Etichettato: Vasco Brondi

Il corpo del mondo

*Articolo comparso in precedenza su 00

La ricetta dell’Appennino irpino che sto per illustrare l’ho appresa in casa, da ragazzo, sulla tavola di mia madre. L’ho appresa poi nelle piazze del mio paese, o a casa di amici. E pure l’ho appresa, parafrasando Vasco Brondi, “alle feste dell’Unità che non ci sono più”, sono scomparse ormai da tempo nell’Appennino irpino.

Insomma, è una ricetta semplicissima, composta da pochi ingredienti, una pasta col sugo chiamata cicatielli a ciambuttella col pulieo. I cicatielli sono fatti di pasta fresca, la ciambuttella è invece un sugo di conserva di pomodoro a cui si aggiungono dei peperoni soffritti, in ultimo occorre un’erba aromatica selvatica, il pulieo, legata alla famiglia della menta.

Se ho scelto questa ricetta non è tanto per la tradizione, a cui pur sono legato, quanto perché il suo carattere conviviale mi ricorda una frase di Baudrillard in L’America: più triste di un mendicante, scriveva trent’anni fa il francese, dopo aver osservato le strade di New York all’ora del pranzo, “è l’uomo che mangia solo in pubblico”.

Ripenso spesso a questa immagine di solitudine della grande metropoli, anche perché la mia ricetta è quella delle feste, dell’ospitalità e dello stare insieme.

 

Favorisci, infatti, usano ripetere davanti alla tavola imbandita, nel loro dialetto spigoloso, i vecchi dell’Appennino meridionale. La parola favorisci risponde a un imperativo categorico, meccanico e rituale. Si invita l’ospite a scacciare insieme a noi la morte, poiché la sazietà dona la forza per affrontare il mondo.

Dunque, mangiare insieme, in qualche modo, vuol dire non essere soli. Vuol dire accettare e essere accettati, è il riconoscimento reciproco di una matrice comune, di un senso comune dell’umano. Efavorisci è un ormai desueto invito che implica inesorabilmente il restare, mandando all’aria ogni altro proposito. Qualsiasi cristiano deve favorire, e d’altronde cristiano, ricorda Carlo Levi nel Cristo si è fermato a Eboli, per i contadini significa nient’altro che essere umano.

 

Oggi non c’è quasi più traccia delle Zelinda di D’Arzo, di Zebio Còtal di Cavani, dei volti di Silone, di Jovine e Dolci, dei personaggi di Carlo Levi e Scotellaro, dei paesani di Meneghello. Quei volti sapientemente descritti restano negli ottuagenari o nelle vecchie fotografie analogiche che ritraggono un passato distante, più che lontano. L’abbondanza ha ingentilito i corpi e la medaglia si è capovolta: alla fame, come ben ricordava Vito Teti in Il colore del cibo, si è sostituita la dieta mediterranea.

Tuttavia, basterebbe davvero poco per rivederli quei volti, e vederli negli occhi di altri giovani, per giunta. Dovremmo solo abbandonare le ultime dorsali irpine per le vicine terre di pianura del caporalato pugliese. Dopo Vallata e Candela, ecco Cerignola, Stornara, Orta Nova, ecco le campagne gremite di raccoglitori di pomodori polacchi, rumeni, africani. È lì vicino che la nostra storia, ci ha insegnato Alessandro Leogrande, si replica senza concedere alcuna farsa; è lì che, alla luce del sole, la nostra fortuna relativa diviene la sfortuna di qualcun altro.

I corpi e i volti parlano chiaro, il corpo del mondo non mente, non ne ha bisogno, e magari anche i pomodori della nostra ricetta, del nostro piatto festivo e conviviale, qualche volta saranno venuti da quei luoghi di dolore e sfruttamento.

 

Ebbene, sono convinto che il cibo abbia in seno, al pari del linguaggio, le caratteristiche per costituire una sua archeologia del saper vivere. Seguirlo può spiegare molte cose su questa terra madre e sulla sua stessa discorsività. Se le antiche ricette, nelle loro stratificazioni, nei sedimenti, trattengono impronte, tracce, insieme a un relativo spazio di indagine, e finiscono per disegnare le fattezze di una civiltà solida e radicata; di contro la filiera della grande distribuzione del cibo porta dritta all’irrazionalità con cui, nell’ingiustizia globale, si continua a produrre e sfruttare, senza limiti né responsabilità.

 

In fin dei conti, di mondi, ce n’è ben più di uno sul pianeta. Questa mia ricetta parla solo di quello agricolo, che non va rimpianto, bensì contestualizzato, poiché patrimonio necessario a ripensare l’odierna relazione uomo-ambiente.

