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La prima radice: sradicamento e patria in Simone Weil

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Non so se esista una bibbia dello sradicamento. Di certo La prima radice di Simone Weil, sul tema, è un libro imprescindibile.

La filosofa francese sostiene che la prima fonte del moderno sradicamento degli individui rispetto alla società sia insita nel potere del denaro. È la dominazione economica a generare sradicamento. La dominazione economica, la nostra cultura tecnologica e materialista, contribuisce a privare la società di cultura spirituale, ciò genera sradicamento.  Qualsiasi tipo di cultura che non presupponga una preparazione morale, sostiene Weil, genera problemi sociali nonché “disprezzo e repulsione” in luogo di “compassione e amore”. È incredibile quanto la studiosa sembri rispondere alla società europea odierna, intrisa di un razzismo ottuso, nutrita di cinismo e xenofobia verso l’altro.

Solo il senso morale, solo il senso morale dato da un pensiero religioso “autentico”, e quindi “universale”, sostiene Weil, può incidere positivamente su una società in preda all’odio, alla paura e alla disgregazione.

Proseguendo  nell’analisi, Weil, portando alla mente Gramsci e Carlo Levi, sottolinea la mentalità coloniale della città con i contadini e la campagna. Un rapporto squilibrato, fondato sullo sfruttamento della campagna a uso e consumo della città, che genera lo sradicamento dei contadini. Laddove non c’è reciprocità, laddove la forza si impone, avviene la morte delle caratteristiche peculiari, e con esse della libertà. Dove non c’è cura del passato, e si fomenta l’ignoranza, è lì che la società si sfalda. A questo, Weil oppone una civiltà fondata sulla “spiritualità del lavoro”. E qui ritorna la lezione successiva di un altro Levi, Primo, quando nell’autunno caldo italiano degli anni ’70 ricordava l’importanza della dignità che il lavoro è in grado di donare all’essere umano. Levi in un suo racconto ricordava il muratore italiano dei lager: l’uomo odia il tedesco con tutto l’animo, ma quando lo si obbliga a tirar su un muro, ebbene questo sarà perfetto come fosse stato costruito per la propria dimora. Su questo, sulla spiritualità del lavoro, credo che Primo Levi sia dalla parte di Weil.

Oltre al denaro, l’altra fonte di sradicamento è lo Stato nazionale. Memorabili le pagine di Cristo si è fermato a Eboli, su questo aspetto. Questi due elementi sostituiscono la famiglia e la professione, secondo la filosofa. Anche lo Stato utilizza paura e speranza a cui fa seguire minacce e promesse. Anche la suggestione, ricorda Weil, è dominio. Ed è lo Stato totalitario (la Francia di Luigi XIV) a imprimere nei francesi una perdita della memoria del passato collettivo, è il totalitarismo a divorare “la sostanza morale del Paese”.  E non basta ammantare lo Stato di patriottismo. Quando la patria ha torto, e in essa sono assenti virtù, giustizia, verità, essa diventa “un’idolatria pagana”, qualcosa che risale direttamente alla venerazione che i romani avevano per se stessi, ricorda la studiosa.

Contro la xenofobia, contro il razzismo imperante, contro il narcisismo e ogni fanatismo, e con Weil, vale la pena ricordare che il patriottismo è valido solo se si concilia con i valori universali, solo se non viene nutrito di fiele e menzogna. Solo se poggia le basi su verità e giustizia. Allora forse scopriremo che questi valori non hanno nazionalità né colore o latitudine. E scopriremo che amare la patria, questo sostiene Weil, deve essere prima di tutto “compassione per la fragilità”, spinta verso la “grandezza spirituale”, perché sempre quella materiale è esclusiva.

Guardando alla situazione mondiale odierna, alla luce dalla lettura de La prima radice, sorgono spontanee alcune ingenue richieste: innanzitutto il diritto di ognuno al radicamento, la libertà di restare (non solo quella di muoversi e migrare), perché l’essere umano privo di relazioni non può vivere degnamente. La democrazia, la ricerca della libertà, passano anche per le distinzioni di Weil. La democrazia stessa è nutrimento della vita “locale”. Lo stesso cosmopolitismo, privo di memoria e passato, privo di strumenti culturali e risorse economiche (reddito minimo garantito?) che consentano il radicamento nel mondo di chi decide liberamente di partire, corre il rischio di risolversi in una truffa a buon mercato, in una svendita dell’immaginario collettivo per creduloni, il tutto ad uso e consumo, se non a favore del capitale.

