Etichettato: Bologna

Lettere settentrionali 19 (Io, Sonia, e l’Altro)

Stavamo davanti a un bar verso via Zamboni ed ero solo all’ottava birra, non ricordo ancora per quale motivo attaccai un discorso sull’etica per un figlio di Savater con due rumene sedute al tavolino affianco, di nome Sonia e Janina.

Ora che ricordo mi piaceva Sonia. Ma non fu quello. Piuttosto nell’ebbrezza riconobbi al mio fianco quello che nei corsi di filosofia della facoltà di Bologna chiamavano “l’altro”. Erano anni che si faceva un gran parlare di questo “altro”. Altro nel seminario su Levinas, Altro nello studio monografico su Sartre. Sinceramente ero un po’ perplesso su questo concetto basilare della filosofia di tutti i tempi.
Anche perché i professori si riempivano la bocca dell’altro, e puntualmente finivano per farsela tra di loro. Ed io benché lo avessi immaginato più volte, non è che potevo alzarmi nel bel mezzo delle lezioni e chiedere:
“Scusate, in definitiva e con parole semplici, ma chi cazz’è st’altro?”

Allora anche grazie all’alcool salii per una notte su quel binario parallelo rappresentato da Sonia e Janina. Vennero a casa mia pensando a come fregarmi. Bevemmo ancora, e dopo aver fumato tutta l’erba che mi era rimasta giocai la carta della sincerità:
“sono italiano ma non c’ho una lira. Vengo da Frosinone, divido la casa con un lavoratore precario di Pavullo che il fine settimana torna dalla ragazza, ho un dottorato senza borsa di studio e da quindici anni vivo con i soldi che mi mandano i miei genitori, impiegati comunali del comune di Boville.
Non me ne vanto.
D’accordo, potrei aggiungere che ho scritto almeno tre libri di filosofia contemporanea, però non credo che il quadro, ai vostri occhi, cambierebbe colore”.

Che serata con le mie nuove amiche e quanto è lontana questa penisola dalla loro Timisoara!
A volte la sincerità paga. Una puttana che ti rende dei soldi non è evento da tutti i giorni. Dei cinquanta euro che gli avevo offerto per seguirmi me ne resero indietro venticinque, il resto andò in bevande.
Dicevano che ero troppo carino e pazzo. Avrei voluto vedere loro a studiare per diciassette anni senza mai un riconoscimento. E comunque, detto tra noi, non avrei mai creduto che ci si potesse divertire così tanto senza nemmeno scopare.

Con Sonia ci siamo rivisti altre volte, ma non abbiamo mai fatto sesso, credo per paura che non fosse sesso.
Per un po’ erano stati lunghi caffè ristretti in zona Sacro Cuore, dietro la stazione, negli orari più improbabili. Erano state passeggiate con la voglia di raccontarsi tutto. Però le passeggiate non portavano da nessuna parte, anche perchè noi non eravamo proprio una coppia di peripatetici e allora da un giorno all’altro ognuno è tornato ad essere se stesso, a starsene nel suo recinto, a prendere la forma dell’altro.

Almeno non ho più abbandonato questa disarmante forma di sincerità che ormai mi contraddistingue. Senza grossi risultati ovviamente. Il più eclatante dei quali è stata l’amicizia col mio spacciatore, che nella gerarchia sociale di questa società non sarà un cavaliere, però quando abbiamo tempo ci sdraiamo sul prato a fumare e parlare di quanta luce si trovi nel cielo di Marrakech, di quanto ci vorrebbe a piedi da Bologna a Tangeri, o le centinaia di ricette con cui si può preparare il cous cous fatto in casa. Col cellulare mette quella musica araba insopportabile e ogni volta, con quattro soldi, mi riempe della migliore erba del Maghreb almeno per tre mesi.

 

Sandro Abruzzese

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Lettere settentrionali 18 (Il calzolaio)

Il calzolaio

Il calzolaio

Non si da pace… Carmelina. Lei si era allontanata col proposito di tenere la famiglia unita, evitare diaspore, e invece nel giro di cinque anni ha visto andarsene Michele, il primo figlio, a lavorare alla polizia municipale di Venezia. Giada, l’unica femmina, sposarsi a Bologna con un tecnico delle caldaie.

Ma quella che proprio non ha retto è stata la partenza di Raffaele, ultimo figlio se n’è andato addirittura in Colombia. Ma dico io, perdere la testa a diciannove anni, per una di Bogotà poi. Non so, dice che l’ha conosciuta all’università.

Io?
Chiamatemi Vittorio!

Sono nato a San Severo, in provincia di Foggia, ma lavoro a Mirandola. Da piana a pianura. Non per necessità, direi più curiosità, questo sì! Il resto lo ha fatto mia moglie Carmelina, con quella sua fissazione della famiglia.

Io glielo dicevo che i suoi sentimenti non sono di questi tempi, che l’amore non tiene niente a che fare con la libertà! E pure la famiglia come se la ricorda lei non ci sta più! La gente mo’…sta sui social network…

…allora una sera che piangeva davanti a Skype, non ci ho visto più, ho aperto il computer e un po’ bruscamente ho detto:
“Carmelì! Guarda qua, ma l’hai capito che pure papa Francesco sta ‘ngopp a feisbuk? E’ un’altra Terra Carmelì!

Ha accennato un sorriso, ma io la conosco! Quando si mette in testa una cosa è capace di portarmi in capo al mondo.

