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Simone Weil: sulla guerra e l’oppressione

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In Riflessioni sulle cause della libertà e dell’oppressione sociale lo sforzo continuato di Weil è volto contro le forme di dominio, contro la parte di società che opprime spiritualmente e moralmente i suoi sottoposti. Weil vuole semplicemente difendere chi è più debole da chi comanda, e in generale l’individuo dalla collettività. Per questo, nel tentativo di pensare una società più giusta, finisce, a volte rasentando l’anarchismo, per concludere che solo nelle società con un livello basso di produzione, dove la divisione del lavoro è quasi del tutto assente, l’oppressione si affievolisce. Via via che la società si specializza però, che si passi dai riti religiosi alla tecnica al servizio della produzione, si avvia il monopolio degli specialisti e con esso la diseguaglianza. Ecco che l’equilibrio diviene una chimera, mentre la lotta per il potere pone subito il dominio e l’oppressione. Che siano la ricchezza, la produzione, la guerra a guidare una società, sostiene Weil, ciò che la compromette è il rovesciamento “del rapporto tra mezzo e fine”.

“Non è possibile concepire nulla di più grande per l’uomo di una sorte che lo metta direttamente alle prese con la necessità nuda, senza che egli possa attendersi nulla se non da se stesso, e tale che la sua vita sia una perpetua creazione di se stesso da parte di se stesso”, scrive a un certo punto la filosofa. Il fatto è che la società, la collettività, non consentono all’uomo di agire e determinare in toto la propria vita. Allora l’ideale di libertà sarà avere la possibilità di agire sulla società, di controllarla affinché ci renda indipendenti. A tal proposito la cultura è chiamata a incidere “sulla vita reale”.

Per quanto riguarda la vita contemporanea, il dominio quantitativo della tecnica sulla razionalità e la giustizia diventa totalitario. Gli stati centralizzati concentrano nelle loro mani un potere schiacciante sulla massa dei cittadini. Per vivere, gli uomini necessitano della società e del denaro e qualsiasi saggezza o buon senso è soppiantato dal criterio scientifico dell’efficacia, dello sviluppo, non dell’utilità sociale.

Weil, nel ’34, a poco più di vent’anni è già in grado di descrivere un mondo caotico di sprechi e stoltezza, dove la pubblicità e la speculazione regnano incontrastate opponendo le opinioni alla verità e facendo del mondo un luogo di debiti, di “spese folli”. È il capitalismo, ma anche la società totalitaria (Hitler vince le elezioni tedesche nel ’33), è il potere a incidere sul pensiero. Ne nasce una umanità addomesticata dalla scomparsa di idee chiare, disavvezza ai procedimenti logici, ragionevoli; una società che nulla può contro chi possiede i mezzi di produzione, le armi, la tecnica, i media. Ma pur trovandosi di fronte a quesiti insolubili, Weil ricorda “che la vita sarà tanto meno inumana quanto più grande sarà la capacità individuale di pensare e agire”.

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Nel recentissimo Sulla guerra (ilSaggiatore, 2017), tradotto e curato da Donatella Zazzi, volume che raccoglie gli scritti di Simone Weil sul tema dal 1933 al 1943, tornano pagine preziose su questi nodi cruciali. Vi troviamo per esempio le riflessioni sul fatto che uno Stato in guerra, attraverso la burocrazia e l’esercito, attraverso la coscrizione, la legge marziale, opprime prima di tutto i suoi cittadini abili alle armi: “il massacro è la forma più radicale di oppressione”. Sono riflessioni che inevitabilmente rimandano alla storia italiana, portano la mente ai Cadorna o allo stolto e odioso generale Leone di Un anno sull’altipiano. Insomma, le parole di Weil rimandano allo sterminio dei contadini sardi o calabresi nel corso della Prima guerra mondiale, e in generale al rapporto di stampo coloniale che gli stati moderni hanno mantenuto nei confronti del mondo contadino e poi operaio. Siamo di fronte al “fanatismo esasperato” dello stato burocratico: “un’immensa macchina, che senza sosta ghermisce gli uomini, e di cui nessuno conosce i comandi”, a cui bisogna opporre la difesa di tutti i valori umani, ricorda ancora la scrittrice. Anche perché, continua, la storia è piena di buone intenzioni capitolate di fronte alla Ragion di Stato: ne sono esempi sia Robespierre, spianando la strada a Napoleone, che Lenin con il successore Stalin.

