Etichettato: Girolamo De Michele

Perché il REDDITO MINIMO è NECESSARIO!

O  del come non si tratta di democrazia, senza giustizia

comunista piero

dal progetto fotografico Close your eyes, a La Courneve, il comunista Piero, foto di Daniele Domenico Delaini

Per capire l’importanza della discussione intorno al reddito minimo occorre fare un discorso articolato. Cercherò di essere il più conciso possibile.

Oggi i governi democraticamente eletti devono sottostare ai ricatti del mercato, del capitale finanziario. Ma la posta politica in gioco, la massima aspirazione per i cittadini, italiani e non, credo sia il raggiungimento del più alto grado di libertà individuale e collettiva, la posta è il progresso morale e materiale, quindi più capacità di incidere sulla propria vita, sulla realtà, più democrazia, socialità.
E tuttavia la libertà non esiste senza le condizioni materiali di libertà: occorre in primis che nessuno sia sfruttato. La libertà è prima di tutto “lavoro e istruzione”, e un sistema di mercato come il nostro è accettabile solo se non genera “dominio e sfruttamento” ma è contendibile, scalabile dai cittadini o addirittura può essere ignorato: questa è democrazia come spazio di libertà.
È chiaro che in Italia, come ovunque, sul mercato esistono realtà di predominanza, fatte di introiti anche clamorosi, ma a questo punto se non interviene una redistribuzione equa delle risorse ci ritroveremo con dei cittadini di serie A e altri di serie B. La libertà di mercato quindi deve essere un’occasione per tutti i cittadini e non deve essere l’unica strada, anzi la sovranità dei cittadini passa per la libertà di scegliere tra competizione e solidarietà, o gratuità, insomma altri stili di vita a cui partecipare col proprio lavoro o contributo cooperativo.

Prendiamo la condizione odierna: oggi chi non ha denaro è spacciato. Oggi si considera compito di uno stato moderno garantire solo sicurezza, libertà, possesso, ma poi si lascia a ognuno l’onere di trovare lavoro, beni e altro. E invece risulta importantissimo rendere conto volta per volta politicamente delle occasioni, delle possibilità offerte ai cittadini (la costituzione insegna!): la divisione del lavoro, il reddito, la costrizione a dover vendere se stessi, le proprie conoscenze, la forza-lavoro, il tempo, secondo condizioni di “mercato” può non essere una condizione democratica poiché il mercato ha tendenza colonizzatrice e totalizzante, per dirla con Stefano Petrucciani, soprattutto se l’economia è slegata dalla preminenza della politica, come accade al nostro stato oggi.

È inaccettabile quindi che si costringa il cittadino ad accettare compensi e lavori determinati dal dominio del mercato e non dalla giustizia sociale (retribuzione, orario di lavoro, ecc). È in questi termini e per non mettere in discussione il capitalismo (il quale, è bene ricordarlo, col meccanismo dell’ereditarietà dei beni si rende antimeritocratico), né la libertà di mercato, che si pone il problema del reddito di esistenza o comunque si voglia rinominarlo. Si pone il problema, pensando a Marx, di limitare il dominio di classe e l’alienazione dell’individuo nella società.
Oggi, tra l’altro, abbiamo i mezzi tecnologici e economici per superare la visione ormai riduttiva nazionale di queste vicende e porle al centro del dibattito politico globale. In poche parole tutti devono ricevere i benefici della ricchezza e hanno il dovere di collaborare a ciò in condizioni di libertà, di opportunità uguali. Questa è la strada per la costruzione di un mondo fatto di libertà autentica.

Quello che ho scritto lo devo a tante letture che non ho il tempo di elencare, ma è frutto del mio lavoro, e produce valore perché chi lo legge impara qualcosa e questo può essere socialmente rilevante. A tal proposito sovviene ciò che scrive sul reddito d’esistenza Girolamo De Michele, e cioè che non lottando contro l’evasione, non avendo la volontà di redistribuire il reddito attraverso una tassazione più equa e produttiva, “anche senza partecipare ad attività produttive dirette, il mio intelletto è sempre al lavoro, come parte di un intelletto sociale che interagisce col sistema globale della conoscenza e della comunicazione” (La scuola è di tutti, p 61), quindi, il sapere nella nostra società è di per sé produttore di valore, è un’attività continua di elaborazione che merita un reddito minimo di esistenza.
Se l’intera vita viene messa in valore, allora è giusto che una parte di essa venga retribuita, oggi la conoscenza è la sostanza stessa del capitalismo che è diventato cognitivo. La conoscenza genera produzione e valore.

