Etichettato: Europa

Difendere ancora Sarajevo

Testo e foto di Sandro Abruzzese

Jovan Divjak. Foto di Sandro Abruzzese

Jovan Divjak sul balcone del suo studio a Sarajevo.

È primavera a Sarajevo. Un uomo cammina a passo spedito lungo la strada d’asfalto. Le immagini lo seguono, si arrampica su un carro armato, urla “non sparate, non sparate”. È una fase concitata, l’uomo si fa passare la radiotrasmittente, cerca di spiegare che l’accordo è stato raggiunto, c’è un cessate il fuoco e devono lasciar passare il convoglio senza sparare. Nell’aria una tensione vertiginosa, tanta confusione. La risposta è “Chi diavolo è questo? Vaffanculo tu e vaffanculo il Presidente”. Il crimine forse è già stato compiuto, vengono passati per le armi quattro ufficiali serbi. Sono i fatti della Dobrovoljačka Ulica, ovvero quando l’esercito di difesa bosniaco, violando gli accordi di cessate il fuoco per favorire la fuoriuscita dell’esercito jugoslavo da Sarajevo (Jna), uccise sei persone tra cui quattro ufficiali dell’esercito serbo. Era il 3 maggio del ’92.

Un mese prima, il 5 aprile, sul ponte Vrbanja, il corteo di giovani pacifisti purtroppo era finito nel sangue, la prima vittima dei cecchini serbi si chiamava Suada Dilberović, mussulmana di Dubrovnik, aveva poco più di vent’anni, poi fu la volta della croata Olga Sučić. Tutto ebbe inizio sul ponte della fratellanza, questo significa Vrbanja, che unisce le due sponde del fiume Miljaka e che ora qui a Sarajevo porta il nome delle due donne uccise.

Ma torniamo a quell’uomo. In quei fatidici giorni prima dell’inizio della guerra, gli fu chiesto di decidere da che parte stare, e di farlo in fretta. Lui, Jovan Divjak, colonnello serbo da anni addetto alla difesa territoriale bosniaca, scelse di schierarsi dalla parte del luogo attaccato, in cui erano nati e cresciuti i suoi figli, dove viveva e lavorava da decenni. Quel luogo era Sarajevo e, sia chiaro, la scelta non fu indolore. Sarebbe stato imprigionato per un mese dal suo stesso esercito e senza una spiegazione. La sua decisione avrebbe raccolto l’odio della sua etnia e la diffidenza delle altre. Quindi, ecco il rapimento di un figlio ad opera della banda criminale del temibile Caco, che imperversava in città ai tempi dell’assedio. E ancora l’accusa di crimini di guerra e il mandato di cattura internazionale voluto da Belgrado per i fatti suddetti della Dobrovoljačka Ulica, di cui, insieme ad altri ufficiali, viene ritenuto responsabile dai serbi.

Anni dopo, in segno di protesta contro alcune decisioni del presidente bosniaco Izetbegović, Divjak avrebbe addirittura restituito i suoi gradi di generale inoltrando una dura lettera di protesta all’indirizzo della presidenza, salvo poi ricucire qualche tempo dopo, andando a salutarlo per l’ultima volta, prima che questi, gravemente ammalato, morisse.

Certo Jovan Divjak a Sarajevo è considerato l’eroe della difesa cittadina. È amato e rispettato. Dopo averlo sentito parlare ho l’impressione di un vecchio tenace, innamorato della vita, forse solo un po’ affaticato dal ruolo di testimone condannato a raccontare. Il suo racconto è una lenta e giusta litanìa: le divisioni, gli odi interni alla federazione, i programmi scolastici di storia con versioni estremamente differenti, la mancanza di fiducia reciproca, i nazionalismi, la disoccupazione, i salari bassi, l’emigrazione. Per rispondere a tutto questo la sua associazione (Obrazovanje gradi Bih) da anni si occupa di offrire borse di studio a giovani bosniaci di ogni etnia.

È a lui, a distanza di 25 anni, che chiedo cosa può fare l’Europa per la Bosnia. La risposta è “accelerare il processo di integrazione”: portare la Bosnia-Erzegovina all’interno dell’UE, e farlo il prima possibile. A lui chiedo di dirmi “istintivamente” cosa pensa e “sente” delle ragioni della guerra in Bosnia. La risposta è “l’interesse di potentati locali”, questo ha dilaniato l’ex Jugoslavia. Tuttavia emerge anche, mescolata alla gratitudine per i giornalisti italiani durante l’Assedio, l’amarezza nei confronti dell’ambivalenza dell’Onu e dell’Occidente, o di un’Europa immobile e distratta che ha mancato l’appuntamento con la Grande politica a favore di egoistiche rivalità interne all’Unione.

