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Paesaggio (sul riabitare)

La mia apertura al mondo è legata a un luogo, poco lontano dalla casa in cui sono cresciuto, che, aperto com’è sull’Italia interna, offre un paesaggio davvero unico. Non riuscivo ancora a definire, da ragazzo, alla vista di quel paesaggio, l’ammirato stupore e la curiosità che eliminano il disagio, né riuscivo a dare un nome al desiderio di riconoscere. Eppure dall’altura dei Limiti, a Frigento, abbracciavo la valle riuscendo a superare il mio consueto orizzonte. Bastava raggiungere le vette di Trevico o Frigento, per vedere le terre di Lucania, il Vulture, o i paesi più alti del Fortore e della Puglia dauna. Sull’altura dei Limiti, dopo i monti del Matese, il Taburno, rare volte, faceva capolino la vetta arrotondata della Maiella. Verso il tirreno invece, era uno scherzo inseguire con la mente il Sele, la discesa delle sue acque fino alle ruvide pendici dei dolomitici Alburni, o immaginare i detriti dell’Ofanto spingersi fin nell’Adriatico. Ma la sfida vera riguardava Greci, l’unico paese arbrëschë della Campania, oppure la sella in cui è riparato Savignano, con le sue casette bianche ben proporzionate, affacciate sul principio della strada per la valle del Bovino.
A oriente, la sfida era scorgere Monteleone dai portali scolpiti, il paese più alto della Puglia, e ai suoi piedi Zungoli bianca e pendente, appesa a una parete ripida, sopra una forra. Spuntavano qua e là piccole zone industriali, intersecate dall’autostrada dei mari, dritta come la sutura di una cicatrice mai rimarginata.
L’autostrada corre ancora lungo il margine agricolo, dove il giallo delle monocolture del grano pugliese, quasi sull’Ufita, incontra il verde della policoltura mediterranea o i castagneti, gli ulivi, i vitigni e i boschi delle montagne.
In seguito, spesso mi sono chiesto cosa nascondesse questo inseguire luoghi di un mondo minore. Credo sia nel rapporto con lo spazio, la risposta. Il mondo di cui scrivo non è altro che un unico luogo in cui le persone e le cose, le parole e i gesti, si muovono come qualcosa che è già dentro di me e che ri-conosco.
Guardare il mondo con gli occhi del paese, dai margini, farlo partendo da uno Stato fondato su un gravissimo e annoso squilibrio territoriale come l’Italia, in un momento storico in cui l’imporsi di un nuovo spazio, quello virtuale, in grado di abolire le distanze, ha messo in crisi le grandi conquiste del ‘900, è diventato un modo di stare al mondo e abitare.

*Sono stato invitato da Francesca Iarrusso, Domenico Rapuano e Nicola Flora dell’Università Federico II, Facoltà di architettura, a scrivere un capitolo per una pubblicazione di prossima uscita sul “riabitare le aree interne”.
Questo paragrafo è una piccola parte dello scritto, si intitola “Paesaggio”.

sandro abruzzese

Biddas: Storia di un abbandono

biddas

Sono molto contento che il premio intitolato a Riccardo Francovich bandito dalla SAMI (Società degli Archeologi Medievisti Italiani) sia andato a Biddas, museo dei villaggi abbandonati della Sardegna. Sono contento perché quel museo comprende in se tutte le tematiche che al momento mi stanno appassionando: emigrazione, precarietà, archeologia e valorizzazione. Sono conscio che questi quattro temi avrebbero bisogno di singoli approfondimenti data la loro complessità e particolare attualità, ma credo che un esempio dica molto di più di mille parole. In special modo quando questo esempio le contempla tutte.

Il problema dello spopolamento dei villaggi interni, delle dorsali, è oramai da tempo studiato e analizzato. Percorsi ciclici di emigrazione hanno sancito quali siano stati nel tempo i vincitori e i vinti in una guerra fatta di sopravvivenza e precarietà.

L’idea portata avanti da Marco Milanese (direttore del museo Biddas) è stata proprio quella di raccontare, con un viaggio a ritroso nel tempo, quella che è stata l’evoluzione/involuzione che parte (o arriva) al villaggio medievale di Geridu fino al contemporaneo. “Biddas discute il caso sardo ma non risparmia confronti con situazioni geograficamente distanti e provocatori riferimenti contemporanei” così è scritto nell’invito all’inaugurazione.
Questo è un illuminato esempio di “Umanesimo delle montagne” e come dice il mio quasi compaesano Franco Arminio “la forza è nei margini, nei luoghi appartati”.

Diversi e più blasonati esempi concorrevano con il museo Biddas al premio, esperienze che hanno fatto la storia della musealizzazione medievale italiana e che rimangono degli ottimi punti di riferimento della categoria, ma la novità che apprezzo fortemente è proprio quella del racconto della marginalità, del dimenticato, che può e deve diventare futuro, lontano e non schiavo del concetto di quantità. E’ difficile avere il senso della riuscita di un progetto museale facendo ricorso al metro di giudizio espresso dalla neo sottosegretaria ai BBCC Ilaria Borletti Buitoni che, nella sua intervista a L’Espresso, lamentava il fatto che su 420 luoghi museali solo tre hanno un ristorante e solo 13 una caffetteria. Non credo che possano essere questi i parametri di riferimento della buona riuscita di un progetto e/o della sua gestione.
La scommessa vinta sta dalla parte di amministrazioni che puntano sulla loro diversità, sul loro carattere e sulla loro storia di comunità che credo sia il bene più prezioso da comunicare in un mondo di appiattimento culturale generale.

Non serve costruire strabilianti architetture o inventarsi esposizioni roteanti e astratte al fine di attirare avventori occasionali, spesso basta raccontare il risultato del proprio lavoro con umiltà e sincerità, senza tralasciare il rigore scientifico e al contempo dare giusta luce e dignità al percorso di ricerca, in altre parole avere a cuore l’unica ragione che porta ad un installazione museale: la divulgazione comprensibile della storia di un territorio, dei suoi paesaggi e delle genti che vi hanno vissuto.

Luciano Pugliese
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