Etichettato: civiltà contadina

La misura del mondo di Mario La Cava

*Questo articolo è stato pubblicato in precedenza qui su Leparoleelecose

 

Dal centro del mondo

La parabola letteraria di Mario La Cava riemerge chiaramente dal carteggio che ebbe con Leonardo Sciascia quasi ininterrottamente dai primi anni ’50 agli anni ’80 del ‘900. Si tratta di una serie di lettere raccolte nel volume Lettere dal centro del mondo, 1951-1988, dall’editore Rubbettino, in cui, a voler essere sintetici, si intersecano due direttrici: da una parte vi è lo scrittore affermato La Cava, maestro di stile, in cui il rigore etico e la semplicità del linguaggio diventeranno un tratto distintivo; dall’altra il più giovane Sciascia, ancora lontano dai suoi approdi, ovvero da quella fusione del tema politico col poliziesco, e con gli elementi del giallo, che ne decreteranno la definitiva ascesa nel panorama letterario italiano. È inoltre la storia dell’amicizia di due intellettuali di provincia, entrambi inquieti e direi asserviti al demone della letteratura, i quali cercheranno per tutto il corso della vita, tra inevitabili alti e bassi, di scrivere per rappresentare il mondo circostante. Per La Cava basti questo stralcio, uno dei tanti, di una lettera del ’56, dove descrive all’amico siciliano le sofferenze della sua intellettualmente angusta quotidianità: “Io faccio una vita poco allegra, con molti, con troppi fastidi di famiglia, che intralciano gravemente il mio lavoro. (…) Intanto i miei miserabili guadagni con le collaborazioni assorbono gran parte del mio tempo”.

Quanto a Sciascia, da parte sua scriverà a Bovalino qualche anno dopo: “La coscienza dell’inutilità dello scrivere in me ha quasi raggiunto quella della inutilità del vivere”, e poi in procinto di trasferirsi a Roma, che “Nonostante tutto, il dover lasciare la Sicilia mi travaglia di rimorsi; mi pare di compiere una specie di diserzione di fronte al nemico”, e tuttavia temporaneamente fuggirà alla ricerca di maggiore tranquillità.

La Cava non smetterà di perorare i progetti e le riviste di Sciascia, mettendolo in contatto con consulenti quali Vittorini e Bassani, fornendo gli indirizzi di Alvaro, Sinisgalli, Fortini, Pasolini, Roversi, e spedendo spesso a sue spese i libri dell’amico in giro per l’Italia. Il giovane Sciascia, in una lettera del febbraio 1954, ribadisce a sua volta: “Io mi compiaccio sempre, come di casa mia, del tuo successo che ti tocca”.

Infatti, La Cava ha tra i suoi estimatori recensori come Caproni che sui Caratteri scrive: “Moderno sì, ma anche (e questo è forse uno dei suoi maggiori segreti) classico a un tempo, e non solo per la scrittura che, apparentemente dimessa, ha invece la fermezza sapiente di un testo antico, ma altresì, e soprattutto, per questo suo saper cogliere di una persona, in pochi tratti essenziali, perfino le più sottili pazzie, e per questo suo saper distendere, in pochi concisi paragrafi (e senza l’aiuto o trucco di una sola didascalia) un intero momento dell’anima nostra, e del nostro umano costume».

Le parti però, vent’anni dopo, sono totalmente invertite, sicché nel dicembre del ’73 è La Cava a scrivere all’amico: “tu non sei uno di quelli che cambiano modi a seconda della loro fortuna. Sei uguale a te stesso”.

Dunque la parabola di La Cava, iniziata tra le due guerre, ai massimi livelli proprio negli anni ’50 e ’60, discende fin verso un lento e inesorabile isolamento dovuto a problemi fisici, all’amministrazione delle terre avite, al repentino cambiamento dell’industria culturale e della stessa società italiana.

Quella di Sciascia invece, dal Giorno della civetta in poi (Einaudi, 1961), è un’ascesa inarrestabile fino agli editoriali degli anni ’70 e ’80 sul Corriere e sulla Stampa, ai passaggi radiofonici, televisivi, alle collaborazioni cinematografiche.

