Etichettato: xenofobia

Il Vangelo secondo Matteo… Salvini

“Nulla è più lontano dalla nostra preoccupazione che la vita politica, dal momento che un solo stato riconosciamo di tutti, il mondo”. Tertulliano, Apologetico.

Alla tv c’è Salvini che giura qualcosa, col Vangelo in mano si insedia da ministro, parla del rosario che ha nelle sue tasche.
Ieri ha preso di mira i rom pronunciando, tra le altre scempiaggini, una gravissima frase discriminatoria: “quelli italiani purtroppo ce li dobbiamo tenere”.
È acclamato Salvini, lo osservo e mi sovviene una frase trovata nella Repubblica di Platone: “credono veramente di essere uomini politici per il fatto di venire lodati dalla folla”.
È chiaro che Salvini sa con chi sta parlando, sa quel che dice anche se è profondamente contraddittorio.
Il leghista brandisce simboli del cristianesimo, religione universale, cosmopolita, avversa ai comunitarismi identitari, per selezionare e aizzare la sua comunità dell’odio e della rabbia, altro che carità.
Vale la pena ricordare che è stato Paolo a rendere universale il cristianesimo, dopo che Gesù aveva esteso il concetto di dignità umana a tutti.
Ora, visto che nel cristianesimo ciò che conta è l’amore, nel Vangelo di Salvini ci sono degli aspetti che proprio non tornano: egli è quanto di più distante dalla miseria umana e dallacompassione. La sua figura rabbiosa strumentalizza i ceti medio-bassi, cavalca lo spaesamento attraverso la questione sicurezza e immigrazione: egli è totalmente sprovvisto di quello che Jullien ha definito il senso comune dell’umano. Senza dimenticare che, proponendo una selvaggia flat tax a favore dei ricchi, il nostro ricorda più la parodia di un Robin Hood venuto male, che il soccorso del prossimo.
Le condizioni perturbanti del suo agire, poi, riguardano una cattiveria superflua, non necessaria, non solo manca di qualsiasi equilibrio, ma anzi attraverso la violenza verbale ammicca già a una società degradata, esclusiva, fondata sull’odio per il diverso, sullo sprezzo delle regole costituzionali, su una continua riproposizione della dicotomia nemico/amico (Nord/Sud, Italiano/Straniero, Italia/Europa, Cristiano/Islamico).
Non so davvero quale sia il Vangelo di Salvini, anche perché sarebbe banale ricordare che Cristo era povero e vagabondo, “nomadava” per dirla con la povera Meloni, e dopo di lui lo fu Francesco, dunque forse più che al cristianesimo della povertà, Salvini aspira a un finto clericalismo.
In definitiva, se Cristo si pone il problema del male, e il messaggio cristiano, ricorda Simone Weil, è volto a impedire la nostra porzione di male, parole come pietà, carità, interrogano ancora una volta la politica dell’odio e l’aspetto discriminatorio del ministro Salvini e del suo partito.

Tornando al senso comune dell’umano, viene utile ciò che scriveva in Vita activa la Arendt: “una sensibile diminuzione nel senso comune in una comunità e un sensibile aumento di superstizione e credulità sono pertanto segni quasi infallibili di alienazione dal mondo”.
Ho già scritto che questa massa di alienati non è stata creata da Salvini né da Berlusconi o Renzi. Se loro hanno contribuito notevolmente, il cedimento è avvenuto ben prima e ha coinvolto tutti: politica, giornalismo, istituzioni.
Oggi che la nuova ricerca di un’identità collettiva sordida sopperisce all’assenza di identità dell’individuo, ormai orfano di senso comune, si profila una società minorata, antidemocratica e antipolitica, di cui il leader della lega è il prototipo: la sua guida naturale.

© Sandro Abruzzese, 19 giugno 2018

 

* Questo articolo è apparso precedentemente su Poetarum silva

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La prima radice: sradicamento e patria in Simone Weil

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Non so se esista una bibbia dello sradicamento. Di certo La prima radice di Simone Weil, sul tema, è un libro imprescindibile.

