobile tradizione meridionalista di Salvemini e Fiore.

Verso la libertà

Tornando al paese delle Aquile, la prima parte del Dialogo sull’Albania, siamo nel dicembre del ’90, principia dalla crisi della guida politica albanese comunista vista e raccontata, nelle vesti di parlamentare europeo in missione estera, da Alex Langer.

Gli studenti affollano le piazze, invocano l’Europa, in molti conoscono l’italiano e considerano l’Italia un approdo e un partner naturale. L’Albania è un paese con fortissime differenze tra città e campagna e, sebbene non si capisca come avverrà, Langer registra un inevitabile processo di cambiamento che giudica fin da subito irreversibile. Quanto ai giovani, scrive: “basta ascoltarli e ammirare la loro incredibile conoscenza delle lingue occidentali per capire che l’Europa è il loro riferimento”. In questa fase – accadrà in futuro per l’ex Jugoslavia – egli intravvede chiaramente la possibilità per l’Europa di esercitare, nell’area balcanica, dopo il lunghissimo regime di Hoxha, definito un “carcere di massa”, una leadership stabilizzatrice.

Tuttavia nel giugno del ’91 la rabbia è per l’insipienza del governo italiano, reo di pretendere, con argomenti pretestuosi quali la raggiunta libertà politica del paese, il blocco delle migrazioni verso l’Italia. Sparare su chi fugge, speronare e ricacciare indietro profughi in evidente e gravissimo stato di bisogno, farà esclamare a un esasperato Langer: “Che vergogna, tutti quei carabinieri, poliziotti e guardie di finanza mobilitati a imbarcare con l’inganno e con la forza, gli albanesi delle zattere, per rispedirli in patria!”. Un intervento inclusivo e generoso, secondo il bolzanino, avrebbe invece fermato l’escalation balcanica, mentre il progetto di una sola Europa ricca non avrebbe evitato un futuro di esodi.

Poco tempo dopo “Un popolo intero, per secoli fiero della sua austera povertà e del suo senso di indipendenza, per un certo tempo si è trasformato in una folla di mendicanti, che chiedevano aiuti all’estero e i cui giovani tentavano in massa di fuggire dal paese per cercare altrove un possibile avvenire di prosperità”, annoterà il bolzanino.

Un paese in cui risorgono problemi etnici con la minoranza greca, in cui la magistratura, come l’informazione, dipende ancora dal potere politico, ma che pian piano, dal ’92 al ‘94, mostra, anche grazie alle rimesse dei numerosi emigrati, piccoli segnali di miglioramento e apertura.

Il paese di fronte

È da qui che un giovanissimo Leogrande, allo svoltare del millennio, riprende il filo, registrando da subito la biforcazione albanese: un doppio volto che passa dalla massiccia e disordinata urbanizzazione di Tirana e Durazzo alle attività criminali del porto franco di Valona.

Ormai gli albanesi si muovono in Europa col passaporto biometrico, e all’esodo del “paese di fronte” corrisponde in Leogrande l’immagine degli immigrati meridionali di un tempo: vi è la stessa mobilità del mondo rurale, dei piccoli paesi verso le aree più sviluppate della penisola.

Nondimeno l’Italia nel marzo del ’97 è colpevole dello speronamento della motovedetta Katër i Radës, in cui muoiono 58 persone. Traspare nei resoconti e nelle analisi di Leogrande, che vanno dall’accoglienza del mercantile Vlora del ’91 alla tragedia della Katës e ai tempi recenti, il desiderio di un Sud e di un’Italia migliori. È come se la vicenda albanese riflettesse ciò che l’Italia e gli italiani sono diventati. L’Albania è in parte ciò che siamo stati, sembra dire il tarantino, e non può, proprio quell’Italia una volta contadina, terra di migranti, non capire di trovarsi al cospetto forse dell’ultima civiltà contadina europea.

Leogrande dell’Albania ama la compresenza di tempi: le tracce sedimentate del fascismo e del comunismo, le ravvicinate contraddizioni, tra nuove ostentazioni di potere, lusso, e antica miseria. Del paese più giovane d’Europa scrive: “passeggiare per Tirana vuol dire attraversare (…) vari piani sociotemporali”.

Purtroppo il mancato dialogo dell’Italia con questa regione, è giudicato un fallimento che verrà replicato dall’Europa con i popoli del Mediterraneo, e allora il punto del suo lavoro sarà cercare di capire come l’impoverimento culturale europeo riesca a ridurre l’opinione pubblica a una sostanziale “indifferenza per la morte” e per il destino altrui, nella convinzione che questa incredibile indifferenza parli ancora una volta non solo delle loro terribili vicissitudini, ma di noi.