L’Emilia Romagna?
A Mirandola non mi lamento, e con il terremoto, sembrerà assurdo, ma la città la sento più mia. La scossa ha aperto la terra, le case, e le persone. Ha buttato la gente per strada, rendendola per qualche tempo più vicina. Anche se si sa come vanno ste cose, dopo un po’ quello che è stato è stato! E’ la natura umana.

Di mestiere?
Scarparo! Aggiusto le scarpe! Puzzo di colla, e ho le mani rovinate dall’artrosi. Però almeno riporto questi oggetti indispensabili alla forma originaria e con la coscienza sto a posto, perché col mestiere non partecipo a sta schifezza di usa e getta generale.

San Severo?
Certo, ogni giorno mi chiedo come sarebbe stato crescere i figli insieme ai miei fratelli, ai nonni, abitare la casa in cui sono cresciuto. Ma dalle mi parti si dice che quello che è fatto… sta bene. Altri pensieri è meglio non farli.

Carmelina?
Dopo trent’anni la donna a cui sto affianco la conosco, quella quando si mette in testa una cosa sposta le montagne. Perciò la sposai. Però mettersi a studiare lo spagnolo alla sua età?!! Per come è stata capace di portarmi a Mirandola, mi sa che la pensione ce l’andiamo a fare a Bogotà, che a quanto ho capito sta addirittura più giù di San Severo…!

Per adesso so dire solo vamos a la playa, il ritornello di quella vecchia canzone dei Righeira, te quiero lo dicevamo con gli amici alle ragazze quando andavamo a Lloret de Mar, e maricon, che ce lo dicevano loro a noi, dopo che gli avevamo gridato te quiero un po’ troppo frettolosamente.

Ah! Dimenticavo…adelante…ma non mi ricordo mai che cavolo significa.

SANDRO ABRUZZESE

La parte di mondo di Cristiano Mastella: cultore del viaggio e della terra

Cristiano e il suo vecchio camper, in Marocco.

Cristiano e il suo vecchio camper, in Marocco.

Cristiano è un insegnante e un geologo che non ha mai smesso di essere ragazzo, e per questo è bravo nel suo lavoro.

Ha poco più di cinquanta anni, e al peso della vita risponde con l’amore per il viaggio, per la natura e gli ecosistemi, per la terra in ogni sua forma ed elemento.

Ha un metodo il prof. Mastella, appena può coinvolge, mette ai voti ogni decisione che sia condivisibile, rispetta il verdetto e ama il metodo democratico fin dove può essere utilizzato con degli adolescenti. E per questo i ragazzi pur non temendolo, lo rispettano. E per di più lo seguono con attenzione.

– Camminare vuol dire sfida, conquista, metafora di una vita spesa in maniera attiva e agonistica, dove l’ambiente circostante è rispettato, conosciuto e distinto nella sua essenza. Camminare vuol dire vita – mi dice.

Ha iniziato a girare il mondo attraverso la forza delle sue gambe a dodici anni, in bici da Verona fino a Bologna con il fratello. L’anno successivo a Roma.
A quattordici valicò le Alpi all’altezza di Aosta: novello Annibale Barca in bici, in cerca dei suoi elefanti smarriti.

Oggi rimangono pochi i posti del mondo in cui non sia stato. Cristiano è Atlante mentre sorregge il globo e guarda col sorriso la sua parte di mondo. L’America in autostop a quindici anni, ospite di una sconosciuta del New Hampshire, poi Boston, New York. O quella volta in autostop fino al centro dell’Europa, a Lussemburgo.

Nel ’90 era con la moglie in una Romania ancora in subbuglio per la caduta della dittatura di Ceausescu, in una scassatissima Renault 4 piena di incoscienza.

Quando qualche tempo fa i suoi tre figli maschi furono abbastanza grandi, però, dopo aver sentito sulla faccia il vento delle highlands scozzesi, condiviso con le mani il cous-cous preparato nelle case dei contadini marocchini dei dintorni di Marrakech, giocato a nascondino con i bimbi della Cappadocia e della Siria, attraversato tutta la west coast statunitense; finalmente ebbero il coraggio di rifiutarsi di seguirlo per iniziare a scegliere il proprio percorso.

Cristiano e i suoi tre ragazzi

Cristiano e i suoi tre ragazzi

Quell’anno lui trovò opportuno lasciare a ognuno il proprio spazio e partire in solitaria alla scoperta dell’Himalaya, affittò una moto e percorse la regione in lungo e in largo, solo con uno zainetto:

redivivo Ulisse delle montagne, orfano dei suoi marinai, senza bisogno di alcuna orazion picciola.

Questo è Cristiano Mastella, energico entusiasmo esposto verso ragazzi che fra un po’ scriveranno la loro storia come meglio credono.

Arranco e gli sto alle calcagna, e mentre la salita si fa ripida penso che valga la pena cercare di essere migliori, magari necessari, di svolgere al massimo il compito della vita, mai indifferenti. Nel bel mezzo della fatica ho nella mente pochi versi sparsi di Antonio Gramsci:

– Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto -.

Nulla è scontato, e osservando questo compagno di viaggio, mi pare chiaro che un insegnante non può sempre scindere quello che è da ciò che dice e fa. In qualche misura vige il dovere di quel tipo di coerenza che squarcia il velo dell’ipocrisia, svela ciò che siamo, dà il senso di quello che rappresentiamo.

Non fermarti Cristiano…continua a correre!!!

SANDRO ABRUZZESE