Forse per riassumere i problemi non di critica ma di successo di La Cava, (la ricerca continua di editori per le sue opere, le collaborazioni numerose ma pur sempre incerte e intermittenti con i grandi quotidiani nazionali), bastano qui le parole accorate con cui Calvino lo accoglie in una lettera datata 15 marzo 1982: “(…) ho ancora una volta apprezzato la tua finezza nelle notazioni psicologiche più lievi, il tuo garbo, la tua fedeltà a una civiltà letteraria fatta di classicità e misura. Ma come far sentire una voce discreta come la tua in mezzo ai fragori assordanti dell’epoca in cui viviamo?”.

È il mercato, come sembra dire il ligure, ovvero l’evoluzione dell’industria culturale, insomma la moda e i tempi, questi sono i fattori che fanno di La Cava un isolato? Oppure è il fatto che dei suoi protagonisti così miserabili, del suo mondo – quella terra dell’osso così immobile e crudele – all’Italia del boom e della massiccia urbanizzazione, ormai non interessa più nulla?

 

I fatti di Casignana

Eppure c’è un’opera che, come ha ricordato Goffredo Fofi nella prefazione all’edizione del 2018, riesce a condensare tutte le qualità dello scrittore di Bovalino, per cui si può parlare di definitivo capolavoro. Mario La Cava comincia a lavorare ai Fatti di Casignana nel dicembre del ’70, finirà tre anni dopo e il libro uscirà per i Coralli di Einaudi nel ’74. È lui stesso a darne notizia in una lettera a Leonardo Sciascia: “Io ho cominciato un nuovo romanzo (…) di ispirazione etico-politica (…) su alcuni fatti accaduti in Calabria nel 1922”. Tre anni dopo, ritornando sul discorso, La Cava ribadirà a riguardo: “Parlo di cose vecchie, al solito, ma l’animo mio era teso alle vicende odierne del nostro paese (l’Italia)”. Con ogni probabilità lo scrittore di Bovalino si riferisce alla strage di Piazza Fontana, o a uno degli episodi precedenti e collaterali che inaugurano gli anni di piombo e la strategia della tensione, e che riportano l’autore agli anni del fascismo. La Cava lo definirà “il serpente nero”, questo ritorno stragista, in grado di attraversare le epoche e insinuarsi di nuovo, con tutto il suo veleno, nei gangli dello Stato. Egli riconosce in quella brutale violenza, nel ricatto, il vecchio volto del potere amorale che aveva rubato la sua giovinezza e portato il paese alla completa distruzione. Questa è la molla che lo conduce verso il romanzo storico, insieme all’intima e antica convinzione che “il costume liberale è veramente assente dall’Italia. I liberali veri sono un’eccezione, come i poeti, e possono trovarsi in qualunque partito o fuori dai partiti”.

I fatti di Casignana, dunque, se traggono linfa dalla strategia della tensione, prendono le mosse dal Decreto Visocchi che, nel 1919, aveva acconsentito all’occupazione di terre incolte da parte dei contadini. Pochi anni dopo, però, l’Italia vira a destra e la libertà di assunzione, la revisione di molti concordati, il peggioramento dei patti agrari, cambiano nuovamente gli equilibri delle zone rurali italiane. Nel frattempo a Casignana il giovane medico Filippo Zanco e l’ex brigadiere dei carabinieri Colombo, guidano i contadini alla vittoria delle comunali e all’occupazione delle terre incolte dei Nicota, la foresta Callistro. Il futuro sembra a portata di mano, ma l’epilogo non tarderà a palesare il volto del nascente fascismo: sul sogno della palingenesi meridionale, sugli ideali di fratellanza e socialismo umanitario, si abbatte la violenza squadrista. Le forze conservatrici dei principi di Roccella, di Don Luigi Nicota e sodali, i farabutti che da sempre soggiogano il paese, la faranno franca anche questa volta, e non solo nella locride, o in Calabria, ma stavolta in tutta la penisola e per un lunghissimo ventennio.