Quando si perdono di vista l’importanza dei luoghi e il rapporto tra territori, quando si smarriscono le distinzioni, la necessità delle differenze e delle esigenze, per correre verso una produzione irrazionale, verso mondi di solitudine, disgregazione, emarginazione, dai costi individuali altissimi; non si capisce più dove stiamo andando e, soprattutto, non si capisce perché.

Sandro Abruzzese

Sud: basta aspettare che ci liberino da noi stessi

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Chiesa di Cotronei

testo e foto di Sandro Abruzzese

Quando alla tv, sui giornali, sui social network, vedo scorrere le immagini dei luoghi più belli del Meridione, da meridionale che vive da tempo nel nord del Paese, provo una vena di rammarico mista a un lieve e indecifrabile fastidio. Dietro le cartoline, i video che mostrano le bellezze del Sud, rivedo gli alibi dei meridionali, i complessi di inferiorità, le giustificazioni. Vedo una risposta puerile ai fallimenti, false assoluzioni, assenza di colpe e colpevoli. Forse è questo fare autoassolutorio che mi ferisce. Ma non solo. C’è pure l’amarezza per il fatto che la bellezza della natura non è un nostro agire concreto e quella delle città risale a secoli addietro. Forse è l’amarezza dovuta al fatto che non c’è merito in quel che viene mostrato, che nulla è stato progettato e costruito (a volte nemmeno semplicemente custodito) da noi. Insomma, pure lei, pure la bellezza, sento che in qualche modo tradisce il Sud e finisce per fargli più male che bene. Lo fa parlando di menzogne, rifacendosi al passato che ognuno legge a suo modo, e così inganna, contribuendo alla confusione perpetua che ci attanaglia.
È difficile sentir parlare del Mezzogiorno sui giornali e le tv nazionali senza incorrere in visioni spesso superficiali e stereotipate, concordo con Di Consoli. Il Nord da cui scrivo ha un’idea vaga, indefinita del Sud, tramandata dal contatto con migranti o da fugaci vacanze estive nelle zone costiere. Questo è un aspetto fondamentale da cui partire. È qui, nelle immagini e nella narrazione dei fatti e degli accadimenti, che la Calabria e il Sud dimostrano la necessità di conquistare chiarezza e lucidità, o per citare l’articolo di Vito Teti, “verità”. L’opinione pubblica locale, – prima che quella nazionale, – i suoi giornali, gli intellettuali, hanno il dovere di descrivere ciò che realmente accade nella loro terra. E avrebbero pure il diritto di raccontarlo senza per questo mettere a repentaglio l’esistenza. Ma si sa che la Calabria è un’isola. Quei piccoli Pirenei rappresentati dal Pollino sono il suo ennesimo mare. Molti giornalisti calabresi hanno messo a rischio la loro vita per raccontare la verità. Credo fermamente che questo sia il punto cardine da cui ripartire, la prima conquista per cui lottare: essere in grado di raccontare la verità, mettere al centro del discorso pubblico i nostri limiti e i meriti, attraverso un costante esercizio razionale, significa sconfiggere “il cono d’ombra” di cui parla Di Consoli e svolgere le funzioni a cui ci richiama Teti. È una battaglia culturale chiara che si deve servire delle associazioni e della scuola e, una volta intrapresa e portata a termine, essa costringerà i mezzi di informazione nazionali a prendere atto di cosa siano realmente la Calabria e il Mezzogiorno. Solo quando noi saremo riusciti a darne la vera e complessa immagine a noi stessi, altri non potranno che prenderne atto. Perché questo momento arrivi, occorre smettere di aspettare che qualcuno ci liberi da noi stessi. Così aspettavamo Napoleone e i francesi per la repubblica, Così i sabaudi si accordarono con i gattopardi, così gli americani usarono la mafia, e Portella della Ginestra resta a imperitura memoria. Così i fascisti accolsero i notabili locali. Così rinnoviamo l’attesa passando dalla Democrazia cristiana al Berlusconismo che sembra aver trovato degni eredi e prosecutori nel fantomatico Partito della nazione. Quando si parla di Sud, mi pare si parli sempre di attesa, pazienza, rassegnazione. Se è così, almeno si mostrino i colpevoli, le connivenze, i tradimenti locali e nazionali. Se è così, almeno si dica il vero perché senza non è possibile giustizia e nemmeno orgoglio.
Se il primo punto è la verità, trovo che essa sia intimamente legata a una serie di altri punti. Essa apre al problema della libertà, di un Sud libero in cui il territorio sia nelle mani salde dello Stato. Non è possibile parlare di libertà senza far fronte a necessità primarie da soddisfare. Ecco che subito il discorso, da locale, diventa di carattere nazionale. Il Sud e la Calabria hanno il problema della libertà, e la libertà, l’indipendenza vengono dalla dignità del lavoro.
Il grande tema assente e orfano di partito, oggi, in Italia e nel Meridione, è il lavoro. La condizione delle nostre terre, non dando giusta retribuzione a sforzi e rischi, fiacca gli animi, demoralizza, abitua alla partenza e alla rinuncia. L’assenza del lavoro apre alla piaga ormai endemica e insopportabile dell’emigrazione, dello sradicamento, motivo per cui oggi esistono più calabresi all’estero o nel resto d’Italia che non in Calabria. Esistono altrettanti meridionali al Nord che vanno a formare un vero e proprio Mezzogiorno padano.
A questo si aggiunga una classe politica e dirigente dalle responsabilità gravissime (anche qui concordo con Teti), specchio del debole tessuto socio-economico. Mentre esistono caratteristiche oggettive di svantaggio per il territorio calabrese nel fare impresa (penso all’orografia, alla distanza e alla viabilità), non esiste alcuna valida giustificazione per le condizioni in cui versano la sanità, la scuola, le università, i centri di ricerca, le strade, i bilanci. Ma di nuovo, inesorabilmente, i temi via via presi in rassegna riportano a problemi nazionali, perché è vero ed è stato detto spesso che ciò che accade nel resto del Paese è come se si ingigantisse nelle sue estreme propaggini. Un organismo malato mostra i propri cedimenti nella parte più debole e esposta del corpo.
Se “la linea della palma” di cui parlava Sciascia è arrivata a Milano, sono persuaso ancora delle parole di Carlo Levi, quando sostiene che non esiste una questione meridionale. Esiste il problema dello Stato italiano e oggi potremmo aggiungere dell’Unione europea. O con Gramsci, quando sostiene che esiste il problema del rapporto tra città e campagna, tra civiltà industriale e contadina, tra il Nord urbano e il Sud contadino.
Ci sarebbe ancora la questione demografica: l’Italia è un paese vecchio, dove le risorse sono nelle mani di una classe media che è avanti con l’età e in questo panorama, l’emigrazione dei giovani meridionali specializzati crea un continuo travaso di forze e anticorpi da luoghi che ne hanno estremo bisogno a luoghi costituzionalmente più sani: un lento stillicidio confermato dai rapporti Svimez degli ultimi anni.
In conclusione, guardando all’Europa e alla Storia, ho l’impressione che tutto il mondo intellettuale europeo, e italiano in particolare, abbia ricevuto un colpo letale non tanto dalla caduta del comunismo, quanto dall’abbandono tout court del marxismo. Si è finito per abbandonare lo studio e l’analisi di stampo marxista, quando era e rimane una grande fucina intellettuale (penso alla scuola di Francoforte, a Pasolini, per fare i primi due nomi che sovvengono) in grado di decodificare le imposture del nostro sistema nazionale e globale. Oggi nessuno ha più idea di che Italia occorra costruire. Niente casa comune, né idea di comunità. C’è uno smarrimento silente e assordante fatto di individui soli. Inm definitiva, non siamo riusciti a costruire il futuro, anche se quest’ultimo sembra essersi servito di noi. Di conseguenza oggi l’Italia è un Paese incompiuto, di cui rimane in eredità quello che Banfield ebbe modo di definire il suo “familismo amorale”, quello sì è ruiscito a inerpicarsi, dalla linea della palma, fino alle più remote pendici delle Alpi.
S.A.