È incredibile come il pensiero di Weil sullo Stato idolo-burocratico, che si sviluppa incessantemente per tutti gli anni ’30, approdi a conclusioni molto vicine a quelle che Carlo Levi esprimerà in Paura della libertà, libro scritto nel ’39, nell’esilio francese di La Baule. Entrambi, fino alla fine, resteranno persuasi che nulla di giusto e autentico sia possibile laddove non c’è spazio per il cuore degli esseri umani.

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Se le guerre ci sono sempre state, in Risposta a una domanda di Alain Weil evidenzia che paradossalmente la nostra epoca è quella in cui, alla stregua di schiavi, la guerra la combattono i deboli e gli esposti,  a cui quello stesso Paese, al suo interno, non accorda alcuna dignità. E anche qui tornano alla mente gli attuali eserciti professionali. Fu il Michael Moore di Bowling a Columbine a mostrare i meccanismi di reclutamento dell’esercito americana a Flint e nel resto del Paese, dove i militari, davanti alle high school delle province più povere e depresse degli Stati Uniti, illustrano i vantaggi dell’arruolamento. Ma basterebbe pensare all’attuale esercito italiano, composto in maggioranza di ragazzi meridionali provenienti dalle aree più disagiate della penisola.

È una continua battaglia razionale e morale, quella che emerge dalle pagine di Sulla guerra,  volta a ritrovare misura e limite, per indicare che il fine della lotta sta nel benessere degli uomini, non nella volontà di dominio. E così Weil ammette le responsabilità della Francia imperiale e coloniale nell’oppressione della Germania pre-hitleriana, e comprende che in questa rivalità non vi è altro obiettivo se non sconfiggere l’avversario per accrescere i propri mezzi in vista di altri scontri. Per cui da parte sua si fa strada un pacifismo a oltranza, esasperato dalla consapevolezza, dettata dall’esperienza come volontaria nella guerra civile spagnola, che nulla è peggio di un lungo conflitto armato, il quale in queste condizioni per l’Europa equivarrebbe a una sciagura di dimensioni colossali.

Sappiamo che Weil fu costretta dagli eventi a lasciare Parigi e rifugiarsi a Marsiglia, New York e poi Londra, dove troverà la morte. Gabriella Fiori, nella sua biografia della francese, parte proprio dalla solitudine londinese e dalla penosa fine fatta di privazioni, lì ad Ashford, nel Kent. In Sulla guerra apprendiamo che è Simone stessa a scrivere di suo pugno da New York a Maurice Schumann per chiedere di aiutarla a raggiungere Londra. Siamo nel luglio del ’42. In questa lettera la studiosa ammette che “Conoscevo abbastanza la mia forma particolare di immaginazione per sapere che la sventura della Francia mi avrebbe fatto molto più male da lontano che da vicino” (Sulla guerra, p. 145).

La parte finale del libro riporta alla spiritualità e al misticismo dei Quaderni. La filosofa francese fa in tempo a individuare la follia europea nel nichilismo, nell’assenza di scopo capace di produrre una terribile, spaventosa indifferenza: “L’Europa è piombata in questa apatia dopo l’ultima guerra. Per questo non ha fatto quasi nessuno sforzo per sfuggire ai campi di concentramento” (Sulla guerra, p. 150).

La soluzione, la maniera per sconfiggere l’eterna oscillazione umana tra bene e male, è nel “bene assoluto”, ovvero nella religione: ” Si tratta solo di porre, nella vita di un popolo come nella vita di un’anima, questo infinitamente piccolo (Dio) al centro”.

Sandro Abruzzese

**Questo articolo è comparso sul blog Poetarum Silva

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La prima radice: sradicamento e patria in Simone Weil

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Non so se esista una bibbia dello sradicamento. Di certo La prima radice di Simone Weil, sul tema, è un libro imprescindibile.

La filosofa francese sostiene che la prima fonte del moderno sradicamento degli individui rispetto alla società sia insita nel potere del denaro. È la dominazione economica a generare sradicamento. La dominazione economica, la nostra cultura tecnologica e materialista, contribuisce a privare la società di cultura spirituale, ciò genera sradicamento.  Qualsiasi tipo di cultura che non presupponga una preparazione morale, sostiene Weil, genera problemi sociali nonché “disprezzo e repulsione” in luogo di “compassione e amore”. È incredibile quanto la studiosa sembri rispondere alla società europea odierna, intrisa di un razzismo ottuso, nutrita di cinismo e xenofobia verso l’altro.