Indubbiamente, l’amaro epilogo di La Cava riporta alla mente il grumo di poteri piccolo-borghesi che schiaccia i contadini di Aliano nel Cristo, e l’indimenticata descrizione della categoria dei Luigini nell’Orologio di Carlo Levi. Se però ad Aliano non vi è nessuna speranza di cambiamento e i contadini vivono al di fuori della storia, a Casignana invece la storia stessa finalmente irrompe nel mito, sorprende e scombussola vecchi prìncipi e nuovi baroni. Dimostra che tutto può cambiare. Evidentemente è solo un sussulto e non basta. Come non basta il piglio antropologico di La Cava, quella sua acuta capacità di osservazione notata da Vittorini nei Caratteri, oppure la ferma convinzione che gli esseri umani possano cambiare il corso degli eventi, ammesso che ne abbiano realmente le precondizioni. Anche qui, come nei Racconti di Bovalino, il destino si abbatte sugli umili della costa ionica come in un rinnovato Ciclo dei vinti. Solo che stavolta non abbiamo a che fare con il capo-popolo Triglia dei Racconti, ciarliero venditore di giustizia dalla condotta bislacca e contraddittoria, ma con l’irreprensibile e generoso Filippo Zanco. Di conseguenza l’ingiustizia lascia sì ancora una volta il campo al destino, che in La Cava ha la forza tragica degli antichi, e tuttavia la sua concezione tragica, seppur preponderante, resta sempre provvisoria per via di un altro filo costantemente intrecciato al fato: si tratta della speranza. Speranza già presente nei Racconti di Bovalino, come nella famiglia del fattore, in cui i protagonisti passano dall’idillio al dramma della povertà e alla ricostituzione del nucleo familiare: “Forse ci vuole anche fortuna nelle cose del mondo; oppure date le premesse, quelli dovevano essere i risultati”, scrive La Cava, fatto sta che “la felicità anche a quel modo era possibile, là nella nuda casa del poggio, ombreggiata dalla dolce vite, dove la famiglia, dopo il matrimonio, prese a stabilirsi”.

È come se lo spirito dell’osservatore La Cava, la sua indipendenza e statura morale, i numerosi viaggi intrapresi all’estero, dalla Russia alla Polonia, a Israele, gli dessero una lucida capacità di giudizio sui luoghi vissuti, nonché una consapevolezza illuministica.

Lo scrittore di Bovalino è sì un outsider, ma è intellettualmente e moralmente legato al discorso meridionalista e nazionale. Prova ne sia quel Viaggio in Lucania del ’52, due settimane in cui lo scrittore si muove per la Basilicata quasi a continuare un dialogo con Giustino Fortunato, Zanotti Bianco, Leonardo Sinisgalli, Rocco Scotellaro. È qui che La Cava scrive: “(…) il lato negativo ha sempre la sua origine non nell’inferiorità degli uomini, ma nelle circostanze secolari della loro vita”. E bene ha fatto Giuseppe Lupo a sottolineare che la sensibilità dello scrittore è in questo “sentirsi appartato ma non estromesso dai destini di una nazione in movimento, un aderire coerente all’atteggiamento di marginalità (…) senza peraltro rinunciare a vivere la letteratura come una sorta di impegno per il bene di una civiltà periferica”.

Insomma, nei Racconti come nei Fatti di Casignana la coralità del bovalinese si sposa con la consueta lingua precisa, moderna eppur antica, che aveva fatto dire a Sciascia: “Le cose di La Cava costituivano per me esempio e modello del come scrivere: della semplicità, essenzialità, rapidità a cui aspiravo”. La tragicità degli eventi, poi, nei Fatti viene mitigata dalla sobrietà stilistica, sicché nella materia etico-politica lo scrittore riesce a fondere il suo tempo poetico, ed essere ancora una volta contemporaneo e remoto, vicino e lontano al suo tempo. Così I fatti di Casignana, attraverso un filo rosso indelebile, si collegano all’essenza contraddittoria della storia d’Italia: ai Placido Rizzotto, ai Pio La Torre, a Portella della Ginestra, alle stragi e alle tante ragion di stato, a Falcone, Borsellino, ai Georgofili, e a tutte le speranze tradite, a tutti i soprusi e le convergenze degli apparati, a tutte le servili manovre di istituzioni piegate ai raggiri.

Infine, sempre per stare alla modernità dei Racconti, e anche per chiudere con una suggestione apparentemente lontana, nel rileggerli oggi, pur trattandosi di temi e umanità molto differenti, a volte vi si coglie una aria talmente rarefatta, quella totale assenza di sentimentalismo, in una prosa così asciutta, da portare alla mente alcuni aspetti di quel particolare tentativo incompiuto di affresco poetico di sentimenti umani costituito dai Sillabari di Goffredo Parise.

