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Donnarumma all’assalto e l’eterna Questione italiana (meridionale)

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Donnarumma all’assalto è un libro di estremo valore per comprendere alcuni termini della Questione italiana, altrimenti denominata Questione meridionale. Il protagonista, selezionatore del personale per una grande fabbrica del Nord, nel compiere il suo mestiere finisce per dare l’idea di un innesto. Egli stesso lentamente si innesta su un corpo, su una nervatura, la percorre e vi attecchisce, fino a diventare parte di quella società, per poi staccarvisi slabbrato e ritornare a fare parte per se stesso, non prima di averla compresa.

Il protagonista-selezionatore è l’uomo razionale, moderno, fiducioso negli strumenti tecnici e culturali in grado di generare la tanto attesa palingenesi meridionale. Nondimeno è dotato della sensibilità, dell’empatia per comprendere tutte le contraddizioni a cui il suo lavoro lo espone. Santa Maria, il paese narrato da Ottieri ispirandosi alla sua esperienza autobiografica a Pozzuoli per conto della Olivetti, a volte ricorda Orano, così come il paesaggio circostante e la luce ricordano, a tratti, lo sguardo meridiano di Camus.

Ma se ne scrivo è perché dalle pagine di Ottieri emerge la convinzione che ritessere il tessuto socio-economico del Mezzogiorno o di qualsiasi altra parte del Paese, passa anche per la fabbrica. Sì, perché a dispetto delle vulgate emotive, a dispetto di prospettive suggestive ma prive di  legame con la realtà (il Sud potrebbe vivere di solo turismo?), la verità è che qualsiasi pensiero meridiano non può fare a meno di un certo, necessario, livello di industrializzazione. Detto in altri termini, è auspicabile che il Sud divenga “soggetto di pensiero” stando alle parole di Franco Cassano, ma è auspicabile pure che il reddito pro capite dei meridionali, attualmente dimezzato rispetto al centro-nord (vedi Rapporti Svimez degli ultimi tre anni), si avvicini a quello dei connazionali. E lo dico pensando alle tante proposte di decrescita (felice?), di ritorno alla natura e alla campagna. Lo dico affinché tali proposte tengano conto del fatto che, senza l’industria, si diventa poveri. E che la povertà può essere anche un valore, tuttavia espone quegli stessi territori agli esodi, alla colonizzazione culturale, all’eventualità di essere acquistati, svenduti, come spesso accade, alla stessa parte di mondo ricca e industrializzata da cui si cerca di affrancarsi.

Goffredo Parise, in un suggestivo articolo giornalistico, scrisse della necessità della povertà, del valore della povertà. Ma questo o lo si fa tutti insieme oppure diventa un autoannientamento. Lo stesso Ottieri nel romanzo, a un certo punto, difende l’esperienza della fabbrica, la coscienza che in essa vi matura; confuta la dialettica servo-padrone mostrando fiducia in un capitalismo illuminato, dal volto umano, in grado di superare le divisioni.

Cosa intende Ottieri quando da buon sociologo ricorda il rapporto demografico di quella fascia costiera campana? “Ma Torre ha sessantamila abitanti,il paesetto di Santa Maria quarantamila, in questa fascia costiera la popolazione è densa come nelle più dense province cinesi”, scrive l’autore. “Il dramma dei dintorni e della città, ricca di regge e povera in ogni suo buco, antica capitale depressa, nel dramma del Mezzogiorno”. Ricorda che il livello di vita di quella popolazione passa per la capacità di fare industria.

“E Donnarumma? Donnarumma è pazzo, dottore”, risponde un impiegato, interrogato. Donnarumma è il sottoproletario preda della sua cocciuta convinzione, per cui si rifiuta di spedire la domanda di lavoro. È il rifiuto delle regole del gioco, forse perché la disperazione non è un gioco. Ma non è il rifiuto atono con cui il Bartleby di Melville replica al proprio datore di lavoro “Avrei preferenza di no”. È pazzo, sì, Donnarumma, ma il suo rifiuto è ribelle perché alla miseria e alla disperazione, all’assenza di dignità, di giustizia sociale, oppone il suo folle e minaccioso stare al mondo, oppone quello “sguardo duro”. Così inculca la paura negli esaminatori, diviene incubo e minaccia e tuttavia la paura da lui generata ricorda che sempre, dico sempre, nella vita, siamo di fronte a fatti umani. Dunque, Donnarumma oppone il suo corpo, la sua ostinazione, il suo essere un uomo attanagliato dal bisogno, a qualsiasi regola  o ragione: “Che domanda e domanda. Io debbo lavorare, io voglio faticare, io non debbo fare nessuna domanda”, dice l’uomo al protagonista. Ecco, la sua rivolta rabbiosa, assoluta, monomaniacale.