Nel frattempo l’Albania si volge ad altri paesi. Rapidamente i suoi giovani imparano altre lingue, guardano altrove. La sua classa dirigente rimuove il passato doloroso con un linguaggio sempre più falso e vuoto.

Rimozione e memoria

Eppure, venendo ai nostri giorni, verrebbe fatto di chiedersi cosa avrebbero pensato Langer e Leogrande se avessero potuto ascoltare, solo pochi giorni fa, in piena emergenza pandemia dovuta al Covid19, le parole del presidente albanese Edi Rama mentre si accinge a spedire una squadra di trenta sanitari in aiuto dell’Italia. Data l’eloquenza, l’umiltà e la ritrovata fierezza delle parole che seguono, vale la pena riportarne qualche stralcio:

“Lo so che a qualcuno qui in Albania sembrerà strano che trenta medici e infermieri della nostra piccola armata in tenuta bianca partano oggi per la linea del fuoco in Italia. (…)”, dice il presidente Rama, “Ma so anche che laggiù è oramai casa nostra da quando l’Italia e le nostre sorelle e fratelli italiani ci hanno salvati, ospitati e adottati in casa loro quando l’Albania versava in dolori immensi. (…) È vero che tutti sono rinchiusi dentro le loro frontiere, anche Paesi ricchissimi hanno girato la schiena agli altri, ma forse perché non siamo ricchi ma neanche privi di memoria, non ci possiamo permettere di non dimostrare all’Italia che gli albanesi e l’Albania non abbandonano mai l’amico in difficoltà”.

Sono parole importanti. Oggi che Tirana non è più quell’incrocio di fatiscenza, abusivismo e disperazione, e il primo ad ammettere lo scetticismo del decennio scorso sulle possibilità di un futuro diverso per l’Albania è proprio il suo attuale presidente, le parole sopracitate mostrano a un tempo di voler rimuovere la rimozione del ’97, e di non avere complessi di inferiorità, ma gratitudine. E ancora, il fatto che circa cinquecentomila albanesi vivano stabilmente in Italia, insieme allo stretto rapporto intercorso negli anni ’90, dimostrano la produzione di relazioni e risultati positivi. È lo stesso Langer nel Dialogo sull’Albania a chiarirlo quando spiega, numeri alla mano, come l’Italia, la Grecia, la Germania, tra il ’91 e il ’93, siano stati i maggiori contributori dell’Albania. Quasi la metà delle cospicue somme elargite furono veri e propri doni, e circa il 76% del totale degli aiuti proveniva dalla Comunità europea. La proporzione degli aiuti, scrive il politico sudtirolese, chiarisce “dove cercare i migliori amici dell’Albania”. Rama con le sue parole sembra proprio riconoscerlo.

E infine, chissà se Leogrande avrebbe mai immaginato che una via del centro di Tirana, all’ingresso del Parco Grande, potesse un giorno portare il nome dell’italiano che raccontò la storia degli albanesi: Rruga Alessandro Leogrande. Una via che conduce idealmente alla piazza principale di Tuzla, in Bosnia, dove una targa color argento e un giovane tiglio, dal ’95 sono dedicati all’amico di Tuzla, Alex Langer.

Capita a volte, e forse questo è il caso, che la storia ritrovi le sue trame più esili, e con i suoi tempi lunghi cristallizzi, piuttosto che i grandi avvenimenti, una parte minuta di quei piccoli intervalli, riportando alla luce qualcosa di coraggioso e fragile di quel tutto inestricabile che è il suo fluire. Potremmo a questo punto fare nostro il motto che Edi Rama racconta in Kurban: “Mio padre era solito dire: «Niente vale di più che lasciare dietro di sé un buon ricordo».”

Metamorfosi delle frontiere

Dialogo sull’Albania inevitabilmente conduce ad alcune riflessioni di ordine generale sulle frontiere nell’ultimo trentennio. Se la frontiera è il nostro bisogno di circoscrivere per costruire, è limite e riparo, se è sempre ambivalente e permeabile, non è mai eterna né del tutto naturale. Basta osservare la storia d’Italia con le sue barriere geografiche: l’Italia dei bruzii, quella dei romani, spostano continuamente i confini, proprio come fa l’Europa odierna nel suo allargamento a Est. Vuol dire che la frontiera riguarda la nostra capacità di progettare, è convenzionale e arbitraria, e risponde alla necessità di delimitare il mondo per produrlo e ripensarlo nel tempo.

