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Donnarumma all’assalto e l’eterna Questione italiana (meridionale)

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Donnarumma all’assalto andrebbe letto su un’altura. Andrebbe bene l’altura di Caserta Vecchia, per esempio. A quel punto, però, magari insieme a La città distratta di Pascale. O andrebbe bene il Belvedere di Tramonti, per non dire delle pendici riarse dal fuoco degli incendi vesuviani o del Monte Somma. Da lì avremmo modo di vedere la distesa senza fine di edifici e strade, quello sviluppo parziale e incontrollato che ha compromesso la Campania felix, trasformandola in una contraddittoria conurbazione di 4 milioni di persone che va da Caserta e Mondragone, passando per Napoli, Pompei, Salerno, fino a Eboli e Battipaglia. Ma a quel punto, sul Vesuvio intendo, andrebbe letto pure Nel corpo di Napoli oppure, ancora meglio, Di questa vita menzognera di Montesano.

Insomma, nella lunga fase odierna in cui prevalgono i Marchionne e le delocalizzazioni, e la parola stessa Lavoro è bandita dai palinsesti, e soprattutto in una lunga fase in cui la politica del Lavoro e quella Industriale risultano praticamente assenti dall’agenda partitica e parlamentare, Donnarumma all’assalto è un libro di estremo valore per comprendere alcuni termini della Questione meridionale e nazionale.

Innanzitutto il protagonista: è lui, selezionatore del personale per una grande fabbrica del Nord, che nel compiere il suo mestiere finisce per dare l’idea di un innesto. Egli stesso, intendo, lentamente si innesta su un corpo, su una nervatura, la percorre e vi attecchisce, fino a diventarne parte, per poi staccarvisi slabbrato e ritornare indietro, non prima di aver compreso e sviscerato le sue componenti.

Il protagonista è l’uomo razionale, moderno, fiducioso negli strumenti tecnici e culturali in grado di generare la tanto attesa palingenesi meridionale. Nondimeno è dotato della sensibilità, dell’empatia per comprendere tutte le contraddizioni a cui il suo lavoro di selezionatore del personale lo espone.

Santa Maria poi, il paese narrato da Ottieri ispirandosi alla sua esperienza autobiografica a Pozzuoli per conto della Olivetti, a volte ricorda Orano, così come il paesaggio circostante e la luce ricordano, a tratti, lo sguardo meridiano di Camus.

Se ne scrivo, e magari ne scrivo da un’altura, è perché dalle pagine di Ottieri emerge la convinzione che ritessere il tessuto socio-economico del Mezzogiorno o di qualsiasi altra parte del Paese, passa anche per la fabbrica e che qualsiasi territorio ampiamento popolato non può fare a meno di un certo, necessario, livello di industrializzazione.

Senza l’industria si rimane poveri, sembra dire lo scrittore. Ed è vero, la povertà può essere anche un valore, tuttavia espone quegli stessi territori e le sue popolazioni agli esodi, alla colonizzazione culturale, all’eventualità di essere acquistati, svenduti, come spesso accade, e di essere svenduti a quella stessa parte di mondo ricca e industrializzata da cui si cerca di affrancarsi.

Goffredo Parise, a questo proposito, in un suggestivo articolo giornalistico, scrisse della necessità della povertà, del valore della povertà. Ma questo, vien fatto di pensare, o lo si fa tutti insieme oppure diventa un autoannientamento.

Tornando a Ottieri, lo stesso scrittore a un certo punto, difendendo l’esperienza della fabbrica e la coscienza che in essa vi matura, confuta la dialettica servo-padrone, mostrandosi fiducioso in un capitalismo illuminato, dal volto umano, in grado di superare le divisioni.

Ma cosa intende Ottieri quando da buon sociologo ricorda il rapporto demografico di quella fascia costiera campana? “Ma Torre ha sessantamila abitanti, il paesetto di Santa Maria quarantamila, in questa fascia costiera la popolazione è densa come nelle più dense province cinesi”, scrive l’autore. “Il dramma dei dintorni e della città, ricca di regge e povera in ogni suo buco, antica capitale depressa, nel dramma del Mezzogiorno”. Ebbene, Ottieri sottolinea che il livello di vita di quella popolazione passa per la capacità di fare industria.

-“E Donnarumma?

– Donnarumma è pazzo, dottore”, risponde un impiegato, interrogato dal selezionatore.

