Etichettato: civiltà contadina

Lettera a Elda

IMG_4911
Cara Elda,
credo di capire e nel leggerti ricordo “La storia” di un’altra Elsa, il suo sguardo sugli indifesi, la sua filosofia della storia. Aggiungo alle tue amare parole innanzitutto che il silenzio e la menzogna di cui si nutre il potere sono legati al bisogno, oggi come ieri, poi all’assuefazione. Che “la terra” siamo noi, nominarla è solo un modo per parlare a noi stessi e di noi stessi, non altro. E le radici possono essere i nostri alibi e difetti, a cui oppongo il corpo e la mente. Perché la terra è una sola proprio come gli esseri umani sono rimasti l’unica specie e le radici siamo noi, sì, è il nostro rimanere bambini. Ma tutti i bambini desiderano prima o poi essere adulti. Allora sogno un Paese adulto, mentre vivo in un’Italia piccola e meschina, e vivo un Mezzogiorno perennemente bambino. Il silenzio e le menzogne di una volta forse non devono essere disprezzate del tutto perché restavano un modo di difendersi dal potere. Ma quelli di oggi? Cosa possiamo fare noi se non dipanare la matassa di menzogne organica e funzionale al potere? Le tradizioni, quelle poche autentiche rimaste, testimoniano appunto la capacità di quelle classi subalterne, contadine, di sopravvivere, di cercare certezze e sicurezza contro l’ingiustizia e la sopraffazione. Le tradizioni sono anche quel meraviglioso stare fuori e dentro il tempo in una volta, quel mito che ritorna alla storia, la capacità di uscire da quel mondo maledetto e nero di miseria di cui parli tu e lo stare, il ritornare nello spazio considerandolo sacro e quindi sopportabile. Perché incolpare il rimedio, la parte necessaria e in quanto tale nobile? Quello di cui diffido, insieme a te credo, è il piegare e usare le tradizioni, le terre, le identità a “strumenti del regnante”. Perché anche l’identità deve servire a capire quali sono le colpe e chi i colpevoli del “marcio”. Anche le radici, una volta indagate e conosciute ci consentono di volare, di scioglierle dalle caviglie e sentirsi liberi. Sono convinto che per volare non occorra guardare il cielo, bensì scavare a fondo. Se ciò che resta è poco, da lì si dovrà ripartire e setacciare con cura ogni singolo elemento, per distinguere nell’inferno, quello che inferno non è. Cercare di capire, comprendere, Elda, e poi tentare di esprimere ciò di cui siamo testimoni. Spero di averti ascoltata e, anche solo in parte, intesa.

Grazie

S.

Annunci

Ogni giorno è un olocausto

IMG-20131009-WA0000

Ogni giorno è un olocausto. Forse è questo che macchia inesorabilmente le mie giornate. Tutto quello che faccio è per me e i miei figli, e anche questo rende insopportabili le mie giornate. Io critico un sistema a cui aderisco perfettamente. E quando avrò ottenuto tutto ciò che mi prefiggo, l’avrò fatto per me e i miei figli. Mentre cammino, in strada c’è qualcosa che percepisco ma a cui non riesco a dare un nome, una forma. È come sentirsi immersi in uno scandalo quotidiano, senza riuscire a delinearne i tratti principali. So soltanto che questa sensazione ha a che fare col bene e col male e con l’esistenza. Se c’è una qualità nella civiltà rurale che ci ha preceduti, essa sta nella forma necessaria del suo stare al mondo. Le case essenziali, i vestiti sobri, il matrimonio, l’accettazione del dolore e della morte, tutto ciò aveva a che fare con un destino di ineluttabile necessità e spesso di mancanza. Erano necessari i figli, il lavoro manuale e fisico, la spietatezza verso gli animali e l’ospitalità per le persone, erano necessarie le feste e le religioni.

Allora forse lo scandalo quotidiano sta nell’aver edificato una vita costituita di superfluo, dove ogni atto, ogni scelta, non essendo legata alla necessità, finisce spesso per incarnare il suo contrario. Sconfiggere la nostra povertà ci ha reso migliori, ma non più giusti. Ecco che tutto quello che compiamo continua a prendere il sapore acre del superfluo. Non c’è sobrietà nei gesti e nemmeno nelle parole, non c’è morigeratezza, pudore, orgoglio, essenza. Non è necessario il lavoro che svolgiamo, non lo sono i nostri risparmi, i lussi, le vacanze. Tutto ciò per cui lavoriamo non allevierà le nostre pene, non colmerà la solitudine. Ogni giorno è un olocausto e vivo sapendo di sfruttare il lavoro e la vita degli altri. Vivere un mondo ingiusto senza nemmeno la continua tensione verso il giusto, è forse questo lo scandalo? C’è qualcosa di insopportabile nelle mie giornate, ma non riesco a definirlo. Forse lo scandalo è nella nostra capacità razionale, che ci mette dinanzi alla tortura delle altre vite consapevolmente, anticipa la vanità del nostro attraversare il mondo e tuttavia non riesce a svelarne l’enigma, il mistero.

Si può essere spietati solo se necessario, così come fanno gli animali allo stato di natura. Ma esserlo scientemente, razionalmente, magari vivendo nell’opulenza sfacciata, questa è forse la peggiore condanna a cui siamo destinati. È la colpa imperdonabile che nemmeno un dio riuscirebbe a far espiare. Vivere una vita che non tende a riconoscersi, ad aiutarsi, che non tende al costante miglioramento delle condizioni collettive, essere belve feroci senza la loro necessità, con la colpa insopportabile dell’intelletto, della razionalità, è forse questo lo scandalo? Forse è questo il vero peccato originale, la nostra cacciata dall’Eden, non la curiosità, non la conoscenza, bensì il suo utilizzo a proprio esclusivo vantaggio e magari a scapito degli altri.

S.

La civiltà rurale alla conta dei mattoncini

casolare emiliano_n

La civiltà rurale, il mondo contadino,
fatto a brandelli dal sisma
in questa immensa pianura emiliana.

Poi vermi e formiche addetti alla conta dei mattoncini.

Siamo dalla parte di questa facciata arresa,
che se ne sta imperterrita,
ritta e con lo sguardo offeso.

Siamo dalla parte di questo muro appeso,
con le finestre chiuse…
e un grosso…immenso…tetto spalancato,

che in qualche misura accoglie,
in un Paese che piano piano squaglia!

Sandro Abruzzese
https://www.facebook.com/Raccontiviandanti