Etichettato: Italo Calvino

Antiretorica della Resistenza italiana

*Questo articolo è stato pubblicato su Le parole e le cose

di Sandro Abruzzese

“Fare il partigiano era tutto qui: sedere, per lo più su terra o pietra, fumare (ad averne), poi vedere (…) fascisti, alzarsi senza spazzolarsi il dietro, e muoversi a uccidere o a essere uccisi (…)”, scrive Fenoglio nel Partigiano Johnny.

E cos’è una scuola, cosa si intende per “cultura” antifascista, sembra dirlo a inizio romanzo l’amico Monti quando attribuisce a Corradi un giudizio sul liceo di Zagabria: “Tutti al largo, preside, professori, alunni e bidelli, tutti partigiani!”.

Sarà sempre il giovane professore comunista Corradi a dire che un partigiano è chiunque uccida un fascista, “con le medesime precauzioni che un uomo deve prendere con un animale”. Nelle sue parole successive si fa luce il contrasto di stampo settario tra la struttura ideologica comunista del maestro e il più istintivo amore per la libertà degli allievi. E tuttavia si assiste, in questi passaggi e nella rappresentazione di Fenoglio, a una vera e propria lotta contro la degradazione dell’umano. Già, perché degradato è l’uomo divenuto fascista, degradata è la pianura con le sue città stravolte, degradante è la guerra in ogni suo aspetto, tra rantoli, cattivi odori, gratuita morte.

Eppure è proprio necessario morire, perché per i partigiani, scriverà Giorgio Bocca nella Storia dell’Italia partigiana, è una guerra ma anche uno scontro assoluto: “I partigiani odiano in lui, ufficiale nazista, l’uomo non più umano che si è legato a una politica abietta (…)”. E il vicentino Meneghello aggiunge: “Naturalmente ci avrebbero presto sterminati, almeno la prima infornata, e poi anche la seconda e la terza. Ma almeno l’Italia avrebbe provato il gusto di ciò che deve voler dire rinnovarsi a fondo, e le nostre lapidi sarebbero oggi onorate da una nazione veramente migliore”.

Ci sono, in queste parole, l’orgoglio per aver assunto la responsabilità del momento storico, ma anche la vergogna di intere generazioni che, almeno in parte, hanno creduto nella dittatura e nel fascismo. È un’ammissione senza sconti né alibi. Una volta toccato il fondo, si tratta di riconciliarsi con l’umano. Così, anche il giovane Johnny passa repentinamente dalla visione idealizzata alla dura realtà dell’esperienza sul campo, in cui fa capolino quella sua terra matrigna costantemente evocata, le colline delle Langhe, lì a ricordargli “come è grande un uomo quando è nella sua dimensione umana”. Sicché anche Johnny, come gli altri, parte per le colline “in nome dell’autentico popolo d’Italia”, inebriato dalla possibilità della lotta, sebbene risulti “infinitamente più inebriante la coscienza dell’uso legittimo che ne avrebbe fatto”. E inebriante è il medesimo termine usato nei Piccoli maestri per descrivere quel confuso sentimento collettivo di cui gli italiani erano partecipi, quel misto di ascesi e autopunizione, di necessità e sofferenza, ma anche di altruismo, che era la vita partigiana.

Improvvisazioni

Tornando a Johnny, in una scena non priva di ironia, egli viene subito accolto in malo modo dall’accento siciliano di tre ruvidi meridionali dalle fattezze tutt’altro che nordiche. Niente teste rotonde alla Cromwell o pure palingenesi. Nulla è chiaro o perfettamente pulito. Poche righe e una manovra avventata, nel tentativo di recuperare un rimorchio, costa la vita a uno di quei poveri siciliani. Anche così, sembra dire lo scrittore di Alba, si muore sulle colline, e non certo da eroi. A riguardo è lo stesso compagno Tito, in uno dei colloqui intercorsi, ad avvertire il protagonista su quanto sia difficile uccidere persino un cretino: non ci si abitua mai.

Dunque, a ogni pagina, le improvvisazioni si fanno largo insieme all’emergenza costante, gli eroismi si alternano alle insulsaggini. È la vita vera fatta di esseri umani, in cui, pure se ci si trova dalla parte giusta, non vuol dire che tutto sia giusto e venga come dovrebbe venire. È il caso dell’infantile e sciatto gesto del partigiano Geo, che fa partire una raffica di mitra, contravvenendo agli ordini, solo per la voglia matta di provare l’arma, gesto che costerà la vita allo stesso Tito, fulminato subito dopo la detonazione da una scarica fascista allertata dagli spari.

