Etichettato: Alexander Langer

Un posto nel mondo: appunti sulla provincia

ai ragazzi di Sala Consilina

padula

Forse in provincia, in una provincia votata al dubbio, al sospetto,

in una provincia plasmata e migliorata nell’alterità

e a volte nell’opposizione agli aspetti più deleteri della metropoli,

si potrebbe essere individui e comunità “sovranamente”, direbbe Bataille,

laddove l’anonimato e l’impotenza urbani

riducono sovente l’essere umano a cosa

Partirei, per un dialogo sulla provincia, dal fatto che “avere un posto nel mondo” è qualcosa di essenziale, che in certe condizioni politiche, come le nostre attuali, può sembrar banale, ma basti pensare all’ex Jugoslavia o alla Palestina, alla Siria, luoghi geograficamente e culturalmente vicini all’Europa mediterranea, per capire che si tratta di una fortuna da cui partire per costruire. Condividere un luogo ricco di risorse, senza particolari attriti, senza odio, guerra, terrorismo, è già una fortuna immensa, lo dico con la mente e il cuore a Srebrenica, per esempio, dove per varie ragioni accade il contrario.

Avere un posto nel mondo”, dunque, fa pensare al concetto di patria: potrei dire con Arendt che la più grande privazione dei diritti umani è avvenuta ai danni di una popolazioni privata di un posto nel mondo: gli ebrei.

Così come accade oggi con i migranti del mediterraneo, è la perdita della comunità politica il passo verso il baratro, la fuoriuscita dall’umanità di chi non ha casa, nome, lingua. Avere un posto nel mondo non è questione da poco. È questione di corpi e spazio che formano luoghi, occorre poi soprattutto “averne cura”.

Permettetemi questa premessa e di dire qui, nel Mezzogiorno, a Sala Consilina, una volta terra di contadini e migranti, che nessuno che abbia perso la patria dovrebbe trovarsi mai nell’impossibilità di trovarne un’altra: si tratti del diritto al radicamento, della libertà di restare, o del diritto all’estraneità, la sostanza non cambia. Oggi escludere un individuo vuol dire cacciarlo dall’umanità, questo non è ammissibile, deve essere ritenuto un crimine: non è il migrante un fuorilegge, ma chiunque lo abbia messo in quelle condizioni, ad esserlo. Chiunque, distruggendo mondi, colonizzandoli e dominandoli, renda priva di senso e disperata l’esistenza altrui, è un criminale.

I migranti del mediterraneo rappresentano ormai l’essere umano nato al momento sbagliato, privo di dignità umana, che non ha più valore assoluto ma è ridotto a membro di un popolo oppure esposto nella sua nuda vita, bandito, direbbe Agamben.

Ancora una volta nella storia abbiamo il profugo (o l’apolide) a porci il problema dell’internamento. Oppure della naturalizzazione.

E ancora una volta in Italia la vita pubblica è stata ridotta a una somma di interessi privati, dove la personalità morale è annichilita, dove l’atomizzazione della società di massa riproduce nuove forme di spietatezza e totalitarismo.

Oggi che l’essere servili e docili al cospetto del potere e dei governi viene scambiato per una normale attività culturale o intellettuale, dobbiamo per giunta registrare il fatto inedito che i territori non esprimono più identità, ma ne importano una posticcia e irreale dai mass media, regredendo così da comunità a località. Così i residenti dei territori, della provincia vivono nelle riserve, spettatori delle vite vere, urbane, cioè quelle rappresentate mediaticamente. È prima di tutto uno sradicamento spirituale, poi materiale, quello di cui siamo vittime.

Ci è mancata, per far fronte a tutto questo, in Italia, fin dal principio una borghesia matura politicamente e siccome il progresso deriva dall’educazione politica, ovunque oggi vediamo dilagare se non ostentare le forme più retrive di miopia e egoismo, caratteristiche sempiterne della reazionaria piccola borghesia italiana, ormai senza più argini. L’Italia, immemore della lezione di Gramsci, Gobetti, vive un continuo presente astorico e apolitico: è una condizione, lo vediamo col salvinisimo, potenzialmente antidemocratica e reazionaria.

La provincia

Dunque, in questo contesto, cosa può fare la provincia? Come agire?