L’altro mondo in questione, invece, quello mediatico, liquido e superficiale, lo sappiamo bene, è abitato dai peggiori istinti di un eterno presente. Si impone ovunque e, avendo cura di uniformare o distruggere, laddove approda, occupa qualsiasi orizzonte. Alle sue spalle, svanite orme e tragitti, sopravvive un unico indistinto deserto, in cui non resta che perdersi. Più triste di un mendicante, è l’uomo che mangia solo in pubblico.

sandro abruzzese

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Dal Duomo di San Giorgio al cinema Mignon

Lorenzo martire, la gigantesca scritta COOP, e i CCCP non ci sono più

Luce notturna in via Mazzini, Ferrara

Luce notturna in via Mazzini, Ferrara

Stasera cammino solo, la città vuota ha una luce calda, e la strada ha i suoi suoni di buste della spesa e tacchi alti. Poi le pedalate degli universitari sulle biciclette rubate. Le barbe incolte e i cappotti della Montagnola direttamente dagli anni ’70.

Cerco un’immagine e mi ritrovo nel Duomo di San Giorgio. Entro dalla bocca laterale in una carcassa vuota e decorata, sorprendo la navata disarmata. Ci sono i marmi, le tele, l’altare, di questa cattedrale che non rappresenta più il centro di nulla. Chissà cosa ne direbbe Leon Battista Alberti.
Tuttavia la sua enorme bellezza resta. Il Duomo invecchia e le crepe lo migliorano, il suo silenzio austero e l’incarnato lugubre donano un’alternativa affranta, stasera chiedo asilo, mi lascio avvolgere, protetto.

Nella navata laterale una ragazza legge a una platea di vecchi. Gli unici giovani sono lei e il prete. Mi chiedo che utilità abbia parlare solo a chi probabilmente ha già inteso, a chi ha capito che la vita scorre inesorabile e non c’è spot o pubblicità che trattenga.

Finisco davanti al martirio di san Lorenzo del Guercino. E mi viene alla mente il paese natale dell’artista, dove anche un grande centro commerciale porta il suo nome.

Ogni giorno questo luogo maestoso ha meno visitatori delle COOP che circondano la città e il confine tra sacro e profano si scioglie tutto nei volantini della spesa. Il rito sacrale di questi anni ha cambiato giorni, ora si svolge in settimana con la champions league. Lì c’è lo spirito del ventunesimo secolo. E mentre scrivo il messia è stato sconfitto dalla concorrenza degli implacabili saldi di fine stagione.

Alzo gli occhi verso Lorenzo martire, che avrà avuto pressappoco la mia età quando l’hanno torturato, vilipeso e ucciso. Lui guarda in alto e sembra cercare colui che ancora una volta al momento opportuno ha saputo abbandonare. Gli altri, i romani, lo colpiscono e immobilizzano. Un ragazzino dietro una colonna osserva curioso, non pare dispiaciuto.

Lorenzo arrivò a Roma dalla nativa Spagna, e gli fu affidata la caritas. La cura degli ultimi. E ora è lì, ritratto dal Guercino, sembra più giovane dei suoi trent’anni, arso vivo alla graticola per degli ideali, tre secoli dopo la crocifissione dell’uomo che aveva eletto suo signore.

Sulla strada del ritorno, verso il ghetto, evito via Mazzini e la sua folla, tuttavia poco più in avanti vengo colpito dalla forma particolare di un’altra chiesa, una facciata piccola e graziosa, con a lato un’insegna: MIGNON, CINEMA A LUCI ROSSE.
Mi avvicino all’ingresso incredulo e il signore sulla soglia avverte che lo spettacolo è già incominciato, devo aspettare almeno un’ora.

Il cinema porno nella chiesa sconsacrata deve avermi dato un’aria interdetta, visto che l’uomo tiene a precisare che la sala è un posto storico della città e si occupa di erotismo. Il Mignon, continua, è stato oggetto di un lungometraggio da parte di un giovane regista partenopeo.

La cosa mi incuriosisce non poco, però due chiese in una sera mi sembrano davvero troppe, saluto e riprendo il cammino verso casa, ormai in testa mi gira di continuo una canzone di Vasco Brondi che parla dei CCCP e di una gigantesca scritta COOP, dove l’autore si rammarica del fatto che i CCCP non ci sono più.

A me la canzone ha sgombrato dalla testa il volto di Lorenzo, e il cinema mignon ha pensato al resto, non mi rimane che via Saraceno, e sono a casa. Anche questa è Ferrara.

Sandro Abruzzese