*L’intervento si riallaccia a due articoli dei giorni scorsi, firmati da Andrea Di Consoli prima, sull’Unità del 26/03, e da Vito Teti poi, sul Quotidiano del Sud del 31/03, che hanno aperto a una riflessione sullo stato della Calabria e del Meridione in generale.

* *L’articolo che è uscito su Il quotidiano del Sud del 3 aprile 2016

Gente di Aliano

foto Andrea Semplici

foto Andrea Semplici       Gente di Aliano in piazzetta Panevino

Aliano inizia dove finisce la terra e rimane soltanto l’argilla. E il vento soffia sempre alla stessa ora, in queste sere di fine agosto, senza che si capisca da dove arrivi: spira, avvolge, gira, quindi scompare. Si aspetta l’alba nel suo anfiteatro naturale, verso le piramidi e le colonne appuntite d’argilla. Don Carlo scriveva che gli unici animali allevati dai contadini erano le capre, capaci di nutrirsi col poco di quella polvere arsa. Poi un giorno arrivò lo Stato, applicò la tassa sul bestiame, allora per un anno si mangiò la carne che non si era mai vista prima. Ma i contadini erano abituati alla iattura, qualunque nome avesse. Poteva trattarsi di fame, malaria, carestia, oppure poteva essere Roma, era lo stesso.