La provincia è subalterna, d’accordo, ha nel suo dna l’esser dominata dalla città anche e soprattutto perché tenta di emularla. La provincia è pure limite e confine, è margine, lontananza dal centro, e questo spesso inocula il germe della partenza, coltivata e nascosta, sbandierata o nutrita nell’intimo. L’idea della partenza deriva in parte anche dal ritratto che se ne fornisce, o meglio dalla proiezione provinciale nell’immaginario comune: l’essere minoritari e periferici apre all’idea di arretratezza, all’antiquato, al chiuso, angusto, cattivo. Per questo essa pone in chi la abita un altrove: il riscatto, la partenza, il sogno.

Partenza e ritorno: Vito Teti, antropologo del restare, insegna la scissione del luogo, del paese, il migrante alter ego, i risvolti dolorosi dello spopolamento.

E allora per capire i luoghi indifesi e dimenticati, per riconciliarci con i paesi e le campagne che compongono il paesaggio italiano, occorre soprattutto comprenderla, la provincia.

Dal punto di vista politico, dopo Gramsci, Carlo Levi, De Martino, Pasolini, stando agli anni recenti, è toccato a un intellettuale di campagna, nativo di Sterzig (Vipiteno), a un politico come Alexander Langer, ricordare che se l’inurbamento pone il problema ecologico, della diseguaglianza, dei costi della vita, della mobilità, dell’alienazione e della violenza, a questo punto è la provincia a diventare d’un colpo il luogo dove la vita è innanzitutto sostenibile, in cui è possibile vivere con pochissimo denaro, in cui si è al riparo dal potere e il dominio stesso è un’attività alla lunga deludente. Langer invita la provincia a rifiutare la competizione con la metropoli, per imparare a cooperare e solidarizzare, così da costruire un futuro nell’alterità rispetto al dominio, rispetto alla tracotanza e alla follia dell’inurbamento che porta il pianeta all’autodistruzione.

Forse in provincia, in una provincia plasmata e migliorata, si potrebbe essere “sovranamente”, dico pensando a Bataille, laddove l’anonimato e l’impotenza metropolitana riducono l’essere umano a cosa.

Sì, perché la provincia è in parte anche maggiore prossimità alla vita rurale, alla campagna. Della civiltà rurale, nonostante i suoi vistosi difetti, può conservare i pregi, partendo da una forma di pietas che viene da quella capacità di ridurre tutto all’Uno, dalla prossimità fatta di necessità, dove vi è la consapevolezza, a volte tragica, del destino comune.

Provenire dal mondo degli ultimi, della semplicità rurale, aiuta a guardare i “nuovi ultimi moderni”, i migranti, con la consapevolezza innata della comune miseria umana. C’è nell’infinitamente piccolo della provincia qualcosa che rimanda davvero all’universo e al cosmo: vedere le comunità, la lingua, i gesti precedenti svanire, assistere alla perdita di senso e significato dei valori di un mondo precedente, anche questo è il potenziale istruttivo e sovversivo della provincia: la misura, l’equilibrio, la memoria, la convivialità, la compartecipazione, la pietas, la parsimonia mista alla generosità.

Tante cose della provincia risultano invisibili, ma essa offre spazio e tempo. Molti rapporti sono basati sul dono e sulla gratuità, sull’ospitalità e l’accoglienza.

La provincia è per ora smarrita, confusa, mescola tradizione e post-modernità, ma è qui che si può e si deve combattere per difendere “la diversità comunitaria dalla dipendenza del mercato”, e dalla semplice diversità individuale (Bauman).

Il grande problema, lo avevano capito i già citati Carlo Levi, De Martino, poi Pasolini, è che gli individui vengono schiacciati dalla massa, dal mercato, dallo stato, dalla burocrazia, e che la tradizione, posto che sia all’altezza di essere conservata nei suoi valori positivi e duraturi, può aiutare la comunità a farsi “cosciente, razionalizzata, organizzata e plasmata”, fino a diventare una società (De Martino).

Se c’è una cosa terribile, a riguardo, non è l’amore per la propria cultura o il binomio esclusivo identità-radici, ma il fatto che si desideri che la cultura e le radici fungano da barriera o siano esportate con violenza agli altri, facendone un ennesimo strumento di potere. L’altra faccia terrificante di questa situazione, lo dico pensando alle ultime strumentali proposte della Lega sul crocifisso, è che si difende una civiltà che tuttavia non si conosce, la si difende nell’ignoranza più cupa, e questa sì è la più grande forma di bigotto provincialismo esistente.