 

Campagna e città

Per capire ulteriormente la parabola dello scrittore La Cava forse occorre scrutare un po’ provocatoriamente la storia della letteratura italiana a ritroso. Basterebbe sfogliare una delle numerose antologie presenti nell’attuale panorama editoriale, magari delle scuole superiori, dove personalmente lavoro da più di un decennio, per scoprire che della letteratura sui contadini italiani, o sul rapporto nord-sud, o sulla migrazione degli italiani all’estero, non vi sono che poche, risibili tracce. Non solo poeti come Bodini, Scotellaro, non trovano spazio nelle pagine del canone odierno, ma nemmeno vere e proprie pietre miliari della Questione nazionale come Cristo si è fermato a Eboli del già citato Levi, Conversazione in Sicilia di Vittorini, e Donnarumma all’assalto di Ottieri, riescono a trovare lo spazio che forse meriterebbero. L’elenco sarebbe lungo.

E se è vero che durante gli anni ’50-’60 l’Italia vive, contestualmente al boom economico, la riscoperta del premoderno, la stagione degli etnologi, gli studi di De Martino, tuttavia sia il marxismo che i liberali guarderanno sempre con sufficienza alle sorti della questione contadina. Lo stesso Pavese, il quale ha indagato con profondità il rapporto tra premoderno e moderno, spesso viene travisato e banalizzato fino ad assurgere a cantore conservatore di un nostalgico ritorno al passato. Per non parlare del “reazionario” Pasolini delle Belle bandiere, che attribuisce al neo-capitalismo l’accentuarsi del divario delle varie Italie per poi chiosare: “Nell’Italia del Sud la scelta politica è ancora dominata dalla miseria – economica e psicologica ”. Pasolini aveva compreso che la nuova Italia inurbata produceva non solo merce, ma nuovi rapporti sociali: “Tale nuova cultura (…)”, scriverà in una risposta pubblica a Calvino dell’ottobre 1975, “(…) ha distrutto cinicamente le culture precedenti: da quella tradizionale borghese, alle varie culture particolaristiche e pluralistiche popolari”.

Vent’anni dopo, l’ultimo intellettuale in ordine di tempo a porsi nei confronti del mondo rurale in una posizione di riflessione, ascolto, e rispetto, è stato quell’Alex Langer partito da un remoto villaggio del Sudtirolo per diventare, prima della precoce dipartita, anima dei verdi italiani, costruttore di ponti, e esempio di cittadino del mondo.

 

Uomini e Caporali

Ebbene, l’Italia di oggi sembra ripresentare tutti i conti delle rimozioni del passato. Il genocidio della civiltà contadina ha lasciato dietro di sé, nell’assenza di reali programmi nazionali, un deserto di paesi, colline, isole e montagne spopolate. I divari e la frammentazione non cessano di approfondirsi. Lo squilibrio sociale ed economico delle varie aree del paese, l’emigrazione costante verso il nord del mondo, la bassissima natalità, l’urbanizzazione massiccia con relativo incremento delle ingiustizie sociali e dell’indigenza, non ultimo il potere incontrastato dei clan criminali e dei cartelli politico-clientelari, restituiscono l’immagine di uno stato diviso in fazioni, in cui prevale l’egoismo territoriale, malamente mascherato da progetti di secessione delle regioni più ricche, o dalla dittatura del ricatto dei pacchetti di voti dei notabili locali.

In questo contesto, qualsiasi progetto politico naufraga per una sostanziale incomprensione delle varie parti del paese, per la complessità dei problemi di fondo, o peggio ancora, nel lungo e medio periodo, per il completo disinteresse verso la loro risoluzione.

Insomma, tornando ai fatti di Casignana, è una storia esemplare di una matrice comune italiana in cui ritornano prepotentemente l’insipienza o la collusione delle classi dirigenti, e tornano, nel recupero delle svastiche, delle intimidazioni verso le minoranze, nel cinismo machista di piccoli e puerili giovani leader, antiche pulsioni mai del tutto accantonate.

Ma ancora, leggendo di Casignana, non si può non pensare alle odierne lotte bracciantili dei nuovi invisibili, da Borgo Mezzanone a San Ferdinando, passando per l’Agro pontino, e chiedersi se è forse lo stesso disinteresse odierno per i nostri lager moderni, il lontano riflesso del disinteresse dell’Italia del boom per i contadini di La Cava.