Si aspetta l’alba ad Aliano e si celebra l’utopia di un Meridione che inverte la propria sorte con l’aiuto della musica e della poesia. Si dorme insieme nelle piazze, e ognuno ha un motivo diverso per stare qui, dove finisce la terra e inizia l’argilla. Carmen e Omar si abbracciano, lei viene da Cava dei Tirreni, studia architettura e sogna che i borghi abbandonati si ripopolino. Lui frequenta l’Accademia delle Belle Arti nel capoluogo partenopeo, il resto si vedrà.

foto Andrea Semplici

foto Andrea Semplici    Carmen e Omar

Giulio ha trent’anni, viene da Bologna, di solito gira il mondo per via della fotografia, si è stupito perché Franco Arminio lo ha ospitato una settimana a casa sua, in Irpinia, quando ha voluto fotografare la sua terra. Le parole di Giulio mi hanno portato a pensare che Franco l’avesse ospitato non in qualità di scrittore, piuttosto in qualità di irpino. Poi c’è Deborah, responsabile di una cooperativa genovese per il commercio equo e solidale. Combatte una battaglia tutta sua contro il capitalismo dello sfruttamento, contro le multinazionali sorde alla campana dei diritti. A ben guardare, ogni giorno combatte insieme a pochi altri, la battaglia che dovrebbe essere di molti.

foto Andrea Semplici Sullo sfondo Deborah, appoggiata al muro.

foto Andrea Semplici
Sullo sfondo Deborah, appoggiata al muro. A sinistra Monica e a destra Alessandra.

Sul dorso di un cavallo nero ho visto trottare Alessandra, la poetessa amazzone vestita di bianco e ornata con ossa di vacca, e il dubbio era che fossimo annegati in un libro di Calvino.  In piazzetta Panevino incontro Monica da Cuneo, sarebbe dovuta intervenire ai parlamenti, ma nessuno se n’è avveduto e a lei un po’ è dispiaciuto. A breve riprenderà a recitare, Monica, e l’idea non la trovo affatto male. E’ andata bene ugualmente, dice.

La gente si conosce, incontra, discute. Qualcosa sembra possibile, ma guai a illudersi. Siamo ad agosto. Si sa che l’estate passa e i problemi rimangono. Lo sa bene Gigi, in un angolo del borgo prepara la sua pessima sangria, tra un bicchiere e l’altro rimpiange il giorno che è tornato dalla Scozia e racconta storie dell’Europa che ha girato. Storie di donne, di sesso. Storie di chi ama raccontarsi storie.

Gigi e la sangria

Gigi e la sangria

L’ultima sera mi colpisce la musica di un ragazzo di Ponteromito, si chiama Carmine e suona la fisarmonica come se avesse in mano un contrabbasso e un piano hammond allo stesso tempo. Suona il jazz con lo strumento preferito dai contadini. Ancora ricordo, da piccoli, il disprezzo, la supponenza che mostravamo noi ragazzi di paese per i coetanei che imparavano a suonare la fisarmonica o l’organetto: “lo strumento dei cafoni”, lo chiamavamo. Avevamo fretta di emancipazione, mentre inconsapevolmente diventavamo tali e quali ai teenagers di tutto il mondo, cresciuti

a pane, america e televisione. Mi sembra che Carmine sia diverso, perciò mi piace.

Il musicista Carmine Ioanna

Il musicista Carmine Ioanna

Per adesso, non resta che prendersi quello che resta di questa parte di mondo più simile alla luna che alla terra. Mentre preparo i bagagli, ripongo il sacco a pelo, una strana amarezza mi dice che c’è qualcosa di quasi religioso nelle persone che sono venute qui, mescolandosi alla gente di Aliano. Avrebbero potuto scegliere Berlino, Londra, invece hanno preferito questa remota parte d’Italia, dove finisce la terra e inizia l’argilla. Hanno scelto un tempio, una cerimonia che ricorda una civiltà finita nelle sue valigie di cartone.

Aliano è l’altare spoglio che ricorda un tempo lontano.

Basta non illudersi che sia altro e dirsi

che siamo delle semplici,

a volte affrante,

ma sempre delle inutili,

comparse.

 

Sandro Abruzzese