Oppongo poi la provincia al cosmopolitismo, ma non a quello fatto di pace universale e fratellanza degli stoici, di Cicerone, di Kant, bensì all’idea del cosmopolitismo posticcio della globalizzazione, perché il problema è che il capitalismo senza temperamento rende inferno ciò che non lo è. E perché anche l’individuo esercita la sua cittadinanza in un luogo che ha a cuore per continuità generazionale, o in un luogo che conosce bene, dove intrattiene forti relazioni umane e quindi politiche, oppure perché spostarsi richiede un patrimonio di saperi che non tutti possono permettersi (lingua, cultura, denaro) e senza cui si finisce preda del mondo. L’inferno, diceva Carlo Levi, è un mondo di spaesati, di gente senza passato e memoria.

Va detto che la provincia e la comunità del futuro necessitano di far parte di grandi case comuni europee, internazionaliste, progressiste, che estendano e amplifichino la pietas contadina contro l’angusto nazionalismo di stampo fascista, proposto sotto false spoglie attraverso il neologismo “sovranista”.

Si può nutrire il sogno che il mondo diventi un’unica città, uniforme per diritti, tuttavia questo non può voler dire occidentalizzare il mondo. Oggi, tra l’altro, avremmo i mezzi tecnologici e economici per superare la visione ormai riduttiva nazionale di queste vicende e porle al centro del dibattito politico globale. In poche parole si tratta di ricevere i benefici della ricchezza e si tratta del dovere di collaborare a ciò in condizioni di libertà, di opportunità uguali. Questa potrebbe darsi come strada per edificare un mondo fatto di libertà autentica, ma siamo nell’ambito di un discorso complesso che lascio ad altra sede, nel frattempo è giusto essere almeno cittadini di una sola città, è giusto ricordarsi che siamo limitati e come diceva Lorenzo Milani, nella vita possiamo dedicarci a non più di 3-400 persone. Anche questo è un principio saldo che, mentre l’inurbamento sregolato coltiva l’illusione dell’illimitato, dell’apparenza e dell’esteriorità, la provincia ricorda e tramanda.

La provincia, come ho detto, ma vale la pena ripetersi, può lottare per la sua alterità, per il progresso morale oltre che materiale, solo se non vive di proiezioni e di riflessi; può, attraverso una lotta consapevole, resituirci buona parte di ciò che abbiamo perso (ambiente, ecologia, sostenibilità). Può diventare nobile nel momento in cui riporta il lavoro agricolo all’assenza di dominio, lo rende insieme agli altri lavori materiali rispettabile in quanto matrice da cui tutto comincia, in quanto lavoro che non sfrutta nessun altro: per questo la lotta è culturale oltre che economica. Per farlo bisogna difendere lo spazio concreto, certo, ma anche lo spazio dell’immaginario e dell’immaginazione, bisogna difendersi dai media, ripensare la vita, prendersi cura della propria intimità, della sfera privata, perché è soprattutto dal mondo interiore decolonizzato, è dalla solitudine che non è isolamento, ma è per l’altro e con gli altri, che nasce il senso del mondo che vogliamo costruire e condividere.

Infine, la provincia può invertire il rapporto col mondo, può fare emergere tutto dal basso, o almeno mediare, produrre dalla realtà cirocostante: in un mondo dove tutto arriva e ci piove addosso dall’alto, la provincia può, per usare un titolo caro a Luca Rastello, far piovere all’insù e opporre la complessità alla superficialità, la comunità all’isolamento, la cultura del lavoro in assenza di dominio ai disegni di potenza e conquista, il mondo come dimora comune all’esclusione, il sapere come autoregolamentazione e liberazione, la responsabilità e l’autodeterminazione contro i vaneggiamenti del Pil, la cura dell’umano e del circostante all’incuria. Opporre magari la semplicità al narcisismo collettivo, opporre l’attenzione alla bassezza del cinismo, opporre il passato che consente la ricostruzione storica al presente astorico e apolitico, opporre il nostro, tutto da ricostruire, universo morale, umanistico, popolare, alla vergognosa indifferenza della modernità.

Sandro Abruzzese

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Vito Teti su CasaperCasa

frontespizio casapercasa

CasaperCasa, Rubbettino editore 2018

 

 

“…tutto poteva essere pensato, pianificato e fatto meglio, lo riconosco. Ma insomma è andata proprio in questo modo. E’ finita così, ormai non si torna indietro” (Sandro Abruzzese, CasaperCasa, Rubbettino 2018).