Castel Volturno, Rosarno, la rotta balcanica, il mare nostrum, l’isola di Lesbo, i muri e le cortine messicane, sembrano le nuove Marcinelle, le Ellis Island, di un’umanità superflua, costantemente de-umanizzata, un mondo di terroni e Okies in fuga, di cui ancora una volta a nessuno interessa realmente qualcosa.

E quanto vale la vita di Soumaila Sacko, freddato a colpi di fucile mentre tenta di costruire una capanna di lamiere nei pressi di Vibo Valentia?

Quanto vale il corpo di Becky Moses, quel corpo abusato, cresciuto nella povertà, bruciato nella miseria di una favela italiana, dopo averle negato il diritto d’asilo?

Ed è un caso che a ricordare Giuseppe Di Vittorio negli ultimi anni, dopo Uomini e caporali di Leogrande, ci abbia pensato quasi esclusivamente il sindacalista italo-ivoriano, difensore dei braccianti e dei lavoratori della filiera agroalimentare, Aboubakar Soumahoro?

Ecco fin dove arrivano I fatti di Casignana. È in questo libro, dunque, che Mario La Cava ha portato gli ultimi della costa ionica nella storia del ‘900, ritrovando la sua misura del mondo, e, con essa, l’alta funzione morale di cui ha sempre investito la sua militanza intellettuale e il suo impegno letterario.

sandro abruzzese

 

 

Bibliografia essenziale

Mario La Cava, Caratteri, Donzelli, Roma 2007

Mario La Cava, I fatti di Casignana, Rubbettino, Soveria Mannelli 2018

Mario La Cava, I racconti di Bovalino, Rubbettino, Soveria Mannelli 2008

Mario La Cava, Viaggio in Lucania, Rubbettino, Soveria Mannelli 2019

Mario La Cava, Leonardo Sciascia, Lettere al centro del mondo, 1951-1988, Rubbettino, Soveria Mannelli 2012

Italo Calvino, Lettere 1940-1985, I meridiani, Mondadori, Milano 2000

Lettera a Elda

IMG_4911
Cara Elda,
credo di capire e nel leggerti ricordo “La storia” di un’altra Elsa, il suo sguardo sugli indifesi, la sua filosofia della storia. Aggiungo alle tue amare parole innanzitutto che il silenzio e la menzogna di cui si nutre il potere sono legati al bisogno, oggi come ieri, poi all’assuefazione. Che “la terra” siamo noi, nominarla è solo un modo per parlare a noi stessi e di noi stessi, non altro. E le radici possono essere i nostri alibi e difetti, a cui oppongo il corpo e la mente. Perché la terra è una sola proprio come gli esseri umani sono rimasti l’unica specie e le radici siamo noi, sì, è il nostro rimanere bambini. Ma tutti i bambini desiderano prima o poi essere adulti. Allora sogno un Paese adulto, mentre vivo in un’Italia piccola e meschina, e vivo un Mezzogiorno perennemente bambino. Il silenzio e le menzogne di una volta forse non devono essere disprezzate del tutto perché restavano un modo di difendersi dal potere. Ma quelli di oggi? Cosa possiamo fare noi se non dipanare la matassa di menzogne organica e funzionale al potere? Le tradizioni, quelle poche autentiche rimaste, testimoniano appunto la capacità di quelle classi subalterne, contadine, di sopravvivere, di cercare certezze e sicurezza contro l’ingiustizia e la sopraffazione. Le tradizioni sono anche quel meraviglioso stare fuori e dentro il tempo in una volta, quel mito che ritorna alla storia, la capacità di uscire da quel mondo maledetto e nero di miseria di cui parli tu e lo stare, il ritornare nello spazio considerandolo sacro e quindi sopportabile. Perché incolpare il rimedio, la parte necessaria e in quanto tale nobile? Quello di cui diffido, insieme a te credo, è il piegare e usare le tradizioni, le terre, le identità a “strumenti del regnante”. Perché anche l’identità deve servire a capire quali sono le colpe e chi i colpevoli del “marcio”. Anche le radici, una volta indagate e conosciute ci consentono di volare, di scioglierle dalle caviglie e sentirsi liberi. Sono convinto che per volare non occorra guardare il cielo, bensì scavare a fondo. Se ciò che resta è poco, da lì si dovrà ripartire e setacciare con cura ogni singolo elemento, per distinguere nell’inferno, quello che inferno non è. Cercare di capire, comprendere, Elda, e poi tentare di esprimere ciò di cui siamo testimoni. Spero di averti ascoltata e, anche solo in parte, intesa.