Ancora non basta. C’è un punto su cui Ottieri si ferma, credo volontariamente, solo di passaggio. È quando il suo protagonista incontra un vecchio compagno che fa il suo stesso lavoro per un’altra fabbrica settentrionale. Dal dialogo si evince che mentre la fabbrica di Donnarumma assolve il suo compito con correttezza e buona fede, selezionando in maniera equanime e giudiziosa, altre fabbriche si preoccupano solo di non assumere dei comunisti, questa è la loro unica selezione.

È già lì è chiaro che senza la buona fede il Mezzogiorno è destinato alla cupidigia delle sue affezionate iene. È un passaggio breve, ma credo che lì dentro ci sia tutto ciò che è accaduto in seguito nelle fabbriche di questo Paese. In quel dialogo c’è, si intravede almeno, il destino prossimo (Ottieri scrive nel ’59, in pieno boom economico), la futura lottizzazione politica delle industrie di stato e non, cooptate, a volte obbligate (vedi Parmalat, Cirio, Alitalia, Telecom, Ferrovie, ecc) a installare stabilimenti o ad assumere personale solo per rispondere a logiche politico-clientelari, passando magari per il beneplacito della criminalità organizzata.

Dunque, Ottieri non affronta questa parte del discorso. Non dice delle iene, ma anche se il suo è solo un lampo, in quel frangente si fa strada, percepisco nel suo discorso che il Mezzogiorno avrebbe bisogno di onestà e verità, di giustizia e dignità, se non vorrà finire a brandelli.

Ottieri, di fronte alla messinscena quotidiana del dramma rappresentato dalla disoccupazione meridionale, risponde che è quella l’alienazione, è lì che si annida la mancanza di dignità più grande, nei vari Accettura e Donnarumma, non certo nell’esperienza di fabbrica.

E invece? Cosa accadrà di lì a poco? E invece la peggiore classe politica dell’Occidente, in combutta con un pessimo, miope ed egoista capitalismo (quanti Olivetti può vantare l’Italia), dopo settanta anni, ha prodotto un esodo biblico, un massiccio urbanesimo, lo spopolamento delle campagne e degli Appennini. Ha prostrato e fiaccato la coscienza civica, ha consentito alle mafie di farsi partito e Stato, di farsi potenza finanziaria internazionale, costringendo all’emigrazione una parte notevole della sua popolazione (*negli ultimi decenni soprattutto laureati).

Insomma, molto di tutto questo e altro, lo si trova in Donnarumma all’assalto (Garzanti, 2012) e nelle pagine lucide, attente e veritiere di Ottiero Ottieri.

 

Sandro Abruzzese

 

* Secondo il rapporto Svimez 2009 sono 700.000 i meridionali emigrati al Nord in meno di un decennio. Sottolineo la cifra datata che si ferma al principio della crisi economica avviatasi in quel periodo. Ancora qualche dato lo prendo da un libro che dovrebbe essere nella biblioteca di ogni italiano, mi riferisco a La scuola è di tutti (Minimum fax, 2010), di Girolamo De Michele. Secondo lo scrittore e insegnante, sempre ottimamente documentato, “al Sud risiedono i tre quarti delle famiglie povere italiane”.

 

 

Ferrara: Piazza Ariostea e il torrione di San Giovanni

Piazza Ariostea

Piazza Ariostea

Sotto le volte all’angolo tra Via del Fossato e Piazza Ariostea, all’uscita da scuola.
Arrivano persone alla guida di sontuosi fuoristrada a prendere i loro bambini.

E’ una scuola religiosa paritaria, ma ci sono anche persone semplici in attesa.
Un nonno porge la mano alla sua nipotina di nome Martina. Lui è sulla settantina e indossa un parrucchino color rame.

In auto due fidanzati si tengono la mano. Dall’altra parte della strada un vecchio cammina curvo sulla schiena, si appoggia al bastone e porta gli occhiali da sole.

La città ha un’aria primaverile e vivo l’inverno più caldo che ricordi da quando sono lontano da casa. Lunghe giornate di pioggia hanno ingrossato le vene di questo palmo di pianura alluvionale e il Reno, il Panaro, arterie meridionali vicine al Grande Fiume, minacciano di scuotere la vita cittadina. Si ribellano contro il dominio dell’uomo sulla natura.