Un romanzo bellissimo, Sandro, un libro vero e profondo. Una lettura necessaria per quanti si occupano e scrivono di luoghi, di paesi, di città, cercandone l’anima, le luci e le ombre, la storia, la memoria, il presente. Un romanzo vero e intenso, leggero e profondo, un viaggio appassionato in una Ferrara che è metafora dell’Italia e dell’Europa, con le sue fobie e le sue generosità e un generale senso di spaesamento e di una costante ricerca di senso. Tra le pagine del taccuino del protagonista prendono vita personaggi sradicati e di grande sensibilità umana e un’intera città, un microcosmo, viene ripensata attraverso una cartografia di luoghi, storie ed esistenze. Un romanzo che è anche un reportage nei luoghi della crisi di una città che non trova, nelle nobili tradizioni culturali del passato, una memoria fondante del presente. Un libro che ci porta a fare i conti con il nostro passato che non parla e con un presente che non riesce ad ascoltare le voci di chi è sempre impegnato a trovare un senso pure nei luoghi della più profonda dispersione.

Con questo romanzo, che appare dopo Mezzogiorno Padano (Manifestolibri, 2015), nella collana “Che ci faccio qui” della Rubbettino, Sandro Abruzzese supera la difficile prova del secondo libro e si conferma scrittore, etnografo, osservatore, una delle voci più originali delle “letterature” dei nostri tempi, che riesce a dare voce a tutti coloro che si sentono senza luogo e senza patria e che, come Alexander Langer, a cui dedica il libro, cerca di individuare e indicare possibili ponti tra passato e futuro, tra figure inquiete solo apparentemente lontane. E lo fa con la sensibilità di chi non dimentica un Sud che, pure da lontano, affiora e rappresenta punto di riferimento ineludibile, per poter abitare un nuovo mondo che va costruito assieme agli altri.

Le mappe e le immagini della città che ci conducono nei luoghi attraversati dai protagonisti fanno parte della storia di una città visibile e invisibile, che accoglie e respinge, si mostra e si rinchiude. Un libro come questo aiuta più di mille analisi e di elaborate riflessioni a capire quanto sta accadendo e perché accade nella vita sociale e politica di un Nord e di un’Italia che, a ragione, vogliono cambiare pagina, ma, forse, lo stanno facendo senza una direzione e una metà precise e condivise.

 

Vito Teti

La strada di Alexander Langer

langer foto

Sai che la tua terra / ti può far morire / non per nostalgia / (questi tempi ormai son passati) / ma per l’esperienza / che nessuno ti ama (…)

(…) crivellatemi / la faccia senza bendarmi / gli occhi / le mani dietro le spalle / tritolo sotto i testicoli / come si / conviene / al tirolo / prima però / per piacere / con passo fermo e deciso / vi darò un calcio / da far traballare tutte le vostre aquile

scriveva Norbert Kaser alla fine degli anni ’60.

Non so se i versi di Kaser siano quelli di chi, come pure ha ricordato Claudio Magris, ha “volutamente incarnato” l’impasse e la conseguente ribellione dell’intellettuale contro la gabbia della piccola patria sudtirolese. Quello che so è che potremmo ricominciare proprio dall’agosto del ’78, al cimitero di Brunico, quando un gruppo eterogeneo di militanti politici, ex studenti, sindacalisti, si ritrovò intorno alla bara del giovane Norbert Kaser e quella giornata amara, avvolta da un silenzio impotente, fece sì che un suo amico annotasse: è più facile piangere un amico comune che intraprendere una strada comune per il futuro.

Se è la piccola, angusta patria sudtirolese, a sfinire Kaser; se questa heimat multietnica, come tutti i luoghi di frontiera, risulta angosciata dai confini, dall’identità, finendo per produrre una classe politica e culturale altrettanto ambigua, conservatrice e gretta; è questo stesso ambiente a generare l’antidoto: il suo nome è Alexander Langer.

Nove anni dopo Brunico, Langer si chiedeva pubblicamente se il Pci avrebbe mai avuto il coraggio di aprirsi alla società civile, ai movimenti, di essere meno partito ed usare il suo riconosciuto e “prezioso bagaglio ideale e politico” per mettersi insieme all’ala ecologista del Paese.

“Voglio quel posto a Botteghe Oscure”, tempo dopo avrebbe titolato una lettera aperta del politico sudtirolese pubblicata su Cuore. Siamo nel ’94. Cosa sarebbe stato della storia d’Italia se invece dei Rutelli, dei Prodi, per affrontare la discesa in campo di Berlusconi, la sinistra italiana avesse accettato la sfida rappresentata da Alexander Langer?