Donnarumma è il sottoproletario preda della sua cocciuta convinzione, per cui si rifiuta di spedire la domanda di lavoro. È il rifiuto delle regole del gioco, forse perché la disperazione non è un gioco. Ma non è il rifiuto atono con cui il Bartleby di Melville replica al proprio datore di lavoro “Avrei preferenza di no”. È pazzo, sì, Donnarumma, ma il suo rifiuto è ribelle perché alla miseria e alla disperazione, all’assenza di dignità, di giustizia sociale, oppone il suo folle e minaccioso stare al mondo, oppone quello “sguardo duro”. Così, divenendo incubo e minaccia, inculca la paura negli esaminatori.

Donnarumma oppone il suo corpo, la sua ostinazione, il suo essere un uomo attanagliato dal bisogno, a qualsiasi regola o ragione: “Che domanda e domanda. Io debbo lavorare, io voglio faticare, io non debbo fare nessuna domanda”, dice l’uomo al protagonista. Eccola, la sua rivolta rabbiosa, assoluta, monomaniacale; ecco la sua fissazione prevalere su tutto, al pari di un qualsiasi folle eroe ariostesco, solo che questa volta siamo tra le secche del sottoproletariato partenopeo.

Ancora non basta. C’è un punto su cui Ottieri si ferma, credo volontariamente, solo di passaggio. È quando il suo protagonista incontra un vecchio compagno che fa il suo stesso lavoro per un’altra fabbrica settentrionale. Dal dialogo si evince che mentre la fabbrica di Donnarumma assolve il suo compito con correttezza e buona fede, selezionando in maniera equanime e giudiziosa, altre fabbriche si preoccupano solo di non assumere dei comunisti, questa è la loro unica selezione.

Se è chiaro almeno dai tempi della polemica di Salvemini sul giolittismo che senza la buona fede il Mezzogiorno è destinato alla cupidigia delle sue affezionate iene, in questo passaggio breve c’è, si intravede almeno, il destino prossimo (Ottieri scrive nel ’59, in pieno boom economico), la futura lottizzazione politica delle industrie di stato e non, cooptate, a volte obbligate a installare stabilimenti o ad assumere personale solo per rispondere a logiche politico-clientelari, passando magari per il beneplacito della criminalità organizzata.

Dunque, Ottieri non affronta questa parte del discorso. E anche se il suo è solo un lampo, in quel frangente si percepisce che per farcela il Mezzogiorno avrebbe avuto bisogno di onestà e verità, di giustizia e dignità; in una parola: per evitare di finire a brandelli avrebbe avuto bisogno di uno “Stato”. Quindi lo scrittore, di fronte alla messinscena quotidiana del dramma rappresentato dalla disoccupazione meridionale, risponde che è quella l’alienazione, è lì che si annida la mancanza di dignità più grande, nello stato dei vari Accettura e Donnarumma, non certo nell’esperienza di fabbrica.

Cosa è accaduto dopo Ottieri e il suo Donnarumma?

Per saperlo basterebbe la consultazione dei rapporti Svimez degli ultimi anni. Scopriremmo che sessanta anni dopo Ottieri e a circa settantacinque dal Cristo di Carlo Levi, al Sud risiedono i tre quarti delle famiglie povere italiane, e sempre secondo i dati Svimez relativi al 2009, cioè prima della crisi, circa 700.000 persone erano già emigrate verso il Nord in meno di un decennio (non oso citare ciò che è accaduto dopo la crisi).

Ecco che dal punto di vista della coesione territoriale e dell’idea stessa di Stato, questo perenne esodo biblico (a cui si somma il massiccio e incontrollato urbanesimo, lo spopolamento delle campagne e degli Appennini, la parallela crescita esponenziale di mafie dallo strapotere finanziario inarrestabile) rappresenta un incontrovertibile fallimento delle classi dirigenti italiane.

– “E Donnarumma?

– Donnarumma è pazzo, dottore”. Su questo non c’è che dire.

*

 

Sandro Abruzzese

 

* Secondo il rapporto Svimez 2009 sono 700.000 i meridionali emigrati al Nord in meno di un decennio. Sottolineo la cifra datata che si ferma al principio della crisi economica avviatasi in quel periodo. Ancora qualche dato lo prendo da un libro che dovrebbe essere nella biblioteca di ogni italiano, mi riferisco a La scuola è di tutti (Minimum fax, 2010), di Girolamo De Michele. Secondo lo scrittore e insegnante, sempre ottimamente documentato, “al Sud risiedono i tre quarti delle famiglie povere italiane”.