La filosofa francese sostiene che la prima fonte del moderno sradicamento degli individui rispetto alla società sia insita nel potere del denaro. È la dominazione economica a generare sradicamento. La dominazione economica, la nostra cultura tecnologica e materialista, contribuisce a privare la società di cultura spirituale, ciò genera sradicamento.  Qualsiasi tipo di cultura che non presupponga una preparazione morale, sostiene Weil, genera problemi sociali nonché “disprezzo e repulsione” in luogo di “compassione e amore”. È incredibile quanto la studiosa sembri rispondere alla società europea odierna, intrisa di un razzismo ottuso, nutrita di cinismo e xenofobia verso l’altro.

Solo il senso morale, solo il senso morale dato da un pensiero religioso “autentico”, e quindi “universale”, sostiene Weil, può incidere positivamente su una società in preda all’odio, alla paura e alla disgregazione.

Proseguendo  nell’analisi, Weil, portando alla mente Gramsci e Carlo Levi, sottolinea la mentalità coloniale della città con i contadini e la campagna. Un rapporto squilibrato, fondato sullo sfruttamento della campagna a uso e consumo della città, che genera lo sradicamento dei contadini. Laddove non c’è reciprocità, laddove la forza si impone, avviene la morte delle caratteristiche peculiari, e con esse della libertà. Dove non c’è cura del passato, e si fomenta l’ignoranza, è lì che la società si sfalda. A questo, Weil oppone una civiltà fondata sulla “spiritualità del lavoro”. E qui ritorna la lezione successiva di un altro Levi, Primo, quando nell’autunno caldo italiano degli anni ’70 ricordava l’importanza della dignità che il lavoro è in grado di donare all’essere umano. Levi in un suo racconto ricordava il muratore italiano dei lager: l’uomo odia il tedesco con tutto l’animo, ma quando lo si obbliga a tirar su un muro, ebbene questo sarà perfetto come fosse stato costruito per la propria dimora. Su questo, sulla spiritualità del lavoro, credo che Primo Levi sia dalla parte di Weil.

Oltre al denaro, l’altra fonte di sradicamento è lo Stato nazionale. Memorabili le pagine di Cristo si è fermato a Eboli, su questo aspetto. Questi due elementi sostituiscono la famiglia e la professione, secondo la filosofa. Anche lo Stato utilizza paura e speranza a cui fa seguire minacce e promesse. Anche la suggestione, ricorda Weil, è dominio. Ed è lo Stato totalitario (la Francia di Luigi XIV) a imprimere nei francesi una perdita della memoria del passato collettivo, è il totalitarismo a divorare “la sostanza morale del Paese”.  E non basta ammantare lo Stato di patriottismo. Quando la patria ha torto, e in essa sono assenti virtù, giustizia, verità, essa diventa “un’idolatria pagana”, qualcosa che risale direttamente alla venerazione che i romani avevano per se stessi, ricorda la studiosa.

Contro la xenofobia, contro il razzismo imperante, contro il narcisismo e ogni fanatismo, e con Weil, vale la pena ricordare che il patriottismo è valido solo se si concilia con i valori universali, solo se non viene nutrito di fiele e menzogna. Solo se poggia le basi su verità e giustizia. Allora forse scopriremo che questi valori non hanno nazionalità né colore o latitudine. E scopriremo che amare la patria, questo sostiene Weil, deve essere prima di tutto “compassione per la fragilità”, spinta verso la “grandezza spirituale”, perché sempre quella materiale è esclusiva.

Guardando alla situazione mondiale odierna, alla luce dalla lettura de La prima radice, sorgono spontanee alcune ingenue richieste: innanzitutto il diritto di ognuno al radicamento, la libertà di restare (non solo quella di muoversi e migrare), perché l’essere umano privo di relazioni non può vivere degnamente. La democrazia, la ricerca della libertà, passano anche per le distinzioni di Weil. La democrazia stessa è nutrimento della vita “locale”. Lo stesso cosmopolitismo, privo di memoria e passato, privo di strumenti culturali e risorse economiche (reddito minimo garantito?) che consentano il radicamento nel mondo di chi decide liberamente di partire, corre il rischio di risolversi in una truffa a buon mercato, in una svendita dell’immaginario collettivo per creduloni, il tutto ad uso e consumo, se non a favore del capitale.

Quando si perdono di vista l’importanza dei luoghi e il rapporto tra territori, quando si smarriscono le distinzioni, la necessità delle differenze e delle esigenze, per correre verso una produzione irrazionale, verso mondi di solitudine, disgregazione, emarginazione, dai costi individuali altissimi; non si capisce più dove stiamo andando e, soprattutto, non si capisce perché.

Sandro Abruzzese