 

Sandro Abruzzese

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Donnarumma all’assalto e l’eterna Questione italiana (meridionale)

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Donnarumma all’assalto andrebbe letto su un’altura. Andrebbe bene l’altura di Caserta Vecchia, per esempio. A quel punto, però, magari insieme a La città distratta di Pascale. O andrebbe bene il Belvedere di Tramonti, per non dire delle pendici riarse dal fuoco degli incendi vesuviani o del Monte Somma. Da lì avremmo modo di vedere la distesa senza fine di edifici e strade, quello sviluppo parziale e incontrollato che ha compromesso la Campania felix, trasformandola in una contraddittoria conurbazione di 4 milioni di persone che va da Caserta e Mondragone, passando per Napoli, Pompei, Salerno, fino a Eboli e Battipaglia. Ma a quel punto, sul Vesuvio intendo, andrebbe letto pure Nel corpo di Napoli oppure, ancora meglio, Di questa vita menzognera di Montesano.

Insomma, nella lunga fase odierna in cui prevalgono i Marchionne e le delocalizzazioni, e la parola stessa Lavoro è bandita dai palinsesti, e soprattutto in una lunga fase in cui la politica del Lavoro e quella Industriale risultano praticamente assenti dall’agenda partitica e parlamentare, Donnarumma all’assalto è un libro di estremo valore per comprendere alcuni termini della Questione meridionale e nazionale.

Innanzitutto il protagonista: è lui, selezionatore del personale per una grande fabbrica del Nord, che nel compiere il suo mestiere finisce per dare l’idea di un innesto. Egli stesso, intendo, lentamente si innesta su un corpo, su una nervatura, la percorre e vi attecchisce, fino a diventarne parte, per poi staccarvisi slabbrato e ritornare indietro, non prima di aver compreso e sviscerato le sue componenti.

Il protagonista è l’uomo razionale, moderno, fiducioso negli strumenti tecnici e culturali in grado di generare la tanto attesa palingenesi meridionale. Nondimeno è dotato della sensibilità, dell’empatia per comprendere tutte le contraddizioni a cui il suo lavoro di selezionatore del personale lo espone.

Santa Maria poi, il paese narrato da Ottieri ispirandosi alla sua esperienza autobiografica a Pozzuoli per conto della Olivetti, a volte ricorda Orano, così come il paesaggio circostante e la luce ricordano, a tratti, lo sguardo meridiano di Camus.

Se ne scrivo, e magari ne scrivo da un’altura, è perché dalle pagine di Ottieri emerge la convinzione che ritessere il tessuto socio-economico del Mezzogiorno o di qualsiasi altra parte del Paese, passa anche per la fabbrica e che qualsiasi territorio ampiamento popolato non può fare a meno di un certo, necessario, livello di industrializzazione.

Senza l’industria si rimane poveri, sembra dire lo scrittore. Ed è vero, la povertà può essere anche un valore, tuttavia espone quegli stessi territori e le sue popolazioni agli esodi, alla colonizzazione culturale, all’eventualità di essere acquistati, svenduti, come spesso accade, e di essere svenduti a quella stessa parte di mondo ricca e industrializzata da cui si cerca di affrancarsi.

Goffredo Parise, a questo proposito, in un suggestivo articolo giornalistico, scrisse della necessità della povertà, del valore della povertà. Ma questo, vien fatto di pensare, o lo si fa tutti insieme oppure diventa un autoannientamento.

Tornando a Ottieri, lo stesso scrittore a un certo punto, difendendo l’esperienza della fabbrica e la coscienza che in essa vi matura, confuta la dialettica servo-padrone, mostrandosi fiducioso in un capitalismo illuminato, dal volto umano, in grado di superare le divisioni.

Ma cosa intende Ottieri quando da buon sociologo ricorda il rapporto demografico di quella fascia costiera campana? “Ma Torre ha sessantamila abitanti, il paesetto di Santa Maria quarantamila, in questa fascia costiera la popolazione è densa come nelle più dense province cinesi”, scrive l’autore. “Il dramma dei dintorni e della città, ricca di regge e povera in ogni suo buco, antica capitale depressa, nel dramma del Mezzogiorno”. Ebbene, Ottieri sottolinea che il livello di vita di quella popolazione passa per la capacità di fare industria.

-“E Donnarumma?

– Donnarumma è pazzo, dottore”, risponde un impiegato, interrogato dal selezionatore.