D’altronde una follia di proporzioni ben più grandi e inarrestabili appare, a Johnny, l’occupazione di Alba, presa da tremila uomini e difesa da poco più di duecento, narra Fenoglio. Beninteso, la disastrosa rotta conseguente, i sacrifici a cui l’inverno precoce chiama i pochi partigiani rimasti a lottare, trovano il punto focale ancora una volta nella strenua opposizione fisica e ideale all’umanità degradata che i fascisti rappresentano e in questa profonda volontà di espiazione. Ecco perché, ricorda Johnny, perdere, e perdere in quel modo, ha senso: perché “noi siamo invincibili, indistruttibili, incancellabili, e questa per me è proprio la lezione che i fascisti stanno imparando là oltre il fiume”.

Certo, “senza i morti, i loro e i nostri, nulla avrebbe senso”. Però i tre successivi feriti, in seguito a una raffica involontaria esplosa in un’osteria, non lasciano troppi dubbi sul grado di irresponsabilità nei gruppi, almeno in questa prima fase. Una conferma arriva dalle amorali controcondotte del partigiano Dritto nell’esordio di Calvino, o nei Piccoli maestri, dal dialogo iniziale tra Simonetta e l’io narrante, laddove quest’ultimo, incalzato dalla ragazza in merito alle imprese partigiane, confessa: “Non eravamo mica buoni, a fare la guerra”. E, ancora una volta, Bocca chiarisce che l’errore stava nella facilità del reclutamento, per via della scarsità di soldati veri. Conseguenze esiziali erano lo sbandamento e, soprattutto, la successiva deriva.

Improvvisata e folle, ancorché temeraria, è poi la morte di Kyra. Fenoglio narra che, sventrato mentre prova a testare un lanciabombe di sua invenzione, Kyra muore lì, sulle colline, mentre in basso, ad Asti, tra i fascisti, ha il suo amato fratello maggiore, che rifiuterà il salvacondotto e non presenzierà alle esequie. “Kyra andò sotto terra senza il suo sangue”, conclude laconico il narratore, anticipando in questo episodio un tema che, forse troppi anni dopo, svilupperà lo storico Claudio Pavone nel suo importante libro sulla Guerra civile italiana. Giudizio che restituirà all’avversario, come ha ricordato Alberto Cavaglion, “non la ragione storica che non potrà mai avere, ma la dignità storica senza la quale risulta impossibile ogni ricostruzione del passato”. Dopo la letteratura, toccherà agli storici usare l’arma dell’antiretorica per scavare in quella rimozione della responsabilità italiana fino a Cassibile, e per evitare la sterile cristallizzazione e mitizzazione della Resistenza italiana.

Insomma, se la lotta è tra la civiltà e la barbarie – Calvino, Fenoglio e Meneghello lo ribadiscono all’unisono – questo non può voler dire rinuncia alla problematizzazione degli eventi. Già il Pavese della Casa in collina in qualche modo affronta, oltre ai suoi sensi di colpa, l’impossibilità di vedere sola disumanità nel nemico. Nondimeno, nella bella prefazione-saggio all’edizione del ’64 del Sentiero dei nidi di ragno, Calvino ammette che all’epoca scrisse soprattutto per “combattere contemporaneamente su due fronti, lanciare una sfida ai detrattori della Resistenza e nello stesso tempo ai sacerdoti d’una resistenza agiografica ed edulcorata”. Dunque, lo scrittore da un lato racconta che non era necessario essere eroi o avere una coscienza di classe, che, per molti ragazzi come lui, era stato il caso a decidere da che parte stare; dall’altro lato difende un processo e lo fa attraverso la pluridiscorsività del libro e i vari livelli di testimonianza. È lo stagnino Giacinto, nel Sentiero, a chiarire che si diventa partigiani anche solo “per tornare a fare lo stagnino, e che ci sia il vino e le uova buon prezzo, e che non ci arrestino più e non ci sia l’allarme. Il comunismo è che non ci siano più delle case dove ti sbattono la porta in faccia (…) se entri in una casa e mangiano della minestra, ti diano della minestra, anche se sei stagnino (…)”.

Su un piano più alto invece si pone il “chiaro e dialettico” Kim quando dice, portando alla mente Gramsci, che occorre saldare la patria intellettuale, fatta di parole e studenti, a quella materiale e solida dei contadini e degli operai; è una lotta di simboli, di qualcosa che rimanda continuamente ad altro, ma questo altro è sempre la ricerca di una patria migliore, e lo è perché, di contro, l’egoismo non ha una patria. Tuttavia, il Kim di Calvino ribadisce che basta poco per trovarsi dalla parte sbagliata, per essere un cattivo partigiano come il Dritto, senza nulla da difendere né cambiare, o come Pelle, finito nelle brigate nere, dalla parte dell’egoismo. Il discorso di Kim, quindi, rivolgendosi alla costruzione di una coscienza politica, comprende chi non l’ha sviluppata, distinguendo e contestualizzando con lucidità. Questo non gli vieta di ricordare che loro sono dalla parte giusta e che occorre “(…) utilizzare anche la nostra miseria umana, utilizzarla contro se stessa, per la nostra redenzione, così come i fascisti utilizzano la miseria per perpetuare altra miseria, e l’uomo contro l’uomo”.

