La via Romea come frontiera

Il nostro itinerario all’interno di questo vasto spazio, uno degli ultimi grandi vuoti della pianura padana, non ha particolari mete. Ci aggiriamo a caso con la convinzione che il mondo circostante sia comunque incapace di mentire allo sguardo, per cui nei dintorni c’è sempre qualcosa da vedere che parli di noi e di come effettivamente funziona il mondo. Certo, viaggiare nella pianura, decifrarne i segni, vuol dire innanzitutto attenersi alla realtà concreta. Per cui passare alla rinfusa da Contane, ignorando che si tratti del luogo più basso d’Italia, o veleggiare di soppiatto a Jolanda di Savoia e Mezzogoro, ebbene fa sempre un certo effetto. Da Contane, dove oggi non c’è un filo di vento e il cielo opaco rende la terra ancora più bruna, per strade secondarie, stavolta ci dirigiamo verso il litorale. Sbuchiamo sulla Romea che è una strada particolarmente amata perché vi si costeggiano limiti non solo geografici, ma di un confine invisibile, in cui si sovrappongono elementi, e dove il mondo progettato e studiato dallo stato, dalla regione e da chi per loro, si affievolisce del tutto. 

La Romea è un confessionale ibrido, ribadisce il divano blu elettrico abbandonato sotto la pensilina di un distributore di metano. Un luogo dove la pianura, anche la più reticente, si confessa, e dove l’omogeneo e l’uniforme vi si compiono e falliscono a un tempo, oppure dove le illusioni cittadine, mondane, lasciano il posto a una buona dose di franchezza, per cui nel paesaggio inerme, spuntano trame sotto traccia e disfunzioni, come la discarica clandestina appena sequestrata qui di fianco, a Lagosanto. Non sono solo gli incidenti, la pericolosità di questa arteria, bensì le variabili e le intenzioni che si incrociano in questo punto-limite a raccontare l’Italia. È un posto per i segreti, per i rifiuti, per il proibito, la Romea. È il posto giusto per far perdere le proprie tracce, per pentiti di mafia, traffici o amori clandestini. Vi si può mangiare e dormire facilmente, anzi la vita vi prende come un sapore di accessibilità, per inciso dequalificata, tirata all’osso, flessibile, ma è pur sempre sopravvivenza ed espletamento di bisogni fisiologici primari. Motel a basso costo, camere a ore, cibo a basso costo, cibo a tutte le ore. Sesso a basso costo. Droga, supermercati. Tutto il mondo com’è e come accade, passa per la frontiera che è la Romea e vi si fonde. E tutto ciò che si trova oltre questa strada, verso il mare, a Boccasette, Scardovari, fino all’Isola dell’Amore o alle Vene di Bellocchio, rappresenta un’altra storia, fatta di cieli ancora più ampi, di campi se possibile ancora più sconfinati, di geometrie e forme che rimandano a un continuo altrove. 

Di questo e altro, dopo una mattinata di osservazione disordinata, mentre a fianco al nostro tavolo due amanti litigano e due vecchi migranti partenopei conversano col loro nipotino alternando il tedesco e il napoletano, discutiamo in osteria con Marco. Guardiamo le foto, decidiamo il da farsi, e dopo un po’ litighiamo pure noi, e sul Sessantotto, per giunta. Lui difende le forme libertarie e anarchiche, rimpiange un’Italia d’avanguardia. Io invece in quella divisione, nella velocità dell’avanguardia urbana, ritrovo l’abbandono delle retroguardie e delle province, e l’incapacità di camminare insieme, di radicarsi per non lasciare nessuno indietro, anzi di essere compatti e solidali fin nelle lande più remote del paese, proprio come questi luoghi. Anche in questo diverbio conta l’esperienza e la provenienza, è il dialogo tra un cittadino e un paesano, tra un settentrionale e un meridionale, e prova ancora una volta l’importanza e la necessità di incrociare le prospettive secondo una reciprocità essenziale alla comprensione delle parti come tutto. Una subcultura della frammentazione, invece, un’analisi continua e univoca delle parti, senza più sintesi, è questa la morsa che non lascia scampo all’Italia di oggi. Ed è per questo che il vuoto della pianura, la sua parte più debole e eterogenea, può aiutare a comprendere la realtà nazionale. È una prospettiva senza voce, o al limite con una voce letteraria, ma senza il politico e sociale.

È già ora di rientrare. Lungo la strada ripensiamo alla giornata. Nella mente ormai la Romea è un grumo in cui si addensano scarti e resti: venditori ambulanti, canali, rimesse, veicoli in panne, zucche e sacchi di patate, pattume. È un confine di cui resta questo suo essere sintesi, quasi una cerniera meticcia di campi agricoli e spiagge adriatiche. La ripetitività desolata della monocoltura del Mezzano e quel pieno stagionale dei vacanzieri ai Lidi, appaiono comunque due mondi a loro modo reificati, a senso unico, e quindi in grado di smarrire qualsiasi reale senso. La Romea separa e attraversa questa riduzione bipolare del mondo, in cui la modernità è a un tempo applicata e sospesa, così da generare attraversamento e vuoto. Se il Mezzano è privo di vita umana e insediamenti, i Lidi sono semi vuoti in inverno.

Di rientro, dopo aver camminato per qualche chilometro su una striscia di terra in mezzo alla laguna comacchiese, attraversiamo il Mezzano all’imbrunire, tra nutrie e fagiani, tra strade sconfinate degne di una canzone di Springsteen. Qualcuno, su una casupola grigia, con dello spray nero, ha scritto “Duce idiota”. Ci lasciamo alle spalle la laguna grigia, sempre più scura per via del sole calante dietro l’arco appenninico. 

La sensazione è che chiunque, in questi luoghi, per come sono stati concepiti, possa essere solo un ospite, e che il provvisorio, sotto forma enigmatica e misteriosa, regni incontrastato, anzi, addirittura incomba. Il resto lo farà il mare, con la sua avanzata lenta, impercettibile quanto incontrastabile, sarà lui a riprendersi definitivamente l’estremo limite della pianura.

sandro abruzzese