Donnarumma è il sottoproletario preda della sua cocciuta convinzione, per cui si rifiuta di spedire la domanda di lavoro. È il rifiuto delle regole del gioco, forse perché la disperazione non è un gioco. Ma non è il rifiuto atono con cui il Bartleby di Melville replica al proprio datore di lavoro “Avrei preferenza di no”. È pazzo, sì, Donnarumma, ma il suo rifiuto è ribelle perché alla miseria e alla disperazione, all’assenza di dignità, di giustizia sociale, oppone il suo folle e minaccioso stare al mondo, oppone quello “sguardo duro”. Così, divenendo incubo e minaccia, inculca la paura negli esaminatori.

Donnarumma oppone il suo corpo, la sua ostinazione, il suo essere un uomo attanagliato dal bisogno, a qualsiasi regola o ragione: “Che domanda e domanda. Io debbo lavorare, io voglio faticare, io non debbo fare nessuna domanda”, dice l’uomo al protagonista. Eccola, la sua rivolta rabbiosa, assoluta, monomaniacale; ecco la sua fissazione prevalere su tutto, al pari di un qualsiasi folle eroe ariostesco, solo che questa volta siamo tra le secche del sottoproletariato partenopeo.

Ancora non basta. C’è un punto su cui Ottieri si ferma, credo volontariamente, solo di passaggio. È quando il suo protagonista incontra un vecchio compagno che fa il suo stesso lavoro per un’altra fabbrica settentrionale. Dal dialogo si evince che mentre la fabbrica di Donnarumma assolve il suo compito con correttezza e buona fede, selezionando in maniera equanime e giudiziosa, altre fabbriche si preoccupano solo di non assumere dei comunisti, questa è la loro unica selezione.

Se è chiaro almeno dai tempi della polemica di Salvemini sul giolittismo che senza la buona fede il Mezzogiorno è destinato alla cupidigia delle sue affezionate iene, in questo passaggio breve c’è, si intravede almeno, il destino prossimo (Ottieri scrive nel ’59, in pieno boom economico), la futura lottizzazione politica delle industrie di stato e non, cooptate, a volte obbligate a installare stabilimenti o ad assumere personale solo per rispondere a logiche politico-clientelari, passando magari per il beneplacito della criminalità organizzata.

Dunque, Ottieri non affronta questa parte del discorso. E anche se il suo è solo un lampo, in quel frangente si percepisce che per farcela il Mezzogiorno avrebbe avuto bisogno di onestà e verità, di giustizia e dignità; in una parola: per evitare di finire a brandelli avrebbe avuto bisogno di uno “Stato”. Quindi lo scrittore, di fronte alla messinscena quotidiana del dramma rappresentato dalla disoccupazione meridionale, risponde che è quella l’alienazione, è lì che si annida la mancanza di dignità più grande, nello stato dei vari Accettura e Donnarumma, non certo nell’esperienza di fabbrica.

Cosa è accaduto dopo Ottieri e il suo Donnarumma?

Per saperlo basterebbe la consultazione dei rapporti Svimez degli ultimi anni. Scopriremmo che sessanta anni dopo Ottieri e a circa settantacinque dal Cristo di Carlo Levi, al Sud risiedono i tre quarti delle famiglie povere italiane, e sempre secondo i dati Svimez relativi al 2009, cioè prima della crisi, circa 700.000 persone erano già emigrate verso il Nord in meno di un decennio (non oso citare ciò che è accaduto dopo la crisi).

Ecco che dal punto di vista della coesione territoriale e dell’idea stessa di Stato, questo perenne esodo biblico (a cui si somma il massiccio e incontrollato urbanesimo, lo spopolamento delle campagne e degli Appennini, la parallela crescita esponenziale di mafie dallo strapotere finanziario inarrestabile) rappresenta un incontrovertibile fallimento delle classi dirigenti italiane.

– “E Donnarumma?

– Donnarumma è pazzo, dottore”. Su questo non c’è che dire.

*

 

Sandro Abruzzese

 

* Secondo il rapporto Svimez 2009 sono 700.000 i meridionali emigrati al Nord in meno di un decennio. Sottolineo la cifra datata che si ferma al principio della crisi economica avviatasi in quel periodo. Ancora qualche dato lo prendo da un libro che dovrebbe essere nella biblioteca di ogni italiano, mi riferisco a La scuola è di tutti (Minimum fax, 2010), di Girolamo De Michele. Secondo lo scrittore e insegnante, sempre ottimamente documentato, “al Sud risiedono i tre quarti delle famiglie povere italiane”.