Osservo il generale Divjak, ascolto le sue precise parole. Si percepisce un tratto che forse riguarda ogni bosniaco o slavo del sud, nelle sue parole. Ed è una sorta di rabbia sopita, un latente rancore verso l’indifferenza europea. È la rabbia di un fratellastro incompreso, di qualcuno che si sente respinto e misconosciuto; eppure è inesorabilmente parte della stessa famiglia. L’indifferenza è un lusso che i Balcani e l’UE non possono permettersi. Anzi, oggi è chiaro che la Bosnia, da 25 anni, vive una situazione di congelamento che la asfissia al pari di un nodo scorsoio e la tiene immobile, ferma nella burocrazia e nei visti, isolata nelle sue valli. Basta rivedere il bel documentario di Daniele Gaglianone, Rata néce biti (La guerra non ci sarà, 2010) per comprendere l’impasse e le continue frizioni con la Repubblica serba di Bosnia. Oggi i Balcani hanno bisogno più che mai dell’Europa, e gli stessi europei, noi, possiamo porre rimedio, placare il senso di colpa, la vergogna che affiora appena voltiamo il capo al passato, al ruolo svolto dall’UE nella violenta disgregazione degli slavi del sud.

 

*Per approfondire:

Jovan Divjak, Sarajevo mon amour, Infinito Edizioni, 2007.

Paolo Rumiz, Maschere per un massacro, Editori Riuniti, 1996.

Daniele Gaglianone, Rata néce biti (La guerra non ci sarà) BabyDoc film, 2010.

Joze Pirjevec, Le guerre jugoslave, 1991-1999, Einaudi, 2014.

Jovan Divjak nel suo studio. Foto di Sandro Abruzzese

Jovan Divjak nel suo studio.

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ITALIA SOLO ANDATA

Tre donne in mezzo al guado

 

Ogni volta che queste donne iniziano a parlare battono sempre quella che è la mia immaginazione, tutto è più crudo e drammatico, più grave. Shama dice che in India non c’è assistenza gratuita, che senza soldi ti lasciano morire in strada, e ogni volta che incontrano la polizia hanno paura, gli si offre una mazzetta.

 

Cosa penserebbero Rousseau e il suo diritto alla ribellione?

 

Mi viene voglia di rivalutare questa Italia per tanti aspetti ingiusta, da cui tante persone in gamba fuggono senza voltarsi indietro. A dispetto del compenso di poche rupie al mese, nel Paese di Shama, come nella europea Romania, gli alimenti costano alla stregua dell’Italia, stesso discorso per l’energia elettrica, il gas.

 

Questa ragazza forte e determinata pronuncia una frase che mi onora: “in Italia la vita delle persone è importante, in India non ha lo stesso valore”. Le colleghe rumene annuiscono, confermano le parole di Shama.

 

Quello che ho davanti è lo scenario futuro di un’Italia in cui le forze reazionarie e conservatrici riuscissero a smantellare il sistema sociale nazionale. I liberisti a oltranza sono sempre trasversalmente in agguato nei partiti politici, godono dell’appoggio dei mezzi di informazione, e hanno grossa risonanza mediatica.

 

Con la crisi imperante i governanti hanno dato prova prima di immobilismo e approssimazione, quindi di saper colpire col machete la scuola e il sistema sanitario, i pensionati, senza incidere realmente sull’imperante ingiustizia sociale del Paese.

 

Prima di proporre assicurazioni private che scarichino i costi esorbitanti dei servizi sugli individui però, devono indebolire questo sistema sociale, renderlo malfunzionante, screditarlo agli occhi della pubblica opinione, quindi ogni servizio affidato al sistema privato sarà troppo costoso, le disparità aumenteranno, e anche in Italia la vita varrà poco, diventeremo ancora più cattivi.

 

Ormai è di dominio pubblico che la soluzione al problema è la cultura, l’investimento sulla cultura dei futuri italiani. Questo ho imparato da un padre della patria come Piero Calamandrei e tuttavia le donne che ho davanti, nell’immediato, hanno altro a cui pensare.