La montagna

È chiaro che per Fenoglio la collina, oltre che l’unica possibilità della guerra per bande, è il riscatto. Le Langhe inevitabilmente portano alla mente, più che la passiva Montagna incantata sull’orlo della Prima guerra mondiale, quella attiva e agonistica di Primo Levi nelle sue indimenticabili arrampicate con l’amico Sandro Delmastro. Montagne e colline come antitesi al morbo mefitico delle città e della pianura, nonché ripiego “dalle città contaminate, dalle pianure dove viaggiavano colonne tedesche, dai paesi dove ricomparivano, in nero, i funzionari del caos”, scrive il vicentino Meneghello. Montagna come unica alternativa dopo l’occasione mancata o inavvertita di una subitanea insurrezione nazionale e come rifiuto di rinchiudersi nuovamente nel privato della famiglia, l’unica istituzione rimasta in piedi, insieme “ai preti, ai poeti, ai libri”, nella penisola.

Emerge pure nelle opere succitate, anche se marginalmente, il rapporto città-campagna. I contadini sono sì dalla parte dei partigiani, ma troppo spesso questa, almeno politicamente, sembra essere una storia per ragazzi di città. E se per un verso la montagna è sacrificio estremo a cui i contadini sono più abituati degli studenti e degli intellettuali, per altro verso essere insieme nella lotta, gettati in quella distanza incolmabile, contro un nemico più forte, che però rappresenta un mondo abominevole e vile, ha la sua controparte di valore nella vicinanza altrettanto estrema a tutto ciò che significa la parola libertà.

La montagna, scrive Bocca, è “chiarificazione politica: fuori dall’intrico degli interessi cittadini, dell’ambiente, i motivi politici del ribellismo appaiono più chiari”. Tutto è nell’aria, ricorda Livio Bianco rimandando a Meneghello, che di Vicenza scrive: “(…) si sentiva muoversi la stessa corrente di sentimento collettivo; era l’esperienza di un vero moto popolare, ed era inebriante; si avvertiva la strapotenza delle cose che partono dal basso (…)”.

Tempi

Negli ultimi anni una delle risposte più coraggiose e convincenti sull’antiretorica della Resistenza italiana arriva, nel suo La Resistenza spiegata a mia figlia, dal già citato Alberto Cavaglion. Lo studioso pone l’accento sull’esistenza di quadri e formazioni politiche, ma evidenzia pure “(…) la rinascita di un gruppo di singoli individui con le spalle al muro eppure capaci di una rivalsa, in mezzo a un Paese sconvolto, disfatto, umiliato”. Cavaglion, che attinge anche da Calvino, Fenoglio e Meneghello, pur scrivendo molti decenni dopo, si colloca nella scia degli autori letterari citati, confermando l’importanza dei militari renitenti, dei professori come Pietro Chiodi, Augusto Monti e di tante altre figure della cultura umanistica ben presenti nella lotta partigiana. Sembra che proprio la cultura umanistica, legata alla coscienza politica e sfuggita agli scimmiottamenti sterili dei fascisti, sia l’antidoto morale in grado di contribuire a ricacciare indietro il morbo del totalitarismo. E le stesse opere letterarie forse, a distanza di anni, ci consentono di contraddire il Calvino della prefazione al Sentiero e di dire che, a questo punto, scrivere non è sempre un fallimento; che forse, sì, lo scrittore rimane l’uomo più povero al mondo, come il ligure asserisce, ma, almeno in questo caso, la scia di romanzi e racconti sulla Resistenza, oltre a portare in seno una vera e propria educazione politica e sentimentale, rappresenta uno dei principali piani su cui porre le basi di una vera condivisione, ricostruzione e riconciliazione della storia nazionale.

Una nota sui tempi delle opere. Calvino pubblica il Sentiero nel ’47, in pieno solco neorealista; Meneghello licenzia il proprio libro nel ’64. Si tratta, per quest’ultimo autore, di un ritorno della memoria a fatti risalenti a quasi vent’anni prima, e bene ha fatto Maria Corti a sottolineare che, in questo caso, non di memorialistica o semplice ritorno al neorealismo si tratta, ma di ironia dissacrante e antitrionfalistica. L’errore di prospettiva dei critici dell’epoca su Meneghello sembra ricalcare, con le dovute differenze, le incomprensioni sul Primo Levi di Se questo è un uomo da parte di Ginzburg e Pavese. Sempre nel ’64, Beppe Fenoglio, appena quarantenne, era morto da un anno, per cui, nella prefazione di Calvino alla riedizione del Sentiero, arriva l’investitura a Una questione privata: “(…) fu il più solitario di tutti che riuscì a fare il romanzo che tutti avevamo sognato, quando nessuno più se l’aspettava, Beppe Fenoglio, e arrivò a scriverlo e nemmeno a finirlo, e morì prima di vederlo pubblicato, nel pieno dei quarant’anni”.