 

 

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La fine silenziosa del Mezzogiorno secondo lo SVIMEZ

Il rapporto annuale 2014 dell’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno

Testo di Sandro Abruzzese

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Credevo fosse una giornata normale, questa. Una giornata di sole in cui fare due passi. Invece qualcuno su facebook ha postato un articolo. E’ il rapporto annuale sullo stato dell’economia del Mezzogiorno a cura dello SVIMEZ, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno. I decessi superano le nascite, dice l’articolo. In precedenza era accaduto solo alla fine di due guerre: nel 1867, dopo la terza guerra d’indipendenza e nel 1918, data conclusiva del primo conflitto mondiale. Queste appena citate, mi viene da pensare, avevano la dignità di essere guerre dichiarate, palesi, alla luce del sole. La guerra che mi piomba in casa oggi, in tempo di pace, nessuno la nomina. Nessuno se ne occupa. E’ come se non esistesse. Anzi esiste in tutte le case rimaste mezze vuote. In tutte le famiglie. Ma ognuno la vive in maniera individuale, la guerra silente, viscida, omertosa, con le proprie sconfitte, le proprie vittime.

Nel rapporto si dice che quasi centoventi mila persone hanno lasciato il meridione d’Italia nel solo duemilatredici. Se avessimo avuto un nemico avremmo almeno potuto detestarlo. Scriverne il nome su un muro per poi maledirlo. Una terra in cui ci sono più morti che nati, dove si esporta una città di medie dimensioni all’anno e il tasso di disoccupazione giovanile si aggira intorno al 36%, questa è la terra dove sono nato. Un Paese incompiuto. Se avessimo avuto un nemico, di sicuro avrebbe sganciato un ordigno, una bomba sulle nostre città, magari avremmo perso meno vite. Una bomba sarebbe stata più clemente. Ci avrebbe dato dei martiri, degli eroi. Avremmo perso senza alcuna colpa. In maniera chiara. Qualcuno avrebbe proposto persino l’onore delle armi, come in quel vecchio film con Alberto Sordi, ad El Alamein.
Ancora, il 60% delle perdite dovute alla crisi si concentra al sud, dove però si registra solo il 26% degli occupati dello Stato. Alcune regioni del nord hanno un reddito quasi doppio rispetto a quelle del sud. E’ un merito? Una colpa?
Eppure stavo proprio per portare i miei figli a fare una passeggiata. Ferrara col sole merita sempre due passi. Stefano ama gli artisti di strada e Zeno la gente che passa. Meno di dieci anni fa sarò stato annoverato tra le centinaia di migliaia di persone che hanno abbandonato la propria terra per trovare un futuro da qualche altra parte. In passato è stato un buon modo per applicare l’articolo 3 della costituzione, il sistema italiano. Si prendevano gli studenti, i laureati, le risorse di un luogo, gli si offriva un buon posto di lavoro nell’esercito, nell’arma, negli uffici pubblici, negli ospedali, nelle scuole, nelle aziende, nelle banche, alla radio o alla televisione. Piccolo particolare: a mille chilometri di distanza dalla tua casa. Così facendo abbiamo rimosso qualsiasi ostacolo di natura economica. E pace sia. Ma abbiamo rimosso pure le persone, l’identità di un luogo. I rapporti sociali di cui si nutriva. Abbiamo perso, mescolando tutto, siamo rimasti vittime e carnefici.

Allora passo il tempo seduto ad una scrivania. Non ci vedo nulla di nobile. Anzi ho quasi la certezza che sia inutile. In qualche modo cerco una spiegazione che sarà sempre parziale. “Andare lenti è essere provincia senza disperare, al riparo dalla storia vanitosa, dentro alla meschinità e ai sogni, fuori della scena principale e più vicini a tutti i segreti” , scrive il sociologo Franco Cassano ne Il pensiero meridiano. Già, meglio una passeggiata lenta, niente di meglio che i miei bambini, nati a quasi mille chilometri di distanza dal luogo in cui sono venuti al mondo la mamma e il padre.
Da leggere: rapporto svimez 2014