 

GABRIELA
In un ospedale pubblico di Timisoara tempo fa alla sua nipotina di dodici anni fu diagnosticato un tumore alla testa. Il medico fu esplicito nel chiarire che senza “mancia” l’operazione non sarebbe avvenuta nemmeno in tempi lunghi. Quella volta mille euro furono abbastanza, ad ogni modo lei ci tiene a dire che in Romania gli anziani che qui vengono accuditi con attenzione fino alla fine, non verrebbero neanche soccorsi, “l’ambulanza non si muove per un novantenne”, e per qualsiasi tipo di assistenza domiciliare ci vuole “la mancia”, una parola gentile per nascondere i soprusi di una pubblica amministrazione marcia dalle viscere.
In più il servizio ospedaliero pubblico rumeno stila la lista di tutto ciò che serve per l’operazione e per le cure: i medicinali, le garze, ogni spesa ricade sull’assistito, tranne la prestazione medica, per cui è necessario il pagamento in nero.
Insomma emerge il quadro di un Paese di carne cruda e pochi sentimenti, dove la fortuna gioca il ruolo del regista e i protagonisti spesso retrocedono a comparse, nel sequel addirittura si sparisce. Questo è accaduto a Gabriela.

 

TENORA
A cinquantaquattro anni, un buon livello di istruzione come la maggior parte di quelli che vengono dall’Est europeo, ha vissuto il regime di Ciausescu all’età di trenta anni e sa bene di cosa parla: la storia di Tenora non è più rincuorante.

 

Nel sud della Romania aveva una “casa famiglia” per orfani e non le mancava nulla, un buono stipendio, fino a quando i tagli statali non l’hanno lasciata senza bambini e lavoro, orfana dei suoi orfani. Quindi fino a cinque anni fa possedeva una casa di proprietà, aveva un marito, due figli di cui andar fiera.
Sostiene che i politici sono tutti ugualmente corrotti e pensano solo al loro interesse. Con Ciausescu, continua, i rumeni avevano i soldi senza avere nulla da acquistare nei supermercati, ora che c’è la democrazia e dopo tre mandati del presidente Iliescu, i supermercati sono pieni di merci e nessuno ha i soldi per poterle acquistare.

 

Non riesco a darle torto, l’Italia è da anni ostaggio di una classe politica autoreferenziale che si perpetua manifestamente a danno della nazione. Le ultime elezioni hanno partorito un governo che ha agito ignorando la volontà popolare e l’espressione del voto, ma questa oggi non è la nostra storia e spero davvero non lo diventi mai.

 

Torno a Tenora, la quale ritiene che per il suo popolo la democrazia sia stata come una classe senza professore: “abbiamo distrutto tutto e ora non abbiamo più niente”. Finita la dittatura nessuno ha pensato a salvaguardare la parte funzionante dello Stato.
Quando era giovane nella sua regione agricola vantavano una buona produzione cerealicola, adesso non restano intatti nemmeno i canali di irrigazione, non c’è più l’acqua se non quando piove.

 

Interviene Maia per ribadire che dopo Gorbaciov e la sua perestrojka in Russia è accaduta la stessa cosa. Le privatizzazioni hanno messo nelle mani della mafia il patrimonio pubblico e le ingenti risorse del Paese. In effetti quando si parla delle privatizzazioni solo gli studiosi della criminalità organizzata sottolineano la straripante capacità economica del capitalismo mafioso rispetto all’imprenditoria sana.
Alle banche, agli imprenditori, alla finanza non credo sia mai interessata la provenienza dei capitali che affluivano generosamente nelle loro casse nei decenni passati, ma anche questa è un’altra storia e la stanno pagando le persone davanti a me prima di noi.

 

Tenora ogni giorno saluta la figlia e il nipotino via skype, il bimbo le chiede di tornare e a lei si velano gli occhi, ma il monitor lo nasconde. La figlia vive con i suoceri e il marito, il quale lavora come informatico presso il comune del suo paese per l’equivalente di centocinquanta euro al mese.
Una ragazza laureata in economia che però fa la casalinga per occuparsi del bimbo, questo perché non ci sono asili, e perché anche se ci fossero loro non potrebbero permetterselo. L’altro figlio di Tenora da due anni lavora come muratore in Francia, ha 27 anni. Infine, il marito l’ha mollata a dicembre, a quattro anni dal suo trasferimento in Italia.

 

Ha le idee molto chiare questa donna: “in Romania ci sono rimasti solo gli uomini, le donne sono tutte emigrate”. Spiace dover constatare che in mezzo a queste donne Tenora è abbastanza fortunata, a Villafranca di Verona vive nella dependance di una famiglia per accudire la loro anziana, ha una paga dignitosa di mille euro al mese, che basta per aiutare i due figli e sostenere lei mettendo da parte qualcosina.

 

Il sogno ora è raggiungere una pensioncina italiana per poter tornare a casa, però lavora qui da soli quattro anni, non ha più un uomo ad aspettarla, intanto la vita scorre e non sarà così facile raggiungere il suo scopo, il prezzo di tutto questo lo sta pagando giorno per giorno sulla sua pelle, con i suoi quotidiani e solitari sacrifici. Tieni duro Tenora, meriti ciò che desideri.

 

Sandro Supplentuccio Abruzzese

 

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