Ancora una volta è il caso di correggere – si fa per dire, ovviamente – Italo Calvino, e di correggerlo per spostare la sua periodizzazione dal Sentiero e farla arrivare non alla Questione privata, ma a quattro anni dopo, all’uscita postuma del Partigiano Johnny, nel 1968. È in questo libro che siamo di fronte a qualcosa di dirompente, a un’invenzione linguistica sorprendente, dal ritmo incalzante, finalmente in grado di rendere la guerriglia partigiana vivida e antieroica, eppure epica. E, sebbene del tutto antiretorica, forse, per la fragilità mostrata, anche a suo modo quasi di nuovo profondamente eroica.

Eredità

In conclusione, mi rendo conto di aver scritto con un costante disagio di fondo. Il fatto è che non posso fare a meno di considerare con preoccupazione l’attuale periodo storico e i suoi tentativi di un revisionismo d’accatto, sapientemente orchestrato da network d’informazione, fazioni politiche, e perorato da dubbie operazioni editoriali attraverso cui da anni si lavora a screditare quanto di più nobile l’esperienza resistenziale ha rappresentato.

Ovviamente, qualsiasi tipo di strumentalizzazione revisionistica rispetto alla natura di questo scritto andrebbe subito rigettata al mittente.

Per parte mia, interrogandomi sulle cause del ritorno di rigurgiti reazionari in questi ultimi trent’anni di storia repubblicana, mi sono convinto che uno degli elementi da cui partire è certamente il solco profondo scavato tra cosiddette comunità reali del Paese e quella, solo immaginaria, presupposta dalla costituzione. Mi pare uno dei maggiori ostacoli verso una società artificiale, simbolica, basata su una predominanza di regole universali e valori impersonali. È un processo che negli anni ha subito enormi battute d’arresto e boicottaggi da parte di una classe politica bloccata costantemente nel breve raggio e nel cortissimo respiro. Ma volendo restare a questo periodo, all’avvento di Berlusconi, che coincide col tentativo di inquinare e falsificare la memoria della Resistenza, questa spinta avviene in parallelo a sprovvedute politiche neoliberiste incredibilmente bipartisan, che hanno prodotto, nel medio termine, una fragilità sociale crescente, insieme a rabbia e incertezza, frustrazione e vaghe pulsioni disgregative.

Trent’anni di attacchi deliberati alle istituzioni, di spregio e discredito delle regole, dei tempi e dei meccanismi democratici, in cui, grazie al feticcio del consenso, si è messo in scena il cortocircuito del sistema. Un periodo di precarizzazione del lavoro e proliferazione di occupazioni servili, dequalificanti, di enormi squilibri territoriali e tagli al welfare, di immigrazione e emigrazione di massa, ha reintrodotto nel Paese, col populismo reazionario, gli estremi dell’odio a sfondo razziale e della violenza gratuita.

Dunque, l’Italia xenofoba, secessionista, neofascista di oggi, viene da una profonda crisi morale del Paese e dell’ala progressista, in cui l’assenza di giustizia sociale e di una politica culturale fieramente democratica, di gruppo e onesta, ha lasciato spazio solo a contenitori e talk-show che organizzano consenso e dissenso come un gioco delle tre carte legato a indici di ascolto. È la politica cinica e priapistica del gioco, contro la serietà e l’enorme responsabilità della politica.

E se confondere le ragioni dei ragazzi di Salò con quelle dei partigiani, ingigantire episodi complessi come quelli delle foibe, attraverso fiction di terz’ordine e un confuso richiamo al patriottismo, può funzionare solo per mezzo di un alto grado di complicità e di apoliticismo, allora la lezione dell’antiretorica torna quanto mai utile quale sorta di antidoto al morbo. È infatti un processo di radicamento e profonda comprensione che, andando alla radice dell’umano, svela tutta l’ambivalenza in cui la vita, le costruzioni sociali e politiche, sono inesorabilmente immerse e intrecciate. E ugualmente mostra che la cultura democratica si fonda su una moralità senza moralismi, si radica nella lentezza della riflessione mediata più che nella velocità tecnologica.

Forse occorre prendere atto che al mondo progressista non è consentito il lusso o la rendita della retorica, senza il pericolo che il tutto si traduca in un conflitto a cui un nazionalismo aggressivo e xenofobo fornirà poi i suoi alibi. La produzione di valori è sì precondizione, la repubblica stessa deve sì essere un valore anteposto all’interesse privato: tuttavia, occorre poi produrre, in luogo di rendite di posizione, reale partecipazione e coinvolgimento popolare, pratiche di libertà, autodeterminazione ed emancipazione degli individui nella solidarietà, altrimenti nuove sedimentazioni e cristallizzazioni riprodurranno ugualmente condizioni favorevoli a fenomeni regressivi.