Vago verso via Montebello senza meta e non posso fare a meno di notare le numerose case in vendita, l’onda lunga della crisi imperante che attanaglia, non cessa di scoraggiare. Ricordo anni fa un capo di governo e un ministro dell’economia negare risolutamente la circostanza, dicevano che non si era ottimisti, e ad oggi poco o nulla è stato fatto a riguardo. Come al solito a distanza la Storia, implacabile, dirà quel che è stato.

Sono nell’addizionale erculea, quella parte della città che alla fine del ‘400 venne costruita con princìpi razionali da Biagio Rossetti e che fece parlare di Ferrara come della prima città moderna d’Europa.

Scorgo via delle Vigne e so dove andare. L’ingresso del cimitero ebraico è inconfondibile e mi porta dritto all’incipit de Il Giardino dei Finzi-Contini. Nel libro di Bassani l’io narrante si trova alla necropoli etrusca di Cerveteri e pensa di rimando a questo luogo sacro e dolente. Un flash-back e una profonda analogia. Fino all’incrocio con Corso Porta Mare non sapevo che ci sarei arrivato. Ancora incredulo rispetto alla catastrofe che rammenta, scatto una foto per non pensare.

Porta d'ingresso del cimitero ebraico di Ferrara.

Porta d’ingresso del cimitero ebraico di Ferrara.

Il mondo è anche una storia di cimiteri, la necropoli etrusca di Cerveteri, il cimitero ebraico di Ferrara, quello composto e sobrio dei caduti americani nello sbarco di Salerno, il cimitero dei soldati tedeschi a Costermano.
Penso al mite cimitero di provincia del mio paese, sull’appennino campano, dove all’ingresso è scritto in latino “Ti sia lieve la terra”:

“È una frase esemplare che i vivi possono dire ai morti. E forse c’è una frase che i morti possono dire ai vivi. Forse è per ascoltarla che entro nel cimitero, è una frase che non può avere parole, è un qualcosa che ti entra dentro senza la furia che hanno i vivi”, scrive a riguardo il poeta della mia terra Franco Arminio.

Le leggi razziali rappresentano l’inchiostro indelebile per una delle pagine più vili dell’umanità: la perdita della dignità umana che Gesù aveva esteso a tutti gli uomini. E’ stato un nuovo peccato originale.

La porta che ho davanti scava dentro, continuamente rammenta, monumento di cemento a perenne ricordo del nostro fallimento: monito sordo e angoscioso, di fronte a Via Montebello, in Via delle Vigne. Meglio cambiare strada.

Davanti al Torrione di San Giovanni, sulle mura molte persone corrono senza una meta.

– Bisogna essere lenti come un vecchio treno di campagna (…) come chi va a piedi e vede aprirsi magicamente il mondo, perchè andare a piedi è sfogliare il libro e invece correre è guardarne soltanto la copertina. Bisogna essere lenti, amare le soste per guardare il cammino fatto, sentire la stanchezza conquistare come una malinconia le membra, invidiare l’anarchia dolce di chi inventa di momento in momento la strada –, scrive il sociologo Franco Cassano.

Osservo e non smette di sorprendermi la realtà ansiogena che abbiamo edificato intorno a noi. I bambini e gli anziani accuditi dagli sconosciuti. Il sabato all’iper a fare la spesa. Il debito pubblico e l’inquinamento ambientale. L’esportazione della libertà e il prodotto interno lordo. Non ultimo lo spread e le agenzie di rating.

Torrione di San Giovanni

Torrione di San Giovanni

Nel Torrione invece si diffonde sempre una bella luce. Rivedo la sua suggestiva sala circolare, le travi di legno reggono il cielo del tempio cittadino della musica jazz. L’unica vera libertà esportata dagli States forse è proprio il jazz, con le sue sterminate varianti, le improvvisazioni, la mescolanza.

Qualcosa finalmente suona delle note positive sul pentagramma della mia giornata, lo spartito della tromba di Miles Davis domina in maggiore, e non resta che ripartire, imitare i passanti sulle mura cittadine, iniziando di nuovo a camminare, lentamente, con in mente questi versi dell’autore de “Il pensiero meridiano”:

Andare lenti è incontrare cani senza travolgerli, è dare i nomi agli alberi, agli angoli, ai pali della luce, è trovare una panchina, è portarsi dentro i propri pensieri lasciandoli affiorare a seconda della strada (…), un accordo tra mente e mondo -.

Le mura

Le mura

SANDRO ABRUZZESE
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