C’era ormai da tempo in Langer la consapevolezza che democrazia vuol dire “piccolo e radicato nella quotidiana realtà dei piccoli”, difesa delle voci marginali e ascolto dei “disertori” che esistono tra le file dei conquistatori. C’erano l’antidogmatismo, lo sprezzo per i settarismi, nonché la diffidenza nei confronti delle grandi organizzazioni partitiche e dello stato centralizzato. E la diffidenza derivava direttamente dal suo essere sudtirolese di Sterzing, figlio di un medico ebreo non praticante e di una farmacista laica. Sarà appunto questo scetticismo per le grandi aggregazioni, per esempio, l’unico vero elemento di distanza dalle posizioni dell’amato e seguito Lorenzo Milani.

L’unica via percorribile per il Sudtirolo, avrebbe detto Langer, per poi ripeterlo in ex Jugoslavia, in Albania o dovunque riconoscesse muri e divisioni di carattere culturale o etnico, è “insieme o niente”. La convinzione che la democrazia prima di tutto fosse comunanza umana, la dolorosa storia di frontiera della sua piccola patria, il mondo visto da Sterzing o da Bolzano, lo avevano reso un costruttore di ponti. Aveva quindi propugnato la necessità di una nuova e allo stesso tempo antica cultura fatta di radicamento, di convinzioni etiche e religiose, senza cui la politica nulla avrebbe potuto. La sua storia personale lo aveva portato a sognare un mondo privo di “conquistati” e a credere nella forza livellatrice, radicale ed equanime dell’ecologia.

Infatti, il suo ecologismo è volano di uguaglianza, nuova organizzazione sociale che riconosca i limiti e i danni dell’accrescimento continuo. È un’ottica che, diametralmente opposta al cieco urbanocentrismo imperante, ravviserà nella presunta arretratezza regionale aspetti positivi quali la solidarietà del vicinato, la biodiversità dovuta alla policoltura, fievoli differenze economiche e sociali.

Dunque, portando alla mente Simone Weil, Langer comprende che la tracotanza del mondo globale, – armato dalla dittatura dell’economia sulla politica e dell’interesse privato su quello pubblico, – disintegra gli spazi di libertà e partecipazione, generando sradicamento. Conseguenza ne è un costante bisogno di identità, di radici, di continuità generazionale, poiché il primo passo verso un mondo integralista e disperato, è l’assenza di radicamento nei luoghi e nelle comunità. In questo senso egli avvierà un costante lavoro di attenuamento dei confini, proporrà patrie fatte di luoghi e suoni, basate su valori positivi, non esclusivi, nella convinzione che le uniche radici valide siano quelle prive di barriere verso gli altri.

Il mondo a cui aspira Alexander Langer è quello dell'”indefinitezza delle cose”, un’indefinitezza volta alla compartecipazione, fatta di autolimitazione necessaria alla condivisione, fatta di valori come la gratuità che restituisce dignità umana. Si tratta di una poderosa virata verso il futuro, in cui l’imposizione di limiti e confini è soprattutto rivolta alla civiltà industriale e urbana, alla tecnologia, ai grandi e piccoli totalitarismi che esse portano con sé.

La sfida aperta dal politico sudtirolese era volta a creare spaziotempo per accudire e coltivare, nonché maggiore capacità di azione e determinazione della propria esistenza. È la sfida del saper essere piccoli, di non cedere ai cattivi giornalismi, alle elusive e complici agende degli show mass mediatici. Langer, finché ha potuto, l’ha sostenuta.

Certo, ora magari dovrei chiedermi della sua fine a Pian de’ Giullari, poco prima di aver compiuto i cinquant’anni; “è più facile restare soli, quando si vuole essere per tutti”, ha scritto a riguardo Adriano Sofri. Credo bastino queste parole. Se non fosse così, in un indimenticabile scritto indirizzato a San Cristoforo Alex diceva: “Tu eri uno che sentiva dentro di sé tanta forza e tanta voglia di fare (…) Avevi deciso di voler servire solo un padrone che valesse la pena seguire, una Grande Causa che davvero valesse più delle altre (…) penso che oggi in molti siamo in una situazione simile alla tua, e che la traversata richieda forze impari”. In questo modo si chiedeva dove prendere le forze per “fare” ancora.

Non mi chiederò oltre, allora, del peso che ha schiacciato Alexander, ma credo che, ormai venticinque anni fa, Langer sia stato la più grande occasione persa della politica italiana.

 

Sandro Abruzzese

*articolo apparso precedentemente su Poetarum silva

 

Per saperne di più:

Fondazione Langer

Alexander Langer, Il viaggiatore leggero, Sellerio editore.

Norbert C. Kaser, Rancore mi cresce nel ventre, ab edizioni.