L’antiretorica della Resistenza italiana, dunque, ci ricorda che una patria non è sempre qualcosa di giusto. Una patria la si costruisce nel rispetto del genere umano, non certo sulla menzogna dell’etnicità fittizia. Ritengo che solo a questo genere di patria valga la pena guardare, sia per il bene comune che per attenuare e superare le inevitabili contraddizioni insite in una nazione.

Bibliografia essenziale
Giorgio Bocca, Storia dell’Italia partigiana, Mondadori, Milano 1996
Italo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno, Einaudi, Torino 1964 (prima ed. 1947)
Alberto Cavaglion, La Resistenza spiegata a mia figlia, Feltrinelli, Milano 2015
Beppe Fenoglio, Il partigiano Johnny, Einaudi, Torino 1968
Luigi Meneghello, I piccoli maestri, Mondadori, Milano 1986 (prima ed. 1964)

CARLO LEVI, LA TERRA CEDE E SCIVOLA

(o come dare torto e ragione a Calvino su Carlo Levi)

Paesaggio calanchivo di Aliano, foto di Sandro Abruzzese

 

“Io uso dire, in modo paradossale, che l’Italia ha due capitali e che una è Torino e l’altra è Matera”.

“Nulla è sicuro invece nel mondo contadino, il tempo non vi è segnato dagli orologi e non vi scorre, e ogni immagine scoperta può essere perduta. Esse stesse, le immagini, sono i soli punti certi e raggiunti, la sola difesa di una vita personale in continuo rischio: perciò esse tendono a fissarsi, a diventare ripetibili e quasi rituali, a trasformarsi in formule magiche o evocatorie, (…) in questo continuo sforzo del mondo contadino di esprimersi, noi vediamo, mi pare, il continuo fenomeno della creazione del linguaggio, poiché le parole non sono altro che la memoria dei nomi che rappresentano l’atto della distinzione da un oggetto, la creazione, cioè, degli oggetti dalla indifferenziazione”.
Carlo Levi, Il contadino e l’orologio.

 

Nel saggio introduttivo al Cristo, Italo Calvino sostiene che per comprendere la poetica di Levi occorre partire da Paura della libertà, libro scritto nel ’39 a La Baule, durante l’esilio in Francia. In esso infatti affiora per la prima volta la riflessione dello scrittore in merito allo Stato-idolo. Sono riflessioni molto belle, che risentono della filosofia europea, da Vico, Spengler, a Hegel, Gramsci, Gobetti. Levi al cospetto del fascismo e dei totalitarismi vi sostiene che quando si combatte per un idolo, quando gli stati sprezzano l’individuo imbrigliandolo nell’esercito, nella macchina burocratica, nell’organizzazione centralistica, la libertà lascia il posto alla crescente e continua oppressione. Per uno Stato del genere, poi, la guerra è “il sacrificio perfetto”. A uno Stato del genere occorrono nemici, schiavi, servi. E nessuno meglio degli stranieri, di estranei può fare al caso. “L’idolo statale”, scrive Levi, “può reggersi soltanto finché avrà di fronte a sé uno straniero: un nemico necessario, che dovrà essere continuamente espulso e continuamente ritrovato, una vittima provvidenziale” (p. 114). Quando si combatte per un idolo, quando si è in una guerra religiosa, lo Stato ha bisogno di una massa informe, di cui le grandi città, i sobborghi di “gente senza storia”, insieme al tecnicismo, sono il risultato. È questo Stato a generare un mondo “impoetico, anonimo, ripetitivo”.

In Paura della libertà Levi intuisce pure che l’urbanesimo, il corpo sformato del Paese, è legato a una cultura del non senso, di massa, a suo modo totalitaria, perché intrisa di propaganda, la quale serve allo Stato-idolo per produrre l’identità indistinta, confusionaria e priva di molteplice. È un’umanità informe, “sradicata da ogni determinazione”. Inoltre egli riflette sulla compresenza dei tempi e delle civiltà, individuandone lungo la penisola una militare e una contadina. La prima è statolatra, religiosa e giuridica, il cui tempo risulta lineare; la seconda anarchica, irreligiosa e poetica, fuori dalla storia poiché immobile. È quest’ultimo il mondo portato alla luce da Levi in Cristo si è fermato a Eboli. Ed è questa compresenza dei tempi che egli testimonia e per cui giustamente Calvino rimanda a Paura della libertà.