Tuttavia, proprio come lo Schmitt del Nomos della terra metteva in luce la ridiscussione dello spazio globale ad opera delle nuove potenze mondiali rispetto all’Europa dell’800, oggi l’economia e la finanza, i mezzi di comunicazione e tecnologici, obbligano a ridisegnare il globo secondo proiezioni inedite. Se i dati, il capitale, le guerre, i virus, non hanno frontiere, le ragioni stesse della lotta di classe, della difesa ecologica del pianeta, da tempo hanno superato qualsiasi frontiera nazionale e reso impotente ogni discorso che non implichi la coesistenza in un rapporto di reciprocità.

Langer prima, e Leogrande in seguito, grazie a una visione nitida, di lungo periodo, delle dinamiche internazionali, indicano la strada per gettare le basi di un futuro amico, laddove, sotto gli occhi di tutti, accade l’esatto contrario. Ovvero le frontiere diventano trincee e al futuro si sostituisce la creazione ad arte di continui nemici. Gli sbarchi, grazie a un’informazione compiacente, occupano ossessivamente il centro del dibattito pubblico e il freddo numero di profughi, di vite umane, finisce per spostare il gradimento dei sondaggi e guidare la cinica tattica di partiti vuoti e desueti, da cui emergono leader di carta, mossi da sfacciato opportunismo.

Insomma, le ragioni di xenofobia e nazionalismo, alimentate dalla crisi morale, socio-politica, di rappresentanza, della democrazia attuale, mettono le frontiere al centro della politica nazionale. I limiti, i confini, ricorda Etienne Balibar, non sono più all’esterno, sul ciglio, bensì nel cuore del discorso politico. Sicché il bisogno di sicurezza sociale porta dritti all’identità nazionale, ovvero a una difesa schizofrenica delle radici europee, benché condita di sentimenti antieuropeisti. Si difende cioè il particolare dell’Europa, rifiutandone l’universale, senza comprendere che l’uno dimora inscindibilmente nell’altro. Si difende il simbolo di Cristo, il crocifisso, si richiamano le radici cristiane dell’Europa, dimenticando il Vangelo. Si esaltano sovranità e libertà, calpestando qualsiasi costituzione o diritto.

Ciò che succede in Polonia, Ungheria, Turchia, o quello che Leogrande ha documentato nella Grecia di Alba dorata, è un virus ben peggiore e duraturo del Covid19: la comparsa di un odio etnico cieco, antico e inedito, da cui nessun paese europeo è immune.

Se neofascismo e xenofobia attecchiscono laddove regna l’esclusione a vari livelli, e i discorsi sull’identità emergono quando le difficoltà del caso sono già in stato avanzato, ecco che allora identità e frontiere finiscono per rappresentare il termometro della crisi.

Ciò che Langer e Leogrande portano alla mente è che, come la nazione è stato un progetto dirompente, plurietnico, che ha disintegrato vincoli di sangue e privilegi per solcare nuovi confini, così l’Europa – davanti a decenni in cui interi popoli si muovono nel tentativo disperato di raggiungerla – è chiamata a ripensare il suo ruolo.

È in questo contesto che Alexander Langer e Alessandro Leogrande si collocano in qualità di mediatori e pontieri, per un’idea umanissima di mondo. È duro e forse anche retorico, ancorché verissimo, constatare che, in un mondo così grande e terribile, avremmo avuto ancora estremo bisogno di tutta la loro intelligenza.

 

sandro abruzzese

 

Bibliografia essenziale

Alexander Langer, Il viaggiatore leggero, Palermo, Sellerio, 1996

Alessandro Leogrande, Dalle macerie, Milano, Feltrinelli, 2018

Alessandro Leogrande, La frontiera, Milano, Feltrinelli, 2015

Alessandro Leogrande, Uomini e caporali, Milano,Mondadori, 2008

Dialogo sull’Albania, a cura di Giovanni Accardo, Merano, Alphabeta Verlag, 2019

Etienne Balibar, La paura delle masse, Mimesis Eterotopia, Milano, 2001

Sandro Mezzadra, Terra e confini, Manifestolibri, Roma, 2016

Edi Rama, Kurban, Il sacrificio, Rubbettino, Soveria mannelli, 2018

*Quasi tutti gli scritti di Alexander Langer sono disponibili sul sito della Fondazione Langer:

https://www.alexanderlanger.org/it