Etichettato: Peter Handke

Benvenuti a Sarajevo 2

Sceso giù per la dorsale, ritornato sul ponte davanti alla biblioteca. Ha fatto in tempo a piovere. L’asfalto bagnato, l’aria sferzata e inumidita. Da quando ho lasciato la collina c’è un dato che non torna, non faccio che pensare ai morti: perché sono così giovani e portano la data del 1997 se gli accordi di Dayton risalgono al 1995? Ecco che finisco a parlare di nuovo di storia. Poi un tram giallo. Anche questo tram giallo è Sarajevo, mi dico, anche la gente che c’è dentro. Sarajevo è oggi, non è solo il suo passato o una somma di avvenimenti luttuosi. È una città moderna, viva, in cui a dispetto degli stipendi (poche centinaia di euro), vi è una discreta qualità dei servizi. In cui il sabato sera i club sono pieni di giovani. Certo l’intera Bosnia-Erzegovina è afflitta da molti problemi.

Sarajevo tram

Una volta a casa riguardo la foto del tram. Dentro ci sono due ragazzi, una donna col velo, una bambina dallo sguardo assorto e dal giubbetto a pois, con gli occhi e i capelli nerissimi. Scrivo un messaggio alla giornalista Azra Nuhefendić per chiederle se sa qualcosa dei morti del ’97, mi risponde così:

nessun mistero, dopo la “nostra” guerra la gente moriva di più per lo stress, e le malattie che si erano “svegliate” dopo 4 anni . Durante la guerra anche le malattie gravi si erano fermate, e dopo, quando pensi che tutto è passato, ritornano e ti colpiscono. Ne ho tanti di  amici, e familiari, purtroppo. In BiH c’erano tanti casi, subito dopo la guerra, di cancro insoliti per i giovani, là ancora oggi si muore giovani. Una volta eravamo una nazione giovane, durante e dopo la guerra le cose sono cambiate, un po’ per i cento mila morti della guerra, un po’ perche tutti quelli che potevano se ne sono andati via, oggi la BiH è paese di vecchi genitori e di giovani che vogliono scappare. C’è il 60 percento di disoccupazione, gli invalidi, le donne stuprate, le vedove, gli orfani, tutto questo contribuisce al risultato finale: in BiH il cancro e l’infarto sono diffusi come l’influenza.

La risposta di Azra, mi fa sentire ingenuo e ridicolo. Già, che senso avrebbe parlare del dolore degli altri? Il dolore rimane nei corpi a distanza di anni, fa il suo corso. Sarebbe un inutile riflesso, parlarne. Non è la mia città, Sarajevo, non è il mio dolore. Non hanno sparato alla mia famiglia. Non hanno distrutto la mia casa. Tra l’altro ho letto Andrić e non mi è servito, allora ho letto Jergović e neanche lui mi è servito. Il dolore di Sarajevo non è il mio e non lo sarà mai. Ci sono cose che non si immaginano neppure. Questa è una di quelle. Magari occorre accettare l’assunto del poeta Handke: è solo un mondo, il nostro, “Un disinvolto mondo di criminali”, così recita il titolo di uno dei suoi taccuini jugoslavi. Un mondo, per dirla con Rumiz, in cui il bene è imbecille e il male furbo, scaltro e capace. Ecco tutto.

Intanto oltrepasso il quartiere delle botteghe musulmane, vado verso la parte asburgica. Involontariamente sono arrivato fin davanti alla “Fiamma eterna”, c’è un ragazzo con la maglietta dei Rolling stones, i capelli lunghi, la giacca di pelle. Prima ancora due donne giovani, belle, biondissime, per la verità un po’ troppo truccate, chiedono se ho voglia di un massaggio.

Alla fine del viale, sulla destra un parco divenuto cimitero, sulla sinistra un enorme centro commerciale.  Torno alla “Fiamma eterna”, che ricorda il sacrificio della resistenza jugoslava, le vittime della Seconda guerra mondiale, e inoltre è la strada in cui Mario Boccia fotografò l’indimenticabile “Ragazza che corre”, quel trenta settembre del 1993. Nella foto in bianco e nero si vede la ragazza che corre con una strana e indecifrabile smorfia di paura e consuetudine sul volto. Rivedo gli stivali alti al ginocchio, nella mano destra un sacchetto.

Ecco. Sono finito di nuovo, lo so, a parlare di storia e di guerra. Il fatto è che Sarajevo non è solo quello.