 

Tuttavia, sebbene lo scritto del ’39 sia un saggio ricco di riflessioni interessanti sull’arte, sulla lingua, sul sacro e sul religioso, quello che il Cristo aggiunge è lo sguardo, la capacità percettiva dell’esule torinese, e quella scrittura “erotica”, certo a volte venata di atteggiamenti tronfi o paternalistici, ma che nasce sempre dall’amore per la vita e l’umano, dalla passione per la libertà e la giustizia. La scrittura di Levi, avrà modo di dire Giulio Ferroni, “ha il dono (…) di saper dare il senso di una vita distesa nel tempo, di uno spazio pullulante di presenze, di speranza, di sensazioni, di delusioni”.
Non solo. In Carlo Levi il paesaggio, l’ambiente, la luce, prendono corpo. Credo che la fisicità, la corporeità lucana, nonché l’impatto che su di lui ha avuto la lunga permanenza forzata a contatto col mondo contadino sia qualcosa di simile a un’agnizione per l’intellettuale cittadino. Levi è un corpo estraneo, un intellettuale europeo, illuminista, proveniente da una Torino già industriale, ed è come se proprio in quanto corpo estraneo egli sia in grado di mettere a fuoco le contraddizioni lampanti ma aggrovigliate della società meridionale. È questa matassa che Levi dipana grazie agli intensi e precedenti studi meridionalistici e all’esperienza diretta del confino.

Se volessimo trovare qualcosa di simile, e di pari, capitale importanza nella cultura italiana, verrebbe fatto di pensare al meridionale sardo Antonio Gramsci, trapiantato dalla piccola Ghilarza alla grande città industriale sabauda grazie a una borsa di studio. Nondimeno negli stessi anni, tra Francia e Inghilterra, per altre vie del tutto originali, sarà Simone Weil ad avvicinarsi e approfondire le stesse tematiche dell’autore del Cristo, questo per via dell’influenza su entrambi del filosofo Alain.

Craco, foto di Sandro Abruzzese
(paese dove Rosi girò parte di Cristo si è fermato a Eboli)

Ma che cosa rappresenta la Lucania per Levi? Più di una volta egli stesso definisce la regione un insieme di isole. E come tante isole vede ed enumera i paesi circostanti Aliano: sospesi, accartocciati sui poggi, svettanti e divisi da chilometri tortuosi di valli malariche e monti. Ogni comune rurale è una piccola patria che risponde a regole proprie. Grazie alla massiccia emigrazione siamo di fronte a un nuovo matriarcato, paesi di donne nelle cui case fanno mostra i ritratti di Roosevelt e della Madonna di Viggiano, dirà il confinato. E nello specifico è l’isolamento della Lucania, il paesaggio vuoto e remoto del materano, sono i volti, i gesti, la cultura dei contadini di questo mondo antico a colpire profondamente Levi per la loro poeticità. Nel Cristo continui, incessanti si fanno i riferimenti al paesaggio di Grassano e Aliano. Deve essere chiaro che ciò che si presenta agli occhi dello scrittore sotto forma di calanchi argillosi e balze deserte è, dal punto di vista geografico e antropico, un disastro idrogeologico. È uno scenario biblico, ancestrale, certo fascinoso. Ma pur sempre una sciagura. Quello che Levi contempla è un paesaggio desolato, e lo stesso Don Trajella, il parroco misantropo del Cristo, avverte il confinato: “Qui ci sono continue frane. Quando piove, la terra cede e scivola, e le case precipitano. (…) Fra qualche anno questo paese non esisterà più. Sarà tutto in fondo al precipizio. (…) Non ci sono alberi né rocce, e l’argilla si scioglie, scorre in basso” (Cristo, p. 37-38). Certo Grassano è un paese più grande, meno originale risulta il paesaggio circostante, ma comunque vi era “Soltanto una distesa uniforme di terra abbandonata”. E ancora su Aliano: “Su una terra remota come la luna, bianca in quella luce silenziosa, senza una pianta né un filo d’erba, tormentata dalle acque di sempre, scavata, rigata, bucata” (C, p. 197).

Casa del confino di Levi ad Aliano. Foto di Sandro Abruzzese

La Lucania meridionale quindi è un luogo remoto che volta le spalle all’Europa ed è il luogo dove prende forma evidente il contrasto gramsciano tra campagna e città che Levi non manca di sottolineare. Il fascismo ha ignorato il problema e in generale lo Stato ha dato risposte generiche a condizioni particolarissime. È una diagnosi che in futuro abbraccerà la Sicilia e la Sardegna. Dal punto di vista economico, per esempio, “le foreste sono state tagliate, i fiumi si sono fatti torrenti, gli animali si sono diradati, invece degli alberi, dei prati e dei boschi, ci si è ostinati a coltivare il grano in terre inadatte. Non ci sono capitali, non c’è industria, non c’è risparmio, non ci sono scuole, l’emigrazione è diventata impossibile, le tasse sono insopportabili e sproporzionate: e dappertutto regna la malaria” (C, p.221).