Grazie

S.

Ogni giorno è un olocausto

IMG-20131009-WA0000

Ogni giorno è un olocausto. Forse è questo che macchia inesorabilmente le mie giornate. Tutto quello che faccio è per me e i miei figli, e anche questo rende insopportabili le mie giornate. Io critico un sistema a cui aderisco perfettamente. E quando avrò ottenuto tutto ciò che mi prefiggo, l’avrò fatto per me e i miei figli. Mentre cammino, in strada c’è qualcosa che percepisco ma a cui non riesco a dare un nome, una forma. È come sentirsi immersi in uno scandalo quotidiano, senza riuscire a delinearne i tratti principali. So soltanto che questa sensazione ha a che fare col bene e col male e con l’esistenza. Se c’è una qualità nella civiltà rurale che ci ha preceduti, essa sta nella forma necessaria del suo stare al mondo. Le case essenziali, i vestiti sobri, il matrimonio, l’accettazione del dolore e della morte, tutto ciò aveva a che fare con un destino di ineluttabile necessità e spesso di mancanza. Erano necessari i figli, il lavoro manuale e fisico, la spietatezza verso gli animali e l’ospitalità per le persone, erano necessarie le feste e le religioni.

Allora forse lo scandalo quotidiano sta nell’aver edificato una vita costituita di superfluo, dove ogni atto, ogni scelta, non essendo legata alla necessità, finisce spesso per incarnare il suo contrario. Sconfiggere la nostra povertà ci ha reso migliori, ma non più giusti. Ecco che tutto quello che compiamo continua a prendere il sapore acre del superfluo. Non c’è sobrietà nei gesti e nemmeno nelle parole, non c’è morigeratezza, pudore, orgoglio, essenza. Non è necessario il lavoro che svolgiamo, non lo sono i nostri risparmi, i lussi, le vacanze. Tutto ciò per cui lavoriamo non allevierà le nostre pene, non colmerà la solitudine. Ogni giorno è un olocausto e vivo sapendo di sfruttare il lavoro e la vita degli altri. Vivere un mondo ingiusto senza nemmeno la continua tensione verso il giusto, è forse questo lo scandalo? C’è qualcosa di insopportabile nelle mie giornate, ma non riesco a definirlo. Forse lo scandalo è nella nostra capacità razionale, che ci mette dinanzi alla tortura delle altre vite consapevolmente, anticipa la vanità del nostro attraversare il mondo e tuttavia non riesce a svelarne l’enigma, il mistero.

Si può essere spietati solo se necessario, così come fanno gli animali allo stato di natura. Ma esserlo scientemente, razionalmente, magari vivendo nell’opulenza sfacciata, questa è forse la peggiore condanna a cui siamo destinati. È la colpa imperdonabile che nemmeno un dio riuscirebbe a far espiare. Vivere una vita che non tende a riconoscersi, ad aiutarsi, che non tende al costante miglioramento delle condizioni collettive, essere belve feroci senza la loro necessità, con la colpa insopportabile dell’intelletto, della razionalità, è forse questo lo scandalo? Forse è questo il vero peccato originale, la nostra cacciata dall’Eden, non la curiosità, non la conoscenza, bensì il suo utilizzo a proprio esclusivo vantaggio e magari a scapito degli altri.

S.

La civiltà rurale alla conta dei mattoncini

casolare emiliano_n

La civiltà rurale, il mondo contadino,
fatto a brandelli dal sisma
in questa immensa pianura emiliana.

Poi vermi e formiche addetti alla conta dei mattoncini.

Siamo dalla parte di questa facciata arresa,
che se ne sta imperterrita,
ritta e con lo sguardo offeso.

Siamo dalla parte di questo muro appeso,
con le finestre chiuse…
e un grosso…immenso…tetto spalancato,

che in qualche misura accoglie,
in un Paese che piano piano squaglia!

Sandro Abruzzese
https://www.facebook.com/Raccontiviandanti