Solo il senso morale, solo il senso morale dato da un pensiero religioso “autentico”, e quindi “universale”, sostiene Weil, può incidere positivamente su una società in preda all’odio, alla paura e alla disgregazione.

Proseguendo  nell’analisi, Weil, portando alla mente Gramsci e Carlo Levi, sottolinea la mentalità coloniale della città con i contadini e la campagna. Un rapporto squilibrato, fondato sullo sfruttamento della campagna a uso e consumo della città, che genera lo sradicamento dei contadini. Laddove non c’è reciprocità, laddove la forza si impone, avviene la morte delle caratteristiche peculiari, e con esse della libertà. Dove non c’è cura del passato, e si fomenta l’ignoranza, è lì che la società si sfalda. A questo, Weil oppone una civiltà fondata sulla “spiritualità del lavoro”. E qui ritorna la lezione successiva di un altro Levi, Primo, quando nell’autunno caldo italiano degli anni ’70 ricordava l’importanza della dignità che il lavoro è in grado di donare all’essere umano. Levi in un suo racconto ricordava il muratore italiano dei lager: l’uomo odia il tedesco con tutto l’animo, ma quando lo si obbliga a tirar su un muro, ebbene questo sarà perfetto come fosse stato costruito per la propria dimora. Su questo, sulla spiritualità del lavoro, credo che Primo Levi sia dalla parte di Weil.

Oltre al denaro, l’altra fonte di sradicamento è lo Stato nazionale. Memorabili le pagine di Cristo si è fermato a Eboli, su questo aspetto. Questi due elementi sostituiscono la famiglia e la professione, secondo la filosofa. Anche lo Stato utilizza paura e speranza a cui fa seguire minacce e promesse. Anche la suggestione, ricorda Weil, è dominio. Ed è lo Stato totalitario (la Francia di Luigi XIV) a imprimere nei francesi una perdita della memoria del passato collettivo, è il totalitarismo a divorare “la sostanza morale del Paese”.  E non basta ammantare lo Stato di patriottismo. Quando la patria ha torto, e in essa sono assenti virtù, giustizia, verità, essa diventa “un’idolatria pagana”, qualcosa che risale direttamente alla venerazione che i romani avevano per se stessi, ricorda la studiosa.

Contro la xenofobia, contro il razzismo imperante, contro il narcisismo e ogni fanatismo, e con Weil, vale la pena ricordare che il patriottismo è valido solo se si concilia con i valori universali, solo se non viene nutrito di fiele e menzogna. Solo se poggia le basi su verità e giustizia. Allora forse scopriremo che questi valori non hanno nazionalità né colore o latitudine. E scopriremo che amare la patria, questo sostiene Weil, deve essere prima di tutto “compassione per la fragilità”, spinta verso la “grandezza spirituale”, perché sempre quella materiale è esclusiva.

Guardando alla situazione mondiale odierna, alla luce dalla lettura de La prima radice, sorgono spontanee alcune ingenue richieste: innanzitutto il diritto di ognuno al radicamento, la libertà di restare (non solo quella di muoversi e migrare), perché l’essere umano privo di relazioni non può vivere degnamente. La democrazia, la ricerca della libertà, passano anche per le distinzioni di Weil. La democrazia stessa è nutrimento della vita “locale”. Lo stesso cosmopolitismo, privo di memoria e passato, privo di strumenti culturali e risorse economiche (reddito minimo garantito?) che consentano il radicamento nel mondo di chi decide liberamente di partire, corre il rischio di risolversi in una truffa a buon mercato, in una svendita dell’immaginario collettivo per creduloni, il tutto ad uso e consumo, se non a favore del capitale.

Quando si perdono di vista l’importanza dei luoghi e il rapporto tra territori, quando si smarriscono le distinzioni, la necessità delle differenze e delle esigenze, per correre verso una produzione irrazionale, verso mondi di solitudine, disgregazione, emarginazione, dai costi individuali altissimi; non si capisce più dove stiamo andando e, soprattutto, non si capisce perché.

Sandro Abruzzese