È il corpo della Lucania, questa terra dei boschi ridotta a brandelli desertici, a far dire all’autore che “Non può essere lo Stato a risolvere la questione meridionale, per la ragione che quello che noi chiamiamo problema meridionale non è altro che il problema dello Stato”. Ed è l’incontro con quella piccola borghesia dei paesi, odiosa e feudale, che vive di soprusi e privilegi e schiaccia i contadini nella miseria, a turbare Levi e dargli conferma che solo uno Stato che parta dall’individuo, uno Stato fatto di tante comunità autonome, potrà evitare l’oppressione di una parte del Paese sull’altra. Solo la partecipazione e la cooperazione, in un mondo costituito dal basso, attraverso le autonomie delle istituzioni e delle forme di vita sociale potrebbe, secondo l’azionista, rendere possibile la coesistenza di queste due civiltà.

Dall’esperienza lucana in poi, nei suoi viaggi, Levi troverà sempre conferma della sua compresenza dei tempi, definizione coniata da Italo Calvino. Così in Tutto il miele è finito, taccuino relativo ai due viaggi in Sardegna del 1952 e del 1962, egli ritrova la coesistenza del mondo eterno dei contadini e dei pastori a fianco alle città operaie di Carbonia e Iglesias, dove invece tutto si conta in minuti e ore.
Carbonia, agli occhi dello scrittore ” (…) è il virile inferno di uomini piovuti da ogni parte d’Italia, siciliani, veneti, romagnoli, toscani, mandati qui senza preparazione, quindici anni fa, nel 1939, quando queste lande erano ancora un assoluto deserto (…)” (T., p. 26).

Probabilmente, ma è solo un’ipotesi, è il film di Vittorio De Seta, Banditi a Orgosolo, a contribuire alla scelta del secondo viaggio sardo del ’62. Questo ritorno lo porta a riflettere sul fatto che, se solo la memoria vince sulla distruzione e corrosione dovuta al tempo, ebbene anche l’uomo è fatto di memoria, di passaggi, epoche che si sedimentano e convivono: ecco che anche l’essere umano, come le società osservate, risulta costituito di compresenza e identità: “Come la realtà è molteplice… “, egli esclama a un certo punto, “… come, in ogni cosa, in ciascuno di noi, coesistono tempi diversi e lontanissimi!”.
Orgosolo è per Levi, sulla scia di De Seta, un misto di arcaico e coloniale, un circolo chiuso teso verso la tragedia, dove lo Stato finisce per inasprire i rapporti, aggravare i problemi, avvalendosi di un disinteresse e di una cecità propri del colonialismo.
Pure, dopo dieci anni dal primo viaggio sardo, Levi registra l’incedere del nuovo “medioevo speculativo” (da Cagliari a Pirri, Monserrato, Quartu), insieme all’avanzare dello spopolamento e dell’emigrazione (Nuraminis, Villagreca, Serrenti). Temi che aveva avuto modo di trattare con lungimiranza già nel lontano ’39, nell’esilio di La Baule.

Tutto il miele è finito si chiude lasciando sullo sfondo la Barbagia e l’antico contrasto tra mondo contadino e pastorale. Orune è paese di pastori e emigranti. Ma trent’anni fa lo era di contadini. In trent’anni, dal ’30 al ’60, i contadini sono scomparsi di nuovo. Venne la crisi agricola, la battaglia del grano, Già cent’anni prima, racconta un anziano cieco, i pastori di Orune si fecero contadini. Dopo la Grande guerra i boschi furono tagliati, le mucche e i maiali lasciarono il campo, “Con la distruzione dei boschi, nella grande guerra, vennero le pecore, e vennero i contadini a coltivare le terre disboscate”.

È una storia minore, che si perpetua, questa che Levi apprende dal cieco, è la storia di Aliano, della Lucania, del Meridione; è la storia di “cittadini” in balìa di uno Stato sordo, estraneo e lontano. Un mondo fagocitato, in cui l’unica soluzione rimane la fuga individuale verso altri mondi remoti, lontani, dolorosi.
E non cambia il discorso nel viaggio sovietico del ’55 narrato ne Il futuro ha un cuore antico. Una delle prime annotazioni sulla città di Mosca, sui volti di chi la abita, riguarda l’impressione di una città creata da contadini: e la prima simpatia di Levi per i russi è dovuta proprio all’analogia con la Lucania, il paese dei contadini.
Col passare dei giorni poi i sovietici appaiono sempre più “i custodi dei sentimenti e dei costumi dell’Europa”, è come se Levi percepisse di trovarsi davanti a un mondo che deviando la sua storia da quella europea con la svolta del ’17, avesse “lasciati integri i valori fondamentali che il mondo contadino e operaio portava in sé”; la chiusura stessa delle relazioni aveva immobilizzato gusti, sentimenti. Nei volti dei russi lo scrittore riconosce “(…) quella semplicità, quella genuinità, quell’onestà, quella pulizia morale, quella timidezza (…)”, che il resto dell’Europa in qualche modo ha già smarrito. Un’Europa che non ha più verità ideali né sentimenti comuni, ma ha disperso, reciso radici, perduto legami. Mentre questa Europa perde il suo senso storico, i suoi limiti, per farsi simile all’America del rifiuto della storia, la Russia appare “il miraggio del paese dell’infanzia, il miraggio semplificato di un’Europa immaginaria e perduta” (Il f., p. 75).

Forse si potrebbe partire dalla fine per comprendere al meglio Carlo Levi. Sì, saltare L’orologio, questo importante romanzo-reportage sulle condizioni di disfacimento di città come Roma e Napoli nel secondo dopoguerra, un libro in grado di descrivere le fasi concitate del tentativo di cambiamento dovuto alla nascita del governo Parri e il conseguente ritorno alla carica dei Luigini italiani, pronti a svuotare dall’interno qualsiasi reale riforma progressista.
Si potrebbe saltare, dicevo, anche se davvero suggestivo, l’incontro siciliano con Danilo Dolci che racconta delle condizioni critiche di Trappeto e Partinico, una Sicilia di miseria, analfabetismo, banditismo e prostituzione; o l’incontro con la madre del sindacalista Salvatore Carnevale, assassinato dalla mafia, episodio raccontato ne Le parole sono pietre; o per contraddire Calvino potremmo partire da quel Quaderno a cancelli, pubblicato postumo nel ’79, in cui lo scrittore scrive che “(…) l’occhio vede e non possiede. Passa su tutte le cose senza toccarle, né muoverle, né urtarle, (…)”. L’occhio non possiede, tuttavia “È il potere dell’immagine che unifica e dà realtà alle cose, il potere poetico che, vedendole, le crea per la prima volta, e fa della nera natura, immagine, riconoscibile e certa”. (p. 90-91)

cimitero di aliano, tomba di carlo levi, foto di Sandro Abruzzese
Cimitero di Aliano, tomba di Carlo Levi. Foto di Sandro Abruzzese

In questo libro angosciato, malinconico, e per questo diversissimo dai libri energici, volitivi a cui lo scrittore ci ha abituati, sovente tornano le immagini di Aliano, i ricordi del cane Barone, delle argille calanchive. Il Quaderno è un flusso di memoria in cui ritornano idee e esperienze. È un libro che raccoglie la poetica di Levi e dimostra che essa, pur partendo da solide basi teoriche, è tutta nello sguardo e nel rapporto con i luoghi: “(…) questo darsi e lasciarsi prendere, questa orgogliosa e superba umiltà e santità, meravigliosa dolcezza di chi sta nelle cose e vi partecipa, e vi si dona rimanendo intatto e accrescendovisi, questa virtù suprema e divina del non difendersi, del non razzismo, del non settarismo, (…)”. Tornano in questa convalescenza le immagini e le parole del confino, al punto che l’autore cita dei versi:

Esiliato su un monte
rituale e feroce
guardo con occhi aperti un mondo antico…

e si chiede perché riaffiorino costantemente.

A distanza di quarant’anni da Paura della libertà, nel Quaderno a cancelli Levi trova che il nostro mondo sia diventato un unico luogo di emigrati per cui annota che “Tutti sanno ormai di essere in esilio; in un mondo esiliato da sé stesso” (Q, p. 81). Sono davvero tanti nel Quaderno i riferimenti al disfacimento e alla costruzione di altri mondi, c’è l’America degli emigrati a simboleggiare la violenza dell’esilio. Un luogo sconosciuto di solitudine, di incertezze e insulti.
Le parole del confinato torinese sono tristemente profetiche. Nello Stato-idolo burocratico non c’è spazio per il mondo astorico dei contadini, i quali nel frattempo sono stati sradicati e trasferiti nella Storia e nel Tempo lineare.

Giovanni Russo, in quel piccolo grande libro che è Lettera a Carlo Levi, stima in circa quattro milioni e mezzo di contadini dai quindici ai quarant’anni, l’esodo che piega definitivamente la civiltà contadina meridionale. Carlo Levi, ovviamente inascoltato, aveva avvisato per tempo: l’idolatria statale produce alienazione e sacrificio sociale, e così un mondo privo del senso di umanità, privo di rapporti umani autentici, il mondo che partorisce campi di concentramento e “un individualismo che arriva a negare nei fatti l’esistenza stessa dell’individuo”, ebbene, è già un inferno mostruoso, e ai suoi abitanti non rimane che registrare il continuo, incessante spavento.

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© Sandro Abruzzese

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Carlo Levi, Paura della libertà, Einaudi
Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli, Einaudi
Carlo Levi, L’orologio, Einaudi
Carlo Levi, Quaderno ai cancelli, Einaudi
Carlo Levi, Tutto il miele è finito, Einaudi
Carlo Levi, Il futuro ha un cuore antico, Einaudi
Giovanni Russo, Lettera a Carlo Levi, Editori Riuniti